Democrazia a intermittenza e l’ultima speranza in silicone

Il popolo cambia padrone, ma non vizio: dalla tifoseria politica all’idea di affidarsi all’Intelligenza Artificiale per governare una società che non sa più scegliersi i propri tutori X X C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, nell’essere umano quando si reca alle urne.Da che mondo è mondo, il popolo ha sempre mostrato un talento singolare: scegliere con entusiasmo il proprio tutore e, subito dopo, pentirsene con pari fervore. La scena è antica quanto la piazza.Si acclama il nuovo governo come se dovesse spalancare le porte dell’Eden, si ascoltano promesse titaniche, faremo l’impensabile, cambieremo tutto, mai più come prima, e puntualmente, trascorsi pochi mesi, ecco la litania tornare, stanca ma immortale: questo governo è incapace, questi non capiscono nulla, quelli di prima erano meglio. Poi, come in una commedia che si ostina a riproporre lo stesso atto, il popolo richiama al potere proprio coloro che aveva appena cacciato con fischi e pernacchie.E questi, una volta reinsediati, riescono nel piccolo miracolo di deludere ancora più rapidamente dei predecessori. Non è politica: è pendolarismo dell’anima. L’uomo moderno, che si crede razionale, in realtà vota spesso come tifa.Sceglie una bandiera, un colore, uno slogan, quasi una maglia da stadio.La politica, più che un’arte di governo, è divenuta una curva sud dell’intelletto, dove le idee contano meno dei cori e le ragioni cedono il passo all’appartenenza. A ben vedere, le somiglianze tra tifoseria sportiva e politica sono fin troppo evidenti.Ci sono i fedelissimi che non tradiscono mai, nemmeno davanti al disastro conclamato; ci sono i transfughi dell’ultima ora, pronti a saltare sul carro del vincitore; e ci sono le frange più accese, per le quali il dissenso non è opinione, ma tradimento. Talvolta le une e le altre sfociano persino nello stesso spettacolo: tumulti, fazioni, estremismi, slogan urlati come verità rivelate.Cambia il campo di gioco, non la natura della folla. Il punto, forse, è che nessun governo democratico riesce a durare nella stima popolare perché tutti nascono segnati da un peccato originale: l’essere stati scelti dagli uomini. E l’uomo, si sa, è creatura meravigliosa per costruire cattedrali, scrivere poesie e mandare sonde su Marte; assai meno affidabile quando si raduna in maggioranza. Goethe lo disse con spietata eleganza: nulla è più ripugnante della maggioranza.Parole severe, ma che oggi suonano quasi come cronaca parlamentare. E allora ecco la provocazione dei nostri tempi: se l’essere umano non sa scegliersi chi debba guidarlo, perché non affidare la selezione a qualcosa che, almeno in teoria, non tifa, non si offende, non appartiene a lobby, partiti o consorterie? L’Intelligenza Artificiale, nuova divinità laica del secolo, potrebbe scegliere in base a merito, competenza, risultati, capacità di governo.Niente slogan, niente comizi, niente promesse da luna park elettorale: solo dati, curriculum, efficienza. Via le ideologie imbalsamate.Via i professionisti della poltrona.Via i mestieranti della retorica. Al loro posto, un algoritmo che selezioni i migliori per rimettere in carreggiata questa nostra società sgangherata, che spesso sembra procedere più per inerzia che per visione. Naturalmente, poiché anche le macchine meritano diffidenza, si potrebbe immaginare un secondo livello di controllo: supervisori artificiali che vigilino sull’operato della prima intelligenza.Una sorta di aristocrazia del silicio, austera e incorruttibile. Qualcuno obietterà: e se la macchina si ribellasse?Se Prometeo, stavolta, avesse acceso il fuoco dentro un processore? Ma questa, almeno per ora, appartiene più alla fantascienza che alla cronaca.Il cinema ci ha già avvertiti abbastanza; la realtà, per il momento, continua a essere più modesta e più grottesca. Resta però il sospetto, amaro e sorridente, che il vero pericolo non sia la ribellione della macchina, bensì la perseveranza dell’uomo nel ripetere sempre i medesimi errori, con l’ostinazione di chi cambia cappello credendo di aver cambiato testa. Come diceva Vladimir Lenin, con realismo meno poetico ma non meno efficace, la fiducia è bene, il controllo è meglio. Ed eccoci al punto finale, quello che nessun programma elettorale osa confessare: il popolo non cerca il buon governo, cerca la consolazione. Vuole poter credere, per una stagione, che il nuovo padrone sia diverso dal precedente; salvo poi scoprirlo identico, se non peggiore, e ricominciare il giro della giostra. Così la democrazia, più che il governo del popolo, sembra spesso il suo passatempo preferito: lamentarsi della scelta fatta ieri e prepararsi con entusiasmo a sbagliare quella di domani. Forse l’IA potrà selezionare ministri migliori, amministratori più sobri, statisti meno teatrali.Ma nessun algoritmo, per quanto perfetto, riuscirà mai a correggere il vizio più antico dell’uomo: la speranza ostinata che il prossimo salvatore sia finalmente quello giusto. E allora il finale, alla Montanelli, viene quasi da sé:non è il potere a cambiare il popolo; è il popolo che, instancabilmente, cambia il nome al proprio disinganno. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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L’arte nazionale dell’infelicità

Cronaca semiseria di un Paese che, davanti al sole, preferisce discutere dell’ombra C’è chi nasce poeta, chi matematico, chi violinista. E poi c’è chi nasce infelice. Non per disgrazia, si badi, ma per inclinazione dell’animo, quasi per mestiere. In certi luoghi del mondo l’infelicità è figlia della fame, della guerra, del caos istituzionale. In altri, più comodamente, è diventata una disciplina intellettuale, una postura morale, un elegante vezzo da salotto e da talk show. Le classifiche internazionali ci ricordano, con la severità dei numeri, che nel 2026 i Paesi più infelici restano quelli piegati da crisi profonde: Afghanistan, Zimbabwe, Libano. Lì il dolore ha contorni concreti, spesso drammatici. Da noi, invece, il malessere assume forme più raffinate: non nasce sempre dalla realtà, ma dal modo in cui scegliamo di guardarla. Lo aveva intuito già Marco Aurelio, con quella limpidezza stoica che oggi farebbe impallidire intere redazioni televisive: la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. E qui casca il sipario, o forse si apre la commedia. Perché il pensiero, oggi, sembra aver smarrito il gusto dell’equilibrio. Il dialogo interiore non è più un luogo di riflessione, ma una sala d’attesa per la catastrofe. Ogni fatto è un presagio, ogni notizia un dramma, ogni decisione una prova generale dell’Apocalisse. Il cielo può essere terso, ma qualcuno troverà sempre il modo di denunciare l’eccessiva luminosità. L’infelicità, insomma, non è soltanto condizione: è interpretazione. Schopenhauer, uomo poco incline all’ottimismo, vedeva nel mondo una fonte di strazio. Ma almeno la sua malinconia aveva la nobiltà della filosofia. Oggi, più modestamente, la nostra tristezza si nutre di pettegolezzo, sospetto e indignazione seriale. In politica, soprattutto, si è smesso di discutere il merito per consacrare il dettaglio marginale. Si parla della vita privata di questo o quel leader come se la sorte della Repubblica dipendesse da un messaggio galante o da una cena maldestramente fotografata. Si gridano scandali internazionali, deferimenti, tribunali, rapporti strategici, flotte oceaniche e misteri militari che, se davvero fossero segreti, non campeggerebbero nei titoli dei giornali. I cosiddetti “segreti di Pulcinella” sono diventati la nuova teologia del dibattito pubblico: tutti li conoscono, tutti li commentano, nessuno li comprende fino in fondo. Nel frattempo, i problemi reali attendono in anticamera. La crescita, il lavoro, la scuola, la sicurezza, la qualità della vita: temi meno rumorosi, dunque meno appetibili per chi vive di opposizione permanente o di consenso da tastiera. Ed è qui che l’ironia si fa quasi clinica. L’opposizione, non tutta, ma una parte di essa, sembra aver adottato una forma cronica di daltonismo civico: non distingue più le sfumature, vede tutto in bianco e nero, spesso solo nero. Ogni provvedimento è una sciagura, ogni scelta un attentato, ogni esitazione una crisi irreversibile. Non esiste il grigio della complessità, né il rosso vivo dell’allarme vero: soltanto la tenebra preventiva. È una forma moderna di acromatopsia politica: la realtà privata dei colori per far posto al monocromo dell’indignazione. Eppure la realtà, come la vita, non si lascia ridurre a slogan funebri. Essa contiene luci e ombre, errori e meriti, inciampi e riprese. Chi vede soltanto il lato nero delle cose finisce col diventare prigioniero della propria narrazione, più che oppositore del governo di turno. Forse il punto non è essere ottimisti a ogni costo, ma non fare dell’infelicità un’identità. Criticare è doveroso; lamentarsi per principio è soltanto un modo elegante di non proporre nulla. Montanelli, con la sua lama asciutta, avrebbe forse chiuso così: in Italia non manca la realtà, manca la voglia di guardarla senza le lenti del malumore. E così, mentre il mondo corre tra drammi veri e speranze possibili, noi restiamo lì, impeccabilmente infelici, a discutere del colore della tappezzeria mentre la casa, tutto sommato, è ancora in piedi. Il guaio non è il nero delle cose. Il guaio è chi, per mestiere o per vocazione, ha smesso di vedere l’alba. Giuseppe Arnò *Foto by Canva

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La finestra su Roma

  Il Calcio scompare sostituito dai Reel, il nuovo oppio dei popoli C’era da scommetterci, siamo vicini alla Pasqua e come ogni anno una proverbiale mutazione climatica si abbatte sullo stivale, poco importa se il germogliare di piante e cespugli induceva a pensare all’arrivo della bella stagione. Puntuale come un orologio svizzero, anche se ultimamente la svizzera non è proprio sinonimo di puntualità ed efficienza, l’inganno climatico si è rinnovato ancora una volta, fatto sta che le temperature si sono fatte rigide e i cieli di piombo non lasciando presagire nulla di buono per i giorni delle imminenti festività.  Secondo la statistica Pasqua e Pasquetta sono tradizionalmente piovose tranne rari casi ed il meteo quest’anno sembrerebbe prevedere proprio questa eccezione. Lo scopriremo tra qualche giorno quando milioni di automobilisti si riverseranno sulle autostrade, attraversando il paese da nord a sud per riconnettersi alle proprie radici. Nel frattempo, gli italiani proseguono con il capo chino sul proprio cellulare non curanti di tutto quello che gli ruota attorno. Si certo sono animati, ma da sussulti intensi e sempre più brevi in cui manifestano le proprie opinioni su tutto, dalle guerre alla politica, dal carovita alla crisi energetica e a tutto il resto, salvo poi rimettere il capo chino sul proprio smartphone e anestetizzare la propria coscienza mettendola in stand-by. Una triste realtà che chiunque può vedere in ogni dove, da un vagone della metro a una sala d’attesa ma anche camminando per la strada, dove ognuno immerso visivamente nei 7×15 centimetri del piccolo schermo, non sembra nemmeno più accorgersi del contesto in cui si trova. A generare questa triste realtà è la nuova arma di distrAzione di massa delle coscienze: i “Reel”, tecnicamente brevi video su Instagram e Facebook, con contenuti creativi, musicali o informativi, spesso virali, che includono musica, effetti e montaggi rapidi anche utilizzando AI. Il loro contenuto ipnotico ha la capacità di catalizzare l’attenzione cancellando quello spazio apparentemente inoperoso, ma in cui attraverso la riflessione e i pensieri maturava la nostra coscienza. Uno “scrolling” infinito che, come hanno rivelato studi scientifici, genera una vera e propria sensazione di gratificazione e piacere, dovuta al rilascio della dopamina e rende dipendente da essi. Un potere così forte da neutralizzare la coscienza e la nostra capacità di reazione sociale di massa agli orrori che ci circondano. Così omicidi efferati, ragazzi che si uccidono tra di loro a scuola o cercano di assassinare i loro professori, stupri e barbarie addirittura sui propri figli ed ogni altra forma di abominio diventano quasi invisibili. Per non parlare delle opinioni personali riguardo la scena internazionale formate anche grazie a questi contenuti, creati ad arte per indirizzare le coscienze e spesso zeppi di fake news. Questo imbarbarimento sdogana anche la maleducazione è basta prendere un treno per rendersene conto. Ognuno crede di poter utilizzare lo spazio comune a proprio piacimento, ascoltando ad alto volume questi contenuti e infliggendoli a chi gli è vicino. E non sia mai di farlo notare anche gentilmente, perché di questi tempi per futili motivi come questo si può anche morire accoltellati da qualche balordo. Smartphone e Reel sono il nuovo oppio dei popoli, come lo furono i giochi circensi ai tempi dei romani ed il Calcio ai tempi nostri.  E già perché purtroppo anche il football ha fatto il suo tempo, non certo nel mondo ma in Italia si. A un’ora da Sarajevo nel piccolo catino di Zenica si è appena consumata la tragedia del calcio italiano. Eliminata dalla Bosnia, una nazione che certo non può vantare la nostra tradizione calcistica, l’Italia per la terza volta consecutiva è fuori dal mondiale. Gli artefici di questo scempio sono sempre gli stessi, Gravina e il suo staff di commercianti di sogni, che in otto anni non hanno fatto altro che pensare a come lucrare di più sulla mercificazione delle partite. Hanno trasformato il calcio in un prodotto d’élite che non tutti si possono permettere tradendo la sua vocazione popolare radicata nella cultura del nostro paese. Non se lo possono più permettere i ceti medi e bassi, che non riescono ad accedere ai costosi abbonamenti spezzettati per vedere una singola partita di calcio. Non se lo possono permettere i ragazzi i cui genitori non hanno le risorse economiche che, a differenza del passato, sono necessarie per praticare questo sport. Il risultato è che a praticarlo sono solo i ragazzi di buona famiglia, che inseguono il mito del calciatore ricco e famoso ma dello spirito sportivo non si curano più. Ai campi invece non hanno accesso tutti quei Baggio, Totti, Del Piero e Vialli in erba che rimangono fuori dal giro, e che all’inseguimento dello status di divo calcistico preferiscono ancora sognare l’impresa sportiva. Li trovi ancora a sbucciarsi le ginocchia nei cortili sotto casa e per le strade di periferia, andando a letto con il pallone e risvegliandosi per andare di nuovo a giocare, animati da quella “fame” che fa il campione invece che dall’emulazione di finti eroi miliardari. La politica Gravina, presidente della Figc dal 2028, ha permesso tutto questo rubando i nostri sogni di “notti magiche inseguendo un gol” e mercificando tutto. Nessun investimento federale, nessuna progettualità, solamente un impegno continuo per spremere questo movimento, a partire dal calendario che propone uno spezzatino tv togliendo la magia del momento, fino a svendere la Supercoppa Italiana trasformandola in un teatrino per il ricco palcoscenico dell’Arabia Saudita. Un altro alla terza eliminazione consecutiva e dopo aver cancellato il calcio italiano in meno di dieci anni, si sarebbe dimesso chiedendo scusa a tutti. Invece, nella conferenza stampa dell’immediato dopo partita, l’arroganza cha accompagna il suo mandato gli ha permesso di accampare scuse ridicole provando anche a fare la parte della vittima, rigettando ogni colpa come non sua. Un atteggiamento figlio dei tempi e proprio di uomini che non sanno più prendersi le proprie responsabilità, che non sanno vincere ma che non sono nemmeno capaci di perdere

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L’umanità col cerino acceso

Dal fuoco dei cavernicoli alle scintille della geopolitica: un milione di anni dopo, l’uomo ha imparato quasi tutto. Tranne spegnere l’incendio. Il controllo del fuoco da parte dell’uomo primitivo, ci dicono gli studiosi,  risale a circa un milione di anni fa. Un successo notevole: grazie alle fiamme si poteva cuocere la carne, scaldarsi nelle notti gelide e tenere lontani gli animali feroci. Ma non solo. Attorno al fuoco si imparò anche a raccontare storie, a ballare, perfino, nei momenti di grazia, a fare la pace. Ecco, su quest’ultima voce la specie umana pare non essersi esercitata molto. Perché il fuoco, una volta domato, si è rivelato irresistibile: l’uomo ha scoperto che con esso si possono incendiare boschi, città, animi e perfino dibattiti televisivi. Un progresso tecnologico, diciamo così, piuttosto coerente con il carattere della specie. Lo psichiatra Raffaele Morelli sostiene che per conoscere davvero una cosa bisogna ardere, essere in preda al fuoco. È possibile. Ma qualcuno dovrebbe avergli ricordato il vecchio proverbio: il fuoco nel cuore manda fumo nella testa. E infatti il panorama quotidiano sembra più una grande pirotecnica planetaria che un manuale di civiltà. Si brucia un autobus in Svizzera.Prende fuoco un tram a Milano.Si incendia una petroliera nello stretto più delicato del mondo.S’infuoca la polemica politica.E qualcuno promette addirittura di mettere a ferro e fuoco un referendum, come se la democrazia fosse un barbecue. Insomma: il fuoco non manca. Manca piuttosto l’acqua. Gli unici che da secoli insistono a portarne un secchio sono i Papi. Da Papa Leone XIII a Papa Francesco, il ritornello è sempre quello: pace, pace, pace. Una parola semplice, quasi sospetta nel suo candore, come se fosse rimasta l’ultima invenzione che l’umanità non ha ancora imparato a utilizzare correttamente. Del resto il saluto di Gesù Cristo ai suoi discepoli fu limpido: “La pace sia con voi.” Non “l’incendio”, non “la rappresaglia”, non “il comunicato indignato”. Proprio la pace. Viviamo tempi bui, si dice. E forse è vero. Ma già il filosofo Zenone di Cizio ricordava che non si può parlare della luce senza aver conosciuto il buio. Il problema è che l’umanità sembra aver preso la frase un po’ troppo sul serio: per studiare la luce, continua a incendiare tutto il resto. Considerazione finale: Dopo un milione di anni abbiamo imparato ad accendere il fuoco con un accendino, con un drone e perfino con un tweet. Spegnerlo, invece, resta un mestiere per santi. E infatti i pompieri non bastano mai. Giuseppe Arnò *Foto: Lagazzetta-online.com

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L’Europa tra frizioni, certificati e fine dell’ordine scontato

Dalle passioni referendarie ai venti di Monaco: il tempo delle scuse è finito, quello delle scelte è cominciato C’è qualcosa di pedagogico nell’attualità di questi giorni: ci ricorda che nulla è scontato. Né i sondaggi, né le alleanze, né le virtù civili. Panta rei, dicevano i greci. E noi, più modestamente, lo scopriamo ogni mattina aprendo i giornali. Sul fronte referendario, il magistrato Nicola Gratteri riesce nell’impresa di allontanare gli indecisi. Non è cosa da poco: in un Paese dove l’indecisione è spesso lo sport nazionale, scuoterla significa incidere. L’illustre giurista Antonio Baldassarre, 85 anni, curriculum che attraversa Consulta e Rai, lo stima ma osserva che forse, in questa occasione, “gli è slittata la frizione”. Traduzione elegante: la passione ha preso il volante. Noi continuiamo ad apprezzare Gratteri, ma le parole, specie se pubbliche, non sono coriandoli. E quando volano troppo in alto, qualcuno a destra ringrazia e incassa. A Ravenna, intanto, alcuni medici sono indagati con l’ipotesi di aver “alleggerito” certificati per evitare l’ingresso di migranti irregolari nei CPR. Siamo alle ipotesi di reato, dunque molta prudenza. Ma la scena è già politica: una parte difende a spada tratta, l’altra grida allo scandalo organizzato. In mezzo resta una domanda semplice e scomoda: la legge è uno strumento elastico o una regola comune? Se diventa opzionale, la civiltà giuridica si trasforma in opinione. Sul caso Moretti, con verifiche patrimoniali a Crans-Montana e richieste di chiarezza sugli immobili acquistati, non c’è spazio per ironie. Le vittime sono oltre quaranta, i lesionati pure. Qui il diritto deve essere chirurgico, non retorico. Le discrepanze, se esistono, vanno accertate; i risarcimenti, garantiti. La giustizia non è vendetta, ma nemmeno un labirinto per esperti. E poi Monaco. Alla Conferenza sulla Sicurezza, il segretario di Stato americano Marco Rubio annuncia che il vecchio ordine è finito. L’era post-1945? Archiviata. Le alleanze? Da ripensare. Il cancelliere Friedrich Merz risponde con realismo: gli Stati Uniti non sono abbastanza potenti da agire da soli; l’Europa deve rafforzarsi, ma senza rompere con Washington. Tradotto: l’ombrello atlantico non è più automatico, e la pioggia non aspetta. Siamo in un’epoca di rottura, non di transizione. L’autonomia economica e militare europea non è un vezzo intellettuale, ma una necessità strategica. Servono visione comune, valori condivisi, interessi chiariti. E soprattutto rapidità. Perché la storia non manda promemoria. Tra una frizione e una frattura geopolitica, almeno lo sport ci consola: il medagliere cresce e, per qualche ora, ci ricorda che competere con disciplina produce risultati. Anche la premier Giorgia Meloni, intervenendo all’Assemblea dell’Unione Africana ad Addis Abeba, rivendica un’Italia rispettata e responsabile. Bene. La credibilità internazionale si costruisce così: presenza, continuità, affidabilità. Resta il punto. Abbiamo più disgrazie che grazie. E accusare gli altri è sport antico quanto inutile. Epitteto lo aveva già spiegato meglio di noi: accusare sé stessi è l’inizio della comprensione; non accusare né sé né gli altri è saggezza. L’Europa, se vuole rinascere, deve smettere di cercare colpevoli e cominciare a cercare soluzioni. Perché reinventarsi non è un lusso: è l’unico modo per non diventare una nota a piè di pagina della storia. E la storia, si sa, non fa sconti,  neppure agli indecisi. Giuseppe Arnò

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Cuba nel mirino: ritorno alla Dottrina Monroe o nuova partita globale?

Dalla pressione economica al confronto strategico: cosa c’è davvero dietro l’inasprimento americano contro L’Avana Se il Venezuela è stato il laboratorio, Cuba rischia di diventare il simbolo. L’eventuale dichiarazione di “minaccia straordinaria” nei confronti dell’Avana,  sul modello già utilizzato contro Caracas, non sarebbe soltanto un atto politico, ma un segnale strategico: Washington intende ristabilire un primato netto nell’emisfero occidentale. La domanda vera non è se Cuba rappresenti un pericolo militare per gli Stati Uniti. Non lo è. La domanda è un’altra: quale ruolo intende giocare l’isola nello scacchiere globale e quanto questo ruolo sia tollerabile per Washington. 1. Il ritorno della Dottrina Monroe in versione XXI secolo La Dottrina Monroe, formalizzata nel 1823, sosteneva che l’America Latina fosse zona d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Per decenni è rimasta un principio flessibile, evocato più che applicato. Oggi, però, assume una forma nuova. Non si tratta più di impedire sbarchi europei, ma di contenere la penetrazione sistemica di Russia, Cina e Iran nella regione. Cuba, per posizione geografica e simbolismo politico, è il punto più sensibile: a meno di 150 chilometri dalla Florida, rappresenta una presenza potenzialmente destabilizzante in termini di intelligence, cooperazione militare e narrativa anti-americana. In questo senso, l’inasprimento contro L’Avana non è solo bilaterale. È un messaggio rivolto a Pechino e Mosca: “l’emisfero occidentale resta territorio strategico americano”. 2. La variabile cinese Il fattore determinante non è l’ideologia castrista,  ormai logora,  ma la crescente influenza cinese nei Caraibi e in America Latina. Pechino ha investito in infrastrutture portuali, telecomunicazioni e credito sovrano nella regione. Cuba, in grave crisi economica, ha bisogno di capitali e tecnologia. Se l’isola diventasse un hub logistico o tecnologico legato alla Belt and Road Initiative, la questione smetterebbe di essere simbolica per diventare strategica. Washington non può permettersi,  dal suo punto di vista,  una presenza strutturata cinese a poche miglia dalle sue coste. 3. Il precedente venezuelano: regime change “soft”? L’esperienza venezuelana ha mostrato che un intervento diretto è politicamente costoso e militarmente imprevedibile. L’opzione preferita negli ultimi anni è stata quella del soffocamento economico progressivo, combinato con pressione diplomatica e sostegno a forze interne di opposizione. Un eventuale approccio analogo a Cuba punterebbe a: aumentare il costo economico della sopravvivenza del regime; favorire fratture interne nell’élite politico-militare; ottenere una transizione controllata, evitando il caos migratorio. La variabile migratoria, infatti, è centrale: ogni crisi cubana si traduce in flussi verso la Florida, con impatto diretto sulla politica interna statunitense. 4. La dimensione interna americana Non si può leggere la questione senza considerare il peso dell’elettorato cubano-americano in Florida. Storicamente sensibile alla linea dura contro L’Avana, esso influenza gli equilibri presidenziali. Una postura aggressiva contro Cuba consolida consenso in uno Stato chiave. La politica estera, talvolta, è anche politica elettorale. 5. Il rischio di un effetto boomerang Tuttavia, la strategia presenta rischi: Rafforzare la narrativa anti-americana in America Latina. Spingere Cuba ancora più decisamente verso Russia e Cina. Generare instabilità economica con conseguenze umanitarie e migratorie. L’Unione Europea, tradizionalmente favorevole al dialogo con L’Avana, potrebbe trovarsi in posizione divergente rispetto a Washington, complicando ulteriormente il quadro occidentale. 6. Cosa vuole davvero Washington? Non necessariamente un crollo spettacolare del regime. Più probabilmente, un riallineamento strategico: riduzione dei legami con potenze rivali, apertura economica controllata, maggiore permeabilità agli interessi occidentali. In altre parole: meno rivoluzione e più pragmatismo. Conclusione Cuba non è più il teatro romantico della Guerra Fredda. È un tassello di una competizione globale tra potenze. Se l’America “colpisce ancora”, lo fa non per nostalgia ideologica, ma per calcolo geopolitico. Resta da capire se la pressione produrrà apertura o irrigidimento. La storia dell’isola insegna che L’Avana sa resistere, ma sa anche adattarsi quando la sopravvivenza lo impone. Nel frattempo, i Caraibi tornano a essere ciò che non hanno mai smesso di essere: un mare piccolo, ma tremendamente strategico. Mimmo Leonetti

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Quando muore un fisico e il mondo resta rumoroso

  Zichichi, l’antimateria e le solite pietre italiane Viviamo tra cose destinate a morire, intra peritura vivimus, ricordava Seneca con l’eleganza dei classici che non avevano ancora conosciuto i talk show. Ma quando muore un uomo, aggiungeva John Donne, non si strappa una pagina dal libro: la si traduce in una lingua migliore. Oggi quella lingua, per chi sa ascoltarla, parla di fisica, di dubbi, di fede e di un certo orgoglio italiano che raramente sappiamo maneggiare con sobrietà. La fisica italiana saluta Antonino Zichichi, scomparso a 96 anni. Piange il genio e piange l’eredità: dalla fisica nucleare alla divulgazione scientifica, dal CERN all’INFN, dalla scoperta dell’antideutone a mezzo secolo di dibattito pubblico. Scienziato discusso, perché in Italia il talento che non si discute non è talento, ma indiscutibilmente eccellenza. Uno di quelli che, anche quando non convincevano, costringevano a pensare. E non è poco. Il Nobel lo ha solo sfiorato. Lui, con la schiettezza di chi non ha tempo per la falsa modestia, anni dopo disse: «Avrebbero dovuto darmelo già tre volte». Forse aveva ragione, forse no. Ma il Nobel, si sa, è una creatura sensibile agli equilibri geopolitici, alle mode scientifiche e alle correnti di corridoio. Zichichi resta comunque tra i massimi fisici del suo tempo, stimato e riconosciuto ben oltre i nostri confini, che sono sempre stati più stretti nella testa che sulle mappe. In patria, invece, gli toccò anche l’onore effimero della politica. Rosario Crocetta, allora presidente della Regione Siciliana, lo volle assessore ai Beni culturali e poi lo liquidò con una battuta memorabile: «Non se ne poteva più, bisognava lavorare e invece parlava di raggi cosmici». Come dire: colpa grave, in Sicilia, parlare di stelle quando ti chiedono di contare le pietre. Forse, suggerì Crocetta, sarebbe stato meglio usarlo come esperto. In Italia i geni funzionano sempre meglio come consulenti postumi. Zichichi non separava fede e scienza con il filo spinato ideologico. Sosteneva che nessuna scoperta scientifica potesse negare l’esistenza di Dio e criticava tanto il darwinismo dogmatico quanto il creazionismo militante. Ragione e fede, ricordando un assioma, sono le due sponde dello stesso fiume. Gandhi gli avrebbe fatto compagnia: ci sono territori dove la ragione si ferma e la fede non contraddice, ma trascende. Ora che cavalca davvero le forze dell’universo, possiamo augurargli un approdo sereno. Se c’è un ordine cosmico, uno come lui avrà già chiesto spiegazioni. Per il resto, come spesso accade quando muore un uomo grande, il Paese torna subito alle sue abitudini rumorose. E allora la giriamo a musica, perché altro non si può fare in questo nostro Stato affettuosamente squinternato. Antoine cantava: Tu sei bello e ti tirano le pietre. Parafrasando: sei di destra, e non puoi lavorare. Andrea Pucci, Paolo Petrecca, Beatrice Venezi hanno in comune una colpa imperdonabile: non essere dichiaratamente di sinistra. Per alcuni sedicenti esperti, basta questo per decretare l’incompetenza professionale. La censura resta una brutta cosa, a destra come a sinistra. Clare Boothe Luce lo disse meglio di chiunque altro: la censura, come la carità, dovrebbe iniziare a casa, ma a differenza della carità, dovrebbe fermarsi lì. Nel frattempo, i sondaggi ci consolano come sempre. Il Sì al referendum sulla giustizia 2026 risale al 52,5%, il No si ferma al 47,5%. Numeri che oscillano con la stessa leggerezza con cui oscillano le convinzioni. E intanto lo sport ci regala qualche scheggia di allegria: Olimpiadi in crescendo per l’Italia, almeno lì il cronometro è più sincero dei commentatori. Zichichi non c’è più. Il rumore resta. Ma ogni tanto, nel frastuono, qualcuno ascolterà ancora una voce che parlava di antimateria mentre noi discutevamo di fazioni. E forse capirà che il vero scandalo, in questo Paese, non è chi guarda troppo in alto, ma chi non alza mai lo sguardo. Giuseppe Arnò

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Apocalisse a breve termine

  Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano. Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta. L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più. Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni. Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali. In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio. Conclusione Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale. Giuseppe Arnò

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Trump, l’Europa ringrazia

Dai talk show di lana caprina al ceffone americano che ha svegliato Bruxelles x C’è un curioso filo rosso che unisce i salotti televisivi della politica italiana ai palazzi ovattati dell’Unione Europea: l’arte sublime del perdere tempo. Un talento coltivato con dedizione, risorse pubbliche e una certa ostinazione al sonno profondo. Basta accendere la RAI, per esempio. Nella trasmissione Il Confronto di ieri sera si è discusso, come sempre, di inflazione, rottamazioni e dell’eterna, commovente contesa tra ricchi e poveri. Una disputa che dura dai tempi di Noè, attraversa il Medioevo e arriva integra, senza una ruga, fino ai nostri studi televisivi. Con una novità: ora la percentuale dei poveri sarebbe diminuita. Ma attenzione, replica immediata dell’opposizione: dentro quel dato ci sono anche i lavoratori in cassa integrazione, i semi-occupati, i quasi-occupati e, probabilmente, pure qualche santo in paradiso. Il risultato è noto: le stesse musiche, gli stessi spartiti, gli stessi solisti che si alternano con foga, senza che il concerto produca una sola nota nuova. Viene allora da chiedersi se questi talk show abbiano ancora una funzione civile o se siano diventati una forma di arredamento televisivo: stanno lì, occupano spazio, consumano risorse e danno l’illusione che qualcosa si muova. Nel frattempo, i cittadini pagano il biglietto. Del resto, ricchi e poveri sono sempre esistiti. Anche in musica: basti pensare ai Ricchi e Poveri, glorioso gruppo genovese, che almeno aveva il pregio di non prendersi troppo sul serio. In politica, invece, ogni dato è buono solo per essere smentito, relativizzato, smontato e rimontato fino a diventare innocuo. E se una percentuale scende, non è mai merito di qualcosa che funziona, ma di un trucco contabile ben nascosto. Forse, più che l’economia, andrebbe riformulato il palinsesto RAI. Ma questo è un discorso che vale anche, e soprattutto, per l’Europa. L’Unione Europea, infatti, da anni vive in uno stato di torpore elegante: molte parole, molte commissioni, molte unanimità richieste e pochissime decisioni prese. Una macchina perfetta per non decidere nulla su tutto ciò che conta davvero. Ucraina, difesa, politica estera, energia: ogni volta si arriva a un vertice e si riparte con un comunicato. Qualcosa, però, sembra essersi incrinato. Complice il recente asse Italia-Germania, ma soprattutto grazie a un personaggio che l’Europa ama detestare: Donald Trump. Il tycoon sarà antipatico, anti-diplomatico, imprevedibile e poco ortodosso, ma ha fatto una cosa che Bruxelles non riusciva più a fare da sola: ha dato la sveglia. La vicenda della Groenlandia, con le sue minacce muscolari e fuori registro, ha avuto un effetto miracoloso. Per la prima volta da tempo, l’Europa si è ricompattata. Ha capito che senza una testa unica, senza una struttura decisionale snella e senza superare il freno dell’unanimità, resterà un grande mercato e una piccola potenza. Un continente che commenta il mondo invece di guidarlo. Meglio tardi che mai, ci ricorda una vecchia commedia televisiva di Luca Manfredi. Anche se, come ammoniva Theodor Seuss Geisel, si è fatto tardi molto presto. E allora sì, tocca dirlo sottovoce, magari storcendo il naso: se l’Europa si riformerà davvero, se smetterà di sonnecchiare e inizierà finalmente a decidere, una parte del merito andrà anche a lui. Trump non è una soluzione. È stato uno schiaffo. Ma a volte, nella storia, gli schiaffi servono più delle carezze. E l’Europa, da tempo, dormiva profondamente. Giuseppe Arnò

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Il mondo brucia, noi timbriamo il cartellino

Missili ipersonici, rivolte soffocate, terre messe all’asta e scioperi fuori tempo massimo: breve catalogo delle follie contemporanee   a Mentre in Iran la protesta corre affiancata alla repressione, come due binari che portano allo stesso precipizio, Mosca alza la posta e gioca la carta dei missili ipersonici. Vladimir Putin ha lanciato per la prima volta l’Oreshnik su Kiev: un messaggio più che un’arma, di quelli che non cercano una risposta diplomatica ma un brivido lungo la schiena dell’Europa. Le cancellerie europee hanno reagito come da copione: dichiarazioni «inaccettabili», sopracciglia corrugate, comunicati stampa. Il tutto con l’efficacia di un ombrello contro un bombardamento. Forse, invece di infilarsi sotto il letto come fanno i cani quando scoppiano i fuochi d’artificio, sarebbe il caso di ricordare che con la Russia non si tratta a colpi di aggettivi, ma,  piaccia o no,  con rapporti di forza credibili. Gli Stati Uniti osservano, calcolano, monetizzano. Sulle disgrazie altrui si può sempre costruire un margine di profitto: l’Iran è ancora un terreno “spremibile”, l’Ucraina lo è già stata a lungo. Gli ayatollah lo sanno: se la repressione diventa strage, le visite indesiderate non tardano mai troppo. Questa non è morale, è geopolitica. E fingere di non capirlo non cambia la realtà. Intanto, come se tutto ciò appartenesse a un altro pianeta, l’Italia sciopera. Sciopera come se il mondo fosse fermo, come se i missili fossero un problema da telegiornale e non un rischio concreto. Sciopera per riflesso condizionato, per tradizione, per abitudine. Un rito stanco, celebrato mentre la storia accelera. E poi c’è la Groenlandia, messa idealmente all’asta come un bene di una massa fallimentare globale: ghiaccio, risorse, posizione strategica. Nel grande mercato delle follie, anche l’Artico ha il suo cartellino col prezzo. Il mondo va a fuoco, le potenze giocano con fiammiferi e dinamite, e noi discutiamo di turni, slogan e proclamazioni. Forse non è follia. È peggio: è distrazione organizzata. E la storia, si sa, non aspetta chi è in sciopero. Giuseppe Arnò

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