Morto Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica.

  Morte di Ratko Mladić, ex generale serbo-bosniaco passato alla storia come “carnefice di Srebrenica”. Polemiche internazionali sugli annunciati funerali di Stato con onori militari in Serbia    Si tratta d’una notizia già digerita dai media. Ratko Mladić, il “boia di Goradze e Srebrenica”, è morto il 27 agosto 2026, ad 84 anni d’età, presso l’ospedale del centro di detenzione delle Nazioni Unite dello stadsdeel (“parte di città”, suddivisione amministrativa di grandi comuni nederlandesi) di Scheveningen (periferia de L’Aia, Den Haag, Paesi Bassi).    Era nato il 12 marzo 1942 a Božanovići (municipio di Kalinovik), a circa 65 chilometri a sud di Sarajevo.    L’ex comandante militare jugoslavo e, successivamente, capo di stato maggiore dei serbo-bosniaci durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, stava scontando l’ergastolo in via definitiva, pena comminata il 22 novembre 2017 (e confermata in appello l’8 giugno 2021) dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ, organo giudiziario delle Nazioni Unite incaricato di perseguire i crimini commessi nella nazione implosa negli anni successivi al 1991).    Mladić era stato condannato per il contributo e la partecipazione a 4 azioni criminali organizzate (Joint Criminal Enterprises) attinenti a persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e disumano di popolazioni, attacco a civili e presa in ostaggio di personale dell’ONU. Sulla mole di misfatti atroci (stupri e “pulizia etnica” compresi) s’ergeva la carneficina di Srebrenica (in Bosnia ed Erzegovina orientale, a circa 140 chilometri a nord-est di Sarajevo), con più di quantificati 8.300 bosniaci musulmani uccisi tra il 6 luglio ed il 25 luglio 1995, riconosciuta quale genocidio.    Ratko Mladić, dopo anni di latitanza, connivenze e protezione in Serbia ed in seguito a continue pressioni internazionali, veniva arrestato, infine, il 26 maggio 2011 in base ad una segnalazione anonima. Sarebbe stato individuato nel villaggio di Lazarevo (comune di Zrenjanin, distretto del Banato Centrale, provincia autonoma della Vojvodina), ad un’ottantina di chilometri a nord-est di Belgrado, dove viveva sotto il falso nome di Milorad Komadić. Accertata la sua reale identità, tra il 31 maggio ed il 1º giugno 2011 era stato estradato a L’Aia per essere sottoposto a processo presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (costituito il 25 maggio 1993 e sciolto il 31 dicembre 2017).    La Serbia ha annunciato per Mladić un contestato funerale di Stato con onori militari. N.B. – Riproduco la pagina da me scritta per il numero de “L’Altra Cronaca” di giugno 2010 (“Quando la memoria è corta. E spesso vigliacca… WANTED! Ratko Mladić”), riguardo all’allora ancora ricercato. Un testo che risentiva emotivamente di quanto rilevato e documentato personalmente e poi ampiamente pubblicato, nel corso di miei reportage in varie aree del conflitto in Bosnia ed Erzegovina, correndo seri pericoli, tra il 1992 ed il 1994. Claudio Beccalossi  

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Il voto degli italiani serve davvero?

Tra promesse ricorrenti e delusioni croniche cresce una domanda sempre più diffusa: nelle condizioni attuali il voto è ancora uno strumento di cambiamento o soltanto un rito che legittima decisioni già prese? di Giuseppe Arnò   La domanda è semplice: il voto degli italiani serve ancora? Se si parla del voto religioso, la risposta è sì. È una promessa solenne fatta a Dio, un impegno che vincola la coscienza di chi lo pronuncia. Così osservava Nicodemo durante la recente agorà del sabato sera nella piazzetta cittadina, dedicata proprio alla pratica del voto. Ben diversa è la questione quando si passa dall’altare alle urne. «Ma a che serve votare?», domanda Yiannis con il sorriso ironico di chi sospetta già la risposta. Il voto avrebbe forse un senso pieno solo se comprendesse anche il diritto di veto. Perché, nella pratica, troppo spesso si vota non per qualcuno, ma contro qualcun altro. In teoria il voto è lo strumento con cui una comunità decide al termine di un confronto democratico. In pratica è diventato, per molti, il semplice atto conclusivo di campagne elettorali costruite su promesse destinate a consumarsi il giorno dopo lo scrutinio. È celebre una frase, attribuita senza certezza a Mark Twain: «Se votare servisse davvero a qualcosa, non ce lo farebbero fare.» Autentica o meno, fotografa un sentimento sempre più diffuso. L’astensionismo cresce a ogni consultazione. Non è soltanto disinteresse: è sfiducia. Molti cittadini sono convinti che il voto d’opinione finisca per soccombere al voto di scambio, al clientelismo, agli interessi di parte. E quando il consenso si compra o si distribuisce come una merce, la democrazia perde credibilità. Dal tramonto della Prima Repubblica sono cambiati partiti, simboli e leader, ma le promesse sembrano rimaste le stesse. Ogni legislatura ricomincia da capo, come se quella precedente non fosse mai esistita. Il Belice, a oltre mezzo secolo dal terremoto, e Amatrice ricordano quanto facilmente gli impegni solenni svaniscano. Viene spontaneo il monito virgiliano: Ab uno disce omnes. Qualcuno, al termine dell’agorà, cita Carl William Brown: «Voi votate un partito e questo vi frega; allora ne votate un altro e questo vi frega; ritornate al primo e questo vi frega ancora. Questa è la vera democrazia: essere liberi di scegliere chi vi frega.» La battuta fa sorridere, ma lascia un retrogusto amaro. “Il voto resta il fondamento della democrazia. Ma senza responsabilità degli eletti diventa un rito. E i riti, da soli, non cambiano la realtà.” Per dirla alla Montanelli: «Il problema non è che gli italiani votino troppo poco. È che, troppo spesso, dopo aver votato,  cambia troppo poco da giustificare la fatica di tornare alle urne.» * Foto archivio lagazzetta-online.com

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Amor vincit omnia. Tranne la prassi

Virgilio resiste da oltre duemila anni. Noi, invece, riusciamo a smentirlo ogni mattina: la burocrazia soffoca i sentimenti, la politica li piega alla convenienza e il mondo continua a chiamare realismo quella che spesso è soltanto indifferenza. di Giuseppe Arnò «Omnia vincit amor», scrive Virgilio nelle Bucoliche. In italiano: l’amore vince su tutto. Tre parole che attraversano i secoli senza perdere un grammo della loro forza. Caravaggio ne fece il titolo di uno dei suoi dipinti più celebri; poeti, scrittori e filosofi vi hanno trovato un principio universale. Evidentemente erano tutti meno aggiornati di noi. Oggi l’amore vince su tutto, purché non incontri un regolamento, una circolare, una convenienza politica o una procedura amministrativa. Eppure quella massima continua a riaffiorare nei luoghi più impensati. Al Ghisallo, nel 2006, all’inaugurazione del Museo del Ciclismo voluto da Fiorenzo Magni accanto al Santuario della Madonna patrona dei ciclisti, fu collocata una pietra con l’iscrizione Omnia vincit amor, poi benedetta da papa Benedetto XVI. Un omaggio che dice molto: i motti immortali finiscono scolpiti nella pietra quando gli uomini non riescono più a scolpirli nella vita. Persino Leonardo da Vinci, uomo inquieto, sempre in viaggio tra corti e città, probabilmente privo di un amore stabile nel senso tradizionale, ritornava con frequenza a immergersi nelle sue annotazioni per riflettere sull’amore come forza capace di muovere il mondo. Aveva intuito ciò che la scienza avrebbe poi spiegato con altre parole: senza una forza che tenga insieme gli uomini, tutto si disperde. E noi, invece, ci ostiniamo a tirare il freno a mano. Se l’universo vive di equilibrio e movimento, l’umanità sembra specializzata nel bloccarli entrambi. Sono tre parole, in fondo. Non quelle latine, ma quelle che ciascuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta: “Ti voglio bene.” Claudio Villa, Vittorio De Sica e tanti altri hanno saputo trasformarle in musica. Noi, più modestamente, spesso le trasformiamo in una notifica sul cellulare. Poi arriva la cronaca. Il principe Harry e Meghan, secondo indiscrezioni, potrebbero tornare a vivere a Londra sei anni dopo l’addio ai doveri reali. Se sarà vero, qualcuno dirà che l’amore ha richiamato a casa ciò che il protocollo aveva allontanato. Virgilio, forse, sorriderebbe. Molto meno poetica è un’altra notizia. La Svezia si aggiunge agli Stati europei che riprendono a trasferire in Italia i migranti secondo il regolamento di Dublino. Tutto perfettamente conforme alle norme, ci mancherebbe. Ma è qui che il latino lascia il posto al burocratese: non trionfa l’amore, trionfa la prassi. E la prassi, si sa, non scrive versi. L’Europa ci ricorda di essere una comunità quando si tratta di proclamare valori; torna una somma di interessi nazionali quando si tratta di condividerne il peso. Anche questo, probabilmente, è un modo di voler bene. Molto continentale, molto regolamentato. La massima di Virgilio ha attraversato oltre duemila anni rimanendo fedele a sé stessa. Noi, invece, siamo riusciti a modernizzarla. Oggi sembra suonare così: Amor vincit omnia, salvo diversa disposizione dell’autorità competente. È il destino del bruto mondo: conservare i grandi ideali nelle biblioteche, inciderli sul marmo, citarli nei discorsi ufficiali e dimenticarli appena diventano scomodi. Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. Montanelli, che rimproverava agli italiani di conoscere poco la propria storia, probabilmente annuirebbe. Perché chi dimentica i classici finisce inevitabilmente per dimenticare anche le lezioni che custodiscono. E allora non resta che una consolazione: Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. * Foto by Ultimate fhoto Blender remix

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“Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie.” Umberto Eco

La stampa dovrebbe raccontare i fatti. Peccato che, prima di arrivare al lettore, i fatti debbano attraversare titoli, redazioni, opinioni, ideologie e qualche indispensabile aggettivo. Così la verità, quando finalmente arriva, spesso non si riconosce più. di Giuseppe Arnò La verità è una signora piuttosto permalosa. Non ama essere tirata per la giacca, non gradisce che le si mettano parole in bocca e, soprattutto, detesta essere costretta a stare tutta intera dentro un titolo di nove colonne. Eppure, ogni mattina, la stampa ci prova. Lorenzo Milani poneva una domanda che, ancora oggi, conserva una fastidiosa attualità: quale giornale nasce davvero per informare e quale, invece, per influenzare il lettore in una determinata direzione? È una domanda scomoda. E le domande scomode, si sa, hanno sempre avuto vita difficile nei giornali. Sono molto più fortunate quelle che consentono una risposta già pronta. La teoria vorrebbe che il giornalista raccontasse i fatti e lasciasse al lettore il compito di giudicarli. La pratica, qualche volta, funziona diversamente: il fatto entra dalla porta della redazione, viene accolto dal titolo, interrogato dal caporedattore, sottoposto all’editorialista, vestito con un aggettivo e finalmente accompagnato in prima pagina. A quel punto è diventato un’opinione. E magari nemmeno tanto male. Napoleone Bonaparte, che di potere se ne intendeva, sosteneva di temere più tre giornali ostili che mille baionette. Aveva capito tutto. La baionetta, almeno, si vede arrivare. Il giornale invece si presenta al mattino con l’aria innocente di chi porta le notizie e finisce per portare, insieme alle notizie, anche il modo in cui dovremmo pensarle. È il grande miracolo della carta stampata: non basta raccontare ciò che è successo; bisogna anche spiegare al lettore come dovrebbe sentirsi mentre lo legge. E qui entra in scena il titolo. Lyndon B. Johnson scherzava dicendo che, se una mattina avesse camminato sulle acque del Potomac, i giornali del giorno seguente avrebbero titolato: “IL PRESIDENTE NON SA NUOTARE”. Una battuta, certo. Ma anche una piccola lezione di giornalismo. Perché il fatto che un uomo cammini sulle acque dovrebbe essere una notizia straordinaria. Ma se il giornale decide di raccontarla come una dimostrazione della sua incapacità natatoria, il miracolo è già finito. Il lettore, intanto, compra il giornale e pensa di aver comprato la realtà. Arthur Miller immaginava il buon giornale come una nazione che parla a se stessa, che si guarda allo specchio e si racconta. Immagine bellissima. Peccato che, qualche volta, lo specchio sia deformante. E così la nazione si guarda e scopre di essere molto più bella, molto più brutta, molto più intelligente o molto più stupida di quanto non fosse cinque minuti prima. Dipende dal giornale. Borges osservava, con quella sua raffinata ironia, quanto il carattere tipografico possa trasformarsi in una certificazione di verità. Se una notizia viene stampata a caratteri enormi, molti finiranno per considerarla vera. È un fenomeno curioso: più grande è il titolo, più piccola diventa la voglia di verificarlo. Il lettore legge: “SCANDALO!” e non si domanda più quale sia lo scandalo. Legge: “È BUFERA!” e cerca immediatamente il cappotto. Legge: “CLAMOROSO!” e si sente quasi in dovere di rimanere scandalizzato. Il punto esclamativo, ormai, sembra avere sostituito il punto interrogativo. Eppure Giovanni Floris ci ricorda una distinzione interessante: il giornalista può essere fazioso, il giornalismo no. Verissimo. Solo che il giornalismo, poveretto, è fatto di giornalisti. E sono i giornalisti a decidere quali fatti meritino una pagina, quali un trafiletto e quali, più semplicemente, il cestino. Il silenzio, in fondo, è una delle forme più eleganti della censura: non bisogna dire che una cosa è falsa. Basta non parlarne. Umberto Eco, con la consueta cattiveria intellettuale, arrivava persino a sostenere che i giornali non siano fatti per diffondere le notizie, ma per coprirle. A questo punto il lettore avrebbe tutto il diritto di domandarsi perché continui a comprarli. Forse per abitudine. Forse per nostalgia. O forse perché, nonostante tutto, un buon giornale continua a essere una delle poche cose capaci di farci discutere con qualcuno che non la pensa come noi. E non è poco. Il problema non è che i giornali abbiano un’opinione. Il problema nasce quando l’opinione si traveste da fatto e il fatto viene trattato come opinione. È allora che la verità comincia a sudare. E in questa estate che sembra avere dichiarato guerra al termometro, non è proprio il caso di farla soffrire ulteriormente. Forse sarebbe meglio tornare all’antica agorà. Dopo cena, quando il sole finalmente si decide a tramontare, ci si siede in piazza e si discute. Uno dice la sua. L’altro lo contraddice. Il terzo sostiene di avere ragione. Il quarto, naturalmente, ha un cugino che conosce personalmente chi era presente ai fatti. Alla fine nessuno convince nessuno. Ma almeno si è parlato. E magari, fra una discussione e l’altra, qualcuno ricorderà Confucio: abbiamo due vite, e la seconda comincia quando ci accorgiamo che ne abbiamo una sola. Una riflessione che, in fondo, suggerisce una soluzione assai ragionevole. Non vale la pena consumare l’unica vita che abbiamo litigando per stabilire quale giornale possieda la verità assoluta. Leggiamone magari due o tre. Confrontiamoli. Dubitiamo. Pensiamo. E, soprattutto, conserviamo il diritto di dire: “Non lo so.” È una frase poco utilizzata, perché non fa vendere copie, non procura applausi e non permette di impartire lezioni al prossimo. Ma è spesso il punto esatto dal quale comincia la ricerca della verità. Il resto è stampa. E la stampa, come tutte le cose umane, ha il grande difetto di essere fatta da uomini. Quindi, se proprio dobbiamo scegliere tra una verità incerta e una certezza ben stampata, scegliamo la prima. E poi andiamo a prendere un sorbetto al limone. Fa meno rumore, non pretende di convincere nessuno e, almeno lui, quando si scioglie non lascia dubbi su dove sia finita la sostanza. Montanelli, da qualche tavolino più in là, probabilmente avrebbe osservato la scena con quel sorriso che conosciamo. Avrebbe lasciato che gli altri discutessero animatamente sulla verità. Poi avrebbe assaggiato il sorbetto, guardato il termometro e concluso: “Signori, sulla verità

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Volere è potere. Ma non sempre.

TRUMP, GLI AYATOLLAH E IL POVERO HORMUZ di Giuseppe Arnò La guerra è sempre sul punto di cominciare, la pace sempre sul punto di arrivare. Nel frattempo, il mondo aspetta e il petrolio presenta il conto Volere è potere. Ma non sempre. E quando di mezzo ci sono Donald Trump e gli Ayatollah, il vecchio proverbio sembra perdere qualche colpo. Del resto, ci aveva già pensato Dante, secoli fa, a metterci in guardia: «Non può tutto la virtù che vuole». Una frase che, osservando il teatrino mediorientale di questi giorni, potrebbe essere appesa all’ingresso della Casa Bianca e, con qualche modifica, anche a quello di Teheran. Trump annuncia che l’accordo è vicino. Teheran risponde che non è vero. Trump rilancia. Teheran smentisce. Trump insiste. Teheran prende tempo. E il giorno dopo si ricomincia da capo, come in quelle interminabili partite a ping-pong nelle quali nessuno riesce a segnare il punto decisivo. La diplomazia, ormai, sembra essersi trasformata in una gara di comunicati. Uno dice una cosa, l’altro la nega, il primo corregge, il secondo precisa e alla fine nessuno sa più se si stia trattando per la pace o per stabilire chi abbia pronunciato l’ultima parola. L’unica certezza è che la partita non finisce mai. Trump, dal canto suo, continua a promettere che l’intesa è a portata di mano. Gli Ayatollah, invece, fanno sapere che non c’è nulla di fatto. E così l’accordo, come certi treni delle nostre ferrovie, sembra sempre in arrivo, ma nessuno riesce a vederlo entrare in stazione. In mezzo a questo spettacolo c’è lui: lo stretto di Hormuz. Un povero stretto che, se avesse avuto la possibilità di scegliere, probabilmente avrebbe preferito trovarsi da qualche altra parte. Magari tra due isole deserte, lontano dalla politica internazionale e dai suoi protagonisti. Invece si ritrova proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato. E, soprattutto, nel posto dove passa una parte fondamentale del petrolio mondiale. Hormuz, dunque, non parla. Ma se potesse farlo, forse si rivolgerebbe ai due litiganti con parole semplicissime: «Signori, se proprio dovete discutere, fatelo pure. Ma, per favore, non venite a litigare sulla mia porta. Ho già abbastanza traffico!» Il problema è che, mentre Trump e Teheran giocano a chi resiste di più, il conto lo paga il resto del mondo. Il petrolio sale, i mercati si agitano, gli investitori diventano nervosi e i consumatori, come sempre, scoprono che le crisi internazionali finiscono per arrivare anche al distributore sotto casa. È la vecchia storia: i grandi discutono, i piccoli pagano. Trump parla di «ultima chance» per l’Iran. Ma anche questa non è esattamente una novità. Di ultime chance, nella storia, ne abbiamo viste parecchie. Alcune sono diventate penultime, altre terzultime e qualcuna, con sorprendente longevità, continua a essere l’ultima da anni. Però, questa volta, sarebbe davvero il caso di prendere sul serio la parola ultima. Perché nessuno può permettersi che il tira e molla diventi una spirale senza fine. Non gli Stati Uniti, non l’Iran e nemmeno quel povero Hormuz che, senza aver mai chiesto nulla, rischia di diventare il protagonista involontario di una crisi che potrebbe travolgere ben più delle sue acque. La pace non è una resa. Un accordo non è una sconfitta. E fare un passo indietro, qualche volta, non significa perdere: significa evitare che siano gli altri a perdere tutto. Qui, probabilmente, Montanelli avrebbe alzato un sopracciglio, osservato la scena e ricordato che, in politica, il buon senso è spesso la virtù più rara e il compromesso la più difficile da vendere. Eppure è proprio lì che bisogna arrivare. Trump e gli Ayatollah possono continuare a scambiarsi dichiarazioni, ultimatum e smentite. Ma prima o poi dovranno decidere se vogliono avere ragione o se vogliono avere pace. Perché la storia, quando si stanca di aspettare, presenta il conto. E quello, a differenza delle promesse di accordo, arriva sempre puntuale. Quanto a Hormuz, possiamo solo augurargli buona fortuna. E magari, per una volta, che i grandi della Terra si ricordino di una regola elementare: se due litigano sul ponte, prima o poi rischia di cadere anche il ponte.

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Trump e il grande gioco del mondo

Tra guerre che dovrebbero finire, alleanze che potrebbero cambiare e protocolli trattati come coriandoli, il Presidente americano sembra giocare una partita tutta sua. Peccato che il resto del mondo non sia stato avvertito.   di Giuseppe Arnò   C’è un vecchio proverbio che invita a non svegliare il can che dorme. Donald Trump, invece, sembra preferire un metodo diverso: svegliare il cane, accarezzarlo, provocarlo, offrirgli un biscotto e poi chiedersi perché abbia cominciato ad abbaiare. È il suo stile. Un metodo che, nella politica americana, ha certamente una sua efficacia scenica. Il problema è che la politica internazionale non è un reality show e il mondo, a differenza del pubblico televisivo, non può cambiare canale quando la puntata diventa troppo complicata. E così eccoci qui, ancora una volta, a domandarci: Ma a che gioco giochiamo, Mr. President? Shakespeare, tra il 1598 e il 1599, scriveva Much Ado About Nothing, Molto rumore per nulla. Quattro secoli dopo, il titolo sembra conservare una sorprendente attualità. Perché nella grande commedia geopolitica contemporanea si fa un rumore assordante, si agitano minacce, si convocano vertici, si annunciano svolte storiche e, alla fine, ci si ritrova spesso al punto di partenza. Con una differenza, però. Nel frattempo, qualcuno ha pagato il biglietto. E qualcun altro ha pagato il conto. La vicenda iraniana è lì a ricordarcelo. Dopo mesi di tensioni e di guerra, la domanda più semplice è anche quella più imbarazzante: che cosa è realmente cambiato? Il regime non è scomparso. L’Iran non si è dissolto. Le tensioni regionali non sono evaporate. Anzi, gli equilibri geopolitici sembrano essersi complicati ulteriormente e le diverse anime del potere iraniano potrebbero aver trovato nuovi motivi per stringersi attorno alla propria componente militare. Insomma, si voleva cambiare il quadro e si è finito per ridipingere la cornice. Il che, in diplomazia, non è esattamente la stessa cosa. Machiavelli, che di queste faccende aveva una certa esperienza, ammoniva che “si cominciano le guerre quando altri vuole, ma non quando altri vuole si finiscono”. Una verità tanto elementare che, proprio per questo, viene spesso dimenticata. Le guerre sono facili da dichiarare. La pace, invece, ha il difetto di richiedere pazienza. E la pazienza, nella politica contemporanea, sembra diventata una merce rara. Trump, in questo senso, è figlio del suo tempo e, contemporaneamente, ne è un´espressione perfetta. Ha portato nella politica internazionale il linguaggio del businessman: trattare, rilanciare, minacciare, sorprendere, cambiare posizione, tornare al tavolo. La diplomazia, però, ha regole meno elastiche. Le alleanze hanno memoria. I trattati hanno una certa testardaggine. E le bombe, purtroppo, non leggono i comunicati stampa. Il Presidente americano sembra talvolta considerare la geopolitica come una grande sala riunioni dove ogni interlocutore può essere sostituito con un altro, purché l’affare finale sia conveniente. E così gli amici possono diventare partner, i partner interlocutori, gli interlocutori potenziali avversari e gli avversari, con un colpo di penna, futuri amici. È la diplomazia del “mai dire mai”. Una filosofia rispettabile, forse. Ma un po’ inquietante quando a praticarla è la maggiore potenza militare del pianeta. Nel frattempo, il Medio Oriente cambia pelle. L’Arabia Saudita assume un peso sempre più rilevante nelle nuove geometrie regionali, mentre le relazioni tra Washington, Riyadh e Gerusalemme sono destinate inevitabilmente a produrre qualche apprensione e parecchie domande. Perché anche in politica internazionale vale una vecchia regola di buon vicinato: se cambi improvvisamente compagnia, qualcuno, nella vecchia compagnia, potrebbe offendersi. E Netanyahu, che di politica conosce certamente le sottigliezze, avrà probabilmente osservato la scena con quella particolare attenzione che si riserva ai cambiamenti meteorologici quando si è appena steso il bucato. Il vero problema, tuttavia, non è soltanto chi sia oggi il compagno di merenda di Washington. È capire dove si voglia andare domani. Perché Hormuz e Bab el-Mandeb non sono semplici nomi esotici sulla carta geografica. Sono due dei punti più delicati del commercio mondiale. Se lì qualcosa si inceppa, il problema non rimane in Medio Oriente: viaggia sulle navi, attraversa i mercati e arriva puntualmente nelle tasche dei cittadini. Il petrolio sale. I trasporti costano di più. Le merci rincarano. E il cittadino, davanti allo scaffale del supermercato, si domanda quale colpa abbia mai commesso per dover finanziare, con il prezzo della spesa, l’ennesima crisi geopolitica. La risposta è semplice: nessuna. Ma è comunque lui a pagare. Ed è qui che torna la domanda iniziale: quale fosse, esattamente, la logica dell’operazione anti-Iran, oggi non è facilissimo comprenderlo. Forse la strategia esiste. Forse è molto sofisticata. Forse è così sofisticata che nessuno, tranne chi l’ha concepita, riesce ancora a vederla. Trump, del resto, non sembra ragionare secondo il manuale classico dello stratega. Il suo metodo assomiglia più a quello del negoziatore che entra in una stanza, guarda tutti negli occhi e dice: «Vediamo chi ha più bisogno di me.» Non è necessariamente un metodo sbagliato. Ma, applicato alle guerre, presenta qualche inconveniente. Perché un affare si può annullare. Una guerra no. Un contratto si può rinegoziare. Un morto no. E qui, forse, sta la differenza tra il business e la storia. Con l’Ucraina, poi, il rapporto tra guerra, difesa e interessi economici è diventato un tema sempre più presente nel dibattito internazionale. È naturale che le grandi potenze pensino anche ai propri interessi. Lo fanno tutti. Ma sarebbe bene ricordare che, quando le armi entrano in scena, il mercato non è mai l’unico protagonista. Ci sono uomini. Ci sono donne. Ci sono bambini. E ci sono generazioni che erediteranno le conseguenze di decisioni prese da persone che, spesso, non ne subiranno direttamente le conseguenze. Questo dovrebbe bastare a consigliare prudenza. Ma la prudenza, oggi, sembra avere un difetto imperdonabile: non fa notizia. Fa notizia l’annuncio. Fa notizia la minaccia. Fa notizia il colpo di scena. La pace, invece, generalmente no. La pace è silenziosa. E, in un mondo che vive di rumore, rischia di sembrare quasi sospetta. Poi c’è il futuro politico. Perché ogni presidente pensa al proprio Paese, ogni leader pensa alla propria eredità e ogni politico, anche il più disinteressato, possiede almeno

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Chi la dura la vince (e chi molla consegna le chiavi)

Dal campo centrale di Wimbledon alle tribune del mondo: la perseveranza resta l’unica rivoluzione che non può essere censurata. di Giuseppe Arnò Ci avevano detto che il talento fosse tutto. Poi è arrivato il mercato a venderci il successo in comode rate, la politica a prometterlo a ogni legislatura e i social a confezionarlo in video da trenta secondi. Così abbiamo finito per credere che bastasse apparire. Peccato che la realtà, ostinata come una vecchia maestra, continui a premiare chi resiste. Lo aveva capito molto prima di noi Calvin Coolidge, quando osservava che nulla al mondo può prendere il posto della perseveranza. Non il talento: il mondo abbonda di persone straordinariamente dotate che non hanno concluso granché. Non il genio: quello incompreso è diventato quasi una categoria professionale. Non l’istruzione: gli archivi della storia sono pieni di laureati rimasti spettatori della propria esistenza. Solo perseveranza e determinazione continuano a fare la differenza. Una lezione che il tennis ha appena rimesso sotto gli occhi di tutti. A Wimbledon, Jannik Sinner è tornato sul trono. Dopo una finale estenuante, combattuta punto su punto, ha saputo rimontare lo svantaggio iniziale contro Alexander Zverev, mantenendo lucidità, forza mentale e qualità tecnica per quasi quattro ore. Il risultato finale racconta una vittoria. Quello che non racconta il tabellone è il numero infinito di allenamenti, sacrifici, sconfitte, dolori muscolari e giornate storte che hanno costruito quel successo. Il talento lo aveva già. La perseveranza lo ha trasformato in campione. Ecco perché il vecchio proverbio continua a funzionare meglio di tante moderne teorie motivazionali: chi la dura la vince. Il problema è che, uscendo dal Centrale di Wimbledon, il mondo sembra giocare un altro sport. Ci siamo lentamente adattati a un’esistenza nella quale tutto dev’essere immediato: opinioni istantanee, indignazioni a tempo, felicità in abbonamento, informazione consumata più velocemente di un caffè al banco. Il cittadino è stato promosso a consumatore permanente, purché non faccia troppe domande. Il cosiddetto nuovo ordine mondiale,  qualunque volto gli si voglia attribuire,  sembra aver capito un principio elementare: un popolo distratto è infinitamente più governabile di un popolo perseverante. Così ci si accontenta. Una birra, un panino, la partita della domenica, qualche polemica sui social e il giorno passa. Domani sarà uguale a ieri, ma con uno smartphone più aggiornato. È una forma di anestesia collettiva che non ha bisogno di catene: basta convincere le persone che nulla possa davvero cambiare. Eppure la storia racconta esattamente il contrario. Ogni conquista civile, ogni libertà, ogni progresso autentico è nato dalla testardaggine di qualcuno che si è ostinato quando tutti gli consigliavano di lasciar perdere. Noi continuiamo a credere che un cambiamento sia possibile. Forse prima europeo, poi, chissà, anche più ampio. Non perché immaginiamo improbabili paradisi terrestri, ma perché rifiutiamo l’idea che il cinismo sia diventato l’unico modo adulto di guardare il mondo. Forse non cambieremo la storia. Forse i potenti continueranno a riscrivere le regole mentre noi cercheremo ancora di capire il regolamento. Forse assisteremo ad altri ordini, contrordini, emergenze permanenti, verità provvisorie e slogan confezionati con la data di scadenza incorporata. Ma almeno non avremo rinunciato al diritto di pensare, discutere e dissentire. Robert Schuller ricordava che i tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì. Victor Hugo aggiungeva che perseverare è il segreto di tutti i trionfi. Due osservazioni che, nell’epoca delle scorciatoie universali, suonano quasi rivoluzionarie. Perché la perseveranza ha un difetto insopportabile per chi pretende di dirigere il traffico della storia: rende gli uomini liberi. E gli uomini liberi sono difficili da catalogare, impossibili da addomesticare e, soprattutto, ostinatamente inclini a pensare con la propria testa. Pennellata finale, con un sorriso alla Montanelli Alla fine, il mondo continuerà probabilmente a dividersi in due categorie. Da una parte quelli che spiegano perché nulla possa cambiare. Dall’altra quelli che, con ostinazione quasi irritante, continuano a provarci. I primi sono sempre molto richiesti nei salotti televisivi. I secondi, qualche volta, finiscono per cambiare la storia. E, come insegna Sinner, quasi mai al primo set. * Ultimate Photo Blender mixture

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Cambiare tutto, purché non cambi nessuno

Dall’Italia all’Europa, dalla politica alla Chiesa, il cambiamento è diventato lo slogan preferito di chi dimentica che la prima rivoluzione comincia sempre davanti allo specchio. C’è una parola che gode di un successo ininterrotto. Non conosce crisi, alternanze politiche né sconfitte elettorali. È una parola che si adatta a tutti i programmi, a tutte le stagioni e a tutte le maggioranze, comprese quelle che ancora devono nascere: cambiamento. Ogni congresso lo promette. Ogni manifestazione lo invoca. Ogni leader lo annuncia con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il fuoco. Si cambia l’Italia, si cambia l’Europa, si cambia il mondo. Manca soltanto qualcuno che proponga di cambiare il sistema solare, ma probabilmente è solo questione di tempo. Il problema è che il cambiamento, quello autentico, è un mestiere difficile. Richiede competenza, disciplina, autocritica e, soprattutto, la rara capacità di mettere in discussione se stessi prima degli altri. Qualità assai meno popolari degli slogan e infinitamente meno redditizie dal punto di vista elettorale. Del resto, Il Gattopardo aveva già archiviato la questione con una delle più celebri sentenze della letteratura: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Oggi, però, si è riusciti perfino a peggiorare il paradosso. Si annuncia il cambiamento senza cambiare nulla e, nel frattempo, si riesce ugualmente a peggiorare ciò che già funzionava poco. Molti secoli prima, Platone aveva intuito dove iniziasse ogni autentica rivoluzione: non nelle piazze, nei parlamenti o nei social network, ma nell’ordine interiore dell’uomo. Prima di rifare il mondo, suggeriva, sarebbe opportuno rimettere in ordine il proprio cuore. Un consiglio di una semplicità quasi offensiva, proprio perché pretende responsabilità personali invece di colpe collettive. Anche Viktor Frankl, sopravvissuto agli orrori della storia, ricordava che quando non possiamo cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi. È una lezione che continua a risultare sorprendentemente impopolare. Cambiare sé stessi richiede sacrificio; cambiare gli altri basta prometterlo. E così ogni stagione politica ricomincia da capo. L’8 luglio, ad esempio, il cosiddetto Campo Largo si ritroverà a Napoli con uno slogan che promette di “cambiare l’Italia”. È un diritto, naturalmente, ed è persino auspicabile che chiunque ambisca a governare desideri migliorare il Paese. Il dubbio nasce altrove: possiede davvero gli strumenti per riuscirci? E, soprattutto, è disposto a cambiare prima i propri metodi, i propri limiti, le proprie contraddizioni? Perché la storia insegna una regola tanto semplice quanto spietata: le capacità non si improvvisano e i miracoli non si pianificano in conferenza stampa. Il motivatore americano Jim Rohn osservava che, per raggiungere grandi obiettivi, occorre modificare i propri sogni oppure accrescere le proprie capacità. È una formula tanto elementare quanto raramente applicata. Più comodo scegliere una terza via, quella immortalata dalla saggezza lombarda: “tirèmm innanz”. Andiamo avanti così, confidando che la realtà, per stanchezza, finisca con l’adattarsi alle nostre illusioni. Naturalmente non è un’esclusiva della politica. L’umanità intera coltiva questa illusione. Persino la Chiesa, che dispone di ben altri strumenti morali rispetto ai partiti, continua a scontrarsi con l’immutabilità del cuore umano. Anche Leone XIV, nei suoi primi mesi di pontificato, ha richiamato con forza alla fraternità, alla pace, alla responsabilità verso i più deboli e alla ricomposizione delle divisioni interne. Ma le guerre continuano, le contrapposizioni ecclesiali non evaporano e l’uomo resta ostinatamente affezionato ai propri pregiudizi. Segno che nemmeno l’autorità morale più alta dispone della bacchetta magica quando manca la disponibilità personale a cambiare. In fondo, la vera riforma è sempre la meno frequentata: quella di sé stessi. È faticosa, silenziosa e non produce fotografie di gruppo né hashtag di successo. Non riempie le piazze, ma cambia davvero le persone. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così poco praticata. La politica continua a promettere di cambiare il mondo. Il mondo, con ostinata ironia, continua a chiedere ai suoi riformatori un curriculum che cominci dallo specchio. Siamo certi che  Montanelli, davanti alla parola “cambiamento” usata come slogan universale, avrebbe alzato un sopracciglio e osservato: «In Italia il cambiamento è come l’orizzonte: tutti lo indicano, nessuno ci arriva.» Giuseppe Arnò * Foto archivio proprio

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Il Vangelo e la scialuppa

Tra la carità cristiana e la contabilità dello Stato corre la stessa distanza che separa il sermone dalla finanziaria. Il Papa salva le anime; i governi cercano di non far affondare la barca.   Quando Papa Leone afferma che la remigrazione «non gli sembra una risposta cristiana», svolge semplicemente il suo mestiere. E lo svolge bene. Del resto, sarebbe curioso il contrario: un Pontefice che invitasse all’indifferenza, alla durezza o alla chiusura del cuore susciterebbe qualche perplessità perfino nei più tiepidi frequentatori delle navate. Il Papa ragiona con il metro del Vangelo, e il Vangelo non conosce uffici immigrazione, quote di bilancio o statistiche sulla criminalità. Conosce l’uomo, la sua sofferenza e il dovere morale di soccorrerlo. È la sua missione e nessuno può seriamente rimproverargliela. Il problema nasce quando le parole del pastore scendono dal pulpito e si accomodano sulla scrivania del ministro dell’Interno, dell’economista o del sindaco di una città già alle prese con scuole insufficienti, ospedali sovraffollati e bilanci che arrancano peggio di certi pellegrini sulla Via Francigena. Qui la carità incontra la realtà, e le due non sempre passeggiano a braccetto. Esiste infatti una differenza sostanziale tra il dovere morale di accogliere e la possibilità materiale di farlo. Una differenza che non nasce dalla cattiveria, ma dall’aritmetica. Se una barca è costruita per dieci persone, imbarcarne cento può essere un gesto generoso; resta però un modo assai efficiente per mandare a fondo tutti, equipaggio compreso. Non è una bestemmia ricordarlo. È semplicemente il riconoscimento di quel vecchio principio latino, est modus in rebus: ogni cosa ha una misura, e perfino le virtù, quando ignorano la realtà, rischiano di trasformarsi in problemi. Naturalmente esiste remigrazione e remigrazione. Le leggi distinguono tra chi ha diritto alla protezione e chi non lo ha, tra chi rispetta le regole del Paese che lo ospita e chi le considera un fastidioso suggerimento. Stabilire tali differenze non è compito di crudeli pagani assetati di respingimenti, ma di amministratori chiamati a tutelare la convivenza civile, la sicurezza e i diritti tanto dei cittadini quanto degli stranieri che rispettano le regole. Il Papa, dal canto suo, continuerà a chiedere misericordia. E fa bene. Che altro dovrebbe chiedere un Papa? Una volta i Pontefici disponevano anche del potere temporale e potevano misurare direttamente il peso delle decisioni terrene. Oggi esercitano soprattutto quello spirituale, che è già un compito immenso. Per questo le sue parole meritano ascolto, ma non necessariamente applicazione letterale. Il Vangelo indica la direzione della coscienza; lo Stato deve anche fare i conti con la geografia, l’economia e la natura umana, che raramente collaborano con gli evangelisti. In fondo la questione è tutta qui: le anime non hanno confini, gli Stati sì. E la politica, piaccia o no, è l’arte di amministrare i secondi senza dimenticare le prime. Un equilibrio difficile, che nessuna predica può risolvere e nessun decreto può sostituire. Come accade spesso, il Papa ricorda agli uomini ciò che dovrebbero essere. I governi, più modestamente, cercano di gestire ciò che gli uomini sono. E tra queste due verità corre la stessa distanza che separa il Paradiso dall’ufficio anagrafe. I santi salvano il mondo con i miracoli. I ministri, non disponendo dello stesso ufficio, devono arrangiarsi con i regolamenti. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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“Si vis pacem… ma prima svegliati”

Tra etichette politiche registrate e nostalgie televisive, l’Europa discute mentre il mondo affila le lame. E chi resta fermo, di solito, resta indietro. O peggio.   C’è un curioso talento europeo che meriterebbe il riconoscimento UNESCO: la capacità di convocare tavoli per decidere se convocare altri tavoli. Nel frattempo, fuori dalla sala riunioni, il mondo cambia registro e passa dal minuetto al tamburo di guerra. Ci si distrae volentieri, certo. Una grazia concessa o negata, un marchio politico registrato con entusiasmo notarile, piccoli fuochi d’artificio che illuminano il cortile mentre la casa scricchiola. Questioni legittime, per carità, ma irrilevanti come discutere del colore delle tende mentre arriva l’uragano. Eppure i segnali sono lì, neanche troppo nascosti. Chi ha memoria storica, o almeno un abbonamento alle serie d’epoca, ricorderà come negli anni che precedettero la Seconda Guerra Mondiale qualcuno si riorganizzava in fretta, mentre altri preferivano riflettere con calma. Riflettere, si sa, è nobile. Ma non sempre è sufficiente. Oggi la scena ha contorni diversi ma dinamiche familiari. La Germania, con pragmatismo teutonico e senza troppe esitazioni esistenziali, investe, pianifica, costruisce. Non fa filosofia: fa bilanci. E soprattutto li esegue. Altri Paesi osservano, alcuni imitano, la Spagna inclusa, che scopre improvvisamente virtù belliche dopo improvvise epifanie contabili. Nel frattempo, la Unione Europea si interroga: esercito unico? Coordinamento? Collegamento con la NATO? Una domanda tira l’altra, come le ciliegie, ma senza mai arrivare al dessert. E mentre si discute di architetture istituzionali, altri costruiscono, non metaforicamente. Il linguaggio ufficiale parla di “ciclo che si autoalimenta”, di “tensioni regionali”, di “incertezza strategica”. Tradotto: non sappiamo bene cosa fare, quindi facciamo riunioni. Intanto il riarmo cresce, non sempre in carri armati ma in tecnologia, algoritmi, sistemi invisibili che decidono guerre prima ancora che inizino. E qui la contabilità diventa creativa: spese che cambiano etichetta, capitoli di bilancio che si travestono da difesa per rispettare parametri che nessuno vuole davvero verificare. Poi c’è il dettaglio, minuscolo, quasi trascurabile, che gli Stati Uniti sembrano avere altre priorità. Non abbandonano, ma nemmeno accudiscono più come un tempo. E allora il vecchio motto latino torna a bussare alla porta: prepararsi alla guerra per mantenere la pace. Non perché sia bello, ma perché ignorarlo è peggio. Il problema, semmai, è un altro: l’Europa vuole essere protetta o adulta? Perché le due cose, a un certo punto, non coincidono più. E così, mentre il mondo accelera, noi contempliamo. Con eleganza, certo. Con spirito critico, indubbiamente. Ma anche con una certa lentezza che rischia di diventare irrilevanza. Montanelli, se fosse qui, forse alzerebbe il sopracciglio e direbbe che gli europei sono sempre pronti a morire per un’idea, purché non si debba prima prenderne una. E aggiungerebbe, con quella sua ironia asciutta: non è il riarmo che spaventa, è il sonno di chi dovrebbe decidere quando svegliarsi.   Giuseppe Arnò * Foto creativa mix

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