Schegge di filosofia

Dal pensare al fare: l’etica del libero pensiero contro il conformismo Mimmo Leonetti, Accademico Filosofico del Libero Pensiero, richiama l’importanza di coniugare la riflessione critica con l’azione responsabile: perché le idee acquistano valore quando contribuiscono a migliorare la società. ROMA – Pensare senza agire può trasformarsi in una sterile speculazione, incapace di incidere sulla realtà. Agire senza pensare, al contrario, rischia di condurre al caos, al dogmatismo e all’errore. È nell’equilibrio fra riflessione e azione che si colloca il significato più autentico della maturità intellettuale e civile. È questo, in sintesi, il nucleo della riflessione proposta da Mimmo Leonetti, Accademico Filosofico del Libero Pensiero, in occasione della seconda edizione dell’International Masonic Symposium, organizzata da Alessandro Benini e incentrata sul tema «Dal Pensare al Fare». In un’epoca caratterizzata dalla rapidità dell’informazione, dalla ricerca della prestazione immediata e dal rischio di nuovi conformismi ideologici, Leonetti richiama l’attenzione sul valore della libertà di coscienza, dell’indipendenza intellettuale e della responsabilità individuale. «Il pensiero non può ridursi a mera speculazione astratta o a sterile esercizio retorico», osserva il filosofo e saggista. «In una società dominata dalla cultura dell’iper-prestazione e dal giudizio immediato, il primo atto di autentica resistenza spirituale e civile è il recupero del tempo della riflessione. Ma la riflessione ha senso solo se si traduce in un’etica operativa: il “Pensare” deve farsi “Fare”, trasformandosi in una presenza responsabile, equilibrata e costruttiva all’interno della comunità». Il rapporto fra pensiero e azione, dunque, non dovrebbe essere interpretato come una contrapposizione fra due dimensioni separate, bensì come un processo unitario. La riflessione orienta l’agire, mentre l’esperienza concreta sottopone le idee alla verifica della realtà. È un equilibrio dinamico, nel quale la mente concepisce e la mano realizza: due momenti complementari di un medesimo percorso. Il dubbio come antidoto al dogmatismo A sostegno della propria analisi, Leonetti richiama il motto latino Nullius in verba, tradizionalmente associato alla Royal Society, che invita a non affidarsi ciecamente all’autorità altrui, ma a verificare le affermazioni attraverso l’esperienza e le prove. Un principio che, trasferito sul piano filosofico e civile, sollecita il pensiero autonomo e il rifiuto delle verità accolte senza esame critico. A questo si accompagna il richiamo ad agire iuxta propria principia, secondo i propri principi, con coerenza e consapevolezza. Non si tratta, tuttavia, di rivendicare un’indipendenza fine a se stessa, né di trasformare le convinzioni personali in nuove certezze indiscutibili. La libertà intellettuale trova il proprio significato più alto quando si accompagna alla disponibilità al confronto, alla verifica delle proprie idee e al rispetto della dignità altrui. Nel suo contributo critico-analitico, il saggista prende inoltre in esame i rischi di una società nella quale il fare, inteso come produzione incessante e prestazione continua, può finire per prevalere sulla capacità di comprendere, valutare e scegliere. «Il pensiero non è sterile solipsismo, bensì fondazione metodologica dell’azione», sottolinea Leonetti, richiamando anche la lezione naturalistica e razionalista di Bernardino Telesio. L’azione, per essere autenticamente costruttiva, deve trovare fondamento nella riflessione e tradursi in una testimonianza etica e civile nella vita della comunità. Dalla riflessione alla responsabilità civile Il passaggio dal pensare al fare non può quindi esaurirsi in un semplice invito al pragmatismo. Esso comporta, piuttosto, l’assunzione di una responsabilità: tradurre le convinzioni in comportamenti coerenti, contribuire alla tutela della dignità umana, promuovere la giustizia e favorire il progresso civile. È lungo questa direttrice che si colloca il percorso di ricerca e divulgazione di Mimmo Leonetti, impegnato da oltre trent’anni nello studio e nella promozione del libero pensiero, della storia del pensiero laico e delle questioni filosofiche e giuridiche. Un impegno che pone al centro il dialogo interculturale e l’autonomia della coscienza, considerati elementi essenziali per una società democratica e pluralista. La riflessione proposta in occasione del Simposio riporta così al centro una questione tutt’altro che astratta: quale valore possono avere le idee se non sono capaci di orientare le nostre scelte? E, simmetricamente, quale direzione può prendere l’azione quando rinuncia al vaglio della ragione? La risposta non richiede formule solenni. Pensare senza fare significa rischiare di lasciare il mondo così com’è; fare senza pensare, invece, può significare cambiarlo senza sapere in quale direzione. La vera maestria consiste nel tenere insieme entrambe le dimensioni: perché il pensiero indichi la strada e l’azione abbia il coraggio di percorrerla. Redazione Foto by Canva

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Il forte non cede mai: la filosofia contro la barbarie del nostro tempo

Nel solco di 35 anni di impegno accademico, il filosofo e giurista Mimmo Leonetti analizza la crisi dell’uomo moderno e lancia un appello alla ricostruzione. IL TRIBUNALE DELLA COSCIENZA E LA RIFONDAZIONE DELL’UMANO: IL MONITO DI MIMMO LEONETTI In un’epoca in cui l’umanità sembra aver smarrito la propria bussola ontologica, accettando passivamente una condizione di scarto esistenziale, la filosofia torna a far sentire la sua voce rigorosa. È un verdetto lucido e severo quello che il filosofo e giurista Mimmo Leonetti consegna alla riflessione pubblica, coronando trentacinque anni di impegno accademico a favore del libero pensiero. Leonetti denuncia una mutazione antropologica radicale guidata dalle logiche di mercato, dove il tradimento non è più eccezione ma norma tacita, e la dignità della coscienza viene barattata con l’utilitarismo. In una società trasformata in “tribunale della furbizia”, l’individuo si dissolve nel ciclo produttivo e la parola data perde ogni valore. Eppure, contro il cedimento morale, il filosofo evoca l’antico adagio classico: Fortis cadere non potest. Il vero “forte” non è il cinico che trionfa nel potere, ma chi custodisce la propria sovranità interiore. L’ingiustizia può colpire la carne, ma non il santuario della coscienza; la vera caduta è solo l’abdicazione ai propri princìpi. Per superare questa bancarotta spirituale, Leonetti propone un’alleanza per la ricostruzione dell’umano. Un appello che investe i cittadini, chiamati a rifiutare la passività; la Politica, che deve sottrarsi alla tecnica per ridiventare giustizia; e gli intellettuali, custodi della critica radicale contro le false libertà. La sfida odierna non è una battaglia contingente, ma la salvezza dell’essenza umana dalla barbarie dell’insignificanza. Di fronte a un mondo che si sgretola, la filosofia risponde con l’affermazione irriducibile della dignità: il pensiero retto non si sottomette e il forte, pur inciampando nelle asperità della storia, non cederà mai. * L’Autore: Mimmo Leonetti (nato a Montalto Uffugo, CS, nel 1963) è un filosofo, giurista e saggista italiano. Studioso dell’oratoria antica, della retorica forense e della filosofia della libertà, concentra le sue ricerche sulla difesa dei diritti dell’uomo e sulla critica radicale del potere. È autore di importanti saggi di approfondimento culturale, tra cui “Uomini in fuga: Il Don Chisciotte Calabrese” e “Il tempio scozzese 1778”. Da oltre trentacinque anni è una voce di riferimento del libero pensiero accademico. 

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Il mondo al contrario: pochi sul tappeto rosso, miliardi sul lastrico

Dai dieci milioni del Ct Ancelotti ai due dollari al giorno dei più poveri: il pianeta distribuisce fortune con generosità selettiva. E chi dovrebbe cambiare le regole? C’è qualcosa di singolare in questo nostro mondo: per alcuni, dieci milioni di euro all’anno sono il giusto compenso per dare calci a un pallone da bordo campo; per altri, due dollari al giorno rappresentano il confine tra la sopravvivenza e la fame. E guai a mettere in discussione il sistema: si rischia di passare per invidiosi, populisti o, peggio ancora, nemici del merito. Prendiamo Carlo Ancelotti, commissario tecnico del Brasile, che secondo una graduatoria pubblicata dalla Bild e ripresa dalla stampa italiana percepirebbe dieci milioni di euro a stagione. Un signore del pallone, indubbiamente. Alle sue spalle, Jürgen Klopp, con sette milioni, e Mauricio Pochettino, con 6,8. Seguono altri illustri colleghi, tutti impegnati nella nobile missione di portare una nazionale alla vittoria. E, quando la vittoria non arriva, pazienza: certe sconfitte, a quanto pare, non incidono troppo sul conto corrente. Sia chiaro: non è una questione personale. Ancelotti e gli altri possono essere professionisti eccellenti, e nessuno pretende che lavorino gratis. Il punto è un altro: come si giustifica una simile sproporzione? Quale servizio reso all’umanità può spiegare compensi che, in un solo anno, equivalgono a migliaia di vite di lavoro per chi guadagna appena il necessario per arrivare a sera? E non prendiamocela soltanto con il calcio. Manager di grandi aziende, vertici finanziari, divi dello spettacolo, campioni dello sport e protagonisti dell’arte appartengono, ciascuno nel proprio ambito, a un universo di remunerazioni che sembra obbedire a una legge economica tutta sua. Una legge nella quale il valore di una persona non si misura necessariamente in utilità sociale, ma nella capacità di generare profitti, attrarre pubblico, muovere capitali o alimentare il desiderio collettivo di acquistare un biglietto, una maglia o un sogno. Intanto, dall’altra parte della barricata, c’è il resto del mondo. Secondo le stime della Banca Mondiale, circa 700 milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema, con meno di 2,15 dollari al giorno, secondo la soglia utilizzata nelle rilevazioni cui si riferiscono questi dati. E la povertà non è soltanto un portafoglio vuoto: è la mancanza di cibo, cure mediche, istruzione, lavoro e prospettive. È non poter scegliere, perché la necessità ha già scelto al posto tuo. Anche in Italia, Paese industrializzato e membro del club delle economie avanzate, milioni di persone sperimentano la povertà assoluta. Una condizione che non si risolve con una predica sull’impegno individuale, né con l’invito, sempre rivolto ai più deboli, a stringere la cinghia. Del resto, la cinghia può essere stretta soltanto finché rimane qualcosa da stringere. I numeri globali, pur variando secondo le fonti e gli anni di riferimento, raccontano una concentrazione della ricchezza impressionante. Una quota esigua della popolazione dispone di risorse smisurate, mentre miliardi di esseri umani faticano a soddisfare bisogni elementari. E la globalizzazione, che avrebbe dovuto allargare le opportunità, rischia così di trasformarsi in una sorta di glebalizzazione: pochi proprietari del castello e una moltitudine di servi della gleba, magari con lo smartphone in tasca, ma senza la sicurezza di mettere insieme il pranzo con la cena. Ogni tanto qualcuno propone di cambiare rotta. Si invocano una fiscalità più equa, limiti agli eccessi, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, una diversa distribuzione delle opportunità. Si scrivono saggi, si organizzano convegni, si pronunciano discorsi solenni. Per qualche giorno sembra che il mondo sia sul punto di rinsavire. Poi la macchina riparte, i mercati rassicurano, i potenti si congratulano fra loro e tutto torna al suo posto. Ognuno al proprio posto, naturalmente. Perché il problema non è soltanto la ricchezza di pochi, ma il sistema che consente a quella ricchezza di accumularsi e riprodursi, mentre chi nasce in condizioni svantaggiate deve affrontare ostacoli che il talento, da solo, non sempre riesce a superare. E chi dovrebbe riscrivere le regole? Proprio coloro che, grazie alle regole vigenti, occupano le posizioni più comode. Qui torna opportuna la domanda di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi? Tradotto nella lingua dei nostri giorni: chi imporrà un limite a chi ha il potere di decidere i limiti degli altri? Naturalmente, non si tratta di livellare tutti verso il basso, di abolire il merito o di trasformare ogni differenza di reddito in un peccato capitale. Una società libera ha bisogno di iniziativa, competenza, impresa e persino di ambizione. Ma fra premiare il merito e consacrare il privilegio esiste una distanza che non si misura in spiccioli. E fra una ricompensa legittima e un compenso smisurato, mentre milioni di persone non hanno il necessario, dovrebbe pur esserci spazio per una riflessione. Seneca sosteneva che è ricco chi sa adattarsi alla povertà. Bella massima, soprattutto se pronunciata da chi può permettersi di filosofare. Il comune mortale potrebbe replicare che adattarsi è una cosa, essere costretti a farlo è un’altra. E che la fame, diversamente dalla filosofia, non si placa con una sentenza latina. Allora, che fare? Auspicare una rivoluzione morale, invocare politici illuminati, attendere un improbabile risveglio delle coscienze? Possiamo certamente provarci. Ma sarebbe ingenuo credere che basti indignarsi per modificare un meccanismo planetario nel quale interessi economici, potere politico e consenso pubblico si sostengono spesso a vicenda. E così, mentre pochi contano milioni e molti contano le monete, noi continuiamo a discutere di giustizia sociale, equità e dignità umana. Temi nobilissimi, purché non disturbino troppo chi siede ai tavoli dove si decidono gli affari. Quanto al diluvio universale, suggerito ironicamente come soluzione estrema da qualche spirito esasperato, sarebbe forse un rimedio un tantino sproporzionato: rischierebbe di travolgere, insieme ai privilegiati, anche chi non ha mai avuto nemmeno un ombrello. Non resta dunque che recriminare, con la consapevolezza che la satira può mettere a nudo le contraddizioni, ma non sempre riesce a scalfirle. E, quando la ragione non trova ascolto e la realtà continua a presentare il conto ai soliti noti, ci soccorre la saggezza popolare napoletana: «A chiàgnere ’nu muorto so’ làcreme pèrze». A

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Duro da uccidere: quando lo Stato sbaglia persino a giustiziare

Due iniezioni letali non bastano a uccidere Christa Pike. E se la giustizia ha bisogno di un secondo tentativo, forse è arrivato il momento di interrogarsi sulla giustizia stessa. «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettono uno esse medesime e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1764. Duro da uccidere (Hard to Kill), film del 1990 con Steven Seagal, è tornato d’attualità per una vicenda nella quale, purtroppo, non c’è nulla di cinematografico. Nel Tennessee, Christa Pike, condannata a morte per l’omicidio di Colleen Slemmer, diciannovenne, commesso nel 1995, è sopravvissuta a due somministrazioni del farmaco letale previsto dal protocollo di esecuzione. Trasportata in ospedale, è rimasta in condizioni critiche. Il governatore Bill Lee ha disposto una revisione indipendente dell’accaduto e sospeso le altre esecuzioni previste nello Stato per il resto del 2026. Lo riferisce l’Associated Press. A quanto pare, il regolamento contemplava una seconda dose nel caso in cui la prima non avesse prodotto l’effetto previsto. Ma che cosa fare se anche il secondo tentativo fallisce? Qui il manuale sembra ammutolire. La burocrazia, così meticolosa quando deve stabilire come morire, pare meno previdente quando qualcuno si ostina a restare vivo. Ecco il paradosso: uno Stato che si proclama garante della legalità, ma che, nel momento in cui amministra la morte, rischia di trasformare la procedura giudiziaria in un supplizio. Due iniezioni, una vita ancora appesa a un filo e una domanda che non può essere liquidata come un inconveniente tecnico: quanta sofferenza può essere inflitta in nome della giustizia prima che sia la giustizia stessa a perdere la propria ragion d’essere? Se Pike sopravviverà, si porrà inevitabilmente la questione del suo destino giudiziario. La grazia, o la commutazione della pena, meriterebbe almeno di essere presa seriamente in considerazione. Non perché il delitto debba essere dimenticato, né perché la vittima e i suoi familiari abbiano meno diritto alla giustizia, ma perché la risposta dello Stato non può ridursi a una gara contro il battito cardiaco di un essere umano. Potremmo allora invocare, con una punta di amara ironia, il ne bis in idem: non si punisce due volte una persona per il medesimo fatto. Naturalmente, sul piano giuridico, il principio non significa che un’esecuzione fallita equivalga automaticamente all’espiazione della condanna. Ma sul piano umano la provocazione resta: davvero la soluzione consiste nel riprovare, come se si trattasse di correggere un errore di stampa? E se il protocollo prevede due tentativi, ma non chiarisce che cosa accada dopo, il problema non è soltanto il vuoto normativo. È il vuoto di una concezione della giustizia che si illude di rendere civile la morte semplicemente rivestendola di procedure, camici e formule amministrative. Non c’è bisogno di assolvere un assassino per riconoscere che lo Stato non dovrebbe trasformarsi nel suo imitatore. La condanna di un delitto e la legittimazione di un’altra morte sono questioni distinte. Confonderle significa attribuire alla giustizia un potere che non diventa più umano soltanto perché esercitato in nome della legge. Lo ricordava Papa Francesco: «La pena di morte è inammissibile, perché attenta all’inviolabilità e alla dignità della persona». E aggiungeva che essa rappresenta un fallimento dello Stato di diritto, costretto a uccidere in nome della giustizia. Forse è proprio questo il punto: una società civile si misura anche dalla capacità di non imitare ciò che condanna. Altrimenti, per distinguere il boia dall’assassino, basterebbe soltanto una divisa e un’autorizzazione. Glossa finale — La giustizia dovrebbe chiudere i conti con il delitto, non aprire un conto alla rovescia sulla vita umana. Se per dimostrare che uccidere è sbagliato lo Stato deve uccidere, il messaggio si perde nella traduzione. E se non riesce al primo tentativo, la civiltà non dovrebbe concedergliene un altro: dovrebbe chiedergli perché lo ritenga necessario. Perché la legge può anche assolvere la coscienza di chi la applica, ma non sempre quella di chi la scrive. Parafrasando Parini: «Umano sei, non giusto». Giuseppe Arnò

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Ci vedremo a Filippi?

Migranti e Ucraina: l’Europa è arrivata al momento della verità «Ci vedremo a Filippi». La frase attribuita a Giulio Cesare, rivolta allo spettro di Bruto, è diventata nei secoli il modo più efficace per ricordare che la resa dei conti, prima o poi, arriva sempre. Si può rinviarla, ignorarla, persino fingere che non esista. Ma quando la realtà presenta il conto, non accetta dilazioni. E noi, italiani ed europei, siamo ormai a pochi passi da quella Filippi. Il primo banco di prova si chiama immigrazione. Da ogni sponda del Mediterraneo migliaia di persone convergono verso quella che ormai rischia di diventare il refugium peccatorum d’Europa. L’Italia continua a rappresentare la porta d’ingresso di un continente che, per anni, ha preferito discutere di quote, regolamenti e buoni sentimenti piuttosto che di controllo delle frontiere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I confini dell’Unione Europea assomigliano sempre più a un Emmenthal: una serie infinita di buchi attraverso i quali passa di tutto e di più. Le immagini provenienti da Ceuta hanno riportato alla memoria l’incubo del maggio 2021, quando migliaia di migranti attraversarono il confine in appena quarantotto ore. Oggi lo scenario si ripete con impressionante regolarità. E non è un caso isolato. Perfino in Sardegna si moltiplicano gli sbarchi, mentre i bagnanti, esasperati, arrivano perfino a respingere chi tenta di raggiungere la spiaggia. Segno evidente che qualcosa, ormai, è sfuggito di mano. Nel frattempo anche in Europa qualcuno sembra essersi finalmente svegliato dal lungo sonno ideologico. Si moltiplicano le proposte per rafforzare i controlli, accelerare i rimpatri e proteggere le frontiere esterne. Misure che fino a ieri sarebbero state considerate quasi un’eresia. Meglio tardi che mai. Perché l’insofferenza popolare non aspetta i tempi della burocrazia di Bruxelles. Arriva prima. E si manifesta nelle urne. Il referendum islandese, il terremoto politico in Sassonia con l’AfD oltre il 40 per cento e il crollo della CDU raccontano una storia che la politica tradizionale continua ostinatamente a non voler leggere. Da noi, invece, c’è ancora chi trova il tempo per rispolverare l’eterna ossessione della patrimoniale, come se il problema principale degli italiani fosse discutere di nuove tasse mentre il continente affronta una pressione migratoria senza precedenti. La priorità, invece, dovrebbe essere un’altra: la sopravvivenza politica, economica e sociale dell’Europa. E questo impone realismo, non slogan; pragmatismo, non ideologia. Ma c’è un secondo banco di prova, altrettanto decisivo: la guerra in Ucraina. Le indiscrezioni sull’arrivo di Steve Witkoff e Jared Kushner rilanciano un concetto tanto semplice quanto scomodo: senza compromessi non nascerà mai alcuna pace. Né Mosca né Kiev potranno ottenere tutto ciò che desiderano. È una verità che la diplomazia conosce da sempre, anche se la propaganda preferisce ignorarla. È proprio qui che l’Europa dovrebbe finalmente ritrovare una voce sola. Non per sostituirsi agli Stati Uniti, ma per contribuire con autorevolezza a un processo di pace che riguarda anzitutto la sicurezza del nostro continente. Perché Ceuta, Reykjavík e Magdeburgo non sono episodi. Sono campanelli d’allarme. Chi continua a considerarli fatti isolati assomiglia al medico che cura la tosse mentre il tumore continua a crescere. La realtà, però, non legge i comunicati stampa di Bruxelles. E, come spesso accade, c’è anche chi trae vantaggio da questa confusione permanente: mentre l’opinione pubblica si divide e si distrae, altri consolidano posizioni, interessi e potere. Poi, per fortuna, ogni tanto qualcuno scrive una pagina diversa. Non nei palazzi della politica, ma sui circuiti. A Monza, Andrea Kimi Antonelli è partito dall’ultima posizione e ha conquistato una vittoria memorabile. Nello sport il merito riesce ancora, qualche volta, a prevalere sulle convenienze. In politica è molto più difficile. Ma la storia insegna che nessuno può sfuggire all’appuntamento con la realtà. E quando finalmente ci si presenta a Filippi, non sono più le parole a decidere il destino. Parlano i fatti. E quelli, purtroppo, non conoscono indulgenza. Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix  

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Morto Ratko Mladić, condannato all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica.

  Morte di Ratko Mladić, ex generale serbo-bosniaco passato alla storia come “carnefice di Srebrenica”. Polemiche internazionali sugli annunciati funerali di Stato con onori militari in Serbia    Si tratta d’una notizia già digerita dai media. Ratko Mladić, il “boia di Goradze e Srebrenica”, è morto il 27 agosto 2026, ad 84 anni d’età, presso l’ospedale del centro di detenzione delle Nazioni Unite dello stadsdeel (“parte di città”, suddivisione amministrativa di grandi comuni nederlandesi) di Scheveningen (periferia de L’Aia, Den Haag, Paesi Bassi).    Era nato il 12 marzo 1942 a Božanovići (municipio di Kalinovik), a circa 65 chilometri a sud di Sarajevo.    L’ex comandante militare jugoslavo e, successivamente, capo di stato maggiore dei serbo-bosniaci durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, stava scontando l’ergastolo in via definitiva, pena comminata il 22 novembre 2017 (e confermata in appello l’8 giugno 2021) dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ, organo giudiziario delle Nazioni Unite incaricato di perseguire i crimini commessi nella nazione implosa negli anni successivi al 1991).    Mladić era stato condannato per il contributo e la partecipazione a 4 azioni criminali organizzate (Joint Criminal Enterprises) attinenti a persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e disumano di popolazioni, attacco a civili e presa in ostaggio di personale dell’ONU. Sulla mole di misfatti atroci (stupri e “pulizia etnica” compresi) s’ergeva la carneficina di Srebrenica (in Bosnia ed Erzegovina orientale, a circa 140 chilometri a nord-est di Sarajevo), con più di quantificati 8.300 bosniaci musulmani uccisi tra il 6 luglio ed il 25 luglio 1995, riconosciuta quale genocidio.    Ratko Mladić, dopo anni di latitanza, connivenze e protezione in Serbia ed in seguito a continue pressioni internazionali, veniva arrestato, infine, il 26 maggio 2011 in base ad una segnalazione anonima. Sarebbe stato individuato nel villaggio di Lazarevo (comune di Zrenjanin, distretto del Banato Centrale, provincia autonoma della Vojvodina), ad un’ottantina di chilometri a nord-est di Belgrado, dove viveva sotto il falso nome di Milorad Komadić. Accertata la sua reale identità, tra il 31 maggio ed il 1º giugno 2011 era stato estradato a L’Aia per essere sottoposto a processo presso il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (costituito il 25 maggio 1993 e sciolto il 31 dicembre 2017).    La Serbia ha annunciato per Mladić un contestato funerale di Stato con onori militari. N.B. – Riproduco la pagina da me scritta per il numero de “L’Altra Cronaca” di giugno 2010 (“Quando la memoria è corta. E spesso vigliacca… WANTED! Ratko Mladić”), riguardo all’allora ancora ricercato. Un testo che risentiva emotivamente di quanto rilevato e documentato personalmente e poi ampiamente pubblicato, nel corso di miei reportage in varie aree del conflitto in Bosnia ed Erzegovina, correndo seri pericoli, tra il 1992 ed il 1994. Claudio Beccalossi  

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Il voto degli italiani serve davvero?

Tra promesse ricorrenti e delusioni croniche cresce una domanda sempre più diffusa: nelle condizioni attuali il voto è ancora uno strumento di cambiamento o soltanto un rito che legittima decisioni già prese? di Giuseppe Arnò   La domanda è semplice: il voto degli italiani serve ancora? Se si parla del voto religioso, la risposta è sì. È una promessa solenne fatta a Dio, un impegno che vincola la coscienza di chi lo pronuncia. Così osservava Nicodemo durante la recente agorà del sabato sera nella piazzetta cittadina, dedicata proprio alla pratica del voto. Ben diversa è la questione quando si passa dall’altare alle urne. «Ma a che serve votare?», domanda Yiannis con il sorriso ironico di chi sospetta già la risposta. Il voto avrebbe forse un senso pieno solo se comprendesse anche il diritto di veto. Perché, nella pratica, troppo spesso si vota non per qualcuno, ma contro qualcun altro. In teoria il voto è lo strumento con cui una comunità decide al termine di un confronto democratico. In pratica è diventato, per molti, il semplice atto conclusivo di campagne elettorali costruite su promesse destinate a consumarsi il giorno dopo lo scrutinio. È celebre una frase, attribuita senza certezza a Mark Twain: «Se votare servisse davvero a qualcosa, non ce lo farebbero fare.» Autentica o meno, fotografa un sentimento sempre più diffuso. L’astensionismo cresce a ogni consultazione. Non è soltanto disinteresse: è sfiducia. Molti cittadini sono convinti che il voto d’opinione finisca per soccombere al voto di scambio, al clientelismo, agli interessi di parte. E quando il consenso si compra o si distribuisce come una merce, la democrazia perde credibilità. Dal tramonto della Prima Repubblica sono cambiati partiti, simboli e leader, ma le promesse sembrano rimaste le stesse. Ogni legislatura ricomincia da capo, come se quella precedente non fosse mai esistita. Il Belice, a oltre mezzo secolo dal terremoto, e Amatrice ricordano quanto facilmente gli impegni solenni svaniscano. Viene spontaneo il monito virgiliano: Ab uno disce omnes. Qualcuno, al termine dell’agorà, cita Carl William Brown: «Voi votate un partito e questo vi frega; allora ne votate un altro e questo vi frega; ritornate al primo e questo vi frega ancora. Questa è la vera democrazia: essere liberi di scegliere chi vi frega.» La battuta fa sorridere, ma lascia un retrogusto amaro. “Il voto resta il fondamento della democrazia. Ma senza responsabilità degli eletti diventa un rito. E i riti, da soli, non cambiano la realtà.” Per dirla alla Montanelli: «Il problema non è che gli italiani votino troppo poco. È che, troppo spesso, dopo aver votato,  cambia troppo poco da giustificare la fatica di tornare alle urne.» * Foto archivio lagazzetta-online.com

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Amor vincit omnia. Tranne la prassi

Virgilio resiste da oltre duemila anni. Noi, invece, riusciamo a smentirlo ogni mattina: la burocrazia soffoca i sentimenti, la politica li piega alla convenienza e il mondo continua a chiamare realismo quella che spesso è soltanto indifferenza. di Giuseppe Arnò «Omnia vincit amor», scrive Virgilio nelle Bucoliche. In italiano: l’amore vince su tutto. Tre parole che attraversano i secoli senza perdere un grammo della loro forza. Caravaggio ne fece il titolo di uno dei suoi dipinti più celebri; poeti, scrittori e filosofi vi hanno trovato un principio universale. Evidentemente erano tutti meno aggiornati di noi. Oggi l’amore vince su tutto, purché non incontri un regolamento, una circolare, una convenienza politica o una procedura amministrativa. Eppure quella massima continua a riaffiorare nei luoghi più impensati. Al Ghisallo, nel 2006, all’inaugurazione del Museo del Ciclismo voluto da Fiorenzo Magni accanto al Santuario della Madonna patrona dei ciclisti, fu collocata una pietra con l’iscrizione Omnia vincit amor, poi benedetta da papa Benedetto XVI. Un omaggio che dice molto: i motti immortali finiscono scolpiti nella pietra quando gli uomini non riescono più a scolpirli nella vita. Persino Leonardo da Vinci, uomo inquieto, sempre in viaggio tra corti e città, probabilmente privo di un amore stabile nel senso tradizionale, ritornava con frequenza a immergersi nelle sue annotazioni per riflettere sull’amore come forza capace di muovere il mondo. Aveva intuito ciò che la scienza avrebbe poi spiegato con altre parole: senza una forza che tenga insieme gli uomini, tutto si disperde. E noi, invece, ci ostiniamo a tirare il freno a mano. Se l’universo vive di equilibrio e movimento, l’umanità sembra specializzata nel bloccarli entrambi. Sono tre parole, in fondo. Non quelle latine, ma quelle che ciascuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta: “Ti voglio bene.” Claudio Villa, Vittorio De Sica e tanti altri hanno saputo trasformarle in musica. Noi, più modestamente, spesso le trasformiamo in una notifica sul cellulare. Poi arriva la cronaca. Il principe Harry e Meghan, secondo indiscrezioni, potrebbero tornare a vivere a Londra sei anni dopo l’addio ai doveri reali. Se sarà vero, qualcuno dirà che l’amore ha richiamato a casa ciò che il protocollo aveva allontanato. Virgilio, forse, sorriderebbe. Molto meno poetica è un’altra notizia. La Svezia si aggiunge agli Stati europei che riprendono a trasferire in Italia i migranti secondo il regolamento di Dublino. Tutto perfettamente conforme alle norme, ci mancherebbe. Ma è qui che il latino lascia il posto al burocratese: non trionfa l’amore, trionfa la prassi. E la prassi, si sa, non scrive versi. L’Europa ci ricorda di essere una comunità quando si tratta di proclamare valori; torna una somma di interessi nazionali quando si tratta di condividerne il peso. Anche questo, probabilmente, è un modo di voler bene. Molto continentale, molto regolamentato. La massima di Virgilio ha attraversato oltre duemila anni rimanendo fedele a sé stessa. Noi, invece, siamo riusciti a modernizzarla. Oggi sembra suonare così: Amor vincit omnia, salvo diversa disposizione dell’autorità competente. È il destino del bruto mondo: conservare i grandi ideali nelle biblioteche, inciderli sul marmo, citarli nei discorsi ufficiali e dimenticarli appena diventano scomodi. Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. Montanelli, che rimproverava agli italiani di conoscere poco la propria storia, probabilmente annuirebbe. Perché chi dimentica i classici finisce inevitabilmente per dimenticare anche le lezioni che custodiscono. E allora non resta che una consolazione: Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. * Foto by Ultimate fhoto Blender remix

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“Non sono le notizie che fanno il giornale, ma il giornale che fa le notizie.” Umberto Eco

La stampa dovrebbe raccontare i fatti. Peccato che, prima di arrivare al lettore, i fatti debbano attraversare titoli, redazioni, opinioni, ideologie e qualche indispensabile aggettivo. Così la verità, quando finalmente arriva, spesso non si riconosce più. di Giuseppe Arnò La verità è una signora piuttosto permalosa. Non ama essere tirata per la giacca, non gradisce che le si mettano parole in bocca e, soprattutto, detesta essere costretta a stare tutta intera dentro un titolo di nove colonne. Eppure, ogni mattina, la stampa ci prova. Lorenzo Milani poneva una domanda che, ancora oggi, conserva una fastidiosa attualità: quale giornale nasce davvero per informare e quale, invece, per influenzare il lettore in una determinata direzione? È una domanda scomoda. E le domande scomode, si sa, hanno sempre avuto vita difficile nei giornali. Sono molto più fortunate quelle che consentono una risposta già pronta. La teoria vorrebbe che il giornalista raccontasse i fatti e lasciasse al lettore il compito di giudicarli. La pratica, qualche volta, funziona diversamente: il fatto entra dalla porta della redazione, viene accolto dal titolo, interrogato dal caporedattore, sottoposto all’editorialista, vestito con un aggettivo e finalmente accompagnato in prima pagina. A quel punto è diventato un’opinione. E magari nemmeno tanto male. Napoleone Bonaparte, che di potere se ne intendeva, sosteneva di temere più tre giornali ostili che mille baionette. Aveva capito tutto. La baionetta, almeno, si vede arrivare. Il giornale invece si presenta al mattino con l’aria innocente di chi porta le notizie e finisce per portare, insieme alle notizie, anche il modo in cui dovremmo pensarle. È il grande miracolo della carta stampata: non basta raccontare ciò che è successo; bisogna anche spiegare al lettore come dovrebbe sentirsi mentre lo legge. E qui entra in scena il titolo. Lyndon B. Johnson scherzava dicendo che, se una mattina avesse camminato sulle acque del Potomac, i giornali del giorno seguente avrebbero titolato: “IL PRESIDENTE NON SA NUOTARE”. Una battuta, certo. Ma anche una piccola lezione di giornalismo. Perché il fatto che un uomo cammini sulle acque dovrebbe essere una notizia straordinaria. Ma se il giornale decide di raccontarla come una dimostrazione della sua incapacità natatoria, il miracolo è già finito. Il lettore, intanto, compra il giornale e pensa di aver comprato la realtà. Arthur Miller immaginava il buon giornale come una nazione che parla a se stessa, che si guarda allo specchio e si racconta. Immagine bellissima. Peccato che, qualche volta, lo specchio sia deformante. E così la nazione si guarda e scopre di essere molto più bella, molto più brutta, molto più intelligente o molto più stupida di quanto non fosse cinque minuti prima. Dipende dal giornale. Borges osservava, con quella sua raffinata ironia, quanto il carattere tipografico possa trasformarsi in una certificazione di verità. Se una notizia viene stampata a caratteri enormi, molti finiranno per considerarla vera. È un fenomeno curioso: più grande è il titolo, più piccola diventa la voglia di verificarlo. Il lettore legge: “SCANDALO!” e non si domanda più quale sia lo scandalo. Legge: “È BUFERA!” e cerca immediatamente il cappotto. Legge: “CLAMOROSO!” e si sente quasi in dovere di rimanere scandalizzato. Il punto esclamativo, ormai, sembra avere sostituito il punto interrogativo. Eppure Giovanni Floris ci ricorda una distinzione interessante: il giornalista può essere fazioso, il giornalismo no. Verissimo. Solo che il giornalismo, poveretto, è fatto di giornalisti. E sono i giornalisti a decidere quali fatti meritino una pagina, quali un trafiletto e quali, più semplicemente, il cestino. Il silenzio, in fondo, è una delle forme più eleganti della censura: non bisogna dire che una cosa è falsa. Basta non parlarne. Umberto Eco, con la consueta cattiveria intellettuale, arrivava persino a sostenere che i giornali non siano fatti per diffondere le notizie, ma per coprirle. A questo punto il lettore avrebbe tutto il diritto di domandarsi perché continui a comprarli. Forse per abitudine. Forse per nostalgia. O forse perché, nonostante tutto, un buon giornale continua a essere una delle poche cose capaci di farci discutere con qualcuno che non la pensa come noi. E non è poco. Il problema non è che i giornali abbiano un’opinione. Il problema nasce quando l’opinione si traveste da fatto e il fatto viene trattato come opinione. È allora che la verità comincia a sudare. E in questa estate che sembra avere dichiarato guerra al termometro, non è proprio il caso di farla soffrire ulteriormente. Forse sarebbe meglio tornare all’antica agorà. Dopo cena, quando il sole finalmente si decide a tramontare, ci si siede in piazza e si discute. Uno dice la sua. L’altro lo contraddice. Il terzo sostiene di avere ragione. Il quarto, naturalmente, ha un cugino che conosce personalmente chi era presente ai fatti. Alla fine nessuno convince nessuno. Ma almeno si è parlato. E magari, fra una discussione e l’altra, qualcuno ricorderà Confucio: abbiamo due vite, e la seconda comincia quando ci accorgiamo che ne abbiamo una sola. Una riflessione che, in fondo, suggerisce una soluzione assai ragionevole. Non vale la pena consumare l’unica vita che abbiamo litigando per stabilire quale giornale possieda la verità assoluta. Leggiamone magari due o tre. Confrontiamoli. Dubitiamo. Pensiamo. E, soprattutto, conserviamo il diritto di dire: “Non lo so.” È una frase poco utilizzata, perché non fa vendere copie, non procura applausi e non permette di impartire lezioni al prossimo. Ma è spesso il punto esatto dal quale comincia la ricerca della verità. Il resto è stampa. E la stampa, come tutte le cose umane, ha il grande difetto di essere fatta da uomini. Quindi, se proprio dobbiamo scegliere tra una verità incerta e una certezza ben stampata, scegliamo la prima. E poi andiamo a prendere un sorbetto al limone. Fa meno rumore, non pretende di convincere nessuno e, almeno lui, quando si scioglie non lascia dubbi su dove sia finita la sostanza. Montanelli, da qualche tavolino più in là, probabilmente avrebbe osservato la scena con quel sorriso che conosciamo. Avrebbe lasciato che gli altri discutessero animatamente sulla verità. Poi avrebbe assaggiato il sorbetto, guardato il termometro e concluso: “Signori, sulla verità

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Volere è potere. Ma non sempre.

TRUMP, GLI AYATOLLAH E IL POVERO HORMUZ di Giuseppe Arnò La guerra è sempre sul punto di cominciare, la pace sempre sul punto di arrivare. Nel frattempo, il mondo aspetta e il petrolio presenta il conto Volere è potere. Ma non sempre. E quando di mezzo ci sono Donald Trump e gli Ayatollah, il vecchio proverbio sembra perdere qualche colpo. Del resto, ci aveva già pensato Dante, secoli fa, a metterci in guardia: «Non può tutto la virtù che vuole». Una frase che, osservando il teatrino mediorientale di questi giorni, potrebbe essere appesa all’ingresso della Casa Bianca e, con qualche modifica, anche a quello di Teheran. Trump annuncia che l’accordo è vicino. Teheran risponde che non è vero. Trump rilancia. Teheran smentisce. Trump insiste. Teheran prende tempo. E il giorno dopo si ricomincia da capo, come in quelle interminabili partite a ping-pong nelle quali nessuno riesce a segnare il punto decisivo. La diplomazia, ormai, sembra essersi trasformata in una gara di comunicati. Uno dice una cosa, l’altro la nega, il primo corregge, il secondo precisa e alla fine nessuno sa più se si stia trattando per la pace o per stabilire chi abbia pronunciato l’ultima parola. L’unica certezza è che la partita non finisce mai. Trump, dal canto suo, continua a promettere che l’intesa è a portata di mano. Gli Ayatollah, invece, fanno sapere che non c’è nulla di fatto. E così l’accordo, come certi treni delle nostre ferrovie, sembra sempre in arrivo, ma nessuno riesce a vederlo entrare in stazione. In mezzo a questo spettacolo c’è lui: lo stretto di Hormuz. Un povero stretto che, se avesse avuto la possibilità di scegliere, probabilmente avrebbe preferito trovarsi da qualche altra parte. Magari tra due isole deserte, lontano dalla politica internazionale e dai suoi protagonisti. Invece si ritrova proprio nel posto sbagliato al momento sbagliato. E, soprattutto, nel posto dove passa una parte fondamentale del petrolio mondiale. Hormuz, dunque, non parla. Ma se potesse farlo, forse si rivolgerebbe ai due litiganti con parole semplicissime: «Signori, se proprio dovete discutere, fatelo pure. Ma, per favore, non venite a litigare sulla mia porta. Ho già abbastanza traffico!» Il problema è che, mentre Trump e Teheran giocano a chi resiste di più, il conto lo paga il resto del mondo. Il petrolio sale, i mercati si agitano, gli investitori diventano nervosi e i consumatori, come sempre, scoprono che le crisi internazionali finiscono per arrivare anche al distributore sotto casa. È la vecchia storia: i grandi discutono, i piccoli pagano. Trump parla di «ultima chance» per l’Iran. Ma anche questa non è esattamente una novità. Di ultime chance, nella storia, ne abbiamo viste parecchie. Alcune sono diventate penultime, altre terzultime e qualcuna, con sorprendente longevità, continua a essere l’ultima da anni. Però, questa volta, sarebbe davvero il caso di prendere sul serio la parola ultima. Perché nessuno può permettersi che il tira e molla diventi una spirale senza fine. Non gli Stati Uniti, non l’Iran e nemmeno quel povero Hormuz che, senza aver mai chiesto nulla, rischia di diventare il protagonista involontario di una crisi che potrebbe travolgere ben più delle sue acque. La pace non è una resa. Un accordo non è una sconfitta. E fare un passo indietro, qualche volta, non significa perdere: significa evitare che siano gli altri a perdere tutto. Qui, probabilmente, Montanelli avrebbe alzato un sopracciglio, osservato la scena e ricordato che, in politica, il buon senso è spesso la virtù più rara e il compromesso la più difficile da vendere. Eppure è proprio lì che bisogna arrivare. Trump e gli Ayatollah possono continuare a scambiarsi dichiarazioni, ultimatum e smentite. Ma prima o poi dovranno decidere se vogliono avere ragione o se vogliono avere pace. Perché la storia, quando si stanca di aspettare, presenta il conto. E quello, a differenza delle promesse di accordo, arriva sempre puntuale. Quanto a Hormuz, possiamo solo augurargli buona fortuna. E magari, per una volta, che i grandi della Terra si ricordino di una regola elementare: se due litigano sul ponte, prima o poi rischia di cadere anche il ponte.

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