Les Cent-Jours di Trump: Democrazia a senso unico?

Ah, il déjà vu! Quando si parla di governi di destra, il teatro della critica si apre con un copione già visto: indignazione, ironia, accuse di autoritarismo. È uno spettacolo che si ripete con precisione implacabile, ogni volta che i “cattivi” vincono un’elezione. Curioso, però, come questa indignazione sembri unidirezionale. Quando la sinistra governa, i difetti diventano “visioni complesse”, gli errori sono “sfide da affrontare”, e le critiche appaiono sempre meno sonore. Prendiamo Trump e i suoi primi cento giorni. Certo, le sue scelte sono polarizzanti, a dir poco. Ma non è proprio questo quel quid che distingue la democrazia dalla monocrazia? L’essenza stessa di una democrazia è permettere a visioni opposte di alternarsi al potere, anche quando non coincidono con le nostre. “L’idea di eleggere qualcuno per governare secondo un indirizzo ideologico? Si chiama libertà di scelta politica. Eppure, la stessa libertà sembra automaticamente sospetta se chi governa indossa una cravatta rossa invece di una azzurra. La libertà di scegliere… o di criticare? Partiamo dal principio: Trump governa come ha promesso in campagna elettorale. Ha delineato un’America più chiusa sull’immigrazione, più assertiva sul commercio, più “tradizionale” nei valori. È un’agenda discutibile? Certo, come tutte. Ma l’indignazione selettiva ha un retrogusto amaro. Perché non si sente lo stesso coro indignato quando un governo di sinistra applica politiche discutibili, magari minando i fondamenti economici di una nazione o ignorando i problemi della sicurezza? Quando la destra avanza, ecco che arrivano i paragoni storici forzati, l’umorismo nero, le vignette apocalittiche, e le accuse di “autoritarismo”. Ma quando la sinistra è al timone, ogni problema è un effetto collaterale necessario di un progresso illuminato. Due pesi, due misure? Decisioni forti, critiche sempre pronte Donald Trump, ad esempio, ha scelto di agire. Bene o male, ha preso decisioni: sul clima, sull’immigrazione, sull’energia, sul genere. Queste scelte sono il frutto di una visione politica chiara e precisa. Eppure, i criticoni – quegli stessi che affermano di amare la democrazia – sembrano incapaci di accettare che la democrazia stessa preveda che, a volte, governi qualcuno con cui non si è d’accordo. Se il governo di sinistra estende diritti o aumenta le tasse, è progresso. Se la destra restringe quei diritti o abbassa le tasse, è tirannia. Ma non è questa la bellezza della democrazia? La possibilità di scegliere direzioni diverse, anche radicalmente opposte? L’indignazione selettiva non è progresso La critica, se fatta bene, è linfa vitale per la democrazia. Ma quando diventa sistematica solo verso un lato dello spettro politico, si trasforma in una parodia. Forse è il momento di riportare alla memoria che non è solo chi governa ad avere una responsabilità, ma anche chi critica. Opporsi a tutto ciò che viene dalla destra non è un atto di virtù; è una forma di miopia politica. La democrazia è fatta di alternanza e rispetto per le idee altrui, anche quando non ci piacciono e ci sono indigeste. Quindi, cari critici dalla sindrome di Galle, forse è tempo di accettare che la libertà di scelta politica non è solo un privilegio per chi condivide le vostre idee. È un diritto universale. Anche per chi vuole trivellare o costruire muri. E ricordate: criticare è un diritto, ma farlo con onestà intellettuale è un dovere. Redazione

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Bettino Craxi: Lo Statista Dimenticato che Guardava all’Oltre

Venticinque anni sono trascorsi dalla scomparsa di Bettino Craxi, eppure il suo nome sembra dissolto nella nebbia dell’oblio collettivo. Un Paese che si ritiene maturo dovrebbe avere il coraggio di affrontare la propria storia senza filtri, senza indulgere in comode semplificazioni. Invece, l’Italia preferisce cullarsi nell’amnesia selettiva, dimenticando volutamente chi osò pensare in grande. E tra i grandi ecco Bettino Craxi. Egli è stato certamente uno dei più ingombranti e, per questo, dei più temuti. Craxi non è stato solo il leader di un partito, ma il propugnatore di una visione moderna e innovativa, capace di sopravanzare i limiti asfittici della Prima Repubblica. Eppure, con spietata miopia, si è preferito ridurre la sua figura a un capro espiatorio, sacrificato sull’altare di una supposta moralità pubblica che, curiosamente, si è rivelata tanto selettiva quanto effimera. Tangentopoli, dicono, ha fatto giustizia. Ma a ben vedere, ha distrutto non solo Craxi, ma anche la possibilità del Paese di immaginare un futuro diverso. Giuseppe De Rita parlava di un’Italia che aveva perso il mito dell’oltre, quell’impulso a guardare avanti che Craxi incarnava perfettamente. Si è dimenticato con disinvoltura il Craxi statista, capace di tenere testa a giganti della politica mondiale e di affermare con forza gli interessi nazionali. Si preferisce ricordare il Craxi processato, dimenticando però che la giustizia non è mai stata così solerte con altri protagonisti di quella stessa stagione. Eppure, basti ascoltare le parole di Jacques Delors o Felipe González per comprendere quanto Craxi fosse considerato un interlocutore di peso in Europa. Ma si sa, il nostro è il Paese che preferisce distruggere i suoi statisti piuttosto che esaltarli. Oggi ci si lamenta della mancanza di visione della politica contemporanea, incapace di affrontare le sfide della rivoluzione tecnologica e delle complicate dinamiche globali. Ma ci si dimentica che chi aveva osato tracciare quella visione è stato messo alla gogna. La svendita del patrimonio industriale italiano, l’assenza di una strategia energetica, la debolezza diplomatica: ecco l’eredità di un Paese che ha scelto di rinunciare alla propria grandezza. Si alzano le voci di chi, oggi, pretende di riscrivere la storia, ma forse sarebbe più onesto riconoscere che la storia non si cancella. Bettino Craxi merita di essere ricordato per quello che è stato: uno statista con una visione illuminata. Un uomo che ha pagato il prezzo della sua indipendenza intellettuale e politica. E se proprio non si vuole fare giustizia della verità, almeno si abbia la decenza di astenersi dalle futilità. A venticinque anni dalla sua scomparsa, è tempo di superare i pregiudizi e riconoscere che Craxi, statista con visione illuminata, ha sfidato i confini della politica tradizionale, pagando il prezzo della sua audacia. Non è comodo ammetterlo, ma talvolta la verità ha il sapore amaro di ciò che non si è voluto digerire. Come un caffè troppo forte, che però sveglia chi ha il coraggio di berlo fino in fondo. Redazione

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Giornalismo d’Assalto o Pedine di un Grande Scacchiere?

Che storia quella di Cecilia Sala! La giornalista si è trovata al centro di un intrigo internazionale non per il suo taccuino, ma per il suo passaporto. Altro che cronache scottanti: sembra proprio che sia diventata una sorta di “merce di scambio”. Un’italiana utile per trattative strategiche, come direbbe qualcuno, e il sospetto non è poi così infondato. Ammettiamolo, noi italiani abbiamo un certo talento nell’alimentare il pathos delle situazioni drammatiche. Eppure, nel caso di Sala, il lato pragmatico della questione grida a gran voce: la sua professione non c’entra nulla con il suo arresto. Avrebbe potuto essere un geologo, un prete, o persino un imbianchino (massimo rispetto per la categoria), e il copione sarebbe stato lo stesso: violazione delle leggi islamiche, e giù in cella. Semplicemente, Sala si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Fine del mistero? Non proprio. Il ministro degli Esteri Tajani ha recentemente dichiarato che “con l’Iran si è aperto un canale di dialogo” e che c’è una “certa disponibilità” da parte di Teheran. Traduzione: si sta negoziando. E chi è l’oggetto dello scambio? Pare proprio che il caso ruoti intorno a Mohammad Abedini Najafabadi, un ingegnere iraniano arrestato in Italia il 16 dicembre scorso su richiesta degli Stati Uniti, accusato di aver passato informazioni ai Pasdaran. Due arresti a tre giorni di distanza: pura coincidenza? Mmm… ci pensiamo su. Ovviamente, vogliamo Sala di nuovo in Italia, sana e salva. Perché? Perché è una persona, una connazionale, una giornalista, e – va detto – del tutto incolpevole. Ma qualche domanda ce la poniamo: sapeva dove andava e a cosa stava andando incontro? Era davvero il momento giusto per un viaggio in Iran, con un clima geopolitico più esplosivo di un cenone di famiglia in cui si parla di politica? Sulle teorie complottistiche, meglio stendere un velo pietoso: quelle abbondano sempre. Quanto all’idea che Sala possa trasformare questa disavventura in un trampolino per la politica, conoscendo la sua professionalità, sembra fantascienza. Ma si sa, il dubbio è l’ingrediente segreto di ogni buon dramma. Resta un fatto: vogliamo che Sala torni presto. E il nostro governo? Beh, ha una bella gatta da pelare tra le mani. Decidere se e come gestire il caso Najafabadi senza trasformare tutto in uno scambio di figurine non sarà facile. Perdere la faccia, in questi casi, è sempre dietro l’angolo. Ma, dopotutto, chi ha mai detto che fare politica internazionale fosse una passeggiata? Giuseppe Arnò   Foto: CC0 license

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Mimmo Leonetti i due processi Gesù nei vangeli e Socrate nell’Apologia di Platone

Seguendo una lettura comparativa dei due processi, a Socrate nell’Apologia di Platone e a Gesù nei Vangeli, si scoprono molteplici similitudini tra le due figure. Il primo rappresenta la ricerca della verità attraverso l’uomo, il secondo la rivelazione della verità attraverso Dio. Socrate e Gesù, un confronto originale e suggestivo, che apre la mente a interrogativi e prospettive inattesi: Achille Carone Fabiani, avvocato, studioso del diritto e dei suoi percorsi nelle vicende della Storia, ci propone questi “profili di ‘correlazione’”, sottolineando e analizzando i punti che avvicinano queste due grandi figure, ovviamente diverse tra loro, accomunate da una visione etica atemporale, e dalla drammatica conclusione delle loro vite. La cicuta per Socrate, la crocifissione per Gesù. La condanna di Socrate è emessa nel 399 a. C. da un tribunale formato da cinquecento cittadini ateniesi, di fronte al quale è accusato di corrompere i giovani con i suoi discorsi, di non riconoscere gli dèi della città, di volerli sostituire con altri. La sentenza contro Gesù è decisa dal governatore romano della Giudea, ed eseguita da soldati romani. La crocifissione era la pena che la legge romana riservava ai “ribelli” di ogni tipo, e veniva di frequente applicata in quella provincia considerata dagli occupanti pericolosamente turbolenta. Su entrambi i processi esiste un’ampia produzione storica e letteraria, e da tempo sono argomento di discussioni, analisi, ricerche. una ricostruzione dei due eventi giudiziari, ma, con un taglio personale, il raffronto tra due messaggi, tra due visioni dell’essere umano di fronte al mistero della vita e della morte. Né Socrate né Gesù lasciarono nulla di scritto. Al di là delle testimonianze elaborate da discepoli e seguaci, ci resta l’insegnamento dei loro principi essenziali, come un dialogo sempre attuale, e sempre aperto. ____________ La “lettura” dell’opera cinematografica “Socrate” di Roberto Rossellini ha suscitato, nella persona dell’autore di questo scritto, riflessioni varie che possono definirsi: correlazioni generali fra il personaggio di Socrate e l’entità di Gesù di Nazareth; profili di somiglianza fra l’Apologia di Socrate (secondo Platone) e la cosiddetta “autodifesa” di Gesù di Nazareth; fonti bibliografiche: 1) “L’Apologia di Socrate”, a cura del prof. Vito Costa, collana “I cirannini” casa editrice Tiranna – Roma; 2) “Il Vangelo di Gesù”, testo di quattro vangeli, coordinato in una sola narrazione Edizioni Isg Istituto San Gaetano – Vicenza; 3) “Tutto letteratura greca” editore Istituto Geografico De Agostini Novara 2002; 4) “Sul concetto di Ironia, in riferimento costante a Socrate” a cura di Diario Borso – Edizioni angelo Guerini ed associati s.r.l. 1989, (Soren Kierkegaad); 5) “Pensieri” di Blaise Pascal; collaba I classici del pensiero – Fabbri Editore – 1982. Correlazioni generali I profili di “correlazione” (per quanto sia lecito usare tale locuzione) fra i predetti (Socrate e Gesù di Nazareth) sono molteplici, considerati nel contesto del momento storico e della società di appartenenza. Nella valutazione generale di essi, si coglie, necessariamente, il rapporto fra il “dia – Logos” quale mezzo di comunicazione fra gli uomini, quindi quale valore relativo (Socrate) ed il logos, quale principio assoluto, trascendente e che si manifesta in Gesù di Nazareth. Il primo ha rappresentato la “ricerca della verità”, che parte dall’uomo, il secondo, la “rivelazione della verità”, che viene da Dio. L’attuale momento storico ripropone il problema se il valore assoluto logos, ossia la rivelazione della razionalità, necessiti, per la sua comprensione, affermazione e realizzazione, dello “strumento” del dialogo, fondato sull’esercizio della razionalità quindi, di ogni possibile “forma di comunicazione” fra i popoli. Il Santo Padre Ratzinger, di contro al pericolo del “dominio” del relativismo, afferma: “Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il figlio di Dio, il vero uomo. E’ lui la misura del vero umanesimo”. Invero: il tempo in cui è vissuto Socrate ha segnato il passaggio “dal mito alla ragione”, quindi, la “nascita dell’umanesimo” (l’uomo che diventa il centro della speculazione razionale, di contro all’interesse utilitaristico per le cose del cosmo); quello in cui è vissuto il Cristo ha segnato il passaggio dalla ragione che ricerca la verità stessa alla conoscenza (ed accettazione), della “verità” rivelata da Cristo mediante l’uso della ragione (Blaise Pascal, nella sua opera “Pensieri” sostiene che il vero Cristianesimo consiste nella sottomissione ed uso della ragione: “Bisogna saper dubitare dove occorre, prendere per certo dove occorre, sottomettersi ove occorre; – chi non fa così, non capisce la forza della ragione… omissis… Pensieri – Cap. XIVI versetti 170-268); così come dice S. Agostino: fides avae non cogitatur, nulla est (la fede non ripensata non è fede)”. Invero: l’interesse di Socrate è rivolto all’agire umano, ma, nel suo messaggio, la filosofia, come esercizio del pensiero (cioè del dia-logos) deve porsi al servizio della verità che è l’aspetto proprio dell’intelletto e non dell’utile. Il carattere profondamente innovativo e provocatorio del suo pensiero fa nascere una tale ostilità all’interno della società ateniese che costa a Socrate la condanna a morte. Così, il carattere profondamente innovativo e provocatorio della parola di Gesù (di fronte alla tradizione ed al culto dei testi biblici sacri – ossia della torah arbitratiamente interpretati da parte dei sacerdoti del Tempio) fa insorgere una tale ostilità all’interno del Sinedrio e delle autorità civili che determina anche a suo carico la condanna a morte. Invero: Socrate elegge di non lasciare nulla di scritto; il pensiero è una ricerca incessante legata al dia-logos, con ogni interlocutore possibile, e non una esposizione sistematica di una dottrina precostituita (la sua testimonianza umana ed il suo messaggio si deducono da più fonti indirette: Aristofane, Platone, Aristotele, Senofonte, messe anche in relazione fra loro). Così, il Cristo fece della parola il mezzo espressivo esclusivo della sua volontà, anche egli rifiutando ogni formale dipendenza dalla lettera della legge che non tiene conto dello spirito. (Egli era il Verbo per eccellenza). Invero: Socrate “abbandonava” il politeismo e si metteva alla ricerca della verità, ispirato nel suo intimo da una (sola) “divinità”, nella convinzione di essere investito di una “missione”. Così, Cristo si poneva, nei confronti della tradizione religiosa, cosciente della “divinità”, cioé di essere figlio di Dio, incarnato nella natura umana, quale “testimone” di Dio Suo Padre,

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Una divertente costante della politica moderna

  Con buona pace dei politici di ieri , che forse avevano meno strumenti ma più visione, oggi i cellulari sono i veri protagonisti della politica. C’è un’immagine che pare scolpita nella pietra della politica contemporanea: quella dei politici, senza distinzione di partito o carica, incollati ai loro inseparabili cellulari. Li vediamo così ovunque: mentre salgono sulle auto blu, sfrecciano nei corridoi del Parlamento o si affrettano verso incontri riservatissimi. E viene spontaneo chiedersi: staranno risolvendo crisi internazionali? Mediando accordi di pace? Oppure leggendo un messaggino del tipo: “Caro onorevole, potresti…?”, “Ho bisogno di un…”, “Mi raccomando…”? Questa “sindrome da cellulare perpetuo”, o nomofobia, è lo specchio perfetto della nostra epoca: un’era in cui il telefonino è trivalente – scudo, trofeo e passatempo tutto in uno. Uno scudo per evitare domande scomode dei giornalisti (“Oh, ora no, mi spiace, sono al telefono!”), un trofeo per sembrare sempre al centro dell’azione e – perché no – un passatempo per scrollare tra chat e notifiche mentre si aspetta la prossima foto ufficiale. Più realisticamente, è il risultato di agende elettorali infernali, gruppi WhatsApp traboccanti di inutili pettegolezzi e la convinzione che essere sempre connessi equivalga a essere indispensabili. Insomma, una scena che mescola smania, apparenza e un pizzico di teatralità. Ma la domanda che ci tormenta è un’altra: perché i nostri politici sembrano sempre incollati al telefono davanti alle telecamere? È un caso o una posa studiata per comunicare al mondo: “Vedete? Sono impegnatissimo!”? Forse è un modo per evitare occhi indiscreti, o – più probabilmente – per sfuggire a domande imbarazzanti con l’alibi perfetto: “Scusate, ho una chiamata urgente… con il destino del nostro Paese!” Ironie a parte, questa mania del manager sempre connesso racconta molto del nostro tempo. La politica sembra purtroppo più concentrata sull’apparire attiva che sull’essere realmente produttiva. Eppure, chissà? Tra una chat e una ripresa televisiva, magari una buona decisione si riesce pure a prenderla. Dopotutto, che mondo sarebbe senza il cellulare? Forse uno in cui potremmo finalmente osservare i politici camminare per strada guardando davanti a sé, come comuni mortali, invece di sembrare eternamente in videoconferenza con l’intero pianeta. Abbiate comunque pazienza: la trovata del cellulare avrà vita breve. Il politico del futuro sarà probabilmente sostituito dall’intelligenza artificiale. Più della metà degli italiani lo desidererebbe già, e in alcuni Paesi il politico virtuale è una realtà. Se l’idea che la tecnologia sostituisca la politica può sembrare aliena, di certo essa potrà contribuire a migliorarla. E non di poco. Giuseppe Arnò

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Musk e Trump, sì ai visti H1-B: lo scontro con la base MAGA sui migranti

“Fate marcia indietro e andate AFF…LO….. Io farò una guerra su questo argomento che nessuno potrà immaginare”. Questo il tweet pieno di rabbia e volgarità di Elon Musk per reagire agli attacchi al programma H1-B che permette alle aziende americane di assumere dipendenti specializzati da Paesi stranieri. Il programma era stato attaccato da alcuni sostenitori di Donald Trump contrari a ogni tipo di immigrazione. Difatti durante la campagna elettorale tutta la retorica sull’immigrazione di Trump, sostenuta e amplificata da Musk, si è concentrata sugli aspetti negativi, senza nessuna distinzione. Bisognava chiudere le frontiere per bloccare “l’invasione” dei migranti. Che esistessero anche migranti accettabili e produttivi e persino indispensabili come quelli con il visto H1-B non fu mai menzionato in campagna elettorale. Adesso però si comincia a vedere che non tutti i migranti sono indesiderati anche se l’ala ultradestra dei rappresentanti di MAGA, lo slogan di Trump, continua a favorire il blocco totale dei migranti. La “paladina” dell’ala MAGA si è fatta viva nel nome di Laura Loomer, un’attivista nota per le sue teorie di cospirazione che per un breve periodo di tempo nel mese di settembre del 2024 era molto visibile a fianco di Trump. La Loomer fu la proponente della nascita della bufala che i migranti haitiani rubavano e mangiavano animali domestici che Trump riprese e usò in campagna elettorale. Adesso la Loomer continua con le sue teorie di ultradestra, preoccupata dalla presenza di collaboratori indiani nell’amministrazione di Trump. La Loomer ha in particolar modo attaccato la nomina di Sriram Krisham, un investitore nato in India, scelto da Trump come consigliere principale sull’intelligenza artificiale. La Loomer ha etichettato questi miliardari dell’informatica di essere divenuti termiti a Mar-a-Lago, il resort di Trump in Florida. Anche Vivek Ramaswamy, di genitori indiani, scelto da Trump per dirigere insieme a Musk il cosiddetto Dipartimento di Efficienza governativa, è stato bersagliato dalla Loomer. Secondo l’attivista, Ramaswamy conosce bene il pericolo della Grande Sostituzione, la teoria che i bianchi dell’Occidente verranno rimpiazzati da gente di colore provenienti da Paesi stranieri. A dare man forte alla Loomer si sono schierati anche Steve Bannon, ex stratega di Trump, e Nicki Haley, ex governatrice del North Carolina, sconfitta dal tycoon nelle primarie repubblicane del 2024. Ambedue hanno ricalcato il fatto che i beneficiari del visto H1-B rubano posti di lavoro agli americani. Bisogna investire e creare questi specialisti per le aziende di tecnologia in America e non importarli da Paesi potenzialmente nemici. Trump era rimasto silenzioso ma poi ha capito che doveva cercare di fare la pace fra questi due gruppi. Alla fine ha deciso di schierarsi con Musk dichiarando che lui ha sempre sostenuto il valore dei visti H1-B. In realtà, si è comportato in maniera contraddittoria. In un’intervista al giornale conservatore The New York Post Trump ha dichiarato di essere sempre stato favorevole a questi tipi di visti. Ha aggiunto che lui li ha usati per assumere dipendenti per i suoi resort. Trump però confonde i tipi di visti che permettono alle aziende di assumere dipendenti di altri Paesi. Nel suo caso si tratta di H2-B che non richiedono lauree e vengono usati per assumere individui nel settore del turismo a tempo determinato. Trump è stato criticato perché invece di assumere lavoratori americani di gruppi minoritari ha deciso di assumere da Paesi dell’Europa dell’Est. Inoltre da presidente nel 2020 Trump aveva sospeso i visti H-1B perché rubavano posti di lavoro agli americani. La scelta di Trump di schierarsi con Musk e miliardari come Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri le cui aziende fanno uso di questo tipo di visti non dovrebbe sorprendere anche se inizierà a creare dubbi sulla sua leadership e il suo slogan di America First. Musk da parte sua continua a mostrare i suoi muscoli e Trump può fare ben poco ma qualche pensierino sulla visibilità di Musk lo starà facendo. Alcuni analisti hanno già suggerito che il vero presidente del Paese non è Trump ma proprio Musk. Trump se n’è accorto e in un recente discorso ha scherzato che Musk non si sta impossessando della presidenza. Il fatto che Trump abbia cercato di smentire queste voci vuol dire che il neo eletto presidente abbia notato i continui interventi di Musk in politica non solo in America ma anche in altri Paesi. Il padrone di Tesla e numerose altre aziende ha recentemente dichiarato in un tweet sulla sua piattaforma X (già Twitter) che solo l’Afd, il partito di ultradestra, può “salvare la Germania”. La sua incursione in politica tedesca include un recentissimo editoriale nel quotidiano Welt che ha spinto la caporedattrice Eva Marie Kogel a dimettersi per protesta. Forse Trump ha ragione. Musk non vuole divenire presidente degli Usa. Vuole il ruolo di presidente del globo? ============= Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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Discorso sulla vita e la scrittura

di Carlo Di Stanislao   “La vita deve essere vissuta come un gioco”  Platone   Chi ci riesce? Probabilmente chi è elevato come Platone, che ha preferito parlare del maestro più che di se stesso. Il mondo non fa che ingannarci. Ogni volta mostra all’uomo un guadagno e alla fine questo non ha nulla. Possiamo vedere coi nostri occhi che la maggior parte della gente lavora e si affanna per giorni e anni e quando infine va a fare i conti non gli resta in mano nulla. E perfino chi raggiunge la ricchezza viene strappato ad essa. Questa è la regola: non possono convivere. O la ricchezza viene tolta all’uomo o l’uomo è tolto alla sua ricchezza.   Da tutto ciò può salvarci la poesia. Ma esiste oggi ancora la poesia?   Delle varie forme di manifesta decadenza di cui soffre attualmente l’arte poetica, nulla colpisce con maggior violenza la nostra sensibilità quanto il preoccupante declino dell’armoniosità del metro, quella che adornava i versi dei nostri immediati avi. Un pensatore antico come Dionigi di Alicarnasso e un filosofo moderno come Hegel hanno affermato che la versificazione non è semplicemente un necessario attributo, ma il fondamento stesso della poesia. Hegel, in effetti, pone la metrica al di sopra dell’immaginazione metaforica come essenza della creazione poetica.   Ma oggi esistono solo metafore piatte e sbiadite e la vita si priva anche di questa ricchezza. E sopratutto non esiste più metro…   Come ieri certe opere intellettualistiche e decadentistiche erano la prova patente di un depotenziamento ideologico, oggi certe opere all’insegna dell’erotismo sono la prova di una impotenza o di una deviazione sessuale, e l’una e l’altra sono la riprova di una carenza plenaria e unitaria dell’uomo. Questa è la triste verità.   Ma esiste un altro tipo di poesia: la poesia di ciò che è a portata di mano, la poesia dell’immediato presente. In questo immediato presente non c’è perfezione, niente si consuma, nulla è finito né definitivo. La materia vibra in modo indicibile, inala il futuro, esala il passato, vive in entrambi eppure da entrambi non è interamente posseduta. Il vile letterato, quello che sforna “pentole” per il resto della vita, risparmi tempo e ignori questo articolo. Non contiene accenni agli archivi dei manoscritti, ai vezzi da matita blu, né all’innata, perversa pervasività di avverbi e aggettivi. Scrittori che trottate con la penna: via di qua! Questo articolo è per lo scrittore che nutre ambizioni e ideali.   Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una ricerca per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1.600. Ripetuto il sondaggio venti anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali del 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso che se la cavino con 300 parole, se non di meno.   È un problema? SI, è un grosso problema, perché, come ha evidenziato Heidegger, riusciamo a pensare limitatamente alle parole di cui disponiamo, perché non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponde una parola. Le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero, al contrario sono condizioni per poter pensare.   E se non si sa pensare non esiste poesia e il gioco della vita si fa molto triste. E se mancano le basi linguistiche minime grammaticali e semantiche tutto diventa scambio adatto ai social e non nutrimento per lo spirito e il sorriso. L’intelligenza artificiale potrà scrivere usando molte parole, grammaticamente e semanticamente corrette, ma mancheranno almeno due cose: anima e creatività.

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Il patriarcato a sinistra: autocritica o tabù?

Ma i “maschietti” del PC-PDS-DS-PD non si sentono un po’ tirati in causa con tutte queste accuse di patriarcato maschilista che stanno circolando, soprattutto dopo il tragico femminicidio di Giulia Cecchettin? E con il successo del film di Paola Cortellesi, così acclamato soprattutto a sinistra? Davvero loro si sentono del tutto estranei a questa questione? Si dichiarano sempre “matriarcali” e “femministi” nella famiglia, al lavoro, nel partito, nella società in generale? E tutti quei grandi politici, scrittori, giornalisti, attori, registi, musicisti, ecc., che hanno fatto le loro vite tra relazioni extraconiugali e scambi di partner, spesso formando quelle che oggi chiamiamo “famiglie allargate” (dove, però, le donne non avevano poi tutta questa voce in capitolo)? Continuiamo a metterli su un piedistallo o iniziamo a rivedere il loro mito? E le grandi donne di quel mondo? Attrici, cantanti, scrittrici, giornaliste, che magari hanno accettato e sostenuto in silenzio le scelte di quei “grandi uomini”? Erano tutte complici? O dobbiamo vederle come vittime, sfruttate e tradite dal sistema patriarcale? Come le giudichiamo oggi? Paola Cortellesi, che di quel mondo ha esperienza diretta, cosa ne pensa? Che opinione ha delle dinamiche di potere in quel contesto? E gli eredi dei grandi del cinema italiano – De Sica, Rossellini, Gassman, Tognazzi, Comencini – che con le loro opere hanno raccontato le miserie del dopoguerra italiano? Quei padri, spesso vicini al Partito Comunista, hanno sì denunciato le ingiustizie, ma allo stesso tempo si sono arricchiti e hanno condotto vite da privilegiati. Oggi, come si collega tutto questo alla denuncia della Cortellesi, con il suo film in bianco e nero che strizza l’occhio al neorealismo? La sua denuncia è solo rivolta alla classe operaia – che nel frattempo è diventata un po’ ceto medio? Oppure anche alle altre classi sociali? Perché, diciamocelo, l’alta borghesia continua a “patriarcare” indisturbata. Che destino amaro quello della classe operaia: ogni volta che cerca di emanciparsi e avanzare, c’è qualcuno che arriva a rimettere tutto in discussione, facendola sentire colpevole delle sue aspirazioni piccolo-borghesi. Forse è per questo che Bertinotti citava sempre quella frase del “Sol dell’Avvenire”: “Non conta la meta, ma il cammino”. Un modo elegante per non certificare mai un fallimento, così che i soliti noti possano continuare a occupare i loro posti di privilegio, cambiando solo i simboli e i nomi del partito: PC, PDS, DS, PD…

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Ricerca del Cresesm sulla devianza giovanile contemporanea

                                                                        Via Zara,26 – 87011 Lauropoli-Cassano all’Ionio (CS) Fanco Tufaro   Ricerca del Cresesm sulla devianza giovanile contemporanea Franco Tufaro: L’ansia e lo stress degli adolescenti e dei giovani è lo specchio del disagio del vivere contemporaneo   Sulla ricerca intrapresa dal Centro di Ricerche e Studi Economici e Sociali per il Mezzogiorno (Cresesm) sulla devianza giovanile contemporanea interviene Franco Tufaro, docente negli Istituti secondari superiori, il quale ci ha concesso la seguente intervista. Il disagio giovanile contemporaneo è tutto imputabile al Covid, alla famiglia, alla scuola, agli ambienti frequentati dai giovani? <Il disadattamento comprende un campo più ampio della devianza o della marginalità poiché circoscrive tutti gli aspetti di non realizzazione di sé da parte di un soggetto e coinvolge sia la dimensione individuale che quella familiare e sociale. Provoca difficoltà sia nella costruzione della personalità, in particolare per la criticità nella gestione dei conflitti e delle emozioni, soprattutto quelle considerate negative come la rabbia e l’aggressività, sia per l’insuccesso scolastico>. Assistiamo a violenza in famiglia nei confronti di genitori o nonni. In altri casi nei confronti della ragazza frequentata. Quando si interrompe la relazione lui l’aggredisce, la ferisce fino a causarne la sua morte: cosa ne pensa?   <I giovani si trovano infatti spesso a provare emozioni e sensazioni intense quanto destabilizzanti quali la rabbia, la vergogna, la sofferenza, l’euforia, il senso di abbandono e di non riconoscimento; la frustrazione, la pietà, la confusione, il senso di colpa. Negli adolescenti, è rintracciabile l’emozione che -più delle altre- è trasversale negli adolescenti è la paura. La famiglia quando come interagisce con propri figli? Tali paure fanno soprattutto capo al timore della disorganizzazione dell’equilibrio sino a quel momento raggiunto e di quanto costruito per sé e per i figli e del conseguente caos emotivo provocato dalla dirompenza (sebbene spesso solo potenziale) delle spinte al cambiamento provenienti dagli adolescenti. Il disadattamento degli adolescenti o dei giovani, portato a scuola, è lo specchio del disagio di vivere, del disincanto, delle passioni tristi che dominano la società attuale, e che co­stringono alla strutturazione di un’identità spesso collegata all’idea di man­canza di futuro. Gli adolescenti si ritrovano a vivere emozioni intense che spesso non sono in grado di gestire o comunicare; può capitare che emozioni come la tristezza, la rabbia e la preoccupazione, si trasformino in depressione, collera e ansia>. La Scuola si prende cura della condizione emotiva, formativa e morale del giovane?    <La Scuola nel percorso formativo del giovane, teso a formare una persona libera, portatrice di valori e di diritti, in relazione all’ambito della comunità scolastica, familiare, sociale, professionale, tiene presente anche di “formare il cittadino” capace di ragionare col proprio cervello, con le sue idee e i suoi principi? <La maggior parte dei fenomeni riscontrabili a scuola sono l’incapacità, da parte dell’adolescente di regolare gli stimoli, le esperienze, le azioni, le risposte verbali e non verbali. Si manifesta con esperienze emotivamente dolorose, incapacità di inibire gli impulsi e i comportamenti. Come spiega l’insuccesso scolastico tra i giovani? <L’insuccesso scolastico viene letto come disagio   ado­lescenziale, come una perdita di speranza, rispetto alle possibilità di apprendere, ma anche sotto la luce di poter diventare un elemento che chiude al ragazzo la porta della spe­ranza di poter trovare una dimensione costruttiva per la sua esistenza. è anche una mancanza di motivazione, che non permette di acquisire una competenza sui fini del compito da svolgere da parte dei ragazzi. Così l’insuccesso scolastico finisce con il legarsi alle manifestazioni di disagio o di vera e propria devianza, lasciando alla scuola il semplice ruolo di constatare che cosa sta avvenendo, sottraendo all’insegnante quelle pos­sibilità insiste nel suo ruolo, prima fra tutte quella di dare agli adolescenti una chance per costruirsi la speranza di cambiare il suo “destino”, che non sa nemmeno di costruirsi, poiché spesso lo sente come prosieguo inevitabile del suo modo di essere. La Scuola si prende cura della condizione emotiva, formativa e morale del giovane? <La palestra in cui i ragazzi si esercitano all’adattamento è sempre stata la scuola. A me pare che oggi sia invece diventata un “buco nero” che sta inghiottendo le ultime generazioni. Noi mandiamo i nostri figli a scuola perché imparino qualcosa, o imparino a impararla. Cioè, in una parola, diventare adulti. Se non ci riescono più è perché la scuola non ci riesce più. Si dice sempre: è stato il Covid. Si, ma perché? E come? Semplicemente chiudendo la palestra-scuola per il tempo necessario affinché le altre forme di socializzazione prevalessero. E quando a scuola alla fine ci sono tornati, i nostri ragazzi hanno constatato che, era invecchiata all’improvviso: si sono accorti di quanto fosse ormai fuori dal tempo. Perché il modo nuovo di apprendere, conoscere, stringere amicizie, comunicare, era uscito dalla classe, e nessuna lavagna elettronica potrà riportarcelo. Invece erano una nuova cultura, un modo di pensare, un salto di specie, una rivoluzione dei costumi. E la scuola – non è colpa degli insegnanti o dei programmi, non ha purtroppo più niente a che fare col mondo che è uscito da quella rivoluzione>. Come spiega le cause di disadattamento scolastico e il cyberbullismo? <In alcuni casi, i fattori negativi che possono scaturire dai diversi contesti di vita si sommano a tal punto da determinare un fenomeno che viene definito disadattamento scolastico. Si determina una situazione nella quale lo studente non è più in grado di agire in linea con le aspettative del contesto, palesando uno squilibrio tra le proprie motivazioni e l’esigenza di completare gli studi. <È un dato oramai appurato che la pressione scolastica sta causando ansia e stress tra gli studenti italiani. Secondo un sondaggio realizzato in un liceo di Milano, il 70% degli studenti ha dichiarato che la scuola produce in loro crisi di ansia, stress e altre patologie psicologiche. L’aumento della competitività in classe e la pressione familiare verso il risultato, genera negli adolescenti già fragili e con una bassa autostima, uno stato d’ansia, che può tradursi anche in violenza. Il cyberbullismo è invece in crescita tra le ragazze e i ragazzi di 11 e 13 anni. I due fenomeni decrescono al crescere

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