Dove sarà finito Assad? Un giallo degno di una spy-story A Damasco, la città assediata e al centro del dramma.
Ferrari, cavalli senza stalla (e con tante conferenze stampa)
I piloti ci sono, eccome. Manca tutto il resto. E con le promesse, si sa, non si vince nemmeno al trotto. “Sei rimasta un bel ricordo e nulla più…” cantava il Quartetto Cetra in Vecchia America. E mai citazione fu più attuale per raccontare la Ferrari contemporanea: un glorioso album di figurine, aggiornato ogni domenica con una nuova delusione. Sui giornali si leggono titoli che sembrano usciti da un prontuario di consolazione: “Tre podi non fanno primavera”, “Serve la svolta a Miami”, “È il momento del salto di qualità”. Il problema è che questa primavera non arriva da vent’anni, e nel frattempo è cambiato il clima, il regolamento e pure la pazienza dei tifosi. Noi, che non vendiamo speranze a rate, possiamo dirlo senza girarci troppo intorno: tre podi non fanno primavera, ma nemmeno autunno. Fanno, al massimo, una domenica tiepida con pioggia nel finale. Nel frattempo, i giovani vincono. Ragazzini che fino a ieri chiedevano l’autografo oggi si prendono i Gran Premi. E mentre altrove si costruiscono macchine, a Maranello si costruiscono narrazioni. “A Miami comincerà un altro campionato”, promette Frédéric Vasseur. Certo. Come no. E magari da lunedì anche la dieta. Il punto è semplice: i cavalieri ci sono. Eccome se ci sono. Lewis Hamilton ha già capito l’aria che tira e chiede potenza come un assetato nel deserto. Non cerca poesia, cerca cavalli, quelli veri, sotto il cofano. Charles Leclerc, dal canto suo, resta lì, fedele e testardo, con le “palle d’acciaio” certificate via radio dal suo ingegnere. Traduzione: talento puro, ma imbrigliato. E allora la verità, nuda e un po’ imbarazzante, è questa: abbiamo i cavalieri, ma non il cavallo. O meglio, forse il cavallo c’è, ma è quello dell’Hobbyhorse, la disciplina nordica dove si galoppa senza cavallo, saltando ostacoli immaginari. A questo punto, una medaglia lì non ce la toglierebbe nessuno. Il povero Enzo Ferrari, il Drake, ogni anno si gira un po’ di più nella tomba. Non tanto per le sconfitte, che fanno parte del gioco, ma per la liturgia delle promesse. Quelle sì, insopportabili: sempre nuove, sempre uguali, sempre inutili. Perché la verità è che con le promesse non si vince. Non si è mai vinto. Né in Formula 1, né altrove. E lo dimostrano anche le due ruote: Aprilia e Ducati insegnano, i piloti contano, ma senza la macchina giusta si resta a fare da comparse. Dunque rassegniamoci. O meglio: consoliamoci. E facciamolo con un altro Ferrari, questo sì campione del mondo, un bel Ferrari Brut o, per chi vuole strafare, un Giulio Ferrari 2004. Almeno lì, il podio è garantito. Poi, tra una bollicina e l’altra, potremo anche chiudere gli occhi e sognare. Non costa nulla. E soprattutto, non richiede sviluppo aerodinamico. Per il resto, la realtà resta quella che è. E come direbbe qualcuno che di libri se ne intendeva, le illusioni vendono, ma non portano punti in classifica. Giuseppe Arnò *