Ferrari vive di passato. Il presente, invece, la umilia

Da Schumacher e Todt ai pellegrinaggi dei tifosi: il miracolo continua a non arrivare     C’era una volta una Ferrari che vinceva. E non si tratta di una leggenda tramandata dai nonni davanti al camino, ma di una realtà che milioni di appassionati ricordano ancora benissimo. Erano i tempi di Michael Schumacher e Jean Todt, gli artefici di una delle più straordinarie epopee sportive della Formula 1. Poi la corsa finì. Da allora sono passati direttori sportivi, ingegneri, strateghi, piloti e salvatori della patria annunciati. Sono cambiati regolamenti, motori, gomme e persino le piste. L’unica cosa rimasta immutata è l’attesa del ritorno alla gloria. Ma la resurrezione è materia per santi. E così i tifosi della Ferrari, sparsi nei cinque continenti, continuano a pregare. Pregano davanti al televisore, durante le qualifiche e, nei casi più gravi, persino durante il pranzo della domenica. Le grazie, però, tardano ad arrivare. Viene il sospetto che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, si sia stancato delle stravaganze di Maranello e abbia deciso di togliere il proprio patrocinio. Oppure che qualcuno, per eccesso di prudenza, abbia sistemato sul cruscotto delle monoposto la celebre immaginetta con la scritta: «Non correre, papà». Quale che sia la spiegazione, il risultato cambia poco. La Ferrari continua a far battere i cuori, ma troppo spesso lo fa con gli effetti collaterali di una visita cardiologica. Perché una scuderia che porta sulle spalle il peso della propria storia e l’onore di essere la squadra più famosa del mondo non può vivere soltanto di ricordi. I piloti contano, certo. Ma senza una vettura competitiva anche il talento più cristallino finisce per trasformarsi in una consolazione domenicale. E quando le sconfitte diventano una consuetudine, il prestigio del passato smette di essere una risorsa e si trasforma in un peso. La Ferrari non ha bisogno di una mano di vernice. Ha bisogno di reinventarsi. Da cima a fondo. Nel frattempo i tifosi continueranno a fare ciò che fanno da quasi vent’anni: sperare. È una forma di fede sportiva che resiste alle classifiche, alle statistiche e perfino all’evidenza. Parafrasando Cicerone, viene da chiedersi: «Fino a quando, o Ferrari, abuserai della pazienza dei tuoi tifosi?». Forse la risposta è nascosta proprio nella natura del ferrarista. Una creatura singolare che soffre, protesta, impreca contro strategie e motori, giura di averne abbastanza e poi, puntualmente, la domenica successiva si ripresenta davanti allo schermo. La Ferrari, in fondo, è diventata come certi antichi nobili decaduti: vive in un palazzo pieno di ritratti degli antenati e racconta agli ospiti quanto fosse grande la famiglia. I tifosi ascoltano con rispetto e perfino con affetto. Ma, prima o poi, qualcuno domanda quando arriverà il prossimo erede capace di vincere una corsa invece di una commemorazione. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzetta

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Addio a Evaristo Beccalossi, ex fuoriclasse dell’Inter

La sua? Fu vera gloria!     Brescia – Ad elaborazione del lutto ancora in corso tra familiari, amici e tifosi, ecco qualche stralcio di cronaca (già diventata memoria collettiva) riguardo al funerale del grande fantasista mancino dell’Inter Evaristo Beccalossi (Brescia, 12 maggio 1956 – Brescia, 6 maggio 2026, ex centrocampista, poi dirigente sportivo e commentatore televisivo) officiato l’8 maggio nella chiesa della Conversione di San Paolo, nel popoloso quartiere di San Polo. “Per sempre Becca” è stato il titolo dell’intera pagina, con varie foto, dedicata da “La Gazzetta dello Sport” del 9 maggio 2026 (a firma Filippo Conticello) al malinconico addio…    Con tempio parrocchiale e sagrato affollati, il rito funebre ha coinvolto gente comune e personalità dell’ambiente calcistico di ieri e di oggi, oltre a big dello spettacolo accomunati dalla stima e dall’amicizia per Beccalosi, scomparso nell’ospedale bresciano Fondazione Poliambulanza in seguito ai postumi di un’emorragia cerebrale risalente al 9 gennaio 2025 (intubato in sala di rianimazione con stato di coma da cui s’era risvegliato dopo 47 giorni).    Il 21 maggio 2025, in occasione delle dimissioni di Evaristo dopo la degenza nella Poliambulanza, la figlia Nagaja (nome d’origine indiana e sanscrita che significa “figlia della montagna”) ha ringraziato tutti, medici e personale, a nome di suo padre e della madre Danila. La speranza d’un recupero, purtroppo, s’è frantumata contro la drastica realtà clinica…    È stato detentore di nomignoli affibbiatigli per il suo imprevedibile stile di gioco. Come Dribblossi, impartito dal giornalista Gianni Brera (all’anagrafe Giovanni Luigi Brera, San Zenone al Po, Pavia, 8 settembre 1919 – Codogno, Lodi, 19 dicembre 1992, già inventore del termine Beneamata per l’Inter) e Becca, abbreviativo affabile adottato dalla sua tifoseria e nell’ambito calcistico.    Beppe Viola (Milano, 26 ottobre 1939 – Milano, 18 ottobre, giornalista e telecronista sportivo, scrittore, paroliere ed umorista), dal canto suo, coniò la frase, in seguito diventata tormentone, “Mi chiamo Evaristo, scusate (o scusi o scusa) se insisto” dalle due spiegazioni rinvenibili: l’una farebbe riferimento alle capacità agonistiche particolarmente incisive del calciatore mentre l’altra sarebbe stata suggerita e fatta pronunciare allo stesso Beccalossi, durante un servizio su una partita dell’Inter ne “La domenica sportiva”, all’indirizzo di Enzo Bearzot (allora c. t. della Nazionale) perché lo convocasse per i mondiali di calcio del 1982.     Singolare il parallelismo tra Viola e Beccalossi: ambedue deceduti per le conseguenze di un’emorragia cerebrale, ambedue pochi giorni prima del loro compleanno…    Diversi giornalisti ed opinionisti sportivi hanno affiancato Becca ad un suo popolare predecessore nell’Inter, il centrocampista altrettanto mancino Mario Corso (San Michele Extra, Verona, 25 agosto 1941 – Milano, 20 giugno 2020), soprannominato Mariolino o Mandrake o dissacrante Piede sinistro di Dio.    Nella sua carriera (secondo dati certificati dalla FIGC, Federazione Italiana Giuoco Calcio) Beccalossi ha accumulato complessivamente 249 presenze e 30 reti in Serie A e 159 e 23 in Serie B (nelle squadre di Inter, Sampdoria, Monza, Brescia e Barletta). Nei 6 anni in nerazzurro è sceso in campo 216 volte (tra campionato, coppe europee, Coppa Italia), segnando 37 reti e vincendo il campionato 1979-1980 e la Coppa Italia 1981-1982. Competizione, quest’ultima, che s’è aggiudicata anche nella rosa della Sampdoria, stagione 1984-1985. Inoltre, tra il 1976 ed il 1980, ha disputato 3 partite con la Nazionale Under-21 ed altre 4 (con una rete) nella formazione olimpica.    In chiesa, per l’ultimo saluto, nel primo banco della fila a destra (con l’altare alle spalle), hanno preso posto la moglie di Evaristo, Danila, la figlia Nagaja ed Enrico Ruggeri (Milano, 5 giugno 1957, cantautore, conduttore radiofonico e televisivo, scrittore), legato da una lunga e forte amicizia con Beccalossi. Era andato a trovarlo e ad abbracciarlo alla Poliambulanza poco prima del suo spirare.    Nella bancata a sinistra, a sua volta (accanto alla bara coperta da una maglia col 10 dell’Inter, da un’altra dell’Union Brescia dallo stesso numero, dalle relative sciarpe e dal cuscino funebre), è stata presente il sindaco di Brescia dal 20 maggio 2023, Laura Castelletti (Brescia, 10 settembre 1962).    Nelle file dietro si sono stretti nel cordoglio alcune “vecchie glorie”, giocatori attuali, dirigenti dell’Inter, personalità varie. Come Fabio Galante (ex difensore), Giuseppe Bergomi (ex difensore e capitano), Pio Esposito (attaccante e capitano della squadra odierna), Piero Ausilio (direttore sportivo), Max Pezzali (cantante e tifoso) accanto alla moglie Debora, Javier Zanetti (vice presidente del club) vicino alla consorte Paula, Aldo Serena (ex attaccante), Giuseppe Baresi (ex centrocampista), Ivano Bordon (ex portiere), Gabriele Orali (ex difensore o centrocampista, ora team manager del Napoli), Marco Branca (ex attaccante).    Presenti in chiesa pure Massimiliano Catanese (chief of staff), Stefano Vecchi (allenatore dell’Inter Under-23), Carlo Muraro (ex attaccante), Giancarlo Pasinato (ex centrocampista o mediano), Alessandro Scanziani (ex mezzala), Cesare Prandelli (ex centrocampista soprattutto nella Juventus ma mai nell’Inter, poi anche c. t. della Nazionale), Alberto Bollini (c. t. della Nazionale Under-19), Francesco Toldo (ex portiere). E, poi, la rappresentanza dell’Union Brescia: l’allenatore Eugenio Corini (ex centrocampista), il club manager Edo Piovani, l’amministratore delegato Marco Leali, il centrocampista e capitano Davide Balestrero.     Ha invece voluto rimanere all’esterno, visibilmente provato e quasi intontito, Paolo Rossi (Monfalcone, 22 giugno 1953, attore, comico, cabarettista, conduttore televisivo, cantautore, drammaturgo e regista). Pure lui affezionato a Becca… Rossi, forse, è andato con i ricordi a quando, nel 1992, ha allestito la pièce “Lode a Evaristo Beccalossi”, rivangando i due rigori, a distanza di pochi minuti, falliti dal calciatore durante la partita Inter-Slovan Bratislava (finita 2 a 0) del 15 settembre 1982 (andata dei sedicesimi di finale di Coppa delle Coppe).    Don Marco Mori (fraterno amico del fuoriclasse ed interista sfegatato), pronunciando la sua omelia, ha ricordato il giovanissimo ed il maturo Beccalossi e sottolineato il fatto che fosse un brao gnaro (in dialetto bresciano, un bravo ragazzo). E che non sussistesse alcuna blasfemia nell’espressione della curva “Evaristo, Evaristo, non ti ferma neanche Cristo!”. È stata significativa ed appropriata, poi, la sua proposta: quella di dedicargli il fresco 21° scudetto conquistato dall’Inter. Iniziativa accolta da un entusiastico applauso.    Nel corso della funzione

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Addio ad Alex Zanardi, il campione che sfidò il destino

Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile   Se ne va Alex Zanardi, e con lui una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: si incidono. Aveva 60 anni, ma la sua esistenza ne conteneva almeno tre, forse quattro, tutte consumate con la stessa intensità febbrile di chi non accetta compromessi con la vita. Bolognese, pilota di Formula 1 negli anni Novanta, Zanardi era già allora molto più di un volante veloce: era un carattere, un sorriso ostinato, una fame di strada che non conosceva prudenza. Poi, nel 2001, l’incidente che avrebbe chiuso qualsiasi carriera e piegato qualsiasi volontà. Non la sua. L’amputazione delle gambe non segnò una fine, ma una deviazione: dolorosa, brutale, eppure fertile. Zanardi tornò. Non come simbolo, parola che lui stesso rifuggiva, ma come uomo che si rimette in gioco senza chiedere sconti. Il paraciclismo divenne la sua nuova pista, e lì costruì un’altra leggenda: quattro ori e due argenti tra Giochi paralimpici di Londra 2012 e Giochi paralimpici di Rio 2016. Non una rivincita, ma una conferma: il limite, per lui, era solo una linea da attraversare. Gli anni successivi furono un’altra battaglia, più silenziosa e più crudele. Interventi, coma, ospedali, e ancora una volta quel ritorno che sembrava impossibile. Accanto a lui, sempre, la famiglia: la moglie Daniela e il figlio Niccolò, custodi discreti di una forza che non aveva bisogno di platee. Zanardi è stato molte cose: pilota, atleta, esempio. Ma soprattutto è stato una smentita vivente del fatalismo, quella convinzione pigra secondo cui a un certo punto bisogna arrendersi. Lui no. Non si è mai arreso, nemmeno quando il corpo chiedeva tregua e il destino sembrava aver già scritto l’ultima riga. Ora quella riga è arrivata davvero. Eppure, a ben vedere, non chiude nulla. Perché certi uomini non finiscono: semplicemente smettono di correre sotto i nostri occhi, lasciando agli altri il compito, spesso disatteso, di provarci almeno una volta. E Zanardi, con la sua vita spericolatamente normale, ci aveva già detto tutto: che vincere è un dettaglio, mentre rialzarsi è un’arte. E lui, di quell’arte, è stato maestro. Di Redazione * Foto: Screenshot da filmato ilgiornale.it

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Ferrari, cavalli senza stalla (e con tante conferenze stampa)

I piloti ci sono, eccome. Manca tutto il resto. E con le promesse, si sa, non si vince nemmeno al trotto. “Sei rimasta un bel ricordo e nulla più…” cantava il Quartetto Cetra in Vecchia America. E mai citazione fu più attuale per raccontare la Ferrari contemporanea: un glorioso album di figurine, aggiornato ogni domenica con una nuova delusione. Sui giornali si leggono titoli che sembrano usciti da un prontuario di consolazione: “Tre podi non fanno primavera”, “Serve la svolta a Miami”, “È il momento del salto di qualità”. Il problema è che questa primavera non arriva da vent’anni, e nel frattempo è cambiato il clima, il regolamento e pure la pazienza dei tifosi. Noi, che non vendiamo speranze a rate, possiamo dirlo senza girarci troppo intorno: tre podi non fanno primavera, ma nemmeno autunno. Fanno, al massimo, una domenica tiepida con pioggia nel finale. Nel frattempo, i giovani vincono. Ragazzini che fino a ieri chiedevano l’autografo oggi si prendono i Gran Premi. E mentre altrove si costruiscono macchine, a Maranello si costruiscono narrazioni. “A Miami comincerà un altro campionato”, promette Frédéric Vasseur. Certo. Come no. E magari da lunedì anche la dieta. Il punto è semplice: i cavalieri ci sono. Eccome se ci sono. Lewis Hamilton ha già capito l’aria che tira e chiede potenza come un assetato nel deserto. Non cerca poesia, cerca cavalli, quelli veri, sotto il cofano. Charles Leclerc, dal canto suo, resta lì, fedele e testardo, con le “palle d’acciaio” certificate via radio dal suo ingegnere. Traduzione: talento puro, ma imbrigliato. E allora la verità, nuda e un po’ imbarazzante, è questa: abbiamo i cavalieri, ma non il cavallo. O meglio, forse il cavallo c’è, ma è quello dell’Hobbyhorse, la disciplina nordica dove si galoppa senza cavallo, saltando ostacoli immaginari. A questo punto, una medaglia lì non ce la toglierebbe nessuno. Il povero Enzo Ferrari, il Drake, ogni anno si gira un po’ di più nella tomba. Non tanto per le sconfitte, che fanno parte del gioco, ma per la liturgia delle promesse. Quelle sì, insopportabili: sempre nuove, sempre uguali, sempre inutili. Perché la verità è che con le promesse non si vince. Non si è mai vinto. Né in Formula 1, né altrove. E lo dimostrano anche le due ruote: Aprilia e Ducati insegnano, i piloti contano, ma senza la macchina giusta si resta a fare da comparse. Dunque rassegniamoci. O meglio: consoliamoci. E facciamolo con un altro Ferrari, questo sì campione del mondo, un bel Ferrari Brut o, per chi vuole strafare, un Giulio Ferrari 2004. Almeno lì, il podio è garantito. Poi, tra una bollicina e l’altra, potremo anche chiudere gli occhi e sognare. Non costa nulla. E soprattutto, non richiede sviluppo aerodinamico. Per il resto, la realtà resta quella che è. E come direbbe qualcuno che di libri se ne intendeva, le illusioni vendono, ma non portano punti in classifica. Giuseppe Arnò *

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Olimpiadi col lattice

  Da Rio a Milano-Cortina: quando il Villaggio olimpico scopre di essere in pieno San Valentino x x C’è una notizia che, vista dal Brasile, provoca un sorriso largo quanto la spiaggia di Copacabana: alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026 il rifornimento di preservativi è già previsto, puntuale come la neve artificiale. Diecimila condom, con tanto di logo olimpico, distribuiti su una platea di 2.800 atleti. Il portavoce del Comitato Olimpico Internazionale, Mark Adams, ha spiegato con olimpica nonchalance: “San Valentino è in pieno svolgimento al Villaggio”. Diecimila. Più che una staffetta, una maratona. Intendiamoci: la distribuzione gratuita di preservativi ai Giochi è prassi consolidata, nata con finalità di prevenzione sanitaria e sensibilizzazione. E fin qui, nulla da eccepire. Lo sport è disciplina, ma anche salute. E la salute, si sa, è una medaglia che non si vede ma pesa. Tuttavia, da Rio la notizia assume un retrogusto esotico. Perché qui i preservativi con lo stemma festivo sono tradizione di Carnevale, non di combinata nordica. A Rio de Janeiro, durante il Carnevale, si distribuiscono milioni di condom con la stessa naturalezza con cui si distribuiscono coriandoli. È un rito laico, una pedagogia gioiosa: l’amore come parentesi luminosa in un anno spesso grigio. Qui nascono amori carnevaleschi, sinceri nel loro essere effimeri. “Il Carnevale di Rio non chiede il permesso. Avvicina i corpi, accelera le decisioni e ci fa sentire prima di pensare”, scrive Mila Coren nel suo romanzo Una storia d’amore al Carnevale di Rio de Janeiro. È un’altra filosofia. Qui si vive il presente perché il futuro è un’incognita, quid vesper ferat, incertum est. La tristezza dell’anno si sospende per una settimana, poi arriva la quaresima a ricordarci che siamo polvere e non coriandoli. Ma a Milano? A Cortina? Sulle piste ghiacciate e tra i pattini affilati? Confessiamolo con affettuosa perplessità tropicale: non avevamo ancora colto il nesso causale tra slalom gigante e slalom sentimentale. Si va ai Giochi per vincere medaglie, per limare centesimi, per inseguire record. Non, lasciatecelo dire, con bonaria ironia, per testare la resistenza elastica di un gadget brandizzato. Non siamo puritani, per carità. Il Brasile non potrebbe permetterselo neppure volendo. Ma ci sorprende questa trasformazione del Villaggio olimpico in un prolungamento di San Valentino. Forse aveva ragione Xavier Forneret: durante il carnevale gli uomini indossano una maschera in più. E magari alle Olimpiadi invernali indossano anche qualcosa in più, per prudenza, si intende. Del resto, lo sport insegna il fair play. E se il fair play passa anche dal lattice, nessuno si scandalizzi. Resta solo un dubbio, che poniamo con il sorriso di chi ama lo sport e conosce il Carnevale: se diecimila preservativi evaporano più in fretta della neve al sole, forse la fiamma olimpica scalda più di quanto credessimo. E in fondo, tra una discesa libera e un abbraccio libero, la differenza è sottile: entrambe richiedono equilibrio, tecnica e un pizzico di protezione. Il resto è retorica. O, se preferite, riscaldamento globale. Giuseppe Arnò

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Azzurre leggendarie: l’Italia del volley torna regina del mondo

Dopo 23 anni l’Italvolley femminile conquista l’oro mondiale: battuta la Turchia al tie-break, il cielo sopra Bangkok si tinge d’azzurro L’Italia può esultare: la nazionale femminile di pallavolo è campione del mondo. Con una prova di carattere, tecnica e cuore, le ragazze di Julio Velasco hanno piegato la Turchia 3-2 in una finale palpitante a Bangkok, riportando l’oro iridato a casa dopo 23 anni di attesa. Il punteggio (25-22, 13-25, 26-24, 19-25, 15-8) racconta la battaglia: momenti di sofferenza e cali improvvisi, ma anche la forza di reagire e di dominare nel tie-break, quando la pressione è massima e solo le grandi squadre sanno esaltarsi. L’Italia ha dimostrato di esserlo, centrando la 36esima vittoria consecutiva e scrivendo un’altra pagina indimenticabile della propria storia sportiva. Dal trionfo olimpico di Parigi 2024 al mondiale di Bangkok, il cammino delle azzurre è quello di una squadra che ha trasformato talento e sacrificio in leggenda. A suggellare l’impresa sono arrivate anche le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invitato la squadra al Quirinale, e della Premier Giorgia Meloni che sui social ha esaltato “le campionesse del mondo”. “Siamo fenomenali”, ha urlato a fine gara Alessia Orro. Orgoglio, resilienza, unità: valori che vanno oltre il campo e che fanno di questa Nazionale un simbolo per l’Italia intera. Il volley azzurro brilla ancora. E l’Italia applaude in piedi. di Redazione

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🔴 Ferrari F1: Disastro su quattro ruote

  Il Drake è stanco di rivoltarsi nella tomba: Silverstone è l’ennesimo insulto alla leggenda     Una disfatta annunciata Il podio? Un miraggio Un’altra gara, un’altra figura barbina. A Silverstone la Ferrari riesce ancora una volta nell’impresa che ormai le riesce meglio: deludere senza riserve. I tifosi non ce la fanno più: oscillano tra la gastrite da Malox e la tentazione di tifare curling, sport dove almeno la strategia la capisce anche la nonna davanti alla tv. Charles Leclerc, con il coraggio tipico degli sventurati, parte dai box con gomme slick sul bagnato. Mossa geniale, degna dei migliori bar sport di periferia. Risultato? Quattordicesimo, fuori dai punti, fuori dalla grazia di Dio, fuori da qualsiasi logica agonistica. Ma a Maranello continuano a studiare – con passione, ci mancherebbe – come perdere con eleganza. Dall’altra parte, il vecchio leone Lewis Hamilton ci prova fino all’ultimo e sfiora il podio. Norris vince, Piastri (penalizzato) lo segue e Hulkenberg, uno che sembrava destinato a collezionare solo figurine, sale finalmente sul podio dopo 239 gran premi di onesto anonimato. E la Ferrari? Si ritrova a osservare la scena come il compagno di banco che non ha studiato. Strategia da osteria Ogni volta che piove, le altre scuderie aggiornano le strategie. Ferrari aggiorna il menù: acqua, vino rosso e decisioni a caso. Lo chiamano “rischio calcolato”, ma l’impressione è che a Maranello il calcolo lo facciano lanciando i dadi. E dire che altrove la Ferrari funziona eccome: a Le Mans continua a vincere come una volta. Tre vittorie consecutive nella 24 Ore, dodicesima affermazione nella storia della corsa più affascinante del mondo, con una squadra chirurgica che non sbaglia nulla, nemmeno sotto pressione. La Ferrari vera, la Ferrari che ci piace, è lì. Non in Formula 1. Dove sono finiti i geni di Maranello? Allora, il problema non è il DNA. Il materiale umano c’è. Forse è solo mal distribuito. Forse quelli bravi stanno tutti dall’altra parte della fabbrica, mentre in F1 ci siamo affidati ai cugini che montano i mobili con il libretto sbagliato. È tempo di fare piazza pulita: agosto è vicino, si va tutti in ferie. Al ritorno, nuova gestione, nuove idee, nuovi tecnici. Se non li troviamo in Italia, poco male: c’è la Cina, dove fanno volare i missili ipersonici e almeno lì la parola “velocità” ha ancora un senso. Oppure ci rivolgiamo direttamente a Elon Musk: magari in cambio di un paio di Model S ci presta due ingegneri e un algoritmo che azzecca quando cambiare le gomme. Se proprio vogliamo varcare i confini del paradosso, possiamo sempre importare un manager dalla Corea del Nord. Almeno lì, quando qualcosa va storto, qualcuno paga davvero. Eppure, ironia a parte, non servirebbe molto. La Ferrari a Le Mans dimostra che la qualità, il coraggio, la precisione e il talento ci sono; che il motto dall´eccellenza in su è sempre valido.  Ma in F1 regna la confusione, il pressapochismo e forse un po’ troppa autosufficienza. Perché quando si parla di Ferrari, si parla di orgoglio nazionale, non di un marchio qualunque. Il Drake, intanto, continua a rigirarsi nella tomba. Al ritmo attuale, rischia di fare più chilometri di Leclerc in un intero weekend di gara. Chiamatelo, qualcuno lo fermi. O, ancora meglio, fate in modo che possa finalmente riposare in pace. Prossima gara: sperare è gratis. Ma il Drake, almeno per oggi, continuerà a rigirarsi. Se non altro, lui gira. Di Redazione Foto: Lagazzettaonline

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Mondiali Militari di Qazaq Kuresi

 PRONTA LA SQUADRA ITALIANA! Si svolgerà dal 12 al 16 agosto 2025 ad Astana, capitale del Kazakistan, il 1° Torneo mondiale militare CISM di Lotta Qazaq Kuresi, lotta tradizionale e sport nazionale del paese centroasiatico, iscritta dall’UNESCO nella “Lista rappresentativa dei Beni Culturali Immateriali dell’Umanità”. L’evento è organizzato dal CISM (International Military Sport Council). La Squadra Italiana di Qazaq Kuresi sarà composta dal Direttore Tecnico Mattia Galbiati e dagli atleti Sandro Lorito (66kg), Gabriel De Luca (74kg), Francesco Pio Aidone (82kg), Eugenio Sturniolo (90kg) e Andres Felipe Moreno (-100kg), tutti appartenenti alle Forze Armate nonché alla Federazione Italiana Lotte Tradizionali (FILT), associazione sportiva affiliata all’ente di promozione sportiva A.S.I. Questi atleti hanno ampia esperienza nel Qazaq Kuresi, avendo partecipato a varie competizioni internazionali e, in particolare, ai World Nomad Games 2024 ed ai recenti Campionati Mondiali a New Delhi. L’inno di Mameli, questa volta, avrà per loro un doppio significato emotivo: per la bandiera e per la divisa! La partecipazione della delegazione azzurra è frutto della collaborazione tra il Capitano di Vascello Roberto Recchia, Segretario Generale CISM, il Colonnello Stefano Bianca, Responsabile Ufficio Sport dello Stato Maggiore Difesa, e l’avvocato Vittorio Giorgi, fondatore e presidente della Federazione Italiana Lotte Tradizionali. Lo scorso marzo il Ministro della Difesa del Kazakistan Ruslan Zhaksylykov, ha effettuato una visita ufficiale a Roma, dove ha incontrato il Ministro della Difesa Guido Crosetto. Le relazioni tra i due Paesi, negli ultimi tempi, si sono molto rafforzate. Vittorio Giorgi  Federazione Italiana Lotte Tradizionali  presidente

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Napoli, Campioni d’Italia: lo Scudetto è Azzurro!

Conte, missione compiuta: lo Scudetto torna sotto il Vesuvio Napoli, 23 maggio 2025 — Il Napoli è campione d’Italia per la stagione 2024-2025. Dopo una corsa emozionante fino all’ultima giornata, gli azzurri di Antonio Conte conquistano il quarto Scudetto della loro storia superando il Cagliari per 2-0, grazie ai gol di McTominay e Lukaku. Un punto in più dell’Inter (82 a 81), che vince inutilmente a Como, sancisce il trionfo partenopeo. Per Antonio Conte, è l’ennesima impresa da incorniciare: al primo anno a Napoli, dopo una stagione precedente deludente chiusa al decimo posto, ha costruito una squadra solida, ambiziosa e affamata. Con questo successo, il tecnico pugliese diventa il primo allenatore italiano ad aver vinto il campionato con tre squadre diverse (Juventus, Inter, Napoli). L’intera città è esplosa in una festa incontenibile: fuochi d’artificio, caroselli, cori e bandiere sventolate ovunque, dal Vomero al centro storico, dal lungomare ai Quartieri Spagnoli. Lo stadio Diego Armando Maradona è stato il cuore pulsante di una gioia che si è estesa fino alle prime luci dell’alba. La stagione ha avuto protagonisti chiave come Scott McTominay, autore di 12 gol e 6 assist, e Romelu Lukaku, bomber rinato sotto la guida di Conte. Ma il vero artefice del miracolo è stato proprio l’allenatore salentino, capace di ridare identità e ambizione a una piazza esigente e appassionata. Il presidente Aurelio De Laurentiis ha lasciato aperto uno spiraglio sul futuro: “Mi farebbe molto piacere se Conte restasse anche per la Champions. Napoli merita rispetto e lui lo ha dimostrato pienamente”. Dopo i trionfi del 1987, 1990 e 2023, Napoli torna sul tetto d’Italia. E lo fa con una squadra che ha saputo rialzarsi dalle macerie, scrivendo un’altra pagina memorabile nella storia del calcio italiano. Statistiche e curiosità: Quarto scudetto per il Napoli nella sua storia. Conte ha vinto il campionato in Italia 5 volte su 7 stagioni. McTominay e Lukaku decisivi nella vittoria finale. L’Inter, campione uscente, si arrende per un solo punto di distacco. Napoli ha conquistato 2 scudetti negli ultimi 3 anni. “Vincere qui è difficilissimo. Questo gruppo ha valori importanti” – Antonio Conte “L’energia è altissima, non riesco nemmeno a descriverla” – Scott McTominay “Complimenti al Napoli per la conquista dello Scudetto” – FC Internazionale, su X Napoli è di nuovo capitale del calcio italiano. E ora la città sogna anche in Europa. Redazione Foto credito: https://www.ilgiornale.it/news/calcio/napoli-inter-2483844.html

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Che bello, che botto!

Sinner torna, vince e infiamma Roma: Foro Italico in delirio ROMA – È tornato. Ed è tornato alla Sinner: silenzioso, elegante, letale. Jannik Sinner rientra in campo dopo 104 giorni e lo fa come se nulla fosse successo, con una vittoria secca sull’argentino Mariano Navone (6-3, 6-4) agli Internazionali d’Italia. Il pubblico romano lo accoglie come un eroe rientrato dalla battaglia… o forse da una lunga vacanza di lusso, a giudicare dalla forma fisica e dal tennis scintillante. Un ritorno che sa di abbraccio collettivo, con un Centrale gremito e arancionissimo: parrucche, magliette, cori da stadio – mancavano solo i fumogeni (per fortuna). Ma il vero botto lo fa lui, Jannik, che a fine match firma la camera con un semplice: “Che bello” e un cuore. E in effetti, che bello davvero. Con un completo total black degno dei grandi ritorni e una concentrazione zen, Sinner archivia le formalità in poco più di un’ora e mezza. Navone, n.99 del mondo, prova a resistere ma viene travolto tra colpi profondi, dritti chirurgici e quella freddezza da n.1 che – spoiler – resterà tale almeno fino al Roland Garros. E mentre in tribuna mamma Siglinde e papà Hanspeter applaudono commossi accanto ad Alcaraz (che prende appunti?), dagli spalti arriva l’incitamento più romano di tutti: “Daje Jannik!”. I numeri? 22 vittorie consecutive.1 cuore disegnato.0 dubbi: Sinner è tornato, e fa sul serio. Prossimo avversario? L’olandese Jesper de Jong. Ma intanto godiamoci questo ritorno. Perché il cavaliere roscio è tornato a galoppare. E no, “non je devi rompe”. di Redazione

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