La difesa europea tra burocrazia, slitte groenlandesi e l’eterna tutela americana Si torna a parlare di difesa europea..

Fare cultura parlando di vini
Per Tenuta Iacoangeli il vino è da sempre una questione di famiglia A Genzano di Roma la passione per il vino trova nuova linfa nelle nuove generazioni La crescita qualitativa del turismo romano in opera ormai da oltre vent’anni, ha convinto i produttori intorno alla Capitale a rinunciare ai facili guadagni della quantità per inseguire finalmente la qualità. Artefici di questa mutazione sono le nuove generazioni di viticoltori, che intuendo il cambiamento si sono ritrovate in mano la ricchezza dei suoli vulcanici e un clima ideale tra coste, rilievi e laghi, condizioni da manuale eppure delittuosamente mai sfruttate a pieno per la coltivazione di qualità della vite, ma che finalmente ora si esprimono alle nuove produzioni. La vigna per le famiglie dei Castelli Romani è sempre stata qualcosa di familiare a vario titolo, abbandonata e poi ripresa ma sempre tra le “cose di famiglia”. Per la famiglia Iacoangeli le origini dell’attività risalgono ai primi del 900 fino a nonno Renzo ultimo ad imbottigliare il prodotto delle sue uve. Come succede per tutte le passioni a volte capita di non trovarsi d’accordo su come operare e allora Mauro, suo figlio, abbandona la vigna che poi riprenderà alla morte del padre pur occupandosi contemporaneamente di altro. Con grande sacrificio riesce a portarla avanti iniziando la riconversione dei vigneti, ma un grande problema di salute in famiglia lo costringe ad abbandonare di nuovo la vigna tra il 2008 e il 2013. Finalmente arriva il momento giusto per ricominciare in maniera decisa e qui avviene la folgorazione “casuale” del figlio di Mauro. Inviato dal padre a zappare la vigna come misura punitiva per essere stato bocciato, Paolo rimane estasiato dall’esperienza di lavorare immerso nella natura, decidendo che quella sarebbe stata la sua via una volta ultimati gli studi, come ci racconterà lui stesso. Tra il 2013 e il 2016 si tolgono i vecchi impianti a tendone per i vini bianchi, e successivamente si riconvertono i terreni prima dedicati alla coltivazione dei kiwi per dedicarli alle uve a bacca nera. Finalmente superando anche le difficoltà del Covid nel 2020 avviene la prima vendemmia di Tenuta Iacoangeli, 3000 bottiglie: 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. Quest’ultimo, “1571 Selezione di Famiglia Lazio Igt” vince subito la medaglia d’argento alla Città del Vino 2020, un bel segno d’incoraggiamento per la famiglia Iacoangeli che oggi può contare anche sull’impegno di Matteo, l’altro figlio di Mauro, arrivando alle 15000 bottiglie di produzione. Abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche opinione con Paolo Iacoangeli: Come avviene il tuo approccio alla viticoltura che è sempre stata una cosa di famiglia? Raccontaci come sei tornato alle origini Il mio approccio a questo fantastico mondo è stato molto particolare. Partiamo con il dire che vengo da una famiglia che ha sempre fatto questo lavoro, che ha sempre avuto terre e prodotto vino. Fin da bambino ho sempre accompagnato, insieme a mio fratello, mio padre in vigna. I primi ricordi che ho li ho tra i filari dei nostri vigneti e sotto i tendoni dei kiwi, che al tempo avevamo in una parte dei nostri terreni. Ma dove nasce effettivamente la passione? In primo liceo, nel 2013, vengo bocciato a scuola. Il destino ha voluto che quello fosse effettivamente l’anno in cui stavamo riconvertendo i vigneti. Infatti, avevamo appena reimpiantato 4,5 Ha di bianco (Malvasia Puntinata, Bellone e Viognier ); Mio padre per “punizione “mi portò in vigna e me la fece zappare manualmente tutta. Il “problema “è che ha sortito l’effetto opposto: da lì la mia passione si è accesa, ed è scoccata la scintilla che mi ha portato a prendere questa strada lavorativa, dopo la scuola. Oggi il Lazio del vino ha intrapreso con decisione la strada della qualità. Quale è stato l’elemento che nelle nuove generazioni ha determinato questo perentorio cambio di passo? Secondo me il fattore scatenante è stato di natura culturale. È cambiato il modo di bere e la visione generale sul prodotto vino. A mio modo di vedere le nuove generazioni hanno diminuito il quantitativo di vino bevuto ma preferendo sempre più vini di altissima qualità. Dai miei coetanei il vino non è più visto come un alimento che va a comporre il pasto ma più uno sfizio, uno status symbol in certi casi. Sicuramente questa visione ha portato i produttori ad avere più accortezza nel produrre vini in qualità più che in quantità. La nostra filosofia, infatti, non è quella di produrre centinaia di migliaia di bottiglie, ma produrre meno bottiglie ma di estrema qualità. Che portino il consumatore a vivere un’esperienza vera, un viaggio tra i filari e il nettare da essi prodotto. Nel passato la reputazione del Lazio vitivinicolo era quella di “vinello dei castelli”. Questo retaggio culturale quanto pesa nel proporre al consumatore e nei mercati la qualità attuale che niente ha da invidiare a tanti territori italiani? Diciamo che questo preconcetto è ancora purtroppo presente in tanti consumatori finali. Ma devo dire che sia a livello di ristorazione, sia a livello di consumatore finale stia avvenendo un cambio di visione. Noto infatti un apprezzamento sempre maggiore dei vini del Lazio in generale e nello specifico dei vini dei Castelli Romani. I vini laziali si stanno evolvendo e tanti produttori con loro. Finalmente si sta capendo quanto sia ricco e prezioso il nostro territorio, con veramente nulla da invidiare a territori commercialmente più famosi. Altro preconcetto era quello che solo i vini bianchi potessero venire bene mentre adesso, a parte l’affermazione del Cesanese, in diversi territori cominciano ad uscire rossi veramente interessanti come, ad esempio, il vostro “1571 Rosso Lazio Igt “. Dato che il territorio è sempre quello cosa è cambiato in questo senso? La cosa che è cambiata a mio modo di vedere è proprio la percezione di questo territorio. Diciamo che la predominanza di vini bianchi era dovuta a contesti socioculturali. Infatti, prima si prediligeva il bere in osteria o in fraschetta vini non esageratamente complessi, anzi. Ora invece si comincia








