Fare cultura parlando di vini

Per Tenuta Iacoangeli il vino è da sempre una questione di famiglia A Genzano di Roma la passione per il vino trova nuova linfa nelle nuove generazioni La crescita qualitativa del turismo romano in opera ormai da oltre vent’anni, ha convinto i produttori intorno alla Capitale a rinunciare ai facili guadagni della quantità per inseguire finalmente la qualità. Artefici di questa mutazione sono le nuove generazioni di viticoltori, che intuendo il cambiamento si sono ritrovate in mano la ricchezza dei suoli vulcanici e un clima ideale tra coste, rilievi e laghi, condizioni da manuale eppure delittuosamente mai sfruttate a pieno per la coltivazione di qualità della vite, ma che finalmente ora si esprimono alle nuove produzioni. La vigna per le famiglie dei Castelli Romani è sempre stata qualcosa di familiare a vario titolo, abbandonata e poi ripresa ma sempre tra le “cose di famiglia”. Per la famiglia Iacoangeli le origini dell’attività risalgono ai primi del 900 fino a nonno Renzo ultimo ad imbottigliare il prodotto delle sue uve. Come succede per tutte le passioni a volte capita di non trovarsi d’accordo su come operare e allora Mauro, suo figlio, abbandona la vigna che poi riprenderà alla morte del padre pur occupandosi contemporaneamente di altro. Con grande sacrificio riesce a portarla avanti iniziando la riconversione dei vigneti, ma un grande problema di salute in famiglia lo costringe ad abbandonare di nuovo la vigna tra il 2008 e il 2013. Finalmente arriva il momento giusto per ricominciare in maniera decisa e qui avviene la folgorazione “casuale” del figlio di Mauro. Inviato dal padre a zappare la vigna come misura punitiva per essere stato bocciato, Paolo rimane estasiato dall’esperienza di lavorare immerso nella natura, decidendo che quella sarebbe stata la sua via una volta ultimati gli studi, come ci racconterà lui stesso. Tra il 2013 e il 2016 si tolgono i vecchi impianti a tendone per i vini bianchi, e successivamente si riconvertono i terreni prima dedicati alla coltivazione dei kiwi per dedicarli alle uve a bacca nera. Finalmente superando anche le difficoltà del Covid nel 2020 avviene la prima vendemmia di Tenuta Iacoangeli, 3000 bottiglie: 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. Quest’ultimo, “1571 Selezione di Famiglia Lazio Igt” vince subito la medaglia d’argento alla Città del Vino 2020, un bel segno d’incoraggiamento per la famiglia Iacoangeli che oggi può contare anche sull’impegno di Matteo, l’altro figlio di Mauro, arrivando alle 15000 bottiglie di produzione. Abbiamo avuto il piacere di scambiare qualche opinione con Paolo Iacoangeli: Come avviene il tuo approccio alla viticoltura che è sempre stata una cosa di famiglia? Raccontaci come sei tornato alle origini Il mio approccio a questo fantastico mondo è stato molto particolare. Partiamo con il dire che vengo da una famiglia che ha sempre fatto questo lavoro, che ha sempre avuto terre e prodotto vino. Fin da bambino ho sempre accompagnato, insieme a mio fratello, mio padre in vigna. I primi ricordi che ho li ho tra i filari dei nostri vigneti e sotto i tendoni dei kiwi, che al tempo avevamo in una parte dei nostri terreni. Ma dove nasce effettivamente la passione? In primo liceo, nel 2013, vengo bocciato a scuola. Il destino ha voluto che quello fosse effettivamente l’anno in cui stavamo riconvertendo i vigneti. Infatti, avevamo appena reimpiantato 4,5 Ha di bianco (Malvasia Puntinata, Bellone e Viognier ); Mio padre per “punizione “mi portò in vigna e me la fece zappare manualmente tutta. Il “problema “è che ha sortito l’effetto opposto: da lì la mia passione si è accesa, ed è scoccata la scintilla che mi ha portato a prendere questa strada lavorativa, dopo la scuola. Oggi il Lazio del vino ha intrapreso con decisione la strada della qualità. Quale è stato l’elemento che nelle nuove generazioni ha determinato questo perentorio cambio di passo? Secondo me il fattore scatenante è stato di natura culturale. È cambiato il modo di bere e la visione generale sul prodotto vino. A mio modo di vedere le nuove generazioni hanno diminuito il quantitativo di vino bevuto ma preferendo sempre più vini di altissima qualità. Dai miei coetanei il vino non è più visto come un alimento che va a comporre il pasto ma più uno sfizio, uno status symbol in certi casi. Sicuramente questa visione ha portato i produttori ad avere più accortezza nel produrre vini in qualità più che in quantità. La nostra filosofia, infatti, non è quella di produrre centinaia di migliaia di bottiglie, ma produrre meno bottiglie ma di estrema qualità. Che portino il consumatore a vivere un’esperienza vera, un viaggio tra i filari e il nettare da essi prodotto. Nel passato la reputazione del Lazio vitivinicolo era quella di “vinello dei castelli”. Questo retaggio culturale quanto pesa nel proporre al consumatore e nei mercati la qualità attuale che niente ha da invidiare a tanti territori italiani? Diciamo che questo preconcetto è ancora purtroppo presente in tanti consumatori finali. Ma devo dire che sia a livello di ristorazione, sia a livello di consumatore finale stia avvenendo un cambio di visione. Noto infatti un apprezzamento sempre maggiore dei vini del Lazio in generale e nello specifico dei vini dei Castelli Romani. I vini laziali si stanno evolvendo e tanti produttori con loro. Finalmente si sta capendo quanto sia ricco e prezioso il nostro territorio, con veramente nulla da invidiare a territori commercialmente più famosi.   Altro preconcetto era quello che solo i vini bianchi potessero venire bene mentre adesso, a parte l’affermazione del Cesanese, in diversi territori cominciano ad uscire rossi veramente interessanti come, ad esempio, il vostro “1571 Rosso Lazio Igt “. Dato che il territorio è sempre quello cosa è cambiato in questo senso? La cosa che è cambiata a mio modo di vedere è proprio la percezione di questo territorio. Diciamo che la predominanza di vini bianchi era dovuta a contesti socioculturali. Infatti, prima si prediligeva il bere in osteria o in fraschetta vini non esageratamente complessi, anzi. Ora invece si comincia

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S’i’ fosse foco…

    S’i’ fosse foco… sterilizzerei il mondo Manuale satirico per la bonifica dell’Homo contaminans. Con qualche facezia, un pizzico di Cecco e Montanelli in versione ignifuga.   «S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo…» No, tranquilli. Non è un editoriale ecoterrorista, né il manifesto di qualche comitato di piromani con l’agenda green. È Cecco Angiolieri, sette secoli prima dei talk show, dei social e delle conferenze sul clima con buffet a dodici portate. Il suo era uno sfogo letterario. Un artificio del genere comico-realistico, come spiegano i filologi. Un urlo in endecasillabi, non un programma elettorale. Cecco non voleva davvero incendiare il pianeta: voleva prendere a schiaffi, con l’ironia, la stupidità del suo tempo. E qui nasce il sospetto: se fosse vivo oggi, probabilmente chiederebbe i diritti d’autore. Perché il mondo che Dio ci ha consegnato era, piaccia o no, un capolavoro perfettamente funzionante. L’uomo ha deciso di migliorarlo. Come sempre accade quando l’uomo decide di migliorare ciò che funziona, il risultato è stato un disastro. Abbiamo inquinato l’aria, l’acqua, il mare, i fiumi, il sottosuolo e perfino lo spazio, dove ormai galleggiano più rottami che satelliti. Mancava soltanto l’inquinamento del buon senso. Anche quello è arrivato. La contaminazione peggiore, però, non è quella della plastica. È quella delle idee. Si riciclano slogan invece dei rifiuti, si differenziano gli esseri umani invece dell’immondizia e si confonde il progresso con la capacità di produrre nuove emergenze. Così, mentre Madre Natura prova ancora ostinatamente a fare il suo mestiere, noi continuiamo a sabotarla con zelo burocratico. Cecco avrebbe scritto: S’i’ fosse climatologo, vieterei agosto. S’i’ fosse influencer, pianterei alberi invece dei selfie. S’i’ fosse politico, prometterei di mantenere almeno una promessa. Questa sì che sarebbe fantascienza. Il fuoco, nella tradizione cristiana, non è soltanto distruzione. San Francesco lo chiamava «frate focu», «bello, iocundo, robustoso e forte». È luce, calore, energia. È ciò che illumina e purifica. Anche la sofferenza, scriveva Roberto Gervaso, è un fuoco che, quando non ustiona, purifica. Il problema è che oggi il fuoco non purifica più: produce conferenze stampa. Ogni catastrofe genera tre cose certe: una commissione, un hashtag e un esperto televisivo. La soluzione arriverà domani. Sempre domani. Nel frattempo il mondo continua ad ammalarsi della stessa patologia: l’uomo. Non della sua presenza, che sarebbe una benedizione, ma della sua smisurata presunzione. L’unica specie capace di abbattere una foresta per stampare opuscoli intitolati “Salviamo gli alberi”. L’unica che organizza summit sull’inquinamento raggiungendoli con cortei di jet privati. L’unica che pretende di correggere perfino la natura, salvo poi indignarsi quando la natura presenta il conto. A questo punto qualcuno invocherà il fuoco di Cecco. Qualcun altro aspetterà un nuovo Diluvio. Personalmente, mi accontenterei di una gigantesca sterilizzazione. Non delle persone, sia chiaro. Delle follie. Disinfettare la superbia, sanificare l’avidità, mettere in quarantena l’arroganza, vaccinare contro l’idiozia organizzata. Una bonifica dell’intelligenza. Perché il pianeta, in fondo, non ha bisogno di essere salvato. È sopravvissuto a glaciazioni, meteoriti, vulcani e dinosauri. Quello che rischia seriamente l’estinzione è il buon senso. Indro Montanelli diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Oggi, prudentemente in versione ignifuga, aggiungeremmo che molti corrono anche in soccorso della narrativa dominante, purché sia già approvata dal salotto televisivo, dal social di turno e dal ministero competente. Il pianeta continua a girare. È l’uomo che gira a vuoto. E forse Cecco, se potesse riscrivere il suo sonetto, sostituirebbe un solo verso: «S’i’ fosse foco, non arderei il mondo. Gli farei soltanto una profonda pulizia dell’anima.» Perché, in fondo, più che un nuovo Diluvio universale basterebbe un buon disinfettante per le coscienze. È l’unico inquinamento che nessun depuratore riesce ancora a filtrare. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzettaonline

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41º in arrivo

ALLERTA ROSSA: CALDO, CAOS E BUONSENSO IN ESAURIMENTO Quarta ondata di caldo africano: 41 gradi in arrivo. Ma il vero clima torrido è quello della cronaca, tra coltelli, guerriglia urbana, politica-spettacolo, giudici sotto esame e un mondo che sembra aver smarrito il libretto delle istruzioni.   di Giuseppe Arnò Attenzione, cittadini: arriva la quarta ondata di caldo africano. A metà settimana il termometro potrebbe toccare i 41 gradi e le notti si trasformeranno in autentiche «super tropicali». Gli esperti raccomandano prudenza: il caldo provoca stress termico, cefalea, pressione alla testa e stanchezza mentale. Per carità, speriamo che almeno politici e magistrati siano immuni. Perché se il caldo dovesse colpire anche loro, rischieremmo di passare dall’attuale cinquanta per cento di caos al cento per cento. E lì, altro che aria condizionata: servirebbe un miracolo. Del resto, a guardare la cronaca, non è soltanto il clima ad aver perso la misura. Il 12 maggio scorso, per esempio, non c’erano 41 gradi. Era una giornata normale e, presumibilmente, nei tribunali funzionava anche l’aria condizionata. Eppure Abdul Ballout venne rimesso in libertà perché, secondo la valutazione giudiziaria, non rappresentava «un pericolo concreto». Oggi Berlino piange un morto e conta 29 feriti. Il caldo, questa volta, non c’entra proprio nulla. Qui il problema è il sistema. Quando la realtà cambia, prima o poi devono cambiare anche le regole con cui la si affronta. La società di oggi non è quella di ieri, la radicalizzazione ha assunto forme nuove e la valutazione della pericolosità di un individuo non può essere affidata a formule astratte, come se il mondo reale fosse rimasto fermo in attesa della prossima sentenza. Il vecchio principio secondo cui il giudice è «il perito dei periti» è nobile. Ma il perito dei periti dovrebbe, forse, conoscere anche il mondo nel quale vive. Intanto, Parigi ci mette del suo. Tre feriti in un attacco con coltello, un uomo fermato e una frase agghiacciante: «Allah mi ha mandato per uccidere delle donne». Meno male che non ha detto «Mi manda Picone». Avremmo potuto almeno sperare in una commedia. Ma ormai basta aprire un giornale per trovare l’intero repertorio: attentati, coltelli, aggressioni, terrorismo, disordini, guerre, crisi e catastrofi. Siamo al cinquanta per cento del potenziale caos, dicevamo. Con buone prospettive di rialzo. E non poteva mancare l’Italia. In Val di Susa la protesta No Tav è tornata a degenerare in scontri e violenze. Il governo avverte: «Lo Stato non indietreggia». Parole giuste, perché uno Stato che indietreggia davanti alla violenza non è più uno Stato: è un servizio clienti. La magistratura indaga sulla possibile regia degli ambienti più radicali. Se davvero dietro gli assalti ci sono organizzazione, strategie e modalità da guerriglia, allora il problema non è più soltanto l’ordine pubblico. È la tenuta stessa dell’autorità dello Stato. E qui non servono slogan. Serve prevenzione, intelligence, certezza della pena e, soprattutto, la capacità di intervenire prima che la guerriglia diventi una consuetudine. Perché una volta che la violenza diventa normale, il giorno dopo diventa tradizione. Anche lo sport, naturalmente, non vuole essere da meno. Caos azzurro: Maldini e Leonardo sbattono la porta, risalgono Conte e Mancini, mentre Thiago Motta sembra sfumare. Malagò cerca la soluzione e la Nazionale assomiglia sempre più a una poltrona musicale: parte la musica, girano i nomi e, quando si ferma, qualcuno resta senza sedia. Ma almeno il calcio, quando va male, ha il buon gusto di farci soffrire soltanto novanta minuti. Poi c’è Hollywood. Si scoprono i compensi del cast di The Odyssey e il cachet di Zendaya fa discutere. Cinque minuti sullo schermo, una cifra da capogiro. Purtroppo Omero non può più reclamare i diritti d’autore. Peccato: avrebbe potuto diventare finalmente ricco dopo qualche migliaio di anni. Incassa Nolan. Anche l’Odissea, in fondo, ha trovato il suo moderno Ulisse: parte da Hollywood, attraversa il mare dei milioni e torna a casa con il bottino. E la politica? La politica ha ormai capito tutto dell’intrattenimento. Nappi e +Europa, una pornostar in lista non fa più scandalo. O tempora, o mores! Ai tempi di Cicciolina, almeno, la provocazione sembrava ancora una provocazione. Oggi rischia di sembrare semplicemente un normale episodio della campagna elettorale. Il confine tra politica e spettacolo è ormai talmente sottile che, a volte, non si capisce più chi stia recitando e chi stia governando. E naturalmente, in questa rassegna del caos, non poteva mancare Donald Trump. Si racconta che abbia rallentato le operazioni contro l’Iran per il timore di esaurire i Patriot. Se fosse vero, sarebbe curioso che una simile preoccupazione venisse comunicata pubblicamente: una maniera assai originale di informare anche gli avversari sulla disponibilità delle proprie munizioni. Ma con Trump tutto è possibile. Perfino che la strategia militare venga presentata come un comunicato stampa. E allora eccolo, il nostro bollettino quotidiano. Temperature in aumento. Violenza in aumento. Caos in aumento. Buonsenso: precipitazioni scarse. Istituzioni: visibilità ridotta. Politica: nuvolosità variabile, con possibili schiarite elettorali. Magistratura: clima incerto. Sport: temporali sparsi. Hollywood: piogge di milioni. Per il resto, si consiglia di rimanere in casa. Non tanto per il caldo. Per la cronaca. E se proprio dovete uscire, portate con voi acqua, cappello e una buona dose di prudenza. Il termometro potrebbe arrivare a 41 gradi. Il problema è che il buon senso, ormai, sembra aver superato da tempo la temperatura di ebollizione. Montanelli, davanti a tutto questo, probabilmente avrebbe sorriso amaramente. E forse avrebbe scritto che il mondo non è diventato più pazzo: siamo semplicemente diventati più bravi a raccontare la sua pazzia. * Foto by Canva mix

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Da Marilyn a Musk: il mondo corre, noi cerchiamo ancora di stargli dietro

Un secolo di storia, dalla magia del cinema alla magia dell’intelligenza artificiale. Abbiamo visto cambiare tutto: il modo di vivere, di comunicare, di viaggiare e persino di invecchiare. Del futuro sappiamo poco. Una cosa, però, è certa: sarà sorprendente. Sempre che ci arrivi.     Oggi Marilyn Monroe avrebbe compiuto cento anni. Un secolo esatto. E già questo numero, da solo, dovrebbe farci riflettere. Perché Marilyn appartiene a un’epoca che molti di noi ricordano con quella particolare nostalgia che non è necessariamente rimpianto, ma riconoscenza. Gli anni Cinquanta furono gli anni della sua consacrazione artistica, di un cinema che sapeva ancora far sognare e di un mondo che, pur con le sue tragedie e le sue contraddizioni, sembrava procedere con un passo meno affannoso di quello odierno. A Marilyn, dunque, il nostro pensiero e un ideale requiem aeternam. Anche perché, a ben vedere, il suo ricordo non riguarda soltanto una grande attrice, ma un’intera stagione della nostra storia. Erano gli anni in cui il futuro sembrava una promessa e non una minaccia. Si ascoltava la musica sul vinile, si telefonava da casa, si aspettava una lettera con pazienza e, quando arrivava, la si leggeva due o tre volte prima di riporla in un cassetto. Oggi, invece, un messaggio non ricevuto entro cinque minuti può generare sospetti, ansie e perfino crisi diplomatiche familiari. Dal vinile siamo passati allo streaming, dalla macchina da scrivere all’intelligenza artificiale, da Policarpo a Elon Musk. E non è detto che sia finita qui. La scienza corre, la tecnologia sprinta e noi, nel frattempo, cerchiamo di capire dove abbiamo messo il telecomando. Il presente, del resto, è una categoria piuttosto sfuggente. Appena tentiamo di afferrarlo, è già passato. Panta rei, dicevano gli antichi. Oggi dovrebbero aggiornare la massima: panta rei velociter. Tutto scorre, ma con la connessione veloce. Roberto Gervaso osservava, con la consueta eleganza, che è difficile godere del presente perché passa subito. E forse aveva ragione. Il passato, almeno, possiamo ricordarlo; il futuro possiamo immaginarlo; il presente, invece, non fa in tempo ad arrivare che già si è trasformato in ricordo. La vera rivoluzione, tuttavia, è che viviamo più a lungo. La speranza di vita è cresciuta e, con essa, è cambiato anche il concetto di vecchiaia. È arrivata la cosiddetta quarta età, ultima frontiera dell’esistenza, con le sue nuove opportunità, i suoi problemi e le sue inevitabili sorprese. A questo punto, però, attenzione. Si racconta che Putin e Xi stiano studiando qualche misteriosa stregoneria per arrivare a 150 anni. Trump, naturalmente, potrebbe essere già al lavoro sulle contromisure: brevettare la formula, venderla a licenza e, possibilmente, applicare un piccolo sovrapprezzo. Del resto, a forza di cercare di prolungare la vita, non ci meraviglieremmo più se un giorno qualcuno annunciasse la pillola dell’immortalità. Sempre che, nel frattempo, l’umanità non trovi il modo di autodistruggersi. E sempre che il Creatore, ammesso che ci crediamo, sia d’accordo con questa nostra crescente ambizione di correggere il progetto originale. Perché ormai le cose impensabili di ieri diventano realtà oggi. A Shanghai si discute di intelligenza artificiale e di come possa favorire gli interessi cinesi in Europa, mentre l’Europa cerca di capire come difendersi e competere. È il nuovo grande confronto del secolo: non più soltanto carri armati e missili, ma algoritmi, semiconduttori, dati e tecnologie strategiche. La guerra del futuro, forse, potrebbe essere combattuta senza sparare un colpo. Basterà spegnere un server. Nel frattempo, il mondo continua a offrire il suo quotidiano repertorio di contraddizioni. Una sentenza può essere perfettamente coerente sul piano giuridico e, contemporaneamente, lasciare inquieta la coscienza civile di un Paese. La politica continua a discutere, l’opposizione si oppone e la maggioranza governa, ciascuno secondo il proprio mestiere. Nel frattempo, i cittadini aspettano. Sul fronte internazionale, si intrecciano accordi sul nucleare civile, investimenti miliardari, nuove alleanze e vecchie rivalità. L’energia resta una delle grandi chiavi del potere mondiale, mentre il confronto con l’Iran e la competizione tecnologica ridisegnano gli equilibri geopolitici. E poi c’è la Russia, alle prese con le difficoltà energetiche e con un mondo che non sembra più disposto a farle sconti. Mosca, si dice, è a corto di carburante e deve guardare alla Siberia. Non per pescare nel fiume Ob, naturalmente, ma per cercare risorse che costano sempre più care. In casa nostra, invece, il copione cambia poco. Un aereo ha un problema al motore e una tragedia sfiora il mondo dell’aviazione. La politica protesta. L’opposizione si oppone. Qualcuno accusa. Qualcun altro replica. Poi tutti ricominciano da capo. E, quando sembra che la giornata non possa offrire altro, arriva la cronaca nera: un uomo uccide il fratello, ferisce la moglie, poi si costituisce. Una tragedia familiare che si aggiunge alle tante che riempiono le cronache e che ci ricordano, brutalmente, quanto sia fragile la convivenza umana. Oggi, almeno, nessun nuovo femminicidio da registrare. Ma il termine merita una riflessione linguistica, senza nulla togliere alla gravità del fenomeno. Il suffisso -cidio, infatti, non è nato ieri: parricidio, fratricidio, regicidio, deicidio, genocidio, infanticidio e, naturalmente, uxoricidio appartengono da tempo al nostro vocabolario. La lingua, come la società, si aggiorna continuamente e trova nuove definizioni per realtà antiche. Persino l’omicidio degli insetti ha avuto la sua stagione di gloria: il DDT, un tempo celebrato per aver contribuito alla lotta contro la malaria, oggi è quasi un reperto archeologico della chimica. Anche le sostanze, come gli uomini e le ideologie, hanno un inizio, un apogeo e una fine. E così torniamo al punto di partenza. Da Marilyn a Musk abbiamo attraversato un secolo che sembra essere durato mille anni. Abbiamo visto nascere la televisione, il computer, Internet, il telefono intelligente e ora l’intelligenza artificiale. Abbiamo assistito alla trasformazione del mondo e, in qualche modo, anche alla nostra. Abbiamo guadagnato anni di vita, ma forse abbiamo perso qualche minuto di serenità. Abbiamo conquistato la velocità, ma non sempre sappiamo dove andare. Possediamo più informazioni di quanto l’umanità abbia mai avuto, ma non è detto che abbiamo più saggezza. Il passato ci appare più ordinato perché lo conosciamo

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Poker planetario: tra ordini, contrordini e funerali da Guinness

Quando la geopolitica sembra una partita in cui le carte vengono continuamente rimescolate e ai comuni mortali resta soltanto il compito di indovinare il bluff. di Giuseppe Arnò Dopo l’articolo dedicato ai Guns N’ Roses – pardon, a Grazie dei fiori – ci concediamo un’altra sosta in quel territorio sempre più affollato dove cronaca, propaganda e realtà sembrano contendersi lo stesso palcoscenico. L’ultima notizia riguarda Donald Trump. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale, un presunto piano iraniano per colpire il presidente americano sarebbe stato sventato dai servizi di intelligence. Trump, dal canto suo, ha ribadito di sentirsi da tempo il bersaglio numero uno del regime degli ayatollah e di aver impartito precise istruzioni affinché, qualora un attentato dovesse riuscire, la risposta degli Stati Uniti sia devastante. Che a Teheran Trump non susciti particolari simpatie non è certo una rivelazione. Da anni le piazze iraniane vedono bruciare enormi fantocci raffiguranti il presidente americano. In fondo, in mancanza delle antiche bamboline trafitte dagli spilli, anche il fantoccio arrostito può rappresentare una moderna forma di catarsi politica. Ma è un altro dettaglio ad attirare la nostra curiosità. Viviamo nell’epoca dei record. C’è chi entra nel Guinness per la pizza più lunga, chi per la mozzarella più grande, chi si vanta di aver consumato centinaia di uova in poche settimane. E poi c’è chi, almeno secondo la narrativa ufficiale, organizza il funerale più partecipato della storia. Anche qui, però, le carte del mazzo sembrano mischiate con una certa fantasia. Si parla di decine di milioni di partecipanti alle esequie della Guida Suprema iraniana, con cifre rilanciate come se la matematica fosse diventata una disciplina opzionale. Saranno stati davvero quaranta milioni? Trenta? Venti? O quanti? Non lo sappiamo. E, francamente, in un tempo in cui ogni parte produce i propri numeri e smentisce quelli degli altri, pretendere una contabilità esatta rischia di diventare un esercizio di fede più che di statistica. Del resto, Kahlil Gibran osservava che «un’esagerazione è una verità che ha perso la calma». Una definizione che sembra adattarsi perfettamente all’informazione contemporanea, dove ogni notizia nasce già accompagnata dalla sua smentita e ogni certezza dura lo spazio di un titolo. Resta però una domanda che continua a bussare alla porta della memoria. Durante le grandi proteste che hanno attraversato l’Iran, il mondo occidentale seguiva quotidianamente gli eventi. Le stime sulle vittime variavano enormemente: alcune fonti parlavano di poche migliaia, altre di numeri assai più elevati, mentre la chiusura quasi totale di Internet rendeva estremamente difficile ogni verifica indipendente. Poi, quasi all’improvviso, il silenzio. Che fine hanno fatto quei manifestanti? Dove sono finite le promesse di sostegno pronunciate nei giorni più drammatici della repressione? Perché oggi nessuno sembra più parlarne? Sono interrogativi che rimangono sospesi, mentre l’attualità corre dietro a nuove emergenze, nuovi conflitti, nuovi annunci e nuove smentite. Confucio sosteneva che «si può indurre il popolo a seguire una causa, ma non far sì che la comprenda». Forse il filosofo cinese aveva intuito, con qualche millennio d’anticipo, il destino dell’informazione del XXI secolo. Ogni giorno assistiamo a ordini, contrordini, ultimatum, tregue annunciate, tregue negate, minacce irrevocabili che diventano trattative il mattino seguente. Nel grande poker planetario qualcuno distribuisce le carte, qualcuno rilancia e qualcun altro cambia le regole della partita mentre il mazziere è ancora all’opera. Noi, dal tavolo dei semplici spettatori, continuiamo a osservare. Con un dubbio crescente: più che capire ciò che accade, ormai ci viene chiesto di scegliere a quale versione credere. E, se possibile, senza nemmeno sbirciare le carte dell’avversario. Chiusura in stile Montanelli Un tempo si diceva che la storia fosse maestra di vita. Oggi sembra piuttosto una conferenza stampa permanente: ogni dichiarazione viene corretta dalla successiva e ogni verità resta valida fino al prossimo comunicato. Se qualcuno, da Washington, Teheran, Bruxelles o altrove, volesse gentilmente distribuire un regolamento definitivo della partita, noi lettori gliene saremmo sinceramente grati. Almeno sapremmo se stiamo assistendo a una partita di poker… o all’ennesimo gioco delle tre carte. “Non pretendiamo che ci dicano tutta la verità. Ci basterebbe che la cambiassero un po’ meno spesso.” * Ultimate photo Blender mix

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Due fuochi e una speranza

Dal Papa in Spagna ad Antonelli a Montecarlo: quando le fiamme possono illuminare invece che bruciare C’è un fuoco che divora e un fuoco che illumina. In questi giorni l’attualità ce ne offre due esempi, assai diversi tra loro, ma curiosamente accomunati dalla stessa metafora. Da una parte c’è Papa Leone, impegnato nel suo viaggio apostolico in Spagna tra Madrid, Barcellona e le Canarie. Un’agenda fitta di incontri con i reali, con il premier Sánchez, con le vittime degli abusi e con quanti vivono il dramma delle migrazioni. Temi pesanti come macigni, sui quali il Pontefice continua a battere un tasto che il mondo sembra ascoltare con attenzione intermittente: la pace. Il Papa ha definito ingiusta la guerra e ha invocato il negoziato per i conflitti che insanguinano il pianeta. Fa il suo mestiere, verrebbe da dire, e lo fa con la tenacia di chi continua a lanciare secchi d’acqua su un incendio che altri si ostinano ad alimentare. Resta però la domanda che accompagna ogni appello alla pace: basteranno le parole a fermare i professionisti della guerra? La storia non induce a facili ottimismi. Un conflitto si spegne e un altro si accende. L’umanità sembra aver trasformato l’emergenza in abitudine e la guerra in una sorta di rumore di fondo permanente. Forse Eraclito non aveva tutti i torti quando descriveva il mondo come un “fuoco vivo in eterno”, destinato ad accendersi e spegnersi secondo tempi che sfuggono alla comprensione degli uomini. Dall’altra parte troviamo un altro tipo di incendio: quello mediatico che accompagna ogni giovane talento dello sport moderno. Qui entra in scena Andrea Kimi Antonelli, reduce dall’ennesima prestazione che ha confermato il suo straordinario potenziale. Attorno a lui arde un fuoco diverso: quello dei social network, degli opinionisti istantanei, degli esperti a gettone e dei critici professionisti che oggi celebrano e domani processano. È un incendio meno devastante delle guerre, ma non per questo facile da attraversare. Eppure il giovane pilota bolognese sembra possedere una qualità sempre più rara: la capacità di non farsi consumare dalle fiamme della notorietà. A diciannove anni regge pressioni che farebbero vacillare molti veterani. Tanto da sorprendere persino chi, come Toto Wolff, è abituato a frequentare il talento ad altissima velocità. Forse la vera notizia non è la maturità di Antonelli, ma la nostra crescente sorpresa nel vedere un ragazzo comportarsi da adulto. Segno che il problema potrebbe non essere l’accelerazione delle nuove generazioni, bensì una certa decelerazione delle vecchie. Alla fine, dovendo scegliere tra i due fuochi, la preferenza è inevitabile. Quello che alimenta guerre, divisioni e tragedie merita di essere spento. Quello che accende il talento, la passione e la speranza può continuare a bruciare. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso osservando che il mondo non smette mai di giocare con il fuoco: la differenza sta nel capire se lo usa per incendiare una casa o per accendere una lampada. Oggi, purtroppo, di incendiari ce ne sono molti; di lampionai, un po’ meno. Ma finché qualcuno continua a provarci, dal Vaticano a un circuito di Formula 1, vale la pena conservare un filo di fiducia. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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I peccatori senza pentimento

  Tra cassaforti, moralismi e anime smarrite: il mondo moderno processa il peccato, ma assolve la corruzione C’era una volta il peccatore. Aveva almeno il buon gusto di inginocchiarsi, abbassare lo sguardo e recitare un mea culpa. Oggi, invece, il peccatore moderno convoca una conferenza stampa, assume tre avvocati, nega l’evidenza e, se proprio costretto, sostiene che quei gioielli erano “regali di famiglia”. Viviamo nell’epoca più moralista e meno morale della storia contemporanea. Ogni giorno veniamo svegliati da un nuovo scandalo, da una nuova inchiesta, da un’altra caduta di qualche personaggio che fino a ieri pontificava sulla legalità, sui diritti, sulla purezza civile e sulla superiorità etica. Poi apri il giornale e scopri che dietro la cattedra c’era la cassaforte. L’ultimo caso arriva dalla Spagna. L’ex premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero sarebbe finito al centro di un’inchiesta per  presunti reati di traffico di influenze e falso documentale, con contorni degni di un romanzo sudamericano: gioielli, orologi di lusso e perfino l’ipotesi di una fuga verso Caracas passando per Santo Domingo. Naturalmente, vale sempre il principio sacrosanto della presunzione d’innocenza. Ma il punto non è il singolo caso. Il punto è il teatro umano che si ripete con monotona puntualità. Cambiano le bandiere, le ideologie, i governi e le religioni civili del momento; resta immutata la vecchia tentazione dell’uomo: predicare austerità dal balcone e contare i diamanti nel retrobottega. E non è certo un’esclusiva iberica. La Francia ha visto un ex presidente come Nicolas Sarkozy alle prese con processi e accuse. L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe tranquillamente aprire un museo nazionale del trasformismo etico. Altrove non va meglio. Cambiano soltanto il colore delle cravatte e il tono delle dichiarazioni ufficiali. Il popolo, si dirà, non è diverso. Ed è vero. L’essere umano inciampa ogni giorno tra vanità, egoismi, ipocrisie e piccoli tradimenti quotidiani. La religione lo chiama peccato, la filosofia debolezza, la politica opportunità. Ma almeno il cittadino comune non pretende quasi mai di incarnare la perfezione morale universale davanti alle telecamere. Qui entra in scena il vecchio tema del peccato. Il cristianesimo insegna la misericordia infinita; l’Islam ricorda che l’anima umana è incline al male se non viene guidata dalla misericordia divina. E forse entrambe le visioni convergono in una verità antica quanto l’uomo: sbagliare è inevitabile. Corrompersi fino a non distinguere più il bene dal proprio interesse, invece, è una scelta. La differenza, infatti, non sta tra peccatori e innocenti. Gli innocenti assoluti esistono solo nelle campagne elettorali e nelle biografie autorizzate. La differenza sta tra chi riconosce il proprio limite e chi lo trasforma in sistema. Tra chi cade e chi costruisce una carriera sulla caduta degli altri. Papa Francesco lo disse con chiarezza: Pietro era peccatore, ma non corrotto. Distinzione fondamentale. Il peccatore può ancora arrossire. Il corrotto, invece, arrossisce solo quando arrivano i finanzieri. Oggi il dramma non è tanto il male, quello accompagna l’uomo dai tempi della mela, quanto l’assenza del pentimento. I criminali contemporanei raramente si accusano di aver fatto il male; al massimo si rimproverano di essersi fatti scoprire. Come osservava con amara ironia Fabrizio Caramagna, certi uomini non si pentono del peccato, ma dell’errore tecnico con cui lo hanno commesso. E allora, riusciremo a salvarci da questo mondo impazzito? Probabilmente no. O almeno non presto. Perché la vera epidemia non è la criminalità: è l’adorazione del potere senza coscienza, del denaro senza misura, dell’apparenza senza vergogna. Forse servirà un miracolo. O forse basterebbe qualcosa di molto più raro: un uomo capace di dire “ho sbagliato” prima che lo dica un tribunale. Ma sarebbe già fantascienza. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remixed

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Il passo falso (con scarpe di vernice)

Da salotto buono a corridoio blindato: quando la vita decide di presentare il conto senza ricevuta   C’è un momento, nella vita degli uomini potenti e in quella dei comuni mortali, in cui il destino non bussa: entra senza togliersi il cappotto. È il momento del passo falso. Quello che non fa rumore subito, ma che riecheggia per anni nei corridoi della storia  o, più modestamente, nella coscienza. Il cinema, che di queste scivolate è maestro indulgente, ci aveva già avvertiti con Ma chi te l’ha fatto fare: si può anche rischiare tutto per necessità, per disperazione, perfino per amore. La protagonista interpretata da Barbra Streisand speculava in borsa per non affogare. Una scelta discutibile, certo, ma almeno sorretta da un istinto primario: sopravvivere. Ben diverso è il caso di chi, vivendo già nel miglior dei mondi possibili tra tavoli imbanditi, strette di mano internazionali e frequentazioni da copertina, decide di complicarsi l’esistenza per ragioni che, col tempo, appaiono sempre più evanescenti. O, peggio, immaginarie. Prendiamo, per puro esercizio teorico, la parabola di Vladimir Putin. Un tempo presenza stabile nei salotti della finanza globale, interlocutore rispettato, uomo che dialogava con tutti, da Silvio Berlusconi agli amministratori delegati con vista su Wall Street. Insomma, uno che non aveva bisogno di cercarsi guai: li avrebbe potuti importare direttamente, se proprio ci teneva. E invece no. Il passo falso è arrivato. E con esso, la trasformazione. Oggi il potere non è più un palcoscenico, ma una stanza senza finestre. Le cronache raccontano di protocolli di sicurezza sempre più asfissianti, di incontri filtrati come caffè in tempo di guerra, di una quotidianità scandita da bunker, controlli e sospetti. Il leader che incarnava la stabilità si ritrova a vivere come un protagonista de Il prigioniero di Zenda, ma senza l’eleganza del travestimento e con molta più ansia da prestazione. Il punto, però, non è la geopolitica. È la filosofia da bar, quella che spesso ci azzecca più dei think tank. Ne valeva la pena? Domanda brutale, quasi scortese. Ma inevitabile. Perché il passo falso ha questa caratteristica: quando lo compi, ti sembra necessario. Quando lo guardi dopo, ti appare gratuito. E allora si scopre che il vero lusso non era il potere, ma la normalità. Non erano i vertici internazionali, ma la possibilità di dormire senza chiedersi da quale direzione arriverà il prossimo drone, o il prossimo tradimento. Qualcuno, con saggezza meno appariscente ma più duratura, ha ricordato che non esistono strade senza uscita. Si può sempre tornare indietro. Costa fatica, certo. E un certo grado di umiltà, merce rara nei palazzi dove gli specchi sono più numerosi delle finestre. Ma è possibile. Il problema è volerlo. Perché il passo falso, in fondo, non è cadere. È restare per terra fingendo che sia una scelta strategica. E qui la satira si ferma, lasciando spazio a una constatazione quasi tenera: a volte la vita offre una seconda possibilità. Non la annuncia, non la pubblicizza. La lascia lì, come una porta socchiusa. Sta a chi ha sbagliato decidere se attraversarla. Oppure blindarla. Di Redazione * Ultimate photo Blender

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Tibet dimenticato

Le ragioni storiche del Tibet, dimenticate dalla massa antagonista modaiola pro o contro in cortei e navigli   Qualcuno, stanco d’assistere da mesi, ormai, a sfilate ideologiche dominanti in vie e piazze italiane (spesso vandalizzandole e sfociando in scontri con le forze dell’ordine), vorrebbe provocare la regia occulta delle agitazioni a tema fisso santificate dal progressismo dirompente: «Ci facciamo la bandiera del Tibet e ce la portiamo dietro per sventolarla nelle prossime manifestazioni-minestrone dove circolano vessilli di tutti i tipi, ovviamente orientati a lotte e rivendicazioni di sinistra».    Drappi, quelli in processione attualmente, politically correct secondo la “selezione” da parte di cerberi in “servizio d’ordine”, con casacca gialla e strafottenza da addetti alla sicurezza improvvisati, con licenza d’angariare chi non va loro a genio. In genere, si tratta di bulli montati a cui qualche organizzatore dai seri problemi d’incontinenza democratica concede uno zero virgola di discutibilissima pseudo autorità decisionale su chi (e con cosa) possa far parte del corteo tal dei tali.    Perché del Tibet?    Perché, dal 1951, la maggior parte del territorio fa parte della Repubblica Popolare Cinese (mentre un’area sud-occidentale, il Ladakh, è una regione indiana) nonostante sia rivendicato dal governo in esilio (amministrazione centrale tibetana, guidata dal Dalai Lama) dell’ex Stato del Tibet. Indipendenza ed autodeterminazione soffocate nel sangue e di cui nessuno si fila, men che meno le anime belle antagoniste alquanto disinformate, se non ignoranti, che sfilano nelle città mettendole a soqquadro o che veleggiano per il Mediterraneo, provocando volutamente ma incoscientemente Israele. Col rischio di trascinare l’Italia e gli italiani in una querelle internazionale, compiendo azioni avverse verso uno Stato estero. L’art. 244 c. p., infatti, punisce chiunque, senza approvazione del governo, compie atti ostili verso un altro Stato, mettendo quello italiano a rischio di guerra. La pena prevista è la reclusione da 6 a 18 anni, che diventa ergastolo se il conflitto effettivamente scoppia.    Lo stesso articolo di legge aggiunge che “qualora gli atti ostili siano tali da turbare soltanto le relazioni con un governo estero, ovvero da esporre lo Stato italiano o i suoi cittadini, ovunque residenti, al pericolo di rappresaglie o di ritorsioni, la pena è della reclusione da 3 a 12 anni. Se segue la rottura delle relazioni diplomatiche, o se avvengono le rappresaglie o le ritorsioni, la pena è della reclusione da 5 a 15 anni”.    Le sparate da yacht club progressista, per di più, non influiscono sulla crisi a Gaza. Anzi, esacerbano ulteriormente la tensione…    La storia, invece, rammenta bene che la rivolta tibetana del 1959 (appoggiata dalla Central Intelligence Agency, CIA, degli Stati Uniti) contro il governo cinese venne stroncata duramente dall’Esercito Popolare di Liberazione, con decine di migliaia di vittime tibetane (stime citano circa 87mila morti) ed un paio di migliaia di soldati di Pechino.    Il drappo del Tibet risale al 1912 ed al XIII Dalai Lama. Costituisce la sintesi delle bandiere militari di alcune province e venne adottata fino al 1950, quando fu sancita come illegale dal governo d’occupazione e sostituita con quella cinese.    Oggi lo stendardo tibetano rappresenta il governo del Tibet in esilio, con sede a Dharamsala (India) ma è proibito in territorio cinese in quanto ritenuto emblema di separatismo.    «Agiteremo, dunque, la dimenticata bandiera del Tibet – preannunciano i punzecchiatori che, per il momento, vogliono rimanere anonimi – durante i sabato di sinistra che imperversano nel Paese. E se qualcuno si permetterà di proibircelo (in evento pubblico su pubblica strada, com’è avvenuto il 25 aprile a Bologna nei confronti, sic, d’un 81enne) o, peggio ancora, ce la strapperà dalle mani, incorrerà in denunce penali personali per violenza privata (art. 610 c. p.), appropriazione indebita (art. 646 c. p.), sequestro di persona (art. 605 c. p.), minaccia (art. 612 c. p.) ed altri reati eventualmente individuabili».    E concludono. «Basta con la violenza impunita (e protetta da certa sinistra di cui gli stessi Gramsci e Berlinguer si vergognerebbero) delle brigate progressiste immancabilmente violente e dei metodi totalitari da loro utilizzati…». Claudio Beccalossi

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Il chapiteau di Madrid

Tra acrobazie normative e numeri da prima pagina, la Spagna tenta la regolarizzazione di mezzo milione di persone. L’Europa osserva, calcola e si interroga. Il circo equestre, quello vero, è disciplina e misura: cavalli addestrati, cavalieri in equilibrio, applausi quando il salto riesce. In Europa, il tendone resta, ma l’arte dell’equilibrio sembra talvolta cedere il passo all’improvvisazione. Gli artisti non mancano, il pubblico neppure: a difettare è, semmai, la certezza della rete. L’ultima attrazione arriva dalla Spagna: la proposta di regolarizzare mezzo milione di migranti. Una cifra che impone rispetto già alla sola lettura, e che diventa scelta politica quando si traduce in atti concreti. Significa trasformare una presenza irregolare in una condizione riconosciuta, con diritti e doveri. E, trattandosi di uno spazio comune, significa anche incidere indirettamente su un equilibrio che non è soltanto nazionale. Al centro della scena c’è Pedro Sánchez, che procede con decisione, forte di una visione che privilegia l’iniziativa rispetto all’attesa. Qualcuno vi legge un riflesso della lezione di Don Quixote: non tanto per l’illusione, quanto per la determinazione a sfidare ciò che appare immobile. In questa linea si inseriscono anche le posizioni assunte verso Donald Trump, verso Israele e rispetto al nuovo orientamento europeo in materia migratoria, più prudente e incentrato sulla responsabilità condivisa. Non tutti, tra gli osservatori, condividono l’entusiasmo. In Francia, Bruno Retailleau ha espresso forti riserve, paventando effetti che potrebbero estendersi oltre i confini spagnoli e sollecitando controlli più stringenti. Anche il vicino Portogallo guarda con attenzione, consapevole che decisioni di tale portata, pur legittime sul piano interno, raramente restano prive di conseguenze nel contesto europeo. Il nodo è tutto qui: l’Unione Europea è una costruzione delicata, fatta di compromessi e di pazienti aggiustamenti. Una scelta unilaterale, per quanto motivata, può trasformarsi in precedente e mettere alla prova un’architettura che già convive con tensioni economiche e politiche non trascurabili. Non si tratta di negare la sovranità nazionale, ma di riconoscere che, in un sistema interconnesso, ogni mossa ha un’eco. C’è poi il capitolo della giustizia europea, evocata come possibile arbitro. Ma l’arbitro, si sa, interviene quando il fallo è evidente, e talvolta, anche allora, con tempi che appartengono più alla riflessione che all’urgenza. Nel frattempo, la partita continua. Scriveva François-René de Chateaubriand che “gli dèi se ne vanno”. Forse non se ne sono andati: forse hanno semplicemente smesso di intervenire, lasciando agli uomini la libertà, e la responsabilità, di provarci da soli. Sotto il chapiteau, intanto, il numero è partito e gli applausi non mancano. Resta solo un dettaglio, che nei grandi spettacoli si tende a rimandare: capire chi raccoglierà i biglietti all’uscita. Perché, in Unione Europea, il pubblico cambia, gli artisti pure, ma il conto, quello, ha la curiosa abitudine di restare sempre sul tavolo. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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