I peccatori senza pentimento

  Tra cassaforti, moralismi e anime smarrite: il mondo moderno processa il peccato, ma assolve la corruzione C’era una volta il peccatore. Aveva almeno il buon gusto di inginocchiarsi, abbassare lo sguardo e recitare un mea culpa. Oggi, invece, il peccatore moderno convoca una conferenza stampa, assume tre avvocati, nega l’evidenza e, se proprio costretto, sostiene che quei gioielli erano “regali di famiglia”. Viviamo nell’epoca più moralista e meno morale della storia contemporanea. Ogni giorno veniamo svegliati da un nuovo scandalo, da una nuova inchiesta, da un’altra caduta di qualche personaggio che fino a ieri pontificava sulla legalità, sui diritti, sulla purezza civile e sulla superiorità etica. Poi apri il giornale e scopri che dietro la cattedra c’era la cassaforte. L’ultimo caso arriva dalla Spagna. L’ex premier socialista José Luis Rodríguez Zapatero sarebbe finito al centro di un’inchiesta per  presunti reati di traffico di influenze e falso documentale, con contorni degni di un romanzo sudamericano: gioielli, orologi di lusso e perfino l’ipotesi di una fuga verso Caracas passando per Santo Domingo. Naturalmente, vale sempre il principio sacrosanto della presunzione d’innocenza. Ma il punto non è il singolo caso. Il punto è il teatro umano che si ripete con monotona puntualità. Cambiano le bandiere, le ideologie, i governi e le religioni civili del momento; resta immutata la vecchia tentazione dell’uomo: predicare austerità dal balcone e contare i diamanti nel retrobottega. E non è certo un’esclusiva iberica. La Francia ha visto un ex presidente come Nicolas Sarkozy alle prese con processi e accuse. L’Italia, da questo punto di vista, potrebbe tranquillamente aprire un museo nazionale del trasformismo etico. Altrove non va meglio. Cambiano soltanto il colore delle cravatte e il tono delle dichiarazioni ufficiali. Il popolo, si dirà, non è diverso. Ed è vero. L’essere umano inciampa ogni giorno tra vanità, egoismi, ipocrisie e piccoli tradimenti quotidiani. La religione lo chiama peccato, la filosofia debolezza, la politica opportunità. Ma almeno il cittadino comune non pretende quasi mai di incarnare la perfezione morale universale davanti alle telecamere. Qui entra in scena il vecchio tema del peccato. Il cristianesimo insegna la misericordia infinita; l’Islam ricorda che l’anima umana è incline al male se non viene guidata dalla misericordia divina. E forse entrambe le visioni convergono in una verità antica quanto l’uomo: sbagliare è inevitabile. Corrompersi fino a non distinguere più il bene dal proprio interesse, invece, è una scelta. La differenza, infatti, non sta tra peccatori e innocenti. Gli innocenti assoluti esistono solo nelle campagne elettorali e nelle biografie autorizzate. La differenza sta tra chi riconosce il proprio limite e chi lo trasforma in sistema. Tra chi cade e chi costruisce una carriera sulla caduta degli altri. Papa Francesco lo disse con chiarezza: Pietro era peccatore, ma non corrotto. Distinzione fondamentale. Il peccatore può ancora arrossire. Il corrotto, invece, arrossisce solo quando arrivano i finanzieri. Oggi il dramma non è tanto il male, quello accompagna l’uomo dai tempi della mela, quanto l’assenza del pentimento. I criminali contemporanei raramente si accusano di aver fatto il male; al massimo si rimproverano di essersi fatti scoprire. Come osservava con amara ironia Fabrizio Caramagna, certi uomini non si pentono del peccato, ma dell’errore tecnico con cui lo hanno commesso. E allora, riusciremo a salvarci da questo mondo impazzito? Probabilmente no. O almeno non presto. Perché la vera epidemia non è la criminalità: è l’adorazione del potere senza coscienza, del denaro senza misura, dell’apparenza senza vergogna. Forse servirà un miracolo. O forse basterebbe qualcosa di molto più raro: un uomo capace di dire “ho sbagliato” prima che lo dica un tribunale. Ma sarebbe già fantascienza. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remixed

Per saperne di più »

Il passo falso (con scarpe di vernice)

Da salotto buono a corridoio blindato: quando la vita decide di presentare il conto senza ricevuta   C’è un momento, nella vita degli uomini potenti e in quella dei comuni mortali, in cui il destino non bussa: entra senza togliersi il cappotto. È il momento del passo falso. Quello che non fa rumore subito, ma che riecheggia per anni nei corridoi della storia  o, più modestamente, nella coscienza. Il cinema, che di queste scivolate è maestro indulgente, ci aveva già avvertiti con Ma chi te l’ha fatto fare: si può anche rischiare tutto per necessità, per disperazione, perfino per amore. La protagonista interpretata da Barbra Streisand speculava in borsa per non affogare. Una scelta discutibile, certo, ma almeno sorretta da un istinto primario: sopravvivere. Ben diverso è il caso di chi, vivendo già nel miglior dei mondi possibili tra tavoli imbanditi, strette di mano internazionali e frequentazioni da copertina, decide di complicarsi l’esistenza per ragioni che, col tempo, appaiono sempre più evanescenti. O, peggio, immaginarie. Prendiamo, per puro esercizio teorico, la parabola di Vladimir Putin. Un tempo presenza stabile nei salotti della finanza globale, interlocutore rispettato, uomo che dialogava con tutti, da Silvio Berlusconi agli amministratori delegati con vista su Wall Street. Insomma, uno che non aveva bisogno di cercarsi guai: li avrebbe potuti importare direttamente, se proprio ci teneva. E invece no. Il passo falso è arrivato. E con esso, la trasformazione. Oggi il potere non è più un palcoscenico, ma una stanza senza finestre. Le cronache raccontano di protocolli di sicurezza sempre più asfissianti, di incontri filtrati come caffè in tempo di guerra, di una quotidianità scandita da bunker, controlli e sospetti. Il leader che incarnava la stabilità si ritrova a vivere come un protagonista de Il prigioniero di Zenda, ma senza l’eleganza del travestimento e con molta più ansia da prestazione. Il punto, però, non è la geopolitica. È la filosofia da bar, quella che spesso ci azzecca più dei think tank. Ne valeva la pena? Domanda brutale, quasi scortese. Ma inevitabile. Perché il passo falso ha questa caratteristica: quando lo compi, ti sembra necessario. Quando lo guardi dopo, ti appare gratuito. E allora si scopre che il vero lusso non era il potere, ma la normalità. Non erano i vertici internazionali, ma la possibilità di dormire senza chiedersi da quale direzione arriverà il prossimo drone, o il prossimo tradimento. Qualcuno, con saggezza meno appariscente ma più duratura, ha ricordato che non esistono strade senza uscita. Si può sempre tornare indietro. Costa fatica, certo. E un certo grado di umiltà, merce rara nei palazzi dove gli specchi sono più numerosi delle finestre. Ma è possibile. Il problema è volerlo. Perché il passo falso, in fondo, non è cadere. È restare per terra fingendo che sia una scelta strategica. E qui la satira si ferma, lasciando spazio a una constatazione quasi tenera: a volte la vita offre una seconda possibilità. Non la annuncia, non la pubblicizza. La lascia lì, come una porta socchiusa. Sta a chi ha sbagliato decidere se attraversarla. Oppure blindarla. Di Redazione * Ultimate photo Blender

Per saperne di più »

Tibet dimenticato

Le ragioni storiche del Tibet, dimenticate dalla massa antagonista modaiola pro o contro in cortei e navigli   Qualcuno, stanco d’assistere da mesi, ormai, a sfilate ideologiche dominanti in vie e piazze italiane (spesso vandalizzandole e sfociando in scontri con le forze dell’ordine), vorrebbe provocare la regia occulta delle agitazioni a tema fisso santificate dal progressismo dirompente: «Ci facciamo la bandiera del Tibet e ce la portiamo dietro per sventolarla nelle prossime manifestazioni-minestrone dove circolano vessilli di tutti i tipi, ovviamente orientati a lotte e rivendicazioni di sinistra».    Drappi, quelli in processione attualmente, politically correct secondo la “selezione” da parte di cerberi in “servizio d’ordine”, con casacca gialla e strafottenza da addetti alla sicurezza improvvisati, con licenza d’angariare chi non va loro a genio. In genere, si tratta di bulli montati a cui qualche organizzatore dai seri problemi d’incontinenza democratica concede uno zero virgola di discutibilissima pseudo autorità decisionale su chi (e con cosa) possa far parte del corteo tal dei tali.    Perché del Tibet?    Perché, dal 1951, la maggior parte del territorio fa parte della Repubblica Popolare Cinese (mentre un’area sud-occidentale, il Ladakh, è una regione indiana) nonostante sia rivendicato dal governo in esilio (amministrazione centrale tibetana, guidata dal Dalai Lama) dell’ex Stato del Tibet. Indipendenza ed autodeterminazione soffocate nel sangue e di cui nessuno si fila, men che meno le anime belle antagoniste alquanto disinformate, se non ignoranti, che sfilano nelle città mettendole a soqquadro o che veleggiano per il Mediterraneo, provocando volutamente ma incoscientemente Israele. Col rischio di trascinare l’Italia e gli italiani in una querelle internazionale, compiendo azioni avverse verso uno Stato estero. L’art. 244 c. p., infatti, punisce chiunque, senza approvazione del governo, compie atti ostili verso un altro Stato, mettendo quello italiano a rischio di guerra. La pena prevista è la reclusione da 6 a 18 anni, che diventa ergastolo se il conflitto effettivamente scoppia.    Lo stesso articolo di legge aggiunge che “qualora gli atti ostili siano tali da turbare soltanto le relazioni con un governo estero, ovvero da esporre lo Stato italiano o i suoi cittadini, ovunque residenti, al pericolo di rappresaglie o di ritorsioni, la pena è della reclusione da 3 a 12 anni. Se segue la rottura delle relazioni diplomatiche, o se avvengono le rappresaglie o le ritorsioni, la pena è della reclusione da 5 a 15 anni”.    Le sparate da yacht club progressista, per di più, non influiscono sulla crisi a Gaza. Anzi, esacerbano ulteriormente la tensione…    La storia, invece, rammenta bene che la rivolta tibetana del 1959 (appoggiata dalla Central Intelligence Agency, CIA, degli Stati Uniti) contro il governo cinese venne stroncata duramente dall’Esercito Popolare di Liberazione, con decine di migliaia di vittime tibetane (stime citano circa 87mila morti) ed un paio di migliaia di soldati di Pechino.    Il drappo del Tibet risale al 1912 ed al XIII Dalai Lama. Costituisce la sintesi delle bandiere militari di alcune province e venne adottata fino al 1950, quando fu sancita come illegale dal governo d’occupazione e sostituita con quella cinese.    Oggi lo stendardo tibetano rappresenta il governo del Tibet in esilio, con sede a Dharamsala (India) ma è proibito in territorio cinese in quanto ritenuto emblema di separatismo.    «Agiteremo, dunque, la dimenticata bandiera del Tibet – preannunciano i punzecchiatori che, per il momento, vogliono rimanere anonimi – durante i sabato di sinistra che imperversano nel Paese. E se qualcuno si permetterà di proibircelo (in evento pubblico su pubblica strada, com’è avvenuto il 25 aprile a Bologna nei confronti, sic, d’un 81enne) o, peggio ancora, ce la strapperà dalle mani, incorrerà in denunce penali personali per violenza privata (art. 610 c. p.), appropriazione indebita (art. 646 c. p.), sequestro di persona (art. 605 c. p.), minaccia (art. 612 c. p.) ed altri reati eventualmente individuabili».    E concludono. «Basta con la violenza impunita (e protetta da certa sinistra di cui gli stessi Gramsci e Berlinguer si vergognerebbero) delle brigate progressiste immancabilmente violente e dei metodi totalitari da loro utilizzati…». Claudio Beccalossi

Per saperne di più »

Il chapiteau di Madrid

Tra acrobazie normative e numeri da prima pagina, la Spagna tenta la regolarizzazione di mezzo milione di persone. L’Europa osserva, calcola e si interroga. Il circo equestre, quello vero, è disciplina e misura: cavalli addestrati, cavalieri in equilibrio, applausi quando il salto riesce. In Europa, il tendone resta, ma l’arte dell’equilibrio sembra talvolta cedere il passo all’improvvisazione. Gli artisti non mancano, il pubblico neppure: a difettare è, semmai, la certezza della rete. L’ultima attrazione arriva dalla Spagna: la proposta di regolarizzare mezzo milione di migranti. Una cifra che impone rispetto già alla sola lettura, e che diventa scelta politica quando si traduce in atti concreti. Significa trasformare una presenza irregolare in una condizione riconosciuta, con diritti e doveri. E, trattandosi di uno spazio comune, significa anche incidere indirettamente su un equilibrio che non è soltanto nazionale. Al centro della scena c’è Pedro Sánchez, che procede con decisione, forte di una visione che privilegia l’iniziativa rispetto all’attesa. Qualcuno vi legge un riflesso della lezione di Don Quixote: non tanto per l’illusione, quanto per la determinazione a sfidare ciò che appare immobile. In questa linea si inseriscono anche le posizioni assunte verso Donald Trump, verso Israele e rispetto al nuovo orientamento europeo in materia migratoria, più prudente e incentrato sulla responsabilità condivisa. Non tutti, tra gli osservatori, condividono l’entusiasmo. In Francia, Bruno Retailleau ha espresso forti riserve, paventando effetti che potrebbero estendersi oltre i confini spagnoli e sollecitando controlli più stringenti. Anche il vicino Portogallo guarda con attenzione, consapevole che decisioni di tale portata, pur legittime sul piano interno, raramente restano prive di conseguenze nel contesto europeo. Il nodo è tutto qui: l’Unione Europea è una costruzione delicata, fatta di compromessi e di pazienti aggiustamenti. Una scelta unilaterale, per quanto motivata, può trasformarsi in precedente e mettere alla prova un’architettura che già convive con tensioni economiche e politiche non trascurabili. Non si tratta di negare la sovranità nazionale, ma di riconoscere che, in un sistema interconnesso, ogni mossa ha un’eco. C’è poi il capitolo della giustizia europea, evocata come possibile arbitro. Ma l’arbitro, si sa, interviene quando il fallo è evidente, e talvolta, anche allora, con tempi che appartengono più alla riflessione che all’urgenza. Nel frattempo, la partita continua. Scriveva François-René de Chateaubriand che “gli dèi se ne vanno”. Forse non se ne sono andati: forse hanno semplicemente smesso di intervenire, lasciando agli uomini la libertà, e la responsabilità, di provarci da soli. Sotto il chapiteau, intanto, il numero è partito e gli applausi non mancano. Resta solo un dettaglio, che nei grandi spettacoli si tende a rimandare: capire chi raccoglierà i biglietti all’uscita. Perché, in Unione Europea, il pubblico cambia, gli artisti pure, ma il conto, quello, ha la curiosa abitudine di restare sempre sul tavolo. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Diario semiserio del 13 aprile: quando la storia si traveste da farsa e la politica da operetta

Da Budapest a Washington, passando per il nostro teatrino nazionale: cronaca ironica di una giornata in cui le urne parlano, i leader strepitano e le teste restano, ostinatamente, il male più difficile da curare. Il 13 aprile del 2026 si consegna al taccuino con la solita eleganza dei giorni moderni: un misto di tragedia annunciata, commedia involontaria e quel gusto da avanspettacolo che la politica contemporanea riesce a offrire con generosa continuità. Iniziamo dall’Ungheria, dove il responso delle urne ha avuto la cortesia della chiarezza, virtù ormai rara nel continente. Tre destre in Parlamento e nessuna sinistra. Un risultato così netto da sembrare quasi scortese verso i raffinati analisti da salotto e i think tank domestici della sinistra italiana, che da settimane preparavano il consueto repertorio: “il popolo ha finalmente capito”, “l’Europa cambia verso”, “l’onda democratica è partita”. È partita, sì, ma nella direzione opposta. Il nuovo Parlamento di Budapest sarà composto da Tisza, Fidesz e Mi Hazánk: centrodestra, destra storica e destra estrema. Della sinistra, nessuna traccia, salvo forse qualche eco nei corridoi delle redazioni occidentali, dove si continua a confondere il desiderio con la realtà. La vera notizia non è soltanto la caduta di Viktor Orbán dopo sedici anni di dominio, ma la maniera in cui è avvenuta: Peter Magyar ha conquistato 138 seggi su 199, una maggioranza da manuale di diritto costituzionale, sufficiente per governare, riformare e,  volendo, riscrivere perfino le virgole della Carta. In breve, gli ungheresi hanno cambiato cavallo, ma non scuderia.Un dettaglio che, da noi, molti fingono di non notare. Poi c’è il capitolo Leone–Trump, che meriterebbe da solo una commedia in tre atti. Dice il proverbio: scherza con i fanti, ma lascia stare i santi. Saggezza popolare, sempre valida, salvo quando i santi decidono di indossare, per accidente o per vocazione, l’armatura di San Giorgio. A quel punto è quasi inevitabile che il Tycoon d’oltreoceano estragga la spada verbale e si lanci nella tenzone. E così, mentre il Vaticano parla il linguaggio della morale universale, Washington risponde con quello assai più concreto delle leve economiche e geopolitiche. Perché, dietro le increspature diplomatiche, resta un fatto che pesa più di molte omelie: la Chiesa americana è una superpotenza finanziaria, e gli Stati Uniti continuano a essere il primo contributore dell’Obolo di San Pietro. Tradotto dal latino diplomatico: quando si alza la tensione fra Casa Bianca e Vaticano, non tremano solo gli altari, ma anche i registri contabili. Quanto al dossier iraniano, la giornata ci consegna l’ennesima lezione di realismo internazionale: Vance non vince. Teheran, pur ferita, mostra la calma di chi sa di avere in mano una carta che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: il controllo, o anche solo la minaccia credibile di interdizione, di uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta. L’Iran può attendere.Washington, molto meno. È la vecchia legge della diplomazia: chi ha fretta negozia male. Chi può aspettare, spesso detta il prezzo. E Vance si è ritrovato a gestire un dossier tecnico, militare e strategico con la stessa serenità di chi tenta di spegnere un incendio con una pompetta da giardino. Poi, come sempre, c’è casa nostra, che più che una patria sembra un palcoscenico stabile. Poche novità, in verità. Il consueto tran tran, il solito rosario di dichiarazioni indignate, le stesse facce, gli stessi toni, le stesse pose da rivoluzionari da salotto. Qualche irriducibile contras sinistroide brinda alla sconfitta di Orbán come se, al suo posto, fosse stato eletto il fantasma di Stalin in versione riformista. Intanto gli “Antifa” si riscaldano, minacciano il caos e promettono paura a chi non la pensa come loro. Il Partito Democratico tenta di bloccare l’evento dei Patrioti; Salvini risponde parlando di “metodi da fascisti”. E qui l’ironia supera la penna: nel 2026 siamo ancora fermi alle caricature del Novecento, come attori stanchi che continuano a recitare la stessa scena davanti a una platea ormai distratta. Più che politica, pare teatro di provincia.Più che ideologia, una tragicommedia da avanspettacolo. E veniamo al finale, che è poi la vera nota di diario. L’Europa sembra oggi avere due malati conclamati: uno a Bruxelles, l’altro in Italia. Il primo soffre di burocrazia cronica; il secondo di febbre ideologica intermittente. Ma il vero inghippo, caro lettore, è sempre lo stesso:curare il corpo è relativamente semplice; curare le teste, quasi impossibile. Perché le nazioni, come gli uomini, raramente muoiono di malattie fisiche. Più spesso soccombono alle proprie illusioni. E di illusioni, in questo lunedì d’aprile, se ne sono viste abbastanza da riempire un intero reparto. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Quando la sinistra resta senza idee, fruga nei salotti

  Dalla politica alle chiacchiere di cortile: l’opposizione che, non sapendo cosa dire al Paese, si rifugia nella vita privata degli avversari   L’opposizione è donna, si dice con galanteria d’altri tempi, e con la gentilezza dovuta a una signora va trattato anche l’argomento di oggi. Ma la cortesia, si sa, non esclude la franchezza. Anzi, talvolta la rende più elegante. Una solerte lettrice, con simpatie dichiaratamente rivolte a sinistra, ci segnala il passaggio “dal caso Sangiuliano al caso Piantedosi”, accompagnandolo con quel ritornello che ormai sembra divenuto una formula di rito: “non ci facciamo mancare niente”. Espressione felicissima, benché forse usata inconsapevolmente come autoritratto della stessa opposizione, che in effetti non si fa mancare nulla: insinuazioni, retroscena, allusioni, polveroni e, soprattutto, una costante attenzione alle donne della vita privata degli uomini di destra. Il sospetto, a questo punto, sorge spontaneo: quando le idee languono, si cercano altri argomenti. E poiché i dossier richiedono studio, i numeri pazienza e le proposte coraggio, ecco che il rifugio più comodo diventa il salotto, il corridoio, il sussurro, il pettegolezzo vestito da analisi politica. Un tempo le comari si radunavano davanti all’uscio di casa, le mani in grembo e l’occhio vigile sul vicinato. Gli sfaccendati, invece, aspettavano il proprio turno dal barbiere, commentando la vita altrui con l’autorevolezza di chi non ha altro da fare. Era folklore, quasi antropologia urbana. Poi è arrivata la tecnologia, e la vecchia panchina di quartiere si è trasformata in chat, la chiacchiera in post, il bisbiglio in hashtag. La differenza è che prima la maldicenza si fermava all’angolo della strada; oggi fa il giro del mondo in tempo reale e pretende persino di orientare il dibattito pubblico. Qui torna inevitabile alla mente Umberto Eco, con la sua celebre e spietata osservazione: “Prima gli imbecilli parlavano solo al bar. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Una frase dura, ma quanto mai attuale, soprattutto quando si osserva il fervore con cui sui social vengono ripetute, pappagallescamente, le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, le stesse indignazioni prefabbricate. Il fenomeno, in verità, è più politico che sociologico. Quando un’opposizione, in tempi di guerra, di restrizioni economiche, di salari compressi e famiglie in affanno, sceglie di concentrare il fuoco sulla vita privata degli avversari, manda un messaggio chiarissimo: non ha nulla di meglio da offrire. Mancano le proposte, allora si coltiva la polemica. Mancano le soluzioni, allora si alimenta il sospetto. Manca la visione, allora si strumentalizzano le donne. Ed è qui il punto più delicato. La donna, nella sua complessità e nella sua forza, merita ben altro che diventare accessorio polemico nella lotta politica. La si rispetta, la si ascolta, la si valorizza; non la si brandisce come clava mediatica per colpire un avversario che, evidentemente, non si riesce a battere sul terreno delle idee. La nostra canzone popolare, spesso più saggia dei talk show, lo aveva capito da tempo. Il Quartetto Cetra cantava che tutto si fa per la donna; Claudio Villa la elevava addirittura a “pericolo numero uno”. Ma la letteratura, quella vera, ha detto tutto con ben altra altezza. William Shakespeare ricordava che dagli occhi delle donne derivano arti, accademie e dottrina. Forse sarebbe il caso che qualcuno, nelle aule parlamentari e nei partiti, tornasse a leggere più Shakespeare e meno social. Il cittadino, del resto, non elegge rappresentanti per trasformarli in cronisti di salotto. Li elegge per affrontare i problemi del Paese, non per redigere il bollettino delle frequentazioni private altrui. E allora la conclusione, cara lettrice, viene quasi da sé. Quando la politica smette di produrre idee, comincia a produrre chiacchiere. Ma con le chiacchiere non si governa un Paese: si riempiono solo i social, e spesso il vuoto di chi le pronuncia. Giuseppe Arnò Foto by CANVA

Per saperne di più »

Europa, sinfonia per caos e ottoni stonati

Samba istituzionale, beguine impossibile e qualche squillo di tromba da Bruxelles Facciamo il punto su questa Europa tuttora ingarbugliata e un po’ squinternata, che procede con passo elegante ma inciampa sui lacci delle proprie norme. Del resto, gli umani amano vivere nel caos e col caos: cambiare ritmo musicale è impresa ardua. Dal samba non si passa alla beguine con un decreto attuativo. E poi siamo latini, no? Come ricorda lo scrittore Mauro Parrini, “Ormai tutto è talmente fuori posto che più niente è fuori luogo”. È la fotografia perfetta del nostro continente: una stanza dove le sedie sono sul tavolo, ma nessuno osa rimetterle a terra per timore di disturbare l’arredatore. Passiamo in rassegna i tormentoni, quelli seri e quelli coltivati per puro vizio polemico. Sul referendum si è disquisito con l’ardore dei teologi medievali. Il principio è semplice: si vota “SÌ” se non si è soddisfatti dell’attuale amministrazione della Giustizia e si desidera un meccanismo più efficiente e più giusto. Non è una questione di partiti, ma di ingranaggi. Quando l’orologio ritarda, non si cambia il tempo: si aggiusta il meccanismo. Poi ci sono i sabotaggi ferroviari. Nell’era dei satelliti e dei frigoriferi intelligenti, ancora inciampiamo nel bullone allentato. Sensori avanzati e videosorveglianza potrebbero ridurre il problema a un fastidio statistico. Quanto ai sabotatori, se li ritroviamo il giorno dopo su un’altra tratta, forse non basta l’arresto simbolico: servirà che restino in vinculis per un periodo che consenta loro di meditare sulle virtù del silenzio. Altrimenti non basterà un referendum, ma un ripasso completo del codice penale. Qualche segnale di reazione, tuttavia, arriva dalla Commissione europea. Stretta sulle auto elettriche cinesi, acceleratore industriale per chi utilizza componentistica europea, percentuali minime di alluminio e materie plastiche “made in Ue” per accedere a sussidi e appalti. Non solo automotive: anche porte e finestre diventano trincee economiche. È protezionismo? È realismo? È sopravvivenza con il vestito buono. In ogni caso, è già qualcosa. Sul fronte Difesa, il nuovo modello di riorganizzazione delle Forze armate presentato al ministro Guido Crosetto promette una revisione complessiva dello strumento militare. Adattare la struttura al contesto geopolitico attuale, rafforzare capacità e catena di comando: parole solide, ora in attesa di diventare legge. Perché tra il dire e il blindato c’è di mezzo il Parlamento. La nota più dolente resta la guerra in Ucraina. Dopo quasi quattro anni, né vincitori né vinti: solo un bilancio incalcolabile di vite spezzate e macerie. In quasi 1500 giorni è successo di tutto: droni, missili supersonici, sabotaggi, blitz cibernetici, diplomazie parallele. Si tratta mentre si bombarda, si promette mentre si colpisce. Le parole di Primo Levi tornano come un monito severo: l’uomo conserva riserve insospettate di ferocia sotto la patina della civiltà. E l’inferno, se esiste, rischia di avere lista d’attesa. Intanto la tecnologia corre. Si parla di satelliti “sentinella” dotati di onde elettromagnetiche capaci di neutralizzare armi a guida elettronica. Fantascienza? No, futuro prossimo. Offesa e difesa si rincorrono come schermidori ipertecnologici. E la pace? Lo diceva Gino Strada: se la guerra non viene buttata fuori dalla storia dagli uomini, sarà la guerra a buttare fuori gli uomini dalla storia. Noi, nel frattempo, continuiamo a discutere di sensori, percentuali d’alluminio e referendum. È il nostro modo civile di restare a galla nel caos. Perché l’Europa sarà pure stonata, ma continua a suonare. E finché c’è musica, anche se è samba fuori tempo, nessuno spegne le luci del teatro. Ma guai a credere che l’orchestra possa suonare per sempre senza spartito: prima o poi qualcuno dovrà decidere se dirigere o continuare a battere le mani a caso. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Visita a Marino di Antonio Peragine

Il Direttore del Corriere Nazionale ricevuto a Palazzo Colonna “La nostra disponibilità per promuovere la Cultura a Marino” le sue parole di Anna Maria Gavotti   Si profila una sorta di gemellaggio tra la Puglia e il Lazio, tra Bari e Marino, al momento non tra le celeberrime e ottime “orecchiette alle cime di rapa” e la succulenta “matriciana”, che comunque male non ci sta, diciamola tutta, ma tra culture e tradizioni diverse di eccellenza e di valori della nostra bella Italia! Questa la sintesi di un incontro svoltosi nella giornata odierna a Marino, nella sede municipale di Palazzo Colonna tra l’amministrazione comunale nelle persone del Sindaco Stefano Cecchi, il Vice Sindaco Maria Sabrina Minucci e l’Assessore Roberta Covizzi e il Direttore del Corriere Nazionale Antonio Peragine, giunto con il suo Capo della Redazione romana Giovanni Ierfone, alla presenza anche del Direttore artistico del Teatro V. Colonna di Marino Giorgio Granito. Antonio Peragine è Direttore dei quotidiani online Il Corriere Nazionale (testata di punta del network Retewebitalia, il primo network italiano che riunisce circa 100 quotidiani online consorziati e rappresenta una rete nazionale di testate giornalistiche dal Nord al Sud del Paese, di cui è Presidente), Corriere di Puglia e Lucania, Radici e Stampa Parlamento. Ricopre inoltre l’incarico di Direttore del Dipartimento di Giornalismo e Relazioni Pubbliche Internazionali, Etica e Dinamiche dell’Informazione dell’Università Federiciana Popolare. È Presidente dell’Associazione Nazionale Italiani nel Mondo (ANIM APS). “Noi abbiamo dato la nostra disponibilità di una collaborazione gratuita a promuovere la cultura a Marino, le caratteristiche della città, il Teatro V. Colonna e tutto ciò che sia utile a far conoscere il territorio su tutte le nostre testate – ha dichiarato al termine dell’incontro il Direttore Antonio Peragine –  Se l’amministrazione comunale è con noi siamo molto felici di collaborare a questa crescita. Promuovere l’attività di Marino sulle nostre testate nazionali mi sembra un’ottima opportunità. Divulgare le notizie sulle attività del Comune, su ciò che fa il Sindaco e l’Amministrazione comunale. Sa soddisfare la cittadinanza? Vogliamo aiutare a capire Marino. L’obiettivo che ci diamo è quello di dare visibilità alla politica culturale di Marino. Abbiamo offerto una possibilità, vedremo se sarà accettata”. Il Direttore, nel corso dell’incontro, ha prospettato l’eventualità di tenere conferenze o recital da parte di personalità della cultura e della musica di livello nazionale e internazionale o anche di tenere la convention annuale dell’ENAC proprio al Teatro V. Colonna con un grande ritorno di immagine per la città. Il Vice Sindaco Maria Sabrina Minucci ha affermato che la specificità di Marino è la Sagra dell’Uva “grazie alla quale siamo conosciuti in tutto il mondo, quindi ben venga questo respiro internazionale – ha detto il Vice Sindaco – Per quanto ci riguarda faremo del nostro meglio per reperire tutti i fondi necessari a favorire questa possibilità per il territorio. Inoltre siamo molto attenti ai bandi, che siano regionali, nazionali o europei che spesso intercettiamo e che ci aiutano a realizzare i nostri eventi e i nostri progetti” sottolineando il fatto che la presenza di tali personalità,  cui faceva cenno il Direttore, potrebbe essere contestualizzata all’interno delle manifestazioni che si tengono nel corso dell’anno. Il tutto non nell’immediato, ma con una seria programmazione  che permetta di organizzare al meglio gli eventi stessi. A margine della riunione istituzionale, il Direttore Peragine ha visitato il Teatro Vittoria Colonna, manifestando interesse per la struttura e per il suo percorso artistico e organizzativo. Una visita di carattere conoscitivo, che si inserisce in una più ampia riflessione sulle possibili relazioni culturali tra realtà teatrali italiane di rilievo, in vista di future collaborazioni e scambi, anche con importanti teatri del panorama nazionale. In questo quadro si colloca la posizione favorevole del Direttore artistico del Teatro Vittoria Colonna, Giorgio Granito, che ha evidenziato come nella prossima Stagione Teatrale potrebbero trovare spazio performance di qualità, capaci di conferire ulteriore prestigio a una struttura che già oggi opera al meglio delle proprie possibilità, registrando molti sold out negli spettacoli andati in scena dall’inizio della stagione ad oggi.  

Per saperne di più »

Perle di pensiero: Ziccarelli

La globalizzazione, il complesso processo di integrazione tra paesi, mercati, culture e persone a livello mondiale, guidato da tecnologia, liberalizzazione degli scambi e trasporti, quel sogno idilliaco di uno scambio senza confini e, per questo, sostenuto da una pace perpetua garantita dal commercio, ha ufficialmente cessato di esistere. Al suo posto, c’è, con scontata evidenza, la restaurazione di tre grandi superpotenze: Stati Uniti, Cina e Russia, la cui tendenza attuale è quella di estendere la loro influenza ovunque possibile, spesso richiamando alla memoria antichi modelli storici di imperi. In questo scenario, le fondamenta dell’ordine internazionale stanno scricchiolando paurosamente, facendo vacillare tante certezze consolidate ormai diventate purtroppo anacronistiche. Il mondo del 2026 è diventato una giungla con richiami feroci ad una storia che credevamo passata e da dimenticare, dove chi non si siede a tavola finisce per diventare una pietanza da divorare. L’Europa è solo un commensale distratto, convinto di partecipare, mentre è come un vagone prossimo al deragliamento, sganciato e privo della necessaria locomotiva. La geografia è in continuo e radicale cambiamento. Entro un decennio o poco più, l’oceano artico sarà quasi completamente navigabile, aprendo vie d’acqua fino a ieri inimmaginabili e riducendo drasticamente le distanze tra i porti del Nord Europa e la Cina di quasi il 50% rispetto alle rotte del Canale di Suez. L’Artico è diventato praticamente il prossimo terreno di scontro del nuovo millennio: qui, tra il freddo ed il silenzio di spazi immensi ed incontaminati, il rumore degli interessi geopolitici è ormai assordante. Non si tratta solo di mera logistica ma di un vero e proprio caos economico: la rotta marittima del nord conta già da tempo la presenza della Russia con la sua flotta di rompighiaccio nucleari. E anche Pechino, con pari audacia geografica, ha già individuato la sua nuova via della seta, pardon, del ghiaccio. La Groenlandia, nasconde, infatti, nel suo sottosuolo il 25% delle terre rare mondiali, indispensabili nelle tecnologie verdi e nella difesa missilistica. E gli Stati Uniti, in grave e colpevole ritardo strategico, per evitare l’inesorabile sorpasso industriale della Cina, stanno cercando di recuperare il terreno perduto, sostanzialmente ad ogni costo, anche a rischio di scatenare un’altra guerra mondiale. In realtà, il vero potere della Cina non risiede tanto nel possesso delle materie prime, ma nella loro raffinazione. Infatti, Pechino controlla i tre quarti del mercato globale delle terre rare perché ha accettato di sporcarsi le mani, in buona sostanza quello che gli altri paesi non vogliono fare: raffinare questi minerali significa avere la certezza assoluta di distruggere l’ambiente ignorando anche la sicurezza ed i diritti umani. La possibilità che la Groenlandia possa essere trasformata in una sorta di Cina in miniatura è di un cinismo a dir poco spaventoso, ma anche logicamente e spietatamente geniale, un modo tragico ma efficace degli americani per spostare l’inquinamento e lo sfruttamento in una zona lontana ma allo stesso tempo vicina ed in grado di essere controllata adeguatamente, allo scopo di cercare di spezzare la dipendenza da Pechino e, per questo, disposti praticamente a tutto, compreso l’uso della forza militare, per ottenere ciò che esige la logica dell’impero. L’Artico ci viene raccontato come una terra di nessuno, ma, in realtà, è parte di un ecosistema fragile, per cui un qualsiasi errore può significare un disastro ambientale irreversibile per l’intero pianeta e che gli americani non hanno minimamente nessuna intenzione di considerare, ciecamente attenti solo ai propri interessi nazionali. Se l’Europa non sarà in grado di affrontare questa sfida ponendo la questione artica come parte integrante della sua strategia geopolitica, unendo oltre alla difesa, l’economia ed il rispetto per le popolazioni locali, si ritroverà in un mondo dove, al posto del ghiaccio, sarà irrimediabilmente sorta la presenza e la minaccia asiatica o americana, praticamente dentro i confini di casa. L’Artico è la cartina di tornasole del nostro futuro: freddo, conteso, vulnerabile ma estremamente vitale ed importante. Alex Ziccarelli

Per saperne di più »

Italia, Paese dei miracoli (a rovescio)

Svolte ideologiche, predicatori in tournée, affari sindacali e baby-banditi: cronaca di una normalità sempre più bizzarra     C’è chi dice che l’Italia non sia un Paese serio. Falso: è serissimo. Solo che prende tutto alla rovescia. E ogni giorno offre nuove prove che qualche virus, non più sanitario ma mentale, abbia contagiato la Penisola, trasformandola in un grande luna park dove si ride per non piangere. Prendiamo Aboubakar Soumahoro. Fino a ieri paladino della sinistra movimentista, oggi pronto a candidarsi con le “forze del Tricolore”. Una sterzata secca, da sinistra a destra, come se la politica fosse una corsia d’autostrada e non un percorso accidentato fatto di idee, coerenza e memoria. Cambiare opinione è lecito, cambiare identità come una giacca un po’ meno. Ma in Italia tutto è fluido: persino le convinzioni. Nel frattempo, archiviato il mantra “il Covid non vincerà”, ecco il nuovo slogan: “l’Islam non vincerà”. Lo si ripete dopo il sermone-choc dell’imam Maryam, novello Saladino che pare abbia scelto l’Italia come testa di ponte per la conquista del Vecchio Continente. La reazione politica è stata compatta, da Fratelli d’Italia alla Lega. E ci mancherebbe: quando la sfida è frontale, l’ovvietà diventa virtù. Poi, come sempre, arrivano i soldi. E con i soldi, i migranti. O meglio: il business dei migranti. Spuntano finanziamenti europei, 3,5 milioni per corsi, permessi e assistenze varie, che finiscono nei patronati mentre i tesserati calano. Si criticano le spese per la difesa, meglio scuole e ospedali, si dice, salvo poi dimenticare di chiedersi: per chi? Domanda scortese, ma inevitabile. Sul fronte della protesta permanente, Greta Thunberg viene arrestata a Londra durante un raduno pro-Pal. Solidarietà con otto detenuti in sciopero della fame da cinquanta giorni. Nobile causa, per carità. Ma viene il dubbio che la piazza sia diventata una professione, una forma di esibizionismo morale: si manifesta su tutto, purché non si debba timbrare un cartellino. Intanto, nelle nostre città, la cronaca nera germoglia indisturbata. A Milano i baby maranza rapinano un quindicenne, lo spogliano, lo costringono a prelevare, a chiamare i genitori, a pagare. E all’arrivo dei carabinieri c’è pure chi tenta di aggredirli. È la nuova educazione civica: minacciare, estorcere, sfidare lo Stato. Con la sicurezza di chi sa che, comunque vada, la colpa sarà sempre di qualcun altro. Dall’estero arrivano due notizie che fanno riflettere. In Francia Le Figaro elogia Giorgia Meloni, con grande schiaffo a Macron: strano Paese, l’Italia, che deve farsi spiegare dai francesi cosa pensa di se stessa. In Russia, invece, lo scacchista Garry Kasparov viene arrestato in contumacia: accusato di terrorismo per aver mosso troppe pedine contro il Cremlino. Lì il gioco è serio, e chi pensa viene messo sotto scacco. Sul fronte Ucraina-Russia, nessuna novità. E come ricordava Raymond Radiguet, non è nella novità ma nell’abitudine che si trovano i piaceri più grandi. Noi, ormai, siamo abituati al nulla di nuovo. Eppure, a ben guardare, non siamo ancora in disgrazia completa. I Comuni spendono quasi 400 milioni in luminarie e mercatini. Gli italiani investiranno 3,3 miliardi tra cenoni, pranzi e viaggi. Mangiamo, brindiamo, partiamo. Qualcuno lassù, evidentemente, ci guarda ancora con indulgenza. Forse è questa la nostra vera morale nazionale: possiamo sopportare tutto, svolte improvvise, predicatori bellicosi, affari opachi, piazze urlanti e baby criminali, purché a Natale ci sia il panettone acceso a festa. E finché le luci restano accese, l’Italia continuerà a illudersi che il circo sia soltanto uno spettacolo. Non la casa. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Treviso, 24 aprile 2025 – S’è spenta la stella da scerifo (sceriffo) di Giancarlo Gentilini (Serravalle, borgata di Vittorio Veneto,.

ATTENTI A QUEI TRE L’Europa gioca col fuoco mentre gli italiani giocano… con le notizie del giorno     C’è.

Immensa Sofia Goggia: vittoria nel SuperG di Beaver Creek, 25° trionfo in Coppa del Mondo A 313 giorni dall’infortunio che.