Chiesa San Giacomo alla Lungara Trastevere Roma Marzo 2025 “Chi canta prega due volte”. Sant’Agostino. Un frase.
Diario semiserio del 13 aprile: quando la storia si traveste da farsa e la politica da operetta
Da Budapest a Washington, passando per il nostro teatrino nazionale: cronaca ironica di una giornata in cui le urne parlano, i leader strepitano e le teste restano, ostinatamente, il male più difficile da curare. Il 13 aprile del 2026 si consegna al taccuino con la solita eleganza dei giorni moderni: un misto di tragedia annunciata, commedia involontaria e quel gusto da avanspettacolo che la politica contemporanea riesce a offrire con generosa continuità. Iniziamo dall’Ungheria, dove il responso delle urne ha avuto la cortesia della chiarezza, virtù ormai rara nel continente. Tre destre in Parlamento e nessuna sinistra. Un risultato così netto da sembrare quasi scortese verso i raffinati analisti da salotto e i think tank domestici della sinistra italiana, che da settimane preparavano il consueto repertorio: “il popolo ha finalmente capito”, “l’Europa cambia verso”, “l’onda democratica è partita”. È partita, sì, ma nella direzione opposta. Il nuovo Parlamento di Budapest sarà composto da Tisza, Fidesz e Mi Hazánk: centrodestra, destra storica e destra estrema. Della sinistra, nessuna traccia, salvo forse qualche eco nei corridoi delle redazioni occidentali, dove si continua a confondere il desiderio con la realtà. La vera notizia non è soltanto la caduta di Viktor Orbán dopo sedici anni di dominio, ma la maniera in cui è avvenuta: Peter Magyar ha conquistato 138 seggi su 199, una maggioranza da manuale di diritto costituzionale, sufficiente per governare, riformare e, volendo, riscrivere perfino le virgole della Carta. In breve, gli ungheresi hanno cambiato cavallo, ma non scuderia.Un dettaglio che, da noi, molti fingono di non notare. Poi c’è il capitolo Leone–Trump, che meriterebbe da solo una commedia in tre atti. Dice il proverbio: scherza con i fanti, ma lascia stare i santi. Saggezza popolare, sempre valida, salvo quando i santi decidono di indossare, per accidente o per vocazione, l’armatura di San Giorgio. A quel punto è quasi inevitabile che il Tycoon d’oltreoceano estragga la spada verbale e si lanci nella tenzone. E così, mentre il Vaticano parla il linguaggio della morale universale, Washington risponde con quello assai più concreto delle leve economiche e geopolitiche. Perché, dietro le increspature diplomatiche, resta un fatto che pesa più di molte omelie: la Chiesa americana è una superpotenza finanziaria, e gli Stati Uniti continuano a essere il primo contributore dell’Obolo di San Pietro. Tradotto dal latino diplomatico: quando si alza la tensione fra Casa Bianca e Vaticano, non tremano solo gli altari, ma anche i registri contabili. Quanto al dossier iraniano, la giornata ci consegna l’ennesima lezione di realismo internazionale: Vance non vince. Teheran, pur ferita, mostra la calma di chi sa di avere in mano una carta che vale più di molte dichiarazioni ufficiali: il controllo, o anche solo la minaccia credibile di interdizione, di uno dei passaggi marittimi più sensibili del pianeta. L’Iran può attendere.Washington, molto meno. È la vecchia legge della diplomazia: chi ha fretta negozia male. Chi può aspettare, spesso detta il prezzo. E Vance si è ritrovato a gestire un dossier tecnico, militare e strategico con la stessa serenità di chi tenta di spegnere un incendio con una pompetta da giardino. Poi, come sempre, c’è casa nostra, che più che una patria sembra un palcoscenico stabile. Poche novità, in verità. Il consueto tran tran, il solito rosario di dichiarazioni indignate, le stesse facce, gli stessi toni, le stesse pose da rivoluzionari da salotto. Qualche irriducibile contras sinistroide brinda alla sconfitta di Orbán come se, al suo posto, fosse stato eletto il fantasma di Stalin in versione riformista. Intanto gli “Antifa” si riscaldano, minacciano il caos e promettono paura a chi non la pensa come loro. Il Partito Democratico tenta di bloccare l’evento dei Patrioti; Salvini risponde parlando di “metodi da fascisti”. E qui l’ironia supera la penna: nel 2026 siamo ancora fermi alle caricature del Novecento, come attori stanchi che continuano a recitare la stessa scena davanti a una platea ormai distratta. Più che politica, pare teatro di provincia.Più che ideologia, una tragicommedia da avanspettacolo. E veniamo al finale, che è poi la vera nota di diario. L’Europa sembra oggi avere due malati conclamati: uno a Bruxelles, l’altro in Italia. Il primo soffre di burocrazia cronica; il secondo di febbre ideologica intermittente. Ma il vero inghippo, caro lettore, è sempre lo stesso:curare il corpo è relativamente semplice; curare le teste, quasi impossibile. Perché le nazioni, come gli uomini, raramente muoiono di malattie fisiche. Più spesso soccombono alle proprie illusioni. E di illusioni, in questo lunedì d’aprile, se ne sono viste abbastanza da riempire un intero reparto. Giuseppe Arnò * Foto by Canva