Le ragioni storiche del Tibet, dimenticate dalla massa antagonista modaiola pro o contro in cortei e navigli
Qualcuno, stanco d’assistere da mesi, ormai, a sfilate ideologiche dominanti in vie e piazze italiane (spesso vandalizzandole e sfociando in scontri con le forze dell’ordine), vorrebbe provocare la regia occulta delle agitazioni a tema fisso santificate dal progressismo dirompente: «Ci facciamo la bandiera del Tibet e ce la portiamo dietro per sventolarla nelle prossime manifestazioni-minestrone dove circolano vessilli di tutti i tipi, ovviamente orientati a lotte e rivendicazioni di sinistra».
Drappi, quelli in processione attualmente, politically correct secondo la “selezione” da parte di cerberi in “servizio d’ordine”, con casacca gialla e strafottenza da addetti alla sicurezza improvvisati, con licenza d’angariare chi non va loro a genio. In genere, si tratta di bulli montati a cui qualche organizzatore dai seri problemi d’incontinenza democratica concede uno zero virgola di discutibilissima pseudo autorità decisionale su chi (e con cosa) possa far parte del corteo tal dei tali.
Perché del Tibet?
Perché, dal 1951, la maggior parte del territorio fa parte della Repubblica Popolare Cinese (mentre un’area sud-occidentale, il Ladakh, è una regione indiana) nonostante sia rivendicato dal governo in esilio (amministrazione centrale tibetana, guidata dal Dalai Lama) dell’ex Stato del Tibet. Indipendenza ed autodeterminazione soffocate nel sangue e di cui nessuno si fila, men che meno le anime belle antagoniste alquanto disinformate, se non ignoranti, che sfilano nelle città mettendole a soqquadro o che veleggiano per il Mediterraneo, provocando volutamente ma incoscientemente Israele. Col rischio di trascinare l’Italia e gli italiani in una querelle internazionale, compiendo azioni avverse verso uno Stato estero. L’art. 244 c. p., infatti, punisce chiunque, senza approvazione del governo, compie atti ostili verso un altro Stato, mettendo quello italiano a rischio di guerra. La pena prevista è la reclusione da 6 a 18 anni, che diventa ergastolo se il conflitto effettivamente scoppia.
Lo stesso articolo di legge aggiunge che “qualora gli atti ostili siano tali da turbare soltanto le relazioni con un governo estero, ovvero da esporre lo Stato italiano o i suoi cittadini, ovunque residenti, al pericolo di rappresaglie o di ritorsioni, la pena è della reclusione da 3 a 12 anni. Se segue la rottura delle relazioni diplomatiche, o se avvengono le rappresaglie o le ritorsioni, la pena è della reclusione da 5 a 15 anni”.
Le sparate da yacht club progressista, per di più, non influiscono sulla crisi a Gaza. Anzi, esacerbano ulteriormente la tensione…
La storia, invece, rammenta bene che la rivolta tibetana del 1959 (appoggiata dalla Central Intelligence Agency, CIA, degli Stati Uniti) contro il governo cinese venne stroncata duramente dall’Esercito Popolare di Liberazione, con decine di migliaia di vittime tibetane (stime citano circa 87mila morti) ed un paio di migliaia di soldati di Pechino.
Il drappo del Tibet risale al 1912 ed al XIII Dalai Lama. Costituisce la sintesi delle bandiere militari di alcune province e venne adottata fino al 1950, quando fu sancita come illegale dal governo d’occupazione e sostituita con quella cinese.
Oggi lo stendardo tibetano rappresenta il governo del Tibet in esilio, con sede a Dharamsala (India) ma è proibito in territorio cinese in quanto ritenuto emblema di separatismo.
«Agiteremo, dunque, la dimenticata bandiera del Tibet – preannunciano i punzecchiatori che, per il momento, vogliono rimanere anonimi – durante i sabato di sinistra che imperversano nel Paese. E se qualcuno si permetterà di proibircelo (in evento pubblico su pubblica strada, com’è avvenuto il 25 aprile a Bologna nei confronti, sic, d’un 81enne) o, peggio ancora, ce la strapperà dalle mani, incorrerà in denunce penali personali per violenza privata (art. 610 c. p.), appropriazione indebita (art. 646 c. p.), sequestro di persona (art. 605 c. p.), minaccia (art. 612 c. p.) ed altri reati eventualmente individuabili».
E concludono. «Basta con la violenza impunita (e protetta da certa sinistra di cui gli stessi Gramsci e Berlinguer si vergognerebbero) delle brigate progressiste immancabilmente violente e dei metodi totalitari da loro utilizzati…».
Claudio Beccalossi