Il grande bluff del carovita

Dall’opposizione si abbattono le tasse con un post. Al governo si scopre che i conti, purtroppo, non leggono i social. La metamorfosi dei leoni: quando il ruggito incontra il Ministero dell’Economia Esiste uno spettacolo che in Italia registra il tutto esaurito da decenni. Non va in scena nei teatri, ma nei talk show, sui social e nelle piazze. Il copione è immutabile, cambiano soltanto gli attori. Quando siedono all’opposizione, i leader politici diventano autentici illusionisti della finanza pubblica. Il carovita? Si elimina con un decreto. Le accise? Bastano cinque minuti e una firma. L’inflazione? Colpa esclusiva dell’incapacità di chi governa. E il popolo applaude, perché le soluzioni semplici hanno sempre avuto più successo dei problemi complessi. Poi arrivano le elezioni. Ed ecco la trasformazione più sorprendente della zoologia politica italiana: i leoni della campagna elettorale, una volta entrati a Palazzo Chigi, scoprono improvvisamente la vocazione dei gattini. Il ruggito lascia il posto ai toni sommessi, le promesse evaporano e compare il più antico degli scaricabarile istituzionali: «Ce lo chiede l’Europa.» Che, tradotto dal politichese, significa spesso: ci siamo accorti che il bilancio dello Stato non funziona come un video su TikTok. La dittatura dell’algoritmo Il problema, però, non è soltanto economico. È culturale. La politica ha deciso di sostituire la realtà con la comunicazione. E la comunicazione con l’algoritmo. Così, fenomeni giganteschi come le crisi energetiche, le guerre commerciali, i tassi della BCE o un debito pubblico che continua a pesare come un macigno diventano dettagli trascurabili. Troppo lunghi da spiegare in un reel di trenta secondi. Molto più conveniente raccontare una favola. Se la spesa aumenta, la colpa è del “cattivo” che governa. Se il prezzo della benzina cala di due centesimi, il merito è del leader illuminato. Se invece aumenta di venti… beh, in quel caso è colpa dei mercati, dell’Europa, della congiuntura internazionale, della luna piena o di qualsiasi entità sufficientemente lontana da non poter replicare. È la politica del telecomando: basta premere un pulsante e tutto dovrebbe funzionare. Peccato che i conti pubblici abbiano un pessimo carattere e non cambino canale. Il Paese dei miracoli… annunciati Ogni legislatura produce la stessa collezione di slogan, tutti rigorosamente destinati a una rapida estinzione. Prima si promettono rivoluzioni fiscali. Poi si scopre che il bilancio somiglia più a un conto corrente in rosso che al pozzo di San Patrizio. Alla fine ogni grande riforma si riduce a un estenuante gioco delle tre carte: un bonus qui, un contributo là, uno sconto temporaneo altrove. Si sposta una coperta troppo corta sperando che nessuno noti i piedi scoperti. E ogni volta la narrazione resta identica. La realtà, invece, presenta il conto. Sempre. L’onestà è l’unica riforma davvero rivoluzionaria La tentazione sarebbe quella di assolvere tutti. “Nessuno può fare miracoli.” Vero. Ma nessuno dovrebbe neppure prometterli. Il fallimento della politica non consiste nell’incapacità di cancellare con un tratto di penna il debito pubblico, l’inflazione o le crisi internazionali. Consiste nell’aver convinto milioni di cittadini che tutto questo fosse possibile, purché arrivasse “quello giusto” al governo. È qui che si misura la distanza tra propaganda e responsabilità. Una classe dirigente matura non si riconosce dalla quantità di slogan prodotti in campagna elettorale, ma dalla capacità di spiegare anche le verità scomode senza trattare gli elettori come follower da intrattenere tra un hashtag e una diretta Facebook. Perché i bilanci dello Stato hanno un difetto insopportabile: non votano, non applaudono e non si lasciano convincere dagli slogan. E prima o poi costringono tutti, destra, sinistra e centro, a fare i conti con l’unica opposizione che non perde mai le elezioni. La matematica. Giuseppe Arnò * Foto by Canva mix

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Chi la dura la vince

Rio de Janeiro, 04.09.2026 Il record di Giorgia Meloni racconta una verità politica: la stabilità, in Italia, è sempre una notizia. E spesso anche il frutto delle debolezze altrui. Non siamo meloniani. Siamo giornalisti. E i giornalisti raccontano i fatti; i giudizi spettano agli opinionisti. Il fatto è che oggi, 4 settembre 2026, Giorgia Meloni è diventata il presidente del Consiglio con il mandato più lungo della storia dell’Italia repubblicana. Millequattrocentotredici giorni consecutivi a Palazzo Chigi: un primato che va ben oltre la curiosità statistica e che assume un significato particolare in un Paese da sempre più avvezzo alle crisi di governo che alla continuità amministrativa. «Questo traguardo riflette la fiducia che il popolo italiano ripone nella sua leadership», ha dichiarato il premier indiano Narendra Modi nel congratularsi con Meloni. Agli auguri si sono uniti, tra gli altri, Sanae Takaichi dal Giappone, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il primo ministro belga Bart De Wever. Anche autorevoli testate straniere hanno sottolineato come l’Italia abbia attraversato quasi quattro anni di stabilità politica, una condizione che nel panorama nazionale rappresenta quasi un’eccezione. Il risultato assume ancora più rilievo se si considera il punto di partenza. Prima donna a guidare un governo italiano, prima esponente di un movimento postfascista alla guida di un Paese del G7 e prima leader sovranista a governare uno Stato fondatore dell’Unione Europea. Tre primati che, all’epoca dell’insediamento, alimentavano interrogativi dentro e fuori dai confini nazionali. Naturalmente il merito non è esclusivamente suo. Meloni ha dimostrato costanza, preparazione politica, capacità comunicativa e una notevole determinazione. Ma, come spesso accade, il successo di chi governa è stato favorito anche dagli avversari. L’opposizione si è mostrata troppo spesso divisa, priva di una linea politica realmente alternativa e incapace di trasformare il dissenso in una proposta credibile. Anche gli alleati di governo, pur attraversati da tensioni e differenze di vedute, non hanno mai spinto i contrasti fino al punto di provocare una crisi. In politica, talvolta, la solidità nasce tanto dalla forza di chi guida quanto dalla debolezza di chi dovrebbe contrastarlo. Va inoltre riconosciuto che Meloni ha saputo affidare i ministeri chiave a figure di comprovata esperienza, consolidare il rapporto con il mondo produttivo e ritagliarsi un ruolo di primo piano nei principali dossier internazionali. Sul piano interno, fatta eccezione per la parentesi referendaria, non ha dovuto affrontare emergenze tali da mettere realmente a rischio la tenuta dell’esecutivo. La trasformazione politica è stata forse l’aspetto più sorprendente. Da leader considerata antieuropeista e fortemente sovranista, Meloni ha progressivamente assunto un profilo più istituzionale e dialogante, senza rinunciare del tutto alla propria identità. Una metamorfosi che molti osservatori non avevano previsto e che, evidentemente, si è rivelata funzionale al ruolo. Del resto, Winston Churchill ricordava che «migliorare significa cambiare; essere perfetti significa cambiare spesso». La politica, quando incontra il governo, costringe spesso a misurarsi con la realtà più che con gli slogan. La legislatura, tuttavia, non è ancora conclusa. Sarà il tempo, come sempre, a stabilire se questo record rappresenti soltanto un primato cronologico o l’inizio di una stagione politica destinata a prolungarsi con un eventuale Meloni bis. E soprattutto dirà se la politica italiana avrà finalmente trovato la strada per riconquistare quella fiducia che, da troppo tempo, i cittadini le concedono con crescente parsimonia. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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Nessuno vive di rendita

La politica non premia chi conserva il passato, ma chi sa interpretare il futuro. Forza Italia è chiamata a una nuova stagione, e le energie per affrontarla non mancano.   La politica è una disciplina severa. Perdona quasi tutto, ma non un errore: credere che il consenso di ieri basti a pagare il conto di domani. Le rendite, in democrazia, durano poco. Meno di quanto promettano certi manuali di finanza creativa e molto meno di quanto sperino quei partiti che, dopo una lunga stagione di successi, finiscono col convincersi che basti amministrare il patrimonio accumulato. Non funziona così. Gli elettori sono investitori prudenti: ritirano la fiducia appena si accorgono che il capitale non produce più interessi. Il passivismo, l’attendismo, il galleggiamento hanno una sola virtù: evitano gli scossoni. Ma hanno anche un difetto decisivo: impediscono il movimento. E un partito che rinuncia a muoversi, prima ancora di perdere le elezioni, perde la propria ragion d’essere. Forza Italia si trova oggi davanti a un bivio che riguarda molti grandi partiti dopo la scomparsa del loro fondatore. Può limitarsi a custodire la memoria oppure decidere di costruire una nuova stagione. Le due cose non coincidono. Va riconosciuto ad Antonio Tajani un merito che sarebbe ingiusto sottovalutare. Tenere unito il partito dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi era probabilmente il compito più difficile che potesse capitare a un dirigente politico. Ci è riuscito con equilibrio, senso delle istituzioni e una pazienza che, nella politica contemporanea, è merce sempre più rara. Ma la storia insegna che conservare è un punto di partenza, non un punto di arrivo. Il berlusconismo non fu soltanto il carisma del suo fondatore. Sarebbe una lettura riduttiva. Fu, soprattutto, una continua capacità di rompere gli schemi. Berlusconi aveva intuito una verità semplice: i partiti diventano vecchi non quando invecchiano i loro dirigenti, ma quando invecchiano le loro idee. Per questo sorprende, talvolta, una certa prudenza che sembra attraversare il partito. Prudenza comprensibile, perfino giustificabile, ma che non può trasformarsi in metodo. La politica non premia chi aspetta che gli eventi gli diano ragione; premia chi crea gli eventi. Qui entra in gioco quella che Antonio Preiti, nel suo volume L’anima politica degli italiani, definisce la “domanda politica”. Non basta conoscere le intenzioni di voto. Occorre comprendere ciò che le genera: aspettative, paure, speranze, bisogni, perfino emozioni. È lì che si costruisce il consenso duraturo. Chi legge soltanto i sondaggi è come un medico che misura la febbre senza cercarne la causa. Ed è proprio questa domanda politica a suggerire una riflessione. Oggi gli italiani chiedono meno slogan e più competenza; meno appartenenze e più risultati; meno tifoserie e più amministratori. È un cambiamento culturale prima ancora che elettorale. Ecco perché il rinnovamento di Forza Italia non dovrebbe essere inteso come un semplice ricambio generazionale. Sarebbe poca cosa. Il vero rinnovamento consiste nel valorizzare quelle esperienze amministrative che hanno dimostrato, sul campo, di saper trasformare il consenso in buon governo. Tra queste, Roberto Occhiuto rappresenta uno dei casi più interessanti. Non perché sia infallibile — qualità che appartiene soltanto ai santi, e nemmeno a tutti — ma perché ha costruito la propria credibilità attraverso il governo della realtà, che è sempre più complicata delle dichiarazioni televisive. In un tempo in cui molti dirigenti politici comunicano il consenso prima ancora di averlo conquistato, Occhiuto ha seguito il percorso inverso: ha amministrato, ha raccolto risultati e soltanto dopo ha consolidato il proprio consenso. È una differenza sostanziale. Le neuroscienze sostengono che esistano differenti predisposizioni cognitive tra sensibilità conservatrici e progressiste. Senza trasformare la politica in una risonanza magnetica, si può osservare come alcuni amministratori riescano a parlare a entrambe le culture politiche, mantenendo salda la propria identità ma senza rinunciare al pragmatismo. È probabilmente questa una delle ragioni della forza elettorale di Occhiuto. In altre parole, siamo di fronte a un cervello politico più che ideologico. Ed è una qualità che Forza Italia dovrebbe guardare con attenzione. Non per costruire l’ennesimo “uomo della provvidenza”. La politica italiana ha già abusato di questa figura fino a renderla quasi caricaturale. Piuttosto perché i partiti, se vogliono sopravvivere, devono imparare a riconoscere e valorizzare il merito quando si manifesta. Il talento politico non è un patrimonio personale: è una risorsa collettiva. Del resto, nessuna impresa affida il proprio futuro esclusivamente al fondatore. Costruisce una classe dirigente. Sarebbe curioso che un partito facesse il contrario. Forza Italia dispone ancora di un patrimonio umano, culturale e amministrativo che molti avversari le invidiano. Ma i patrimoni, se restano fermi, si consumano. Hanno bisogno di essere investiti. Per questo il tema non è soltanto chi guiderà il partito domani. Il tema è quale partito si voglia consegnare alla prossima generazione di elettori. Un partito che custodisce il proprio passato merita rispetto. Un partito che costruisce il proprio futuro merita consenso. Sono due cose molto diverse. E forse è proprio qui che si gioca la partita decisiva di Forza Italia. La politica non conosce eredità perpetue. Conosce soltanto classi dirigenti capaci di rinnovarsi. Tutto il resto è commemorazione. Giuseppe Arnò * Foto: Cesare Priori [1] [2] ; Vettorializzazione: Actam (Gian Luca Ruggero) – Sito ufficiale

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Il troppo stroppia

EUROPA, CHI HA VISTO IL PORTIERE? Dalla politica dell’accoglienza a porte spalancate alla riscoperta improvvisa delle frontiere: quando la realtà bussa, anche l’Europa si accorge che una casa senza porte è, tecnicamente, un corridoio. di Giuseppe Arnò     C’è un proverbio italiano che, nei secoli, ha resistito a imperatori, rivoluzioni, guerre e governi: il troppo stroppia. È una verità elementare, quasi banale. E proprio per questo, evidentemente, difficilissima da applicare alla politica. Per anni l’Europa ha discusso di accoglienza, solidarietà, integrazione e diritti, spesso dimenticando un dettaglio non proprio secondario: chi entra, quanti entrano e come entrano. Poi arriva la realtà. E la realtà, si sa, non legge i comunicati stampa. La crisi di Ceuta, con l’arrivo massiccio di migranti e la pressione sulle autorità locali, ha improvvisamente ricordato al Vecchio Continente che le frontiere esistono. E che, quando vengono attraversate in massa, qualcuno prima o poi deve occuparsi delle conseguenze. L’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli nei collegamenti con la Spagna, mentre altri Paesi europei hanno rafforzato le proprie misure di sicurezza. Madrid protesta, Roma spiega, Bruxelles osserva e Parigi prende precauzioni. Insomma, il solito spettacolo europeo: tutti d’accordo sulla necessità di fare qualcosa, purché sia qualcun altro a cominciare. La nave Europa, intanto, imbarca acqua. E mentre i marinai discutono animatamente sulla legittimità politica del secchio, qualcuno si accorge che sarebbe forse il caso di usarlo. Naturalmente, non potevano mancare gli oppositori di professione. Quelli che, qualunque cosa accada, trovano sempre il modo di essere contrari. Se il governo apre le frontiere, protestano perché sono aperte. Se le chiude, protestano perché sono chiuse. Se le controlla, protestano perché controlla. Se non le controlla, protestano perché non controlla. Una categoria politica meritevole di studio: il contrario a prescindere. Non è una critica all’opposizione, che in democrazia è indispensabile. È una critica all’opposizione quando confonde il proprio compito con quello di un disco rotto. Perché criticare un governo è legittimo. Pretendere che un governo non governi, un po’ meno. E soprattutto, davanti a un’emergenza, sarebbe auspicabile che la politica europea riuscisse a distinguere tra l’interesse nazionale e il calcolo elettorale. Non è chiedere molto. Se una casa brucia, il primo pensiero dovrebbe essere spegnere l’incendio. Il secondo, magari, stabilire chi abbia dimenticato il gas acceso. In Europa, invece, siamo spesso ancora al primo punto dell’ordine del giorno: decidere se l’incendio sia politicamente di destra o di sinistra. Nel frattempo, brucia. La questione migratoria, del resto, non può essere risolta né con gli slogan dell’accoglienza illimitata né con quelli della chiusura assoluta. Serve una politica seria, europea, coordinata e soprattutto realistica. Perché l’accoglienza senza regole rischia di diventare disordine. E il disordine, prima o poi, produce paura, tensioni sociali e reazioni che nessuno dovrebbe desiderare. Ma anche qui, il buon senso sembra essere diventato una merce rara. L’Europa ha bisogno di confini sicuri, non di confini ideologici. Di solidarietà, ma anche di responsabilità. Di accoglienza, ma anche di legalità. E soprattutto ha bisogno di una politica comune. Perché se ogni Stato pensa di poter risolvere da solo problemi che attraversano continenti, il risultato sarà quello che già conosciamo: riunioni infinite, dichiarazioni solenni e qualche comunicato finale nel quale si esprime «profonda preoccupazione». Una formula diplomatica che, tradotta dal burocratese, significa: non sappiamo ancora cosa fare, ma abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per parlarne. Nel frattempo, il mondo non aspetta. Ci sono guerre, terremoti, crisi economiche, criminalità, terrorismo, tensioni sociali. E ogni giorno arriva una nuova emergenza a bussare alla porta. A questo punto, forse, sarebbe opportuno che l’Europa trovasse finalmente il proprio portiere. Uno vero. Uno che sappia chiudere quando deve chiudere, aprire quando deve aprire e, soprattutto, che non debba telefonare a ventisette condomini prima di decidere dove mettere la chiave. Perché la sicurezza, l’economia e la difesa non possono essere affidate alla buona educazione dei vicini di casa. Serve un cervello politico europeo. Un centro decisionale capace di agire prima che l’emergenza diventi catastrofe. E alle opposizioni, europee e nazionali, si potrebbe chiedere soltanto una piccola cortesia: continuino pure a dire «no», ma ogni tanto provino anche a spiegare quale sarebbe il loro «sì». È un esercizio più difficile, ma democraticamente assai più utile. Perché la nave Europa può ancora navigare. Purché, finalmente, qualcuno si occupi delle falle. E purché, soprattutto, mentre l’equipaggio lavora, i passeggeri smettano di litigare su chi abbia il diritto di impugnare il secchio. Il contorno alla Montanelli Montanelli, davanti a una simile commedia, probabilmente avrebbe sorriso con quella sua ironia asciutta e impietosa. Avrebbe forse osservato che l’Europa è riuscita nell’impresa di trasformare un problema di frontiere in un problema di coscienza, un problema di sicurezza in un problema di ideologia e un problema politico in una gara a chi pronuncia più volte la parola «solidarietà». Peccato che le frontiere, a differenza delle parole, non si fermino davanti ai buoni sentimenti. E allora, per una volta, lasciamo parlare il buon senso. Accogliere è umano. Governare è necessario. Controllare è doveroso. Il resto è politica. E, come avrebbe probabilmente chiosato il vecchio Indro, quando tutti hanno ragione, di solito, il problema è che nessuno ha ancora cominciato a risolvere il problema. * Foto by Canva adap.

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L’ira funesta… e il mondo che le va dietro

Tra ultimatum, scomuniche, guerre commerciali e scismi religiosi, il pianeta sembra aver sostituito la diplomazia con il megafono. E mentre tutti parlano, il buon senso aspetta ancora il suo turno. di Giuseppe Arnò C’era un tempo in cui la politica internazionale si esercitava nei salotti della diplomazia, tra sorrisi misurati e parole pesate con il bilancino. Oggi, invece, sembra essersi trasferita in un’arena dove vince chi urla più forte. Il dialogo è diventato un dettaglio; l’ultimatum, la regola. Donald Trump, fedele al proprio stile, continua a dispensare giudizi con la rapidità di un operatore di Borsa. Ce l’ha con la NATO, con alcuni alleati europei, con l’Iran, con chi, a suo dire, beneficia della protezione americana senza ricambiare adeguatamente il favore. Da imprenditore, il ragionamento è lineare: se uno paga il conto, pretende almeno che gli altri offrano il caffè. È una logica discutibile? Certamente. Ma è altrettanto difficile negare che, nella politica internazionale degli ultimi anni, gli interessi abbiano spesso prevalso sugli ideali. Del resto, tra alleanze strategiche e convenienze economiche, perfino le amicizie fra Stati sembrano ormai avere la durata di un contratto a termine. Le relazioni commerciali si interrompono con la stessa facilità con cui un tempo si cambiava il canale della televisione. Gli avversari diventano interlocutori, gli interlocutori tornano nemici, mentre le dichiarazioni ufficiali durano lo spazio di una conferenza stampa. Nel frattempo, il Medio Oriente continua a ricordarci che le guerre iniziano sempre con grandi parole e finiscono con lunghi silenzi. In Europa si discute di riarmo, di sicurezza, di deterrenza, come se la pace fosse ormai un lusso da conservare in archivio insieme ai trattati del secolo scorso. E mentre la geopolitica distribuisce minacce e promesse, anche il mondo religioso conosce le proprie tensioni. Gli scismi, le contestazioni, le divisioni interne dimostrano che perfino le istituzioni nate per unire non sono immuni dalla tentazione della frattura. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sorprendentemente simile: ciascuno convinto di possedere la verità, pochissimi disposti ad ascoltare quella degli altri. Così il pianeta procede, sospeso tra vertici internazionali, conferenze di pace, guerre commerciali, missili, dazi, comunicati ufficiali e inevitabili smentite. Ogni giorno sembra quello decisivo. Il giorno dopo ne arriva subito un altro, ancora più decisivo. Noi, spettatori di questo grande teatro globale, continuiamo a leggere titoli sempre più drammatici e dichiarazioni sempre più categoriche. Poi scopriamo che il mondo, nonostante tutto, continua a girare con ostinata indifferenza ai protagonismi dei suoi governanti. Forse aveva ragione Voltaire quando sosteneva che «il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno». Oggi il dubbio è diventato quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo nell’epoca delle certezze gridate e delle riflessioni sussurrate. Nel frattempo conviene non perdere il senso dell’ironia. È una delle poche risorse che non conosce inflazione e che nessuna superpotenza è ancora riuscita a tassare.   Alla maniera di Indro Montanelli «Le nazioni litigano come condomini che discutono sul pianerottolo: tutti convinti di avere ragione, nessuno disposto ad abbassare la voce. Poi, quando il palazzo comincia a scricchiolare, scoprono che il problema non era il vicino, ma le fondamenta. E quelle, purtroppo, non si riparano con un comunicato stampa.»   * Foto: Ultimate photo Blender mix

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Il Tycoon e il mondo a sua immagine

Quando la politica estera assomiglia a un reality show e la diplomazia diventa una questione di umore   “Sì, vendetta, tremenda vendetta.” Verdi presterebbe volentieri qualche battuta del suo Rigoletto alle cronache di questi giorni. Ma forse né lui né Piave avrebbero bisogno di riscrivere il libretto. Basterebbe aggiornare il palcoscenico. Perché Donald Trump continua a offrire al mondo uno spettacolo che oscilla tra la tragedia diplomatica e la commedia degli equivoci. Una ne fa e cento ne pensa. Peccato che, sempre più spesso, le cento pensate finiscano per smentire l’unica cosa fatta il giorno prima. Da anni il Tycoon immagina il pianeta come una grande proprietà immobiliare: il Canada da annettere, la Groenlandia da acquistare, il Golfo del Messico da ribattezzare come fosse un campo da golf appena ristrutturato. I dazi vengono annunciati e ritirati con la stessa frequenza con cui un comune mortale consulta il meteo prima di uscire di casa. Nella sua visione, la politica internazionale sembra ridursi a un principio elementare: chi è d’accordo con lui è un genio; chi non lo è diventa improvvisamente un incapace. Lo hanno scoperto Zelensky, Netanyahu, Macron, Sánchez, Starmer, Elon Musk e persino il Papa. Tutti, prima o poi, hanno ricevuto la medesima onorificenza trumpiana: la pubblica scomunica. L’ultimo capitolo riguarda Giorgia Meloni. Secondo la narrazione del presidente americano, sarebbe stata lei a implorare una fotografia, quasi una fan emozionata davanti alla star. Una ricostruzione che la presidente del Consiglio ha liquidato con la freddezza di chi non ha alcuna intenzione di recitare una parte scritta da altri: dichiarazioni inventate, nessuna supplica, nessuna implorazione. La vicenda sarebbe rimasta una curiosità da rotocalco se non avesse rivelato qualcosa di più interessante. Probabilmente a Trump non è piaciuto tanto il dissenso italiano su alcune questioni strategiche quanto il fatto che, per una volta, il copione non sia andato come previsto. Nella rappresentazione che ama offrire al pubblico, lui è sempre il protagonista assoluto. Gli altri possono essere comprimari, alleati, avversari, ma raramente interlocutori alla pari. Quando qualcuno gli resiste senza alzare la voce, il copione si inceppa. E allora ecco comparire quella forma particolare di risentimento che assomiglia alla vendetta, ma con meno Shakespeare e più social network. Il paradosso è che Trump continua a essere uno dei leader più influenti del pianeta proprio mentre sembra impegnato a dimostrare il contrario. Possiede una capacità straordinaria di attirare l’attenzione e una altrettanto straordinaria inclinazione a disperderla in polemiche che durano meno di un ciclo di notizie. Un tempo gli imperatori ordinavano campagne militari. Oggi basta un post. Naturalmente esiste una scuola di pensiero secondo cui la spavalderia paga sempre. Forse è vero. Talvolta l’arroganza produce dividendi politici che la prudenza non riesce a garantire. Ma esiste anche un limite. Persino nei teatri d’opera, dopo il terzo atto, il pubblico pretende che la trama abbia un senso. E qui sta il problema del Tycoon: continua a comportarsi come se fosse il regista dello spettacolo, senza accorgersi che sempre più spesso viene percepito come il personaggio più pittoresco della compagnia. Alla fine resta un dubbio. È vero che nella vita si guadagna spesso di più con la spavalderia che con l’insicurezza. Ma la spavalderia funziona finché gli altri la scambiano per forza. Quando cominciano a scambiarla per vanità, il gioco cambia. E forse il vecchio Rigoletto, osservando il frastuono del nostro tempo, si limiterebbe a sorridere amaramente. Perché i potenti passano la vita a cercare applausi. Il guaio comincia quando scambiano gli applausi per voti e i voti per adorazione. Da quel momento il sipario cala, ma loro, ahinoi, continuano a salutare il pubblico. Giuseppe Arnò

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Dalla Calabria con fervore

Quando una regione diventa laboratorio politico e gli alleati iniziano a contarsi più che a sommarsi La miccia, questa volta, sembra essere stata accesa in Calabria. La serpentina corre lungo gli Appennini e il botto, se le premesse saranno confermate, potrebbe sentirsi alle prossime elezioni. Nel centrodestra qualcosa si muove. Non con il fragore delle rivoluzioni, ma con quel rumore secco che fanno gli equilibri quando iniziano a spostarsi. La Lega appare meno granitica di qualche stagione fa: perde qualche pezzo lungo il cammino, mentre il generale Roberto Vannacci continua a raccogliere consensi, simpatie e qualche transfuga in cerca di nuove coordinate politiche. Il risultato è che la destra della destra tende ad acquisire una propria fisionomia, non ancora autonoma ma certamente sempre meno marginale. Forza Italia, dal canto suo, procede come quei vecchi treni che nessuno sa esattamente chi conduca, ma che continuano ad arrivare in stazione. Meno slanci epici, meno proclami rivoluzionari, più gestione dell’esistente. Una navigazione in modalità “pilota automatico”, che nel mare agitato della politica italiana non è necessariamente un difetto. E poi c’è Fratelli d’Italia. Qui il dato interessante è un altro: la scelta di blindare Roberto Occhiuto. Non è passata inosservata la presenza di Giorgia Meloni in Calabria in una delle giornate politicamente più dense delle ultime settimane, mentre altrove si discuteva del futuro dell’Europa, dell’Ucraina e dei nuovi assetti geopolitici continentali. Sarebbe azzardato attribuire significati assoluti alle coincidenze. Tuttavia, in politica le coincidenze sono come i miracoli: tutti giurano di non crederci, ma nessuno smette di osservarle. Il messaggio appare piuttosto chiaro. La Calabria di Occhiuto non viene considerata una semplice periferia amministrativa, bensì un tassello strategico del mosaico nazionale. E quando una regione del Sud diventa terreno di investimenti politici così evidenti, significa che qualcuno sta già guardando oltre il prossimo tornante elettorale. L’osservatore distratto vedrà episodi scollegati: Meloni in Calabria, Vannacci in crescita, la Lega in affanno. L’osservatore più attento potrebbe invece scorgere una trama comune. Non ancora una riscrittura degli equilibri del centrodestra, ma certamente una fase di riassetto. E quando in politica si parla di riassetto, di solito qualcuno sta salendo di piano e qualcun altro sta cercando l’ascensore. Chiusura La politica italiana conserva un pregio che nessun’altra disciplina possiede: riesce a presentare come inattesi eventi preparati da mesi. Così, mentre tutti guardano i grandi tavoli internazionali, spesso le partite vere si giocano nei corridoi di casa nostra. E se la Calabria oggi appare al centro della scacchiera, forse non è perché sia cambiata la geografia del Paese. È perché qualcuno ha finalmente capito che le mappe elettorali contano più di quelle geopolitiche. Roma, dunque, tenga pure un occhio ai vertici europei. Ma l’altro lo tenga ben aperto sulla punta dello Stivale. Perché a volte le micce più lunghe sono quelle che nessuno vede bruciare. Giuseppe Arnò

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Non è mai troppo tardi

L’Europa scopre i confini: dopo anni di lezioni morali, Bruxelles si accorge che governare i flussi migratori non era poi una bestemmia sovranista _____________________________________________________   C’è qualcosa di commovente nell’Europa che, dopo aver trascorso un decennio a distribuire patenti di umanità e insufficienze democratiche, oggi annuncia con tono grave: “Meno ingressi irregolari e più rimpatri”. Come Colombo che scopre l’America nel cortile di casa. Alla Conferenza Med9 in Croazia, dove siedono Italia, Francia, Spagna, Grecia e gli altri Paesi mediterranei che con l’immigrazione ci convivono davvero, non nei salotti televisivi di Bruxelles, il commissario europeo agli Affari Interni, Magnus Brunner, ha rivendicato il nuovo corso europeo: controllo delle frontiere, procedure più rapide, rimpatri efficaci, cooperazione rafforzata fra Stati membri e norme severe per chi delinque. In pratica, ciò che fino a ieri veniva descritto come “ossessione della destra”. Toh. Per anni, chiunque osasse sostenere che un Paese dovesse sapere chi entra, perché entra e cosa fa dopo essere entrato, veniva trattato come un reduce del paleolitico politico. La parola “confine” evocava scandalo; “rimpatrio” sembrava una parolaccia pronunciata in chiesa. L’importante era l’accoglienza, purché naturalmente organizzata nei quartieri degli altri. Nel frattempo, l’Europa produceva summit, tavole rotonde, campagne emotive e statistiche creative, mentre le cronache quotidiane compilavano un bollettino sempre più inquietante. Ma si sa: quando l’ideologia guida il timone, la realtà viene considerata un fastidioso incidente di percorso. Il regista Žarko Petan lo spiegò benissimo: “Gli storici falsificano il passato, gli ideologi il futuro.” E il futuro europeo, negli ultimi anni, sembrava progettato più da un laboratorio di sociologia sperimentale che da governi chiamati a garantire ordine, sicurezza e coesione sociale. Poi è accaduto l’imponderabile: i fatti. I dati oggi raccontano che la stretta sugli ingressi irregolari funziona. La rotta dei Balcani occidentali registra un calo del 55% degli attraversamenti illegali negli ultimi due anni; del 90% negli ultimi tre anni; e nei primi mesi dell’anno corrente il decremento continua. Miracolo? No. Semplicemente politica applicata alla realtà anziché ai manifesti. E qui si consuma la più grande ironia continentale: molte delle misure oggi sostenute dall’Unione europea coincidono con quelle che il governo di Giorgia Meloni proponeva mentre mezza Europa storceva il naso e l’altra metà preparava editoriali indignati. Non era difficile capire che procedure di asilo rapide, controlli seri e accordi efficaci con i Paesi di origine avrebbero ridotto abusi e traffici criminali. Non serviva un Nobel per la geopolitica né un seminario progressista a porte chiuse. Bastava il buon senso, quella virtù oggi considerata estremista. Naturalmente, salvis juribus: nel rispetto del diritto internazionale e della tutela di chi fugge davvero da guerre e persecuzioni. Perché governare l’immigrazione non significa negare l’umanità; significa impedire che l’umanità venga trasformata in un mercato clandestino gestito da trafficanti, cinici e professionisti della retorica. Il problema è che in Europa si è perso troppo tempo a confondere il controllo con la crudeltà e il disordine con la solidarietà. E quando una civiltà smette di distinguere tra accoglienza e resa, finisce inevitabilmente per importare problemi che poi finge di non vedere. Adesso Bruxelles cambia tono. Finalmente. Meglio tardi che mai. Anche perché il cittadino europeo, nel frattempo, aveva già capito tutto da un pezzo: chi non vuol capire, non capirà mai; ma chi è costretto dalla realtà, prima o poi, si adegua. E l’Europa, oggi, sembra essersi adeguata. Con la grazia elegante di chi arriva ultimo… cercando però di fingersi primo. Giuseppe Arnò

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Sigonella, Trump e il manuale del perfetto amico distratto

Nel nuovo disordine mondiale Roma tenta l’equilibrismo: ma tra Washington e la prudenza si rischia di perdere entrambi “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.Vecchio proverbio, sempreverde come le tasse e le polemiche italiane. Perché dal nemico il colpo lo si mette in conto; dall’amico no. E Donald Trump, che di molte cose potrà essere accusato ma non certo di nascondere ciò che pensa, ha reagito da manuale dell’uomo ferito nell’orgoglio e negli affari. Alla proposta italiana di inviare i caccia-mine nello stretto di Hormuz a giochi praticamente fatti, il presidente americano ha replicato con quella delicatezza diplomatica che gli appartiene quanto il silenzio appartiene ai talk show: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”. Traduzione simultanea dal trumpese: grazie, ma ormai il pranzo è finito e portare il vino al momento del caffè serve a poco. Che qualcosa si sia incrinato nel famoso asse Meloni-Trump appare evidente. Quel rapporto definito “speciale”, “privilegiato”, “solido”, aggettivi che nella politica internazionale durano mediamente meno di una mozzarella lasciata al sole, sembra oggi entrato nella zona grigia delle relazioni complicate. E nemmeno la visita del segretario di Stato Marco Rubio, svoltasi nel clima “franco e proficuo” che i comunicati ufficiali usano quando bisogna sorridere mentre si mastica amaro, pare aver ricucito davvero lo strappo. Antonio Tajani, con impeccabile aplomb diplomatico, ha ricordato che “l’Europa ha bisogno dell’America e l’America dell’Europa”. Verissimo. Come è vero che il Titanic aveva bisogno dell’oceano. Ma nella sostanza resta quella sensazione di nebbia politica in cui tutti dichiarano amicizia eterna mentre contano le sedie da salvare. Il punto vero è un altro: cosa ha ottenuto l’Italia negando l’appoggio tattico agli Stati Uniti e ponendo limiti sull’uso di Sigonella?Qui il ragionamento si fa meno ideologico e più brutalmente pratico. Ha evitato le critiche dell’opposizione? Impossibile: l’opposizione critica anche il sole quando sorge da est.Ha rispettato accordi e trattati? Nobile intento, ma viviamo in un’epoca in cui i trattati internazionali vengono stracciati con la stessa naturalezza con cui si apre una brioche a colazione.Ha preservato consenso interno? Probabile. Ma la politica estera costruita sui sondaggi somiglia a un ombrello di carta sotto il monsone. E soprattutto: si perde un amico per guadagnare cosa? Perché Trump, piaccia o no, ragiona da uomo d’affari. E gli uomini d’affari, come ricordava Benjamin Franklin, si salvano più con la diffidenza che con la fede. Roberto Gervaso aggiungeva che la diffidenza complica la vita sia a chi la prova sia a chi la subisce. In geopolitica la complicazione ha un prezzo: basi militari ridiscusse, dazi più aggressivi, rapporti raffreddati, sospetti crescenti. Non esattamente dettagli. Naturalmente anche Spagna e Germania hanno scelto prudenza verso l’operazione americana contro l’Iran. Ma Roma aveva un problema in più: aveva costruito mediaticamente una vicinanza privilegiata con Trump. E quando ostenti amicizia, il tradimento pesa il doppio. È la differenza tra un passante che ti pesta un piede e un compare che ti sfila la sedia mentre stai per sederti. Forse hanno pesato i timori per il referendum, forse la paura di perdere consenso, forse il sospetto che l’amicizia con Trump assomigliasse troppo a Les Liaisons Dangereuses: seducente, utile, ma capace di lasciare ferite permanenti. Fatto sta che il governo italiano ha scelto una linea di cautela che, nel caos mondiale attuale, appare tanto comprensibile quanto indecifrabile. Perché in questo nuovo disordine globale nessuno pretende purezza morale: tutti pretendono chiarezza. Gli americani soprattutto. Preferiscono un avversario esplicito a un alleato esitante. La diplomazia vive di sfumature; gli imperi, invece, di fedeltà percepite. Il vaso ormai è rotto e raccogliere i cocci richiederà tempo. Anche perché i torti degli amici si dimenticano più difficilmente di quelli dei nemici. I nemici, almeno, hanno il buon gusto della coerenza. E qui torna utile Montanelli, che avrebbe probabilmente osservato con il suo consueto sarcasmo che l’Italia possiede un talento unico: riuscire a sedersi contemporaneamente su due sedie e stupirsi quando finisce inevitabilmente per terra. Giuseppe Arnò * Foto: archivio lagazzetta italo-brasiliana

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Trump sa quel che fa (e finge di non saperlo)

Manuale semiserio per capire perché il caos, talvolta, è solo una strategia con i capelli spettinati C’è una scena che si ripete, quasi rituale. Donald Trump dice qualcosa, metà mondo sobbalza, l’altra metà ride, e tutti, ma proprio tutti, concludono: “È impazzito”. Errore. Classico errore da spettatori della domenica. Perché nel frattempo, mentre noi analizziamo la punteggiatura dei suoi tweet, lui scrive lettere a Xi Jinping per dissuaderlo dall’armare l’Iran e contemporaneamente usa il caos energetico globale come leva negoziale. E mentre qualcuno ride del tono, qualcun altro, ben più pragmatico, conta le petroliere. Il teatrino delle dichiarazioni (e il retropalco) “Nulla contro il Papa, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto. “Nulla contro Trump, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto bis. E così il mondo gira, tra dichiarazioni reciproche e diplomazie parallele. I giornali raccontano incrinature, retroscena, gelo. Ma i rapporti veri, quelli che contano, si misurano altrove: nei flussi di energia, nelle rotte navali, nei silenzi più che nelle conferenze stampa. Nel nostro precedente esercizio di realismo ricordavamo una banalità dimenticata: criticare una guerra è facile; capirla è faticoso. E spesso impopolare. Oggi aggiungiamo un dettaglio: le guerre moderne non si combattono più per conquistare territori, ma per piegare dipendenze. Petrolio, Dragoni e altre creature mitologiche C’è una frase, apparentemente semplice, che Trump ripete con una certa insistenza: gli Stati Uniti non hanno bisogno di petrolio come altri. Traduzione: l’America può permettersi il lusso della pressione; la Cina no. Non è un’opinione da talk show. È una leva geopolitica. Nel mezzo della crisi, Washington ha persino spinto i Paesi colpiti a comprare energia americana, trasformando una guerra in un’opportunità commerciale e strategica. E mentre Pechino si muove con cautela, cercando di proteggere i propri interessi energetici senza esporsi troppo, qualcuno continua a pensare che tutto questo sia improvvisazione. Il metodo Trump: caos controllato All’occhio ingenuo sembra incoerenza: promette pace e si ritrova nel mezzo di tensioni globali; predica “America First” e poi gioca su scacchiere lontane. Ma il punto è proprio questo: il caos non è un effetto collaterale, è lo strumento. Colpire indirettamente, Iran, Venezuela, rotte energetiche, significa parlare alla Cina senza nominarla. È una strategia vecchia quanto il mondo, solo aggiornata: meno trincee, più pipeline. E chi si aspetta linearità da un giocatore che cambia tavolo ogni cinque minuti, probabilmente sta guardando la partita sbagliata. Gli alleati, gli amici e le illusioni Noi europei, sempre pronti a dare lezioni, restiamo nel mezzo, con una certezza scomoda: se non ci fidiamo della Cina, e non siamo abbastanza forti da fare da soli, l’alternativa è una sola. Gli Stati Uniti. Non per amore, ma per necessità. E qui conviene essere onesti: non è amicizia, è convergenza di interessi. Come qualcuno ha scritto con disarmante lucidità: se l’unica cosa che avete in comune sono i nemici, non si chiama amicizia. Si chiama alleanza. Conclusione (con inchino montanelliano) Alla fine resta la saggezza popolare, quella che non passa mai di moda: i matti fanno i fatti. E forse il punto è proprio questo: Trump non è irrazionale. È semplicemente allergico alla razionalità che piace agli altri. Il che, in politica internazionale, è spesso un vantaggio. Montanelli, se fosse qui, probabilmente alzerebbe un sopracciglio e direbbe: “Non fidatevi di chi sembra troppo serio: di solito non sta facendo niente. Gli altri, almeno, qualcosa combinano.” Ecco. Trump combina. Il problema è capire cosa, prima di decidere se. Giuseppe Arnò Foto by Canva *

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