L’ira funesta… e il mondo che le va dietro

Tra ultimatum, scomuniche, guerre commerciali e scismi religiosi, il pianeta sembra aver sostituito la diplomazia con il megafono. E mentre tutti parlano, il buon senso aspetta ancora il suo turno. di Giuseppe Arnò C’era un tempo in cui la politica internazionale si esercitava nei salotti della diplomazia, tra sorrisi misurati e parole pesate con il bilancino. Oggi, invece, sembra essersi trasferita in un’arena dove vince chi urla più forte. Il dialogo è diventato un dettaglio; l’ultimatum, la regola. Donald Trump, fedele al proprio stile, continua a dispensare giudizi con la rapidità di un operatore di Borsa. Ce l’ha con la NATO, con alcuni alleati europei, con l’Iran, con chi, a suo dire, beneficia della protezione americana senza ricambiare adeguatamente il favore. Da imprenditore, il ragionamento è lineare: se uno paga il conto, pretende almeno che gli altri offrano il caffè. È una logica discutibile? Certamente. Ma è altrettanto difficile negare che, nella politica internazionale degli ultimi anni, gli interessi abbiano spesso prevalso sugli ideali. Del resto, tra alleanze strategiche e convenienze economiche, perfino le amicizie fra Stati sembrano ormai avere la durata di un contratto a termine. Le relazioni commerciali si interrompono con la stessa facilità con cui un tempo si cambiava il canale della televisione. Gli avversari diventano interlocutori, gli interlocutori tornano nemici, mentre le dichiarazioni ufficiali durano lo spazio di una conferenza stampa. Nel frattempo, il Medio Oriente continua a ricordarci che le guerre iniziano sempre con grandi parole e finiscono con lunghi silenzi. In Europa si discute di riarmo, di sicurezza, di deterrenza, come se la pace fosse ormai un lusso da conservare in archivio insieme ai trattati del secolo scorso. E mentre la geopolitica distribuisce minacce e promesse, anche il mondo religioso conosce le proprie tensioni. Gli scismi, le contestazioni, le divisioni interne dimostrano che perfino le istituzioni nate per unire non sono immuni dalla tentazione della frattura. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sorprendentemente simile: ciascuno convinto di possedere la verità, pochissimi disposti ad ascoltare quella degli altri. Così il pianeta procede, sospeso tra vertici internazionali, conferenze di pace, guerre commerciali, missili, dazi, comunicati ufficiali e inevitabili smentite. Ogni giorno sembra quello decisivo. Il giorno dopo ne arriva subito un altro, ancora più decisivo. Noi, spettatori di questo grande teatro globale, continuiamo a leggere titoli sempre più drammatici e dichiarazioni sempre più categoriche. Poi scopriamo che il mondo, nonostante tutto, continua a girare con ostinata indifferenza ai protagonismi dei suoi governanti. Forse aveva ragione Voltaire quando sosteneva che «il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno». Oggi il dubbio è diventato quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo nell’epoca delle certezze gridate e delle riflessioni sussurrate. Nel frattempo conviene non perdere il senso dell’ironia. È una delle poche risorse che non conosce inflazione e che nessuna superpotenza è ancora riuscita a tassare.   Alla maniera di Indro Montanelli «Le nazioni litigano come condomini che discutono sul pianerottolo: tutti convinti di avere ragione, nessuno disposto ad abbassare la voce. Poi, quando il palazzo comincia a scricchiolare, scoprono che il problema non era il vicino, ma le fondamenta. E quelle, purtroppo, non si riparano con un comunicato stampa.»   * Foto: Ultimate photo Blender mix

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Il Tycoon e il mondo a sua immagine

Quando la politica estera assomiglia a un reality show e la diplomazia diventa una questione di umore   “Sì, vendetta, tremenda vendetta.” Verdi presterebbe volentieri qualche battuta del suo Rigoletto alle cronache di questi giorni. Ma forse né lui né Piave avrebbero bisogno di riscrivere il libretto. Basterebbe aggiornare il palcoscenico. Perché Donald Trump continua a offrire al mondo uno spettacolo che oscilla tra la tragedia diplomatica e la commedia degli equivoci. Una ne fa e cento ne pensa. Peccato che, sempre più spesso, le cento pensate finiscano per smentire l’unica cosa fatta il giorno prima. Da anni il Tycoon immagina il pianeta come una grande proprietà immobiliare: il Canada da annettere, la Groenlandia da acquistare, il Golfo del Messico da ribattezzare come fosse un campo da golf appena ristrutturato. I dazi vengono annunciati e ritirati con la stessa frequenza con cui un comune mortale consulta il meteo prima di uscire di casa. Nella sua visione, la politica internazionale sembra ridursi a un principio elementare: chi è d’accordo con lui è un genio; chi non lo è diventa improvvisamente un incapace. Lo hanno scoperto Zelensky, Netanyahu, Macron, Sánchez, Starmer, Elon Musk e persino il Papa. Tutti, prima o poi, hanno ricevuto la medesima onorificenza trumpiana: la pubblica scomunica. L’ultimo capitolo riguarda Giorgia Meloni. Secondo la narrazione del presidente americano, sarebbe stata lei a implorare una fotografia, quasi una fan emozionata davanti alla star. Una ricostruzione che la presidente del Consiglio ha liquidato con la freddezza di chi non ha alcuna intenzione di recitare una parte scritta da altri: dichiarazioni inventate, nessuna supplica, nessuna implorazione. La vicenda sarebbe rimasta una curiosità da rotocalco se non avesse rivelato qualcosa di più interessante. Probabilmente a Trump non è piaciuto tanto il dissenso italiano su alcune questioni strategiche quanto il fatto che, per una volta, il copione non sia andato come previsto. Nella rappresentazione che ama offrire al pubblico, lui è sempre il protagonista assoluto. Gli altri possono essere comprimari, alleati, avversari, ma raramente interlocutori alla pari. Quando qualcuno gli resiste senza alzare la voce, il copione si inceppa. E allora ecco comparire quella forma particolare di risentimento che assomiglia alla vendetta, ma con meno Shakespeare e più social network. Il paradosso è che Trump continua a essere uno dei leader più influenti del pianeta proprio mentre sembra impegnato a dimostrare il contrario. Possiede una capacità straordinaria di attirare l’attenzione e una altrettanto straordinaria inclinazione a disperderla in polemiche che durano meno di un ciclo di notizie. Un tempo gli imperatori ordinavano campagne militari. Oggi basta un post. Naturalmente esiste una scuola di pensiero secondo cui la spavalderia paga sempre. Forse è vero. Talvolta l’arroganza produce dividendi politici che la prudenza non riesce a garantire. Ma esiste anche un limite. Persino nei teatri d’opera, dopo il terzo atto, il pubblico pretende che la trama abbia un senso. E qui sta il problema del Tycoon: continua a comportarsi come se fosse il regista dello spettacolo, senza accorgersi che sempre più spesso viene percepito come il personaggio più pittoresco della compagnia. Alla fine resta un dubbio. È vero che nella vita si guadagna spesso di più con la spavalderia che con l’insicurezza. Ma la spavalderia funziona finché gli altri la scambiano per forza. Quando cominciano a scambiarla per vanità, il gioco cambia. E forse il vecchio Rigoletto, osservando il frastuono del nostro tempo, si limiterebbe a sorridere amaramente. Perché i potenti passano la vita a cercare applausi. Il guaio comincia quando scambiano gli applausi per voti e i voti per adorazione. Da quel momento il sipario cala, ma loro, ahinoi, continuano a salutare il pubblico. Giuseppe Arnò

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Dalla Calabria con fervore

Quando una regione diventa laboratorio politico e gli alleati iniziano a contarsi più che a sommarsi La miccia, questa volta, sembra essere stata accesa in Calabria. La serpentina corre lungo gli Appennini e il botto, se le premesse saranno confermate, potrebbe sentirsi alle prossime elezioni. Nel centrodestra qualcosa si muove. Non con il fragore delle rivoluzioni, ma con quel rumore secco che fanno gli equilibri quando iniziano a spostarsi. La Lega appare meno granitica di qualche stagione fa: perde qualche pezzo lungo il cammino, mentre il generale Roberto Vannacci continua a raccogliere consensi, simpatie e qualche transfuga in cerca di nuove coordinate politiche. Il risultato è che la destra della destra tende ad acquisire una propria fisionomia, non ancora autonoma ma certamente sempre meno marginale. Forza Italia, dal canto suo, procede come quei vecchi treni che nessuno sa esattamente chi conduca, ma che continuano ad arrivare in stazione. Meno slanci epici, meno proclami rivoluzionari, più gestione dell’esistente. Una navigazione in modalità “pilota automatico”, che nel mare agitato della politica italiana non è necessariamente un difetto. E poi c’è Fratelli d’Italia. Qui il dato interessante è un altro: la scelta di blindare Roberto Occhiuto. Non è passata inosservata la presenza di Giorgia Meloni in Calabria in una delle giornate politicamente più dense delle ultime settimane, mentre altrove si discuteva del futuro dell’Europa, dell’Ucraina e dei nuovi assetti geopolitici continentali. Sarebbe azzardato attribuire significati assoluti alle coincidenze. Tuttavia, in politica le coincidenze sono come i miracoli: tutti giurano di non crederci, ma nessuno smette di osservarle. Il messaggio appare piuttosto chiaro. La Calabria di Occhiuto non viene considerata una semplice periferia amministrativa, bensì un tassello strategico del mosaico nazionale. E quando una regione del Sud diventa terreno di investimenti politici così evidenti, significa che qualcuno sta già guardando oltre il prossimo tornante elettorale. L’osservatore distratto vedrà episodi scollegati: Meloni in Calabria, Vannacci in crescita, la Lega in affanno. L’osservatore più attento potrebbe invece scorgere una trama comune. Non ancora una riscrittura degli equilibri del centrodestra, ma certamente una fase di riassetto. E quando in politica si parla di riassetto, di solito qualcuno sta salendo di piano e qualcun altro sta cercando l’ascensore. Chiusura La politica italiana conserva un pregio che nessun’altra disciplina possiede: riesce a presentare come inattesi eventi preparati da mesi. Così, mentre tutti guardano i grandi tavoli internazionali, spesso le partite vere si giocano nei corridoi di casa nostra. E se la Calabria oggi appare al centro della scacchiera, forse non è perché sia cambiata la geografia del Paese. È perché qualcuno ha finalmente capito che le mappe elettorali contano più di quelle geopolitiche. Roma, dunque, tenga pure un occhio ai vertici europei. Ma l’altro lo tenga ben aperto sulla punta dello Stivale. Perché a volte le micce più lunghe sono quelle che nessuno vede bruciare. Giuseppe Arnò

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Non è mai troppo tardi

L’Europa scopre i confini: dopo anni di lezioni morali, Bruxelles si accorge che governare i flussi migratori non era poi una bestemmia sovranista _____________________________________________________   C’è qualcosa di commovente nell’Europa che, dopo aver trascorso un decennio a distribuire patenti di umanità e insufficienze democratiche, oggi annuncia con tono grave: “Meno ingressi irregolari e più rimpatri”. Come Colombo che scopre l’America nel cortile di casa. Alla Conferenza Med9 in Croazia, dove siedono Italia, Francia, Spagna, Grecia e gli altri Paesi mediterranei che con l’immigrazione ci convivono davvero, non nei salotti televisivi di Bruxelles, il commissario europeo agli Affari Interni, Magnus Brunner, ha rivendicato il nuovo corso europeo: controllo delle frontiere, procedure più rapide, rimpatri efficaci, cooperazione rafforzata fra Stati membri e norme severe per chi delinque. In pratica, ciò che fino a ieri veniva descritto come “ossessione della destra”. Toh. Per anni, chiunque osasse sostenere che un Paese dovesse sapere chi entra, perché entra e cosa fa dopo essere entrato, veniva trattato come un reduce del paleolitico politico. La parola “confine” evocava scandalo; “rimpatrio” sembrava una parolaccia pronunciata in chiesa. L’importante era l’accoglienza, purché naturalmente organizzata nei quartieri degli altri. Nel frattempo, l’Europa produceva summit, tavole rotonde, campagne emotive e statistiche creative, mentre le cronache quotidiane compilavano un bollettino sempre più inquietante. Ma si sa: quando l’ideologia guida il timone, la realtà viene considerata un fastidioso incidente di percorso. Il regista Žarko Petan lo spiegò benissimo: “Gli storici falsificano il passato, gli ideologi il futuro.” E il futuro europeo, negli ultimi anni, sembrava progettato più da un laboratorio di sociologia sperimentale che da governi chiamati a garantire ordine, sicurezza e coesione sociale. Poi è accaduto l’imponderabile: i fatti. I dati oggi raccontano che la stretta sugli ingressi irregolari funziona. La rotta dei Balcani occidentali registra un calo del 55% degli attraversamenti illegali negli ultimi due anni; del 90% negli ultimi tre anni; e nei primi mesi dell’anno corrente il decremento continua. Miracolo? No. Semplicemente politica applicata alla realtà anziché ai manifesti. E qui si consuma la più grande ironia continentale: molte delle misure oggi sostenute dall’Unione europea coincidono con quelle che il governo di Giorgia Meloni proponeva mentre mezza Europa storceva il naso e l’altra metà preparava editoriali indignati. Non era difficile capire che procedure di asilo rapide, controlli seri e accordi efficaci con i Paesi di origine avrebbero ridotto abusi e traffici criminali. Non serviva un Nobel per la geopolitica né un seminario progressista a porte chiuse. Bastava il buon senso, quella virtù oggi considerata estremista. Naturalmente, salvis juribus: nel rispetto del diritto internazionale e della tutela di chi fugge davvero da guerre e persecuzioni. Perché governare l’immigrazione non significa negare l’umanità; significa impedire che l’umanità venga trasformata in un mercato clandestino gestito da trafficanti, cinici e professionisti della retorica. Il problema è che in Europa si è perso troppo tempo a confondere il controllo con la crudeltà e il disordine con la solidarietà. E quando una civiltà smette di distinguere tra accoglienza e resa, finisce inevitabilmente per importare problemi che poi finge di non vedere. Adesso Bruxelles cambia tono. Finalmente. Meglio tardi che mai. Anche perché il cittadino europeo, nel frattempo, aveva già capito tutto da un pezzo: chi non vuol capire, non capirà mai; ma chi è costretto dalla realtà, prima o poi, si adegua. E l’Europa, oggi, sembra essersi adeguata. Con la grazia elegante di chi arriva ultimo… cercando però di fingersi primo. Giuseppe Arnò

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Sigonella, Trump e il manuale del perfetto amico distratto

Nel nuovo disordine mondiale Roma tenta l’equilibrismo: ma tra Washington e la prudenza si rischia di perdere entrambi “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.Vecchio proverbio, sempreverde come le tasse e le polemiche italiane. Perché dal nemico il colpo lo si mette in conto; dall’amico no. E Donald Trump, che di molte cose potrà essere accusato ma non certo di nascondere ciò che pensa, ha reagito da manuale dell’uomo ferito nell’orgoglio e negli affari. Alla proposta italiana di inviare i caccia-mine nello stretto di Hormuz a giochi praticamente fatti, il presidente americano ha replicato con quella delicatezza diplomatica che gli appartiene quanto il silenzio appartiene ai talk show: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”. Traduzione simultanea dal trumpese: grazie, ma ormai il pranzo è finito e portare il vino al momento del caffè serve a poco. Che qualcosa si sia incrinato nel famoso asse Meloni-Trump appare evidente. Quel rapporto definito “speciale”, “privilegiato”, “solido”, aggettivi che nella politica internazionale durano mediamente meno di una mozzarella lasciata al sole, sembra oggi entrato nella zona grigia delle relazioni complicate. E nemmeno la visita del segretario di Stato Marco Rubio, svoltasi nel clima “franco e proficuo” che i comunicati ufficiali usano quando bisogna sorridere mentre si mastica amaro, pare aver ricucito davvero lo strappo. Antonio Tajani, con impeccabile aplomb diplomatico, ha ricordato che “l’Europa ha bisogno dell’America e l’America dell’Europa”. Verissimo. Come è vero che il Titanic aveva bisogno dell’oceano. Ma nella sostanza resta quella sensazione di nebbia politica in cui tutti dichiarano amicizia eterna mentre contano le sedie da salvare. Il punto vero è un altro: cosa ha ottenuto l’Italia negando l’appoggio tattico agli Stati Uniti e ponendo limiti sull’uso di Sigonella?Qui il ragionamento si fa meno ideologico e più brutalmente pratico. Ha evitato le critiche dell’opposizione? Impossibile: l’opposizione critica anche il sole quando sorge da est.Ha rispettato accordi e trattati? Nobile intento, ma viviamo in un’epoca in cui i trattati internazionali vengono stracciati con la stessa naturalezza con cui si apre una brioche a colazione.Ha preservato consenso interno? Probabile. Ma la politica estera costruita sui sondaggi somiglia a un ombrello di carta sotto il monsone. E soprattutto: si perde un amico per guadagnare cosa? Perché Trump, piaccia o no, ragiona da uomo d’affari. E gli uomini d’affari, come ricordava Benjamin Franklin, si salvano più con la diffidenza che con la fede. Roberto Gervaso aggiungeva che la diffidenza complica la vita sia a chi la prova sia a chi la subisce. In geopolitica la complicazione ha un prezzo: basi militari ridiscusse, dazi più aggressivi, rapporti raffreddati, sospetti crescenti. Non esattamente dettagli. Naturalmente anche Spagna e Germania hanno scelto prudenza verso l’operazione americana contro l’Iran. Ma Roma aveva un problema in più: aveva costruito mediaticamente una vicinanza privilegiata con Trump. E quando ostenti amicizia, il tradimento pesa il doppio. È la differenza tra un passante che ti pesta un piede e un compare che ti sfila la sedia mentre stai per sederti. Forse hanno pesato i timori per il referendum, forse la paura di perdere consenso, forse il sospetto che l’amicizia con Trump assomigliasse troppo a Les Liaisons Dangereuses: seducente, utile, ma capace di lasciare ferite permanenti. Fatto sta che il governo italiano ha scelto una linea di cautela che, nel caos mondiale attuale, appare tanto comprensibile quanto indecifrabile. Perché in questo nuovo disordine globale nessuno pretende purezza morale: tutti pretendono chiarezza. Gli americani soprattutto. Preferiscono un avversario esplicito a un alleato esitante. La diplomazia vive di sfumature; gli imperi, invece, di fedeltà percepite. Il vaso ormai è rotto e raccogliere i cocci richiederà tempo. Anche perché i torti degli amici si dimenticano più difficilmente di quelli dei nemici. I nemici, almeno, hanno il buon gusto della coerenza. E qui torna utile Montanelli, che avrebbe probabilmente osservato con il suo consueto sarcasmo che l’Italia possiede un talento unico: riuscire a sedersi contemporaneamente su due sedie e stupirsi quando finisce inevitabilmente per terra. Giuseppe Arnò * Foto: archivio lagazzetta italo-brasiliana

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Trump sa quel che fa (e finge di non saperlo)

Manuale semiserio per capire perché il caos, talvolta, è solo una strategia con i capelli spettinati C’è una scena che si ripete, quasi rituale. Donald Trump dice qualcosa, metà mondo sobbalza, l’altra metà ride, e tutti, ma proprio tutti, concludono: “È impazzito”. Errore. Classico errore da spettatori della domenica. Perché nel frattempo, mentre noi analizziamo la punteggiatura dei suoi tweet, lui scrive lettere a Xi Jinping per dissuaderlo dall’armare l’Iran e contemporaneamente usa il caos energetico globale come leva negoziale. E mentre qualcuno ride del tono, qualcun altro, ben più pragmatico, conta le petroliere. Il teatrino delle dichiarazioni (e il retropalco) “Nulla contro il Papa, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto. “Nulla contro Trump, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto bis. E così il mondo gira, tra dichiarazioni reciproche e diplomazie parallele. I giornali raccontano incrinature, retroscena, gelo. Ma i rapporti veri, quelli che contano, si misurano altrove: nei flussi di energia, nelle rotte navali, nei silenzi più che nelle conferenze stampa. Nel nostro precedente esercizio di realismo ricordavamo una banalità dimenticata: criticare una guerra è facile; capirla è faticoso. E spesso impopolare. Oggi aggiungiamo un dettaglio: le guerre moderne non si combattono più per conquistare territori, ma per piegare dipendenze. Petrolio, Dragoni e altre creature mitologiche C’è una frase, apparentemente semplice, che Trump ripete con una certa insistenza: gli Stati Uniti non hanno bisogno di petrolio come altri. Traduzione: l’America può permettersi il lusso della pressione; la Cina no. Non è un’opinione da talk show. È una leva geopolitica. Nel mezzo della crisi, Washington ha persino spinto i Paesi colpiti a comprare energia americana, trasformando una guerra in un’opportunità commerciale e strategica. E mentre Pechino si muove con cautela, cercando di proteggere i propri interessi energetici senza esporsi troppo, qualcuno continua a pensare che tutto questo sia improvvisazione. Il metodo Trump: caos controllato All’occhio ingenuo sembra incoerenza: promette pace e si ritrova nel mezzo di tensioni globali; predica “America First” e poi gioca su scacchiere lontane. Ma il punto è proprio questo: il caos non è un effetto collaterale, è lo strumento. Colpire indirettamente, Iran, Venezuela, rotte energetiche, significa parlare alla Cina senza nominarla. È una strategia vecchia quanto il mondo, solo aggiornata: meno trincee, più pipeline. E chi si aspetta linearità da un giocatore che cambia tavolo ogni cinque minuti, probabilmente sta guardando la partita sbagliata. Gli alleati, gli amici e le illusioni Noi europei, sempre pronti a dare lezioni, restiamo nel mezzo, con una certezza scomoda: se non ci fidiamo della Cina, e non siamo abbastanza forti da fare da soli, l’alternativa è una sola. Gli Stati Uniti. Non per amore, ma per necessità. E qui conviene essere onesti: non è amicizia, è convergenza di interessi. Come qualcuno ha scritto con disarmante lucidità: se l’unica cosa che avete in comune sono i nemici, non si chiama amicizia. Si chiama alleanza. Conclusione (con inchino montanelliano) Alla fine resta la saggezza popolare, quella che non passa mai di moda: i matti fanno i fatti. E forse il punto è proprio questo: Trump non è irrazionale. È semplicemente allergico alla razionalità che piace agli altri. Il che, in politica internazionale, è spesso un vantaggio. Montanelli, se fosse qui, probabilmente alzerebbe un sopracciglio e direbbe: “Non fidatevi di chi sembra troppo serio: di solito non sta facendo niente. Gli altri, almeno, qualcosa combinano.” Ecco. Trump combina. Il problema è capire cosa, prima di decidere se. Giuseppe Arnò Foto by Canva *

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L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

  Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia. Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione. Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese. In altre parole: la solita lista della spesa elettorale. La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile. L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa. Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles. È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento. Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico. Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo. In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali. Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica. Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!» La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia. Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo. Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale. L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più. È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale. Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera. Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti. I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito. Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno. Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito. Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa. «Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller. È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima. La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos. A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito. E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile. Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato. E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli. È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia. Il resto è propaganda. La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni. E non vota mai nessuno. In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Europa cercasi: istruzioni per diventare potenza (e per non perdere l’anima)

  Draghi predica l’unità, il mondo si divide, la Svizzera inciampa: tra grandi strategie e piccole delusioni europee Mario Draghi, insignito della laurea honoris causa a Leuven, ha fatto ciò che gli riesce meglio: parlare chiaro a chi finge di non capire. L’Europa, ha detto in sostanza, rischia di diventare una terra di mezzo: subordinata, divisa, deindustrializzata. Gli Stati Uniti cercano il dominio, la Cina l’espansione silenziosa, e nel mezzo c’è un’Unione che spesso scambia la prudenza per strategia e l’unanimità per virtù. Il messaggio è fin troppo limpido: un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà a lungo difendere nemmeno i propri valori. Tradotto per i meno avvezzi al linguaggio dei consessi accademici: o ci si consegna a una delle due superpotenze, oppure si trova il coraggio di diventare adulti. La terza via esiste, ma richiede un prezzo: un’Europa federata, politicamente coesa, capace di decidere senza restare ostaggio dei veti incrociati. Il caso Groenlandia, con le sue improvvise centralità geopolitiche, insegna più di molti trattati. Con tutto il rispetto per il demiurgo Draghi, non siamo davanti a rivelazioni esoteriche. Persino il quivis de populo intuisce che un gruppo che condivide davvero un obiettivo può raggiungere l’impossibile. Diventare la terza potenza mondiale non è una missione impossibile; è una missione scomoda. Implica riscrivere regole, archiviare l’unanimità, rivedere criteri di adesione e, soprattutto, sentirsi cittadini europei prima che collezionisti di bandiere nazionali. Volere è potere, sì. Ma volerlo davvero è tutta un’altra faccenda. E quanto alle teste pensanti, sarebbe ora che pensassero sul serio, oppure lasciassero spazio a chi è ancora capace di farlo. Mentre a Leuven si discute di destini globali, a Milano il presidente Mattarella si reca a sorpresa al Niguarda per incontrare i feriti di Crans-Montana. Un gesto umano, doveroso, che stride con la freddezza amministrativa del dopo tragedia. Dal Vallese arrivano promesse, rassicurazioni, tempi tecnici. Intanto, però, alle vittime arrivano le bollette delle spese mediche. I risarcimenti? Annunciati, diluiti, parziali: 45 pagamenti su quasi 150 vite spezzate. C’era una volta la Svizzera, esempio di precisione, equità e senso della responsabilità. Oggi resta la contabilità, puntuale come sempre.  Per concludere Forse l’Europa diventerà una potenza quando smetterà di parlare solo di valori e inizierà a praticarli, anche nei dettagli. E forse la Svizzera tornerà a essere la Svizzera quando capirà che la puntualità è una virtù, ma la giustizia senza cuore è solo un modulo compilato correttamente. Giuseppe Arnò

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Venerdì sciopero, sabato e domenica riposo

Scioperi, senatori Lega: tutelare chi deve andare a lavorare e chi deve curarsi Roma, 22 gen. – “La precettazione intrapresa in occasione dello sciopero del 17 novembre 2023 era nata dalla necessità di tutelare i milioni di cittadini che ogni giorno hanno il diritto e il bisogno di spostarsi. In merito alla decisione del Tar su quel provvedimento, ribadiamo che la priorità resta garantire la mobilità di chi si alza la mattina per raggiungere il proprio impiego o di chi deve recarsi presso le strutture sanitarie per visite e cure mediche. Sebbene il diritto all’astensione dal lavoro sia sacrosanto, l’abuso sistematico di questo strumento — puntualmente esercitato di venerdì — rischia di sminuire il valore delle storiche conquiste sindacali, finendo per mettere in grave difficoltà le fasce più fragili della popolazione. La Lega continuerà a lavorare con determinazione affinché i servizi pubblici essenziali siano sempre salvaguardati, con l’obiettivo di bilanciare i diritti di tutti senza che nessuno resti ostaggio di paralisi che danneggiano la collettività”. Così i senatori della Lega in commissione Trasporti a Palazzo Madama Tilde Minasi, Nino Germanà e Manfredi Potenti. __________ Ufficio stampa Lega Senato

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