In occasione della giornata dedicata all’intellettuale e politico sulmonese, sono state consegnati i riconoscimenti per l’iniziativa “Radici e territorio” Cultura,.
Trump sa quel che fa (e finge di non saperlo)
Manuale semiserio per capire perché il caos, talvolta, è solo una strategia con i capelli spettinati C’è una scena che si ripete, quasi rituale. Donald Trump dice qualcosa, metà mondo sobbalza, l’altra metà ride, e tutti, ma proprio tutti, concludono: “È impazzito”. Errore. Classico errore da spettatori della domenica. Perché nel frattempo, mentre noi analizziamo la punteggiatura dei suoi tweet, lui scrive lettere a Xi Jinping per dissuaderlo dall’armare l’Iran e contemporaneamente usa il caos energetico globale come leva negoziale. E mentre qualcuno ride del tono, qualcun altro, ben più pragmatico, conta le petroliere. Il teatrino delle dichiarazioni (e il retropalco) “Nulla contro il Papa, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto. “Nulla contro Trump, ma ho diritto di non essere d’accordo”. Perfetto bis. E così il mondo gira, tra dichiarazioni reciproche e diplomazie parallele. I giornali raccontano incrinature, retroscena, gelo. Ma i rapporti veri, quelli che contano, si misurano altrove: nei flussi di energia, nelle rotte navali, nei silenzi più che nelle conferenze stampa. Nel nostro precedente esercizio di realismo ricordavamo una banalità dimenticata: criticare una guerra è facile; capirla è faticoso. E spesso impopolare. Oggi aggiungiamo un dettaglio: le guerre moderne non si combattono più per conquistare territori, ma per piegare dipendenze. Petrolio, Dragoni e altre creature mitologiche C’è una frase, apparentemente semplice, che Trump ripete con una certa insistenza: gli Stati Uniti non hanno bisogno di petrolio come altri. Traduzione: l’America può permettersi il lusso della pressione; la Cina no. Non è un’opinione da talk show. È una leva geopolitica. Nel mezzo della crisi, Washington ha persino spinto i Paesi colpiti a comprare energia americana, trasformando una guerra in un’opportunità commerciale e strategica. E mentre Pechino si muove con cautela, cercando di proteggere i propri interessi energetici senza esporsi troppo, qualcuno continua a pensare che tutto questo sia improvvisazione. Il metodo Trump: caos controllato All’occhio ingenuo sembra incoerenza: promette pace e si ritrova nel mezzo di tensioni globali; predica “America First” e poi gioca su scacchiere lontane. Ma il punto è proprio questo: il caos non è un effetto collaterale, è lo strumento. Colpire indirettamente, Iran, Venezuela, rotte energetiche, significa parlare alla Cina senza nominarla. È una strategia vecchia quanto il mondo, solo aggiornata: meno trincee, più pipeline. E chi si aspetta linearità da un giocatore che cambia tavolo ogni cinque minuti, probabilmente sta guardando la partita sbagliata. Gli alleati, gli amici e le illusioni Noi europei, sempre pronti a dare lezioni, restiamo nel mezzo, con una certezza scomoda: se non ci fidiamo della Cina, e non siamo abbastanza forti da fare da soli, l’alternativa è una sola. Gli Stati Uniti. Non per amore, ma per necessità. E qui conviene essere onesti: non è amicizia, è convergenza di interessi. Come qualcuno ha scritto con disarmante lucidità: se l’unica cosa che avete in comune sono i nemici, non si chiama amicizia. Si chiama alleanza. Conclusione (con inchino montanelliano) Alla fine resta la saggezza popolare, quella che non passa mai di moda: i matti fanno i fatti. E forse il punto è proprio questo: Trump non è irrazionale. È semplicemente allergico alla razionalità che piace agli altri. Il che, in politica internazionale, è spesso un vantaggio. Montanelli, se fosse qui, probabilmente alzerebbe un sopracciglio e direbbe: “Non fidatevi di chi sembra troppo serio: di solito non sta facendo niente. Gli altri, almeno, qualcosa combinano.” Ecco. Trump combina. Il problema è capire cosa, prima di decidere se. Giuseppe Arnò Foto by Canva *