Novità librarie di Goffredo Palmerini

  15 aprile 2026   Mario Fratti, un gigante del teatro e della cultura italiana, a New York e nel mondo     Esce in questi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie”, un libro di testimonianze sul grande drammaturgo aquilano: sarà presentato a L’Aquila il 30 aprile 2026, presso la storica Libreria Colacchi   di Goffredo Palmerini     L’AQUILA – Uscirà nei prossimi giorni il volume “Ricordando Mario Fratti, voci e memorie – Testimonianze ed interviste al grande drammaturgo aquilano” (One Group Edizioni), realizzato a cura di chi qui scrive raccogliendo testimonianze e ricordi su Mario Fratti da personalità del mondo istituzionale, accademico, teatrale e culturale, sia in Italia che all’estero. La presentazione del volume si terrà a L’Aquila il 30 aprile, alle ore 17:30, presso la storica Libreria Colacchi (Corso Vittorio Emanuele II, 5). Ricorrendo il terzo anniversario della scomparsa di Mario Fratti, la presentazione intende essere non solo un evento significativo, ma un vero e proprio tributo verso il grande drammaturgo aquilano quando L’Aquila, sua città natale è Capitale italiana della Cultura.   Queste le testimonianze presenti nel volume, che reca la Prefazione del Prof. Anthony Julian Tamburri, Preside del Calandra Institute di New York (City University New York): Paola Inverardi (Rettrice del Gran Sasso Science Institute), Pierluigi Biondi (Sindaco dell’Aquila), Biagio Tempesta (ex Sindaco dell’Aquila), Massimo Cialente (ex Sindaco dell’Aquila), Liliana Biondi (saggista e critica letteraria), Giuseppe Di Pangrazio (ex Presidente Consiglio Regionale d’Abruzzo), Stefania Pezzopane (ex Presidente Provincia dell’Aquila e Teatro Stabile d’Abruzzo), Letizia Airos Soria (New York – giornalista), Gabriele Lucci (scrittore, direttore artistico), Laura Benedetti (Washington – docente Georgetown University), Franco Narducci (attore e regista teatrale), Josephine Buscaglia Maietta (New York – docente), Mino Sferra (attore e regista), Mariza Bafile (New York – giornalista e scrittrice), Lucilla Sergiacomo (scrittrice e critica letteraria), Roberta Gargano (Teatro Stabile d’Abruzzo, giornalista), Stefano Vaccara (New York – giornalista), Valentina Fratti (New York – regista teatrale), Rosemary Serra (docente Università di Trieste), Tiziano Bedetti (compositore), Giovanna Chiarilli (giornalista e scrittrice), Emanuela Medoro (già docente e traduttrice), Maria Fosco (New York – dirigente Queens College), Monia Manzo (attrice e saggista), Silvia Giampaola (addetta culturale Maeci, attrice), Marisa Mastracci (attrice e regista teatrale), Milena Petrarca (artista), Joseph Sciame (New York – già docente St. John’s University), Pasqualina Petrarca (docente e giornalista), Giulia Bisinella (New York – attrice), Lucia Patrizio Gunning (Londra, docente), Laura Caparrotti (New York – regista e attrice), Laura Lamberti (New York – attrice), Margherita Peluso (attrice), Piero Picozzi (New York – promoter), Sara Morante (Berlino – attrice).   Mario Fratti (L’Aquila, 5 luglio 1927 – New York, 15 aprile 2023) è stato uno dei più importanti drammaturghi italiani del Novecento e del nuovo millennio, una figura che ha saputo conquistare la scena mondiale con una voce unica: europea nelle radici, americana nel ritmo, universale nella visione morale. Autore di oltre novanta opere, tradotte in ventuno lingue e rappresentate in più di seicento teatri nei cinque continenti, Fratti è stato anche critico teatrale, professore universitario, intellettuale cosmopolita, punto di riferimento della comunità culturale italoamericana. La sua fama internazionale è testimoniata da una costellazione di riconoscimenti: sette Tony Award – premio che nel teatro equivale all’Oscar del cinema – otto Drama Desk Awards, il Selezione O’Neill, il Richard Rogers, l’Outer Critics Award, l’Heritage and Culture Award, il Magna Grecia Award ed altri.   Nato a L’Aquila, laureato in Lingue e Letterature a Ca’ Foscari di Venezia, Fratti inizia come giornalista, poeta e drammaturgo. Anche un romanzo nei primi anni Cinquanta, ma pubblicato però solo nel 2013 – Diario proibito,- L’Aquila anni Quaranta (Graus Edizioni) – per la durezza degli argomenti trattati, ambientato tra la fine del regime fascista e primi anni dell’Italia liberata. Il suo primo dramma, Il nastro (1959), vince un premio RAI ma non viene trasmesso per la crudezza del tema. La svolta arriva nel 1962. Al Festival dei Due Mondi, a Spoleto, il suo atto unico Suicidio colpisce Lee Strasberg, il leggendario direttore dell’Actors Studio. Strasberg lo invita a New York, lo dirige, lo introduce nell’ambiente teatrale più innovativo del mondo.   Nel 1963 Fratti si trasferisce stabilmente nella Grande Mela. Insegna due anni alla Columbia University e poi all’Hunter College della City University di New York. Diventa critico teatrale, frequenta i luoghi nevralgici della cultura newyorkese, e soprattutto scrive instancabilmente drammi e commedie. “Azione, chiarezza, conflitto ben risolto”, così sintetizza la sua drammaturgia.   Fratti diventa subito un “caso” singolare negli Stati Uniti, si impone subito come uno straordinario ponte tra due mondi. Analizzando le sue opere Paul Thomas Nolan, docente e critico, ha definito la sua carriera un unicum. Fratti è riuscito dove altri giganti europei – da Brecht a Sartre, per esempio – non erano riusciti: fondere la tradizione drammatica europea con la società americana, creando un linguaggio nuovo, diretto, incisivo, capace di parlare ad entrambi i continenti. Fratti ha portato infatti negli Stati Uniti non solo il suo straordinario talento di autore teatrale, ma anche umanità, curiosità, indignazione morale, tolleranza, qualità e sensibilità che gli hanno permesso di leggere l’America dall’interno, senza rinunciare allo sguardo critico dell’intellettuale europeo.   La sua scrittura è asciutta, tagliente, priva di orpelli: una drammaturgia dell’azione, nutrita da una forte tensione etica. Nei suoi testi emergono fortemente la denuncia politica e sociale, il disagio profondo della società americana, la critica alle responsabilità del potere e, soprattutto, l’imprevedibilità, una costante delle sue opere, cifra della sua drammaturgia. Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura, drammaturgo inglese che certo non regalava complimenti, definì il dramma Cecità “sintetico ed eloquente”. È forse la definizione più precisa dello stile drammaturgico di Fratti.   Il nome di Fratti è legato anche a uno dei musical più celebri della storia recente, uno dei grandi successi a Broadway: Nine, ispirato a 8½ di Fellini. Il musical debutta nel 1982, resta due anni di fila in teatro, vince il Tony Award, viene prodotto più volte negli States fino al celebre revival con Antonio Banderas. È la prova definitiva della sua capacità di trasformare la materia cinematografica europea in un

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L’italiano sfrattato da casa

  Scuola distratta, televisioni urlanti e social impoverenti: così una nazione rischia di perdere la sua voce x Non c’è bisogno di eserciti stranieri per conquistare un Paese. A volte basta una cattiva televisione, una scuola distratta e un telefonino in mano a milioni di persone persuase che abbreviare sia pensare. La lingua italiana non è sotto attacco: è sotto abbandono. Che è peggio. L’attacco, infatti, suscita difesa. L’abbandono, invece, genera indifferenza. E l’indifferenza è il più efficace degli assassini: non sporca le mani, non lascia impronte, non provoca scandalo. Uccide in silenzio, un vocabolo alla volta. Se ci tolgono la lingua madre, ci tolgono molto più di uno strumento espressivo: ci sottraggono la memoria, la sensibilità, il modo stesso di pensare. Restano i suoni, ma scompare la sostanza. Restano le frasi, ma si svuota il significato. Restano i cittadini, ma il popolo si trasforma in una folla di zombie lessicali, convinti di essere moderni mentre stanno soltanto diventando muti. Gli stranierismi, certo, avanzano come erbacce in un giardino lasciato senza cura. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto all’esterno. La verità, assai meno consolante, è che il primo nemico dell’italiano è l’italiano stesso. Siamo diventati il solo popolo che si vergogna della propria lingua al punto da sostituirla appena possibile. Non si fa più una riunione: si organizza un meeting. Non si sceglie un luogo: si cerca una location. Non si fissa una scadenza: si impone una deadline. E guai a dire “gruppo di lavoro”: molto meglio una task force, purché suoni abbastanza anglosassone da far sembrare intelligente anche la banalità. È il provincialismo dei tempi globali: il bisogno quasi patologico di sembrare internazionali per non confessare la propria pochezza. Robert Sabatier sosteneva che, se i crimini contro la lingua fossero perseguiti come quelli contro la società, il mondo sarebbe una vasta prigione. Oggi, a sentire certi talk show o a leggere certe circolari ministeriali, verrebbe da chiedersi se non sia il caso di aprire almeno un’aula di tribunale. La scuola, che dovrebbe essere il primo baluardo, troppo spesso abdica. Non insegna più il gusto della parola precisa, la disciplina della sintassi, il rispetto del periodo ben costruito. Si giustifica tutto, si semplifica tutto. E nel nome di una malintesa modernità si finisce per allevare generazioni che sanno digitare molto e scrivere poco. La televisione, dal canto suo, urla più di quanto parli. Ha sostituito il linguaggio con il rumore, l’argomentazione con lo slogan, la frase con il frammento. La parola non serve più a spiegare: serve a colpire, a fare effetto, a conquistare trenta secondi di attenzione prima della pubblicità. Hannah Arendt lo aveva previsto con precisione chirurgica: la società di massa non vuole cultura, ma svago. E noi abbiamo trasformato la profezia in palinsesto. Poi ci sono i social, che rappresentano il colpo di grazia. Non perché la tecnologia sia nemica della lingua, sarebbe una sciocchezza sostenerlo, ma perché ne ha accelerato i vizi peggiori: fretta, approssimazione, superficialità. Si scrive per impulso, si pubblica senza rileggere, si comunica senza riflettere. La velocità è diventata un valore in sé, come se la rapidità di un pensiero potesse sostituirne la qualità. In questo panorama, la politica osserva con l’abituale lungimiranza del giorno dopo. Si preoccupa degli autovelox intelligenti, delle statistiche elettorali, dei sondaggi della sera, ma ignora la lenta emorragia della lingua nazionale. Le multe fanno cassa; l’italiano no. E poiché lo Stato tende a riconoscere solo ciò che produce gettito, la lingua viene lasciata al suo destino, come un monumento storico di cui ci si ricorda solo quando crolla. Eppure, come ricordava Cesare Marchi, una lingua che accetta tutto indiscriminatamente rischia di perdere la propria individualità e di morire proprio mentre sembra più viva. Il monito di Accademia della Crusca, rilanciato da Paolo D’Achille, dovrebbe essere preso sul serio: il futuro dell’italiano non è garantito per diritto divino. Va difeso. Nella scuola, nei giornali, nelle istituzioni, nelle case. Perché una lingua non è un dizionario: è una patria invisibile. E il finale, se Montanelli ci perdona l’ardire, è presto detto: l’Italia non rischia di diventare una colonia economica; rischia di esserlo già sul piano culturale. Un Paese che non sa più nominare il mondo finisce per subirlo. E quando una nazione smette di parlare con la propria voce, di solito non tarda molto a smettere di pensare con la propria testa. Giuseppe Arnò

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Venezia, la Scuola Grande

La Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, pia confraternita plurisecolare, fulcro d’architettura ed arte Servizio e foto di Claudio Beccalossi Venezia – La Serenissima, città sull’acqua per antonomasia dalle infinite sorprese e dalle inesauribili emozioni. Come quelle che riguardano l’illustre e storica Scuola Grande di San Giovanni Evangelista, in San Polo 2456 (Sestiere San Polo), vicina alla chiesa dedicata allo stesso santo. Complesso monumentale d’architettura ed arte, con riferimenti a Gotico, Rinascimento e Barocco veneziano. La particolare, prestigiosa e più datata (per fondazione) Scuola ancora attiva a Venezia, sorse nel 1261 e costituì una corporazione di Disciplinati o Flagellanti (i Battuti, confraternite di laici operanti dal medioevo, originariamente ligi alla penitenza dell’autoflagellazione) che stimolava il culto per, appunto, San Giovanni Evangelista. All’inizio ebbe sede a Sant’Aponal (Sant’Apollinare) per poi spostarsi, nel 1301, in contrada San Stin, occupando in affitto delle stanze della famiglia Badoer, al piano superiore d’un ospizio per anziane disagiate. Gli spazi in locazione furono ristrutturati tra il 1349 ed il 1354. Nel 1369 Philip de Mézières, gran cancelliere del re di Cipro ed esecutore testamentario del Patriarca di Costantinopoli, dotò la Scuola d’una reliquia della Vera Santa Croce dando al contesto un valore simbolico ed attirandovi una considerevole venerazione. Il termine Scuola indicò, nell’antica Repubblica di Venezia, una confraternita od un’associazione di laici che, rifacendosi ai dettami della carità cristiana, praticò assistenza materiale e spirituale reciproca e pratiche religiose connesse alla devozione del proprio patrono.     Tra il 1414 ed il 1420 la Scuola fu rifatta, sottoposta alla sovrintendenza d’un Consiglio dei Dieci per poi essere denominata Scuola Grande nel 1467 ed arricchita di opere d’arte, con l’iniziale apporto da parte del pittore della Repubblica di Venezia Jacopo Bellini (Venezia, 1396? – 1470?), padre degli artisti, a loro volta, Gentile (Venezia, 1429 – Venezia, 23 febbraio 1507) e Giovanni (Zuane Belin in veneto, Venezia, 1427 o 1434 circa – Venezia, 29 novembre 1516), noto pure come Giambellino. Furono collocati, oltre a manufatti d’architettura ed arredo, dei teleri (grandi dipinti ad olio su tela, lino o canapa, montati su telai lignei, usati nella tradizione pittorica veneziana nei secoli XV-XVI come decorazioni o rivestimenti murali, contrastando l’umidità lagunare, con termine che deriva dalla parola veneta teler, cioè telaio) nella Sala Grande della confraternita, teleri riguardanti i miracoli (o presunti tali) attribuiti al frammento della Vera Santa Croce. Per la loro realizzazione confluirono su chiamata, tra il 1496 ed il 1501, artisti del calibro di Gentile Bellini, Giovanni Mansueti, Vittore Carpaccio, Lazzaro Bastiani, Benedetto Diana e Pietro di Cristoforo Vannucci, detto il Perugino o Pietro Perugino. Mentre quest’ultima pittura andò perduta, le altre sono conservate nelle Gallerie dell’Accademia in Campo della Carità 1050, Sestiere Dorsoduro. Le Gallerie custodiscono una rilevante collezione di dipinti veneziani e veneti, dal Trecento bizantino e gotico agli artisti del Rinascimento (Bellini, Carpaccio, Giorgione, Veronese, Tintoretto e Tiziano) oltre a Giambattista Tiepolo ed ai vedutisti settecenteschi (Canaletto, Guardi, Bellotto, Longhi). Perfino il grande pittore Tiziano Vecellio (Pieve di Cadore, Belluno, 1488/1490 – Venezia, 27 agosto 1576) lasciò la sua determinante impronta nella Scuola Grande, in seguito, purtroppo, “emigrata” altrove: infatti, dipinse una “Visione di San Giovanni Evangelista” per il soffitto della Sala dell’Albergo, poi finita alla National Gallery di Washington (Stati Uniti d’America). Nel XVIII secolo altri due artisti contribuirono al livello eccelso dell’insieme: Giorgio Massari (Venezia, 13 ottobre 1687 – Venezia, 20 dicembre 1766) “generò” la Sala Capitolare e Jacopo Guarana (pure Giacomo, Verona, 28 ottobre 1720 – Venezia, 18 aprile 1808), creò la “Visione dei sette angeli e dei sette vasi”. Oltre alla Sala Capitolare, gli interni presentano l’Oratorio (o la Cappella) della Croce (dov’è custodito il reperto del sacro legno) e la Sala delle Colonne (così denominata per le cinque grandi colonne in pietra). In seguito alla caduta della Repubblica di Venezia, nel 1797, la Scuola Grande fu soppressa per decreto napoleonico del 25 aprile 1806 ed il patrimonio passò al demanio o venne venduto, riducendosi a mero magazzino. Ma, come l’araba fenice, si ricostituì. Sotto il Regno Lombardo-Veneto, dopo trattative portate avanti fin dal 1830 col demanio austriaco dall’imprenditore edile benestante friulano Gaspare Biondetti Crovato, il fabbricato in… disarmo venne acquisito dalla Pia Società per l’Acquisto della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista (costituita da 83 benefattori veneziani) entrandone in possesso nel gennaio 1856 e, conclusi alcuni restauri urgenti, riaprendola il 27 dicembre 1857. Nel 1877 il patrimonio immobiliare passò alla Corporazione delle Arti Edificatorie di Mutuo Soccorso che, nel 1892, mutò appellativo in Società delle Arti Edificatorie di Mutuo Soccorso nella Scuola Grande di San Giovanni Evangelista.    Il 17 febbraio 1929 l’organismo decise il ripristino a tutti gli effetti dell’antica Scuola Grande di San Giovanni Evangelista invocandone l’istituzione canonica. Ed il 7 marzo 1931 papa Pio XI (Ambrogio Damiano Achille Ratti, Desio, 31 maggio 1857 – Città del Vaticano, 10 febbraio 1939) concesse all’opera il titolo di arciconfraternita (cioè confraternita di laici appartenente a più confraternite, dedite a beneficenza e culto, con maggiori indulgenze e privilegi pontifici). Oggi l’imponente struttura, oltre ad essere sede dell’omonima confraternita plurisecolare, è un museo aperto ai visitatori e location di convegni, conferenze, eventi, concerti, esposizioni, serate di gala e matrimoni d’élite…

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“Verona a destra. La destra veronese dal dopoguerra al terzo millennio”

    Libro-amarcord del sen. Paolo Danieli ripresentato soprattutto ai giovani   Verona – Nella nuova sede di Fratelli d’Italia, in via Roncisvalle 76 (inaugurata il 23 novembre 2024 alla presenza del presidente del Senato, Ignazio La Russa, assieme a vari parlamentari veronesi del partito della premier Giorgia Meloni), è stata proposta al pubblico dibattito la ristampa (ad esaudimento delle richieste ricevute) del libro-amarcord “Verona a destra. La destra veronese dal dopoguerra al terzo millennio” (dopo la prima stampa di Europa Libreria Editrice – Edizioni Settimo Sigillo, Roma, 2018), opera del sen. Paolo Danieli, integrato da un’ampia documentazione fotografica d’archivio del militante Maurizio Borgonovi, detto Flash.    Danieli (Ancona, 12 agosto 1950, figlio di veneti rientrati dal 1954) appartiene alla vecchia guardia missina trasmutata malvolentieri (con la svolta… all’acqua minerale di Fiuggi) in Alleanza Nazionale e, poi, dopo l’assorbimento nel Popolo della Libertà, nell’ulteriore metamorfosi di Fratelli d’Italia.    Laureatosi all’Università di Padova in Medicina e Chirurgia (con specializzazione in Odontoiatria) e libera professione tuttora esercitata, dopo alterne vicende e dissensi di partito, è stato senatore della Repubblica in quattro legislature (XI nel Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale e XII-XIII-XIV in Alleanza Nazionale come cofondatore, neo forza politica organizzata tra il 22 gennaio 1994, lista ed il 27 gennaio 1995, partito). In pratica, i suoi mandati parlamentari sono durati dal 23 aprile 1992 al 27 aprile 2006.    Lasciata Alleanza Nazionale nel 2007, ha affiancato Francesco Storace (Cassino, Frosinone, 25 gennaio 1959, ex deputato, ex senatore, ex ministro della Salute, ex presidente della Regione Lazio ecc. nonché giornalista) nella fondazione de La Destra (3 luglio 2007) da cui s’è poi staccato per contrasti politici.    Nel giugno 2009 è stato l’energia costitutiva del centro politico culturale “L’Officina”, laboratorio per la ricostruzione della destra e del centrodestra in ambito locale.    In apertura dell’incontro scaligero sono intervenuti alcuni parlamentari di Fratelli d’Italia (il sen. Matteo Gelmetti, l’on. Maddalena Morgante e l’on. Ciro Maschio). Paolo Danieli, davanti ad una compagine a larga maggioranza giovanile di Fratelli d’Italia, ha risposto ai documentati pungoli di Andrea Miglioranzi di Gioventù Nazionale Verona.    Presenti tra il pubblico Massimo Mariotti (capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale, figura storica, senza esagerazioni, della destra sociale scaligera) e Giovanni Perez (noto esponente della cultura tradizionalista, con spiccati interessi alla prima avanguardia artistico-intellettuale del Futurismo d’inizio XX secolo, neo direttore responsabile de “L’Adige di Verona”).   Claudio Beccalossi

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Laureati d’Italia: oggi tocca ai capolavori (o presunti tali)

  Quando l’arte si adagia sull’ideologia e l’università applaude con entusiasmo accademico     Oggi Paola Cortellesi riceve la laurea honoris causa all’Università di Messina per C’è ancora domani. Nulla di male, per carità: ogni epoca ha i suoi numi tutelari e le sue liturgie culturali. Ma una domanda, sommessa e perfino ingenua, sorge spontanea: si può costruire un “capolavoro” poggiandolo su un artificio ideologico così scoperto? Soprattutto quando quel capolavoro pretende di risvegliare coscienze su temi politici e sociali di grande peso? Il 1946 non era un fondale cinematografico: gli italiani erano circa 45 milioni, in maggioranza donne; l’analfabetismo era diffusissimo; una parte minoritaria, tra impiegati statali, commercianti e liberi professionisti, godeva di un reddito certo. Il resto, contadini, artigiani, proletari e sub-proletari, viveva tra precarietà e stenti. La condizione femminile, per decine di milioni di donne, rifletteva questo quadro economico-sociale. E allora, viene da chiedersi: perché scegliere, come archetipo del “maschio padrone”, un usuraio dedito al mercato nero nel ruolo del suocero, e un guappo dalla professione incerta nel ruolo del marito? Quanti erano, davvero, usurai e magliari nell’Italia del dopoguerra? Qualche migliaio? E solo le loro mogli erano vittime di soprusi e violenze? E tutte le altre, mogli di contadini, operai, artigiani, impiegati, erano forse adagiatissime in un benessere coniugale degno di un dépliant turistico? Altro interrogativo: perché scegliere la Roma del Testaccio come teatro della vicenda, e non il Nord industriale in fermento o il Sud ancora segnato dal latifondo? Una decisione che sembra voler preservare, oggi, il delicato pantheon dei “compagni” del PD e della CGIL, discendenti di un PCI che nei ricordi di famiglia appare irreprensibile nella vita coniugale.Si sa: certi simulacri non gradiscono troppe revisioni. Quanto alla recitazione, dispiace dirlo: Mastrandrea appare imprigionato in un personaggio improbabile, con trucco e parrucco che sembrano usciti da un laboratorio più sperimentale che cinematografico. I dialoghi, poi, scorrono su una trama di stereotipi ormai logora. Altro che laurea honoris causa. E a proposito di riconoscimenti accademici: prima o poi ne arriverà una anche per Antonio Albanese, autore di Cento domeniche. Lì sì che si respira un’operazione simile, ma con qualche quid pluris . La truffa ai risparmiatori, effetto di banchieri senza scrupoli, colpisce un intero territorio. Eppure Albanese sceglie un solo volto emblematico: quello dell’operaio in pensione, militante nel sindacato e nella sezione di partito, rigorosamente di sinistra. Gli altri truffati, ingegneri, avvocati, medici, dirigenti, restano fuori campo. A loro, evidentemente, “sta bene così”: troppo avidi, troppo benestanti, troppo poco simpatici alla narrazione morale del momento. Il sospetto che tutti, ma proprio tutti, cercassero semplicemente un rendimento migliore non sfiora mai la sceneggiatura. Ma tant’è: il cinema non è un’aula di tribunale, e in certi racconti anche la morale può essere selettiva. E se poi confrontiamo l’“educazione civica” di Cento domeniche con quella del caro Cetto La Qualunque… be’, allora anche la Calabria dovrebbe affrettarsi a conferire ad Albanese una bella laurea honoris causa. La meritocrazia, dopotutto, va incoraggiata. E dunque, ragazzi, dateci dentro: non capita tutti i giorni di avere un Governo proclamato fascista su cui edificare così tante ispirazioni artistiche. Approfittatene finché dura: che, come diceva il bravo Montanelli, “in Italia non finiscono mai le commedie, finiscono solo i governi”. Ninni Speranza

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Pomponio recensisce “Intrecci di memoria”

Il ricordo e il presente nell’opera di Goffredo Palmerini “Intrecci di memoria”   a   TORINO – Il sedicesimo volume di Goffredo Palmerini è come un prezioso regalo che un caro amico ci dona. Nel suo libro si ripropongono, intatte, le caratteristiche che fanno dell’autore un acuto, attento, empatico osservatore della realtà. Palmerini è, a tutti gli effetti, un penetrante scandagliatore, mai sguaiato e corretto sempre, di episodi, personaggi, ambienti diversi e dal respiro amplissimo. La sua nuova fatica mantiene intatta la freschezza e la virtuosa curiosità dei precedenti volumi.   Siamo così proiettati da vicende strettamente legate alla sua amata città d’origine, L’Aquila, a episodi che s’inseriscono profondamente nel vissuto delle comunità italiane all’estero. Il tutto in un turbine di riferimenti storici, economici, culturali di una profonda ricchezza umana. Si leggano, a mo’ di esempio, le pagine dedicate ad Amiternum, la città sabina e poi romana a pochi chilometri dall’Aquila dove nacque il grande storico del I secolo a. C. Gaio Crispo Sallustio. Sono pagine che vanno al di là della semplice presentazione della nuova guida e mirano a restituire tutta la ricchezza storica, archeologica e culturale di una intera regione che per molto tempo è stata, del tutto a torto, considerata periferica e di secondario interesse nella grande Storia (con la S maiuscola) italiana.   Questa attenzione al dato locale non si rinchiude mai nella provinciale rivendicazione di una presunta superiorità, bensì si coniuga con un’altrettanta profonda attenzione all’aspetto universale dell’operare umano. In Palmerini emerge sempre la coscienza di un grande orgoglio per le proprie radici ma, al contempo, di un grande rispetto e interesse per tutto ciò che, al di là della propria appartenenza d’origine, si manifesta.   Se quindi sono interessanti le pagine dedicate ad Amiternum o alla riunione di trattori d’epoca sul Gran Sasso, non devono stupire gli scritti dedicati alla nostra emigrazione (si ricordi che l’autore è Ambasciatore d’Abruzzo nel mondo) o i molti articoli culturali su personaggi della più disparata provenienza. Ciò si evidenzia non solo con la partecipazione e la premiazione nei numerosi concorsi di cui viene riferito, ma anche, e forse soprattutto, con la riflessione e l’esame delle opere (per citarne solo due) di poeti che, dall’India con Krishan Chand Sethi alle Filippine di Epitacio Tongohan, hanno tematizzato e sviluppato la condizione umana.   Né ovviamente mancano gli importanti legami con gli orizzonti nordamericani della nostra emigrazione, narrati nel periodico “La Voce” di Arturo Tridico e le molte figure di intellettuali di origine italiana (dagli Stati Uniti, all’Australia, al Canada, all’Argentina, ecc.) che vengono evocati con partecipata e affettuosa vicinanza. C’è in Palmerini il gusto, tipico dell’intellettuale aperto al nuovo, per il marginale, il secondario; il tentativo di rendere giustizia e grandezza a chi, nel turbine della storia, appare emarginato: si leggano le potenti pagine dedicate alla figura del compositore Rodolfo Zanni, il Mozart dell’Argentina.   Questa vicinanza si esprime compiutamente nello spazio dedicato al grande drammaturgo italoamericano Mario Fratti, di cui Palmerini ci ha già restituito una partecipata riflessione in un suo precedente volume, e che ben rappresenta quel modo di meditare dell’autore sempre sul crinale dell’evocazione del dato storico coniugato col presente più attuale. Questo probabilmente è il carattere più interessante dell’opera: il passato non è mai rappresentazione archivistica ed antiquaria di ciò che non è più, ma innerva il presente, lo vivifica e continua ad operare nella quotidianità attraverso una memoria che non è passiva conservazione del ricordo, bensì un’attività vivace, rammemorante e che spinge all’azione.   Significative le belle pagine dedicate alla scomparsa del prof. Joseph D’Andrea; il ricordo dell’uomo si lega indissolubilmente al ricordo di una tragedia della nostra emigrazione di cui non si sente mai la eco: la morte di ben 171 nostri connazionali avvenuta nell’esplosione di una miniera di carbone il 6 dicembre 1907 a Monongah in West Virginia. Nel nostro mondo, in cui assistiamo quotidianamente a migrazioni di popoli dalle dimensioni bibliche, il ricordo di ciò che è avvenuto diventa punto di partenza per riflettere su ciò che ci aspetta nelle decisioni singole e collettive.   Per questo motivo dalle belle pagine di Palmerini emergono figure poco conosciute al grande pubblico ma di grande ricchezza professionale e culturale che, nel breve spazio di una recensione, non è possibile citare completamente ma che, dopo la lettura del testo, lasciano meditabondo il lettore tanta è la poliedricità degli interessi dell’autore, tanta è la ricchezza di contenuti che ne emerge e tanti sono gli spunti di riflessione offerti.   Nicola F. Pomponio

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Gambadoro recensisce Leggende Massoniche di Vetere

  LEGGENDE MASSONICHE. TRA MITI E ARCHETIPI IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCO SAVERIO VETERE   di Silvia Gambadoro   La Massoneria, con i suoi rituali antichi e i suoi nobili ideali, attraversa i secoli intrecciandosi con il mito e le leggende, in un cammino che affonda le radici nell’origine del Tempo. Nel suo nuovo libro “Leggende Massoniche-Massoneria e massoni oltre la storia” Francesco Saverio Vetere guida il lettore lungo un percorso iniziatico scandito dalle prove e dalle rivelazioni di Aureliano, giovane apprendista che scopre, giorno dopo giorno, gli insegnamenti dei Maestri.   Attraverso la costruzione delle mura di una cattedrale, Aureliano impara la virtù della pazienza: la materia — la pietra viva — si lascia plasmare solo da chi la sa ascoltare. Ogni colpo di scalpello diventa un atto di rispetto, un dialogo silenzioso con la materia stessa, che prende forma a condizione di non forzarla. È un’arte che insegna a osservare, ad attendere, a riconoscere nei piccoli scricchiolii e nelle imperfezioni il linguaggio della creazione.   Quel lavoro quotidiano sulla pietra si rivela ben presto un simbolo di crescita interiore: la costruzione esteriore si fa riflesso di un’elevazione spirituale. Come il cielo e la terra si uniscono nella bellezza dei templi e delle cattedrali, così la ricerca della Conoscenza lega lo spirito umano al divino, forgiando il carattere attraverso le prove del silenzio, della disciplina e dell’ascolto.   Nel segreto di una cripta, i Maestri conducono Aureliano attraverso i vari gradi dell’iniziazione. Il sapere, insegna Vetere, richiede tempo, sacrificio, razionalità e perseveranza, ma anche umiltà e dedizione assoluta. I pilastri dell’Ordine — obbedienza, rispetto, lealtà — conducono verso l’obiettivo più alto: la comprensione dell’armonia universale e delle leggi del cosmo.   Sono insegnamenti che affondano nel mito: da Hiram, l’architetto del tempio di Salomone che sacrifica la vita per custodire il segreto dell’equilibrio perfetto, a Prometeo, il titano che donò agli uomini il fuoco della conoscenza, pagando con la condanna eterna. Fino al leggendario Tempio di Salomone, specchio terreno della perfezione divina, distrutto dalla corruzione del suo stesso re.   Da quella distruzione nasce la diaspora dei grandi maestri, che disseminano nel mondo la conoscenza e i simboli della loro arte. Ogni leggenda, ogni archetipo diventa una chiave per accedere a una consapevolezza più profonda. Il lettore si trova così immerso in un’atmosfera sospesa tra mistero e rivelazione, dove storia, mito e spiritualità si fondono in un’unica narrazione.   Vetere ricostruisce con finezza l’origine dei grandi ordini del mondo: dallo Scozzese alla Rosa+Croce — la rosa come simbolo dell’anima che sboccia e s’innalza, la croce come rappresentazione della dimensione umana e del sacrificio. E ancora la squadra e il compasso, emblemi dell’equilibrio e della misura, che ritroviamo incisi nella pietra di tanti palazzi e chiese.   In questo affascinante viaggio nei segreti e nei simboli della Massoneria, non poteva mancare il riferimento all’Ordine dei Templari, custodi di un sapere che unisce la fede alla conoscenza, la leggenda alla luce della Verità.   Con “Leggende Massoniche”, Vetere invita il lettore a varcare la soglia del mistero, a diventare egli stesso cercatore di significati. Tra mito e filosofia, tra rito e ragione, il libro si fa specchio del cammino umano verso la conoscenza: un viaggio che non si conclude mai, ma inizia ogni volta che l’uomo alza lo sguardo e si interroga sul senso profondo della luce.   ***   Francesco Saverio Vetere è nato a Cosenza nel 1962. Avvocato cassazionista, giornalista pubblicista e docente universitario presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove insegna Storia dell’editoria periodica e Management dell’editoria periodica, è Segretario Generale e Presidente della Giunta Esecutiva dell’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Autore di numerosi saggi, ha recentemente pubblicato Istituzioni di editoria periodica (USPI, Roma 2025) e Informazione e disinformazione (USPI, Roma 2025). Nell’ambito della Tradizione iniziatica ha dato alle stampe Il pensiero iniziatico (Tipheret, Acireale-Roma 2018  

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“Intrecci di memoria”, recensione di Cinzia Rota

GOFFREDO PALMERINI: IL CUSTODE DELLA MEMORIA CHE UNISCE MONDI Il nuovo libro “Intrecci di memoria”, recensione di Cinzia Rota   Di Cinzia Rota Alessandria Today – Ott 11, 2025         MILANO – C’è chi scrive per mestiere, chi per necessità. E poi c’è Goffredo Palmerini, che scrive per amore. Amore per la sua terra, per la sua gente, per la memoria che non vuole morire. Nei primi giorni dello scorso luglio, Goffredo Palmerini ci regala il suo sedicesimo libro, “Intrecci di memoria”: sono trame di vita, territori, sguardi in cammino, edito da One Group. Un’opera monumentale, 332 pagine e oltre 300 immagini, che non vuol essere solo un libro, ma una trama intessuta da fili di voce che attraversano intere generazioni e continenti, dando luce e memoria a chi è partito, e chi è rimasto. È un libro che respira, da ascoltare come si fa con l’eco d’una casa antica, dove ogni stanza racconta una storia. Come il profumo dell’Abruzzo, il vento di Halifax, la luce di Montreal. Si sente nitido il passo lento degli emigranti, accompagnato dal battito forte dei loro sogni. La voce di Mario Fratti, il silenzio di Dan Fante, il coraggio di Joseph D’Andrea. E poi c’è la gratitudine di Justin Trudeau, che ringrazia gli abruzzesi per aver reso il Canada un posto migliore. Palmerini non racconta, accarezza e scolpisce ogni parola. La sua descrizione è un gesto di cura in ogni pagina che diventa un atto di pace. Un vero giornalista che ha saputo rendere l’emigrazione una poesia. Goffredo Palmerini è un uomo che ha vissuto molte vite: dirigente, amministratore, scrittore, viaggiatore. Ma la sua vera vocazione è quella di testimone. Testimone di un’Italia che ha attraversato il mare, che ha costruito altrove, che ha amato senza dimenticare. Il suo articolo “Dopo Celestino V, è di Papa Francesco il dono più grande all’Aquila” è apparso su 52 testate. Un record mondiale. Ma il vero primato è la sua capacità di far sentire ogni lettore parte di una storia più grande. Ho avuto il privilegio di conoscerlo. Di ascoltarlo proprio dove quei sentieri grazie alla parola diventano radici intrecciate, e sentire come il giornalismo diventa missione. Goffredo è una persona di rara umanità, degna della più alta stima. Generoso, attento, profondamente curioso. Un uomo che non cerca il riflettore, ma lo merita tutto. “Intrecci di memoria” è dedicato al prof. Serafino Patrizio, insigne matematico e figura luminosa dell’Università dell’Aquila. È un tributo alla città, alla cultura, alla bellezza che resiste. Con le preziose voci di Sonia Cancian e Giovanna Di Lello, il libro diventa anche un coro. Un canto condiviso che celebra l’identità, la diaspora, il ritorno. Questo articolo è un abbraccio. A Goffredo Palmerini, che ha fatto della memoria una missione; a chi legge, perché possa sentire il battito di queste storie, ma soprattutto a chi scrive, perché impari che la parola può ancora costruire “Intrecci di memoria”. Non dobbiamo necessariamente sapere, ma ricordare. Perché ricordare è un atto d’amore. Parola di Creativa ©Cinzia Rota. Milano, 11/10/2025 *Foto di Goffredo Palmerini, rielaborate da ©Cinzia Rota

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Cultura musicale: Concerto Hollywood Movies

 La Rassegna Jazz del Brass Group allo Steri Hall chiude i battenti con un bilancio più che positivo con il concerto Hollywood Movies Vito Giordano e l’OJS feat. Carmen Avellone                       Disponibili biglietti singoli #steri25 #rassegnajazz #ojs #brassgroup Info biglietteria www.bluetickets.it     La Rassegna Jazz allo Steri 2025 che porta la firma della storica Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group, con il Presidente e fondatore, M° Ignazio Garsia e con la direzione artistica di Luca Luzzu, chiude i battenti registrando una stagione estiva in musica jazz più che positiva. I riflettori dello Steri Concert Hall si accenderanno per l’ultimo concerto della stagione 2025 dopo una estate intenza piena di ritmo avvolgente con le note di grandi artisti internazionali e nazionali che hanno calcato il palco di Palazzo Chiaromonte Steri nello spazio dedicato alla Hall.   La rassegna si chiude i battenti il 21 settembre alle ore 21.30 con il concerto di Vito Giordano feat Carmen Avellone con l’Orchestra Jazz Siciliana con il concerto Hollywood Movies. L’affascinante rapporto che unisce indissolubilmente cinema e musica è un antico rapporto di amore e complicità che fin dagli inizi ha strettamente legato la musica alla settima arte. Anche quando non aveva ancora voce, infatti, il cinema ha avvertito forte il bisogno di accompagnare le proprie immagini con la musica, spesso suonata da un pianista che ai piedi dello schermo scandiva lo scorrere delle immagini. Con l’avvento del sonoro, l’idillio si è presto trasformato in passione, sortendo frutti che hanno fuso le due espressioni in un unico linguaggio. Del tutto speciale, poi, il legame tra jazz e cinema, le due forme d’arte più originali, entrambe popolari e aristocratiche, espresse dal Novecento. Non a caso uno dei primi film dotati di sonoro è “The jazz singer”, diretto da Alan Crosland e con Al Jolson. Il programma di “Hollywood movies” è un emozionante album sonoro che riporta alla nostra memoria le immagini e le sequenze più iconiche tratte da “Casablanca”, “Colazione da Tiffany”, “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, “Il laureato”, “Il mago di Oz”, “Il cacciatore” e da molti altri capolavori immortali del cinema di ieri e di oggi.   I biglietti sono disponibili su www.blueticket.it e possono essere prenotati anche tramite il numero di telefono +39 334 7391972. Per maggiori informazioni e per consultare il programma completo, visitare il sito web www.thebrassgroup.it I biglietti sono disponibili anche presso il botteghino del Palazzo Chiaramonte Steri   Rosanna Minafò addetto stampa Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group  

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Emigrazione italiana in Brasile

CAMERA dei DEPUTATI – Emigrazione italiana in Brasile: da Trecchina a Jequié Le relazioni culturali tra italiani e brasiliani alla luce dell’emigrazione italiana nello Stato di Bahia – in particolare nella città di Jequié – saranno al centro della conferenza stampa che si terrà lunedì 15 settembre 2025, alle ore 16.00, a Roma, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati. L’iniziativa è promossa dai deputati Christian Di Sanzo e Fabio Porta, in collaborazione con l’Associazione di Amicizia Italia-Brasile. Il Brasile ospita oggi la più grande comunità di italo-discendenti al mondo, stimata in circa 32 milioni di persone. Molti degli emigrati italiani giunti oltreoceano furono veri pionieri, contribuendo con il loro lavoro allo sviluppo dei territori e fondando città che prosperarono grazie alla loro operosità. Un esempio emblematico è la città di Jequié, nel sertão baiano, fondata da emigranti provenienti da Trecchina (Basilicata). La sua storia rappresenta un simbolo della laboriosità italiana: la cultura e la memoria delle origini sono ancora oggi fortemente presenti nella vita della comunità. Alla conferenza, accanto ai deputati Christian Di Sanzo e Fabio Porta, prenderanno la parola Domingos Ailton, professore, storico e Assessore alla Cultura e Turismo di Jequié; la scrittrice, ricercatrice e brasilianista Antonella Rita Roscilli; il professor Giorgio De Marchis dell’Università Roma Tre; e Iara Bartira da Silva, Segretaria Generale dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile. L’incontro sarà moderato da Gianni Lattanzio, Segretario Generale dell’ICPE. Tra i temi in evidenza, l’esperienza del Festival Letterario Felisquié, curato da Domingos Ailton e quest’anno dedicato agli italiani e ai loro discendenti che hanno contribuito allo sviluppo sociale e culturale di Jequié, dello Stato di Bahia e dell’intero Brasile. Tra le novità, l’istituzione del primo “Premio Sante Scaldaferri”, in memoria del grande artista italo-brasiliano, considerato uno dei più importanti e rappresentativi pittori brasiliani contemporanei, figlio di italiani emigrati oltreoceano, e che tanto lustro diede a Bahia, al Brasile e a Trecchina, città natale dei suoi genitori.   Credito Foto in allegato: Dadà Jaques   Antonella Rita Roscilli ——————————————————————————————— Direttrice Responsabile Sarapegbe  http://www.sarapegbe.net  Rivista italiana Bilingue di Dialogo Interculturale  ISSN 2279-7211. Testata giornalistica. Autorizzazione del Tribunale di Roma-Ufficio Cancelleria della Sezione per la Stampa e l’Informazione aut. 33/2012 del 13/2//2012

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