L´Estasi della Bellezza di Omar Galliani

Il “raffaellesco” Omar Galliani disegna l’estasi della bellezza Nei nuovi e versatili spazi per la ricerca ha proposto i suoi studi di Accademia, dove è stato studente e docente (e proprio alla Accademia di Urbino), “da e per Raffaello”, la sfida più alta, e forse troppo ardita Vittorio Sgarbi  5 Gennaio 2025 – 08:01 Omar Galliani è un artista italiano virtuoso. Ha iniziato negli anni Settanta; e da allora lo conosco e lo seguo. Emoziona vederlo perfetto già alle sue origini, in tempi difficili. Nei nuovi e versatili spazi per la ricerca ha proposto i suoi studi di Accademia, dove è stato studente e docente (e proprio alla Accademia di Urbino), «da e per Raffaello», la sfida più alta, e forse troppo ardita, ma che ha il candore e l’ingenuità di una attitudine naturale: se si è bravi, si disegna come Raffaello; non è imitazione, è una condizione naturale, un istinto. Galliani prende larghi fogli doppi, e comincia a disegnare. Non può fare altro. Ma non può uscire Giotto, non può uscire Botticelli; esce Raffaello, che è la compiutezza. E prima era uscito Leonardo. La perfezione inevitabile della mano di Galliani è, in questi disegni semplici, di una armonia senza discussione. Vengono anche da anni lontani; ma, sempre, quando Galliani incontra Raffaello, il Sanzio gli stimola ciò che ha dentro di sé, come un Ingres del nostro tempo. Non deve pensare, perché il disegno, da solo, pensa Raffaello. Senza sforzo, senza esercizio. È lui a dichiarare, come un vizio segreto: «Le opere che amo di più le ho disegnate la notte. A volte la luce è troppo forte e gli occhi non vedono ciò che vuoi vedere». Raffaello è una conquista del buio: ed è luce chiara, geometria. Il pensiero del disegno è Raffaello. Non c’è ingenuità, in Galliani: è proprio così. Galliani disegna Raffaello per tutti. È una questione grammaticale: si fa così, non altrimenti. Galliani disegna un volto: ed è Raffaello. Il disegno non ha tempo. Con un dono naturale come il suo, Galliani intercetta Raffaello, non lo copia. La Madonna della seggiola è dentro di lui: albeggia, balugina, tramonta. C’è dolcezza, complicità, spontaneità. Si fa pensosa, invece, la Dama con liocorno: Galliani sente le ombre dei suoi pensieri oltre la trasparenza dello sguardo. «Cosa porta in dono al mondo Raffaello con la felicità delle sue Madonne, dei suoi Santi, dei suoi manti azzurri o color porpora? Porta l’estasi della bellezza a rispecchiarsi su se stessa nel desiderio terreno di sconfiggere l’orrore, la ferita ancestrale tra Bene e Male di cui siamo vittime nel tempo. La scommessa della bellezza ha in lui inizio e epilogo. In quegli anni d’Accademia i miei disegni nel doppio contatto o nella lama dell’unicorno che ferisce un disegno cercavano una rivincita, un rilancio di quell’antica scommessa nel presente». Deve essere triste, con tanta grazia, sottoporsi al giudizio di uomini e di critici infelici che umiliano la sua leggerezza sotto pensieri grevi, in un linguaggio morto e meccanico che è oscuro come il fango. Guardate questi disegni e leggete queste parole ottuse: «Ed è proprio sulla pagina, e sull’onda di quella inquietante presenza, che l’ingresso trionfale della Modernità si materializza come una lama lucente di cristallo che, brandita come un pugnale da una mano esterna, minaccia di calare il fendente sul miracolo di quella luce simbolica». Parole in libertà. Cosa significano? Davanti a noi, con un nuovo sguardo Raffaello vive. Galliani disegna, il critico pugnala. Che Raffaello sia primario Galliani lo ha capito subito. Con rammarico, Renoir scriveva: «Sono andato a vedere le opere di Raffaello a Roma: sono molto belle e avrei dovuto vederle tanto tempo prima. Sono piene di erudizione e di saggezza. Raffaello non cercava, come me, le cose impossibili, ma è bello». Diversamente Picasso ne intendeva la perfezione come un limite: «A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino». Galliani ci fa riflettere su una condizione diversa, né troppo tardi, né troppo presto. Raffaello è dentro di lui, come una dote naturale, e così la esprime, senza complessi e senza conflitti. Dobbiamo essergli grati per avercelo rivelato.   Fonte: https://www.ilgiornale.it/news/arte/raffaellesco-omar-galliani-disegna-lestasi-bellezza-2419146.html 

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Luca Ricolfi, novità librarie

Luca Ricolfi “Il follemente corretto – L’inclusione che esclude e la nascita della nuova élite”, La nave di Teseo. Recensione.   Luca Ricolfi Quando il Verbo non anima più le parole, sotto i fiumi di parole si diffonde un silenzio atroce.         Ernst Jünger   Luca Ricolfi, l’autore del volume, è un attento, curioso, preparato osservatore della società italiana. Ci offre ora questo testo, frutto di una rigorosa indagine semantica e sociologica, in cui conia, come già avvenne con il concetto di “società signorile di massa”, una provocatoria quanto corretta nuova espressione: il follemente corretto.   Di che si tratta? È l’uso di una neolingua composta di veri e propri orrori grammaticali, come alcune fantasiose femminilizzazioni (ma non mascolinizzazioni e verrebbe da chiedersi, in nome dell’inclusione e della parità del cosiddetto genere, perché la guardia o la sentinella debbano essere sempre femminili), o orrori tipografici, come la “schwa” (ovvero la e rovesciata che rende illeggibile i testi) e il cui fine sarebbe quello di non far sentire nessuno escluso dal linguaggio.   Il testo è diviso in due parti: nella prima si passano in rassegna alcuni capisaldi del politicamente (e follemente) corretto, nella seconda si avanza un’interpretazione storica dello sviluppo di questo gergo che è diventato un dogmatico quanto irrazionale strumento di sviluppo e consolidamento di una nuova élite “culturale” (dettagliatamente descritta, dai pasdaran della rete alle vestali dei corsi di “formazione” ai soloni della correttezza) auto-posizionatasi all’interno dei giusti, dei buoni.   Se alcuni aspetti possono essere quasi ridicoli (si pensi a quanto riportato sull’Università di Trento che d’ora in poi scriverà tutto al femminile con un rettore maschio trasformato, per via burocratica, in femmina) altri sfiorano la tragedia. Al riguardo Ricolfi cita i corsi di vero e proprio indottrinamento ideologico organizzati all’interno di grandi aziende per un pubblico predeterminato come maschio, bianco e eterosessuale e il caso della Rowling minacciata da ambienti trans per aver criticato il termine “persona con mestruazioni” e aver sostenuto le ragioni della parola “donna” (vista, nella follia dei suoi accusatori, come “divisiva”).   Ciò porta direttamente all’attacco ai diritti delle donne da parte dei trans di origine maschile, alle carriere universitarie stroncate, con relativa migrazione di brillanti menti da istituti statali a scuole private che consentono ancora la libertà di espressione, agli shitstorm mediatici attraverso la diffamazione verso chi non si adegua a un linguaggio fondamentalmente totalitario. Il libro è però interessante perché analizza nel dettaglio i meccanismi sociali che sottostanno allo sviluppo di queste espressioni. Di grande rilievo è vedere non solo il rapporto tra classi sociali medio alte e politicamente corretto, ma anche il rapporto tra questo ed enti, istituzioni, aziende.   Giustamente Ricolfi fa notare che se Lufthansa non saluta più i passeggeri di un volo con “Gentili Signori e Signore” ma solo con “Buongiorno” (per non urtare chi non si sente né maschio né femmina), l’azienda può essere annoverata tra quelle sensibili alle cosiddette tematiche dell’integrazione, acquisendo uno statuto morale positivo, senza spendere un centesimo e senza agire là dove si dovrebbe (puntualità, code agli imbarchi, grandezze delle cappelliere, prezzi ecc.) e che comporterebbe interventi finanziari rilevanti. Un po’ come quelle amministrazioni pubbliche che scrivono ai cittadini incomprensibili lettere infarcite di schwa ma poi non riescono a far funzionare le proprie anagrafi. Il messaggio che resta risulta essere: facciamo male il nostro lavoro ma siamo tra i buoni perché usiamo un linguaggio non divisivo (anche se per la maggioranza incomprensibile).   Si è accennato al rapporto tra classi medio-alte e follemente corretto; questo appare un punto fondamentale perché implica una divisione nell’uso del linguaggio che si riflette sociologicamente con una parte della società che si autonomina migliore guardando dall’alto in basso le masse incapaci di comprendere il giusto, il bello, il vero. Ciò provoca rancori e sentimenti di rivalsa e non è un caso se i ceti popolari hanno via via abbandonato le tradizionali organizzazioni politiche di sinistra che ai diritti collettivi hanno sempre più sostituito i cosiddetti diritti civili; il “partito della ztl” si manifesta anche, forse soprattutto, in questo contesto.   Ovviamente non è tutto. Il linguaggio non solo descrive ma crea la realtà, quindi utilizzare termini non è mai qualcosa di neutrale, anche nel caso del follemente corretto. Dire, ad esempio, che determinati fenomeni di violenza sono ascrivibili a una società “patriarcale” quando il capo del governo è, in varie nazioni tra cui la nostra, una donna significa semplicemente non capire ciò che succede, non comprendere la distanza abissale tra il passato patriarcale e la società multiculturale attuale: si insegue un fantasma ideologico mentre il mondo va in tutt’altra direzione.   Ma in tal modo l’utilizzatore di queste formulette può sentirsi dalla parte del bene riaffermando la propria superiorità su chi non condivide il proprio pre/giudizio. Il libro termina con la speranza che in futuro il follemente corretto imploda sotto le contraddizioni logiche e fattuali che lo inficiano. È una speranza che condividiamo totalmente ma siamo, al riguardo, un po’ meno ottimisti, perché questa neolingua ci appare particolarmente adatta all’attuale fase storica. Una fase in cui ogni forza/potere intermedio viene sbriciolato, il singolo si trova sempre più isolato dagli altri, il narcisismo, con relativo ripiegamento su se stessi, può dispiegarsi in tutta la sua forza e le élite dominanti hanno trovato un altro modo per riaffermare la propria superiorità su ciò che viene sdegnosamente caratterizzato come “la pancia del paese”.   Il “sinistrese” degli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso è scomparso, lasciando poche tracce di sé, ma il follemente corretto (per certi versi una sua evoluzione anche dal punto di vista sociale) ha un grande alleato che ha cambiato tutte le regole del gioco: la rete. E in rete spesso si rifugge dalla riflessione ponderata, per vivere di semplici associazioni d’idee come quelle, ben descritte nel libro, che hanno colpito parole come nero, grasso, nano.   Nicola F. Pomponio Fonte: G.Palmerini

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Fare cultura parlando di vini

  Gli splendidi vini Grechetto di Tenuta la Pazzaglia Il grande lavoro delle sorelle Verdecchia ha elevato il vitigno su altissimi livelli qualitativi esaltando il territorio della Tuscia. La lunga pigrizia vitivinicola del Lazio è ormai un lontano ricordo tante sono le realtà che negli ultimi decenni sono sorte affiancando le Aziende storiche sulla strada della ricerca assoluta della qualità. Un percorso che coraggiosamente ha deciso nella maggior parte dei casi di puntare sull’autoctono e sui vitigni presenti storicamente sul territorio. Tra le zone più virtuose che si segnalano in questa rinascita enologica senza dubbio bisogna annoverare la parte nord-occidentale del Lazio, meglio nota agli amanti dell’enogastronomia come la Tuscia Viterbese. Un piccolo scrigno pieno di sorprese in cui si trova anche Tenuta La Pazzaglia, un’Azienda di circa 40 ettari situata a Castiglione in Teverina sul confine Umbro – Toscano nella valle del Tevere e poco distante da gioielli storico – architettonico come Orvieto, Viterbo e Civita di Bagnoreggio. L’Azienda nasce come realtà familiare nel 1992 ma il salto qualitativo inizia nel 2009 quando le redini dell’Azienda passano in mano alle sorelle Laura e Maria Teresa Verdecchia. Mentre Laura si occupa della gestione aziendale, Maria Teresa provvedere a seguire l’intera filiera produttiva fino alla commercializzazione. Come tutte le Aziende Laziali che si stanno distinguendo per qualità la scelta delle sorelle Verdecchia è stata quella di valorizzare al massimo i vitigni del territorio. Nel loro caso la scelta a bacca bianca non poteva cadere che sul Grechetto. Una varietà un tempo abbastanza snobbata e presa sottogamba ma che grazie alla scelta di un percorso identitario da parte delle giovani Aziende sta sviluppando le sue potenzialità ottenendo grandi risultati e raccogliendo sempre più estimatori. A questo vitigno Tenuta la Pazzaglia ha dedicato la maggior parte del suo vigneto scegliendo attentamente i cloni più adatti da utilizzare per il loro progetto di vino. La qualità delle uve da portare in cantina è il punto di arrivo della gestione agronomica o il primo per fare grandi vini, ma a seconda di come si guardi la questione l’Azienda opera utilizzando solamente trattamenti di rame e zolfo, senza uso di diserbanti e prodotti di sintesi. In aiuto di questa conduzione in vigna interviene la ricchezza dei suoli vulcanici che guardano ai calanchi, suggestivo fenomeno erosivo che caratterizza il paesaggio.  Il risultato sono gli splendidi vini da Grechetto ormai un must tra gli amanti del vitigno come  “Poggio Triale”,  “109” e  “Miadimia” premiati dalle maggiori guide di settore. A Laura e Maria Teresa abbiamo avuto il piacere di rivolgere qualche domanda sulla loro realtà: Due sorelle che si occupano di aspetti La divisione delle competenze nelle scelte è netta e insindacabile, oppure c’è margine di discussione? La divisione delle competenze tra di noi è certamente ben definita, ognuna di noi si occupa di aree specifiche in cui ha maggiore esperienza ed inclinazione caratteriale. Tuttavia, anche se le responsabilità sono separate, crediamo che il dialogo e la possibilità di confronto siano fondamentali. La flessibilità ed il rispetto reciproco sono alla base del buon andamento dell’azienda. In generale, dunque, pur avendo ognuna delle competenze ben definite, un buon dialogo può essere utile per discutere e rivedere insieme le decisioni, sempre nel rispetto dei ruoli per il raggiungimento di una visione comune. Come nasce l’avventura del vino della Famiglia Verdecchia nel 1990? Nasce dalla passione di nostro padre Randolfo per la Terra ed il sogno di nostra nonna Teresa di poter riavere le grandi distese di vigne che la guerra Le aveva portato via nel 1945 insieme alla famiglia. Maria Teresa ed io ci siamo appassionate successivamente, quando terminando gli studi iniziavamo ad avere la nostra visione del progetto…in questo nostro padre è stato molto bravo, ha lasciato che potessimo esprimere le nostre idee fino a lasciarci nel 2009 la completa gestione dell’azienda. La vostra popolarità negli ultimi anni, specialmente tra gli amanti del grechetto, ha raggiunto livelli elevati nonostante nessuna vistosa operazione commerciale o Allora è vero che basta solamente fare i vini bene oppure cosa altro serve? Ǫuesta è una domanda interessante, perché mette in luce un aspetto molto importante del nostro lavoro. E’ vero che negli ultimi anni abbiamo visto una crescita significativa nella nostra popolarità, soprattutto tra gli amanti del grechetto, e questo ci rende molto felici. Tuttavia dietro a questa “popolarità naturale” c’è sicuramente molto più che la sola qualità del prodotto. Sicuramente il cuore del nostro successo è la qualità del vino, ma non credo che basti solo questo… un altro aspetto che ha contribuito alla nostra crescita è sicuramente la PASSIONE che mettiamo in ogni fase della produzione: dal lavoro in vigna alla vinificazione, alla promozione del prodotto finale. Oltre alla qualità pensiamo che ci sia un aspetto legato alla nostra autenticità, alla voglia di raccontare e trasmettere una storia vera e personale attraverso il vino. Anche senza una strategia commerciale tradizionale o di grandi partnership, abbiamo trovato un nostro canale grazie al passaparola, alla credibilità che siamo riusciti a costruire nel tempo e a un lavoro molto più sottile, fatto di relazioni sane con i nostri consumatori, ristoratori ed appassionati. In sostanza sì, il vino deve essere buono, ma la passione, l’autenticità e la capacità di far emergere la propria storia e filosofia aziendale sono altrettanto importanti. Un vitigno di grande potenzialità che il vostro lavoro nobilita interpretandolo nei minimi particolari come la scelta dei Ǫuale sono le principali differenze tra il clone G5 e G109? La scelta dei cloni e soprattutto quella di vinificarli separatamente è stata senza dubbio vincente; siamo l’unica azienda che ha scelto di far emergere le differenze nei due cloni, il G5 ed il G109 che hanno caratteristiche ben diverse pur essendo entrambi Grechetto. Il clone G5 noto per la sua precocità di maturazione tende a dare uve con una buona acidità, un profumo aromatico più fresco e fruttato, che ci porta ad ottenere un vino che esprima freschezza e la mineralità tipica del nostro territorio. E’ un clone che ci permette di produrre un Grechetto

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Brunello Rondi, un Autore rinascimentale

di Carlo Di Stanislao  C’è differenza tra l’aver dimenticato e non ricordare. Alessandro Morandotti   Uno di questi è Brunello Rondi senza il quale non avremmo avuto capolavori felliniani come La dolce vita, 8 e 1/2, La Città delle donne e Prova d’ orchestra, tra i molti altri film di Fellini di cui Rondi fu uno degli sceneggiatori. E un superbo film che diresse come Il Demonio, una delle sue opere più importanti che proprio in questi giorni è riproposto in Basilicata e domani sera, 27 novembre, verrà proiettato alla casa del Cinema come Omaggio per il Centenario dalla nascita (26 novembre 1924) di questo artista ed intellettuale a trecentosessanta gradi. Senza contare il suo lavoro di saggista, (pionieristici i suoi testi sul neorealismo italiano) critico, drammaturgo, poeta eccelso vincitore tra l’altro del Premio Firenze con una giuria presieduta da Mario Luzi. Nel 2025, su iniziativa di Pupi Avati, consigliere del Centro Sperimentale di Cinematografia, il CSC ripubblicherà un libro straordinario di Rondi, pietra miliare degli studi su Fellini, appunto Il Cinema di Fellini, già editato nei primi anni Sessanta.   Morto nel 1989 a soli 64 anni, Rondi è stato definito “un genio” da Roberto Rossellini, con cui collaborò per la sceneggiatura di alcuni film, e uomo di “caratura rinascimentale” dal fratello di Brunello, il celebre critico Gian Luigi Rondi. Collaboratore creativo di grandi registi, dicevamo, come Roberto Rossellini e soprattutto Federico Fellini, si formò nella cruciale temperie cinematografica del Neorealismo. Attratto dalle ambiguità delle passioni, interessato a indagare le superstizioni e gli stati patologici della psiche e incuriosito dal mondo magico-religioso, mosso da una volontà di critica della società e della corruzione morale degli ambienti borghesi, sviluppò e approfondì questi motivi oltre che nel lavoro di sceneggiatore, anzitutto per Fellini, anche come autore e regista di film caratterizzati da una sensibilità acuta e inquieta, del tutto interessante e davvero particolare.   Nel 1962, dopo aver diretto alcuni cortometraggi, esordì nella regia di un lungometraggio a soggetto, Una vita violenta, tratto dall’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini, realizzato in collaborazione con Paolo Heusch. Nello stesso anno, diresse un altro interessante film, Il demonio, seguito nel 1964 da Domani non siamo più qui. Dopo questi film, Rondi seguì un suo percorso più personale, incentrato sull’analisi di inquietanti e problematiche figure femminili, che non hanno eguali nella storia del cinema italiano.   Nei suoi 21 anni di carriera come regista ha diretto molti film, fra cui: Una vita violenta, Il demonio e I prosseneti, tre opere di grande valore formale e narrativo ed altre originali pellicole come: Le tue mani sul mio corpo (1970), Ingrid sulla strada (1973), Velluto nero (1976). Una vita violenta è un film bellissimo e impegnato, tratto, come detto, da un romanzo di Pasolini, nello stile del neorealismo e sulla scia di Accattone dello stesso Pasolini, uscito l’anno prima. L’interesse di Una vita violenta dipende dal fatto che il film non rientra nel diffuso filone delle facili e sospette varianti pasoliniane, care a certo cinema italiano. Intatti non ci troviamo di fronte né alla esaltazione estetistica del vitalismo e della “libertà” del ragazzo di vita (il Bolognini de La notte brava), né al vagheggiamento patetico-crepuscolare di tante pellicole su questo tema, uscire in quegli anni. Lo stile quasi documentaristico con cui è raccontata la storia, il lasciar parlare più i fatti che i personaggi, consentono un ritmo sostenuto ed avvincente con sequenze stilisticamente davvero molto riuscite.   L’anno dopo (1963) esce Il demonio, oggi cult internazionale citatissimo su internet e di recente riproposto a Lincoln Center di New York, alla mostra di Venezia e al Festival di Locarno, interessantissimo spaccato cupo e carnale del male figlio dell’arretratezza e della superstizione bigotta, con cui si alimenta fino a diventare un vero e proprio flagello. L’inizio ha evidenti echi verghiani (La Lupa), poi la descrizione degli eventi amalgama bene la scrupolosità documentaristica e le svolte fantastiche, senza concessioni facili all’horror. Il film che ha ispirato anche William Friedkin per L’esorcista, tra il melodramma, l’horror e il saggio antropologico, è un fulgido esempio del miglior cinema “maledetto”, misterioso per i suoi toni scuri di casa nostra anche se ispirato a una chiara e trasparente denuncia culturale e sociale del sopruso sulle donne   Le tue mani sul mio corpo (1970) parla invece di nevrotismo edipico e della noia che pervade i giovani borghesi. La gioventù introversa non è sicuramente stata inventata da Rondi e ha diversi predecessori, a partire da Moravia. Ma qui il regista fa riaffiorare pian piano le problematiche psicologiche del protagonista, grazie sia ai flashback inquietanti e poetici sia all’ambientazione desolata della spiaggia (specchio della solitudine interiore) e alla bravura di Capolicchio. Introspettivo, subdolo, affascinante, Le tue mani sul mio corpo è un film atipico che richiama certe atmosfere antonioniane, ma le realizza in modo del tutto nuovo ed originali.   La psiche e la psicologia alla base del soggetto, specialmente del personaggio di Capolicchio; relazioni morbose e sbagliate per un’ossessione che ti distrugge l’anima in un lungometraggio che rispecchia perfettamente l’epoca e talune sfaccettature di una certa borghesia, fanno del film un unicum che credo non sia stato sufficientemente capito ed apprezzato, ritenuto erroneamente un’opera sospesa fra Bertolucci e Samperi, mentre si tratta di un dramma dalle tinte funeree (l’inatteso finale) che immerge lo spettatore in una realtà malata e perversa: quella di una mente nichilista, fallocratica e distruttiva.   Da ricordare anche Prigione di donne del 1974. che ne mostra la capacità di esplorare problemi drammatici e trascurati, come violenze e soprusi nelle carceri femminili. Come in tutti i film di Rondi, forte è la presenza dell’erotismo, ma non si scade mai nel volgare. In queste donne umiliate e macerate resta la grande forza di volontà di ribellarsi al sistema della società, e delle carceri stesse, dirette da suore non molto cristiane.   I Prosseneti, del 1976, è invece l’audace ritratto di una borghesia depravata e patetica, decadente e schiava dell’infimo, con singoli episodi ora grotteschi, ora inquietanti, ora irriverenti (il regista Luciano Salce

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Calabria, vivaio di giovani talenti

Federico Lauro   Dott. Luigi Postorivo   Don Paolo Baratta (sin.) , Avv. Giuseppe Arnò e la Dott.ssa Alessandra Ciccarelli                       È sempre un piacere vedere come Don Paolo Baratta di Castrovillari (CS), Duca di Rugiano, Gran Priore della Calabria dei Cavalieri di Malta Osj USA, insignito dell’onorificenza dell’Ordine al Merito Umanitario e vice presidente del Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro, continui a illuminare la scena culturale e musicale della Calabria. La recente esibizione di Federico Lauro, mentre si parla ancora dei successi di Beatrice Limonti, giovane e valente violinista già scoperta da Don Paolo Baratta, è un altro esempio del suo impegno nel promuovere talenti emergenti. Attraverso l´esibizione del giovane Federico la combinazione di virtuosismo musicale e interazione con il pubblico ha creato un’atmosfera unica, un momento di condivisione che va oltre le parole. Per l’occasione, un breve ma caloroso discorso di benvenuto è stato profferito dal presidente del Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro, Dott. Luigi Postorivo. L’evento svoltosi all’Hotel Barbieri (Altomonte), un luogo simbolo della gastronomia e della bellezza calabrese, ha messo in risalto non solo le abilità di Lauro ma anche l’importanza della comunità nel sostenere e valorizzare i giovani artisti. L’attestato di merito conferito all’Avv. Giuseppe Arnò dal  Museo di Palazzo Baratta sottolinea ulteriormente l’impegno del Duca Baratta e del Lions Club nel promuovere e gratificare le eccellenze locali. È altresì incoraggiante vedere iniziative come quelle di Ugo Vivone con il progetto Openstage, che mirano a dare visibilità ai talenti musicali calabresi. La Calabria, con la sua ricca tradizione artistica, continua a ispirare e formare generazioni di artisti, grazie a figure come Don Paolo Baratta, che si dedicano a far emergere e a supportare le nuove leve. In definitiva, eventi come questi non solo celebrano il talento, ma rafforzano anche il legame tra cultura e comunità, creando un terreno fertile per il futuro della musica e delle arti in Calabria. Un sentito grazie a Don Paolo Baratta per la sua dedizione e visione nel promuovere queste importanti cause. I brani con cui si è esibito il giovane Federico: 1) Minuetto numero 23 e numero 55 F. Beyer 2) Minuetto numero 24 opera 179 J. B. Duvernoy 3) Neapolitan Song I. Tchaikovsky 4) Minuetto in sol minore S. Bach 5) Polka Italienne V. Rachmaninov 6) Sonata numero 11 del concerto K331 Rondò alla turca A. Mozart 7) The second Waltz Shostakovich Cenni biografici di Federico Lauro Nato a Castrovillari il 12.11.2009. Attualmente frequenta il 2º anno del Liceo Classico di Castrovillari. All’età di 5 anni ha iniziato a studiare, per imparare a suonare il pianoforte, con diversi maestri privati, fino alla decisione di iscriversi in un’accademia di musica a Cosenza, ove frequenta tuttora le lezioni. Iscrittosi alla scuola secondaria di primo grado, Federico ha scelto di intraprendere lo studio del violino, dapprima nella scuola pubblica, per continuare poi con maestri privati. In quest’ultimo periodo ha deciso, con passione, di studiare il terzo strumento musicale: la viola. Ha già avuto qualche esperienza di teatro, ed è appassionato di lingua inglese e francese. Ha avuto alcune esperienze che gli hanno permesso di proporsi al pubblico, fin dalla giovane età, ma durante l’ultimo anno si è esibito in performance musicali in ambito locale o in paesi limitrofi. Attualmente continua a coltivare i suoi interessi scolastici e musicali.

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AMACI – La Giornata del Contemporaneo

L’AMBASCIATA ITALIANA APRE LE PORTE PER LA GIORNATA DEL CONTEMPORANEO La visita guidata si terrà l’11 ottobre alle ore 15:00   La Giornata del Contemporaneo è il grande evento che AMACI (Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani) dedica dal 2005 all’arte contemporanea e al suo pubblico. Nella seconda settimana di ottobre, i musei che collaborano con AMACI aprono gratuitamente le loro porte per un’iniziativa ricca di eventi, mostre, conferenze e laboratori. Un programma eclettico che offre un’occasione imperdibile per sperimentare da vicino la vivacità e la ricchezza dell’arte di oggi.   Anche l’Ambasciata d’Italia aderisce all’iniziativa e l’11 ottobre alle ore 15.00 aprirà le porte ai visitatori interessati a scoprire le peculiarità architettoniche e artistiche dell’edificio progettato da Pier Luigi Nervi, l’illustre ingegnere italiano che collaborò con architetti di fama internazionale come Le Corbusier e Louis Kahn.   L’Ambasciata accoglierà i visitatori e li accompagnerà alla scoperta di alcune opere di importanti autori italiani della sua collezione d’arte contemporanea, come Franco Angeli, Giulio Turcato e Carla Accardi, oltre a quattro rare tavole del pittore italo-brasiliano Candido Portinari.   In questa occasione, il pubblico potrà anche ammirare la mostra “Vissi d’arte. L’Italia nei teatri dell’America Latina”, allestita nell’ambito delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’immigrazione italiana in Brasile. L’arte e l’architettura italiane sono al centro di questa affascinante esposizione, che propone un viaggio nel tempo, attraversando circa 150 anni, dall’Ottocento alla prima metà del Novecento, e nello spazio, passando per oltre 70 edifici teatrali situati in più di 50 città latinoamericane.   INFORMAZIONI SULLA VISITA Le visite sono gratuite, previa prenotazione; Le visite si svolgeranno l’11 ottobre dalle 15.00 alle 16.15 in lingua portoghese. Si prega di arrivare con 15 minuti di anticipo; La visita è garantita per un gruppo di almeno 10 fino a un massimo di 35 visitatori. Il gruppo sarà formato in base all’ordine di prenotazione; I minori possono entrare solo con un adulto responsabile che li accompagni; Le prenotazioni possono essere effettuate al seguente link: https://docs.google.com/forms/d/1f88CCFBPwANl9U9q6yNuM-s2z-PZ2W3NrWauCtVyKZ0/viewform?edit_requested=true Abbigliamento adeguato, no a pantaloncini o infradito. ***** A EMBAIXADA DA ITÁLIA ABRE AS PORTAS EM OCASIÃO DO DIA DO CONTEMPORÂNEO A visita guiada acontecerá no dia 11 de outubro às 15h00   O Dia do Contemporâneo è o grande evento que desde 2005, a AMACI (Associação dos Museus de Arte Contemporânea Italianos) dedica à arte contemporânea e ao seu público. Na segunda semana de outubro, os museus que tem parcerias com a AMACI abrem gratuitamente suas portas para uma iniciativa rica de eventos, mostras, conferencias e laboratórios. Um programa ecléctico que regala a imperdível ocasião de viver de perto a vivacidade e a riqueza da arte de hoje. A Embaixada da Itália também adere à iniciativa e no dia 11 de outubro às 15h00, abrirá suas portas aos visitantes interessados em descobrir as peculiaridades arquitetônicas e artísticas do edifício projetado por Pier Luigi Nervi, o ilustre engenheiro italiano que colaborou com arquitetos de fama internacional, como Le Corbusier e Louis Kahn. A Embaixada receberá os visitantes e os acompanhará à descoberta de algumas obras de importantes autores italianos de seu acervo de arte contemporânea como Franco Angeli, Giulio Turcato e Carla Accardi, assim como os quatro raros painéis do pintor ítalo-brasileiro Candido Portinari. Na ocasião, o público também poderá admirar a exposição “Vissi d’arte. A Itália nos teatros da América Latina”, montada no contexto das celebrações do aniversário dos 150 anos da imigração italiana no Brasil. As artes e a arquitetura italianas são o coração desta fascinante exposição, que propõe uma viagem no tempo, atravessando cerca de 150 anos, desde o século XIX à primeira metade do século XX, e no espaço, passando por mais de 70 edifícios de teatros localizados em mais de 50 cidades da América Latina.   INFORMAÇÕES SOBRE A VISITA As visitas são gratuitas, com reserva antecipada; As visitas realizar-se-ão no dia 11 de outubro, de 15h00 a 16h15 em português. Pedimos aos interessados para chegar com 15 minutos de antecedência; A visita é assegurada para o grupo de no mínimo 10 até o máximo de 35 visitantes. O grupo será formado com base na ordem de reserva; Menores de idade poderão entrar somente com um adulto responsável que os acompanhará; As reservas podem ser realizadas no seguinte link: https://docs.google.com/forms/d/1f88CCFBPwANl9U9q6yNuM-s2z-PZ2W3NrWauCtVyKZ0/viewform?edit_requested=true Roupas apropriadas, não bermuda, nem chinelo.    

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Presentazione del libro “Santa Maria del Mar Dolce

“Santa Maria de Belém do Mar Doce” Presentazione del libro “Santa Maria del Mar Dolce. Architetti e artisti decoratori italiani – dal XVIII al XX secolo”   Professoressa Jussara Derenji In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile, l’Ambasciata d’Italia ha presentato nella città di Belém il libro “Santa Maria del Mar Dolce. Architetti e artisti decoratori italiani – dal XVIII al XX secolo”. L’evento tenutosi ieri presso il Palacete Faciola è stato aperto dal Ministro del Turismo italiano, Sen. Daniela Santanché, presente in città in occasione della riunione ministeriale del G20 sul Turismo, e dall’Ambasciatore Alessandro Cortese.   Ambasciatore Alessandro Cortese Sen. Daniela Santanché   Dopo un discorso del sindaco di Belém, Edmilson Rodrigues, che ha dato il benvenuto ai presenti, il Ministro ha aperto l’evento sottolineando l ‘importanza dell’iniziativa: “La presentazione di oggi non è solo una valorizzazione del passato, ma anche un passo fondamentale per incentivare la creazione di nuove connessioni tra i popoli, basate sulla storia, ma con lo sguardo rivolto al futuro. Ciò significa piantare i semi per lo sviluppo di un turismo di qualità, sostenibile e capace di promuovere la comprensione reciproca e la ricerca delle radici culturali”. L’Ambasciatore Alessandro Cortese ha auspicato che “grazie a quest’opera, si possano riscoprire non solo le bellezze di Belém, ma anche la nostra storia, i nostri viaggi transoceanici e i nostri ricchi scambi culturali”. L’opera, curata dalla Professoressa Jussara Derenji, direttrice del Museo dell’Università Federale del Pará, è una preziosa pubblicazione che traccia il contributo storico di rinomati artisti, architetti e decoratori italiani nella capitale del Pará. Nelle sue 270 pagine trilingui (portoghese, italiano e inglese), il libro esplora l’influenza dei maestri italiani sull’architettura e sull’arte della città di Belém, a partire dal XVIII secolo, evidenziando figure come Giuseppe Antonio Landi, Filinto Santoro e Gino Coppedè. Per maggiori informazioni: https://globoplay.globo.com/v/12939094/   *** Lançamento da Obra “Santa Maria de Belém do Mar Doce. Arquitetos e Artistas Decoradores Italianos – Séculos Dezoito a Vinte”   Por ocasião das celebrações dos 150 anos da imigração italiana no Brasil, a Embaixada da Itália apresentou na cidade de Belém o livro “Santa Maria de Belém do Mar Doce. Arquitetos e Artistas Decoradores Italianos – Séculos Dezoito a Vinte”. O evento realizado ontem no Palacete Faciola foi aberto pela Ministra do Turismo da Itália, Sen. Daniela Santanché, que estava na cidade por ocasião da reunião ministerial de Turismo do G20 e contou com a presença do Embaixador Alessandro Cortese.   Depois da fala do Prefeito de Belém, Edmilson Rodrigues, que recebeu o público, a Ministra abriu o evento destacando a importância da iniciativa: “A apresentação de hoje não é apenas uma valorização do passado, mas também um passo fundamental para incentivar o estabelecimento de novas conexões entre os povos, baseadas na história, mas com os olhos voltados para o futuro. Isto significa plantar as sementes para o desenvolvimento de um turismo de qualidade, sustentável e que promova a compreensão mútua e a busca pelas raízes culturais.”   O Embaixador Alessandro Cortese disse esperar que, “graças a esta obra, possamos redescobrir não só as belezas de Belém, mas também a nossa história, as nossas viagens interoceânicas e os nossos ricos intercâmbios culturais”.   A obra, que conta com a curadoria da Professora Jussara Derenji, diretora do Museu da Universidade Federal do Pará, é uma joia editorial que traça a contribuição histórica de renomados artistas, arquitetos e decoradores italianos na capital paraense. Ao longo de suas 270 páginas trilingues (português, italiano e inglês), o livro explora a influência dos mestres italianos na arquitetura e na arte da cidade de Belém, desde o século XVIII, destacando figuras como Giuseppe Antonio Landi, Filinto Santoro e Gino Coppedè.   Para ver um pouco como foi o evento: https://globoplay.globo.com/v/12939094/

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Alessandro Giuli è il nuovo ministro della Cultura

Alessandro Giuli è il nuovo ministro della Cultura 06/09/2024 18:11 ph. Ansa ROMA\ aise\ – Dopo le dimissioni di Gennaro Sangiuliano a seguito del caso Boccia, il governo ha già trovato il suo sostituto: Alessandro Giuli, Presidente della Fondazione Maxxi, sarà il nuovo Ministro della Cultura. Il giuramento di Giuli è in programma al Quirinale alle ore 19.00. Classe 1975, dopo la maturità classica e gli studi filosofici a “La Sapienza” (senza discutere la tesi di laurea), Giuli è diventato giornalista professionista nel 2004, iscritto all’Ordine dei giornalisti del Lazio. Dal 1996 è attivo nel mondo del giornalismo in diverse testate locali, tra cui “L’Umanità”, quotidiano del Partito Social-democratico italiano (PSDI). In seguito collabora con Panorama, Enciclopedia Treccani, La Libertà di Piacenza, Sorrisi e Salute, fino ad arrivare nel 2004 a “Il Foglio”, del quale diventa, nel 2008, vicedirettore e, nel 2017, condirettore. Ex conduttore televisivo, dal dicembre 2022, proprio con nomina dell’allora ministro della Cultura Sangiuliano, è presidente del Maxxi, il museo nazionale d’arte contemporanea di Roma. Giuli è anche autore di diversi libri. L’ultimo, “Gramsci è vivo. Sillabario per un’egemonia contemporanea”, pubblicato a maggio da Rizzoli, per la costruzione di un nuovo immaginario sovranista. Nel 2007, con Einaudi, invece, “Il passo delle oche. L’identità irrisolta dei postfascisti”. (aise)  Foto Ministero: Di Krzysztof Golik – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=100251047

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Il Centro Studi Federico II a Venezia

  Il Centro Studi Federico II invitato a Venezia alla giornata di apertura della 81ª Mostra internazionale d’arte cinematografica “Essere stati ufficialmente invitati a partecipare alla giornata di apertura di questa manifestazione di alto livello culturale internazionale ci ripaga dell’impegno profuso per i progetti da noi realizzati in campo internazionale”. Così ha dichiarato il Presidente del Centro Studi Federico II, Giuseppe Di Franco. Il 28 agosto 2024 è stata un’intensa giornata culturale organizzata in collaborazione con Biennale di Venezia, Confindustria Veneto, Unione Consoli Onorari, Silighini Company LLC, Fondazione Italia – Giappone e Centro Studi Federico II e in occasione della quale il Presidente Di Franco ha tra l’altro, presentato la tematica prevista dal Centro Studi nel 2024 dedicata alla “Diplomazia Culturale e alla Pace nel mondo”, a una platea di personalità di altissimo livello culturale e istituzionale presenti al Lido di Venezia. L’evento è iniziato alle ore 12 con un Photocall (servizio fotografico) seguito poi dalla presentazione del progetto cinematografico (nato da un’idea di Mattia Carlin) della Silighini Company LCC e dal titolo “Il Console” e dagli interessanti e pregevoli interventi del Regista Prof. Luciano Silighini Garagnani e del Dott. Mattia Carlin, Vice Presidente dell’U.C.O.I. seguiti dalla proiezione backstage del film “Il Console”. La pellicola, che ha avuto i primi ciak in Svizzera, vede come protagonista l’attrice Francesca Monti che interpreta il ruolo di una diplomatica del Vaticano e inoltre anche la presenza di altri attori e attrici tra i quali, Isabel Vincenzi (già Miss Cinema e Miss Italia), Asia Galeotti, Arianna Semeraro, Francesco Oranges, Brando Di Placido, Daniele Giangreco, Hirut Woldeselasie, Paolo Riva, Sofia Crisafi, Arianna Roselli e Francesca La Gala, già volto di Disney Channel e moglie del regista Luciano Silighimi. La première è prevista a Berlino in occasione del Festival del Cinema per poi uscire nelle sale UCI e su Amazon Primevideo. All’interno del programma ha avuto luogo anche la presentazione e proiezione video dei partner giapponesi che hanno partecipato all’evento, ovvero il Regista Maestro Kunihico Ukai e il Maestro Daisuke Tarutani, regista e produttore cinematografico i quali sono intervenuti. A seguire, l’intervenuto del Presidente Di Franco che ha ringraziato le personalità e i rappresentanti delle istituzioni presenti all’evento, ed in particolare il Prof. Luciano Francesco Silighini Garagnani Lambertini (Principe Pontificio, Barone di Mugdock e Lord di Ufford Hall nonché Produttore cinematografico e Regista) e il Dott. Mattia Carlin (Vice Presidente dell’Unione Consoli Onorari). Il Presidente Di Franco, ha inoltre presentato la nuova onorificenza elargita dal Centro Studi, ovvero l’Augustale di Federico II, un’opera d’arte realizzata in ottone dorato, dal M° Scultore Mauro Gelardi in collaborazione con il M° Fonditore Ettore Machì e rifinita dal M° Argentiere Roberto Ventimiglia che riproduce la moneta aurea fatta coniare da Federico II nel 1231, in occasione del pacifico clima di rinascita a seguito della pace con gli infedeli e con il pontefice, e denominata appunto moneta della pace e senza dubbio una delle monete più famose e più belle del Medioevo europeo. Nel contesto del programma ha avuto luogo la cerimonia di consegna dell’Augustale al Regista Luciano Silighini Garagnani, al Dott. Mattia Carlin e al Regista giapponese Maestro Kunihiko Ukai (una leggenda del cinema giapponese che ha lavorato in Giappone per 54 anni come regista e che è stato insignito del premio per il montaggio e il merito culturale dal governo giapponese in occasione del Tokyo International Film Festival). Per il Presidente Di Franco è stata infine un’occasione per portare i saluti del Presidente del Comitato scientifico Goffredo Palmerini (scrittore e giornalista); di Stefano Vaccara (giornalista e scrittore, fondatore della testata giornalistica La Voce di New York e nostro rappresentante negli Stati Uniti) e di Maria Luisa Macellaro La Franca (pianista e direttrice d’orchestra di livello internazionale, che ci rappresenta in Francia a Bordeaux). Il Presidente Di Franco a fine manifestazione ha dichiarato: “Per il Centro Studi Federico II è stata una bellissima esperienza che ci ha permesso di interagire con insigni personalità e con soggetti delle istituzioni pubbliche e private al fine di realizzare in sinergia, incontri, scambi culturali e progetti a livello internazionale”.   Nella foto di gruppo scattata in occasione della cerimonia di consegna dell’Augustale, da sinistra: il regista e produttore cinematografico Daisuke Tarutani, l’attrice Asia Galeotti, Marco Battellini, Mattia Carlin (Vice Presidente Unione Consoli Onorari), il Regista Kunihiko Ukai, il Presidente Giuseppe Di Franco, il Regista e produttore cinematografico Prof. Luciano Silighini Garagnani e l’artista Rena Masuyama.  Fonte: G. Palmerini Nelle altre foto, a seguire: L’attrice Arianna Roselli con Mattia Carlin L’attrice Francesca Monti e Luciano Silighini Garagnani L’attrice Francesca La Gala  

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