La legge è uguale per tutti. L’interpretazione un po’ meno

Quando il diritto incontra il buon senso, spesso il buon senso resta fuori dall’aula. C’è una bambina di tredici anni che porterà addosso una ferita per tutta la vita. C’è una famiglia devastata. C’è un uomo che ha ammesso la violenza. E c’è un giudice che ha ritenuto non necessario mantenerlo in carcere, disponendo una misura meno afflittiva, valorizzando elementi come la confessione, la collaborazione e l’assenza di precedenti. L’opinione pubblica, naturalmente, è esplosa. I titoli hanno sintetizzato tutto in poche parole: “liberato perché dispiaciuto”. Giuridicamente è un’espressione imprecisa, ma mediaticamente funziona. Molto. Le cosiddette “scusanti”, infatti, sono un’altra cosa. Non consistono nel chiedere perdono dopo aver commesso un reato. Sono cause previste dall’ordinamento che, in circostanze eccezionali, possono incidere sulla colpevolezza dell’agente quando la sua capacità di autodeterminazione sia stata gravemente compromessa. Insomma, non basta presentarsi davanti al giudice con gli occhi bassi e dire “mi dispiace”. Il punto, però, non è questo. Il punto è che la legge, da sola, non parla. Ha sempre bisogno di qualcuno che la interpreti. E qui si apre un mondo. Esiste l’interpretazione letterale, quella logica, quella storica, quella sistematica, perfino quella sociologica. Tutte perfettamente legittime. Tutte insegnate nelle facoltà di Giurisprudenza. Tutte capaci, partendo dalla stessa norma, di arrivare a conclusioni profondamente diverse. È qui che il celebre dura lex, sed lex perde un po’ della sua granitica sicurezza. Perché la legge sarà anche dura, ma prima bisogna stabilire come quella legge debba essere interpretata e applicata al caso concreto.”. E allora accade che due cittadini leggano lo stesso fatto e vedano due realtà diverse. Uno vede un imputato che beneficia delle garanzie dello Stato di diritto. L’altro vede una bambina violentata e il suo aggressore fuori dal carcere. Entrambi osservano la medesima scena. Cambia soltanto la lente. Non spetta a noi sindacare una decisione giudiziaria. Esistono i mezzi di impugnazione, gli organi di controllo e, se del caso, gli ispettori ministeriali già annunciati. Ma una domanda, quella sì, possiamo permettercela. Se la fiducia nella giustizia nasce anche dalla percezione di giustizia, fino a che punto un’interpretazione, pur tecnicamente corretta, può allontanarsi dal sentimento comune senza incrinare proprio quella fiducia che dovrebbe alimentare? Forse aveva ragione Indro Montanelli quando osservava che il diritto è indispensabile, ma non sempre riesce a consolare le disgrazie umane. E davanti a una bambina di tredici anni, il Codice può spiegare molte cose. Consolarne poche.   Giuseppe Arnò * Foto: archivio  redazione Lagazzetta-online.com

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La giustizia internazionale e il carrozzone dei mandati senza manette

Tra richieste d’arresto, sanzioni ai giudici e condanne simboliche, la Corte Penale Internazionale rischia di assomigliare più a un teatro diplomatico che a un autentico tribunale. La Turchia chiede all’Interpol un mandato di cattura internazionale per Benjamin Netanyahu nell’ambito della vicenda della Global Sumud Flotilla. La notizia, rilanciata dalle agenzie, si aggiunge a un elenco ormai sterminato di mandati, richieste, ricorsi e controffensive che sembrano scandire la cronaca internazionale con la regolarità di un bollettino meteorologico. Non è la prima volta. Nel marzo 2023 la Corte Penale Internazionale emise un mandato d’arresto nei confronti di Vladimir Putin e della commissaria russa Maria Lvova-Belova. Successivamente sono arrivati i procedimenti riguardanti i vertici israeliani. La Corte ricorda agli Stati aderenti allo Statuto di Roma il dovere di eseguire tali mandati, ma la realtà è assai meno lineare della teoria. Infatti, quando uno Stato decide di ignorare l’obbligo, il massimo che può accadere è un deferimento all’Assemblea degli Stati Parte, il cui arsenale sanzionatorio si riduce, nella sostanza, a una severa ramanzina. Lo dimostrò il caso dell’ex presidente sudanese Omar al-Bashir, che per anni viaggiò in diversi Paesi aderenti senza che nessuno si affrettasse ad accompagnarlo davanti ai giudici dell’Aja. Come se non bastasse, entrano in scena anche le grandi potenze. Gli Stati Uniti, che non aderiscono alla Corte, hanno reagito duramente ai procedimenti riguardanti Israele. Donald Trump ha disposto sanzioni contro la presidente della Corte, la giudice giapponese Tomoko Akane, tornando anche a contestare la vecchia inchiesta sull’Afghanistan. Così il paradosso raggiunge livelli quasi letterari: giudici che emettono mandati, governi che ignorano i mandati e altri governi che sanzionano i giudici. Il cittadino comune, osservando questo spettacolo, fatica a orientarsi. Ogni settimana sembra nascere un nuovo mandato internazionale destinato, il più delle volte, a restare chiuso in un cassetto. Nel frattempo, i criminali comuni continuano spesso a sfuggire alla giustizia con ben maggiore disinvoltura. A questo punto una domanda, naturalmente ironica, sorge spontanea. Se un’istituzione produce una quantità crescente di provvedimenti che nessuno esegue, non rischia forse di trasformarsi in un elegante archivio di carta bollata? Viene quasi da proporre, con il garbo che si deve alle grandi istituzioni, una lunga chiusura per ferie: rigorosamente non retribuite e a tempo indeterminato. Sarebbe almeno una forma di spending review internazionale. Il sorriso, però, non deve far dimenticare la sostanza. La giustizia internazionale è un’esigenza reale e civile. Ma una giustizia che non riesce a far rispettare le proprie decisioni finisce inevitabilmente per perdere autorevolezza. E quando l’autorevolezza si affievolisce, il rischio è che i tribunali diventino palcoscenici diplomatici anziché strumenti di diritto. Secondo dati più volte richiamati nel dibattito pubblico, la Corte Penale Internazionale, operativa dal 2002, ha pronunciato un numero assai limitato di condanne definitive rispetto alle aspettative iniziali, mentre i costi di funzionamento restano elevati. È comprensibile, quindi, che il contribuente si domandi se il rapporto tra risultati e risorse impiegate sia davvero soddisfacente. Confucio osservava che «la mente dell’uomo superiore ha familiarità con la giustizia; la mente dell’uomo mediocre ha familiarità con il guadagno». Forse il vecchio filosofo cinese non immaginava le complesse architetture del diritto internazionale contemporaneo. Ma probabilmente sorriderebbe anche lui davanti a un sistema nel quale tutti emettono mandati contro tutti, purché nessuno abbia poi la sgradevole incombenza di eseguirli. Forse la Corte Penale Internazionale non va chiusa. Sarebbe una misura drastica. Potrebbe però essere trasferita al Ministero delle Buone Intenzioni. Lì, almeno, gli insuccessi passerebbero per coerenza amministrativa. Giuseppe Arnò   * Foto: Archivio Lagazzetta-online.com

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Una nuova esimente nel futuro codice penale?

Signori, si cambia: adattiamo il codice a nostro uso e consumo. Così parrebbe. Quando il linguaggio pubblico arriva a giustificare l’ingiustificabile, il rischio non è soltanto giuridico: è culturale. E se la politica smarrisce il senso del limite, anche il cittadino finisce per considerare il pressapochismo una virtù anziché un vizio. Le esimenti, nel linguaggio giuridico, sono le cause o le circostanze che eliminano il carattere di reato da un fatto che, altrimenti, sarebbe tale: la legittima difesa, lo stato di necessità, l’adempimento del dovere e altre ipotesi previste dalla legge. Non sono invenzioni estemporanee, ma istituti rigorosi, costruiti nel tempo dalla dottrina e dalla giurisprudenza. Eppure, un recente caso di cronaca sembra aver introdotto una categoria del tutto nuova, almeno nel dibattito mediatico: il reato commesso “a fin di bene”. Non è una fattispecie giuridica, sia chiaro, ma una suggestione che rischia di confondere chi non mastica diritto e segue la vicenda attraverso il frastuono delle cronache. Da quanto si apprende dagli organi d’informazione, con riferimento all´inchiesta su un attentato dinamitardo avvenuto lo scorso ottobre, più che singolare sarebbe la ricostruzione attribuita agli investigatori: il fine dell’attentato non sarebbe stato quello di arrecare un danno, bensì di procurare un bene. Un attentato, dunque, ma animato da buone intenzioni? Se così fosse, ci troveremmo di fronte a un curioso ossimoro. L’attentato resta un reato; le intenzioni, ammesso che siano davvero nobili, non mutano automaticamente la natura del fatto. Altrimenti dovremmo immaginare una nuova esimente: l’esimente della buona intenzione. Una prospettiva che il nostro ordinamento, fortunatamente, non contempla. Sia chiaro: salvis iuribus per tutti gli interessati. Saranno i magistrati a ricostruire fatti, moventi e responsabilità. A noi non compete interpretare il merito della vicenda, bensì riflettere sul principio che emerge dal dibattito pubblico. Ed è proprio qui che affiora il problema. Il pressapochismo, ormai, sembra essersi trasformato in metodo. Si semplifica ciò che è complesso, si confondono le responsabilità, si sostituiscono le categorie giuridiche con slogan emotivi. La politica, purtroppo, contribuisce spesso a questa deriva: invece di educare al rigore, indulge nella superficialità; invece di chiarire, alimenta l’ambiguità. E una società che viene governata con approssimazione finisce inevitabilmente per governare se stessa allo stesso modo. Naturalmente il diritto non riconosce il “reato a fin di bene”. La fantasia, invece, non conosce confini. Del resto, assistendo ogni giorno alle devastazioni delle guerre trasmesse in televisione, una piccola bomba sotto un’automobile, se provoca soltanto rumore e danni limitati, può persino sembrare cosa di poco conto. Ma il metro di giudizio non può essere la spettacolarizzazione della violenza: un reato rimane un reato e come tale dovrà essere valutato. Ci si augura soltanto che questa vicenda non sia destinata a seguire il percorso infinito di altri casi giudiziari che, a distanza di decenni, continuano ancora a occupare le cronache. Viviamo nell’epoca del miscuglio eterogeneo: interessi personali, convenienze politiche, coscienze intermittenti e qualche ingrediente difficilmente identificabile. Chimicamente parlando, una soluzione è un miscuglio omogeneo nel quale una sostanza prevale sulle altre. Nel nostro caso, la sostanza dominante sembra essere il disinteresse per il bene comune, mentre il senso delle istituzioni si dissolve come un soluto sempre più rarefatto. Nemmeno la religione appare immune da questa confusione. Il recente avvicendamento del cosiddetto “prete dei migranti”, con la motivazione che l’attività pastorale sarebbe stata progressivamente sostituita da quella assistenziale, dimostra quanto sia difficile distinguere ruoli, finalità e responsabilità quando ogni ambito pretende di assorbire l’altro. Forse è proprio questo il tratto distintivo del nostro tempo: la nevrosi del disordine. Sigmund Freud osservava che «l’accettazione della nevrosi universale risparmia il compito di costruirsi una nevrosi personale». Una frase che oggi sembra descrivere con sorprendente efficacia una società sempre più incline ad assolvere tutto e tutti, purché nessuno sia chiamato a rispondere delle proprie azioni. I tedeschi ricordano da secoli che Ordnung ist das halbe Leben: l’ordine è metà della vita. L’ironia popolare aggiunge che il disordine è l’altra metà. Oggi, però, sembra essere sopravvissuta soltanto quest’ultima. Le leggi possono anche essere interpretate; ciò che non dovrebbe mai essere reinterpretato è il buon senso. Quando anche quello diventa un’opinione, il disordine non è più un incidente: è un sistema.   Giuseppe Arnò * Foto: archivio Lagazzetta-online.com

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Cornuto e… condannato

Quando la giustizia chiude il fascicolo, ma il dibattito resta aperto C’è un’antica espressione napoletana che riesce a spiegare in quattro parole ciò che trattati di sociologia descrivono in quattrocento pagine: “curnuto e mazziato”. Tradotta con eleganza significa subire un torto e, subito dopo, essere anche colpiti dall’umiliazione che ne consegue. È la fotografia di chi paga due volte: una per il danno ricevuto, l’altra per le conseguenze che quel danno continua a produrre. I napoletani, però, hanno una qualità rara: riescono perfino a sorridere delle loro disgrazie. Non per superficialità, ma perché l’ironia è spesso l’ultimo rifugio della dignità. È un modo per impedire alla sventura di avere l’ultima parola. In questa vicenda, tuttavia, il sorriso si ferma presto. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere Mario Roggero, che il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, dopo aver subito una rapina, inseguì e uccise due dei rapinatori, ferendone un terzo. La sentenza è definitiva. E, come ricordavano gli antichi, lex dura sed lex: la legge può essere severa, ma resta legge. Sul piano giuridico la questione è chiusa. Sul piano umano, invece, continua a dividere l’opinione pubblica. Roggero ha 72 anni. Ha definito la condanna un ergastolo di fatto, osservando che, quando avrà finito di scontarla, avrà superato gli ottantasei anni. Nel video pubblicato prima di costituirsi ha ringraziato chi gli è stato vicino e ha auspicato una normativa che disciplini in maniera diversa casi come il suo. Nel frattempo si è aperto un altro capitolo, forse ancora più amaro: le richieste di risarcimento avanzate dai familiari dei rapinatori uccisi e dal complice rimasto ferito. È qui che molti cittadini avvertono quella sensazione di “doppia pena” che alimenta discussioni, indignazione e interrogativi. Viene spontaneo ricordare la provocazione di Fabrizio Caramagna, secondo cui da qualche parte esisterebbe un giudice disposto a condannare i costruttori del Titanic a risarcire i proprietari dell’iceberg. È una battuta, naturalmente, ma come tutte le battute efficaci nasce da una percezione diffusa. Nel frattempo la politica ha fatto ciò che purtroppo sa fare con maggiore tempestività: dividersi. C’è chi invoca la grazia presidenziale, chi difende integralmente la sentenza, chi trasforma una tragedia personale in una bandiera elettorale. Ancora una volta il dolore diventa terreno di scontro ideologico, con il rischio di dimenticare che, prima delle appartenenze, esistono le persone. La giustizia deve applicare la legge, non gli umori popolari. Ma una democrazia matura ha anche il dovere di interrogarsi quando una sentenza, pur legittima, lascia una parte consistente dell’opinione pubblica con la sensazione che qualcosa non torni sul piano dell’equità. Non è una critica ai giudici, bensì una riflessione sul rapporto, spesso tormentato, tra diritto e sentimento di giustizia. Forse è proprio qui il cuore della vicenda: la legge stabilisce ciò che è lecito; la coscienza continua invece a domandarsi ciò che è giusto. L’agorà del paese, il bar, i social, le tavole di famiglia continueranno a discutere di politica, di legittima difesa e di magistratura. È inevitabile. Sarebbe bello, però, che almeno per una volta il dibattito riservasse uno spazio anche alla dimensione umana, quella che non entra nei codici, non compare nei dispositivi delle sentenze e non si misura in anni di reclusione. Perché una società civile non si giudica soltanto da come applica le leggi, ma anche da come riesce a conservare la propria umanità. E, se proprio vogliamo chiudere con un pizzico di ironia, prendiamo in prestito un pensiero attribuito a Socrate: «Più conosco gli uomini, più apprezzo il mio cane.» Una frase che oggi, osservando il frastuono delle tifoserie politiche, rischia di sembrare meno cinica di quanto fosse quando venne pronunciata. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso con una delle sue stoccate: «Le sentenze si rispettano. Ma il diritto di discuterle è uno dei pochi privilegi che distinguono una democrazia da un tribunale.» Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix

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Sui migranti, risposta a un amico

Caro amico, il tuo ragionamento è serio e umano, e proprio per questo merita una risposta altrettanto seria, senza trasformare il tema in una gara di slogan da talk show, dove in cinque minuti si pretende di risolvere ciò che governi e tribunali non riescono a sistemare in decenni. Nessuno, credo, pensa davvero che un essere umano possa essere “illegale”. Semmai può esserlo la sua posizione rispetto alle norme di uno Stato. E qui il punto non è linguistico ma sostanziale: la parola “irregolare”,  come ricorda anche la Treccani,  non è un insulto, è una qualificazione giuridica. Un po’ come “abusivo” per una costruzione senza permesso: non è un’offesa personale al muratore, ma la constatazione che quella casa non avrebbe dovuto sorgere lì. Il problema è che per anni l’Europa ha oscillato fra due estremi: da un lato chi vedeva ogni migrante come un invasore, dall’altro chi considerava qualunque controllo una crudeltà medievale. Nel frattempo, però, la realtà,  che è notoriamente meno sentimentale dei convegni universitari,  bussava alla porta. E bussava forte. Hai ragione quando dici che esistono casi umani complessi: famiglie miste, figli nati nel Paese ospitante, persone che lavorano da anni senza aver mai creato problemi. Le leggi, da sole, non riescono sempre a contenere tutte le sfumature della vita. Ma proprio per questo servono regole chiare e credibili. Perché uno Stato che non distingue più fra chi entra legalmente e chi no, finisce inevitabilmente per fare un torto anzitutto a chi le regole le ha rispettate. Ed è qui che l’Europa sembra finalmente essersi svegliata dal suo lungo sonnellino moraleggiante. Non perché sia diventata improvvisamente “cattiva”, ma perché ha capito che il buonismo elevato a sistema rischiava di minare i pilastri stessi della convivenza civile. Una comunità senza regole condivise non diventa più umana: diventa semplicemente più fragile. Naturalmente, chi delinque gravemente e gode dell’ospitalità di un Paese democratico non può pretendere immunità perpetua: il rimpatrio, in quei casi, è una conseguenza logica prima ancora che politica. Ma anche chi entra o rimane senza titolo sa, o dovrebbe sapere, che quella condizione comporta un rischio. È una scelta consapevole, come costruire una villetta sul terreno del vicino sperando che il Comune sia distratto o particolarmente romantico. Quando arriva l’ingiunzione di demolizione, indignarsi contro il catasto appare quantomeno creativo. In sostanza, le strade possibili, e qui mi permetto di ribadirlo io, sono tre: chi ha diritto di permanenza è ben accetto; chi non lo ha non può esserlo; chi lo ha ma delinque gravemente perde il beneficio dell’ospitalità. Tre strade, dunque, ma una sola bussola: la legge. Perché senza quella, resta soltanto il caos. E il caos, storicamente, non è mai stato particolarmente inclusivo. Giuseppe Arnò * Foto creative ipso

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La nostalgia della sera e il ritorno della legge

Tra rimpianti e realtà, una società che chiede ordine riscopre il valore delle regole (e si divide persino su quello) * * C’era un tempo,  e non è solo una cartolina ingiallita della memoria, in cui la sera si usciva senza calcolare il rischio come un broker di Wall Street. Si lavorava, si rideva, si sostava davanti a un bar o sotto casa fino a tardi, con la leggerezza di chi sa che il mondo, almeno nel proprio quartiere, non ha intenzione di morderlo. Le donne uscivano meno, è vero, ma quando lo facevano non dovevano trasformare ogni passo in una strategia di sopravvivenza. E se mai qualcuno oltrepassava il confine, perché gli imbecilli non sono un’invenzione moderna,  lo Stato si ricordava di esistere: legge severa, giudici applicati, e il malintenzionato il giorno dopo non faceva il bis, ma il detenuto. Poi, lentamente, qualcosa si è inceppato. Non un crollo improvviso, ma un logoramento. Un misto di globalizzazione gestita con l’ottimismo dei sonnambuli, flussi migratori affrontati più con slogan che con governo, e una generale indulgenza verso l’inciviltà elevata a fenomeno folkloristico. Il risultato? Il quieto vivere è diventato una nostalgia, e la piazza un terreno da attraversare con prudenza. Ora, sia chiaro: il problema non ha passaporto. L’animalesco,  perché di questo si tratta quando si scambia la libertà per licenza,  è democratico nella sua diffusione. Autoctoni e forestieri contribuiscono con eguale zelo al degrado, quando le regole si allentano e il senso del limite evapora. E quando il limite evapora, arriva il caos. Non è ideologia: è fisica sociale. Da qui la necessità, poco poetica ma assai concreta, di misure correttive. Non per nostalgia dell’autoritarismo, ma per difesa della convivenza. Il recente Decreto Sicurezza si inserisce in questo solco: un tentativo, perfettibile quanto si vuole, di rimettere qualche paletto in un campo che qualcuno ha scambiato per terra di nessuno. Contrasto alla violenza giovanile, maggiore tutela per le forze dell’ordine, strumenti più incisivi contro criminalità diffusa e degrado urbano: provvedimenti che, sulla carta, rispondono a una domanda reale. Quella di cittadini che non chiedono privilegi, ma semplicemente di vivere senza dover fare gli equilibristi tra paura e rassegnazione. Eppure, come da copione, il Parlamento si è trasformato nel teatro dell’eterna opposizione: proteste, barricate verbali, indignazioni selettive. Non tanto sul merito,  che richiederebbe fatica,  quanto per riflesso condizionato. Viene quasi da pensare che qualcuno abbia preso troppo sul serio l’aforisma di Nicolás Gómez Dávila: non importa vincere, basta che non vinca l’altro. Nel frattempo, fuori dall’aula, la realtà continua a chiedere risposte. Non perfette, ma concrete. Perché una società può sopportare molte cose, ma non l’idea che il diritto sia un’opinione e la sicurezza un lusso. E allora sì, forse noi di una certa età siamo nostalgici. Ma non di un passato mitizzato: di una normalità che oggi appare rivoluzionaria. Quella in cui la sera si usciva senza paura e si rientrava senza raccontarla come un’impresa. Il resto è politica, con le sue eterne schermaglie. E come sempre accade, mentre i partiti discutono sul colore delle tende, fuori qualcuno ha già portato via i mobili. Conclusione:La legalità, in fondo, è una cosa semplice: funziona quando non se ne parla troppo. Quando invece diventa argomento quotidiano, significa che qualcuno, da qualche parte,  ha smesso di praticarla. E gli altri, purtroppo, di pretenderla. Giuseppe Arnò * Foto originale Governo.it

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Assolti sì, ma in silenzio

Quando la cronaca si ferma all’accusa e smarrisce la verità per strada C’era una volta, e c’è ancora, un curioso zelo informativo: si annuncia con squilli di tromba che il signor Tizio è stato imputato di un reato. Titoli, occhielli, magari pure qualche aggettivo di troppo, ché l’inchiostro, quando sente odore di scandalo, scorre più veloce. Poi, mesi o anni dopo, accade l’imprevisto meno gradito: Tizio viene assolto. Con formula piena, magari. Ma qui il cronista, già stanco o distratto da nuove tempeste mediatiche, ripone la penna. Cala il sipario. E il lettore resta con il primo atto, convinto che sia tutta la commedia. La legge, va detto, non impone sempre al giornale di tornare spontaneamente sui propri passi. Non c’è una campanella che suona obbligando la redazione a dire: “Ci eravamo dimenticati un dettaglio: era innocente.” Tuttavia, esiste il diritto di rettifica, che consente all’interessato di bussare, con educazione o con avvocato,  e pretendere che la storia venga completata. Ma il punto non è solo giuridico, è quasi morale. Perché una notizia lasciata a metà non è più una notizia: è un sospetto stampato. E il sospetto, una volta pubblicato, ha la pessima abitudine di non chiedere mai scusa. I giudici, negli ultimi anni, hanno iniziato a ricordarlo con una certa fermezza: informare significa raccontare tutto, non solo ciò che fa più rumore. Altrimenti si passa dalla cronaca alla caricatura, e dalla verità al pettegolezzo con carta intestata. Così accade che l’imputazione faccia notizia, l’assoluzione faccia silenzio, e la reputazione resti sospesa,  come un processo senza sentenza, ma con la pena già scontata. E allora, più che un obbligo di legge, servirebbe un obbligo di decenza. Che è più raro, ma anche più necessario. Chiudiamola lì, è meglio. Giuseppe Arnò *Immagine free of right

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Giudici al voto?

Se la Giustizia scendesse in piazza, forse scoprirebbe di avere ancora un pubblico E se i giudici fossero eletti dal popolo? La domanda non è un vezzo da salotto né una boutade da talk show. È una proposta concreta, avanzata, tra un applauso e una salamella, da Matteo Salvini dal palco di Pontida. L’idea: giudici scelti direttamente dal popolo sovrano, come avviene in molte realtà degli Stati Uniti d’America. Apriti cielo. La nostra Magistratura italiana, già gelosa custode degli articoli 106 e 107 della Costituzione, ha ricordato che i magistrati “sono nominati per concorso” e “sono inamovibili”. Garanzie sacrosante, si dirà, per assicurare competenza e indipendenza. E su questo non si discute: il concorso pubblico è il filtro necessario, la patente tecnica senza la quale il volante della Giustizia non si dovrebbe nemmeno sfiorare. Ma l’idea non è di abolire il concorso. È di aggiungere un passaggio: una volta abilitati, i magistrati potrebbero presentarsi al giudizio, questa volta letterale, degli elettori. In altre parole: prima la competenza, poi la fiducia. Subito si obietta: il giudice eletto potrebbe piegare le sentenze al consenso, cercando la rielezione. Un rischio reale, certo. Ma davvero oggi il sistema è impermeabile alle pressioni? È una domanda che aleggia nei corridoi e nelle coscienze, senza bisogno di essere urlata. Il grande Alexis de Tocqueville, nel suo immortale La democrazia in America, temeva che l’elezione dei giudici potesse minare l’indipendenza e, con essa, la democrazia stessa. Timore rispettabile, firmato da una mente superiore. E tuttavia, guardando alla storia americana, non si può dire che la democrazia sia crollata per questo. Anzi, proprio quel sistema è stato spesso indicato come modello di equilibrio tra poteri. C’è una piccola dicotomia che stuzzica il lettore curioso: se si celebra la democrazia americana come paradigma di uguaglianza e partecipazione, perché si inorridisce quando si prende sul serio uno dei suoi meccanismi? O si ammira il sistema nella sua interezza, oppure lo si rifiuta con coerenza. Non si può lodare il faro e temere la luce. L’elezione popolare dei giudici, con la possibilità di destituzione nei casi più gravi, avrebbe almeno un merito: riportare la Giustizia dentro il circuito della responsabilità percepita. Oggi il cittadino diffida dei politici e, sempre più spesso, anche dei magistrati. Forse, con un sistema diverso, la sfiducia si concentrerebbe su una sola categoria. Sarebbe già un risparmio emotivo. Certo, l’indipendenza è un bene prezioso. Ma l’indipendenza non è sinonimo di intangibilità. Come ricordava Giovanni Falcone, la magistratura ha sempre rivendicato la propria autonomia, talvolta lasciandosi sedurre, magari inavvertitamente, dalle lusinghe del potere politico. Nessun sistema è immune dalle tentazioni umane. La differenza sta nei contrappesi. In fondo, la vera domanda non è se l’elezione popolare sia perfetta. Non lo è. Come non è perfetto il sistema attuale. La vera questione è se, in un clima di diffidenza diffusa, non valga la pena sperimentare una maggiore responsabilità diretta verso chi, in nome del popolo, amministra la Giustizia. Peggio non potrebbe andare, si mormora con un sorriso colto. E se anche andasse allo stesso modo, almeno avremmo il diritto di dire che i giudici li abbiamo scelti noi. Perché, in democrazia, il rischio più grande non è sbagliare scelta. È fingere di non averne. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Do ut des, o dell’arte di finanziare la democrazia (a propria immagine e somiglianza)

Sovvenzioni anonime, referendum e quella sottile linea tra partecipazione e pressione “Do ut des”: ti do perché tu dia. Nel diritto romano era un contratto. Nella prassi contemporanea rischia di diventare un costume. E non dei più eleganti. La locuzione latina indicava uno scambio limpido: io cedo qualcosa, tu ricambi con qualcosa di equivalente. Oggi, invece, il “do ut des” tende a muoversi con passo felpato nei corridoi della politica, dove il favore non si scrive, ma si sottintende; non si firma, ma si intuisce. La discussione nasce da un fatto semplice e inquietante: un fiume di denaro starebbe affluendo nelle casse dell’Associazione nazionale magistrati in vista del referendum sulla giustizia. Denaro senza volto, senza elenco pubblico, senza trasparenza. L’elenco dei donatori, si apprende, lo conoscerebbe soltanto il beneficiario, che rifiuterebbe di renderlo noto e di trasmetterlo al Ministero della Giustizia. Ora, il punto non è criminalizzare la partecipazione civile. È difendere la limpidezza della competizione democratica. Perché quando il finanziamento è anonimo e interviene su un terreno delicato come quello referendario, il rischio non è teorico: è sistemico. Con una metafora, potremmo parlare di “turbativa d’asta politica”. Non si alza la mano per offrire di più: si alza la voce per orientare meglio. Il timore sollevato dal deputato Enrico Costa è di una semplicità disarmante: cosa accadrebbe se un magistrato iscritto all’Anm si trovasse, nell’esercizio delle sue funzioni, davanti a un finanziatore del comitato referendario? E se quel finanziatore fosse parte in causa in un processo? E se dall’altra parte ci fosse un sostenitore della tesi opposta? Non è una questione di sospetto personale, ma di architettura istituzionale. Le istituzioni non devono solo essere imparziali: devono apparirlo. In una democrazia matura, il finanziamento politico, specie se anonimo, è un ossimoro pericoloso. I fondi servono per costruire ponti, scuole, ospedali, per sostenere attività sportive o culturali. Non per inclinare l’ago della bilancia delle scelte collettive. Perché quando il denaro entra in cabina elettorale prima del cittadino, la sovranità popolare esce dalla porta di servizio. Si dirà: la politica costa. Vero. Ma la libertà costa di più. E si paga in trasparenza. Se davvero crediamo a ciò che sosteneva Abraham Lincoln, che il popolo è il legittimo padrone del Congresso e dei tribunali, non per rovesciare la Costituzione ma per rovesciare gli uomini che la pervertono, allora occorre una regola semplice: carte scoperte, nomi pubblici, conti chiari. Chi finanzia un’idea politica deve avere il coraggio di dirlo. Altrimenti non è partecipazione: è influenza. E l’influenza, quando è anonima, non è mai innocente. È solo un favore in attesa di riscossione. La democrazia, invece, non è un contratto di permuta. Non si compra, non si scambia, non si baratta. Si esercita. E possibilmente, senza ricevuta in sospeso. Giuseppe Arnò

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Fuori dal carrozzone: perché l’Italia dovrebbe ripensare la sua fedeltà alla Corte Penale Internazionale

L’Aja bacchetta Roma per il “caso Almasri”, ma la lezione suona stonata: la CPI, tribunale dal cuore politico più che giuridico, pretende obbedienza cieca ignorando la realtà e gli interessi di chi ne subisce le sentenze. a a La Corte Penale Internazionale, da Aja con furore, ha deciso che l’Italia non avrebbe rispettato i propri obblighi nel “caso Almasri”, ignorando le motivazioni di sicurezza nazionale e il timore, più che fondato, di ritorsioni contro i nostri connazionali in Libia.Da lì la solita predica: lo Stato italiano, reo di prudenza, avrebbe mancato di zelo nell’eseguire gli ordini del Tribunale. Come se la giustizia internazionale vivesse in un acquario dove non entrano le correnti del mondo reale. Viene allora da chiedersi: a cosa serve far parte di un consesso che pretende di amministrare giustizia universale, ma che in realtà si comporta come un tribunale d’opinione con il sigillo ONU? L’idea di una giustizia sovranazionale è nobile, certo. Ma la pratica, almeno finora, è stata tutt’altro che imparziale. Le inchieste della CPI colpiscono quasi sempre gli stessi bersagli: Stati deboli, governi non allineati, e regimi già caduti. Gli altri, quelli che contano, come Stati Uniti, Russia, Cina o Israele, si tengono prudentemente alla larga. Non hanno firmato, non hanno ratificato, e vivono benissimo. L’Italia invece continua a mostrarsi brava scolara, anche quando viene rimproverata per aver messo in salvo i propri cittadini. Un paradosso da manuale: Roma deve difendere il diritto internazionale anche quando il buon senso suggerisce il contrario. Forse è arrivato il momento di domandarsi se convenga ancora restare legati a un meccanismo che, più che garantire giustizia, distribuisce sentenze simboliche e ammonizioni morali.Una giustizia universale che non tiene conto delle circostanze concrete e della sovranità degli Stati rischia di diventare un teatro dell’assurdo, dove i Paesi “virtuosi” finiscono sul banco degli imputati, e i grandi restano comodamente in platea. Morale della favola: quando un tribunale pretende di giudicare il mondo intero, il risultato è sempre lo stesso: i piccoli pagano il conto, i grandi brindano, e gli italiani, come al solito,  fanno la figura dei fessi puntuali. di Redazione

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