Assolti sì, ma in silenzio

Quando la cronaca si ferma all’accusa e smarrisce la verità per strada C’era una volta, e c’è ancora, un curioso zelo informativo: si annuncia con squilli di tromba che il signor Tizio è stato imputato di un reato. Titoli, occhielli, magari pure qualche aggettivo di troppo, ché l’inchiostro, quando sente odore di scandalo, scorre più veloce. Poi, mesi o anni dopo, accade l’imprevisto meno gradito: Tizio viene assolto. Con formula piena, magari. Ma qui il cronista, già stanco o distratto da nuove tempeste mediatiche, ripone la penna. Cala il sipario. E il lettore resta con il primo atto, convinto che sia tutta la commedia. La legge, va detto, non impone sempre al giornale di tornare spontaneamente sui propri passi. Non c’è una campanella che suona obbligando la redazione a dire: “Ci eravamo dimenticati un dettaglio: era innocente.” Tuttavia, esiste il diritto di rettifica, che consente all’interessato di bussare, con educazione o con avvocato,  e pretendere che la storia venga completata. Ma il punto non è solo giuridico, è quasi morale. Perché una notizia lasciata a metà non è più una notizia: è un sospetto stampato. E il sospetto, una volta pubblicato, ha la pessima abitudine di non chiedere mai scusa. I giudici, negli ultimi anni, hanno iniziato a ricordarlo con una certa fermezza: informare significa raccontare tutto, non solo ciò che fa più rumore. Altrimenti si passa dalla cronaca alla caricatura, e dalla verità al pettegolezzo con carta intestata. Così accade che l’imputazione faccia notizia, l’assoluzione faccia silenzio, e la reputazione resti sospesa,  come un processo senza sentenza, ma con la pena già scontata. E allora, più che un obbligo di legge, servirebbe un obbligo di decenza. Che è più raro, ma anche più necessario. Chiudiamola lì, è meglio. Giuseppe Arnò *Immagine free of right

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Giudici al voto?

Se la Giustizia scendesse in piazza, forse scoprirebbe di avere ancora un pubblico E se i giudici fossero eletti dal popolo? La domanda non è un vezzo da salotto né una boutade da talk show. È una proposta concreta, avanzata, tra un applauso e una salamella, da Matteo Salvini dal palco di Pontida. L’idea: giudici scelti direttamente dal popolo sovrano, come avviene in molte realtà degli Stati Uniti d’America. Apriti cielo. La nostra Magistratura italiana, già gelosa custode degli articoli 106 e 107 della Costituzione, ha ricordato che i magistrati “sono nominati per concorso” e “sono inamovibili”. Garanzie sacrosante, si dirà, per assicurare competenza e indipendenza. E su questo non si discute: il concorso pubblico è il filtro necessario, la patente tecnica senza la quale il volante della Giustizia non si dovrebbe nemmeno sfiorare. Ma l’idea non è di abolire il concorso. È di aggiungere un passaggio: una volta abilitati, i magistrati potrebbero presentarsi al giudizio, questa volta letterale, degli elettori. In altre parole: prima la competenza, poi la fiducia. Subito si obietta: il giudice eletto potrebbe piegare le sentenze al consenso, cercando la rielezione. Un rischio reale, certo. Ma davvero oggi il sistema è impermeabile alle pressioni? È una domanda che aleggia nei corridoi e nelle coscienze, senza bisogno di essere urlata. Il grande Alexis de Tocqueville, nel suo immortale La democrazia in America, temeva che l’elezione dei giudici potesse minare l’indipendenza e, con essa, la democrazia stessa. Timore rispettabile, firmato da una mente superiore. E tuttavia, guardando alla storia americana, non si può dire che la democrazia sia crollata per questo. Anzi, proprio quel sistema è stato spesso indicato come modello di equilibrio tra poteri. C’è una piccola dicotomia che stuzzica il lettore curioso: se si celebra la democrazia americana come paradigma di uguaglianza e partecipazione, perché si inorridisce quando si prende sul serio uno dei suoi meccanismi? O si ammira il sistema nella sua interezza, oppure lo si rifiuta con coerenza. Non si può lodare il faro e temere la luce. L’elezione popolare dei giudici, con la possibilità di destituzione nei casi più gravi, avrebbe almeno un merito: riportare la Giustizia dentro il circuito della responsabilità percepita. Oggi il cittadino diffida dei politici e, sempre più spesso, anche dei magistrati. Forse, con un sistema diverso, la sfiducia si concentrerebbe su una sola categoria. Sarebbe già un risparmio emotivo. Certo, l’indipendenza è un bene prezioso. Ma l’indipendenza non è sinonimo di intangibilità. Come ricordava Giovanni Falcone, la magistratura ha sempre rivendicato la propria autonomia, talvolta lasciandosi sedurre, magari inavvertitamente, dalle lusinghe del potere politico. Nessun sistema è immune dalle tentazioni umane. La differenza sta nei contrappesi. In fondo, la vera domanda non è se l’elezione popolare sia perfetta. Non lo è. Come non è perfetto il sistema attuale. La vera questione è se, in un clima di diffidenza diffusa, non valga la pena sperimentare una maggiore responsabilità diretta verso chi, in nome del popolo, amministra la Giustizia. Peggio non potrebbe andare, si mormora con un sorriso colto. E se anche andasse allo stesso modo, almeno avremmo il diritto di dire che i giudici li abbiamo scelti noi. Perché, in democrazia, il rischio più grande non è sbagliare scelta. È fingere di non averne. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Do ut des, o dell’arte di finanziare la democrazia (a propria immagine e somiglianza)

Sovvenzioni anonime, referendum e quella sottile linea tra partecipazione e pressione “Do ut des”: ti do perché tu dia. Nel diritto romano era un contratto. Nella prassi contemporanea rischia di diventare un costume. E non dei più eleganti. La locuzione latina indicava uno scambio limpido: io cedo qualcosa, tu ricambi con qualcosa di equivalente. Oggi, invece, il “do ut des” tende a muoversi con passo felpato nei corridoi della politica, dove il favore non si scrive, ma si sottintende; non si firma, ma si intuisce. La discussione nasce da un fatto semplice e inquietante: un fiume di denaro starebbe affluendo nelle casse dell’Associazione nazionale magistrati in vista del referendum sulla giustizia. Denaro senza volto, senza elenco pubblico, senza trasparenza. L’elenco dei donatori, si apprende, lo conoscerebbe soltanto il beneficiario, che rifiuterebbe di renderlo noto e di trasmetterlo al Ministero della Giustizia. Ora, il punto non è criminalizzare la partecipazione civile. È difendere la limpidezza della competizione democratica. Perché quando il finanziamento è anonimo e interviene su un terreno delicato come quello referendario, il rischio non è teorico: è sistemico. Con una metafora, potremmo parlare di “turbativa d’asta politica”. Non si alza la mano per offrire di più: si alza la voce per orientare meglio. Il timore sollevato dal deputato Enrico Costa è di una semplicità disarmante: cosa accadrebbe se un magistrato iscritto all’Anm si trovasse, nell’esercizio delle sue funzioni, davanti a un finanziatore del comitato referendario? E se quel finanziatore fosse parte in causa in un processo? E se dall’altra parte ci fosse un sostenitore della tesi opposta? Non è una questione di sospetto personale, ma di architettura istituzionale. Le istituzioni non devono solo essere imparziali: devono apparirlo. In una democrazia matura, il finanziamento politico, specie se anonimo, è un ossimoro pericoloso. I fondi servono per costruire ponti, scuole, ospedali, per sostenere attività sportive o culturali. Non per inclinare l’ago della bilancia delle scelte collettive. Perché quando il denaro entra in cabina elettorale prima del cittadino, la sovranità popolare esce dalla porta di servizio. Si dirà: la politica costa. Vero. Ma la libertà costa di più. E si paga in trasparenza. Se davvero crediamo a ciò che sosteneva Abraham Lincoln, che il popolo è il legittimo padrone del Congresso e dei tribunali, non per rovesciare la Costituzione ma per rovesciare gli uomini che la pervertono, allora occorre una regola semplice: carte scoperte, nomi pubblici, conti chiari. Chi finanzia un’idea politica deve avere il coraggio di dirlo. Altrimenti non è partecipazione: è influenza. E l’influenza, quando è anonima, non è mai innocente. È solo un favore in attesa di riscossione. La democrazia, invece, non è un contratto di permuta. Non si compra, non si scambia, non si baratta. Si esercita. E possibilmente, senza ricevuta in sospeso. Giuseppe Arnò

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Fuori dal carrozzone: perché l’Italia dovrebbe ripensare la sua fedeltà alla Corte Penale Internazionale

L’Aja bacchetta Roma per il “caso Almasri”, ma la lezione suona stonata: la CPI, tribunale dal cuore politico più che giuridico, pretende obbedienza cieca ignorando la realtà e gli interessi di chi ne subisce le sentenze. a a La Corte Penale Internazionale, da Aja con furore, ha deciso che l’Italia non avrebbe rispettato i propri obblighi nel “caso Almasri”, ignorando le motivazioni di sicurezza nazionale e il timore, più che fondato, di ritorsioni contro i nostri connazionali in Libia.Da lì la solita predica: lo Stato italiano, reo di prudenza, avrebbe mancato di zelo nell’eseguire gli ordini del Tribunale. Come se la giustizia internazionale vivesse in un acquario dove non entrano le correnti del mondo reale. Viene allora da chiedersi: a cosa serve far parte di un consesso che pretende di amministrare giustizia universale, ma che in realtà si comporta come un tribunale d’opinione con il sigillo ONU? L’idea di una giustizia sovranazionale è nobile, certo. Ma la pratica, almeno finora, è stata tutt’altro che imparziale. Le inchieste della CPI colpiscono quasi sempre gli stessi bersagli: Stati deboli, governi non allineati, e regimi già caduti. Gli altri, quelli che contano, come Stati Uniti, Russia, Cina o Israele, si tengono prudentemente alla larga. Non hanno firmato, non hanno ratificato, e vivono benissimo. L’Italia invece continua a mostrarsi brava scolara, anche quando viene rimproverata per aver messo in salvo i propri cittadini. Un paradosso da manuale: Roma deve difendere il diritto internazionale anche quando il buon senso suggerisce il contrario. Forse è arrivato il momento di domandarsi se convenga ancora restare legati a un meccanismo che, più che garantire giustizia, distribuisce sentenze simboliche e ammonizioni morali.Una giustizia universale che non tiene conto delle circostanze concrete e della sovranità degli Stati rischia di diventare un teatro dell’assurdo, dove i Paesi “virtuosi” finiscono sul banco degli imputati, e i grandi restano comodamente in platea. Morale della favola: quando un tribunale pretende di giudicare il mondo intero, il risultato è sempre lo stesso: i piccoli pagano il conto, i grandi brindano, e gli italiani, come al solito,  fanno la figura dei fessi puntuali. di Redazione

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Cercansi pubblici ministeri per la Flotilla

Quando la giustizia diventa accanimento: la strana applicazione dell’articolo 244 del Codice penale C’è chi sostiene – e non a torto – che gli italiani della Flotilla abbiano violato l’articolo 244 del Codice penale, quello che punisce chi, con atti ostili, espone lo Stato al rischio di conflitto o rappresaglie. Perché il pericolo c’è stato, eccome. Non si è trasformato in danno solo per cause indipendenti dalla volontà dell’agente: l’intervento decisivo del Presidente Mattarella pare abbia frenato, almeno momentaneamente, una situazione gravida di conseguenze. Eppure viviamo in un Paese in cui tutto diventa spazzatura mediatica e dove, per un nulla, si è esposti al ludibrio pubblico. Un Paese che manda a processo ministri e persino un Primo Ministro, salvo poi chiudere entrambi gli occhi quando in gioco ci sono scelte “politicamente delicate”. Così, per chi è inquisito ingiustamente, resta solo un cammino imposto da un potere impossibile, spesso senza via di ritorno. Non di rado, come denuncio da tempo, si arriva persino a perseguitare i morti. È l’immagine di un accanimento investigativo che calpesta i diritti della difesa. Ma qui la questione è più sottile: la violazione dell’articolo 244 non è venuta meno, almeno fino ad ora, non perché mancavano gli elementi, bensì perché un intervento esterno ha impedito che il rischio si trasformasse in fatto compiuto. La delegazione italiana della Flotilla, composta anche da parlamentari, aveva scelto una strada pericolosa. Dopo l’appello di Mattarella, sembra essersi fermata a più miti consigli; vedremo. Ma il rischio di mettere in crisi i rapporti fra Italia e Israele è stato comunque corso. E allora la domanda resta: ci saranno pubblici ministeri pronti a indagare su una vicenda che, almeno in diritto, presenta i tratti tipici di una condotta ostile? Risuonano, in questo contesto, le parole di giuristi e magistrati che hanno descritto una giustizia forte con i deboli e debole con i forti: da Cordero con le sue “armi pulite e carte scoperte” ai giudici che confessano di non riuscire più a guardare un indagato negli occhi; fino a Sirianni, che parlava di “barocchismo inquisitorio”. Non quadretti isolati, ma il ritratto di una deriva che rischia di diventare sistema. La delusione, lo ripeto, non è mai l’ultima. È sempre, e soltanto, la penultima. Mimmo Leonetti  Articoli correlati: https://ilquotidianoditalia.it/flotilla-rischio-di-guerra-contro-israele/

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La separazione delle carriere: quando il potere giudiziario incontra la dieta mediterranea

Basta indigestioni di ruoli: giudici e pm finalmente a tavoli separati, con menù e posate diverse. L’Italia scopre che la democrazia funziona meglio senza il “menù fisso” della corporazione togata.   Il commissario Bellodi, nel celebre Giorno della civetta, capisce subito che la verità non sta mai nelle versioni ufficiali, ma nei silenzi e nei sistemi di potere che si proteggono. Ecco, sostituite “mafia” con “magistratura” e l’analogia è servita. Dopo anni di pranzi di famiglia in cui giudici e pm si scambiavano posate, bicchieri e pure le toghe, finalmente qualcuno ha avuto l’ardire di dire: “Ognuno al suo tavolo”. È arrivata la riforma della separazione delle carriere. La Camera, tra urla, bagarre e quasi-sganassoni, ha approvato per la terza volta il provvedimento. Ora tocca al Senato, poi, udite udite, la parola passerà ai cittadini con un referendum. Un evento storico, quasi quanto insegnare a un italiano medio che si può vivere senza doppio piatto di pasta. E che novità! Due Csm, come due sale ristorante distinte: da una parte i giudicanti, dall’altra i requirenti. Stessa presidenza, certo, ma niente più “pranzi di Natale” in comune. I membri? Sorteggiati, così almeno non si scelgono sempre gli stessi “cugini”. Una ventata d’aria fresca: finalmente non sapremo più chi siederà al tavolo, ma almeno non saranno sempre i soliti noti. E poi nasce la mitica Alta Corte disciplinare. Una sorta di maître severo, incaricato di dire ai “sommelier” della giustizia quando hanno esagerato col vino o servito male la pietanza del diritto. Con tanto di possibilità di appello davanti a se stessa: un po’ come il cliente che si lamenta con lo stesso cameriere che gli ha portato la zuppa fredda. Ma è già qualcosa! L’opposizione grida allo scandalo, parla di golpe istituzionale e di riforma punitiva. Certo: a chi piace quando si chiude il buffet libero? Ma la verità è che l’Italia aveva bisogno di questa dieta democratica. Basta con le porzioni doppie, basta col pm che un giorno accusa e quello dopo potrebbe giudicare. Dal 27 ottobre il Senato completerà la mise en place. Poi toccherà al popolo, finalmente, decidere se la giustizia deve continuare a essere un banchetto con le stesse facce al tavolo o un vero ristorante con cucina separata. E se la riforma passerà, potremo finalmente dire: “La giustizia non è più un minestrone, ma una ricetta con ingredienti distinti”. Di Redazione

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Corte di Lussemburgo, applausi e sipario

Altro che Paesi sicuri: l’Europa mette in scena una commedia giuridica che confonde poteri e regole del gioco. Chi scrive le regole del gioco democratico conosce bene il principio di separazione dei poteri: il Giudiziario giudica, il Legislativo legifera, l’Esecutivo governa. Peccato che a Lussemburgo abbiano trovato un’interpretazione creativa di Montesquieu, quella che potremmo definire versione espansa: il giudice giudica… e quando vuole riscrive le regole. Il caso è noto: la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la designazione di un Paese terzo come sicuro, anche se prevista da una legge nazionale, non è sufficiente. Deve sempre esserci la possibilità di revisione giudiziaria nel merito, caso per caso. Tradotto: la valutazione di sicurezza fatta da un governo, organo politico, responsabile davanti agli elettori, non basta più. Ora occorre il timbro della giurisdizione europea, che si erge ad arbitro finale di una valutazione che, per sua natura, è politica e non giudiziaria. Il problema è di metodo, prima ancora che di merito. Stabilire se un Paese è “generalmente sicuro” non è un esercizio accademico: è una scelta politica, che implica analisi diplomatiche, rapporti di intelligence, considerazioni strategiche. Elementi che sfuggono, e devono sfuggire, alla giurisdizione. Ma la Corte ha deciso di trasformare questa valutazione in un requisito giuridico, come se la sicurezza internazionale potesse essere trattata alla stregua di una clausola contrattuale. Non stupisce che anche Francia e Germania, non esattamente custodi del sovranismo italico,  abbiano preso posizione contro questa lettura. Berlino ha chiarito che un legislatore nazionale può designare un Paese sicuro tramite atto primario; Parigi ha ricordato la possibilità di introdurre eccezioni per categorie vulnerabili. Insomma, un approccio equilibrato e coerente con la direttiva 2013/32, che parla di “normativa”, non di decisioni giudiziali preventive. Ma la Corte, con elegante disinvoltura, ha preferito ignorare la ratio della norma e imporre la propria. E qui il nodo: non è solo una sentenza, è un cambio di paradigma. Si passa da un sistema dove il giudice garantisce diritti nel singolo caso, a uno in cui il giudice detta le condizioni di legittimità di una scelta politica generale. È ancora giurisdizione o è normazione mascherata? Montesquieu ammoniva: «Tout serait perdu si le même homme exerçait ces trois pouvoirs» (Tutto sarebbe perduto se il medesimo uomo esercitasse i tre poteri). Forse non immaginava che un giorno la frase andasse aggiornata così: «Tutto sarebbe confuso se il medesimo organo si prendesse gusto a farlo». Se questo non è un fallo di confusione di ruoli, poco ci manca. Forse, per coerenza con la logica sportiva che piace tanto all’Europa, non sarebbe male introdurre una regola: quando la Corte invade il campo, due turni di squalifica e ripasso obbligatorio di diritto costituzionale. Perché alla fine resta la domanda più classica, ma anche la più inquietante: chi controlla il controllore? Giuseppe Arnò

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L’alibi di ferro di Nordio 💪

“Nessuno ama colui di cui ha paura.” — Demostene Un ministro della Giustizia non è un passacarte. Non dovrebbe esserlo nemmeno quando lo si mette sotto tiro per un caso così delicato come quello di Almasri, l’ex criminale di guerra libico arrestato in Italia e poi misteriosamente “lasciato andare”. Carlo Nordio ha risposto con freddezza, con quel tono quasi professorale che spesso viene scambiato per arroganza, ma che in realtà è il riflesso di una battaglia istituzionale ben più ampia. Il problema però è che il caso è politico, giudiziario, mediatico e morale allo stesso tempo. Ed è sfuggito di mano. Cosa sta succedendo davvero? Il ministro afferma di essere stato informato ufficialmente solo lunedì 20 gennaio. Le opposizioni sostengono il contrario, portando alla luce messaggi e comunicazioni tra il suo staff e magistrati già nella giornata di domenica. È la solita questione italiana delle date, dei protocolli, delle responsabilità che si aggirano tra le righe. Ma qui non si parla di burocrazia: si parla di un uomo ricercato per crimini gravissimi, arrestato in Italia, e non estradato. Nordio difende la sua posizione con fermezza, come se bastasse la trasparenza promessa (“tutti gli atti saranno pubblici”) a dissipare ogni dubbio. Ma la sensazione, che cresce giorno dopo giorno, è che non si tratti solo di uno scontro su un fatto. È uno scontro sul significato stesso del ruolo che la Giustizia deve avere in questo paese. Un pretesto per colpire la riforma? È qui che Nordio trova il suo “alibi di ferro”: tutto questo, dice, è solo un pretesto per bloccare la sua riforma della Giustizia. Non è un’accusa campata in aria. La sua proposta — separazione delle carriere, depotenziamento del CSM, responsabilità disciplinare per i magistrati — non è piaciuta a molti. Soprattutto non piace a una certa magistratura militante e a un’opposizione che ha perso il terreno del consenso e cerca ora uno scalpo istituzionale. Eppure, proprio perché Nordio sa di trovarsi in una trincea, non può permettersi il lusso di essere ambiguo. Dire “non ne sapevo nulla” oggi non basta. Serve chiarezza totale. Non per chi fa battaglie strumentali, ma per i cittadini che guardano e che hanno tutto il diritto di sapere se il loro ministro è stato onesto o ha omesso qualcosa di grave. Il paragone con Garlasco è inquietante Molti commentatori hanno già paragonato il trattamento riservato a Nordio con i processi mediatici di Garlasco, di Perugia, di Cogne. Casi dove la presunzione di innocenza fu sepolta sotto il fango delle trasmissioni TV e delle inchieste a orologeria. Ma qui non si tratta solo di massacrare un uomo. Qui si sta mettendo in discussione la legittimità di un’intera riforma, e lo si fa nel modo più sporco: colpendo l’uomo simbolo, cercando l’errore, il dettaglio, la crepa. Il ruolo di Piantedosi E come se non bastasse, il Viminale di Matteo Piantedosi ha aggravato il quadro. Almasri non solo non è stato trattenuto, ma addirittura è stato respinto, con un provvedimento che oggi appare quantomeno affrettato, se non del tutto irresponsabile. Il respingimento verso la Libia, per altro in un contesto giuridico internazionale delicatissimo, rappresenta un gesto che ha messo in difficoltà l’intero governo, non solo il ministero della Giustizia. Ma Piantedosi non parla, non si espone, e lascia Nordio solo a reggere la pressione. In un esecutivo compatto, questo suona come una resa. Chi sta armando questa cagnara è ridicolo, pazzo e irresponsabile. Sì, lo è. Perché se davvero qualcuno ha preso un caso così delicato per strumentalizzarlo, non sta danneggiando Nordio. Sta minando il rapporto tra magistratura e politica, tra Stato e cittadino. E lo sta facendo nel momento peggiore, mentre l’Italia è osservata con attenzione per il coraggio o l’incoscienza con cui vuole riscrivere le regole del gioco. Conclusione La verità su Almasri è ancora immersa nel fango delle omissioni, dei silenzi, delle contraddizioni tra poteri dello Stato. Ma ciò che è già chiarissimo è la volontà feroce di abbattere politicamente un ministro scomodo. E non si tratta di difendere Nordio in quanto uomo, ma ciò che rappresenta: un’idea di giustizia liberale, non populista, non ideologica, finalmente separata da quegli intrecci tra PM e carriera che hanno incancrenito il sistema. Il respingimento firmato da Piantedosi, il silenzio di Palazzo Chigi, la caccia al dettaglio da parte dell’opposizione: tutto fa parte di uno schema malato, dove la verità è l’ultima cosa che interessa. Si cerca il simbolo da abbattere, non la responsabilità da accertare. E viene naturale chiedersi: cosa avrebbe fatto un grande giurista come Norberto Bobbio davanti a un simile spettacolo? Non si sarebbe nascosto dietro il formalismo delle carte, ma avrebbe posto una questione più radicale: lo Stato di diritto serve a garantire la legalità, o a nascondere i suoi fallimenti dietro un linguaggio tecnico? Bobbio avrebbe difeso con forza il principio della separazione dei poteri, ma non avrebbe mai accettato che la magistratura diventasse uno strumento di lotta politica. Avrebbe chiesto trasparenza da Nordio, certo, ma avrebbe denunciato con altrettanta forza il clima da fiera dell’accusa che si respira in questi giorni. Bobbio, con la sua etica del dubbio e della responsabilità, ci ricorderebbe che uno Stato non è più giusto solo perché colpisce un ministro, ma lo è quando rispetta le regole anche — e soprattutto — quando fa comodo ignorarle. Nordio, con tutti i suoi limiti e il suo stile a tratti supponente, ha però posto un problema vero, che nessuno può fingere di non vedere: o si riforma la giustizia italiana, oppure continuerà a essere usata come un manganello politico. E quel giorno non si parlerà più di Nordio, né di Almasri, né di nessun caso mediatico. Si parlerà solo del disastro compiuto. E sarà troppo tardi.  

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Mimmo Leonetti – Aule di Giustizia

  Il potere dei giudici: tra diritto creativo e responsabilità Il potere dei giudici è uno spazio enorme, una fonte creativa di nuovo diritto. È precisamente questa legittimazione che oggi viene riconosciuta all’espansione extra-legale del potere giudiziario da molteplici orientamenti dottrinari, pur nella diversità dei rispettivi approcci teorici.Ciò che accomuna tutti questi orientamenti è il primato riconosciuto alla giurisdizione rispetto alla legislazione come fonte creativa di diritto, l’abbandono (spesso scettico) dell’idea di subordinazione della prima alla seconda e la centralità attribuita al caso concreto, non soltanto nell’attività probatoria, ma anche nell’interpretazione della legge. Il problema nasce quando il giudice applica regole che non esistono, oppure non applica regole che esistono; quando fa ciò che spetta al Parlamento; insomma, quando – come si dice oggi – il giudice “fa il fenomeno”. Il giudice deve anteporre la tutela della salute e della vita rispetto all’interesse legittimo del Ministero della Giustizia di cui all’articolo 97 della Costituzione italiana:«La pubblica amministrazione deve operare in modo efficiente, efficace, economico e rispettoso delle procedure…». Il giudice deve colmare il vuoto normativo. L’interesse legittimo ha anche natura sostanziale, poiché si correla a un interesse materiale del titolare verso un bene della vita: la sua lesione (in termini di sacrificio o di insoddisfazione) può concretizzare un danno. L’articolo 32 della Costituzione afferma:Tutela della salute: La Repubblica Italiana riconosce la salute come un diritto fondamentale, sia per l’individuo sia per la collettività. La garanzia dei diritti e l’imparzialità riguardano anche l’operazione di individuazione di nuovi diritti, immediatamente garantiti, in quanto ritenuti rilevanti, emergenti, opportuni, giusti, condivisi, necessari, ecc.Questi diritti possono emergere attraverso letture dell’ordinamento giuridico alla luce dei principi costituzionali – i quali, essendo generali per natura, possono prestarsi a interpretazioni anche contrastanti – e in funzione di un’estensione delle garanzie ivi riconosciute.Tale dinamica può tuttavia generare un possibile cortocircuito tra le diverse tutele. L’imparzialità del giudizio può essere compromessa, soprattutto nei processi considerati minori, quando il giudice si sente distante, non partecipe dei fatti della vita che va a giudicare, oppure quando pigrizia, superficialità o conformismo prendono il sopravvento.Sono le motivazioni che devono essere attentamente valutate, poiché in esse può celarsi un giudizio non equilibrato. La dovuta chiarezza deve ispirare il duplice volto dell’imparzialità: da una parte l’indipendenza dell’ordine giudiziario dagli altri poteri («La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere»: art. 104 Cost.), dall’altra l’imparzialità richiesta nello svolgimento concreto dell’attività processuale (da parte del giudice giudicante, ma anche da parte del sistema giustizia nel suo insieme), affinché le decisioni siano conformi ai “canoni” della legge, valutati in base all’esperienza giuridica («I giudici sono soggetti soltanto alla legge»: art. 101 Cost.). La mancanza di imparzialità da parte del giudice rappresenta un rischio per la tenuta del sistema democratico e per la tutela effettiva dei diritti umani fondamentali. Al giudice spetta custodire il legame tra giustizia e verità nella fedeltà ai valori umani fondamentali, poiché non si deve dimenticare che il beneficiario ultimo della giustizia è, prima di tutto, l’uomo.Senza questo slancio morale – che può essere considerato la ragione stessa del diritto – l’applicazione della legge si riduce a una vuota operazione meccanica. L’indipendenza del giudice è anche espressione della sua credibilità, che non riguarda soltanto i tratti della persona fisica del magistrato, ma costituisce «un valore essenziale in uno Stato democratico». “Dunque, al calzolaio noi impedivamo di voler essere agricoltore o tessitore o architetto, e gli imponevamo di essere soltanto calzolaio, affinché riuscisse bene nella sua arte; e a ciascuno degli altri assegnavamo un solo compito, per cui era nato e in cui, trascurando ogni altra attività e dedicandosi a quella per tutta la vita, avrebbe potuto eccellere.”(Platone, La Repubblica, Libro II, 374b-c)

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Baby Reborn: Coi Pupazzi, Cose da Pazzi (senza offesa per Salemme)

In un mondo dove l’assurdo non solo ha preso casa, ma ha anche fatto il mutuo, ecco a voi la nuova, scintillante tendenza: i baby reborn. Bambolotti iperrealistici, simili in tutto e per tutto ai neonati veri – tranne per il piccolo dettaglio che non respirano, non piangono e non hanno nemmeno il codice fiscale. Baby reborn: coi pupazzi, cose da pazzi.Nel senso semantico e clinico del termine, sia chiaro. E senza alcun riferimento al film del 2005 diretto da Vincenzo Salemme, che a confronto con questa realtà pare un manuale di igiene mentale. Il fenomeno ha ormai varcato ogni soglia di decenza logica. Sedicenti “madri” (e qualche “padre”, perché l’idiozia è inclusiva) portano in giro le bambole come figli veri. Passeggini, biberon, pannolini, bagnetto, ninna nanna. E se finisse qui potremmo anche cavarcela con una scrollata di spalle. Ma no. C’è chi chiede il congedo di maternità, chi pretende posti riservati, e chi – udite udite – si infila nelle corsie preferenziali dei servizi pubblici grazie a un pupazzo in braccio. Ed è proprio qui che il delirio ha raggiunto il livello legislativo. In Brasile, infatti, è stato presentato un disegno di legge alla Camera dei Deputati che prevede una multa fino a 20 salari minimi per chi tenta di saltare la fila con un “figlio” reborn in braccio. Il legislatore, evidentemente con ancora un briciolo di lucidità residua, ha sottolineato che i servizi pubblici potrebbero essere danneggiati da questa pratica assurda. Siamo al punto che lo Stato deve tutelarsi… dai pupazzi. Sì, avete capito bene: siamo arrivati al punto in cui il Parlamento discute su come difendersi non da minacce economiche, non da crisi internazionali, ma da bambole di plastica travestite da neonati. Perché evidentemente le priorità dell’umanità si sono spostate nel reparto giocattoli. E intanto, i magistrati di mezzo mondo si trovano a valutare se concedere o meno il diritto al puerperio per chi “accudisce” un oggetto. La giurisprudenza si piega, la logica si spezza, il senso comune si eclissa. E nessuno ride. O forse sì, ma è una risata isterica. Del resto, se c’è una cosa che questo mondo non ci fa mai mancare, è una testa fuori fase in più: che sia al potere o sul divano con la bambola in braccio, la follia si distribuisce equamente, come i volantini al mercato. E allora, davanti a questa sfilata di pupazzi trattati come neonati e norme pensate per contenere la fantasia sfrenata degli adulti, non ci resta che una sola preghiera:Signore, abbi pietà di noi… accogli la nostra supplica e liberaci da questi mali.O almeno, spediscici un po’ di buon senso. Anche usato va bene. Giuseppe Arnò

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