Barcellona -Il teatro delle regole (mentre il mondo improvvisa)

Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza X X C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere. Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione. Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota. Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra. Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti. Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere. Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo. Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate. Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno. In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista. E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Pacifisti da tastiera e generali da salotto

Condannare le guerre è facile; capirle è difficile; risolverle è rarissimo. E intanto il mondo brucia, tra indignazioni selettive e responsabilità evitate.   “Homo homini agnus?” No, non esiste. È una bella invenzione da omelia domenicale, utile quanto un ombrello bucato sotto il monsone. L’uomo, semmai, resta quello descritto da Thomas Hobbes: homo homini lupus. E non per cattiveria gratuita, ma per un cocktail antico di paura, interesse e potere. Dalla Guerra di Troia al sito di Jebel Sahaba, dodicimila anni fa, quando ancora non c’erano talk show ma si discuteva già a colpi di freccia, la guerra è stata una costante, non un incidente. E oggi, con la tecnologia che ci permette di litigare in tempo reale su ogni latitudine, siamo riusciti nel capolavoro: globalizzare anche il conflitto. I numeri non hanno bisogno di retorica: decine di guerre attive, centinaia di migliaia di morti, e un’umanità che commenta come allo stadio. Si fischia, si applaude, si cambia canale. Ma raramente si capisce. Perché qui sta il punto: criticare una guerra è doveroso; farlo senza conoscerne le cause è un lusso pericoloso. Oggi il bersaglio preferito sono Israele e gli Stati Uniti, con Donald Trump e Benjamin Netanyahu elevati a punching ball globali, mentre altre partite si giocano con meno telecamere e più pazienza strategica. Vladimir Putin ha trasformato la guerra in abitudine visiva: dopo un po’, anche le bombe diventano sfondo. E Xi Jinping, con l’eleganza di chi non alza mai la voce, costruisce equilibri che non fanno rumore ma pesano come macigni. Non è questione di assolvere o condannare: è questione di vedere tutto il quadro, non solo il fotogramma che ci piace. Come ricordava Malcolm X, “sbagliato è sbagliato, non importa chi lo fa”. Ma noi, più modestamente, preferiamo stabilire chi ci sta simpatico. È meno faticoso. E poi c’è l’Europa. Vecchia, saggia, elegante. E immobile. Proclama, discute, firma documenti, organizza vertici. Una sinfonia perfetta di buone intenzioni. Peccato che, nel frattempo, la storia vada avanti senza aspettare i verbali. L’Europa critica, spesso con ragione, ma agisce poco. È un arbitro senza fischietto, che ammonisce a voce bassa mentre la partita degenera. Si dirà: “Ma cosa possiamo fare noi?”. Domanda legittima, risposta scomoda: almeno smettere di essere parte del problema. Perché chi si limita a tifare, per uno o per l’altro, senza capire, senza informarsi, senza pretendere soluzioni serie, contribuisce a mantenere il conflitto nel suo habitat naturale: l’ignoranza rumorosa. Il Papa fa il suo mestiere: predica pace, invita al dialogo, ricorda che l’uomo dovrebbe essere migliore di ciò che è. Finché resta in questo perimetro, che Dio lo benedica. Quando la politica entra dalla porta, la fede spesso esce dalla finestra. E il rischio è che anche il Vangelo diventi un comunicato stampa. Intendiamoci: nessuna guerra è giusta. Ma molte sono spiegabili. E tra il capire e il giustificare c’è la stessa differenza che passa tra un medico e un complice. La verità è che il mondo non ha bisogno di altri spettatori indignati. Ha bisogno, parola ormai fuori moda, di responsabilità. Di analisi. Di coraggio nel dire ciò che non piace alla propria fazione. Perché alla fine la distinzione non è tra buoni e cattivi. È tra chi prova a capire e chi si accontenta di gridare. E, per dirla senza troppi giri di parole: il problema non è che le guerre esistano. È che continuino a trovare pubblico.   Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Balle verdi, rosse e gialle

Cronaca semiseria di un mondo raccontato a parole, mentre la realtà, ostinata, continua a fare di testa sua C’è un’invasione silenziosa che non fa rumore di carri armati né di sirene, eppure assedia ogni nostra giornata con puntualità svizzera: l’invasione delle chiacchiere. Non si vedono, non si toccano, ma sono ovunque. Escono dai televisori, rimbalzano sui giornali, scivolano negli smartphone, si posano sui tavolini dei bar e si infilano perfino nei salotti dove, con aria sapiente, ciascuno si sente stratega del mondo. Sono le balle verdi, rosse e gialle: variopinte, ben confezionate, spesso persuasive, quasi mai ancorate alla dura e testarda sostanza dei fatti. La grande industria del racconto contemporaneo vive di questo: costruire mondi plausibili, se non veri; verosimili, se non possibili; desiderabili, se non realizzabili. Si annunciano tavoli diplomatici, incontri storici, aperture decisive, svolte epocali. Un vicepresidente, un inviato speciale, un genero, un emissario, una delegazione: la coreografia è impeccabile. Il lessico pure. “Dialogo”, “distensione”, “trattativa”, “pace possibile”. Tutto molto elegante, tutto molto rassicurante. Poi arriva la realtà, che ha il brutto vizio di non leggere i comunicati stampa. Nel caso iraniano, per esempio, si continua a vendere l’illusione dell’accordo imminente come si vendono i saldi di fine stagione: grandi cartelli, molta enfasi, poca merce reale sugli scaffali. Si discute di stretto di Hormuz, di sanzioni, di danni di guerra, di cessazione delle ostilità. Ma i nodi centrali, il nucleare, la capacità missilistica, il potere teocratico, restano lì, immobili come colonne di marmo. Ed è proprio qui che la chiacchiera si separa dal fatto. Perché si può parlare di pace per settimane, convocare summit, diffondere indiscrezioni e far sognare i commentatori; ma se i punti essenziali non sono negoziabili, l’accordo rischia di essere soltanto un elegante involucro vuoto. Alla fine, come spesso accade, entrambe le parti grideranno vittoria. È il miracolo lessicale della politica moderna: perdere e raccontarlo come un successo. I morti restano, i danni pure, i problemi anche; ma il titolo del giorno dopo parlerà di “passo avanti”. Un pugno di mosche, infiocchettato come una colomba della pace. L’Iran resterà ciò che è: un sistema teocratico e autoritario, impermeabile alle carezze retoriche dell’Occidente. Gli Stati Uniti, con tutta la loro armata e la loro potenza scenografica, scopriranno ancora una volta che la forza non sempre genera risultato, e che il prestigio non si misura dal tonnellaggio delle portaerei. Molto fumo, molti danni, moltissime parole. Il mondo finirà, come nei racconti della nonna, a tarallucci e vino; salvo poi ricominciare la settimana successiva con una nuova crisi, una nuova emergenza, una nuova narrazione salvifica. Non va diversamente in casa nostra. Certa stampa, con l’entusiasmo dei veggenti da salotto, aveva già preparato il funerale politico del governo, con dimissioni annunciate, elezioni anticipate, ribaltoni immaginati e futuri ministri già seduti nelle poltrone della fantasia. Era un romanzo, non una cronaca. I “contras” si vedevano già al governo, vittoriosi in una realtà che esisteva solo tra editoriali compiacenti e conversazioni da aperitivo. Ma, ancora una volta, la realtà ha avuto la scortesia di non collaborare: il governo prosegue, anzi procede con maggior decisione, forte di recenti potature e dell’appoggio del proprio elettorato. E così il castello di carte delle previsioni mediatiche si sgonfia, lasciando dietro di sé solo il fruscio della carta stampata e qualche opinione riscaldata. Il vero male del nostro tempo, forse, non è l’errore, ma l’eccesso di parola. Si parla troppo di tutto, tutti i giorni, da tutti i pulpiti. La critica è diventata riflesso automatico, la previsione un passatempo, l’illusione un prodotto editoriale. Non si osservano più i fatti: li si anticipa, li si interpreta, li si piega, li si colora secondo convenienza. Viviamo in un mondo dove la chiacchiera precede l’evento e, talvolta, pretende perfino di sostituirlo. Forse gli antichi, in questo, avevano capito più di noi. Ci hanno lasciato due orecchie e una sola bocca non per un capriccio anatomico, ma per una lezione di civiltà: ascoltare di più, parlare di meno. Sarebbe già una piccola rivoluzione. Ma temo che, in tempi di opinioni a getto continuo, anche questa finisca per restare, mi si perdoni l’ironia finale, soltanto un’altra bella chiacchiera. E come tutte le chiacchiere del nostro secolo, farà molto rumore fino al prossimo titolo. Di  Redazione 

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Tra tribunali e templi: il GOI smarrisce il compasso

Dalla “guerra totale” per i gradi superiori all’appello per una Massoneria universale: il corto circuito tra cronaca e visione Il Grande Oriente d’Italia non attraversa una semplice stagione di turbolenze, ma una crisi che ha assunto i contorni di una vera e propria contesa di potere. Altro che dispute rituali o fisiologiche divergenze: sul tavolo c’è il controllo dei gradi superiori, cioè uno dei nodi più sensibili dell’architettura massonica. Il risultato è un conflitto aperto, con accuse incrociate di irregolarità, tentativi di scissione e, inevitabilmente, un approdo nelle aule del Tribunale civile di Roma, dove i “profani” sono chiamati a dirimere ciò che dovrebbe restare materia iniziatica. Il “pennacchio”, per usare una metafora che sa di bottino più che di simbolo, è diventato l’oggetto di una contesa che ha poco di esoterico e molto di terreno. E mentre le parti si affrontano a colpi di carte bollate, l’immagine stessa dell’Istituzione ne esce logorata, trascinata in una dimensione che contraddice la sua pretesa di riservatezza e autonomia. Eppure, solo pochi mesi fa, il quadro appariva ben diverso, o, quantomeno, così veniva raccontato. Nel novembre 2025, durante l’International Masonic Symposium promosso anche grazie al patrocinio della Rivista “Cadena Fraternal”, si respirava tutt’altra aria. Relatori provenienti da quattordici nazioni e delegazioni di numerose Obbedienze avevano dato vita a un confronto internazionale orientato a un obiettivo ambizioso: costruire ponti, non muri, per una Massoneria del Terzo Millennio capace di ritrovare la propria universalità. In quel contesto si inseriva l’intervento del Sovrano Gran Commendatore Mimmo Leonetti, che richiamava il “principio speranza” del filosofo Ernst Bloch come fondamento di un rinnovato impegno massonico. Costruire il Tempio, sosteneva, significa ricucire il tessuto lacerato della convivenza, restituire senso alla dimensione spirituale e operare, con gesti semplici e coerenti, per il bene dell’Umanità universale. Nessun massone è un’isola, ricordava Leonetti: ogni fratello e ogni sorella partecipano a un’opera comune che trova nella dignità della persona il suo cardine. Il contrasto tra queste parole e la cronaca attuale è, per usare un eufemismo, stridente. Da un lato, l’ideale di una costruzione paziente, quotidiana, orientata all’unità; dall’altro, la realtà di una frammentazione che sembra privilegiare il controllo rispetto al senso, la giurisdizione rispetto alla visione. Viene da chiedersi se il Tempio evocato nei convegni internazionali sia lo stesso che oggi si tenta di presidiare nei tribunali. O se, più semplicemente, si tratti di due edifici diversi: uno simbolico, fatto di parole alte e citazioni illustri; l’altro molto concreto, dove contano statuti, poteri e competenze. In fondo, il rischio è sempre quello già intuito dagli antichi: che ciò che non giova all’alveare non giovi neppure all’ape. E qui l’alveare sembra sempre più rumoroso, ma sempre meno operoso. Perché i ponti, a differenza dei pennacchi, non si conquistano: si costruiscono. E richiedono una virtù ormai rara, la coerenza. Senza quella, anche il Tempio più evocato finisce per somigliare a un cantiere abbandonato. E, come direbbe qualcuno, a quel punto non resta che chiudere i lavori. Ma non per inaugurazione. di Redazione

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La fine del diritto o il diritto dei più forti

La nube di polvere e fumo che si  alza costantemente dalle rovine di Teheran non ha nemmeno lontanamente il sapore di quella libertà tanto decantata dal Presidente americano, ma sa di cemento e macerie precedentemente esplose, di corpi bruciati e di quella sensazione metallica che lascia in bocca ai superstiti la voglia di vendetta e di scatenare, purtroppo, terrore e stragi ovunque nel mondo. Con l’azione bellica americana è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto Internazionale che avevamo finto di rispettare per più di ottant’anni. Parlare di attacco preventivo davanti a quello che rimane di una scuola di Teheran, ci fa capire crudamente che le vittime non hanno trovato certamente la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria. Si bombarda per togliere il velo alle donne ma le si restituisce alla terra, chiuse in un telo neanche lontanamente dignitoso. La guerra non è mai stata la soluzione, ma è sicuramente una distrazione suprema. Serve ad addormentare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a far passare in secondo piano i processi e la vicenda dei file Epstein, a nascondere le crisi economiche, messe sotto il tappeto a stelle e strisce del più becero e rozzo patriottismo. Se oggi è diventato lecito sbarazzarsi di un Capo di Stato sovrano perché se lo meritava, chi fermerà Pechino quando deciderà di fare lo stesso con Taiwan? O quando Putin volesse fare altrettanto con l’Ucraina o magari con qualcun altro? Il Diritto Internazionale non è un “menu à la carte”: o è universale e rispettato da tutti, o è una sorta di copertura ad uso e consumo dei bulli planetari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, è oltremodo evidente che  potrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino, Pyongyang o anche altri. Ci disperiamo per l’Ucraina aggredita ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da decerebrati. Sanzioniamo il tiranno di Mosca ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti. Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe, la storia ci ha tristemente insegnato, partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta per comportarsi allo stesso modo. Noi tutti siamo purtroppo spettatori  paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come futuri possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto crudele e pericoloso, dove chi ha le armi migliori preme con il dito sul grilletto e scrive la storia; tutti noi aspettiamo solo di sapere chi saranno i prossimi a finire sui necrologi dei giornali, nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo terza non renderebbe affatto l’idea della sua esatta dimensione reale. Alex Ziccarelli * Immagine con I.A.  

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Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.” Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua. La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile. Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri. Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio. È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola. Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti. Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è. In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature. Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana. L’acqua. Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie. Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio. Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda. E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete. Giuseppe Arnò

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La carne è debole, il titolo è fortissimo

   Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

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Lettera aperta alla Presidente del Consiglio dei Ministri On. Giorgia Meloni

Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Ricordo bene le Sue parole del 15 ottobre 2021, quando, con sensibilità ed attenzione, decise di condividere pubblicamente la mia storia, definendomi una persona umile, coraggiosa e dignitosa e chiedendo allo Stato di ammettere le proprie responsabilità e di dimostrare con i fatti il valore di chi si è ammalato servendo la Patria. Non ho mai vissuto le Sue parole come dichiarazioni di circostanza, ma come espressione autentica della vicinanza che Lei ha sempre dimostrato verso gli uomini e le donne in uniforme. Oggi Lei ricopre il più alto ruolo di Governo e, proprio per questo, mi permetto di scriverLe con fiducia e profondo senso di rispetto per le Istituzioni. In questi anni, ho continuato a credere nello Stato, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ingiustizie che hanno segnato il mio percorso umano e professionale. Non ho mai chiesto privilegi, né trattamenti di favore — quelli che troppo spesso sembrerebbero dividere le Vittime del Dovere in vittime di serie A e vittime di serie B. Ho chiesto soltanto verità, rispetto e giustizia. Persino la richiesta simbolica di un solo euro di risarcimento, accompagnata da semplici scuse istituzionali rappresenterebbe un gesto morale più che materiale, rivolto non solo a me, ma a tutti coloro che hanno pagato con la salute il proprio dovere. Ciò che oggi chiedo, con dignità e fermezza, è di poter riavere quell’ uniforme che sento essermi stata strappata di dosso, non per mancanze verso lo Stato, ma, probabilmente, per quanto assurdo, dovendo trovare un senso a ciò che è accaduto, per aver raccontato, denunciato e dimostrato la verità dei fatti. Presidente, Lei ha sempre dimostrato, in ogni contesto pubblico, una sincera attenzione verso chi serve lo Stato con disciplina e onore. Proprio per questo motivo, sento il dovere di rappresentarLe che quanto continua ad accadere nella mia vicenda non appare coerente con quello spirito di vicinanza e di giustizia che Lei stessa ha più volte affermato. Non si tratta di mettere in discussione l’azione del Governo, ma di evidenziare come, a livello amministrativo ed umano, permangano situazioni che rischiano di tradire quei valori di rispetto e responsabilità verso i servitori dello Stato che Lei ha sempre difeso. Da tempo ho chiesto, con educazione e discrezione, di poter conferire con il Ministro della Difesa, On. Guido Crosetto, senza mai ottenere non dico l’onore ed il privilegio di un incontro, ma neppure una risposta, seppur negativa. Comprendo i molteplici impegni istituzionali e le complessità delle agende di Governo, ma credo che vi siano vicende che meritino un ascolto diretto, umano e personale, soprattutto quando riguardano la dignità di chi ha servito la Nazione fino alle estreme conseguenze. Per questo motivo mi rivolgo a Lei, non solo come Presidente del Consiglio, ma come persona che ha già dimostrato sensibilità verso la mia storia. Le chiedo la possibilità di un confronto diretto, sincero ed istituzionale, affinché possa ascoltare personalmente quanto accaduto e valutare con la Sua autorevolezza una vicenda che non riguarda solo me, ma il significato stesso di cosa voglia dire essere e rimanere servitori dello Stato. Sono certo che con il Suo senso delle Istituzioni, unito alla Sua attenzione verso chi indossa o ha indossato un’uniforme, saprà cogliere il valore umano e morale di questa richiesta. In attesa di un Suo cortese riscontro alla presente, con rispetto e spirito di servizio, l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti. Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi. Colonnello Carlo Calcagni

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Porte chiuse (finalmente) e fantasmi in fuga

Dalla lista dei Paesi sicuri al blocco navale: l’Europa scopre che l’ospitalità è una virtù, ma non un colabrodo “L’Europa non si farà d’un colpo”, ammoniva Robert Schuman, “ma attraverso realizzazioni concrete”. E infatti ci sono voluti anni di convegni, tavoli tecnici, vertici straordinari e indignazioni ordinarie per scoprire che, lasciando la porta spalancata, non entrano solo i pellegrini ma anche il cavallo di Troia. E talvolta pure gli “invasori”, per dirla con linguaggio che fa inorridire i salotti ma descrive bene i moli. La notizia del giorno, tra un oro olimpico, un antagonista che cerca lo scontro e un talk show che cerca l’audience, è che l’Unione europea ha finalmente ratificato la lista dei Paesi sicuri. Traduzione: rimpatri più facili. Traduzione della traduzione: ciò che fino a ieri era disumano, oggi è europeo. La linea Meloni è passata. E non da sola. Si parla di un asse Meloni–Merz, una scossa conservatrice che promette di ridisegnare l’Europa più di mille dichiarazioni di principio. Non è ancora una nuova Santa Alleanza, ma è qualcosa di più concreto: un cambio di paradigma. Dalla solidarietà a senso unico alla solidarietà di fatto. Che, per Schuman, era il primo mattone dell’edificio europeo. Per noi, è almeno una serratura funzionante. Il ddl Sicurezza sul tavolo del Consiglio dei ministri non è un romanzo d’appendice. È un elenco puntuale: blocco navale in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale; interdizione temporanea delle acque territoriali; sanzioni fino alla confisca delle imbarcazioni per chi viola il divieto; possibilità di trasferire i migranti irregolari in Paesi terzi con cui esistono accordi. Durata limitata, prorogabile. Non l’apocalisse, ma un regolamento. Costituiscono minaccia grave, recita la bozza, il rischio concreto di terrorismo, infiltrazioni, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, grandi eventi internazionali. In altre parole: lo Stato si riserva il diritto di difendersi quando è sotto pressione. Un’idea che fino a ieri sembrava eversiva. L’opposizione, nel frattempo, rincorre fantasmi. Da Venezia a Sanremo, manca solo la staffetta dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno. Fino all’altro ieri Vannacci era il generale utile a mettere in difficoltà il governo; oggi è un estremista putiniano. Gratteri, con brutalità partenopea, ricorda che le battaglie si fanno per convinzione, non per convenienza. E la frase resta lì, sospesa come un esame di coscienza collettivo. I giudici reagiscono alla conferma della data del referendum; Cassese sostiene che la riforma renderà le toghe più indipendenti; un ex giudice della Consulta parla di pm liberi e Csm senza correnti. Nel frattempo, Ranucci replica, Giletti incalza, Cerno viene attaccato, e il Paese discute con la passione di chi ama la polemica più delle soluzioni. Fuori dall’aula, il mondo continua. Zelensky apre a Trump: elezioni entro il 15 maggio, colloqui negli Usa. Ma “senza sicurezza non ci saranno annunci”. È una frase che potrebbe valere anche per l’Europa: senza sicurezza non c’è politica che tenga, né solidarietà che regga. Sui rimpatri sicuri si è giocata una partita ideologica, spesso più teatrale che giuridica. Eppure il principio è semplice: distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha. Non è crudeltà, è amministrazione. Non è chiusura, è selezione. L’ospitalità è una virtù cristiana; l’incoscienza, no. Si è finalmente compreso, forse per stanchezza, forse per realismo, che un flusso inarrestabile destabilizza economia, sanità, politica e quel poco benessere che l’Europa ha faticosamente costruito. Il troppo stroppia, diceva la saggezza popolare. Seneca, più elegantemente, avvertiva che ogni eccesso porta alla rovina. L’Unione, se vuole diventare potenza e non solo platea, deve proteggere i suoi confini come protegge le sue regole. Non per paura del mondo, ma per non dissolversi in esso. Per anni abbiamo confuso l’accoglienza con l’assenza di confini. Ora scopriamo che una casa senza porte non è più accogliente: è semplicemente occupata. E l’Europa, se vuole essere casa, deve almeno avere le chiavi. Giuseppe Arnò

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Board of Peace: il mondo ci invita, casa nostra ci respinge

  Tra prestigio internazionale, diplomazia da adulti e città che fanno paura anche agli ospiti C’è una curiosa legge non scritta della politica internazionale: quando l’Italia smette di fare la comparsa, qualcuno si affretta a offrirle un ruolo da protagonista. È successo anche stavolta, con il Board of Peace, creatura partorita a Davos, presieduta da Donald Trump in persona (non dagli Stati Uniti, badiamo bene: proprio da lui), e pensata per mettere un po’ d’ordine laddove la pace è diventata una tregua stanca, come a Gaza. L’Europa, al solito, ha reagito come davanti a un piatto troppo speziato: Francia e Spagna hanno detto no, Bruxelles ha arricciato il naso, Londra si è indignata per la lista degli invitati. L’Italia, invece, ha fatto qualcosa di insolito: ha riflettuto. Giorgia Meloni non ha firmato col pilota automatico, ma nemmeno ha sbattuto la porta. Ha chiesto garanzie, modifiche allo Statuto, rispetto della Costituzione. Tradotto: disponibilità sì, sudditanza no. Ed è già una notizia. Non è un mistero che Washington voglia Roma nel Board. Non per mandare soldati allo sbaraglio, ma per valorizzare ciò che sappiamo fare meglio: mediazione, addestramento, credibilità. I Carabinieri che formano le future forze di polizia palestinesi sono un’idea concreta, pragmatica, persino elegante. Altro che i soliti comunicati indignati. Qui si parla di costruire istituzioni, non slogan. E il prestigio, intanto, cresce. L’Italia conta di più nei dossier che contano. Viene cercata, ascoltata, corteggiata. Mentre sulle piste di Kitzbühel Franzoni vola e Sinner resiste al caldo australiano come un monaco tibetano con la racchetta, il tricolore torna a essere sinonimo di affidabilità. Fuori, tutto sembra funzionare. Dentro, però, scricchiola. Perché mentre l’Italia viene chiamata a garantire sicurezza a Gaza, non riesce a garantirla a Milano. E non lo diciamo noi: lo dicono gli ospiti. Fa impressione, e un po’ vergogna, che il presidente della Repubblica di Corea, parlando delle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbia sentito il bisogno di raccomandare “particolare attenzione alla sicurezza dei nostri cittadini”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: abbiamo sentito certe cose. Qui non c’entra l’assenza di volontà del governo. I provvedimenti ci sarebbero, le intenzioni pure. Ma ogni tentativo di rafforzare strumenti e uomini trova un’opposizione che preferisce politicizzare la paura anziché ridurla, e una Giustizia spesso indulgente, che confonde la clemenza con la resa. Risultato: città nervose, cittadini guardinghi, e una fama che corre più veloce delle riforme. Invocare nuove leggi, più forze dell’ordine, persino ronde, chiamiamole pure con questo termine gergale, tanto l’ipocrisia non aumenta la sicurezza, non è autoritarismo: è buon senso. Non possiamo permetterci che Milano entri in classifiche che non le competono, né che il prestigio internazionale venga smentito dalla cronaca nera domestica. Il paradosso è tutto qui: siamo abbastanza maturi per aiutare il mondo a fare pace, ma non ancora abbastanza risoluti per difendere le nostre strade. Marilyn Monroe diceva di fermarsi quando si è finito, non quando si è stanchi. Vale anche per la politica. Il Padreterno aiuta, sì, ma, come sempre, non firma i decreti al posto nostro. E allora avanti: nel Board of Peace, senza ingenuità. Nelle città, senza timidezze. Perché la pace lontana è un onore; la sicurezza vicina è un dovere. E su certi doveri, Montanelli avrebbe detto, non si negozia: si governa. Giuseppe Arnò

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