Grazie dei fiori. Oggi basta una pistola

Dal Festival di Sanremo ai summit della NATO: la storia di un mondo che ha sostituito i bouquet con i souvenir balistici. E continua a chiamarlo progresso. di Giuseppe Arnò “Grazie dei fiori…” cantava Nilla Pizzi. E noi, senza saperlo, vivevamo in un’epoca nella quale i ringraziamenti avevano ancora il profumo delle rose. Eravamo poveri, certo. Ma la povertà, almeno, non pretendeva di essere intelligente. La televisione proponeva Il Musichiere e i documentari di Piero Angela; la politica litigava con se stessa senza trascinare il pianeta sull’orlo dell’abisso; la magistratura faceva la magistratura e la Cina era un’immensa cartina geografica che pochi avrebbero saputo indicare con precisione. Perfino Vladimir Putin brindava con Silvio Berlusconi, mentre gli Stati Uniti, patria di Frank Sinatra più che dei dazi, sembravano i custodi di un ordine mondiale che oggi ricordiamo quasi con tenerezza. Poi il mondo ha deciso di evolversi. E l’evoluzione, come spesso accade, ha preso una strada curiosa. Così accade che a un vertice della NATO il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan omaggi gli ospiti con una pistola personalizzata, completa di proiettili e firma. Non un elegante fermacarte. Non una penna. Nemmeno una cravatta. Una pistola. Un tempo si regalavano fiori. Oggi si regalano armi da collezione. Domani, di questo passo, per gli anniversari di matrimonio basterà un drone. Forse è un lapsus freudiano. Oppure è semplicemente lo specchio dei tempi. Quando si trascorrono le giornate parlando di riarmo, deterrenza, missili e fronti di guerra, anche il galateo finisce per arruolarsi. Del resto, il mondo sembra aver smarrito il vocabolario della pace. Le guerre si moltiplicano, le diplomazie arrancano e l’umanità si comporta come quel fumatore incallito che, tossendo, continua ad accendersi un’altra sigaretta. Napoleone sosteneva che la pace duratura fosse poco più di una parentesi tra due conflitti. Difficile dargli torto: di guerre era un esperto sul campo, non un opinionista da salotto televisivo. E noi? Ci stiamo lentamente abituando all’eccezione. La guerra diventa normalità, mentre la pace assume l’aspetto di una nostalgica cartolina d’altri tempi, insieme ai 45 giri, alle cabine telefoniche e ai mazzi di garofani. Qualcuno continua a sperare che l’uomo riesca finalmente a smentire il vecchio homo homini lupus. È una speranza rispettabile. Ma la cronaca quotidiana sembra divertirsi a smentirla con puntualità svizzera. Così, mentre ricordiamo con malinconia quel semplice “Grazie dei fiori”, ci accorgiamo che il vero souvenir dei nostri tempi non è più un bouquet, ma un’arma elegantemente confezionata. E forse la storia, che possiede un raffinato senso dell’umorismo, sta soltanto cercando di dirci una cosa: il progresso corre veloce, ma non sempre nella direzione giusta. Per il resto, come si diceva una volta nelle borgate romane, non resta che affidarci alla Provvidenza. Aò… che Dio ce la mandi buona. Prima che qualcuno pensi di recapitarcela con corriere espresso. * Foto by Canva remixed

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Mimmo Leonetti, schegge di pensiero.

MIMMO LEONETTI ALL’ARA PACIS “La via del Rito Scozzese Antico e Accettato 1778 italiano come dialogo fra fede e ragione” Una riflessione sul dialogo interreligioso, sulla libertà di coscienza e sulla ricerca di valori condivisi a partire dal simbolo universale dell’Ara Pacis Augustae. ROMA – Nell’ambito degli incontri dedicati al dialogo interreligioso e alla cultura dell’incontro, Mimmo Leonetti presenta il saggio “La via del Rito Scozzese Antico e Accettato 1778 italiano come dialogo fra fede e ragione”. Prendendo spunto dall’Ara Pacis Augustae, l’altare della pace voluto da Augusto oltre duemila anni fa, il testo propone una riflessione sul rapporto tra fede e ragione e sulla possibilità di costruire spazi di confronto autentico tra persone portatrici di differenti visioni del mondo. L’Ara Pacis rappresenta uno dei simboli più duraturi della convivenza civile: un luogo nato per celebrare la pace come frutto dell’ordine, della concordia e del riconoscimento reciproco. Da questa immagine prende avvio una riflessione sul valore contemporaneo del dialogo e sul contributo che il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778, nella sua tradizione italiana, può offrire alla costruzione di una cultura dell’ascolto e del rispetto. «Fede senza ragione diventa fanatismo. Ragione senza fede diventa vuoto. Il simbolo costituisce il ponte tra questi due linguaggi, perché suggerisce senza imporre e invita alla ricerca senza pretendere di possedere la verità». Il saggio sviluppa il tema della conoscenza come cammino graduale, nel quale la dimensione razionale e quella spirituale non si escludono, ma si completano reciprocamente. La tradizione simbolica del Rito viene così proposta come strumento di dialogo, capace di accogliere sensibilità, culture e convinzioni differenti nel rispetto della libertà di coscienza. Particolare attenzione viene dedicata al valore del riconoscimento reciproco tra persone appartenenti a diverse tradizioni religiose, filosofiche e culturali. Non l’uniformità delle convinzioni, ma la condivisione di un metodo fondato sull’ascolto, sul rispetto e sulla ricerca sincera della verità. L’Ara Pacis diventa così metafora di uno spazio aperto: un luogo in cui identità differenti possono convivere senza rinunciare alle proprie radici, trasformando la diversità in occasione di crescita comune. TESTO DELL’INTERVENTO L’Ara Pacis Augustae non celebra una vittoria militare. Celebra la fine di una guerra civile. Augusto comprese una verità semplice: la pace non si impone con le spade, ma si costruisce attraverso simboli che tutti possono riconoscere. Per questo l’altare è aperto, circondato da processioni di senatori, sacerdoti, madri e bambini. Ruoli diversi, esperienze diverse, un medesimo spazio condiviso. Duemila anni dopo la domanda resta la stessa: come convivere quando le visioni del mondo sembrano inconciliabili? Oggi il confronto non avviene più tra legioni, ma tra idee. Tra fede e ragione. Due linguaggi che troppo spesso si guardano con sospetto e si accusano reciprocamente di cecità. Il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778 propone una possibile grammatica del dialogo. Il suo valore non risiede soltanto nella progressione dei gradi, ma soprattutto nel metodo che propone. Il rito parla attraverso i simboli: la squadra, il compasso, la luce, le colonne. Non impone definizioni; suggerisce percorsi. Ed è proprio questa la sua forza. La ragione cerca formule e dimostrazioni. La fede accoglie il mistero. Il simbolo occupa lo spazio intermedio: dice abbastanza per suscitare il pensiero e tace abbastanza per non soffocare la ricerca. Nella tradizione italiana del Rito Scozzese si studiano filosofia, storia e scienza, ma si riflette anche sul significato del sacro. Non vi è contraddizione, bensì una tensione creativa che invita l’uomo a sviluppare integralmente le proprie facoltà. La storia insegna che la fede priva della ragione può degenerare in fanatismo, mentre una ragione che esclude ogni dimensione spirituale rischia di smarrire il senso ultimo delle cose. Tommaso d’Aquino ricordava che la ragione non distrugge la fede, ma la prepara. Anche il simbolismo del Rito richiama questa complementarità. La squadra rappresenta la misura, il rigore, il discernimento. Il compasso richiama l’orientamento verso un centro che trascende l’individuo. Separati, sono incompleti. Insieme, costruiscono equilibrio. Il percorso iniziatico proposto dal Rito esprime la stessa idea. L’Apprendista lavora la pietra grezza: è il lavoro della conoscenza, della disciplina e della ragione. Il Maestro si confronta con il mistero della morte e della rinascita: è il momento della fiducia e della speranza. Tra questi due poli si sviluppa un cammino graduale, fatto di studio, esperienza e maturazione interiore. Anche l’Ara Pacis sorgeva fuori dal pomerio, in uno spazio sacro ma aperto. Così dovrebbe essere il dialogo tra le diverse tradizioni spirituali e culturali: fermo nelle proprie convinzioni, ma disponibile all’incontro. Il principio del riconoscimento reciproco non impone di condividere le stesse credenze. Chiede qualcosa di più semplice e, forse, più difficile: riconoscere nell’altro un cercatore sincero. Non si tratta di uniformare le fedi, ma di condividere un atteggiamento. Ascolto, rispetto e ricerca della verità senza la pretesa di possederla interamente. Le civiltà prosperano quando costruiscono ponti e si impoveriscono quando innalzano muri. La pace autentica non nasce dall’uniformità, ma dalla capacità di convivere nella differenza. Il Rito Scozzese Antico e Accettato del 1778, nella sua tradizione italiana, può rappresentare una delle vie attraverso cui perseguire questo obiettivo. Non come religione sostitutiva, ma come disciplina del pensiero e del cuore; un metodo che invita a utilizzare la ragione per evitare l’errore e la dimensione spirituale per non smarrire il significato del cammino umano. Forse questa è la vera via della pace evocata dall’Ara Pacis: non l’assenza del conflitto, ma la capacità di trasformarlo in occasione di costruzione comune. Pietra dopo pietra. Grado dopo grado. Dialogo dopo dialogo. Mimmo Leonetti  

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Sigonella, il Tycoon e il selfie mancato

Quando la sovranità non si misura in fotografie, ma nella capacità di dire “no” Epicuro, che aveva il raro pregio di pensare prima di parlare, lasciò ai posteri una massima che sembra scritta apposta per certe cronache moderne: «È una cosa stolta supplicare gli dèi per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi da sé stesso.» Ora, immaginare Giorgia Meloni in fila per una fotografia con Donald Trump appartiene più alla letteratura fantastica che alla politica internazionale. Se davvero avesse desiderato immortalare l’amicizia con il Tycoon, avrebbe potuto avvicinarsi, sorridere e scattare un selfie. Operazione tecnicamente alla portata di chiunque possieda uno smartphone e una minima coordinazione motoria. Eppure una certa stampa e una porzione dei social network sembrano convinti che le relazioni tra Stati si misurino ormai in pixel, sorrisi e pose da album delle vacanze. Così un incontro mancato diventa un incidente diplomatico, una fotografia assente si trasforma in una crisi internazionale e un gesto ordinario assume i contorni di una tragedia shakespeariana. La realtà, come spesso accade, è molto meno teatrale e molto più interessante. Perché la questione non è se Meloni abbia ottenuto o meno una foto con Trump. La questione è che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere certificati di esistenza politica a Washington, Bruxelles, Pechino o a qualsiasi altra capitale del pianeta. Uno Stato sovrano non elemosina attenzione. Uno Stato sovrano decide. E quando serve, rifiuta. La memoria corre inevitabilmente a Sigonella. Ottobre 1985. Bettino Craxi si trovò davanti a Ronald Reagan in una delle più celebri prove di forza della Repubblica italiana. Gli Stati Uniti erano gli Stati Uniti di sempre: potenti, influenti e convinti di avere ragione. L’Italia era l’Italia di allora: spesso litigiosa, talvolta confusa, ma ancora capace di ricordarsi di essere una nazione indipendente. Per cinque giorni il mondo scoprì una verità sorprendente: anche Roma poteva dire no. E quel no venne ascoltato. Quarant’anni dopo, la storia sembra riproporre una versione meno drammatica ma non meno significativa dello stesso principio. Se davvero il governo italiano ha negato l’utilizzo di Sigonella a velivoli statunitensi che non avevano seguito le procedure previste dagli accordi bilaterali, il punto non è essere antiamericani o filostatunitensi. Il punto è un altro. Le basi sul territorio italiano si trovano in Italia. Sembra una banalità, ma in un’epoca in cui molti confondono l’alleanza con la subordinazione, vale la pena ricordarlo. Essere alleati non significa essere sudditi. L’amicizia tra nazioni funziona come quella tra persone civili: ci si rispetta proprio perché nessuno deve inginocchiarsi davanti all’altro. Naturalmente qualcuno troverà sempre scandaloso che un Paese eserciti la propria sovranità. C’è chi considera l’indipendenza una virtù solo quando viene praticata dagli altri. Quando invece riguarda l’Italia, improvvisamente diventa un problema, un incidente, una provocazione. Ma la sovranità ha una caratteristica curiosa: o esiste oppure non esiste. Non può essere esercitata a giorni alterni. Non può essere valida quando si approvano decisioni gradite e sospesa quando si pronunciano decisioni sgradite. Per questo il vero episodio interessante non è il presunto selfie mancato con Trump. È la riaffermazione di un principio che dovrebbe essere tanto ovvio quanto raro: l’Italia è una Repubblica indipendente e decide in casa propria. Il resto appartiene alle cronache rosa della geopolitica. Chiosa Montanelli avrebbe probabilmente osservato che gli imperi amano essere obbediti, i satelliti amano obbedire e le nazioni serie preferiscono essere rispettate. E il rispetto, come la dignità, ha una particolarità: non si chiede in prestito e non si ottiene con una fotografia. Si conquista ogni volta che si trova il coraggio di pronunciare una parola semplice, antica e sovrana: No. E, infine, le fotografie finiscono negli album. Le decisioni finiscono nei libri di storia. Giuseppe Arnò * Foto: Canva mix

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L’accordo di domani, smentito dopodomani

La diplomazia del forse ha trasformato la guerra in una lotteria informativa. E mentre i potenti giocano con le dichiarazioni, la pazienza dei cittadini arriva al cessate il fuoco prima dei cannoni. Amicus Plato, sed magis amica veritas. Mi è caro Platone, ma più cara la verità. Un principio antico che oggi rischia di sembrare un reperto archeologico, come le cabine telefoniche o le promesse elettorali mantenute. Sul Medio Oriente assistiamo ormai a uno spettacolo che assomiglia meno alla diplomazia e più a un’altalena da luna park. L’accordo c’è. Anzi no. Si firma domani. No, dopodomani. Forse a Islamabad. Forse a Ginevra. Forse in videoconferenza. Forse da nessuna parte. Una fonte conferma, un portavoce smentisce, un mediatore rilancia e un ministro rettifica. Il tutto nel giro di poche ore, come se la geopolitica fosse diventata una partita di ping-pong giocata con i comunicati stampa. George Orwell sosteneva che, in tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Se aveva ragione, oggi di rivoluzionari se ne vedono pochi. Da una parte Donald Trump annuncia firme imminenti e strette aperte al traffico mondiale; dall’altra Teheran invita alla prudenza e rinvia tutto a data da destinarsi. Nel mezzo si agitano pasdaran, ayatollah, strateghi, analisti e commentatori professionisti, ciascuno con la propria versione dei fatti, spesso incompatibile con quella precedente. Confessiamolo: ci siamo stancati. Non solo della guerra, delle sue vittime e delle sue devastazioni, ma anche di questa recita permanente in cui la notizia nasce già con la data di scadenza incorporata. Si annunciano svolte storiche con la stessa frequenza con cui si aggiornano le previsioni del tempo, salvo poi scoprire che il sole diplomatico era soltanto una nuvola mediatica. Nel frattempo i morti restano morti, le città restano distrutte e i popoli continuano a pagare il conto delle ambizioni altrui. Tutto questo per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. O peggio. Lev Šestov osservava che i padroni dell’umanità hanno sempre costruito sublimi menzogne per il prossimo. A giudicare dalle cronache di questi giorni, il mestiere gode ancora di ottima salute. Meno florida appare invece la pazienza dei cittadini, ormai ridotta all’osso da annunci, smentite, contro-smentite e verità provvisorie. Forse sarebbe il caso di riscoprire una virtù fuori moda: parlare soltanto quando si ha qualcosa di vero da dire. Sarebbe già un passo avanti. Non verso la pace, che richiede ben altro coraggio, ma almeno verso il rispetto dell’intelligenza di chi ascolta. E, di questi tempi, sarebbe quasi una rivoluzione. Chiusura alla Montanelli: i popoli chiedono la pace, i governi promettono la pace, i mediatori annunciano la pace. L’unica cosa che continua a mancare, curiosamente, è proprio la pace. Giuseppe Arnò

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Rio de Janeiro celebra gli 80 anni della Repubblica Italiana: il saluto del Console Iacchini alla comunità

Una festa tra istituzioni, cultura e innovazione per celebrare l’Italia e il bilancio di un mandato che lascia un’eredità concreta alla collettività italiana in Brasile   Il Console Generale d’Italia a Rio de Janeiro, Massimiliano Iacchini, durante la celebrazione dell’80° anniversario della Repubblica Italiana. Una serata di festa, amicizia e riconoscenza che ha riunito istituzioni, comunità italiana e società brasiliana nel segno dei valori che uniscono i due Paesi. RIO DE JANEIRO – Una serata all’insegna dell’orgoglio nazionale, dell’amicizia italo-brasiliana e delle emozioni ha caratterizzato la celebrazione della Festa della Repubblica organizzata dal Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro. Ospite e anfitrione dell’evento il Console Generale Massimiliano Iacchini, che ha accolto autorità, rappresentanti delle istituzioni, esponenti del mondo economico e culturale, membri della comunità italiana, oriunda e carioca, in una cornice di grande prestigio e partecipazione. L’edizione 2026 della ricorrenza assume un significato particolarmente speciale poiché coincide con gli ottant’anni della Repubblica Italiana. Era infatti il 2 giugno 1946 quando il popolo italiano, attraverso il referendum istituzionale, scelse la forma repubblicana dello Stato, aprendo una nuova stagione della propria storia fondata sui principi della democrazia, della libertà e della partecipazione. Valori che ancora oggi guidano l’azione delle istituzioni italiane in patria e all’estero. Nel suo intervento, il Console Generale Iacchini ha posto l’accento sul rapporto di fiducia e collaborazione costruito nel corso degli anni tra il Consolato e la vasta collettività italiana presente a Rio de Janeiro e negli Stati di competenza consolare. Un legame consolidato attraverso l’ascolto delle esigenze dei cittadini, la modernizzazione dei servizi e la volontà di rendere l’amministrazione sempre più vicina alla comunità. Particolare rilievo è stato attribuito ai risultati ottenuti nel campo dell’innovazione. I sistemi telematici di nuova generazione introdotti negli ultimi anni hanno consentito di rendere più efficienti e accessibili i servizi consolari, rappresentando oggi uno dei punti di forza dell’attività svolta dalla sede diplomatica italiana a Rio de Janeiro. Ampio spazio è stato dedicato anche ai progetti che hanno contribuito a rafforzare la presenza culturale italiana nella città. Tra questi, il polo culturale ItaliaNoRio, ormai divenuto un importante punto di riferimento per la diffusione della cultura italiana, e il vasto programma di ammodernamento e riqualificazione del complesso consolare, che presto vedrà il completamento di un nuovo spazio destinato a portare il nome del Made in Italy, simbolo dell’eccellenza produttiva, creativa e imprenditoriale del nostro Paese. Uno dei momenti più sentiti della serata è stato quello dedicato ai ringraziamenti personali. Con evidente emozione, il Console ha espresso la propria gratitudine alla moglie, la Dott.ssa Sara, e ai figli Emma e Emanuele, che lo hanno accompagnato durante gli anni del mandato con affetto, sostegno e comprensione. Un passaggio sincero e spontaneo che ha aggiunto una dimensione profondamente umana a una celebrazione già ricca di significati. Parole di riconoscenza sono state rivolte anche ai funzionari, ai collaboratori, agli sponsor e agli amici che hanno sostenuto il lavoro del Consolato e contribuito alla realizzazione dei numerosi progetti sviluppati negli ultimi anni a beneficio dell’intera collettività italiana. A suggellare il clima di amicizia che ha caratterizzato la serata, il Console Iacchini ha voluto concedersi una nota personale rivolgendo un caloroso augurio al Brasile: vedere la Seleção tornare sul tetto del mondo con la conquista di una nuova Coppa del Mondo di calcio. Un auspicio accolto con entusiasmo dagli ospiti e che ha rappresentato l’ennesima testimonianza del legame autentico costruito con il Paese che lo ha accolto durante il suo mandato. Un sentimento di affetto e gratitudine che, al di là dei protocolli diplomatici, ha accompagnato l’intera esperienza professionale e umana vissuta nella Cidade Maravilhosa. Non è mancato, infine, un riferimento alla prossima conclusione del suo incarico. Un momento accolto con partecipazione e una comprensibile vena di malinconia da quanti hanno condiviso il percorso intrapreso negli ultimi anni. Rio de Janeiro, ha lasciato intendere il Console, continuerà a occupare un posto speciale nel suo cuore. Ma altrettanto forte è la soddisfazione per lasciare una struttura più moderna, nuovi strumenti di servizio e progetti capaci di rafforzare ulteriormente il ruolo del Sistema Italia nel territorio. La cerimonia si è aperta con l’esecuzione degli inni nazionali di Italia e Brasile, accolti da un lungo applauso da parte dei presenti. Successivamente, la serata è proseguita in un clima di cordialità e convivialità, accompagnata da un raffinato cocktail di autentica ispirazione italiana che ha contribuito a rendere ancora più piacevole l’incontro tra istituzioni, comunità e amici dell’Italia. La partecipazione di un pubblico numeroso e qualificato ha confermato ancora una volta la profondità dei rapporti che uniscono Italia e Brasile e il ruolo fondamentale svolto dalla collettività italiana nel consolidare un ponte di amicizia, cultura e cooperazione tra le due nazioni. La celebrazione degli ottant’anni della Repubblica si è così trasformata non soltanto in un momento di memoria e orgoglio nazionale, ma anche nell’occasione per rendere omaggio a un mandato diplomatico che ha saputo coniugare innovazione, efficienza amministrativa, promozione culturale e vicinanza ai cittadini. Perché le istituzioni si misurano nei risultati, ma si ricordano soprattutto per la capacità di creare fiducia. E a giudicare dall’affetto manifestato durante questa serata, il lascito di Massimiliano Iacchini a Rio de Janeiro resterà ben oltre la conclusione del suo mandato. Giuseppe Arnò Seguono alcune immagini dell´evento Foto right: ASIB

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Gli onnivori del rancore: dieta quotidiana a base di talk show

Tra un dibattito urlato e un nemico immaginario, cresce una specie curiosa: si nutre di indignazione, digerisce male la democrazia e pretende il monopolio della verità. C’è chi vive con una certa grazia: famiglia, lavoro, qualche svago e un’occasionale lamentela, giusto per non perdere il gusto della conversazione civile. E poi c’è l’altra metà del palcoscenico: gli instancabili coltivatori di livore, quelli che fanno della politica non un interesse ma una dipendenza, non un confronto ma una guerra di religione. Li si riconosce subito. Non leggono: sorseggiano slogan. Non discutono: sibilano. Non ascoltano: aspettano il turno per sputare veleno, con la precisione del cobra sputatore. Ogni sera il loro rito è lo stesso: talk show come ostie laiche, sacerdoti di parte, e un’offerta quotidiana sull’altare dell’indignazione. Il giorno dopo si ricomincia, più affamati di prima. Sono gli infelici. Ma non tutti allo stesso modo. Ci sono quelli che soffrono la propria infelicità, e meritano almeno una stretta di mano, e quelli che la esibiscono con orgoglio, come una medaglia al valore ideologico. A questi ultimi si addice il pensiero di Giacomo Leopardi: l’uomo è infelice perché incontentabile. Solo che qui l’incontentabilità ha trovato un impiego fisso: l’opposizione permanente alla realtà. Perché la realtà, con la sua regola semplice, vince chi prende più voti, è indigesta. Meglio allora sostituirla con un mondo parallelo, dove si perde ma si ha sempre ragione, dove l’avversario non è un concorrente ma un usurpatore, e dove la democrazia è accettabile solo quando coincide con i propri desideri. A questa fauna si attaglia perfettamente la chiosa di Ennio Flaiano: “E vissero tutti infelici e scontenti”. Non è una battuta: è un programma politico. L’importante è restare scontenti, perché la soddisfazione toglierebbe loro l’unico carburante disponibile. Eppure la questione non è solo politica, è quasi igienica. Come osservava Marco Aurelio, la qualità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. Se i pensieri sono rancorosi, la vita si fa rancida. E così, ogni giorno, questi professionisti dell’indignazione apparecchiano la loro griglia: oggi il 25 aprile, domani un centro migranti, dopodomani una dichiarazione mal digerita. Carne al fuoco non manca mai; manca, semmai, l’appetito per la realtà. Si estingueranno, come una gramigna che ha esaurito il terreno? Difficile. La gramigna ha una virtù che la rende immortale: cresce meglio dove il terreno è trascurato. E il terreno della ragione, negli ultimi tempi, non gode di grande manutenzione. Del resto, come ricordava Robert Schuller, i tempi duri non durano, ma le persone toste sì. E questi sono tostissimi: resistono a ogni evidenza, impermeabili ai fatti, refrattari al dubbio. Finale Non temete, dunque, per la loro scomparsa: non accadrà. Gli infelici politici non si estinguono, si riciclano. Cambiano bandiera, lessico, perfino indignazione, ma restano fedeli a sé stessi: eterni oppositori della realtà. E, come tutte le abitudini difficili da perdere, continueranno a sopravvivere anche quando non serviranno più a nulla. Che, a ben vedere, è già successo. di Redazione * Foto by Canva

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Barcellona -Il teatro delle regole (mentre il mondo improvvisa)

Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza X X C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere. Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione. Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota. Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra. Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti. Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere. Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo. Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate. Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno. In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista. E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Pacifisti da tastiera e generali da salotto

Condannare le guerre è facile; capirle è difficile; risolverle è rarissimo. E intanto il mondo brucia, tra indignazioni selettive e responsabilità evitate.   “Homo homini agnus?” No, non esiste. È una bella invenzione da omelia domenicale, utile quanto un ombrello bucato sotto il monsone. L’uomo, semmai, resta quello descritto da Thomas Hobbes: homo homini lupus. E non per cattiveria gratuita, ma per un cocktail antico di paura, interesse e potere. Dalla Guerra di Troia al sito di Jebel Sahaba, dodicimila anni fa, quando ancora non c’erano talk show ma si discuteva già a colpi di freccia, la guerra è stata una costante, non un incidente. E oggi, con la tecnologia che ci permette di litigare in tempo reale su ogni latitudine, siamo riusciti nel capolavoro: globalizzare anche il conflitto. I numeri non hanno bisogno di retorica: decine di guerre attive, centinaia di migliaia di morti, e un’umanità che commenta come allo stadio. Si fischia, si applaude, si cambia canale. Ma raramente si capisce. Perché qui sta il punto: criticare una guerra è doveroso; farlo senza conoscerne le cause è un lusso pericoloso. Oggi il bersaglio preferito sono Israele e gli Stati Uniti, con Donald Trump e Benjamin Netanyahu elevati a punching ball globali, mentre altre partite si giocano con meno telecamere e più pazienza strategica. Vladimir Putin ha trasformato la guerra in abitudine visiva: dopo un po’, anche le bombe diventano sfondo. E Xi Jinping, con l’eleganza di chi non alza mai la voce, costruisce equilibri che non fanno rumore ma pesano come macigni. Non è questione di assolvere o condannare: è questione di vedere tutto il quadro, non solo il fotogramma che ci piace. Come ricordava Malcolm X, “sbagliato è sbagliato, non importa chi lo fa”. Ma noi, più modestamente, preferiamo stabilire chi ci sta simpatico. È meno faticoso. E poi c’è l’Europa. Vecchia, saggia, elegante. E immobile. Proclama, discute, firma documenti, organizza vertici. Una sinfonia perfetta di buone intenzioni. Peccato che, nel frattempo, la storia vada avanti senza aspettare i verbali. L’Europa critica, spesso con ragione, ma agisce poco. È un arbitro senza fischietto, che ammonisce a voce bassa mentre la partita degenera. Si dirà: “Ma cosa possiamo fare noi?”. Domanda legittima, risposta scomoda: almeno smettere di essere parte del problema. Perché chi si limita a tifare, per uno o per l’altro, senza capire, senza informarsi, senza pretendere soluzioni serie, contribuisce a mantenere il conflitto nel suo habitat naturale: l’ignoranza rumorosa. Il Papa fa il suo mestiere: predica pace, invita al dialogo, ricorda che l’uomo dovrebbe essere migliore di ciò che è. Finché resta in questo perimetro, che Dio lo benedica. Quando la politica entra dalla porta, la fede spesso esce dalla finestra. E il rischio è che anche il Vangelo diventi un comunicato stampa. Intendiamoci: nessuna guerra è giusta. Ma molte sono spiegabili. E tra il capire e il giustificare c’è la stessa differenza che passa tra un medico e un complice. La verità è che il mondo non ha bisogno di altri spettatori indignati. Ha bisogno, parola ormai fuori moda, di responsabilità. Di analisi. Di coraggio nel dire ciò che non piace alla propria fazione. Perché alla fine la distinzione non è tra buoni e cattivi. È tra chi prova a capire e chi si accontenta di gridare. E, per dirla senza troppi giri di parole: il problema non è che le guerre esistano. È che continuino a trovare pubblico.   Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Balle verdi, rosse e gialle

Cronaca semiseria di un mondo raccontato a parole, mentre la realtà, ostinata, continua a fare di testa sua C’è un’invasione silenziosa che non fa rumore di carri armati né di sirene, eppure assedia ogni nostra giornata con puntualità svizzera: l’invasione delle chiacchiere. Non si vedono, non si toccano, ma sono ovunque. Escono dai televisori, rimbalzano sui giornali, scivolano negli smartphone, si posano sui tavolini dei bar e si infilano perfino nei salotti dove, con aria sapiente, ciascuno si sente stratega del mondo. Sono le balle verdi, rosse e gialle: variopinte, ben confezionate, spesso persuasive, quasi mai ancorate alla dura e testarda sostanza dei fatti. La grande industria del racconto contemporaneo vive di questo: costruire mondi plausibili, se non veri; verosimili, se non possibili; desiderabili, se non realizzabili. Si annunciano tavoli diplomatici, incontri storici, aperture decisive, svolte epocali. Un vicepresidente, un inviato speciale, un genero, un emissario, una delegazione: la coreografia è impeccabile. Il lessico pure. “Dialogo”, “distensione”, “trattativa”, “pace possibile”. Tutto molto elegante, tutto molto rassicurante. Poi arriva la realtà, che ha il brutto vizio di non leggere i comunicati stampa. Nel caso iraniano, per esempio, si continua a vendere l’illusione dell’accordo imminente come si vendono i saldi di fine stagione: grandi cartelli, molta enfasi, poca merce reale sugli scaffali. Si discute di stretto di Hormuz, di sanzioni, di danni di guerra, di cessazione delle ostilità. Ma i nodi centrali, il nucleare, la capacità missilistica, il potere teocratico, restano lì, immobili come colonne di marmo. Ed è proprio qui che la chiacchiera si separa dal fatto. Perché si può parlare di pace per settimane, convocare summit, diffondere indiscrezioni e far sognare i commentatori; ma se i punti essenziali non sono negoziabili, l’accordo rischia di essere soltanto un elegante involucro vuoto. Alla fine, come spesso accade, entrambe le parti grideranno vittoria. È il miracolo lessicale della politica moderna: perdere e raccontarlo come un successo. I morti restano, i danni pure, i problemi anche; ma il titolo del giorno dopo parlerà di “passo avanti”. Un pugno di mosche, infiocchettato come una colomba della pace. L’Iran resterà ciò che è: un sistema teocratico e autoritario, impermeabile alle carezze retoriche dell’Occidente. Gli Stati Uniti, con tutta la loro armata e la loro potenza scenografica, scopriranno ancora una volta che la forza non sempre genera risultato, e che il prestigio non si misura dal tonnellaggio delle portaerei. Molto fumo, molti danni, moltissime parole. Il mondo finirà, come nei racconti della nonna, a tarallucci e vino; salvo poi ricominciare la settimana successiva con una nuova crisi, una nuova emergenza, una nuova narrazione salvifica. Non va diversamente in casa nostra. Certa stampa, con l’entusiasmo dei veggenti da salotto, aveva già preparato il funerale politico del governo, con dimissioni annunciate, elezioni anticipate, ribaltoni immaginati e futuri ministri già seduti nelle poltrone della fantasia. Era un romanzo, non una cronaca. I “contras” si vedevano già al governo, vittoriosi in una realtà che esisteva solo tra editoriali compiacenti e conversazioni da aperitivo. Ma, ancora una volta, la realtà ha avuto la scortesia di non collaborare: il governo prosegue, anzi procede con maggior decisione, forte di recenti potature e dell’appoggio del proprio elettorato. E così il castello di carte delle previsioni mediatiche si sgonfia, lasciando dietro di sé solo il fruscio della carta stampata e qualche opinione riscaldata. Il vero male del nostro tempo, forse, non è l’errore, ma l’eccesso di parola. Si parla troppo di tutto, tutti i giorni, da tutti i pulpiti. La critica è diventata riflesso automatico, la previsione un passatempo, l’illusione un prodotto editoriale. Non si osservano più i fatti: li si anticipa, li si interpreta, li si piega, li si colora secondo convenienza. Viviamo in un mondo dove la chiacchiera precede l’evento e, talvolta, pretende perfino di sostituirlo. Forse gli antichi, in questo, avevano capito più di noi. Ci hanno lasciato due orecchie e una sola bocca non per un capriccio anatomico, ma per una lezione di civiltà: ascoltare di più, parlare di meno. Sarebbe già una piccola rivoluzione. Ma temo che, in tempi di opinioni a getto continuo, anche questa finisca per restare, mi si perdoni l’ironia finale, soltanto un’altra bella chiacchiera. E come tutte le chiacchiere del nostro secolo, farà molto rumore fino al prossimo titolo. Di  Redazione 

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Tra tribunali e templi: il GOI smarrisce il compasso

Dalla “guerra totale” per i gradi superiori all’appello per una Massoneria universale: il corto circuito tra cronaca e visione Il Grande Oriente d’Italia non attraversa una semplice stagione di turbolenze, ma una crisi che ha assunto i contorni di una vera e propria contesa di potere. Altro che dispute rituali o fisiologiche divergenze: sul tavolo c’è il controllo dei gradi superiori, cioè uno dei nodi più sensibili dell’architettura massonica. Il risultato è un conflitto aperto, con accuse incrociate di irregolarità, tentativi di scissione e, inevitabilmente, un approdo nelle aule del Tribunale civile di Roma, dove i “profani” sono chiamati a dirimere ciò che dovrebbe restare materia iniziatica. Il “pennacchio”, per usare una metafora che sa di bottino più che di simbolo, è diventato l’oggetto di una contesa che ha poco di esoterico e molto di terreno. E mentre le parti si affrontano a colpi di carte bollate, l’immagine stessa dell’Istituzione ne esce logorata, trascinata in una dimensione che contraddice la sua pretesa di riservatezza e autonomia. Eppure, solo pochi mesi fa, il quadro appariva ben diverso, o, quantomeno, così veniva raccontato. Nel novembre 2025, durante l’International Masonic Symposium promosso anche grazie al patrocinio della Rivista “Cadena Fraternal”, si respirava tutt’altra aria. Relatori provenienti da quattordici nazioni e delegazioni di numerose Obbedienze avevano dato vita a un confronto internazionale orientato a un obiettivo ambizioso: costruire ponti, non muri, per una Massoneria del Terzo Millennio capace di ritrovare la propria universalità. In quel contesto si inseriva l’intervento del Sovrano Gran Commendatore Mimmo Leonetti, che richiamava il “principio speranza” del filosofo Ernst Bloch come fondamento di un rinnovato impegno massonico. Costruire il Tempio, sosteneva, significa ricucire il tessuto lacerato della convivenza, restituire senso alla dimensione spirituale e operare, con gesti semplici e coerenti, per il bene dell’Umanità universale. Nessun massone è un’isola, ricordava Leonetti: ogni fratello e ogni sorella partecipano a un’opera comune che trova nella dignità della persona il suo cardine. Il contrasto tra queste parole e la cronaca attuale è, per usare un eufemismo, stridente. Da un lato, l’ideale di una costruzione paziente, quotidiana, orientata all’unità; dall’altro, la realtà di una frammentazione che sembra privilegiare il controllo rispetto al senso, la giurisdizione rispetto alla visione. Viene da chiedersi se il Tempio evocato nei convegni internazionali sia lo stesso che oggi si tenta di presidiare nei tribunali. O se, più semplicemente, si tratti di due edifici diversi: uno simbolico, fatto di parole alte e citazioni illustri; l’altro molto concreto, dove contano statuti, poteri e competenze. In fondo, il rischio è sempre quello già intuito dagli antichi: che ciò che non giova all’alveare non giovi neppure all’ape. E qui l’alveare sembra sempre più rumoroso, ma sempre meno operoso. Perché i ponti, a differenza dei pennacchi, non si conquistano: si costruiscono. E richiedono una virtù ormai rara, la coerenza. Senza quella, anche il Tempio più evocato finisce per somigliare a un cantiere abbandonato. E, come direbbe qualcuno, a quel punto non resta che chiudere i lavori. Ma non per inaugurazione. di Redazione

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