Tra tribunali e templi: il GOI smarrisce il compasso

Dalla “guerra totale” per i gradi superiori all’appello per una Massoneria universale: il corto circuito tra cronaca e visione Il Grande Oriente d’Italia non attraversa una semplice stagione di turbolenze, ma una crisi che ha assunto i contorni di una vera e propria contesa di potere. Altro che dispute rituali o fisiologiche divergenze: sul tavolo c’è il controllo dei gradi superiori, cioè uno dei nodi più sensibili dell’architettura massonica. Il risultato è un conflitto aperto, con accuse incrociate di irregolarità, tentativi di scissione e, inevitabilmente, un approdo nelle aule del Tribunale civile di Roma, dove i “profani” sono chiamati a dirimere ciò che dovrebbe restare materia iniziatica. Il “pennacchio”, per usare una metafora che sa di bottino più che di simbolo, è diventato l’oggetto di una contesa che ha poco di esoterico e molto di terreno. E mentre le parti si affrontano a colpi di carte bollate, l’immagine stessa dell’Istituzione ne esce logorata, trascinata in una dimensione che contraddice la sua pretesa di riservatezza e autonomia. Eppure, solo pochi mesi fa, il quadro appariva ben diverso, o, quantomeno, così veniva raccontato. Nel novembre 2025, durante l’International Masonic Symposium promosso anche grazie al patrocinio della Rivista “Cadena Fraternal”, si respirava tutt’altra aria. Relatori provenienti da quattordici nazioni e delegazioni di numerose Obbedienze avevano dato vita a un confronto internazionale orientato a un obiettivo ambizioso: costruire ponti, non muri, per una Massoneria del Terzo Millennio capace di ritrovare la propria universalità. In quel contesto si inseriva l’intervento del Sovrano Gran Commendatore Mimmo Leonetti, che richiamava il “principio speranza” del filosofo Ernst Bloch come fondamento di un rinnovato impegno massonico. Costruire il Tempio, sosteneva, significa ricucire il tessuto lacerato della convivenza, restituire senso alla dimensione spirituale e operare, con gesti semplici e coerenti, per il bene dell’Umanità universale. Nessun massone è un’isola, ricordava Leonetti: ogni fratello e ogni sorella partecipano a un’opera comune che trova nella dignità della persona il suo cardine. Il contrasto tra queste parole e la cronaca attuale è, per usare un eufemismo, stridente. Da un lato, l’ideale di una costruzione paziente, quotidiana, orientata all’unità; dall’altro, la realtà di una frammentazione che sembra privilegiare il controllo rispetto al senso, la giurisdizione rispetto alla visione. Viene da chiedersi se il Tempio evocato nei convegni internazionali sia lo stesso che oggi si tenta di presidiare nei tribunali. O se, più semplicemente, si tratti di due edifici diversi: uno simbolico, fatto di parole alte e citazioni illustri; l’altro molto concreto, dove contano statuti, poteri e competenze. In fondo, il rischio è sempre quello già intuito dagli antichi: che ciò che non giova all’alveare non giovi neppure all’ape. E qui l’alveare sembra sempre più rumoroso, ma sempre meno operoso. Perché i ponti, a differenza dei pennacchi, non si conquistano: si costruiscono. E richiedono una virtù ormai rara, la coerenza. Senza quella, anche il Tempio più evocato finisce per somigliare a un cantiere abbandonato. E, come direbbe qualcuno, a quel punto non resta che chiudere i lavori. Ma non per inaugurazione. di Redazione

Per saperne di più »

La fine del diritto o il diritto dei più forti

La nube di polvere e fumo che si  alza costantemente dalle rovine di Teheran non ha nemmeno lontanamente il sapore di quella libertà tanto decantata dal Presidente americano, ma sa di cemento e macerie precedentemente esplose, di corpi bruciati e di quella sensazione metallica che lascia in bocca ai superstiti la voglia di vendetta e di scatenare, purtroppo, terrore e stragi ovunque nel mondo. Con l’azione bellica americana è stato sepolto l’ultimo brandello di un Diritto Internazionale che avevamo finto di rispettare per più di ottant’anni. Parlare di attacco preventivo davanti a quello che rimane di una scuola di Teheran, ci fa capire crudamente che le vittime non hanno trovato certamente la democrazia, bensì il buio eterno in nome di una liberazione che somiglia terribilmente a un’esecuzione sommaria. Si bombarda per togliere il velo alle donne ma le si restituisce alla terra, chiuse in un telo neanche lontanamente dignitoso. La guerra non è mai stata la soluzione, ma è sicuramente una distrazione suprema. Serve ad addormentare le piazze, a gonfiare i titoli dei giornali, a far passare in secondo piano i processi e la vicenda dei file Epstein, a nascondere le crisi economiche, messe sotto il tappeto a stelle e strisce del più becero e rozzo patriottismo. Se oggi è diventato lecito sbarazzarsi di un Capo di Stato sovrano perché se lo meritava, chi fermerà Pechino quando deciderà di fare lo stesso con Taiwan? O quando Putin volesse fare altrettanto con l’Ucraina o magari con qualcun altro? Il Diritto Internazionale non è un “menu à la carte”: o è universale e rispettato da tutti, o è una sorta di copertura ad uso e consumo dei bulli planetari. E se possono usarlo come carta igienica USA e Israele, è oltremodo evidente che  potrebbero fare altrettanto Mosca, Pechino, Pyongyang o anche altri. Ci disperiamo per l’Ucraina aggredita ma brindiamo per l’Iran invaso, in un comportamento da decerebrati. Sanzioniamo il tiranno di Mosca ma abbracciamo il giustiziere di Washington, credendo anche di essere moralmente giusti. Khamenei era un oppressore, certo, ma il vuoto di potere riempito dalle bombe, la storia ci ha tristemente insegnato, partorisce raramente fiori, per di più fornisce a tanti la giustificazione perfetta per comportarsi allo stesso modo. Noi tutti siamo purtroppo spettatori  paganti di una tragedia che ci vede protagonisti solo come futuri possibili bersagli, in un mondo che è diventato un posto crudele e pericoloso, dove chi ha le armi migliori preme con il dito sul grilletto e scrive la storia; tutti noi aspettiamo solo di sapere chi saranno i prossimi a finire sui necrologi dei giornali, nella speranza che i due bulli del pianeta non scatenino l’Ultima guerra mondiale. Definirla solo terza non renderebbe affatto l’idea della sua esatta dimensione reale. Alex Ziccarelli * Immagine con I.A.  

Per saperne di più »

Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.” Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua. La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile. Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri. Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio. È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola. Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti. Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è. In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature. Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana. L’acqua. Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie. Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio. Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda. E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

La carne è debole, il titolo è fortissimo

   Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Lettera aperta alla Presidente del Consiglio dei Ministri On. Giorgia Meloni

Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Le scrivo con profondo rispetto istituzionale e con quello spirito di lealtà verso lo Stato che ha sempre guidato ogni mia scelta, prima come Ufficiale dell’Esercito Italiano, poi come servitore delle Istituzioni anche nella malattia e nello sport paralimpico. Ricordo bene le Sue parole del 15 ottobre 2021, quando, con sensibilità ed attenzione, decise di condividere pubblicamente la mia storia, definendomi una persona umile, coraggiosa e dignitosa e chiedendo allo Stato di ammettere le proprie responsabilità e di dimostrare con i fatti il valore di chi si è ammalato servendo la Patria. Non ho mai vissuto le Sue parole come dichiarazioni di circostanza, ma come espressione autentica della vicinanza che Lei ha sempre dimostrato verso gli uomini e le donne in uniforme. Oggi Lei ricopre il più alto ruolo di Governo e, proprio per questo, mi permetto di scriverLe con fiducia e profondo senso di rispetto per le Istituzioni. In questi anni, ho continuato a credere nello Stato, nonostante le difficoltà, le incomprensioni e le ingiustizie che hanno segnato il mio percorso umano e professionale. Non ho mai chiesto privilegi, né trattamenti di favore — quelli che troppo spesso sembrerebbero dividere le Vittime del Dovere in vittime di serie A e vittime di serie B. Ho chiesto soltanto verità, rispetto e giustizia. Persino la richiesta simbolica di un solo euro di risarcimento, accompagnata da semplici scuse istituzionali rappresenterebbe un gesto morale più che materiale, rivolto non solo a me, ma a tutti coloro che hanno pagato con la salute il proprio dovere. Ciò che oggi chiedo, con dignità e fermezza, è di poter riavere quell’ uniforme che sento essermi stata strappata di dosso, non per mancanze verso lo Stato, ma, probabilmente, per quanto assurdo, dovendo trovare un senso a ciò che è accaduto, per aver raccontato, denunciato e dimostrato la verità dei fatti. Presidente, Lei ha sempre dimostrato, in ogni contesto pubblico, una sincera attenzione verso chi serve lo Stato con disciplina e onore. Proprio per questo motivo, sento il dovere di rappresentarLe che quanto continua ad accadere nella mia vicenda non appare coerente con quello spirito di vicinanza e di giustizia che Lei stessa ha più volte affermato. Non si tratta di mettere in discussione l’azione del Governo, ma di evidenziare come, a livello amministrativo ed umano, permangano situazioni che rischiano di tradire quei valori di rispetto e responsabilità verso i servitori dello Stato che Lei ha sempre difeso. Da tempo ho chiesto, con educazione e discrezione, di poter conferire con il Ministro della Difesa, On. Guido Crosetto, senza mai ottenere non dico l’onore ed il privilegio di un incontro, ma neppure una risposta, seppur negativa. Comprendo i molteplici impegni istituzionali e le complessità delle agende di Governo, ma credo che vi siano vicende che meritino un ascolto diretto, umano e personale, soprattutto quando riguardano la dignità di chi ha servito la Nazione fino alle estreme conseguenze. Per questo motivo mi rivolgo a Lei, non solo come Presidente del Consiglio, ma come persona che ha già dimostrato sensibilità verso la mia storia. Le chiedo la possibilità di un confronto diretto, sincero ed istituzionale, affinché possa ascoltare personalmente quanto accaduto e valutare con la Sua autorevolezza una vicenda che non riguarda solo me, ma il significato stesso di cosa voglia dire essere e rimanere servitori dello Stato. Sono certo che con il Suo senso delle Istituzioni, unito alla Sua attenzione verso chi indossa o ha indossato un’uniforme, saprà cogliere il valore umano e morale di questa richiesta. In attesa di un Suo cortese riscontro alla presente, con rispetto e spirito di servizio, l’occasione mi è gradita per porgere distinti saluti. Mai arrendersi, nonostante tutto e tutti, costi quel che costi. Colonnello Carlo Calcagni

Per saperne di più »

Porte chiuse (finalmente) e fantasmi in fuga

Dalla lista dei Paesi sicuri al blocco navale: l’Europa scopre che l’ospitalità è una virtù, ma non un colabrodo “L’Europa non si farà d’un colpo”, ammoniva Robert Schuman, “ma attraverso realizzazioni concrete”. E infatti ci sono voluti anni di convegni, tavoli tecnici, vertici straordinari e indignazioni ordinarie per scoprire che, lasciando la porta spalancata, non entrano solo i pellegrini ma anche il cavallo di Troia. E talvolta pure gli “invasori”, per dirla con linguaggio che fa inorridire i salotti ma descrive bene i moli. La notizia del giorno, tra un oro olimpico, un antagonista che cerca lo scontro e un talk show che cerca l’audience, è che l’Unione europea ha finalmente ratificato la lista dei Paesi sicuri. Traduzione: rimpatri più facili. Traduzione della traduzione: ciò che fino a ieri era disumano, oggi è europeo. La linea Meloni è passata. E non da sola. Si parla di un asse Meloni–Merz, una scossa conservatrice che promette di ridisegnare l’Europa più di mille dichiarazioni di principio. Non è ancora una nuova Santa Alleanza, ma è qualcosa di più concreto: un cambio di paradigma. Dalla solidarietà a senso unico alla solidarietà di fatto. Che, per Schuman, era il primo mattone dell’edificio europeo. Per noi, è almeno una serratura funzionante. Il ddl Sicurezza sul tavolo del Consiglio dei ministri non è un romanzo d’appendice. È un elenco puntuale: blocco navale in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale; interdizione temporanea delle acque territoriali; sanzioni fino alla confisca delle imbarcazioni per chi viola il divieto; possibilità di trasferire i migranti irregolari in Paesi terzi con cui esistono accordi. Durata limitata, prorogabile. Non l’apocalisse, ma un regolamento. Costituiscono minaccia grave, recita la bozza, il rischio concreto di terrorismo, infiltrazioni, pressione migratoria eccezionale, emergenze sanitarie, grandi eventi internazionali. In altre parole: lo Stato si riserva il diritto di difendersi quando è sotto pressione. Un’idea che fino a ieri sembrava eversiva. L’opposizione, nel frattempo, rincorre fantasmi. Da Venezia a Sanremo, manca solo la staffetta dalle Alpi alle piramidi e dal Manzanarre al Reno. Fino all’altro ieri Vannacci era il generale utile a mettere in difficoltà il governo; oggi è un estremista putiniano. Gratteri, con brutalità partenopea, ricorda che le battaglie si fanno per convinzione, non per convenienza. E la frase resta lì, sospesa come un esame di coscienza collettivo. I giudici reagiscono alla conferma della data del referendum; Cassese sostiene che la riforma renderà le toghe più indipendenti; un ex giudice della Consulta parla di pm liberi e Csm senza correnti. Nel frattempo, Ranucci replica, Giletti incalza, Cerno viene attaccato, e il Paese discute con la passione di chi ama la polemica più delle soluzioni. Fuori dall’aula, il mondo continua. Zelensky apre a Trump: elezioni entro il 15 maggio, colloqui negli Usa. Ma “senza sicurezza non ci saranno annunci”. È una frase che potrebbe valere anche per l’Europa: senza sicurezza non c’è politica che tenga, né solidarietà che regga. Sui rimpatri sicuri si è giocata una partita ideologica, spesso più teatrale che giuridica. Eppure il principio è semplice: distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ce l’ha. Non è crudeltà, è amministrazione. Non è chiusura, è selezione. L’ospitalità è una virtù cristiana; l’incoscienza, no. Si è finalmente compreso, forse per stanchezza, forse per realismo, che un flusso inarrestabile destabilizza economia, sanità, politica e quel poco benessere che l’Europa ha faticosamente costruito. Il troppo stroppia, diceva la saggezza popolare. Seneca, più elegantemente, avvertiva che ogni eccesso porta alla rovina. L’Unione, se vuole diventare potenza e non solo platea, deve proteggere i suoi confini come protegge le sue regole. Non per paura del mondo, ma per non dissolversi in esso. Per anni abbiamo confuso l’accoglienza con l’assenza di confini. Ora scopriamo che una casa senza porte non è più accogliente: è semplicemente occupata. E l’Europa, se vuole essere casa, deve almeno avere le chiavi. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Board of Peace: il mondo ci invita, casa nostra ci respinge

  Tra prestigio internazionale, diplomazia da adulti e città che fanno paura anche agli ospiti C’è una curiosa legge non scritta della politica internazionale: quando l’Italia smette di fare la comparsa, qualcuno si affretta a offrirle un ruolo da protagonista. È successo anche stavolta, con il Board of Peace, creatura partorita a Davos, presieduta da Donald Trump in persona (non dagli Stati Uniti, badiamo bene: proprio da lui), e pensata per mettere un po’ d’ordine laddove la pace è diventata una tregua stanca, come a Gaza. L’Europa, al solito, ha reagito come davanti a un piatto troppo speziato: Francia e Spagna hanno detto no, Bruxelles ha arricciato il naso, Londra si è indignata per la lista degli invitati. L’Italia, invece, ha fatto qualcosa di insolito: ha riflettuto. Giorgia Meloni non ha firmato col pilota automatico, ma nemmeno ha sbattuto la porta. Ha chiesto garanzie, modifiche allo Statuto, rispetto della Costituzione. Tradotto: disponibilità sì, sudditanza no. Ed è già una notizia. Non è un mistero che Washington voglia Roma nel Board. Non per mandare soldati allo sbaraglio, ma per valorizzare ciò che sappiamo fare meglio: mediazione, addestramento, credibilità. I Carabinieri che formano le future forze di polizia palestinesi sono un’idea concreta, pragmatica, persino elegante. Altro che i soliti comunicati indignati. Qui si parla di costruire istituzioni, non slogan. E il prestigio, intanto, cresce. L’Italia conta di più nei dossier che contano. Viene cercata, ascoltata, corteggiata. Mentre sulle piste di Kitzbühel Franzoni vola e Sinner resiste al caldo australiano come un monaco tibetano con la racchetta, il tricolore torna a essere sinonimo di affidabilità. Fuori, tutto sembra funzionare. Dentro, però, scricchiola. Perché mentre l’Italia viene chiamata a garantire sicurezza a Gaza, non riesce a garantirla a Milano. E non lo diciamo noi: lo dicono gli ospiti. Fa impressione, e un po’ vergogna, che il presidente della Repubblica di Corea, parlando delle Olimpiadi di Milano-Cortina, abbia sentito il bisogno di raccomandare “particolare attenzione alla sicurezza dei nostri cittadini”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: abbiamo sentito certe cose. Qui non c’entra l’assenza di volontà del governo. I provvedimenti ci sarebbero, le intenzioni pure. Ma ogni tentativo di rafforzare strumenti e uomini trova un’opposizione che preferisce politicizzare la paura anziché ridurla, e una Giustizia spesso indulgente, che confonde la clemenza con la resa. Risultato: città nervose, cittadini guardinghi, e una fama che corre più veloce delle riforme. Invocare nuove leggi, più forze dell’ordine, persino ronde, chiamiamole pure con questo termine gergale, tanto l’ipocrisia non aumenta la sicurezza, non è autoritarismo: è buon senso. Non possiamo permetterci che Milano entri in classifiche che non le competono, né che il prestigio internazionale venga smentito dalla cronaca nera domestica. Il paradosso è tutto qui: siamo abbastanza maturi per aiutare il mondo a fare pace, ma non ancora abbastanza risoluti per difendere le nostre strade. Marilyn Monroe diceva di fermarsi quando si è finito, non quando si è stanchi. Vale anche per la politica. Il Padreterno aiuta, sì, ma, come sempre, non firma i decreti al posto nostro. E allora avanti: nel Board of Peace, senza ingenuità. Nelle città, senza timidezze. Perché la pace lontana è un onore; la sicurezza vicina è un dovere. E su certi doveri, Montanelli avrebbe detto, non si negozia: si governa. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Un milione e mezzo di parole

Quando l’Europa spende per rieducare il linguaggio e risparmia sulla realtà   La speranza, dicevano i filosofi, è uno stato d’animo. Oggi sembra piuttosto una voce di bilancio ridimensionata per mancanza di fondi. Pertini invitava a lottare anche senza speranza; Goethe la definiva la seconda anima dell’infelice. L’Europa, più pragmaticamente, ha scelto di investire altrove. L’adesione all’Unione Europea è regolata da 35 capitoli negoziali, organizzati in sei grandi cluster tematici: Stato di diritto, democrazia ed economia; mercato interno; competitività e crescita; agenda verde e connettività sostenibile; risorse, agricoltura e coesione; relazioni esterne. È l’ossatura dell’Europa reale, quella che dovrebbe garantire stabilità, prosperità e sicurezza.In nessuno di questi capitoli compare un obbligo sulla terminologia linguistica da adottare. Eppure l’Unione ha ritenuto necessario finanziare, con 1,5 milioni di euro, il Gender Equality Facility, progetto UE–ONU corredato da linee guida sull’uso della lingua come fattore di uguaglianza e inclusività. Una cifra modesta solo in apparenza, ma enorme sul piano simbolico: mentre si predica rigore, si spende per rieducare il dizionario. Sia chiaro, senza allusioni e senza offesa per nessuno: non è una crociata contro persone, identità o sensibilità, ma una riflessione sul metodo. E soprattutto sulle priorità. I cittadini europei guardano con preoccupazione al futuro allargamento dell’Unione per motivi molto concreti: immigrazione incontrollata, corruzione e criminalità, costo finanziario per i contribuenti. La Commissione promette dialogo e rassicurazioni, garantendo che l’allargamento porterà pace e prosperità. Ma sul milione e mezzo speso per l’indottrinamento della nuova nomenclatura,  che rientra a pieno titolo nei costi a carico dei cittadini, cala un silenzio piuttosto eloquente. In Italia si discute animatamente se i fondi vadano destinati alla difesa o alla sanità, ai servizi sociali o alla sicurezza. A Bruxelles, invece, nessuno sembra chiedersi perché quelle risorse non siano state impiegate per esigenze urgenti e tangibili. Il problema non è quanto si spende, ma per cosa. Così Montenegro, Serbia e Kosovo, aspiranti membri dell’Unione, scoprono che prima delle riforme strutturali servirà una purificazione linguistica. Non ancora dentro, ma già corretti. Un battesimo ideologico che lascia più di un dubbio. Intanto il mondo reale continua a bruciare: Ucraina, Medio Oriente, Iran, Venezuela. Persino la Groenlandia entra improvvisamente nei radar geopolitici. L’Europa osserva, prende nota… e si concentra sulle parole giuste da usare. Quando la realtà bussa con violenza, rispondere con una circolare sul linguaggio non è inclusione.È distrazione. I manicomi non esistono più da tempo.Ma a giudicare da certi bilanci, viene il sospetto che abbiano aperto una succursale. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Fatti: Di Giovanni è il Gran Maestro della G.L.P.U.

Loris Di Giovanni, storico della massoneria, alla guida della Gran Loggia della Perfetta Unione  a PESCARA – Loris Di Giovanni, classe 1971, due lauree entrambe con tesi sulla massoneria, storico e studioso del movimento massonico, dal 1° dicembre 2025  è il Gran Maestro della Gran Loggia della Perfetta Unione (G.L.P.U.), comunione massonica mista di Rito Scozzese Antico e Accettato.  Nata, quest’ultima, da tre logge: la “Parfaite Union” all’Oriente di Chieti, che mutua il suo nome dalla prima loggia castrense napoleonica creata a Chieti dall’intendente Pierre Joseph Briot, propagatore della Carboneria prima in Abruzzo poi in Calabria, ha assunto il titolo di “Loggia Madre” e il numero 1. La loggia contraddistinta dal n.2 è la “Gesualdo III de Felici” all’Oriente di Pianella, che prende il nome dal marchese, primo Maestro Venerabile della R.L. “Vettio Catone”. La terza loggia ha come titolo distintivo quello di “Giacomo Acerbo”, già fratello nella Comunione di Piazza del Gesù ed è all’Oriente di Loreto Aprutino. Fuori l’Abruzzo sono in tanti ad aver aderito alla nascente Gran Loggia: da Cuneo a Verona, da Pordenone alla provincia di Milano, da Bologna alla Calabria con Soverato, Dasá e Palmi. La passione per la storia della massoneria ha portato Loris Di Giovanni, anni fa, ad approfondire l’argomento relativo al territorio abruzzese con diversi studi al fianco del Prof. Elso Simone Serpentini, con il quale ha editato decine di volumi per i tipi di Artemia Nova Editrice di Teramo. Non era mai successo prima, in Italia, che uno storico della massoneria diventasse gran maestro di una comunione massonica. Una novità che, sommata alla giovane età rispetto al ruolo ricoperto, ha portato la Gran Loggia della Perfetta Unione a ritagliarsi già una dimensione importante nel panorama libero muratorio italiano. Di Giovanni, da appassionato d’arte e di aste,  vanta inoltre una delle più importanti collezioni su un personaggio avvolto nel mistero: Cagliostro. Libri antichi, incisioni, giornali d’epoca e un bellissimo busto in gesso da Houdon sono stati in mostra in musei e fondazioni. Tanti i progetti in cantiere del Gran Maestro, come ricalcano le sue prime dichiarazioni, tra i quali un master sulla storia della massoneria in Italia e una serie di puntate in TV che parlino in maniera semplice di questo argomento ed arrivino soprattutto alle giovani generazioni. Fonte: Goffredo Palmerini

Per saperne di più »

Dittatura e sapore

  Quando il potere spegne la luce e l’Italia prova a rimettere il tappo alla bottiglia   C’è una frase di Piero Calamandrei che torna utile ogni volta che una democrazia inciampa sui propri lacci: le dittature non nascono dalla forza dei governi che governano, ma dall’impotenza di quelli che non riescono a farlo. Era il 1946, Assemblea Costituente. Ottant’anni dopo, la sentenza regge meglio di molte costituzioni. Perché il totalitarismo non ama presentarsi come tale. Preferisce arrivare travestito da ordine, disciplina, salvezza. Diritti e doveri vengono archiviati come suppellettili borghesi, mentre avanzano privilegi e arbitri, più pratici e assai più maneggevoli. Quando questo sistema dura troppo a lungo, il popolo prima stringe i denti, poi stringe i pugni. Infine li alza. In Iran la gabbia è diventata stretta e il pane scarso. Alla protesta sociale il regime risponde con la vecchia ricetta: repressione e blackout. Internet spento non è un problema tecnico, è una debolezza politica. Quando si spegne la rete, si accende la paura del potere. Donne e mercanti sono alla base della protesta. Le prime avevano visto in Khomeini una speranza di dignità e giustizia e sono state tradite. Oggi, in prima fila, reclamano la restituzione di una vita confiscata. I mercanti, motore economico e politico della Repubblica islamica, si ritrovano schiacciati dai vari enti religiosi a doppi fini. E se il bazar chiude i battenti, non è semplice protesta: è segno funesto. I pilastri del regime scricchiolano. Altro che sabotaggio straniero. Il blackout non spegne la protesta: la certifica; accende la paura. Ogni Stato che spegne la luce lo fa per nascondere ciò che non riesce più a controllare. Trump, con la delicatezza di un elefante in cristalleria, avvisa: se sparate sulla folla, l’USAF verrà a farvi visita. Non per turismo. Khamenei capisce benissimo. Pare che le valigie siano già pronte. Era ora, direbbe Sartre: non conta ciò che hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo di ciò che hanno fatto di noi. In Medio Oriente, qualcuno sembra aver preso la frase alla lettera. Dalla protesta politica a quella enogastronomica il passo è breve, perché anche a tavola si combattono battaglie di civiltà. I prodotti della gastronomia italiana sono tra i più falsificati al mondo. Il falso Made in Italy vale 120 miliardi. Se poi si passa ai ristoranti “italiani” all’estero, il conto sale a 228 miliardi. Una cifra che fa venire l’indigestione. Di italiano, in molti di questi locali, resta solo il nome: cucina, direzione e materie prime parlano altre lingue. È il famigerato Italian Sounding, che non si limita a falsare il mercato, ma scredita l’immagine della nostra cucina nel mondo, erodendo fiducia, trasparenza e export. Una contraffazione culturale prima ancora che commerciale. Ora nasce la piattaforma Real Italian Restaurants, che promette di certificare l’autenticità dei ristoranti tricolori nel mondo. Tre criteri, apparentemente semplici: proprietà o gestione italiana, chef formato in Italia, uso documentato di prodotti autentici. Fatture, prove fotografiche, verifiche. L’idea è rendere l’italianità misurabile, non declamata. Una piccola rivoluzione copernicana per un Paese abituato a vivere di rendita sul proprio nome. Basterà? Forse no. Ma tentar non nuoce, anche se la strada si fa più ripida con l’orizzonte del Mercosur, l’accordo di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Mercati enormi, appetiti enormi, controlli spesso elastici. Il rischio è che il brand Italia continui a essere usato come una spezia: basta una spolverata per rendere tutto vendibile. In politica come in cucina, quando si abusa degli arbitri e si dimenticano i doveri, il risultato è sempre lo stesso: prima si perde il sapore, poi la legittimità. E quando il potere, o un ristorante, non sa più distinguere l’autentico dal falso, finisce per servire solo illusioni. Calde, magari. Ma indigeste. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Trump, Machiavelli e l’Antinferno delle organizzazioni internazionali Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio non è prudenza ma.

Luglio, il mese della memoria. L’Occidente allo specchio Vent’anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono agli anniversari. Le civiltà, invece,.

Immensa Sofia Goggia: vittoria nel SuperG di Beaver Creek, 25° trionfo in Coppa del Mondo A 313 giorni dall’infortunio che.