Missione in Canada per Goffredo Palmerini, nel mese del Patrimonio Italiano

Lo scrittore negli eventi della Federazione Abruzzese di Ottawa, dall’Abruzzo anche il sindaco di Pretoro   L’AQUILA – Pronto a partire per Ottawa il giornalista e scrittore Goffredo Palmerini, dove parteciperà dal 25 giugno alle iniziative culturali del Mese del Patrimonio Italiano in Canada (June Italian Heritage Month), programmate nella capitale canadese. Su invito della Federazione delle Associazioni Abruzzesi di Ottawa, diversi eventi culturali lo vedranno personalmente coinvolto, promossi dall’Italian Canadian Community Centre presieduto da Angelo Filoso, come pure incontri con la comunità italiana e con la stampa (CHIN Radio Ottawa, Radio Globo Italia, Tele 30 e il settimanale L’Ora di Ottawa di cui è collaboratore). Resterà ad Ottawa fino al 1 luglio, per poi recarsi a Montreal.         Nell’ambito delle iniziative in programma c’è la presentazione del volume “Radici”, scritto a quattro mani da Diego Giangiulli e Fabrizio Fanciulli, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura di Pretoro, magnifico borgo in provincia di Chieti abbarbicato ai contrafforti della Maiella, annoverato nel Club dei Borghi più belli d’Italia. Il libro, pubblicato sia in italiano che nella versione inglese “Roots”, riporta storie di vita di emigrati pretoresi raccolte dai due amministratori nel 2023 durante una precedente missione ad Ottawa. Il caso di Pretoro è davvero singolare nell’emigrazione abruzzese: comune di 865 abitanti, nella capitale canadese risiedono circa 2500 pretoresi, giunti nel grande Paese nordamericano con le ondate migratorie del secondo dopoguerra. I due amministratori, con una rappresentanza di Pretoro, saranno ad Ottawa dal 25 giugno al 4 luglio per l’intero ciclo delle manifestazioni.   Il libro “Radici”, con una Prefazione di Goffredo Palmerini sull’emigrazione abruzzese in Canada, sarà presentato il 27 giugno presso l’Ottawa Conference and Event Centre e il 29 giugno al Father Jerome Centre, con gli interventi degli autori Diego Giangiulli e Fabrizio Fanciulli, presente la stampa canadese, in un incontro moderato da Goffredo Palmerini. Agli eventi di Ottawa saranno presenti numerosi emigrati, anche di seconda e terza generazione. La comunità abruzzese, d’altronde, è una delle comunità regionali italiane più numerose e dinamiche nella capitale del Canada.   “Radici” rappresenta il secondo step del più ampio progetto “La Valigia di Cartone”, nato per esplorare e preservare la memoria dell’esodo migratorio abruzzese. Dopo una serie di eventi organizzati nell’estate scorsa a Pretoro, il libro si inserisce come tassello fondamentale in questa raccolta storica, documentale e testimoniale. Per l’occasione, sarà replicata ad Ottawa anche la mostra allestita lo scorso agosto a Pretoro, con parte del materiale originale raccolto: lettere, passaporti, permessi, visti, biglietti aerei e fotografie degli emigrati.   Tra i vari eventi con la comunità abruzzese, che conta molte associazioni tra le quali quella pretorese è tra le più cospicue, ci sono le iniziative programmate dal Centro Abruzzese Canadese Inc. – due anni fa ha celebrato il 50° di fondazione ricevendo il plauso dell’allora premier Justin Trudeau – con la Presidente Lucia Alloggia e il Consiglio direttivo, e con l’infaticabile past President Nello Scipioni, pietra miliare del Centro. Di significativa rilevanza è il meeting istituzionale, l’incontro con il Sindaco di Ottawa, Mark Sutcliffe, il 30 giugno alle 10.   Infine un’annotazione: nella progettazione e organizzazione degli eventi di Ottawa non si può non sottolineare l’impegno trascinante e la determinazione profusi da Angelo Filoso, imprenditore di talento, nonché editore del settimanale L’Ora di Ottawa e di Radio Globo Italia, emigrato da Pretoro in Canada negli anni Cinquanta insieme ai fratelli Antonio, Luigi e alla sorella Assunta. Oltre ad essere un vulcano di iniziative nel preservare la memoria della nostra comunità, Filoso è un autentico mecenate.   Goffredo Palmerini

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Premio Nazionale Pratola 2025, uno straordinario successo

  Il reportage della manifestazione nello splendido scenario dell’Abbazia morronese a Sulmona   di Goffredo Palmerini     SULMONA – Si rivela tutta insieme, nella sua magnificenza, al visitatore che vi arriva. Se è con il sole del pomeriggio avviato a scendere verso il tramonto, l’imponente complesso dell’Abbazia di Santo Spirito al Morrone restituisce un colore dorato che ne esalta le architetture. “Un tesoro d’arte e di storia – scriveva lo storico Mario Setta, che ben la conosceva da vicino –, di bellezze e di sevizie: l’abbazia celestiniana, la più grande dell’Italia centrale, situata in Badia di Sulmona, un fabbricato a pianta rettangolare di m.119 ×140). All’arrivo di Fra Pietro Angelerio, nel 1241, c’era una cappella dedicata a S. Maria, che cercò di ampliare. In seguito, verso la fine del XIII secolo, fu costruita una chiesa dedicata allo Spirito Santo, con convento annesso, sulla base dello stretto rapporto che Fra Pietro aveva stabilito con la teoria di Gioacchino da Fiore (1130-1202). Una teoria teologica d’avanguardia e che dimostra come Celestino V papa non fosse di “scarsità di dottrina”, come dichiara nel testo delle dimissioni. Nell’abbazia sono visibili diverse rappresentazioni pittoriche della colomba, simbolo dello Spirito Santo. Secondo Gioacchino da Fiore, la storia degli uomini si basa sul modello della Trinità, scandito in tre tappe: èra del Padre, predominio della Legge e della schiavitù; èra del Figlio, predominio della Grazia; èra dello Spirito Santo, predominio dell’Amore, della libertà, della Pace, un’èra in cui avrebbe avuto luogo l’avvento del ‘Papa Angelico, il successore di Pietro che si eleverà in sublimi altezze’, al quale ‘sarà data piena libertà per rinnovare la religione cristiana e per predicare il Verbo di Dio… la gente non sguainerà la spada contro i propri simili e nessuno si addestrerà alla battaglia’. […]. All’interno dell’abbazia c’è la chiesa a croce greca, che presenta due pregevoli opere in legno: l’organo, eseguito dal milanese G. Battista Del Frate nel 1681 e il coro di Leonardo Macchione di Pacentro. E la Cappella Caldora, con affreschi attribuiti a Johannes de Sulmona e in una nicchia ad arco semicircolare il monumento sepolcrale dei Caldora, scolpito nel 1412 da Gualterius de Alemania”. È in questo gioiello dell’architettura religiosa abruzzese – che fu casa generalizia dei Celestini di Pietro del Morrone e che con gli eremi costituisce in Abruzzo uno straordinario unicum – dove sabato 14 giugno, in un meriggio di luce e un cielo terso che orla di blu il monte Morrone e le altre cime d’intorno alla Valle Peligna, si tiene la XVI edizione del Premio Nazionale Pratola. Organizzato dall’Associazione culturale Futile Utile, ne sono anima e motore i giornalisti Ennio e Pierpaolo Bellucci. Quando vi arrivo, qualche minuto dopo le 17, la facciata della chiesa risplende. La navata è interamente esaurita in ogni ordine di posti, come lo sono le due cappelle del transetto. E già la voce splendida del soprano Chiara Tarquini riempie con note di velluto l’ampio tempio celestiniano. Presente al completo la rappresentanza peligna nelle Istituzioni: la senatrice Gabriella Di Girolamo, la vicepresidente del Consiglio Regionale Marianna Scoccia e la consigliera Antonietta La Porta, i primi cittadini Antonella Di Nino di Pratola Peligna e Luca Tirabassi di Sulmona, fresco d’elezione e d’insediamento della sua Amministrazione. Dopo un po’ arriva da Castel di Sangro anche il presidente della Provincia, Angelo Caruso. Presente il vescovo di Sulmona Valva, Mons. Michele Fusco, e tutte le autorità militari e delle Forze dell’ordine nella città di Ovidio. Nelle prime file, a sinistra, gli insigniti del Premio 2025. A condurre l’evento, con la consueta bravura, è il giornalista Enrico Giancarli, in diretta televisiva su Rete 8, la testata per la quale lavora. Madrina d’eccezione del Premio per l’edizione 2025 l’inviata del TG1 Stefania Battistini, impegnata all’estero sui fronti di guerra, e un Testimonial davvero di rango elevato, qual è il poeta, scrittore e traduttore Hafez Haidar, due volte candidato al Nobel per la Pace e per la Letteratura. Impossibilitato a presenziare, il prof. Haidar ha inviato dalla Brianza un videomessaggio molto intenso, che richiama e invoca il dialogo e la pace, specie in questo tempo insanguinato dalla guerra in Medio Oriente, dall’orrore del pogrom del 7 ottobre e soprattutto dal massacro di innocenti nella striscia di Gaza, vittime dei bombardamenti israeliani, delle privazioni e della fame. Sono seguiti i saluti delle Istituzioni, concordi nel rilevare l’eccellenza di un Premio che anno dopo anno accresce il suo prestigio e travalica con la sua eco positiva anche in confini nazionali. Toccante il saluto di Mons. Fusco, che sceglie non le sue, ma le parole di pace di papa Francesco, ascoltate in piedi come una preghiera, in un moto spontaneo di condivisa invocazione. Non formale il saluto di Ennio e Pierpaolo Bellucci, che al fardello delle difficoltà ogni anno da superare oppongono la tenacia, la determinazione e soprattutto la passione. Non si comprende perché mai Ennio affermi che questa XVI edizione è per lui l’ultima. L’uomo ha una cifra tutta singolare, in cui la serietà e la facezia hanno un confine assai sottile, laddove spesso l’ironia sopravanza. D’altronde è sua la creatura e l’annuncio di staccarsene ha più il sapore d’una provocazione a chi deve intendere. Ma ora è tempo di consegnare i riconoscimenti ai vincitor. Il primo è alla memoria dell’artista cui il Premio è dedicato: Marcello Mariani, un grande Maestro dell’arte informale, scomparso nel 2017. Marcello Mariani era nato a L’Aquila nel 1938. Allievo di Fulvio Muzi, si era formato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, iniziando al teatro San Carlo i suoi primi lavori di scenografia. Nei primi anni Sessanta viaggia in Europa, conosce artisti a Berlino, ad Amburgo tiene una mostra personale. A Parigi conosce Sartre e gli esistenzialisti. Rientrato in Italia, nell’ambiente romano conosce Boille, Manzoni, Rotella, Lisi e Rauschenberg.  Con Rauschenberg intesse dialoghi franchi ed istintivi sulla pittura e sulla cultura. Con Boille, Lisi, Manzoni e Rotella vive gli anni infuocati delle contestazioni giovanili. Inizia ad insegnare all’Istituto Statale d’Arte dell’Aquila. Tra gli anni ’60 e ’70 si dedica con slancio alla

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“Love Story all’americana: Trump & Musk, dal ‘Ti amo’ al ‘Ti querelo’ in 12 mesi”

Analisi sarcastica del divorzio dell’anno Erano la “strana coppia” della politica contemporanea: uno con la valigetta nucleare, l’altro con un razzo per fuggire su Marte. Donald Trump ed Elon Musk si erano giurati amore eterno, o almeno finché incentivi e commesse governative non li separassero. Spoiler: li hanno separati. In un anno siamo passati dal bacio accademico con tanto di “chiave d’oro” della Casa Bianca a una raffica di post al napalm su X (ex Twitter, ex social, presto forse ex realtà). Il tycoon e il magnate si sono lanciati epiteti che nemmeno in un reality con opinionisti stanchi: “ingrato”, “bugiardo”, “impazzito”, e l’immancabile “Trump è nei file di Epstein”. Per ora, nessuno ha ancora minacciato di “togliere il follow”, ma non escludiamo sviluppi. Trump, presidente-influencer part-time, ha dichiarato in pieno stile divorzista: “Non so se avremo più una grande relazione”. Traduzione: si è già tenuto il cane, la Tesla, e forse anche il codice nucleare. Musk, invece, si è sfogato su X lanciando un sondaggio in cui chiede se sia ora di fondare un nuovo partito. L’84% ha detto sì, ma d’altronde su X votano anche i bot di Neuralink, quindi la statistica è da prendere con un chip nel cervello. Il “Big Beautiful Bill” — un nome che pare uscito da un cartone animato o da una marca di hot dog — è stato il colpo di grazia: una legge approvata “nel cuore della notte”, stile colpo di Stato sudamericano, con Musk che afferma di non saperne nulla. Lui, che nella Casa Bianca aveva un badge più usurato di quello del maggiordomo. Nel frattempo, mentre Musk brucia 100 miliardi di dollari in Borsa come se fossero marshmallow, Trump lo accusa di volere più incentivi per l’auto elettrica. Elon risponde: “Grassa e brutta” è la legge. Ma la vera domanda è: parlava della legge o della loro relazione? Non pago, Musk rilancia: “Trump dovrebbe essere sottoposto a impeachment e sostituito da JD Vance”. Proposta così casuale che sembra uscita da un bigliettino della fortuna. Ma ormai è guerra totale, e la SpaceX minaccia addirittura di ritirare la navicella Dragon, cioè l’unico mezzo americano affidabile per andare nello spazio senza usare Google Maps. Il divorzio tra questi due giganti non è solo gossip da Oval Office: è la fine di un’era. Una fine con botte da orbi, tweet velenosi, e il rischio concreto che l’America si ritrovi senza razzi spaziali ma con un nuovo partito populista formato da Elon e, probabilmente, un’intelligenza artificiale che gli fa da vice. E noi? Noi raccoglieremo i cocci. I cocci della democrazia, dei mercati, delle navicelle spaziali e forse anche di un sogno: quello che i super-ricchi potessero convivere pacificamente nel giardino dell’impero, tra una deregulation e una bistecca al ketchup. Ma dai, in fondo… C’eravamo tanto amati. Giuseppe Arnò Credito foto: AI

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Spoleto – Leone d´oro a Eugenia Serafini

      A EUGENIA SERAFINI IL PREMIO LEONE D’ORO da Spoleto Meeting Art Speciale Progetto Cultura Venezia 2025   L’artista, scrittrice, performer di esperienza internazionale, docente universitaria e giornalista Eugenia Serafini è in questo 2025 tra le stelle che brillano nelle iniziative e nei riconoscimenti del Menotti Art Festival, che la vedono il 24 maggio alle ore 16 protagonista a Venezia, premiata dal Presidente Luca Filipponi con il prestigioso Leone d’Oro allo Spoleto Meeting Art Speciale Progetto Cultura Venezia 2025, Scoletta dei Callegari. Al premio si accompagna, in prestigiosa sede veneziana, a cura di Luca Filipponi, Paola Biadetti e Assunta Cuozzo, la Mostra personale “Mitologie del mondo: Sguardo a Oriente – Omaggio a Marco Polo”, che tanto successo di pubblico e critica sta incontrando dalla sua prima presentazione al Circolo degli Esteri della Farnesina e che a Venezia amplia la sua panoramica con un Omaggio a Marco Polo, per i 700 anni dalla sua morte. Lo straordinario viaggiatore, attraverso la Via della Seta, raggiuse la Cina aprendo possibilità inaspettate per Venezia e lasciò con la stesura de “Il Milione”, memorie storiche e personali di grande interesse. Serafini, Icaro, acrilici su tela Luca Filipponi ed Eugenia Serafini nell’Atelier dell’Artista Così la giornalista Silvana Lazzarino scrive di lei: “Armonia, vitalità ed entusiasmo, ma anche verità e sogno caratterizzano le opere di Eugenia Serafini dove la bellezza e il mistero del cosmo, così come il contesto umano e sociale con le sue fragilità, permettono a chi osserva di “entrare” in queste dinamiche per riscoprire come il senso di questa esistenza si celi dentro l’universo interiore. È nell’universo interiore che albergano nostalgie per affetti lontani, verità non dette, e il bisogno di cercare un appiglio verso quell’infinito che sfugge ma che richiama a nuova vita.  A questi linguaggi si unisce la forza della narrazione che la Serafini esplora e ricama attraverso la parola scritta e declamata, come per il Teatro di performance di cui citiamo la raccolta “Canti di cantaStorie” (Ediz, Artecom, Roma 2008) tradotti, commentati e pubblicati in lingua Araba sul Quotidiano Giordano “Gli Arabi Oggi”, 1998.  All’interno di quest’opera sono racchiusi testi di grande forza evocativa legati ad accadimenti significativi del XX secolo come “Donde estan?” dedicato alla tragedia dei Desaparecidos degli anni ’70 in America Latina o le “Migrazioni” a partire da quella italiana per giungere a quella in Australia, fino alle migrazioni contemporanee. E’ stata invitata a tenere stages o mostre/installazioni oltre in Italia, in diverse nazioni: U.S.A., Egitto, Francia, Romania, Macedonia, e nel 1998 ha fondato, con un gruppo di artisti internazionali e per la volontà del maestro romeno Horea Cucerzan, il Museo di Arte Contemporanea “Micu Klein” di Blaj, in Transilvania. Fonte: Goffredo Palmerini

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LA STORIA DI JOE FARRUGGIO CON LE MANI INFARINATE

IL GUSTO DEL SUCCESSO: TUTTA LA STORIA DI JOE FARRUGGIO CON LE MANI INFARINATE   Roma, 12 maggio 2025 – “La storia di Joe: dagli USA arriva con un nuovo libro, ricco di Speranza, ma che ha il Gusto del Successo – dichiara Massimo Lucidi Presidente della Fondazione e-novation – che con il curatore Gianni De Simone e la casa editrice “publiGRAFIC” ha portato la Sicilia alla Casa Bianca con un vero romanzo, scritto con le mani infarinate”.   “Dopo lo straordinario successo ottenuto negli Stati Uniti con il libro ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’, l’autore Joe Farruggio ha deciso di tradurre in italiano il racconto del suo sogno italiano realizzato. Il noto ristoratore di Washington, D.C., tornerà in Italia per partecipare al Salone Internazionale del Libro di Torino. Dopo aver presentato la versione in lingua inglese del libro su Fox TV, Italia 1, Rai e nel programma “Little Big Italy”, il pizzaiolo siciliano emigrato in America a soli 15 anni è orgoglioso di condividere i segreti del suo successo duramente guadagnato con i suoi connazionali in Italia. La versione inglese del libro, ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’, è stato scritto insieme a Thierry Sagnier, Joe Farruggio è poi tradotto in italiano con l’aiuto del suo amico e cognato Angelo Badalamenti”.   Per la pubblicazione in Italia si è affidato alla casa editrice calabrese, publiGRAFIC con sede a Cotronei, in provincia di Crotone. La cura del testo è stata affidata a Gianni De Simone, ideatore della rivista il CalabrOne, e così ‘My Name Is Joe and I Am a Pizza Man’ diventa ‘Il Gusto del Successo’, con il sottotitolo ‘Il mio nome è Joe e sono un pizzaiolo’.   «È l’inizio di una nuova avventura internazionale» afferma Gianni De Simone. «Con Il Gusto del Successo partiremo per un tour in Italia: il primo appuntamento sarà il 15 maggio 2025 al Salone Internazionale del Libro di Torino, seguito dal 17 maggio a Reggio Emilia. Poi sarà la volta di Agrigento, Capitale Italiana della Cultura, e stiamo già pensando a una tournée anche internazionale…». La pizza è il cibo più popolare al mondo, e Joe Farruggio sa tutto quello che c’è da sapere su questa deliziosa creazione italiana. Il mio nome è Joe segue Farruggio dalla sua infanzia in Sicilia fino alla cucina del suo celebre ristorante Il Canale, situato nel cuore di Georgetown, a Washington, D.C insieme al famoso punto di riferimento a Virginia, A Modo Mio, e nella sua catena di ristoranti casual in rapida espansione, 90 Second Pizza.   IL GUSTO DEL SUCCESSO è la quintessenza della storia di un immigrato: il racconto di un uomo che ha trasformato il suo lavoro in ricchezza, dimostrando che, con coraggio, intelligenza e istinto, il “Grande Sogno Americano” può ancora diventare realtà.     NOTA DEL CURATORE Pubblicare un libro significa sempre dare voce a una storia che merita di essere raccontata. Quando ho avuto l’opportunità di leggere il manoscritto di Joe Farruggio, ho capito subito che non si trattava solo di una semplice autobiografia, ma del racconto di un viaggio straordinario, di una vita vissuta con passione, sacrificio e determinazione. La storia di Joe è quella di un uomo che ha creduto fermamente nel proprio sogno e, con dedizione e tenacia, ha saputo trasformarlo in realtà.   L’emigrazione è un tema che attraversa molte generazioni e culture, e il percorso di Joe rappresenta un esempio concreto di come il cosiddetto “sogno americano” si poteva e si può realizzare con coraggio e duro lavoro. Partito dalla Sicilia con poche certezze e tanta speranza, Joe ha costruito il suo futuro mattone dopo mattone, impasto dopo impasto, fino a diventare un punto di riferimento nel mondo della ristorazione. Il suo percorso non è stato privo di ostacoli, ma ogni sfida affrontata ha rafforzato la sua determinazione, rendendolo l’imprenditore di successo che è oggi.   Leggere la sua storia significa entrare nel cuore di un uomo che non si è mai arreso, che ha saputo reinventarsi e che oggi, attraverso questo libro, vuole condividere le lezioni apprese lungo il cammino. Ma il valore di questa testimonianza non sta solo nel successo imprenditoriale di Joe: sta soprattutto nella sua volontà di ispirare, di offrire una guida a chiunque sogni di costruire qualcosa di grande partendo da zero. L’opera che avete tra le mani non è solo il resoconto di un’esperienza di vita, ma un messaggio di speranza e di incoraggiamento per tutti coloro che credono nei propri sogni e sono pronti a lavorare sodo per realizzarli.   Gianni De Simone   Fonte: G. Palmerini

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L’ALFABETO DELL’INVISIBILE: MATEMATICA E MISTERO DIVINO DOPO L’ELEZIONE DI LEONE XIV

Nel nuovo Papa con la laurea in matematica, il segno che la fede può parlare il linguaggio dei numeri senza perdere il senso del mistero Quando la fumata bianca si è alzata nel cielo vaticano, il mondo si è interrogato, come sempre, sul volto del nuovo Papa. Ma questa volta, tra le prime righe dei profili biografici, una nota ha colpito anche i più distratti: Robert Francis Prevost, ora Leone XIV, è laureato in matematica. E in quel dettaglio, apparentemente insignificante, molti hanno letto qualcosa di incongruo. Come se la logica dei numeri fosse in contrasto con l’abbandono della fede. Come se un Papa matematico fosse una contraddizione in termini.   C’è in questo stupore un pregiudizio antico, mai del tutto estinto: l’idea che religione e scienza abitino galassie separate. Che i numeri parlino una lingua arida, incompatibile con la luce tremante del mistero. Eppure, lo stesso Leone XIV, formatosi tra le aule della Villanova University in Pennsylvania, ha respirato l’eleganza dei teoremi prima ancora di indossare l’abito talare.   Nella sua figura – con la disciplina del pensiero scientifico intrecciata alla profondità dell’ordine agostiniano – si compone qualcosa di nuovo. O forse qualcosa di molto antico. Perché non sono stati forse proprio i padri della fede come Agostino e Bonaventura a intuire che Dio parla anche in numeri, peso e misura? Lo stesso Sant’Agostino, in linea con la tradizione neoplatonica, sottolineava come i numeri rappresentino l’essenza della realtà e la struttura dell’universo, essendo una manifestazione dell’ordine divino. Già i pitagorici vedevano nei numeri l’essenza dell’universo.   Per Platone, le verità matematiche esistono nel mondo delle idee, più reali delle cose visibili. Galileo scriverà che la natura è un libro scritto in lingua matematica. E il suo contemporaneo Keplero, scoprendo le leggi del moto dei pianeti, affermava che “la geometria è coeterna alla mente di Dio, è Dio in persona”. Non sorprende allora che nel secolo scorso Ennio De Giorgi1, gigante del pensiero matematico del Novecento e uomo di fede, si sia espresso in questi termini, con un’immagine straordinariamente potente: “All’inizio e alla fine abbiamo il mistero. Potremmo dire che abbiamo il disegno di Dio. A questo mistero la matematica ci avvicina, senza penetrarlo. ”Un Papa matematico non è, dunque, un’anomalia. È il segno di un ponte possibile. Di una lingua comune tra l’intelligenza e la contemplazione. Ennio De Giorgi   Nel suo libro La matematica e l’esistenza di Dio, Antonio Ambrosetti2, uno dei più noti matematici italiani e allievo dello stesso De Giorgi alla Scuola Normale di Pisa, racconta come la fede abbia accompagnato la sua vita accademica. Non come rifugio, ma come apertura. “Lo studio della matematica mi fa intuire la presenza di Dio”, scrive. Per lui, ogni congettura è un passo verso l’infinito. Ogni intuizione, una finestra su ciò che sta oltre: “In questo, io intravedo qualcosa che è sempre sopra di noi, irraggiungibile, la presenza – seppure misteriosa – di Dio.”   Ambrosetti non pretende affatto che la matematica possa arrivare a dimostrare l’esistenza di Dio. Ma vede nella sua logica rigorosa, nella sua eleganza, una strada verso l’oltre. E perfino un riflesso della gioia creativa di Dio stesso. Un ponte fatto di silenzio e rigore: De Giorgi parlava della matematica come di una “forma di carità”, perché insegnare, condividere il sapere, è per lui una delle più alte espressioni dell’amore cristiano. “Non saprei dare un significato alla mia vita e al mio stesso lavoro scientifico senza la fede nella Resurrezione di Cristo”, scriveva. Non per bisogno, ma per coerenza: perché il mondo, se davvero è ordinato, deve avere un’origine. E se l’uomo riesce a leggerlo, è perché la sua intelligenza rispecchia, almeno in parte, quella del Creatore.   Avremo quindi un pontefice con l’anima cartesiana? Leone XIV potrebbe dunque rappresentare un ritorno al senso profondo della ratio, non come dominio, ma come meraviglia. La stessa meraviglia che guida il matematico nel cuore di una dimostrazione, e il credente nell’ora silenziosa della preghiera. La sua formazione scientifica non sarà quindi una nota di colore, ma una cifra spirituale. In un’epoca in cui tutto deve essere provato, computato, garantito, forse ci voleva un Papa che conoscesse i limiti della dimostrazione per ricordarci che il vero si manifesta anche nell’indimostrabile. E così, mentre Leone XIV si affaccia alla finestra del mondo, possiamo cominciare a leggerlo come un segno dei tempi: la fede non è l’opposto del rigore, ma potrebbe essere una sua estensione. Sebastiano Catte Com.Unica www.agenziacomunica.net _________________________________________________________________________________________________________ 1 Ennio De Giorgi, Anche la scienza ha bisogno di sognare (a cura di di A. Marino, C. Sbordone, F. Bassani), Edizioni Plus Università di Pisa 2002. 2 Antonio Ambrosetti, La matematica e l’esistenza di Dio, Lindau 2017.

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GLI ABRUZZESI NEL MONDO: DOM SERAFINI

ORA LI RACCONTA SUL QUOTIDIANO D’ABRUZZO “IL CENTRO”     L’AQUILA – Dopo 20 anni ed oltre 2.000 personaggi recensiti, la rubrica settimanale di Dom Serafini sugli “Abruzzesi nel mondo” passa dalla prima pagina dell’edizione Abruzzo de “Il Messaggero”, alle pagine regionali del quotidiano abruzzese “il Centro”. Il passaggio all’altra testata è stato inaugurato con un’intervista al giornalista di Giulianova residente a New York City, nell’edizione del 19 aprile de “il Centro”, mentre la rubrica vera e propria ha preso avvio la domenica di Pasqua, con un ampio servizio di Serafini su come gli Abruzzesi d’America vivono la festività pasquale e con quali tradizioni.   Scopo della rubrica di Dom Serafini è far conoscere in Abruzzo i traguardi raggiunti e i successi ottenuti dagli emigrati ed espatriati abruzzesi ed il contributo che essi rendono alla terra d’origine. Con i suoi servizi Serafini non ha solo l’obiettivo di rendere dall’estero un’informazione puntale, formativa e culturale, ma la sua rubrica ha anche lo scopo pratico fornire esempi per i giovani che vogliano intraprendere una carriera all’estero, come pure d’essere utile, attraverso le vite che racconta, agli amministratori locali e regionali, perché incentivino politiche tese a valorizzare e mantenere in Abruzzo i giovani talenti, creando opportunità di lavoro e di ricerca nella regione.   Quella che una volta veniva chiamata emigrazione è oggi in buona parte rappresentata dagli “expats“, giovani laureati che vanno all’estero per alta formazione, dottorati e master, trovando poi là buone opportunità di occupazione o per lavorare: una vera  “fuga di cervelli”, come viene definita con locuzione sommaria ma efficace, che però tanto danno arreca al Paese ancora incapace di dare un futuro alle sue migliori intelligenze. Il termine “emigrato” è infatti ora superato, molti giovani si considerano semplicemente “espatriati”. Gli “expats” sono laureati in discipline scientifiche, ingegneristiche, mediche, economiche ed informatiche, sono professionisti o artisti, mentre prima con il termine “emigrante” si connotava il lavoratore non qualificato o con una formazione solo basilare.   Dal 2013 al 2024 l’Abruzzo ha registrato un calo significativo della popolazione. Nel 2013 la popolazione residente era di 1.334.939 abitanti, mentre nel 2024 è scesa a 1.269.571 abitanti, con una diminuzione di 64.368 persone in poco più di un decennio. Il fenomeno dello spopolamento è attribuito a diversi fattori, tra i quali il calo della natalità, l’invecchiamento della popolazione e l’emigrazione verso altre regioni o Paesi. Questo trend demografico pone un forte interrogativo alla classe dirigente abruzzese, politica ed amministrativa, è la sfida più importante per la regione, in tutte le sue articolazioni istituzionali ed economiche. È una chiara indicazione ad investire in misure di sviluppo durature che incentivino l’occupazione giovanile, specie di giovani con alta formazione, per consentire loro di lavorare in Abruzzo e formare nuove famiglie, grazie a politiche mirate e adeguati servizi di sostegno.   Dom Serafini, sulle pagine de “il Centro”, continuerà a raccontare storie di vita e di successo degli Abruzzesi nel mondo. Uomini e donne che in terra straniera hanno saputo guadagnarsi stima e considerazione nei Paesi d’accoglienza, conquistando posizioni di rilievo in quelle società grazie alla loro serietà, all’ingegno e alla creatività. Storie di personaggi abruzzesi che andranno ad aggiungersi alle oltre duemila raccontate finora. L’opera di Serafini è meritoria, ma è soprattutto utile al nostro Abruzzo.   Sarà bene, infatti, che le Istituzioni abruzzesi considerino l’altro Abruzzo, quello fuori i confini, come una importante risorsa. Giova ricordare a classi dirigenti sovente poco attente all’attualità della nostra emigrazione, talvolta giudicata secondo triti stereotipi piuttosto che nella realtà, come gli Abruzzesi all’estero hanno saputo conquistarsi rispetto e ammirazione, fino a rivestire ruoli significativi nelle università, nell’economia, nella ricerca, nell’imprenditoria, nell’arte, persino nei Parlamenti e nei Governi dei Paesi di accoglienza. Questa nuovo impegno giornalistico di Dom Serafini sulle pagine del quotidiano “il Centro” può offrire ai lettori un importante contributo di conoscenza dell’altro Abruzzo fuori confine e di un’informata coscienza del suo straordinario valore.   Goffredo Palmerini

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Dalla moka al wok: Bialetti diventa cinese, il caffè ora si fa con i bastoncini

Addio espresso all’italiana, benvenuto “caffè alla cantonese”. Ci svegliavamo col gorgoglio della moka. Ora ci sveglieremo col gong. È ufficiale: un altro monumento del made in Italy si è arreso, con la stessa dignità con cui ci si arrende alla dieta dopo aver visto una teglia di lasagne. Bialetti – quella dell’omino coi baffi, dei risvegli domenicali, del profumo che invade casa mentre fuori piove – è diventata Made in Hong Kong. A rilevarla è il fondo lussemburghese Nuo Octagon, ovvero una scatola cinese travestita da cassaforte europea. Loro la chiamano “internazionalizzazione del brand”. Noi la chiamiamo “il colpo di grazia al nonno che stringeva la moka con una mano e la patria con l’altra”. Sì, ma perché? Perché il capitalismo non ha cuore. E nemmeno un palato. Bialetti, schiacciata tra debiti, concorrenza elettronica e scelte strategiche degne di un ubriaco al volante, si è trovata sull’orlo del baratro. A salvarla non è arrivata una mano italiana. Ma una cinese. Che però giura: “Amiamo lo stile di vita italiano”. Traduzione: probabilmente useranno l’omino coi baffi per una linea di tè al gelsomino. Un’offerta che non potevano rifiutare 53 milioni subito, più un’Opa da 0,45 euro ad azione. Un prezzo talmente basso che i risparmiatori del 2007 – quelli entrati a 2,5 euro – hanno organizzato un pellegrinaggio a Lourdes. Se la matematica non è un’opinione, la Borsa lo è eccome. Bialetti ha perso il 92% del suo valore. Ma in fondo, cos’è il valore quando hai l’onore di essere “strategicamente riposizionato” in Oriente? Dal Carosello al cartello Una volta l’omino Bialetti ammiccava dalla TV, disegnato dalla matita di Paul Campani, con la sua aria da Alberto Sordi in formato mignon. Oggi potrebbe tornare con un makeover stile manga: baffi più sottili, sguardo tagliente, magari un dragone sul grembiule. Ma non disperiamo… Forse sarà un nuovo inizio. Magari i nuovi proprietari ci stupiranno, e anziché produrre moka al ribasso, rilanceranno il culto del caffè italiano in Asia. Con le nostre ricette, la nostra estetica, la nostra identità. O forse trasformeranno tutto in capsule compatibili da vendere nei duty free. In ogni caso, il profumo del caffè al mattino sarà lo stesso. Solo che ora, accanto alla moka, ci sarà un QR code. Post scriptum per gli inguaribili nostalgici: Tenete strette le vostre vecchie moka. Tra qualche anno, potrebbero valere più di un bitcoin. O almeno, più di un’azione Bialetti del 2007. Giuseppe Arnò Immagine: pubblico dominio / CC0 

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Vacanze a 1 euro a Siculiana

Intervista di Giovanni Zambito al sindaco di Siculiana Alla fine, si è rivelato tutto vero: le vacanze a 1 euro a Siculiana si sono rivelate non solo semplicemente “vere”, ma anzi autentiche nel senso della loro riuscita in termini di organizzazione e piena soddisfazione dei turisti vincitori del concorso lanciato dall’amministrazione comunale con in testa il Sindaco Peppe Zambito. Un’iniziativa che ha avuto un’eco mediatica impressionante che ha ulteriormente alzato le aspettative. Provenienti da tante parti del mondo, i turisti hanno goduto appieno delle bellezze naturali del territorio, conosciuto i suoi avvenimenti storici più importanti, visto scorci inediti e assaggiato le buonissime specialità enogastronomiche. Il Sindaco Peppe Zambito racconta i momenti più salienti del fine settimana appena trascorso, fra bilancio e sguardo verso il prossimo futuro. L’intervista. Un bilancio obiettivo dell’iniziativa “Vacanze a 1 euro”… Una grande partecipazione, con oltre 1500 candidature da ogni parte del mondo, grazie ad una attenzione mediatica straordinaria, con un impatto promozionale al di là di ogni aspettativa che era l’obiettivo principale. Da sottolineare la collaborazione attiva di tutti gli operatori turistici del territorio che hanno condiviso e sostenuto “Vacanze a 1 euro”. Inoltre, era necessario mettersi alla prova per misurare la nostra capacità organizzativa per un’accoglienza di qualità. Dalle visite guidate alle attività esperienziali tutto ha funzionato alla perfezione. Ciò conferma la bontà della programmazione di questi anni, sia nella valorizzazione dei luoghi culturali e dei beni immateriali, sia nell’aver investito nei giovani del territorio attraverso le associazioni che costituiscono Siculiana Turistica. Che cosa avete fatto scoprire di Siculiana ai turisti vincitori del concorso? Abbiamo raccontato Siculiana attraverso la visita ai siti culturali, tra aneddoti e fatti storici. Fatto scoprire vicoli e scorci di un centro storico ricco di memoria, le nostre radici arabe e le testimonianze della presenza di una comunità ebraica. Un itinerario che ha incluso la scoperta della riserva naturale di Torre Salsa, patrimonio di biodiversità, e il borgo marinaro di Siculiana Marina, antico luogo di approdo dove insistono i silos granai dei romani. Tracce storiche e bellezze naturali si sono intrecciate in un percorso che non ha trascurato la scoperta della migliore tradizione enogastronomica siciliana. Quali sono state le reazioni più comuni e i commenti più originali? I vincitori sono arrivati con qualche dubbio e con un interrogativo: “Sarà davvero una vacanza ad 1 euro?”. Un interrogativo superato subito da una calorosa accoglienza e una forte empatia. Si sono mostrati sorpresi nello scoprire come anche un piccolo comune sia in grado di offrire uno scrigno ricco di storia e bellezza. Una Sicilia che non vedi nelle proposte standardizzate e che riesce a meravigliarti, offrendoti una vacanza alternativa e coinvolgente. C’è un elemento che non avevamo valutato fino in fondo e che ha sorpreso tutti, compresi noi, il valore umano dell’iniziativa. Un gruppo di persone da provenienze differenti, con lingue e storie molto diverse tra loro che si sono ritrovate a vivere insieme un’esperienza immersiva. Il risultato? Una vacanza ricca di emozioni, di scambi culturali, di arricchimento personale e la volontà di rivedersi e progettare insieme. Alla fine, non sono mancate le lacrime. Attraverso queste visite, anche Lei ha guardato al suo paese con occhi diversi? È stata una bella opportunità per leggere il mio territorio con occhi esterni. Avevamo bisogno di conferme e di misurarci con la nostra proposta turistica sul campo, per rafforzare la fiducia in un progetto che è il frutto di anni di costruzione e di impegno. Da questo punto di vista sono molto soddisfatto. Il concorso si ripeterà? Sicuramente! Riceviamo quotidianamente richieste di partecipazione e il successo dell’iniziativa ci impone una seconda edizione. Siamo convinti che rappresenta un importante stimolo per fare meglio e crescere, lavorando insieme per un progetto di comunità. Quali effetti spera possa sortire? In realtà Vacanze a 1euro sin da subito ha avuto un impatto positivo sul territorio. Oltre alla grande visibilità, tantissime le richieste di informazioni da parte di operatori turistici interessati ad inserire Siculiana tra le mete da visitare. 50 ospiti sono in arrivo la prima settimana di maggio per vivere insieme a noi la tradizionale festa del 3 maggio dedicata al Cristo Nero. Altri hanno richiesto pacchetti ad hoc che stiamo elaborando. Elemento non trascurabile le tante richieste per acquistare una casa nel nostro centro storico. L’iniziativa ha sicuramente dato un grande impulso nella direzione che auspicavamo: scommettere su uno sviluppo sostenibile, con offerta turistica di qualità, valorizzando il territorio. Sicuramente oggi Siculiana vanta 30 nuovi ambasciatori in tutto il mondo. Giovanni Zambito

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ELEZIONI DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI DEL LAZIO- BALLOTTAGGIO

ORDINE DEI GIORNALISTI DEL LAZIO IL GRUPPO GINO FALLERI IMPEGNATO PER UN GIORNALISMO INDIPENDENTE, EQUO E PROIETTATO VERSO IL FUTURO     Anche la mitica Maria Giovanna Elmi è con il Gruppo. Clicca sul link: https://www.youtube.com/watch?v=zeArs87RylY&feature=youtu.be   Nel panorama giornalistico italiano, caratterizzato da sfide sempre più complesse, il Gruppo Gino Falleri è un mix perfetto di tradizione e innovazione, un po` come una radio d’altri tempi che trasmette il futuro!   Ci guidano valori forti come correttezza, trasparenza e onestà intellettuale perché crediamo che il giornalismo debba essere serio, ma con un pizzico di cuore ed entusiasmo, per costruire un domani migliore e per promuovere una professione di alto livello, tutelando chi ogni giorno si impegna nel raccontare la realtà.   Da sempre il Gruppo si batte per ottenere l’approvazione della riforma della legge n. 69/1963 dell’Ordine dei giornalisti (ormai non più adeguata alle esigenze del giornalismo contemporaneo) anche per ripristinare il diritto sacrosanto dei Pubblicisti al ricongiungimento, affinché possano nuovamente accedere all’esame di Stato per diventare Professionisti.   Il Gruppo si impegna inoltre per il riconoscimento e la valorizzazione del lavoro giornalistico, contrastando lo sfruttamento e chiedendo una riforma dell’accesso alla professione. Accanto a questi temi, si aggiunge la necessità di una previdenza adeguata e di una maggiore formazione online che permetta ai Pubblicisti di partecipare ai corsi per restare competitivi in un mercato in continua evoluzione.   In un’epoca di profondi cambiamenti per il settore dell’informazione, il Gruppo Gino Falleri ribadisce il suo impegno per un giornalismo indipendente, equo e proiettato verso il futuro. Con le sue varie iniziative il Gruppo dimostra che tradizione e innovazione possono andare di pari passo, offrendo ai Pubblicisti strumenti concreti per affrontare le sfide del domani.   Compatto per il futuro del giornalismo, il Gruppo Gino Falleri è arrivato a pieni voti  al ballottaggio. Si vota il 2 e 3 aprile ONLINE collegandosi al sito www.odg.it  e domenica 6 aprile IN PRESENZA presso il CPO a Largo Giulio Onesti.   Noi candidati del Gruppo, chiediamo gentilmente agli elettori che ci hanno sempre sostenuti, di rinnovare la loro PREZIOSA FIDUCIA votando la lista in blocco, per riuscire finalmente ad apportare concreti cambiamenti e riconoscimenti alla nostra categoria.   Per qualsiasi informazione potete contattarci ai seguenti numeri: 339-1192478, 338-3853740, 339-2150677   CON LA MENTE PENSA, CON LA MANO SCRIVI, CON IL CUORE REALIZZA!   di Redazione

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