Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile
Se ne va Alex Zanardi, e con lui una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: si incidono. Aveva 60 anni, ma la sua esistenza ne conteneva almeno tre, forse quattro, tutte consumate con la stessa intensità febbrile di chi non accetta compromessi con la vita.
Bolognese, pilota di Formula 1 negli anni Novanta, Zanardi era già allora molto più di un volante veloce: era un carattere, un sorriso ostinato, una fame di strada che non conosceva prudenza. Poi, nel 2001, l’incidente che avrebbe chiuso qualsiasi carriera e piegato qualsiasi volontà. Non la sua. L’amputazione delle gambe non segnò una fine, ma una deviazione: dolorosa, brutale, eppure fertile.
Zanardi tornò. Non come simbolo, parola che lui stesso rifuggiva, ma come uomo che si rimette in gioco senza chiedere sconti. Il paraciclismo divenne la sua nuova pista, e lì costruì un’altra leggenda: quattro ori e due argenti tra Giochi paralimpici di Londra 2012 e Giochi paralimpici di Rio 2016. Non una rivincita, ma una conferma: il limite, per lui, era solo una linea da attraversare.
Gli anni successivi furono un’altra battaglia, più silenziosa e più crudele. Interventi, coma, ospedali, e ancora una volta quel ritorno che sembrava impossibile. Accanto a lui, sempre, la famiglia: la moglie Daniela e il figlio Niccolò, custodi discreti di una forza che non aveva bisogno di platee.
Zanardi è stato molte cose: pilota, atleta, esempio. Ma soprattutto è stato una smentita vivente del fatalismo, quella convinzione pigra secondo cui a un certo punto bisogna arrendersi. Lui no. Non si è mai arreso, nemmeno quando il corpo chiedeva tregua e il destino sembrava aver già scritto l’ultima riga.
Ora quella riga è arrivata davvero. Eppure, a ben vedere, non chiude nulla. Perché certi uomini non finiscono: semplicemente smettono di correre sotto i nostri occhi, lasciando agli altri il compito, spesso disatteso, di provarci almeno una volta.
E Zanardi, con la sua vita spericolatamente normale, ci aveva già detto tutto: che vincere è un dettaglio, mentre rialzarsi è un’arte. E lui, di quell’arte, è stato maestro.
Di Redazione
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Foto: Screenshot da filmato ilgiornale.it