“Mitopedia – Il mito come non te l’hanno raccontato”

SANTE O MERETRICI? ELENA VS. ECUBA A PROCESSO     Cosa resta del mito quando lo spogliamo della sua veste puramente scolastica? Resta un organismo vivo, uno specchio in cui riflettere le nostre paure più profonde e attraverso il quale riscoprirci. Su queste fondamenta poggia la terza stagione di “Mitopedia – Il mito come non te l’hanno raccontato”.   Nato da un’idea della filologa e poetessa Rosaria Scialpi, Mitopedia si è imposto nel panorama del podcasting italiano come l’unico spazio dedicato alle versioni non canoniche e meno note delle grandi narrazioni classiche. In questa nuova stagione, il progetto compie un salto di qualità: abbandona la sola dimensione del racconto preregistrato per diventare un evento live su YouTube, durante il quale il pubblico potrà intervenire, porre domande e condividere riflessioni in tempo reale.   Mercoledì 22 luglio, alle ore 19:00, andrà così in onda il sesto episodio dal titolo Sante o meretrici. Elena VS. Ecuba: imputate alla sbarra.   L’episodio Sante o meretrici: le donne e il loro corpo sono sempre stati oggetto di giudizio e di critiche aspre. Ma le due categorie hanno davvero senso di esistere? Davvero non si può parlare delle donne se non in maniera antitetica e in riferimento alla loro sfera personale? Elena era davvero la meretrice per cui salparono le navi greche e per cui si combatté per un decennio? Ecuba era davvero un’eroina tragica senza macchia? Oppure i contorni sono più sfumati e non esiste una sola versione della stessa storia? Questo, il mondo omerico e molto altro sarà oggetto dell’analisi di mercoledì 22, alle ore 19:00, in diretta sul YouTube, al seguente link: https://www.youtube.com/live/12sgtBMVJQA?si=K6sWdDh_5q-hgmuk   Dal giorno seguente il podcast sarà disponibile anche in differita sullo stesso canale e su Spotify: https://open.spotify.com/show/4b691z1cLKG4tpQWsvJkjQ?si=3d2b7f32bd254dc5

Per saperne di più »

Purghe, purganti e lassativi

Mentre il mondo brucia, l’Europa si dedica al decoro linguistico. La nuova frontiera del progresso? Dire “person of business” invece di “businessman”. Una purga di realtà, somministrata a dosi massicce. x x Le purghe, si sa, servono a stimolare o accelerare l’evacuazione intestinale. Si usano contro la stitichezza o per liberarsi di qualche parassita recidivo. Negli ultimi tempi, tuttavia, sembrano necessarie anche per disintasare certi cervelli: quelli che passano le giornate a correggere il linguaggio invece che la rotta. Oibò, forse non si può più dire nemmeno “purghe”: troppo autoritario! Meglio “purganti” o “lassativi”, che suonano più democratici e meno nostalgici. Ma noi,  che ancora crediamo che le parole servano a dire le cose, non a nasconderle, non ci lasciamo prendere da queste corbellerie da anticamera parlamentare: preferiamo occuparci di faccende serie. Il guaio è che non tutti la pensano così. E non per amore del pensiero unico, ma perché, come ricordava Orazio, est modus in rebus: c’è una misura in tutto. E l’Europa, ahimè, pare averla smarrita insieme al senso del ridicolo. L’ultima perla viene dall’OCSE, che, forse stanca di occuparsi di economia, ha deciso di compilare un manuale woke sul linguaggio “inclusivo”. Nel nuovo catechismo del politicamente corretto, la parola man è diventata un’eresia.“Businessman”? No. “Gentleman”? Vietato. “Manodopera”? Orrore. E “human”? Cauto silenzio: contiene man! Siamo al Guinness delle barzellette.Mentre in Ucraina si spara, in Israele si piange e il mondo ridisegna i propri equilibri, l’Europa, la vecchia, stanca, tenera Europa, si esercita a depurare i testi da ogni virile consonante. Una potenza mondiale che non sa più decidere, ma solo riformulare. Così, mentre il pianeta cambia pelle, noi ci preoccupiamo del lessico.E quando la realtà bussa alla porta, l’Europa risponde con un glossario. A questo punto, non resta che confidare nell’OMS: chissà che un giorno non istituisca un reparto speciale per prescrivere purghe mentali, destinate a chi ne dimostri urgente bisogno.Perché la stitichezza, soprattutto quella del buon senso, rischia di diventare cronica. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Scioperare per lo Stato che non c’è

In Italia si sciopera per tutto, anche per lo Stato che ancora non esiste. Ieri le piazze si sono riempite di bandiere, slogan e, va da sé,  qualche vetrina spaccata. La causa? La Palestina. Non quella possibile, non quella in costruzione, ma quella immaginaria, proclamata a gran voce come se già avesse confini certi, istituzioni funzionanti e un esercito riconosciuto. Max Weber, che di Stato qualcosa capiva, probabilmente si starà rivoltando nella tomba. Il problema, però, non è la Palestina. È l’Italia. O meglio, il riflesso condizionato di certi sindacati e partiti che trasformano ogni causa internazionale in un pretesto domestico. La manifestazione, ci viene detto, era contro Netanyahu. In realtà, tra un coro e l’altro, l’obiettivo diventava il governo Meloni, “complice se non si interviene”. Insomma, si parla al cane perché senta il padrone, con la differenza che il cane, in questo caso,  non capisce e il padrone non ascolta. Ecco allora l’inevitabile paragone con lo sciopero del 1943: quello che avrebbe incrinato il regime fascista. Evocare la Resistenza per giustificare i tafferugli in centro città è come paragonare la gita scolastica di quarta elementare all’impresa dei Mille. Ma tant’è: la retorica sindacale si nutre di storia piegata a uso e consumo del presente. Naturalmente, la tragedia a Gaza è reale: i morti superano i 45.000, e ce ne rattristiamo. Ma anche in altre guerre, dai Balcani all’Ucraina,  i numeri sono stati e sono infinitamente più drammatici, senza che l’Italia “contestatrice” abbia mai inscenato rivolte di piazza. Perché allora questa improvvisa sensibilità selettiva? Forse perché, come insegna la Treccani, la moda è un fenomeno sociale che investe comportamenti e ideologie. Oggi la moda è la protesta per Gaza: ieri non c’era, domani chissà. Nel frattempo, i poliziotti finiscono in ospedale, le città pagano i danni e la cittadinanza si divide tra chi finge entusiasmo e chi scuote la testa. Il tutto in un copione che ricorda più la “Compagnia della ventura” di Brancaleone che una mobilitazione popolare cosciente. E intanto, lontano dai riflettori, in Ucraina i morti hanno superato, ufficiosamente, il milione. Ma lì non si sciopera, non si scende in piazza, non si rompono vetrine. Forse, semplicemente, perché non è di moda. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

👀 La Cina? Mai sentito parlare di spionaggio!

  Quando anche le spie si dichiarano turisti e i bugiardi rivendicano la verità   Xu Zewei, turista o 007 per caso? Gli Stati Uniti lo vogliono, l’Italia ci pensa, la Cina nega. Chi spia non dorme… e nemmeno confessa. Pare proprio il caso di tirare in ballo il proverbio: “Chi per bugiardo è conosciuto, quando dice il ver non è creduto.” Perché quando si parla di Cina e spionaggio, le smentite sono più automatiche dei chatbots e meno credibili dei maghi del meteo. L’ultima vicenda ha un nome e un volto: Xu Zewei, 33 anni, fermato a Malpensa il 3 luglio su mandato USA. L’accusa? Hackeraggio, intrusione nei sistemi sanitari occidentali e spionaggio scientifico sui vaccini anti-Covid. Ma lui no, lui è solo un turista curioso atterrato da Shanghai col trolley, il passaporto e – secondo l’FBI – una sfilza di reati digitali sul groppone. Interrogato in aula, Zewei ha candidamente dichiarato: “Qualcuno ha usato il mio account.” Ah, quei soliti amici smanettoni che ti rubano le credenziali e iniziano a trafugare segreti industriali tra una serie su Netflix e una partita a Mahjong. La difesa italiana non si è fatta attendere. L’avvocato Enrico Giarda parla di “scambio di persona”, e ci mancherebbe. Omonimia, sfortuna, o forse uno scherzo di cattivo gusto: certo è che gli USA hanno le idee chiarissime e chiedono l’estradizione, convinti che dietro l’innocuo turista si celi una spia provetta, esperta in dead drop, denaro invisibile e file riservati. Il caso si complica quando emerge che Xu non è l’unico: altri due cinesi, sempre secondo Washington, sarebbero stati arruolati per reclutare ufficiali della Marina USA. Una miniserie di Netflix già pronta. E la Cina? Zitta come sempre. Anzi no: parla, ma solo per negare. Mai fatto spionaggio, mai sentito parlare di hacker, mai visto Linda Sun – ex assistente del governatore di New York e oggi sospettata agente del governo cinese. Tutto un grande equivoco. Tutti turisti. O magari viaggiatori del tempo. Ah, che nostalgia dei bei tempi andati! Quando le spie erano spie, confessavano sotto ruote, catene e ferri roventi. Oggi invece, tra garanzie, diritti e conferenze stampa, non c’è più gusto. Neanche il poligrafo, il leggendario lie detector, riesce più a cavare un ragno dal buco. Troppo sofisticati gli inganni, troppe le contromisure. E allora? Forse è tempo di affidarci a lei, l’intelligenza artificiale. Magari un algoritmo, tra un selfie e un deepfake, riuscirà a distinguere un hacker da un turista, un agente segreto da un fan dell’Expo. Ma fino ad allora, meglio tenere gli occhi aperti… perché, si sa, le spie non dormono mai. E nemmeno i bugiardi.  

Per saperne di più »

Il Dragone con la Patente Scaduta da 007

Quando la Cina gioca a fare la spia… ma finisce per farsi scoprire peggio di un ladro di polli.   Spiare il mondo sembra essere diventato il passatempo preferito di Pechino, ma con risultati che lasciano alquanto a desiderare. Altro che James Bond: il Dragone orientale, quando indossa lo smoking da agente segreto, finisce spesso con le mani nella marmellata, beccato in flagrante come un ragazzino che copia il compito in classe. La Cina ci prova in tutti i modi: finti turisti con la macchina fotografica sempre pronta (ma puntata sui documenti riservati), palloni volanti che “per caso” sorvolano basi militari, videocamere onnipresenti che trasmettono dati come fossero reality show, telefonini spioni e persino squadre di polizia extraterritoriale che vanno in giro per il mondo a mettere il naso negli affari dei cinesi emigrati. Insomma, il menù è vario, ma spesso il sapore è quello di un pasticcio mal riuscito. Uno degli episodi più imbarazzanti per Pechino risale al 2024, quando, nel cuore di Praga, l’intelligence locale sventò un presunto attentato in pieno stile Hollywood. Secondo i servizi cechi, l’obiettivo era niente meno che la vicepresidente di Taiwan, Hsiao Bi-khim. L’idea? Provocare un incidente d’auto simulato per “risolvere” la questione con la finezza di un camion in retromarcia. Peccato che il piano sia finito dritto nei fascicoli della polizia prima ancora di partire, lasciando Praga, Taipei e Pechino a scambiarsi accuse come figurine Panini. E questi non sono episodi isolati. Dalla Silicon Valley alle capitali europee, l’ombra (nemmeno troppo discreta) dello spionaggio cinese continua a farsi notare. La Cina vuole sapere tutto di tutti, controllare tutto e tutti, e – quando serve – pure intervenire, magari senza neanche togliersi il cappello da turista. Napoleone diceva che “una spia ben piazzata vale 20.000 uomini al fronte”. La Cina, con oltre un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, dovrebbe poter scegliere con calma… e invece manda spesso in missione personaggi che sembrano usciti da un film comico più che da un thriller. Il problema forse è che lo spionaggio moderno richiede più dimestichezza con mouse e password che con pistole e arti marziali. Oggi il vero agente segreto deve saper leggere file criptati, non saltare dai tetti. E pare che qualche falso turista cinese non abbia ancora aggiornato il curriculum. Certo, ci saranno pure i veri 007 di Pechino, ma tra dilettanti allo sbaraglio, palloni gonfiabili e spie da discount, distinguerli è sempre più complicato. Forse è anche per questo che la Cina – come tutto il resto del mondo – si sta affidando sempre più all’intelligenza artificiale: almeno quella non dimentica il microfono acceso. O quasi. di Redazione

Per saperne di più »

Shakespeare and his Muse? È a Verona, in lungadige San Giorgio

Sulle orme dell’autore di “Romeo e Giulietta”.    Verona e William Shakespeare, un connubio secolare dall’incontro diretto mai avvenuto. Ma con tracce del mito-tragedia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti (titolo originale in inglese The most excellent and lamentable tragedy of Romeo and Juliet, elaborato tra il 1594 ed il 1596) forgiate e disperse in città perché viaggino nel tempo quali meste emozioni d’amore.    Dalla Casa di Giulietta, in via Cappello (con la statua della giovane in cortile d’ingresso posta nel 2014, copia di quella originale del 1969 dello scultore Nereo Costantini, Caselle di Nogara, 13 novembre 1905 – Verona, 4 agosto 1969, piazzata nel 1972), a quella di Romeo, in via Arche Scaligere. Per poi immergersi nella cupa atmosfera tombale della dolce e sventurata fanciulla, davanti al sarcofago di marmo rosso nell’ex Convento di San Francesco al Corso, ora sede del Museo degli Affreschi “Giovanni Battista Cavalcaselle”, in via Luigi da Porto.    Sotto i portoni della Bra, inoltre, accanto all’ingresso del Museo Lapidario Maffeiano, è stato inaugurato il 23 settembre 2005 un busto raffigurante, appunto, William Shakespeare (drammaturgo e poeta, Stratford-upon-Avon, presumibile 23 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, varie fonti citano la data di morte con un improbabile parallelismo al giorno e mese di nascita, 23 aprile 1616, secondo il calendario giuliano in voga, il 3 maggio stando al gregoriano).    L’opera si deve all’artista Sergio Pasetto (Quinzano,Verona, 1936, con studio a laboratorio a Castel d’Azzano) ed è stata acquistata dal Club di Giulietta per poi essere donata al Comune di Verona. Vicino al lavoro scultoreo è presente una lapide marmorea in inglese ed in italiano che riporta alcuni versi tratti da “Romeo e Giulietta” (atto III, scena III): “There is no world withovt Verona walls, / bvt pvrgatory, tortvre, hell itself, / hence banished is banish’d from the world, / and world’s exile is death… (Non esiste mondo fvor dalle mvra di Verona; / ma solo pvrgatorio, tortvra, inferno. / Chi è bandito di qvi è bandito dal mondo / e l’esilio dal mondo è morte.)”.    Sempre suggestionato dalla tragedia shakespeariana, Pasetto ha realizzato anche dieci formelle in bronzo (alla Tomba di Giulietta), altre cinque con gli stemmi del Comune di Verona e delle casate Montecchi e Capuleti (nei giardini della fontana, in piazza Bra) e l’ennesimo bronzo, intitolato “Il duello”, cioè l’uccisione di Tebaldo Capuleti da parte di Romeo Montecchi vendicando la morte dell’amico Mercuzio per mano del primo (sulla facciata di Palazzo Carlotti, in corso Cavour). E, ancora, “Il bacio” (in via Dietro Pallone) e “La fuga di Romeo verso Mantova” (alla Casa di Romeo)    Tutto ciò, ma non solo…    Viene quasi snobbato un originale omaggio minore a Shakespeare che non salta subito all’occhio a quanti vi passano davanti camminando in lungadige San Giorgio. Si tratta d’un manufatto in bronzo o ferro battuto, applicato su una parete della torretta asburgica sull’Adige nei pressi della chiesa di San Giorgio in Braida, di Porta San Giorgio (o Porta Trento) e del bastione di San Giorgio. È la raffigurazione, più artigianale che artistica, di Shakespeare and his Muse (Shakespeare e la sua Musa) con l’effigie bifronte (maschile e femminile) e, in alto a destra, un “medaglione” con Romeo e Giulietta stilizzati. Curiosità segnalata anche da Google Maps.       Sebbene il concetto di “musa” sia piuttosto tortuoso e non agevolmente riferibile ad un’unica entità (reale od immaginaria), l’ipotesi interpretativa corre ad una misteriosa figura femminile suscitatrice su cui si sono sbizzarriti autori e ricercatori. Tra cui Sally O’Really, inglese residente a Brighton, nel suo romanzo “La dama nera – La storia, vera e commovente, della Dark Lady di Shakespeare” (traduzione di Marinella Negri, Sonzogno, 1^ Ediz. 2014, pagg. 448), un mix tra verità e fantasy.    La donna in questione, esistita veramente, fu l’affascinante Aemilia Bassano (Bishopsgate,  battezzata nella locale chiesa di San Botulfo il 27 gennaio 1569 – inumata a Clerkenwell il 3 aprile 1645, nota pure come Aemilia Lanyer, col cognome del marito). Figlia d’un musicista d’origine italiana della corte inglese, Baptista e dell’inglese Margaret Johnson, affidata, dopo la morte dei genitori, a Susan Bertie, contessa di Kent, maturando cultura umanista e bravura quale suonatrice di virginale al seguito di Elisabetta I Tudor, regina d’Inghilterra e d’Irlanda dal 17 novembre 1558 al 24 marzo 1603, che la elesse a sua favorita.    Dotta e spregiudicata, amante (tra vari altri) di Henry Carey (barone di Hunsdon, gran ciambellano del regno e cugino, o forse fratellastro, della sovrana), di cui rimase incinta nel 1592, venne rifilata in fretta come sposa al musicista di corte Alphonso Lanyer, suo cugino. Ebbero due figli: Henry (con Carey vero padre) ed Odillya (che morì a soli dieci mesi).    Ma i ruoli di amante, moglie e madre le furono stretti. Ambì alla musica ed alla scrittura e nel 1611 diede alle stampe un’antologia di poesie in inglese dal titolo in latino Salve Deus Rex Judaeorum (dieci componimenti poetici più un poemetto) che le fece pretendere d’essere riconosciuta come poetessa di professione, attributo femminile del tutto inedito in quanto prerogativa maschile. Gli uomini poterono permettersi il titolo di poeta professionista mentre per le donne (dame di corte e nobildonne) la particolare attività intellettuale fu considerata un passatempo, un diversivo. Aemilia, allora, assunse un ruolo da iniziale protofemminista, in quanto prima donna inglese a scrivere un libro di poesie per motivi prettamente economici, in cerca di mecenati.    Stando a studiosi, sarebbe stata l’irrequieta Dark Lady (Dama bruna, Signora oscura) lo stimolo ispiratore di alcuni dei 154 “Sonetti” del Bardo dell’Avon. Infatti, pare che i due avrebbero avuto una tormentata relazione dopo essersi conosciuti tramite Lord Hunsdon, protettore della compagnia teatrale The Chamberlain’s Players dello stesso Shakespeare. Ma mancano prove attendibili e storiche sull’effettiva conoscenza personale tra William ed Aemilia…   Servizio e foto di Claudio Beccalossi

Per saperne di più »

Referendum senza quorum: quando l’urna è vuota e il Paese… anche

Il verdetto è arrivato, e più che un’esplosione di democrazia diretta, sembra un silenzioso sbadiglio collettivo: solo il 30,6% degli italiani ha deciso di mettere la crocetta ai referendum 2025. Un dato eloquente che boccia, ancora una volta, non tanto i quesiti in sé, ma l’intero spettacolo della consultazione. Cinque quesiti, cinque sonore assenze. Eppure, i temi c’erano: lavoro, sicurezza, cittadinanza. Ma senza un quorum, e soprattutto senza una vera connessione tra chi propone e chi dovrebbe votare, l’effetto è quello di un megafono puntato verso il deserto. I referendum sono stati trasformati da strumenti di partecipazione a palcoscenici di propaganda. Troppo spesso diventano pretesti per lanciare messaggi politici contro il governo di turno, senza riuscire a parlare davvero alla pancia — e alla testa — degli elettori. Un quesito partigiano è come il raffreddore in classe: contagia anche quelli interessanti, li indebolisce tutti. Non bastano le manifestazioni in piazza, cartelli e bandiere, né i post indignati su Facebook. Perché un referendum funzioni, serve ben altro: una motivazione chiara, un proponente credibile, e un momento storico in cui la gente senta che il proprio voto può fare la differenza. Invece, l’impressione è che l’elettore medio si senta usato, stanco e disilluso. Votare per cosa, esattamente? Per dare un messaggio a chi non ascolta? Per sostenere battaglie mal spiegate e mal poste? Per mettersi in fila sotto il sole di giugno a rispondere a domande che suonano più come quiz di logica politica che scelte civiche? Il risultato, prevedibilmente, è questo: nessun quorum, nessun cambiamento. Il governo si rafforza (o così dice), l’opposizione si lecca le ferite, e i cittadini — quelli che ci sono andati e quelli che non ci sono andati — si ritrovano allo stesso punto: con una democrazia a intermittenza, dove la partecipazione diretta resta sulla carta e l’urna, più che uno strumento, sembra una trappola. Morale? Se si vogliono vincere i referendum, si lascino perdere gli slogan. Serve una vera ragione. E magari, un pizzico di rispetto in più per l’intelligenza (e la pazienza) degli elettori. di Redazione

Per saperne di più »

Meloni, Trump e quel numero in rubrica che fa invidia a mezza Europa

  Diciamocelo con franchezza: in un’epoca in cui anche rispondere a un numero sconosciuto è un atto di coraggio, l’idea che Donald Trump alzi la cornetta (o l’iPhone, più probabile) quando vede “Giorgia” sul display ha qualcosa di straordinario. Non perché Trump sia noto per la sua diplomazia vellutata o per la puntualità nelle relazioni internazionali, ma perché risponde. E in politica estera, questo è già metà del miracolo. Giorgia Meloni, da premier di un’Italia spesso percepita come “partner simpatico ma marginale”, è riuscita a ottenere qualcosa che molti in Europa sognano: un contatto diretto, personale, con quello che attualmente è il presidente della prima potenza mondiale. E non un contatto formale da comunicato stampa, ma una linea diretta, da telefonino a telefonino, come vecchi amici di partito — o forse di poker internazionale. Certo, c’è chi si scandalizza: “Ma come, l’Europa cerca di prendere le distanze da Trump, e l’Italia invece ci parla in privato?” Beh, magari è proprio questa la chiave. Mentre Berlino e Parigi si intestardiscono a dialogare con l’America secondo protocolli da Guerra Fredda, Roma ha fatto la scelta più italiana di tutte: bypassare il cerimoniale, entrare in sintonia umana, farsi ricordare. In fondo, anche la geopolitica ha un cuore — o almeno una buona memoria. E poi, scusate, volete mettere il prestigio? A Bruxelles, nei corridoi della Commissione, ci sarà chi finge indifferenza, ma sotto sotto rosica: Meloni ha la possibilità di dire “Ho parlato con Donald” senza bisogno di traduttori, ambasciatori o interpreti ONU. Per molti leader europei, Trump è ancora una sfinge imprevedibile. Per Giorgia, è un contatto nella rubrica. Con emoji, forse. Attenzione, però. Avere un filo diretto non vuol dire avere il controllo. Trump è Trump, e chiunque pensi di poterlo “gestire” rischia di ritrovarsi a rincorrere tweet alle tre del mattino. Ma se mai l’Europa avrà bisogno di un canale per capire dove sta andando il prossimo ciclo politico americano, sapere che l’Italia ha già la linea calda pronta può trasformarsi in un vantaggio strategico. Alla fine, in un mondo dove tutti parlano di “relazioni multilaterali” e “diplomazia collettiva”, può fare la differenza saper mandare un WhatsApp con scritto solo: “Don, ci sei?” E sentire il telefono che vibra in risposta. di Redazione

Per saperne di più »

VENEZUELA – PORTA (PD): LIBERTÀ PER I DETENUTI ITALIANI

VENEZUELA – PORTA (PD): LIBERTÀ PER I DETENUTI ITALIANI ASSENZA, DE GRAZIA, ECHENAGUCIA, PILIERI E TRENTINI Oggi sono 9 mesi da quando Biagio Pilieri, politico e giornalista italo-venezuelano, figlio di emigrati siciliani che arrivarono in Sudamerica durante la seconda guerra mondiale, è detenuto nel carcere di massima sicurezza dell’Helicoide a Caracas; lo stesso carcere dove era detenuto Orestes Schiavo (liberato venti giorni fa dopo 5 anni di prigione) e dove sarebbero ancora detenuti Americo De Grazia e Margarita Assenza, anche loro cittadini italiani.  La scorsa settimana, secondo quanto riferito dai familiari, De Grazia sarebbe stato trasferito in un ambulatorio del SEBIN (i servizi segreti venezuelani) per una grave insufficienza respiratoria.  Nel carcere di “El Rodeo”, invece, sarebbero ancora detenuti Daniel Echenagucia e Alberto Trentini; sono 194 giorni che il cooperante italiano è stato arrestato , senza che gli siano ancora state formalizzate le accuse per giustificarne la detenzione.  Uomini e donne, con nome e cognome e cittadinanza italiana; nostri concittadini, quindi, privati della loro libertà e dei diritti civili che dovrebbero essere assicurati a tutti i detenuti secondo le convenzioni e le regole internazionali. L’Italia e le sue istituzioni, Governo e Parlamento in primis, non possono e non devono rimanere inerti di fronte alla vita dei propri connazionali detenuti all’estero. Lo dobbiamo a loro e alla grandissima comunità italiana che vive in Venezuela, che forse meriterebbe maggiore attenzione e solidarietà e non distrazione e silenzio. ON. FABIO PORTA CAMERA DEI DEPUTATI Ufficio: Palazzo Valdina Piazza Campo Marzio, 42 – 00186 Roma Tel. 06 6760 5936 Email: [email protected] https://twitter.com/porta2020 https://www.facebook.com/fabioporta.it https://www.instagram.com/f.porta/

Per saperne di più »

La terza sedia: cronaca semiseria di un giallo vaticano

Succede che al funerale di Papa Francesco, dentro la Basilica di San Pietro, Trump e Zelensky si siedono uno di fronte all’altro. Solennità, storia, diplomazia… eppure l’occhio fino nota subito una cosa: c’erano tre sedie, mica due! La terza, all’inizio bella piazzata lì tra loro, sparisce misteriosamente dopo un rapido scambio di battute. E giù a fantasticare: era per Macron? Era per Starmer? Era per l’oste che portava il vino? Boh. Qualcuno dice che fosse il posto per un interprete, altri che servisse come appoggio per giacche e borsette. Ma probabilmente – diciamolo – si sono accorti all’ultimo che, con quella terza sedia nel mezzo, sembrava il tavolino di una trattoria di paese. E allora via, sparita come nei giochi di prestigio. Comunque, Trump e Zelensky si sono fatti la loro chiacchierata da uomini veri: una quindicina di minuti di faccia a faccia, senza testimoni scomodi e senza caffè corretto. Poi, a fine cerimonia, Zelensky ha stretto mani e scambiato parole anche con Macron, Starmer e Meloni (con quest’ultima ha chiacchierato per quasi un’ora), mentre Trump era già in viaggio, forse a cercare un altro tavolo con meno misteri. Il merito di questa giornata ben riuscita? A Meloni per l’organizzazione impeccabile, ma soprattutto a Papa Francesco, che anche nel suo ultimo viaggio ha saputo unire il mondo. Che Dio lo abbia in gloria. E la terza sedia? Sarà rimasta lì, dietro una colonna, a farsi una risata. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

Altro che “Freedom Flotilla”, sembrava più una crociera VIP con tappa forzata ad Ashdod. Greta Thunberg, ormai attivista a 360.

Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)     Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei.

Inarrestabile Luna Rossa: domina la francese Orient Express e vola in semifinale Luna Rossa conquista il quinto punto sui francesi.