Il Campo Largo e le dodici tavole che non ci sono

Tra teorie, convegni e nobili ragionamenti, il centrosinistra continua a cercare la formula dell’unità. Peccato che, per ora, la politica resti più vicina alla filosofia che al governo. Il professor emerito Beppe Vacca, autorevole studioso della storia politica italiana, riflette sulle prospettive del centrosinistra in vista delle prossime elezioni. Le sue analisi sono articolate, colte e certamente degne di attenzione. Tuttavia, come spesso accade nel dibattito sul cosiddetto “Campo Largo”, il problema non è la qualità dei ragionamenti, bensì la loro traduzione nella realtà. Si discute, si analizza, si filosofeggia quasi in modo peripatetico. Ma, fino a prova contraria, si resta nel regno delle teorie. Del resto, mettere d’accordo un esercito di ideologi, riformisti, movimentisti, pacifisti, europeisti, sovranisti di sinistra e vari interpreti dell’eterna diaspora progressista non è impresa da poco. Viene in mente quanto racconta Tito Livio. Negli anni 451 e 450 avanti Cristo, per sottrarre il diritto alle interpretazioni riservate dei pontefici e renderlo accessibile a tutti, i romani fecero incidere le leggi sulle celebri Dodici Tavole, esposte al popolo affinché ciascuno sapesse con chiarezza quali fossero le regole. Ecco, forse il Campo Largo dovrebbe fare qualcosa di simile. Prima di presentarsi agli elettori come alternativa di governo, sarebbe opportuno incidere su moderne “tavole politiche” alcuni punti essenziali e non negoziabili: quale difesa europea si intende sostenere; quale posizione assumere nei confronti della Russia e dell´Ucraina; quale linea seguire sul conflitto israelo-palestinese; quale politica economica proporre; quale ruolo assegnare all’Italia nello scenario internazionale. Non servirebbero dodici tavole di bronzo. Basterebbero poche pagine, purché chiare, condivise e soprattutto rispettate da tutti i contraenti dell’alleanza. Se questo accadesse, il Campo Largo potrebbe effettivamente presentarsi come uno sfidante credibile e competitivo alle prossime elezioni politiche. Se invece continuerà a vivere di sfumature, distinguo e interpretazioni creative, il rischio è che l’aggettivo “largo” finisca per descrivere soltanto la distanza tra le varie anime che lo compongono. Nel frattempo, il professor Vacca continuerà certamente a offrire analisi stimolanti e spunti di riflessione. Ma la politica, come insegnavano gli antichi romani, non si misura dalla qualità dei dibattiti bensì dalla capacità di trasformare le parole in regole comuni. E, al momento, le tavole sono ancora in fonderia. Giuseppe Arnò

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L’ultimo 2 Giugno di Domenico Fornara: una Repubblica che vive oltre l’oceano

La Festa della Repubblica a San Paolo diventa occasione di bilanci e gratitudine. Si chiude un mandato che ha accompagnato la crescita della più grande comunità italiana all’estero, rafforzando il dialogo tra Italia e Brasile. X   Ci sono celebrazioni che vanno oltre il protocollo. Ricorrenze che, pur nel rispetto della forma istituzionale, riescono a raccontare una storia fatta di persone, appartenenza e memoria collettiva. La Festa della Repubblica Italiana celebrata il 2 giugno a San Paolo è stata una di queste. Nell’anno in cui l’Italia ricorda l’ottantesimo anniversario del referendum del 1946, che consegnò al Paese la scelta repubblicana e aprì per la prima volta alle donne le porte del voto nazionale, la ricorrenza ha assunto nella metropoli brasiliana un significato ancora più particolare. È stata infatti l’ultima Festa della Repubblica presieduta dal Console Generale Domenico Fornara, che il prossimo 28 luglio concluderà il proprio mandato e farà ritorno a Roma dopo quattro anni trascorsi alla guida della sede consolare italiana più importante del mondo per numero di cittadini amministrati. Davanti a una platea composta da autorità, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, associazioni e membri della vasta comunità italiana e italo-brasiliana, il Console ha ripercorso il significato della data fondativa della Repubblica e, al tempo stesso, ha offerto una riflessione sul cammino compiuto dal Consolato Generale in questi anni. I numeri illustrati durante la serata raccontano una realtà in continua espansione. Migliaia di pratiche, passaporti, riconoscimenti di cittadinanza e servizi erogati testimoniano un’attività intensa, spesso silenziosa agli occhi del grande pubblico, ma essenziale per mantenere vivo il legame tra l’Italia e i suoi figli sparsi nel mondo. Una crescita tale da rendere la circoscrizione di San Paolo paragonabile, per dimensioni, a una grande città italiana. Ma ridurre questi quattro anni a una sequenza di statistiche sarebbe ingeneroso. L’eredità più significativa del mandato di Domenico Fornara appare forse in un altro dato, meno misurabile ma più duraturo: il rafforzamento del rapporto umano e istituzionale tra Italia e Brasile. In un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, economiche e normative, il Consolato Generale ha saputo consolidare la propria presenza sul territorio, promuovendo la cultura italiana, sostenendo le relazioni economiche bilaterali e valorizzando il ruolo delle associazioni che da decenni custodiscono l’identità italiana oltreoceano. Tra i ricordi destinati a rimanere nella memoria collettiva vi è certamente la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2024, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile. Un evento che ha rappresentato non soltanto un momento di prestigio istituzionale, ma il riconoscimento del contributo che generazioni di emigrati italiani hanno offerto alla costruzione del Brasile moderno. Non è stata casuale, dunque, l’emozione che ha accompagnato le parole con cui il Console ha salutato la comunità. Nei suoi ringraziamenti si è percepita la consapevolezza che l’attività diplomatica non si misura soltanto nei risultati amministrativi, ma anche nelle relazioni umane costruite giorno dopo giorno. La serata è proseguita nel segno della convivialità, valore profondamente italiano. Un ricco buffet ispirato alle tradizioni gastronomiche della Penisola ha accompagnato l’incontro tra ospiti provenienti da mondi diversi ma uniti da radici comuni. La musica di White Mary ha aggiunto una nota contemporanea alla celebrazione, dimostrando come l’Italia continui a rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità. Alla fine della serata, al di là dei discorsi ufficiali e delle fotografie di rito, è rimasta una sensazione condivisa: quella di una comunità viva, orgogliosa delle proprie origini e capace di guardare al futuro senza dimenticare il passato. È forse questo il significato più autentico del 2 Giugno celebrato a San Paolo. Una Repubblica nata ottant’anni fa nella Penisola, ma che continua a vivere ogni giorno anche qui, dall’altra parte dell’Atlantico, nel lavoro delle istituzioni, nell’impegno delle associazioni e nel cuore di centinaia di migliaia di italiani e discendenti che mantengono saldo il filo della propria storia. E se ogni Console lascia un’impronta nel luogo che serve, quella di Domenico Fornara resterà legata all’idea di una presenza italiana più forte, più moderna e più vicina alla propria comunità. Un’eredità che il suo successore sarà chiamato a raccogliere e sviluppare. Giuseppe Arnò ASIB

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Modena, il condominio Italia e il regolamento dimenticato

Tra tragedia, integrazione fallita e cittadinanze distribuite come volantini del supermercato _____________________________________ La tragedia di Modena impone rispetto prima ancora che analisi. Otto feriti, vite spezzate o mutilate, famiglie travolte insieme ai corpi scaraventati sull’asfalto di via Emilia. In questi casi il sarcasmo deve camminare in punta di piedi, quasi chiedendo permesso, perché il dolore vero non tollera gli acrobati della tastiera. Eppure, proprio mentre la cronaca cerca ancora di ricostruire il folle gesto di Salim El Koudri, nato a Seriate, residente nel modenese, italiano di seconda generazione, la politica italiana ha fatto ciò che sa fare meglio: trasformare una tragedia in un ring condominiale, dove tutti urlano dal balcone e nessuno paga mai le spese straordinarie. Da una parte Matteo Salvini rilancia il giro di vite: revoca della cittadinanza, espulsioni, linea dura. Dall’altra il ministro Alfredo Mantovano, e vari commentatori allineati, ricordano che l’autore della strage era sì di origine marocchina, ma italiano nato in Italia. Tradotto: il problema non sarebbe l’immigrazione, bensì altro. E invece il problema è proprio quel “bensì altro” che nessuno vuole definire chiaramente. Perché il punto non è stabilire se tutti gli stranieri siano un problema. Sarebbe una sciocchezza colossale, oltre che un’ingiustizia. Milioni di persone lavorano, rispettano le leggi, educano i figli, pagano le tasse e contribuiscono alla società con una dignità spesso superiore a quella di certi italiani professionisti del disordine civile. Non tutti gli stranieri sono allergici alle regole della convivenza; anzi, molti le rispettano più scrupolosamente di chi è nato sotto il campanile. Il punto vero è che l’Italia continua a confondere l’integrazione con la semplice presenza fisica sul territorio. Abitare nello stesso Paese non significa automaticamente appartenere alla stessa comunità morale. Una carta d’identità non produce miracolosamente identità culturale. La cittadinanza non è un coupon fedeltà distribuito all’ingresso dell’ipermercato democratico. È un patto. E ogni patto comporta diritti, certo, ma anche doveri non negoziabili. Per anni abbiamo raccontato la favola zuccherosa secondo cui bastasse mettere insieme persone provenienti da mondi differenti affinché sbocciasse spontaneamente l’armonia multiculturale, come nei dépliant delle compagnie aeree. Poi però arriva la realtà, che ha meno poesia e più pronto soccorso. Serve allora ripensare seriamente il concetto di integrazione. Non come parola ornamentale da convegno ministeriale, ma come pratica concreta e reciproca. L’accoglienza non può limitarsi a un tetto, a un modulo compilato e a qualche slogan pedagogico. Deve prevedere educazione civica reale, conoscenza della lingua, comprensione delle leggi, rispetto delle tradizioni costituzionali e culturali del Paese ospitante. E questo vale soprattutto per la scuola. Perché l’educazione interculturale non consiste nel fingere che tutte le culture siano identiche e perfettamente compatibili. Consiste nel creare un terreno comune dove differenze e libertà possano convivere senza dissolvere i principi fondamentali della società che accoglie. Altrimenti si produce il paradosso occidentale: società che predicano inclusione mentre smarriscono il coraggio di difendere sé stesse. In questo senso, la proposta di Matteo Salvini sulla revoca della cittadinanza per chi commette crimini gravissimi, indipendentemente dalla tragedia di Modena e senza bisogno di partigianerie da stadio, appare meno irragionevole di quanto molti fingano di credere. Uno Stato serio ha il diritto di domandarsi se chi colpisce deliberatamente la comunità debba continuare a godere integralmente del vincolo fiduciario che quella stessa comunità gli ha riconosciuto. Naturalmente la questione giuridica è complessa, delicata, costituzionalmente scivolosa. Ma politicamente il tema esiste. E ignorarlo per paura di sembrare severi significa lasciare il monopolio della discussione agli urlatori professionisti. Del resto, gli antichi, che avevano meno talk show ma più memoria storica, consideravano l’ospitalità una virtù sacra. Il forestiero veniva accolto, protetto, aiutato. Ma quel rapporto implicava reciprocità, rispetto, gratitudine. L’ospite non trasformava la casa altrui in territorio ostile. Per questo torna amaramente attuale la frase di Jules Renard: “Fai come se fossi a casa tua, ma non dimenticare che qui io sono a casa mia”. Ecco il nodo. L’Italia sembra aver dimenticato entrambe le parti della frase: l’ospitalità e il limite. Così oggi il “condominio Italia” vive senza regolamento chiaro: portoni spalancati, amministratori litigiosi, assemblee isteriche, inquilini corretti trattati da sospetti e disturbatori trattati da vittime del sistema. Un caos perfetto. Ma il mondo è già abbastanza incendiato di suo: guerre, crisi economiche, tensioni sociali, fanatismi, solitudini urbane e rabbie identitarie. Se aggiungiamo anche l’incapacità di stabilire regole condivise dentro casa nostra, allora davvero il cartello più onesto da appendere all’ingresso del Paese rischia di diventare uno solo: “Si salvi chi può”. Giuseppe Arnò * Foto Blender mix

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L´inverno demografico italiano

Durante un recente convegno al CNEL è stato presentato un numero monografico su “Il cambiamento demografico nella realtà italiana: prospettive, cause e conseguenze”. Il rapporto è stato curato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche e coordinato da Gian Carlo Blangiardo, già presidente dell’ISTAT. I dati illustrati e le prospettive non sono incoraggianti. “L’invecchiamento della popolazione comporta conseguenze plurime di carattere economico e sociale. Le più evidenti sono quelle relative alla sostenibilità del mercato del lavoro e delle prestazioni. La riduzione delle nuove nascite nel corso degli ultimi anni si è progressivamente trasferita sulle persone in età di lavoro, basta guardare come la quota dei lavoratori over 50 abbia superato da circa tre anni la coorte dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni. In più, da qui al 2040, avremo una perdita di circa 4 milioni di persone in età di lavoro. Ora più che mai è necessario costruire una silver economy per mobilitare le risorse finanziarie, tecnologiche e umane per coniugare l’invecchiamento della popolazione con il mantenimento di benessere e di dignità delle persone anziane e non autosufficienti”. Noi viviamo la realtà che ci circonda, ma spesso non ci rendiamo conto dei cambiamenti, perché essi sono lenti. Però se i cambiamenti, negli anni, vanno sempre nella stessa direzione, essi sono capaci di cambiare sensibilmente la struttura della popolazione. È quello che accade con il progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 1991 il rapporto tra popolazione sotto i 35 anni e quella sopra i 65 anni era di 5:1; nel 2050 tale rapporto sarà 1:1. Appare quindi opportuno conoscere i fenomeni in atto e misurarsi con essi, in modo da poter trasformare i problemi in opportunità, se possibile. Quello che riesce ancora difficile è immaginare come si vivrà tra 25 anni, quando oltre un terzo del totale degli abitanti avrà più di 65 anni. Oggi invece gli over 65 sono il 26%. Sicuramente ci saranno più spese per pensioni e sanità. Il circuito pensionistico verrà messo a dura prova, perché il numero dei lavoratori che lo alimenta si assottiglia. Basti pensare che nel 1990 c’erano quasi 5 lavoratori per ogni pensionato; oggi ci sono 1,5 lavoratori per ogni pensionato: nel 2050 il rapporto scenderà a 1 a 1. Per la sanità è assai probabile che le Regioni, cui spetta la regolamentazione, o ridurrà gli investimenti negli altri settori per mantenere lo stesso livello dei servizi sanitari e assistenziali o innalzerà le tasse regionali. L’aumento dell’età inciderà direttamente su alcuni settori produttivi. I trasporti, i ristoranti, l’abbigliamento e le calzature, soffriranno perché gli anziani spendono meno in queste cose. Di contro ci saranno più spese per l’assistenza medica e per l’assistenza domiciliare, ma anche per la sicurezza e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Probabilmente si avrà anche una contrazione del numero di persone alla guida delle auto, con beneficio per il traffico. Effetti negativi si faranno sentire anche sul mercato delle costruzioni residenziali tradizionali. La minore presenza di giovani farà calare il numero degli acquirenti delle nuove case, spingendo al ribasso i prezzi e scoraggiando gli investitori. È difficile che il movimento migratorio interno e l’immigrazione giovanile estera possano sostenere il settore. Di sicuro interesse immobiliare saranno invece le residenze attagliate ai bisogni della popolazione anziana. “I progressi della medicina hanno allungato la vita dal punto di vista biologico-quantitativo, ma non da quello esistenziale e qualitativo. Insomma, hanno prolungato la vecchiaia. In Italia, gli anziani sono già una grossa fetta della popolazione e le proiezioni ci dicono che nel 2050 saranno venti milioni, un terzo della popolazione”. Così Umberto Galimberti, che ha scritto e parlato spesso di terza e quarta età, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti culturali e sociali. “La questione è che se un tempo gli anziani erano i depositari di informazioni utili, oggi scienza e tecnologia possono svolgere la stessa funzione con maggiore efficacia. Inoltre, per effetto della velocità del progresso, soprattutto in ambito informatico, i giovani adesso ne sanno più dei vecchi che sono diventati quelli che non riescono più a stare al passo con i tempi. Ciò che resta non sostituibile è il loro patrimonio cognitivo ed etico-affettivo. Ma dal momento che gli “over” vengono visti come portatori di equilibrio, prudenza, dolcezza, per essere accettati, devono corrispondere a tutte queste qualità, da cui i giovani sono dispensati. In loro non è ammesso il desiderio sessuale e, quindi, ci si aspetta che rinuncino ai contatti fisici. Devono essere allegri ma senza esagerare, perché altrimenti potrebbe essere letto come un segnale di non accettazione della propria vecchiaia, dolci, sensibili ma non troppo: se un anziano si commuove in modo eccessivo “potrebbe avere l’arteriosclerosi” o problemi di demenza. Devono prendere parte alla vita familiare e sociale, ma senza pretendere di avere voce in capitolo e guai a ripetere un aneddoto già raccontato, avere interessi, senza entrare in campi considerati adatti ai ventenni e, infine, essere autonomi e indipendenti: in altre parole “soli”. La vecchiaia, oggi, prima che un decadimento, è uno stile di vita imposto dagli altri. Ora, nessuno vuole negare che con l’età che avanza si verifichino processi degenerativi dal punto di vista della funzionalità e dell’estetica, ma oltre che per questioni di tipo biologico, si invecchia anche e soprattutto per ragioni culturali, nello specifico per l’idea che la nostra cultura si è fatta della vecchiaia come di un tempo inutile”. Dr. Arch. Franca Colozzo

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A Rio va in scena l’Italia migliore: il Made in Italy come racconto di identità, genio e futuro

Al Consolato Generale una serata di prestigio tra istituzioni, cultura, impresa e sapori: il Premio ItaliaNoRio celebra il legame sempre vivo tra Italia e Brasile x Rio de Janeiro, nel tiepido crepuscolo del 15 aprile, ha indossato per una sera i colori dell’Italia più autentica. Non quella delle cartoline o dei cliché di maniera, ma l’Italia del talento, dell’ingegno e della bellezza concreta: quella che sa trasformare il lavoro in cultura, la tradizione in innovazione e la memoria in progetto. Non poteva esservi data più simbolica per celebrare tale vocazione: il 15 aprile, anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, emblema assoluto del genio creativo italiano. È in questa ricorrenza che si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita per riconoscere il valore non soltanto economico, ma anche sociale, culturale e identitario delle nostre eccellenze. Ed è stato proprio questo spirito a trovare degna espressione presso il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, che, in collaborazione con la Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, ha saputo dare vita a una serata di alto profilo istituzionale e culturale, unendo alla celebrazione della ricorrenza il conferimento del Premio ItaliaNoRio. Il riconoscimento, nato per omaggiare personalità, imprese e istituzioni distintesi nel rafforzamento delle relazioni culturali, sociali ed economiche tra Italia e Brasile, ha rappresentato il fulcro di un evento che ha posto al centro i valori dell’innovazione, delle competenze giovanili e dell’identità italiana. I discorsi istituzionali del Vice Console Marco Graziosi e della Presidente della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, Dott.ssa Renata Novotny, hanno saputo interpretare con equilibrio e visione il significato più profondo della serata: non una semplice celebrazione formale, ma il riconoscimento di un patrimonio vivo, capace di proiettarsi nel futuro senza smarrire le proprie radici. L’evento, iniziato alle ore 18 e protrattosi fino a tarda sera, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e selezionato: esponenti del mondo istituzionale, dell’industria, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e della gastronomia, oltre ai vincitori dei premi e ai loro familiari. Un contesto raffinato, impreziosito da una organizzazione impeccabile, resa possibile dall’eccellente lavoro dello staff coordinato dal Dott. Flavio Cenciarelli, cui va il merito di aver garantito fluidità, eleganza e perfetta armonia allo svolgimento della manifestazione. A dare il tono conviviale della serata, un prelibato rinfresco italiano, particolarmente gradito nel mite pomeriggio carioca, ha favorito momenti di fraternizzazione tra gli ospiti, seguito da degustazioni di specialità della cucina italiana e regionale calabrese, ulteriore testimonianza di una tradizione gastronomica che continua a essere uno dei più nobili ambasciatori del nostro Paese nel mondo. Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha accolto l’evento con sobria eleganza, confermandosi sempre più come punto di riferimento per la comunità italiana e per tutti coloro che guardano  come luogo di cultura, gusto e civiltà. Presenti le rappresentanze imprenditoriali: Andrea Taddei, country manager di ITA Airway e Mario Girasole VP Tim, nonché associative della collettività italiana in Brasile: l’ASIB, con il presidente avv. Giuseppe Arnò, e il CONI Brasile, rappresentato dal delegato Alfredo Apicella, segno ulteriore della rilevanza dell’iniziativa.  Di particolare interesse, inoltre, la comunicazione relativa al futuro trasferimento della sede della Camera di Commercio e Industria presso il plesso consolare, una volta conclusi i lavori edilizi, a suggellare una collaborazione istituzionale sempre più stretta. In tempi in cui il mondo sembra talvolta compiacersi del disordine, serate come questa restituiscono una verità semplice e spesso dimenticata: l’identità non è nostalgia, ma una disciplina del presente. Il Made in Italy non vive soltanto nei numeri dell’export o nei registri delle imprese; vive in una certa maniera di fare le cose, di rifinirle, di non consegnarle al mondo finché non abbiano raggiunto quella soglia invisibile che separa il buono dall’eccellente. È il culto del dettaglio, la pazienza dell’artigiano, l’intelligenza dell’industriale, il gusto dell’artista e, non di rado, anche l’ostinazione tutta italiana di voler dimostrare che il bello, quando è fatto bene, sa essere utile e duraturo. A Rio de Janeiro, in questa serata di aprile, l’Italia non ha semplicemente celebrato sé stessa: ha ricordato ai propri figli, ai discendenti e agli amici del nostro Paese che una nazione continua a esistere davvero solo quando sa ancora riconoscersi nei propri valori. Il resto passa. Resta invece ciò che gli italiani, da Leonardo in poi, hanno sempre saputo fare meglio: lasciare un segno. E, senza falsa modestia, quando quel segno porta il nome dell’Italia, il mondo se ne accorge sempre. Giuseppe Arnò   Seguono alcune foto dell´evento *                        

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L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe. I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta. Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience. Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar. Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili. Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte. E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta. Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo… E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta. Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee. Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti. Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.È che riusciamo sempre a parlarne d’altro. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale.

SEPARATI IN CASA, UNITI NEL CAOS Perché un “SÌ” sereno può restituire equilibrio alla giustizia italiana (senza evocare apocalissi) L’Italia delle polemiche trentennali è una patria coerente: litighiamo su tutto, con metodo, dedizione e talvolta talento. Sul referendum per la separazione delle carriere giudiziarie non potevamo fare eccezione. Da una parte i devoti del “SÌ”, dall’altra i custodi del “NO”. In mezzo, l’italiano medio che prova a capire se stiamo discutendo di diritto costituzionale o dell’ennesimo derby ideologico. Negli ultimi tempi i sostenitori del “NO” hanno sfoderato un argomento definitivo: votare “SÌ” aprirebbe le porte alla dittatura. Siamo dunque al capolavoro retorico. Quando le ragioni scarseggiano, si convoca l’Apocalisse. È una tecnica antica: se non riesci a convincere, spaventa. Funziona sempre, o quasi. Eppure la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non è un colpo di teatro istituzionale. È la regola in molte democrazie occidentali, ispirata a un principio semplice: l’equilibrio tra accusa e difesa. In altre parole, la parità delle armi nel processo, cardine dello Stato di diritto. Non un vezzo, ma una struttura. In Italia, invece, l’unificazione delle carriere risale al 1942, in pieno regime fascista. Un dettaglio che meriterebbe almeno un sopracciglio alzato. Non perché ogni norma nata in quel periodo sia di per sé sospetta, ma perché è curioso che si evochi lo spettro autoritario per difendere un assetto concepito in un’epoca in cui la separazione dei poteri non era esattamente una priorità. Persino Giovanni Falcone, che di equilibrio tra poteri e di garanzie processuali qualcosa sapeva, riteneva che la separazione fosse una riforma necessaria. Non per indebolire la magistratura, ma per rafforzarne la credibilità. Chi teme derive autoritarie dovrebbe forse ricordare che le dittature non nascono dalla distinzione dei ruoli, ma dalla loro confusione. Non prosperano nella chiarezza delle regole, bensì nell’emergenza permanente, nella compressione dei diritti, nell’assenza di contrappesi. La separazione delle carriere non toglie diritti: ne tutela uno essenziale, quello a un giudice percepito come terzo, non culturalmente contiguo all’accusa. Il Segretariato generale delle Nazioni Unite, parlando di giustizia di transizione, definisce questi processi come strumenti per fare i conti con un’eredità di abusi e garantire responsabilità e riconciliazione. Senza voler drammatizzare, l’Italia vive da trent’anni una tensione costante tra potere giudiziario e potere politico, una reciproca diffidenza che ha logorato entrambi e confuso i cittadini. Forse non serve una rivoluzione, ma un atto di maturità istituzionale. Separare non significa dividere; significa distinguere per armonizzare. È il contrario della guerra civile permanente che si combatte a colpi di intercettazioni e conferenze stampa. Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale. Non promette paradisi, ma propone ordine. E in un Paese dove tutti sono in polemica con tutti, mettere qualche muro portante al posto giusto potrebbe persino ridurre il rumore. Naturalmente, nessuna riforma è salvifica. Ma restare fermi per paura di fantasmi è un lusso che uno Stato serio non dovrebbe concedersi. Alla fine, la domanda è semplice: vogliamo una giustizia che sia percepita come equidistante o una giustizia che continui a vivere nel sospetto reciproco? Il referendum non deciderà il destino dell’umanità. Deciderà però se l’Italia vuole assomigliare un po’ di più alle democrazie mature o continuare a difendere l’eccezione come se fosse un vanto. E se votare “SÌ” fosse davvero un passo verso la dittatura, allora dovremmo concludere che mezzo Occidente vive già sotto tirannide. Ma, a giudicare dai fatti, sembrano cavarsela piuttosto bene. In Italia, invece, abbiamo paura perfino di separarci civilmente. Forse perché, più che temere la dittatura, temiamo la normalità. di Redazione

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Crociati a vela e Repubblica a zig zag

Dalle flotte umanitarie sponsorizzate ai giudici creativi, passando per ceffoni gratuiti e brindisi consolatori: cronache di un Paese che non si annoia mai x x Dal 1096 al 1291 si consumarono otto grandi crociate, nove, per gli storici più generosi. Se davvero la storia ama ripetersi, abbiamo ancora ampio margine per eguagliare le imprese di Goffredo di Buglione e Pietro l’Eremita. Nel frattempo, ci accontentiamo delle repliche in scala ridotta. Siamo infatti alla seconda crociata della Flotilla, pronta a salpare, dopo mesi di annunci, il 29 marzo 2026. Tempistica invidiabile: Pasqua e Pasquetta in mare, clima mite, Mediterraneo docile. Qualche malalingua potrebbe parlare di gita primaverile con contorno ideologico, ma sarebbe cattiveria gratuita. O quasi. Le crociate originali nacquero da una chiamata solenne alle armi di papa Urbano II, accolta con fervore popolare ed entusiasmo militare. I crociati indossavano la croce, partivano a proprie spese, senza sponsor, senza benefit, senza comunicati stampa. Difendevano la Terra Santa e proteggevano i pellegrini. O almeno così credevano. Le crociate moderne, inevitabilmente, hanno cambiato assetto: velieri eleganti, loghi discreti, carichi simbolici di aiuti destinati, con ogni probabilità, a non arrivare mai. Ma utilissimi per trasformare l’impresa in una sorta di “Barcolana ideologica” a vocazione globale. La prima spedizione si è conclusa con arresti, schedature e rimpatri. La seconda crociata storica finì con una sonora sconfitta per i cristiani. Se la storia insiste a ripetersi, i nuovi cavalieri sanno già come andrà a finire. Ma poco importa: vitto, alloggio e visibilità sono garantiti, e la propaganda, comunque vada, è assicurata. Secondo Saif Abukeshek, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, parteciperanno alla missione oltre mille tra medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, ingegneri, investigatori di crimini di guerra ed ecocidio. Nessuna notizia, però, di analoghe spedizioni verso l’Ucraina. Forse viaggiare in slitta o motoslitta è meno glamour che navigare su yacht solidali. Ma l’Italia, si sa, è un continente più che un Paese. Mentre una parte del Paese applaude l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026, tra tram simbolici e cerimonie solenni, un’altra parte protesta, perché protestare è un diritto, e spesso anche un’abitudine. Poi c’è la cronaca giudiziaria, che riesce spesso a superare l’impensabile. Un giudice di Catanzaro chiede alla Consulta di bloccare il carcere per un ventenne condannato per abusi su una tredicenne, ritenendo la pena “irragionevole”. Un ricorso che sfida Parlamento e buon senso. Commentare sarebbe facile. Meglio tacere: il silenzio, a volte, è più eloquente. Dagli abusi si passa alle botte gratuite. A Roma un giovane tunisino, senza fissa dimora e con gravi problemi psichiatrici, colpisce passanti a caso. Fermato, sottoposto a TSO, rilasciato. Le norme vigenti non consentono misure durature. È di nuovo in strada. Qui, finalmente, si invoca un intervento urgente e bipartisan: a Roma i parlamentari sono di casa e nessuno, immaginiamo, ama essere preso a schiaffi per strada, senza preavviso e senza motivo. Ci sarebbe altro, molto altro. Ma non tingiamo di nero anche il giorno dell’inaugurazione olimpica. Meglio brindare. Vinitaly festeggia: l’export dei distillati italiani vale 1,7 miliardi. Un dato solido, rassicurante, alcolicamente patriottico. Del resto, come insegnava Bukowski: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. In Italia, per sicurezza, beviamo sempre. Giuseppe Arnò

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La Befana, il Tricolore e il mondo che non aspetta

  Italia in polemica permanente mentre fuori si ridisegnano gli equilibri. E la natura, con il gelo, ci mette in pausa forzata.   C’è qualcosa di irresistibilmente italiano nel riuscire a litigare anche sulla Befana. Non su una qualunque, ma su quella con il Tricolore infilato nella calza. Apriti cielo. A sinistra qualcuno si è indignato come se, al posto dei tre colori, fosse comparsa una svastica o, per restare in tema biblico, un serpente tentatore. La vicenda è nota: Fratelli d’Italia porta doni ai bambini ricoverati all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Un gesto di umana normalità che diventa, per incanto, “propaganda”. Il consigliere comunale del Pd Marco Zabai riconosce la bontà dell’iniziativa, ma avverte: quei simboli sono “di partito”. Ora, a voler essere pignoli, i bambini non votano, non fanno analisi semiotiche e nel Tricolore vedono solo tre colori allegri. Per di più, proprio in questi giorni ricorre il 229° anniversario della bandiera italiana, che il presidente Mattarella ha ricordato come simbolo delle basi civili e della Patria. Ma si sa: la coincidenza, in Italia, è sempre sospetta. Siamo alle solite. Una Babilonia gentile e rumorosa dove tutto si mescola e nulla si distingue: lezioni di sharia che spuntano come funghi, piazze che trovano sempre nuovi alleati, tifoserie che sbagliano bersaglio, archivi sterminati che promettono scandali universali. Ci si raccoglie, giustamente, nel dolore comune per le vittime di Crans-Montana e, per un attimo, sembra che si parli la stessa lingua. Poi si torna alla cronaca minuta, ai talk, alle polemiche da cortile. Nel frattempo l’Epifania, fedele alla tradizione, diventa l’ennesima maratona gastronomica. Un omaggio all’enogastronomia nazionale, recentemente incoronata dall’Unesco, più per quantità che per finezza. Anche questo, del resto, è un tratto identitario. Eppure, mentre noi discutiamo animatamente di calze e simboli, là fuori accadono le cose serie. Si consolida un nuovo asse Ovest-Est, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia si misurano sulle materie prime, il Venezuela torna improvvisamente centrale, i mercati reagiscono, le petroliere vengono fermate e custodite, Mosca si irrita, Bruxelles accelera sul Mercosur. Ucraina e Gaza restano sospese, con i morti che continuano ad aumentare, indifferenti alle nostre distrazioni. C’è persino spazio per una nota di umorismo involontario: manifestazioni pro Maduro con bandiere cubane, a dimostrazione che la confusione, quando è globale, parla tutte le lingue. Infine arriva lei, la natura. Tradita, sfruttata, ma ancora paziente. Congela l’Europa, la copre di neve e ci mette tutti in stand-by, come un vecchio tecnico che stacca la spina per evitare danni peggiori. Forse è un invito. A fermarsi. A guardare oltre il proprio ombelico. A capire che il mondo non aspetta le nostre chiacchiere. Ma conoscendoci, passata la gelata, torneremo a discutere della Befana. Il nuovo ordine mondiale, quello, può attendere. Montanelli avrebbe sorriso. Poi avrebbe sospirato. di Redazione

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Conti in ordine, ponti sospesi e risate garantite

Riforme, sospetti, magistrati inquieti e Checco Zalone che passa all’incasso mentre la politica discute e il cittadino sbadiglia Qualche buontempone, di quelli che vivono di sottintesi e si nutrono di retropensieri, sussurrerebbe: “Chi la fa, l’aspetti”. Ma è solo maldicenza, assicurano. La riforma della Corte dei Conti non è affatto una risposta piccata al parere negativo sul Ponte sullo Stretto: no, rientra nel sereno e naturale ordine delle cose. Come le maree, le tasse e le riforme che arrivano sempre quando qualcuno storce il naso. Il copione è noto, ma vale la pena rileggerlo: tempi più stretti per rispondere (trenta giorni, cronometro alla mano), doppio tetto al risarcimento per la responsabilità amministrativa, ampliamento dei controlli preventivi, addirittura “a chiamata”, come il taxi, e una funzione consultiva rafforzata. Il tutto per rendere la macchina più efficiente, almeno sulla carta. I magistrati contabili, però, non brindano. Donato Centrone, presidente dell’associazione nazionale della categoria, parla apertamente di rischio: un ridimensionamento significativo del ruolo della Corte. È un punto di vista, certo. Ma in Italia i punti di vista, quando si tocca la magistratura, diventano subito linee di faglia. La seconda parte della riforma, poi, arriverà con i decreti delegati e metterà mano all’organizzazione interna: accorpamento delle sezioni centrali e regionali, magistrati chiamati a fare un po’ di tutto, controllo, giurisdizione, consulenza, separazione delle funzioni requirenti e giudicanti e poteri rafforzati per il procuratore generale, con presa più salda anche sui procuratori regionali. Per Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, il risultato sarà una Corte dei Conti che “potrà funzionare meglio al servizio dei cittadini”. Una promessa che, come tutte le promesse istituzionali, suona benissimo al microfono. Del resto, quando si legifera sulla magistratura c’è sempre qualcuno che protesta; quando la magistratura giudica l’operato del governo, accade la stessa cosa. È il gioco delle parti, ormai elevato a sport nazionale. Il problema nasce quando i poteri escono dal seminato: lì non vince nessuno e perde soprattutto il cittadino, che si allontana un passo alla volta da politica e giustizia, stanco di assistere a schermaglie incomprensibili. E mentre i due litigano, si fa per dire, il terzo gode. Eccome se gode. Si chiama Checco Zalone e con Buen Camino incassa 5,6 milioni di euro in un solo giorno, trascinando il mercato cinematografico ai livelli di quattordici anni fa. Altro che riforme strutturali: la risata resta l’unico investimento davvero anticiclico. Intanto, per completezza di panorama, apprendiamo che su Titano non c’è alcun oceano, ma questo, rassicurano, potrebbe aumentare le probabilità di trovare forme di vita. Notizia eccellente per i biologi, un po’ meno per chi sperava di trasferirsi lontano dalle beghe terrestri. Sul calendario campeggia Santo Stefano, protomartire, esempio scomodo di coerenza e sacrificio. Dovrebbe insegnarci molto. Ma l’insegnamento, come spesso accade, resta lì: chiaro, limpido e accuratamente ignorato. Perché in Italia, tra ponti da costruire, conti da riformare e film da ridere, l’unica cosa che non passa mai di moda è far finta di non capire.

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