A Rio va in scena l’Italia migliore: il Made in Italy come racconto di identità, genio e futuro

Al Consolato Generale una serata di prestigio tra istituzioni, cultura, impresa e sapori: il Premio ItaliaNoRio celebra il legame sempre vivo tra Italia e Brasile x Rio de Janeiro, nel tiepido crepuscolo del 15 aprile, ha indossato per una sera i colori dell’Italia più autentica. Non quella delle cartoline o dei cliché di maniera, ma l’Italia del talento, dell’ingegno e della bellezza concreta: quella che sa trasformare il lavoro in cultura, la tradizione in innovazione e la memoria in progetto. Non poteva esservi data più simbolica per celebrare tale vocazione: il 15 aprile, anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, emblema assoluto del genio creativo italiano. È in questa ricorrenza che si celebra la Giornata nazionale del Made in Italy, istituita per riconoscere il valore non soltanto economico, ma anche sociale, culturale e identitario delle nostre eccellenze. Ed è stato proprio questo spirito a trovare degna espressione presso il Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, che, in collaborazione con la Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, ha saputo dare vita a una serata di alto profilo istituzionale e culturale, unendo alla celebrazione della ricorrenza il conferimento del Premio ItaliaNoRio. Il riconoscimento, nato per omaggiare personalità, imprese e istituzioni distintesi nel rafforzamento delle relazioni culturali, sociali ed economiche tra Italia e Brasile, ha rappresentato il fulcro di un evento che ha posto al centro i valori dell’innovazione, delle competenze giovanili e dell’identità italiana. I discorsi istituzionali del Vice Console Marco Graziosi e della Presidente della Camera Italo-Brasiliana di Commercio e Industria, Dott.ssa Renata Novotny, hanno saputo interpretare con equilibrio e visione il significato più profondo della serata: non una semplice celebrazione formale, ma il riconoscimento di un patrimonio vivo, capace di proiettarsi nel futuro senza smarrire le proprie radici. L’evento, iniziato alle ore 18 e protrattosi fino a tarda sera, ha visto la partecipazione di un pubblico numeroso e selezionato: esponenti del mondo istituzionale, dell’industria, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e della gastronomia, oltre ai vincitori dei premi e ai loro familiari. Un contesto raffinato, impreziosito da una organizzazione impeccabile, resa possibile dall’eccellente lavoro dello staff coordinato dal Dott. Flavio Cenciarelli, cui va il merito di aver garantito fluidità, eleganza e perfetta armonia allo svolgimento della manifestazione. A dare il tono conviviale della serata, un prelibato rinfresco italiano, particolarmente gradito nel mite pomeriggio carioca, ha favorito momenti di fraternizzazione tra gli ospiti, seguito da degustazioni di specialità della cucina italiana e regionale calabrese, ulteriore testimonianza di una tradizione gastronomica che continua a essere uno dei più nobili ambasciatori del nostro Paese nel mondo. Il Polo Culturale ItaliaNoRio ha accolto l’evento con sobria eleganza, confermandosi sempre più come punto di riferimento per la comunità italiana e per tutti coloro che guardano  come luogo di cultura, gusto e civiltà. Presenti le rappresentanze imprenditoriali: Andrea Taddei, country manager di ITA Airway e Mario Girasole VP Tim, nonché associative della collettività italiana in Brasile: l’ASIB, con il presidente avv. Giuseppe Arnò, e il CONI Brasile, rappresentato dal delegato Alfredo Apicella, segno ulteriore della rilevanza dell’iniziativa.  Di particolare interesse, inoltre, la comunicazione relativa al futuro trasferimento della sede della Camera di Commercio e Industria presso il plesso consolare, una volta conclusi i lavori edilizi, a suggellare una collaborazione istituzionale sempre più stretta. In tempi in cui il mondo sembra talvolta compiacersi del disordine, serate come questa restituiscono una verità semplice e spesso dimenticata: l’identità non è nostalgia, ma una disciplina del presente. Il Made in Italy non vive soltanto nei numeri dell’export o nei registri delle imprese; vive in una certa maniera di fare le cose, di rifinirle, di non consegnarle al mondo finché non abbiano raggiunto quella soglia invisibile che separa il buono dall’eccellente. È il culto del dettaglio, la pazienza dell’artigiano, l’intelligenza dell’industriale, il gusto dell’artista e, non di rado, anche l’ostinazione tutta italiana di voler dimostrare che il bello, quando è fatto bene, sa essere utile e duraturo. A Rio de Janeiro, in questa serata di aprile, l’Italia non ha semplicemente celebrato sé stessa: ha ricordato ai propri figli, ai discendenti e agli amici del nostro Paese che una nazione continua a esistere davvero solo quando sa ancora riconoscersi nei propri valori. Il resto passa. Resta invece ciò che gli italiani, da Leonardo in poi, hanno sempre saputo fare meglio: lasciare un segno. E, senza falsa modestia, quando quel segno porta il nome dell’Italia, il mondo se ne accorge sempre. Giuseppe Arnò   Seguono alcune foto dell´evento *                        

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L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe. I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta. Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience. Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar. Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili. Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte. E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta. Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo… E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta. Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee. Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti. Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.È che riusciamo sempre a parlarne d’altro. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale.

SEPARATI IN CASA, UNITI NEL CAOS Perché un “SÌ” sereno può restituire equilibrio alla giustizia italiana (senza evocare apocalissi) L’Italia delle polemiche trentennali è una patria coerente: litighiamo su tutto, con metodo, dedizione e talvolta talento. Sul referendum per la separazione delle carriere giudiziarie non potevamo fare eccezione. Da una parte i devoti del “SÌ”, dall’altra i custodi del “NO”. In mezzo, l’italiano medio che prova a capire se stiamo discutendo di diritto costituzionale o dell’ennesimo derby ideologico. Negli ultimi tempi i sostenitori del “NO” hanno sfoderato un argomento definitivo: votare “SÌ” aprirebbe le porte alla dittatura. Siamo dunque al capolavoro retorico. Quando le ragioni scarseggiano, si convoca l’Apocalisse. È una tecnica antica: se non riesci a convincere, spaventa. Funziona sempre, o quasi. Eppure la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non è un colpo di teatro istituzionale. È la regola in molte democrazie occidentali, ispirata a un principio semplice: l’equilibrio tra accusa e difesa. In altre parole, la parità delle armi nel processo, cardine dello Stato di diritto. Non un vezzo, ma una struttura. In Italia, invece, l’unificazione delle carriere risale al 1942, in pieno regime fascista. Un dettaglio che meriterebbe almeno un sopracciglio alzato. Non perché ogni norma nata in quel periodo sia di per sé sospetta, ma perché è curioso che si evochi lo spettro autoritario per difendere un assetto concepito in un’epoca in cui la separazione dei poteri non era esattamente una priorità. Persino Giovanni Falcone, che di equilibrio tra poteri e di garanzie processuali qualcosa sapeva, riteneva che la separazione fosse una riforma necessaria. Non per indebolire la magistratura, ma per rafforzarne la credibilità. Chi teme derive autoritarie dovrebbe forse ricordare che le dittature non nascono dalla distinzione dei ruoli, ma dalla loro confusione. Non prosperano nella chiarezza delle regole, bensì nell’emergenza permanente, nella compressione dei diritti, nell’assenza di contrappesi. La separazione delle carriere non toglie diritti: ne tutela uno essenziale, quello a un giudice percepito come terzo, non culturalmente contiguo all’accusa. Il Segretariato generale delle Nazioni Unite, parlando di giustizia di transizione, definisce questi processi come strumenti per fare i conti con un’eredità di abusi e garantire responsabilità e riconciliazione. Senza voler drammatizzare, l’Italia vive da trent’anni una tensione costante tra potere giudiziario e potere politico, una reciproca diffidenza che ha logorato entrambi e confuso i cittadini. Forse non serve una rivoluzione, ma un atto di maturità istituzionale. Separare non significa dividere; significa distinguere per armonizzare. È il contrario della guerra civile permanente che si combatte a colpi di intercettazioni e conferenze stampa. Il “SÌ” non è un atto di fede. È una scelta di architettura costituzionale. Non promette paradisi, ma propone ordine. E in un Paese dove tutti sono in polemica con tutti, mettere qualche muro portante al posto giusto potrebbe persino ridurre il rumore. Naturalmente, nessuna riforma è salvifica. Ma restare fermi per paura di fantasmi è un lusso che uno Stato serio non dovrebbe concedersi. Alla fine, la domanda è semplice: vogliamo una giustizia che sia percepita come equidistante o una giustizia che continui a vivere nel sospetto reciproco? Il referendum non deciderà il destino dell’umanità. Deciderà però se l’Italia vuole assomigliare un po’ di più alle democrazie mature o continuare a difendere l’eccezione come se fosse un vanto. E se votare “SÌ” fosse davvero un passo verso la dittatura, allora dovremmo concludere che mezzo Occidente vive già sotto tirannide. Ma, a giudicare dai fatti, sembrano cavarsela piuttosto bene. In Italia, invece, abbiamo paura perfino di separarci civilmente. Forse perché, più che temere la dittatura, temiamo la normalità. di Redazione

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Crociati a vela e Repubblica a zig zag

Dalle flotte umanitarie sponsorizzate ai giudici creativi, passando per ceffoni gratuiti e brindisi consolatori: cronache di un Paese che non si annoia mai x x Dal 1096 al 1291 si consumarono otto grandi crociate, nove, per gli storici più generosi. Se davvero la storia ama ripetersi, abbiamo ancora ampio margine per eguagliare le imprese di Goffredo di Buglione e Pietro l’Eremita. Nel frattempo, ci accontentiamo delle repliche in scala ridotta. Siamo infatti alla seconda crociata della Flotilla, pronta a salpare, dopo mesi di annunci, il 29 marzo 2026. Tempistica invidiabile: Pasqua e Pasquetta in mare, clima mite, Mediterraneo docile. Qualche malalingua potrebbe parlare di gita primaverile con contorno ideologico, ma sarebbe cattiveria gratuita. O quasi. Le crociate originali nacquero da una chiamata solenne alle armi di papa Urbano II, accolta con fervore popolare ed entusiasmo militare. I crociati indossavano la croce, partivano a proprie spese, senza sponsor, senza benefit, senza comunicati stampa. Difendevano la Terra Santa e proteggevano i pellegrini. O almeno così credevano. Le crociate moderne, inevitabilmente, hanno cambiato assetto: velieri eleganti, loghi discreti, carichi simbolici di aiuti destinati, con ogni probabilità, a non arrivare mai. Ma utilissimi per trasformare l’impresa in una sorta di “Barcolana ideologica” a vocazione globale. La prima spedizione si è conclusa con arresti, schedature e rimpatri. La seconda crociata storica finì con una sonora sconfitta per i cristiani. Se la storia insiste a ripetersi, i nuovi cavalieri sanno già come andrà a finire. Ma poco importa: vitto, alloggio e visibilità sono garantiti, e la propaganda, comunque vada, è assicurata. Secondo Saif Abukeshek, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, parteciperanno alla missione oltre mille tra medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, ingegneri, investigatori di crimini di guerra ed ecocidio. Nessuna notizia, però, di analoghe spedizioni verso l’Ucraina. Forse viaggiare in slitta o motoslitta è meno glamour che navigare su yacht solidali. Ma l’Italia, si sa, è un continente più che un Paese. Mentre una parte del Paese applaude l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026, tra tram simbolici e cerimonie solenni, un’altra parte protesta, perché protestare è un diritto, e spesso anche un’abitudine. Poi c’è la cronaca giudiziaria, che riesce spesso a superare l’impensabile. Un giudice di Catanzaro chiede alla Consulta di bloccare il carcere per un ventenne condannato per abusi su una tredicenne, ritenendo la pena “irragionevole”. Un ricorso che sfida Parlamento e buon senso. Commentare sarebbe facile. Meglio tacere: il silenzio, a volte, è più eloquente. Dagli abusi si passa alle botte gratuite. A Roma un giovane tunisino, senza fissa dimora e con gravi problemi psichiatrici, colpisce passanti a caso. Fermato, sottoposto a TSO, rilasciato. Le norme vigenti non consentono misure durature. È di nuovo in strada. Qui, finalmente, si invoca un intervento urgente e bipartisan: a Roma i parlamentari sono di casa e nessuno, immaginiamo, ama essere preso a schiaffi per strada, senza preavviso e senza motivo. Ci sarebbe altro, molto altro. Ma non tingiamo di nero anche il giorno dell’inaugurazione olimpica. Meglio brindare. Vinitaly festeggia: l’export dei distillati italiani vale 1,7 miliardi. Un dato solido, rassicurante, alcolicamente patriottico. Del resto, come insegnava Bukowski: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. In Italia, per sicurezza, beviamo sempre. Giuseppe Arnò

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La Befana, il Tricolore e il mondo che non aspetta

  Italia in polemica permanente mentre fuori si ridisegnano gli equilibri. E la natura, con il gelo, ci mette in pausa forzata.   C’è qualcosa di irresistibilmente italiano nel riuscire a litigare anche sulla Befana. Non su una qualunque, ma su quella con il Tricolore infilato nella calza. Apriti cielo. A sinistra qualcuno si è indignato come se, al posto dei tre colori, fosse comparsa una svastica o, per restare in tema biblico, un serpente tentatore. La vicenda è nota: Fratelli d’Italia porta doni ai bambini ricoverati all’ospedale Ca’ Foncello di Treviso. Un gesto di umana normalità che diventa, per incanto, “propaganda”. Il consigliere comunale del Pd Marco Zabai riconosce la bontà dell’iniziativa, ma avverte: quei simboli sono “di partito”. Ora, a voler essere pignoli, i bambini non votano, non fanno analisi semiotiche e nel Tricolore vedono solo tre colori allegri. Per di più, proprio in questi giorni ricorre il 229° anniversario della bandiera italiana, che il presidente Mattarella ha ricordato come simbolo delle basi civili e della Patria. Ma si sa: la coincidenza, in Italia, è sempre sospetta. Siamo alle solite. Una Babilonia gentile e rumorosa dove tutto si mescola e nulla si distingue: lezioni di sharia che spuntano come funghi, piazze che trovano sempre nuovi alleati, tifoserie che sbagliano bersaglio, archivi sterminati che promettono scandali universali. Ci si raccoglie, giustamente, nel dolore comune per le vittime di Crans-Montana e, per un attimo, sembra che si parli la stessa lingua. Poi si torna alla cronaca minuta, ai talk, alle polemiche da cortile. Nel frattempo l’Epifania, fedele alla tradizione, diventa l’ennesima maratona gastronomica. Un omaggio all’enogastronomia nazionale, recentemente incoronata dall’Unesco, più per quantità che per finezza. Anche questo, del resto, è un tratto identitario. Eppure, mentre noi discutiamo animatamente di calze e simboli, là fuori accadono le cose serie. Si consolida un nuovo asse Ovest-Est, gli Stati Uniti, la Cina e la Russia si misurano sulle materie prime, il Venezuela torna improvvisamente centrale, i mercati reagiscono, le petroliere vengono fermate e custodite, Mosca si irrita, Bruxelles accelera sul Mercosur. Ucraina e Gaza restano sospese, con i morti che continuano ad aumentare, indifferenti alle nostre distrazioni. C’è persino spazio per una nota di umorismo involontario: manifestazioni pro Maduro con bandiere cubane, a dimostrazione che la confusione, quando è globale, parla tutte le lingue. Infine arriva lei, la natura. Tradita, sfruttata, ma ancora paziente. Congela l’Europa, la copre di neve e ci mette tutti in stand-by, come un vecchio tecnico che stacca la spina per evitare danni peggiori. Forse è un invito. A fermarsi. A guardare oltre il proprio ombelico. A capire che il mondo non aspetta le nostre chiacchiere. Ma conoscendoci, passata la gelata, torneremo a discutere della Befana. Il nuovo ordine mondiale, quello, può attendere. Montanelli avrebbe sorriso. Poi avrebbe sospirato. di Redazione

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Conti in ordine, ponti sospesi e risate garantite

Riforme, sospetti, magistrati inquieti e Checco Zalone che passa all’incasso mentre la politica discute e il cittadino sbadiglia Qualche buontempone, di quelli che vivono di sottintesi e si nutrono di retropensieri, sussurrerebbe: “Chi la fa, l’aspetti”. Ma è solo maldicenza, assicurano. La riforma della Corte dei Conti non è affatto una risposta piccata al parere negativo sul Ponte sullo Stretto: no, rientra nel sereno e naturale ordine delle cose. Come le maree, le tasse e le riforme che arrivano sempre quando qualcuno storce il naso. Il copione è noto, ma vale la pena rileggerlo: tempi più stretti per rispondere (trenta giorni, cronometro alla mano), doppio tetto al risarcimento per la responsabilità amministrativa, ampliamento dei controlli preventivi, addirittura “a chiamata”, come il taxi, e una funzione consultiva rafforzata. Il tutto per rendere la macchina più efficiente, almeno sulla carta. I magistrati contabili, però, non brindano. Donato Centrone, presidente dell’associazione nazionale della categoria, parla apertamente di rischio: un ridimensionamento significativo del ruolo della Corte. È un punto di vista, certo. Ma in Italia i punti di vista, quando si tocca la magistratura, diventano subito linee di faglia. La seconda parte della riforma, poi, arriverà con i decreti delegati e metterà mano all’organizzazione interna: accorpamento delle sezioni centrali e regionali, magistrati chiamati a fare un po’ di tutto, controllo, giurisdizione, consulenza, separazione delle funzioni requirenti e giudicanti e poteri rafforzati per il procuratore generale, con presa più salda anche sui procuratori regionali. Per Maurizio Gasparri, capogruppo di Forza Italia al Senato, il risultato sarà una Corte dei Conti che “potrà funzionare meglio al servizio dei cittadini”. Una promessa che, come tutte le promesse istituzionali, suona benissimo al microfono. Del resto, quando si legifera sulla magistratura c’è sempre qualcuno che protesta; quando la magistratura giudica l’operato del governo, accade la stessa cosa. È il gioco delle parti, ormai elevato a sport nazionale. Il problema nasce quando i poteri escono dal seminato: lì non vince nessuno e perde soprattutto il cittadino, che si allontana un passo alla volta da politica e giustizia, stanco di assistere a schermaglie incomprensibili. E mentre i due litigano, si fa per dire, il terzo gode. Eccome se gode. Si chiama Checco Zalone e con Buen Camino incassa 5,6 milioni di euro in un solo giorno, trascinando il mercato cinematografico ai livelli di quattordici anni fa. Altro che riforme strutturali: la risata resta l’unico investimento davvero anticiclico. Intanto, per completezza di panorama, apprendiamo che su Titano non c’è alcun oceano, ma questo, rassicurano, potrebbe aumentare le probabilità di trovare forme di vita. Notizia eccellente per i biologi, un po’ meno per chi sperava di trasferirsi lontano dalle beghe terrestri. Sul calendario campeggia Santo Stefano, protomartire, esempio scomodo di coerenza e sacrificio. Dovrebbe insegnarci molto. Ma l’insegnamento, come spesso accade, resta lì: chiaro, limpido e accuratamente ignorato. Perché in Italia, tra ponti da costruire, conti da riformare e film da ridere, l’unica cosa che non passa mai di moda è far finta di non capire.

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Italia, manuale di sopravvivenza civile (tra lacrimogeni, cori e panettoni)

Dal Far West che non c’è ai cortei che ci sono, passando per l’ONU, la giustizia distratta e la consolazione del cenone Non siamo nel Far West. Eppure, a tratti, l’Italia fa di tutto per sembrarlo. Non per vocazione pionieristica, ma per una certa inclinazione nazionale al disordine creativo, quello che non costruisce nulla ma fa molto rumore. A Torino, per esempio, migliaia di persone si sono date appuntamento per difendere Askatasuna, centro sociale occupato abusivamente. Il che, in uno Stato di diritto, dovrebbe già chiudere il discorso: l’occupazione è illegale, le leggi si rispettano. Punto. Invece no. In Italia il punto è sempre un punto interrogativo. Così arrivano i pullman da tutta la Penisola, gli antagonisti incappucciati partono in pellegrinaggio laico verso Palazzo Nuovo, sede universitaria e improvvisato santuario della contestazione permanente. Non si sa bene per difendere cosa, ma si sa benissimo contro chi: l’ordine costituito, chiunque lo rappresenti. Governo di destra, di sinistra o di centro? Irrilevante. L’importante è marciare, urlare, possibilmente rompere qualcosa. Se poi a rompersi è la testa di un poliziotto, pazienza: rientra nel folklore. A Bruxelles, almeno, la “ribellione agricola” ha una sua coerenza simbolica: uova, cavoli, letame. Qui si parte direttamente con i passamontagna. Non era un buon segno, infatti. Il primo scontro scoppia quando gli antagonisti tentano di raggiungere Corso Regina Margherita, blindata dalle forze dell’ordine. Cariche, idranti, lacrimogeni. Risposta: petardi, lanci di oggetti, guerriglia urbana. Un classico. Con una novità: il conto finale. Sette milioni di euro di danni e feriti, calcolati dall’Avvocatura dello Stato. A pagare, come sempre, siamo noi. Ma senza diritto di replica. Nel frattempo, sul palco del teatro del palazzo occupato va in scena lo spettacolo parallelo: Francesca Albanese, icona dell’attivismo internazionale, coccolata dal Vaticano e dalla sinistra romana, a cavallo tra ruolo istituzionale e militanza. Proprio lì, nello stesso palazzo dove nel 2019 l’elemosiniere pontificio riattaccò la corrente agli occupanti abusivi.  Intanto, in patria, si cancellano i canti di Natale dalle scuole perché “escludono”. Il canto, però, è facoltativo: chi non vuole, non canta. E poi cantare fa bene. Lo dice il proverbio, che di solito ne sa più dei pedagogisti: canta che ti passa. Sul fronte giudiziario riemerge il caso Stasi, quello di Garlasco. Anni di carcere, forse senza aver ucciso neppure una mosca. Una giustizia disattenta, quando va bene. Distratta, quando va male. A Est, tra Russia e Ucraina, stasi vera. Non quella processuale, ma geopolitica: nulla di nuovo. E allora, visto che il mondo non migliora e l’attesa a digiuno non giova allo spirito, l’Italia si rifugia nella consolazione gastronomica. La spesa per la cena di Natale tocca i 3,5 miliardi. Si fanno più regali, si mangia di più, si tira a campare. Strategia antica, collaudata. E così va il Bel Paese: un po’ guerriglia, un po’ teatro, un po’ tribunale e molto panettone. Un Paese che tutti dicono di invidiarci. Forse è vero. Basta immaginare, con un brivido di gratitudine, come stanno messi gli altri. di Redazione

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La Musica è Finita, Europa: Ora Guida Tu (prima che l’auto finisca nel fosso)

a Gli Usa spengono la luce, salutano educatamente e ci lasciano il conto sul tavolo. È l’ora che l’Europa impari a sterzare da sola, senza aspettare lo zio d’America. La musica è finita, gli amici vanno via… e questa volta non è una cena tra nostalgici degli anni ’60, ma la geopolitica nuda e cruda. Gli Stati Uniti, con la NSS 2025 in mano, hanno deciso che il ruolo del vigile notturno del mondo non fa più per loro. L’ombrello militare? Richiuso. La babysitter strategica? Licenziata. E zio Tom, quello che per decenni ci accompagnava a scuola e ci portava il latte, adesso ci saluta con un cenno del capo: “Ragazzi, è stato bello. Ma ora arrangiatevi.” In effetti, a volerci vedere chiaro, le premesse c’erano tutte. La nuova strategia americana mette l’Europa in fondo al menù, dopo l’America Latina, dopo la frontiera sud, dopo i cartelli messicani, dopo la competizione con la Cina e possibilmente anche dopo la pausa pranzo. L’idea madre è semplice: meno marines in giro, meno missioni umanitar-militari, meno guerre per conto terzi. Washington si ritira nei suoi confini e ci raccomanda un generico “fate i bravi”. L’Europa, non più figlia, ma neppure madre: adolescente tardiva. Col telefono in mano, la casa pagata dagli altri e la pretesa di vivere ancora con la paghetta dello zio. Nel frattempo, oltreoceano si parla di catene di approvvigionamento, reindustrializzazione, competizione tecnologica. Qui invece, quando ci va bene, si litiga su normative ambientaliste da sogno e sui centimetri dei pesci da tirare su dalle acque mediterranee. Quando ci va male, si invoca la “riforma presepiale”. Perché mentre il mondo cambia guardando la strategia globale, in Italia ci si divide sul presepe della Camera:— I Magi sono arrivati troppo presto.— Il bue e l’asinello sono misteriosamente scomparsi.— E il povero Bambinello rischia l’ipotermia secondo Mulè. Una nazione che discute seriamente di chi abbia sequestrato il bue istituzionale, mentre l’America ci avvisa di cavarcela da soli, merita almeno una medaglia all’imperturbabilità. E poi ci si sorprende del ritorno di Gianfranco Fini: colui che sciolse AN, provò a smontare il centrodestra, e oggi pontifica alla festa di FdI che ha preso il posto proprio di AN. È come vedere l’arbitro che espulse due squadre presentarsi alla cena sociale delle stesse squadre che ha fatto retrocedere. Ma del resto, in Italia, la riconciliazione politica è come il vino novello: ogni anno se ne apre una botte. L’unica boccata d’aria arriva dalla cultura: Napoli si prepara alla prima mondiale di Partenope di Morricone, opera delicata e visionaria. Almeno qui, per fortuna, nessuno sposta i Magi o sequestra animali sacri. Ora, mentre l’Europa si interroga se continuare a vivere nel dormiveglia o svegliarsi di soprassalto, il punto è uno solo: gli Usa hanno chiuso il pianoforte, spento l’amplificazione e indicato l’uscita. A noi resta la pista da ballo. E, sorpresa, non c’è più il maestro a darci il tempo. È il momento di prendere il volante dell’auto-Europa. Un’auto già lanciata, senza freni nuovi, con la marmitta che vibra e il cambio che gratta. Ma nostra. E, soprattutto, senza più nessuno davanti a indicarci la strada. E qui, come direbbe Feltrinelli, il finale è inevitabile:Se l’Europa non impara a guidare ora, la prossima notizia non sarà la fine della musica, ma il rumore secco dell’impatto. di Redazione

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Finita la cagnara?

Se Landini canta “Noi tireremo diritto”, gli italiani intonano un bel “Fateci lavorare, per carità”.   Non bastava la Flotilla trasformata in sceneggiata da varietà, adesso ci si mette pure la processione di scioperi a gogò. Persino il Garante, che in genere si limita a sbuffare come un vecchio zio a Natale, ha alzato la mano e detto: “Ragazzi, basta così”. Ma Landini no: implacabile, sembra uscito direttamente dalle note di quella vecchia marcia del 1935, “Noi tireremo diritto”, scritta da E.A. Mario, deciso appunto a tirare diritto, anche se davanti c’è il muro del traffico, della spazzatura non raccolta e delle famiglie che non sanno come incastrare lavoro e figli. In fondo l’Italia è questa: un Paese dove, se si può scegliere tra il dialogo e la cagnara, si vota sempre la cagnara. Poi, però, quando gli italiani mettono la croce sulla scheda a destra, tutti cadono dal pero. Forse,  pensiero ardito,  c’è un collegamento. Intanto la crociata marinaresca è finita come previsto: arresti, rimpatri e titoloni solo sui giornali di casa nostra. In Europa, dove tra un vertice su Ucraina, nucleare e difesa comune si ricordano anche di bere il caffè, della Flotilla non s’è accorto nessuno. Non per censura, ma perché, diciamolo, era roba da bar sport del porto. E allora eccoci agli scioperi. Ma per cosa? Perché Trump dice di voler mettere pace, e c’è chi vuole il contrario? Perché litigare su tutto, anche sull’accordo che ancora non c’è? Forse il vero obiettivo è solo restare sulle prime pagine. Ma, come ammoniva un vecchio adagio, non bisogna mai aggrapparsi a un’idea come a un’ancora: ti trascina giù e ti affoga. Morale: con tutto il rispetto per israeliani e palestinesi, Dio li benedica, qui abbiamo da badare a cose ben più serie. Tipo impedire che l’Italia diventi il Paese dove si lavora solo nelle pause tra uno sciopero e l’altro. E se Landini insiste a “tirare diritto”, allora qualcuno dovrà pur ricordargli che il muro davanti non lo sfonda lui: ci va a sbattere il Paese intero. di Redazione

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Il Paese della felicità? Solo nelle favole

Fra classifiche ingannevoli e utopie sociali, meglio accontentarsi della nostra imperfetta Italia che rischiare la perfezione con contorno di antidepressivi. Una lettrice osserva che sì, va bene gioire per le vittorie sportive, ma sarebbe meglio primeggiare in campi più seri: sanità, equità fiscale, pensioni, e via discorrendo. Giusto. Ma a ben vedere, quello che auspica non è un Paese: è il Paese della felicità. Ora, la felicità è un bene tanto desiderato quanto sfuggente, una condizione umana precaria che muta a seconda di chi la definisce o la misura. Se poi si parla di felicità assoluta, allora siamo già nel regno dell’illusione. Non a caso, proprio nei Paesi che le classifiche ci presentano come i più felici al mondo, ci si suicida molto di più che in Italia o in Grecia. Secondo il World Happiness Report 2018 dell’Onu, Finlandia, Norvegia e Danimarca guidano la classifica della felicità, mentre l’Italia è relegata al 47° posto e la Grecia addirittura al 79°. Ma se passiamo alla graduatoria dei suicidi, il quadro si capovolge: la “felicissima” Finlandia occupa la 32ª posizione, l’Islanda la 40ª, la Svizzera la 61ª, mentre l’Italia si colloca al 142° posto e la Grecia al 157°. In sostanza: nei Paesi del benessere e del welfare generoso si muore di più per mano propria. Come spiegare questa apparente contraddizione? Gli studi nordici parlano di perfezionismo, isolamento sociale, pressione sui giovani, uso massiccio di antidepressivi, armi da fuoco troppo diffuse, e una secolarizzazione che priva molti di quei punti di riferimento spirituali che in altri contesti aiutano ad affrontare le difficoltà della vita. Non è un caso che in Finlandia, il Paese più felice del mondo, il suicidio sia la terza causa di morte tra i giovani fra i 15 e i 24 anni. Ecco allora l’altra faccia della felicità certificata: dietro il sorriso delle classifiche ci sono numeri che inquietano, soprattutto tra i giovani. A questo punto, non resta che una considerazione: non pretendiamo troppo. Un buon governo può e deve migliorare la qualità della vita, ma la perfezione sociale resta un’utopia che rischia di trasformarsi in un paradosso. Meglio accontentarsi della nostra Italia imperfetta, con tutti i suoi difetti, piuttosto che inseguire un’illusoria felicità nordica con contorno di antidepressivi e statistiche sui suicidi. Forse non saremo i primi al mondo nella sanità o nel sistema fiscale e nella lotta alla povertà. Ma se in cambio viviamo un po’ più a lungo, e con meno voglia di farla finita, non è già una forma di felicità? Giuseppe Arnò

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