L’Aquila, la città che si rivela al mondo

      Intervista a Goffredo Palmerini   di Stefania Del Monte *       L’Aquila è la Capitale Italiana della Cultura per il 2026: un riconoscimento che restituisce pienamente alla città il ruolo che le appartiene per storia, patrimonio artistico, vitalità culturale e capacità di rinascita. Non si tratta soltanto di un titolo prestigioso ma della consacrazione di un percorso che affonda le radici in oltre sette secoli di storia. Custode di uno dei più importanti centri storici d’Italia, di straordinari monumenti, di una tradizione culturale viva e della Perdonanza Celestiniana, patrimonio immateriale dell’UNESCO, L’Aquila si presenta oggi come un luogo in cui memoria e innovazione convivono armoniosamente. Una città che continua a produrre cultura, ricerca, arte e conoscenza.   A raccontare il significato profondo di questo anno speciale è Goffredo Palmerini, giornalista, scrittore ed ex vicesindaco dell’Aquila, da sempre tra i più autorevoli interpreti della storia e dell’identità aquilana. Attraverso il suo racconto emerge il volto autentico di una città che ha saputo trasformare le prove più difficili in occasioni di crescita e che oggi, da Capitale Italiana della Cultura, offre all’Italia e al mondo un messaggio di bellezza, resilienza, dialogo e speranza.   L’Aquila è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2026. Da aquilano e protagonista della vita amministrativa cittadina per quasi trent’anni, che significato attribuisce a questo riconoscimento?   L’Aquila Capitale Italiana della Cultura 2026 non è soltanto un titolo, è uno specchio che finalmente restituisce al Paese l’immagine autentica di una città straordinaria. Da un lato, certifica la ricchezza del suo patrimonio artistico: un centro storico vastissimo, racchiuso da oltre sei chilometri di mura trecentesche, dove quasi duemila emergenze architettoniche e monumentali sono censite e protette dal Ministero. Dall’altro, riconosce la vitalità di una produzione culturale che, per qualità e densità, non ha paragoni in Italia in rapporto al numero degli abitanti. C’è però un significato più profondo. Questo riconoscimento premia una comunità che ha saputo resistere e rinascere dopo il terremoto del 6 aprile 2009. L’Aquila non è una città che si reinventa.  È una città che si rivela. La sua storia lo dimostra. Fondata nel 1254 da una settantina di Castelli, ciascuno chiamato a edificare un quartiere “al massimo della bellezza”, nacque come progetto urbano armonico, non per aggregazioni casuali. Come ricorda Pierre Lavedan, nella storia dell’urbanesimo europeo non era mai accaduto nulla di simile. Solo San Pietroburgo nel 1703 e Brasilia nella seconda metà del Novecento avrebbero riproposto un’idea così visionaria. Questa è la prima, irripetibile modernità dell’Aquila. Lei ha raccontato L’Aquila in molti suoi libri. Quali caratteristiche rendono questa città unica nel panorama culturale italiano?   Per tre secoli L’Aquila fu una città di rango europeo, seconda città del Regno dopo Napoli, protagonista dei commerci della lana e dello zafferano, dotata di una governance civile e politica originalissima. La Civitas nova e i Castelli fondatori erano legati da un sistema di diritti e doveri reciproci che anticipava forme di democrazia partecipata. Le cinque Arti, depositarie del potere cittadino, seppero valorizzare il privilegio di essere città di confine, conquistando un’autonomia che oggi definiremmo “avanzata”. La città aveva una sua “costituzione” negli Statuti, batteva moneta, godeva di un regime fiscale favorevole e, dal 1464, del diritto di istituire un’università. Era un luogo aperto all’innovazione: nel 1482 Adam Burkardt di Rottweil, allievo di Gutenberg, vi fondò una delle prime stamperie d’Italia (la terza, dopo quelle di Venezia nel 1469 e Foligno nel 1470). Una borghesia colta e illuminata completava il quadro di una città dinamica, moderna, sorprendentemente europea. Poi vennero la rivolta del 1528 contro i dominatori spagnoli, la repressione e la cesura tra città e contado, cui seguì una decadenza lunga oltre un secolo, anche per le conseguenze del devastante terremoto del 2 febbraio 1703. Ma L’Aquila ha una caratteristica che la rende unica, la capacità di risorgere. Dai terremoti, dalle guerre, dalle dittature. Nel secondo dopoguerra, con la libertà riconquistata e con la Repubblica, nascono la Società dei Concerti, l’Istituzione Sinfonica Abruzzese con un’orchestra stabile, il Teatro Stabile dell’Aquila, poi d’Abruzzo, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio di Musica, l’Istituto Cinematografico “La Lanterna Magica”, l’Accademia per le Arti e le Scienze dell’Immagine, il Teatro d’innovazione “L’Uovo”, infine il Gran Sasso Science Institute. L’Aquila non distribuisce cultura. La produce. La genera. La rinnova. E custodisce un patrimonio spirituale che non ha eguali: la Perdonanza Celestiniana, primo giubileo della cristianità (1294), oggi Patrimonio UNESCO. Papa Francesco ha definita L’Aquila «Capitale del Perdono, della Riconciliazione e della Pace». Non è un titolo del passato, è un destino.   Da anni promuove l’immagine dell’Aquila presso le comunità italiane all’estero. Qual è oggi la percezione della città nel mondo?   Dopo il sisma del 2009, L’Aquila è diventata una città universale. Il mondo l’ha conosciuta attraverso la sua tragedia, ma anche attraverso la dignità con cui ha saputo affrontarla. Le sue ferite, poi ricucite dalla ricostruzione, hanno fatto il giro del pianeta. E con esse la straordinaria solidarietà ricevuta da ogni parte d’Italia e del mondo. Questo patrimonio morale è oggi una delle sue ricchezze più grandi, un esempio di umanità che contrasta con un mondo segnato da guerre, violenze, tragedie civili. La Perdonanza, con il suo messaggio di pace e riconciliazione, è un ponte ideale tra L’Aquila e il mondo. Il titolo di Capitale della Cultura può amplificare questo messaggio, trasformandolo in un invito universale al dialogo e alla pace.   Quali luoghi, eventi o simboli consiglierebbe a chi visiterà L’Aquila per la prima volta nel 2026? L’Aquila è un giacimento di bellezza diffusa. Nel solo centro storico si contano oltre settanta chiese, un centinaio di palazzi gentilizi, piazze, fontane, porte urbiche, scorci che sembrano usciti da un trattato di urbanistica rinascimentale. Luoghi simbolo imprescindibili della città sono la Basilica di Santa Maria di Collemaggio, cuore spirituale della città e della Perdonanza, che custodisce le spoglie di Celestino V; la Basilica di San Bernardino, con lo splendido mausoleo rinascimentale, che custodisce il corpo di San Bernardino da Siena, e la Resurrezione,

Per saperne di più »

Le migliori interviste: Cavicchini/Monsignore Fisichella

A ME MI SALVANO SEMPRE I PRETI!                                           Firmato Oriana Fallaci    Ricordare la figura di Oriana Fallaci in questo ventennale  è doveroso in quanto ‘scrittore ‘ – come voleva essere chiamata  – capace nell’aver impresso in maniera indelebile la storia nel giornalismo e nella letteratura dal momento che i suoi libri sono patrimonio nelle scolaresche. Conosciutissima quale inviata di guerra – decisamente una delle prime – negli ultimi anni si applicò intensamente ai propri pensieri e meditazioni tramite  scritti  contrassegnati da accesi dibattiti spesso e volentieri divergenti dalle sue opinioni.  Figura altamente indomita, la rivediamo strisciante sui sentieri di guerra col suo bell’elmetto calcato in testa, non mancando  di documentare per giornali internazionali discrepanze  varie  in maniera scabra e ruvida lo scorso ‘900  dal momento  ‘che  era di casa’ in  Indocina ed ancora  Medio Oriente  Decisamente nata  ‘forzuta’ internamente e mentalmente  visto che  da bimbetta pedalava  ed ancora pedalava in sella alla sua bicicletta,  da brava staffetta partigiana. Al diavolo la paura!!!     Del suo temperamento contrassegnato anche da profonda ricerca spiritale  come verrà fuori,  la ricordiamo nel suo piccolo essere di un  metro e 60 cm. di  43 chili di peso,  con Monsignore Fisichella nell’incontro di Riccardo Nencini per l’ultima sua fatica letteraria  “Mai stanca di vivere “ ricordando appunto l’amica – toscanaccia Oriana. Seduta tra loro anche la giornalista Giovanna Botteri davanti al foltissimo pubblico tracciandone l’altissima personalità unita al carattere d’acciaio. Monsignore Fisichella, innanzi tutto ci colpisce il suo bellissimo sguardo colto e fiero  –  risponde con tenero sorriso e ‘tocco’ sulla spalla sorridendo  – domandandole se Oriana Fallaci era veramente atea dal momento che le  chiese di tenerle la mano stretta prima di lasciare la vita terrena. “Tante volte mi pongono questa domanda. Io più che definirla atea preferisco definirla come una donna in ricerca, una donna che ha saputo all’epoca accettare la sfida di Papa Benedetto 16°, vivere nel mondo come se Dio esistesse, quindi non prescindendo da lui bensì ricercandolo in quei momenti della vita che sono fondamentali per tutti.” La vostra amicizia come nacque? “In maniera molto casuale, pur paradossale che può sembrare. Praticamente da una intervista che io feci al Corriere della Sera e, a partire da lì ricevetti una lettera da lei nascendone poi molte altre. Decisamente una fitta corrispondenza.” Si può definire una donna atea ma cristiana? “No, preferirei definirla non atea ma persona di profonda cultura cristiana, certamente  in ricerca di Dio. Una donna che sperava che Dio si potesse incontrare.” Fu proprio lei Padre che l’accompagnò davanti a Ratzinger dal momento che desiderava conoscerlo? “Sì, fu un momento molto importante nella vita di lei stessa. In quella mezz’ora a tu per tu col Papa trovò riscontro esprimendo i suoi sentimenti uniti alle sue preoccupazioni. Da parte del Papa trovò una risposta molto corrispondente al suo delicato momento  di vita  esistenziale.” Sappiamo tutti dei tragici fatti avvenuti a Città del Messico durante il massacro di Tlatelolco quando rimase molto ferita mentre documentava la repressione  studentesca.  Fu gettata su un cumulo di persone morte ed  un prete s’accorse che respirava salvandola. Chissà, un segno del destino? “Le posso riferire quello che Oriana stessa ebbe la bontà di dirmi durante un momento dei nostri contatti col suo bell’accento toscano: “A me mi salvano sempre i preti”!   Carla Cavicchini

Per saperne di più »

Intervista esclusiva di Antonio Peragine al Candidato alla Presidenza della Repubblica della Somalia, Dr. Mohamud Mohamed Mohamud

di Antonio Peragine     Perché ha deciso di candidarsi alla Presidenza della Repubblica della Somalia ? Ho deciso di candidarmi alla presidenza perché la Somalia si trova in un momento decisivo della sua storia.La nostra nazione ha attraversato decenni di instabilità, frammentazione, insicurezza e debolezza istituzionale. Nonostante queste sfide, la Somalia possiede un enorme potenziale umano, una popolazione resiliente e una giovane generazione determinata a costruire un futuro migliore.La mia candidatura nasce da un profondo senso di responsabilità nazionale e dalla convinzione che la Somalia possa avanzare verso un futuro più stabile, unito e orientato al progresso. Queste elezioni non devono essere soltanto una competizione politica. Devono rappresentare un’opportunità per ricostruire la fiducia, rafforzare le istituzioni, promuovere la riconciliazione e restituire credibilità allo Stato somalo. Credo che la Somalia abbia bisogno di una leadership calma, disciplinata e responsabile, capace di unire la nazione e preparare il Paese a una stabilità duratura, allo sviluppo e a una maggiore credibilità internazionale. Quali sono gli obiettivi del Somali Welfare Party e il suo impegno per la riconciliazione ? Il Somali Welfare Party si fonda su una visione nazionale chiara: unità, pace, riforma istituzionale e sviluppo sostenibile. Crediamo che la riconciliazione non sia soltanto una necessità politica, ma il fondamento stesso della stabilità futura della Somalia. Il nostro impegno consiste nel promuovere un dialogo inclusivo tra tutte le componenti della società somala, inclusi gli Stati federali membri, i leader tradizionali, la società civile, i giovani, le donne, i professionisti e la diaspora somala. L’obiettivo del partito è portare la Somalia oltre la frammentazione e costruire un quadro nazionale più forte basato su responsabilità, giustizia, fiducia istituzionale e partecipazione equa. Al centro della nostra visione vi è un principio semplice : solo una Somalia unita può raggiungere una pace duratura, e solo la pace può creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile. Qual è la posizione del suo partito nei confronti degli altri candidati alla Presidenza della Repubblica della Somalia ? Rispettiamo tutti i candidati che partecipano al processo politico somalo. Il nostro approccio non si basa sull’ostilità, sul confronto politico o sulla divisione. La Somalia ha già sofferto troppo a causa della frammentazione e dell’instabilità. Il Somali Welfare Party desidera contribuire a una cultura politica più matura, fondata sul dialogo, sulla responsabilità istituzionale e sulla coesione nazionale. Il nostro obiettivo non è attaccare individui, ma presentare un’alternativa nazionale seria fondata su riforma, unità, stabilità e buona governance. Questo momento storico richiede una leadership capace di unire i somali attorno a una visione nazionale condivisa. La Somalia ha bisogno di un governo stabile per poter crescere. Sarà in grado di garantire pace e stabilità ? La pace e la stabilità non possono dipendere da una sola persona. Richiedono istituzioni forti, strutture di sicurezza professionali, governance responsabile e coesione nazionale. Tuttavia, credo fermamente che la Somalia possa avanzare verso una maggiore stabilità attraverso una leadership inclusiva, riforme istituzionali e una cooperazione più forte tra tutti gli attori somali. Le nostre priorità includeranno: – il rafforzamento delle istituzioni nazionali; – il miglioramento del coordinamento tra autorità federali e regionali; – il rafforzamento del sistema di sicurezza; – il contrasto all’estremismo; – e la promozione della riconciliazione e della fiducia in tutto il Paese. Sicurezza e sviluppo sono profondamente collegati. Senza stabilità non possono esistere crescita economica sostenibile, investimenti o progresso sociale. Il futuro della Somalia dipende dalla costruzione di uno Stato sicuro e degno della fiducia del suo popolo. Quali riforme intende introdurre se eletto Presidente della Somalia ? La nostra agenda di riforme si basa sul rafforzamento istituzionale, sulla responsabilità e sulla modernizzazione nazionale. Le priorità comprendono: – il rafforzamento dello Stato di diritto; – il miglioramento della trasparenza e dei meccanismi anticorruzione; – il rafforzamento delle relazioni tra il Governo Federale e gli Stati Federali Membri; – la modernizzazione della pubblica amministrazione; – il miglioramento dei sistemi educativi e sanitari; – il sostegno all’occupazione giovanile e all’imprenditoria; – gli investimenti nelle infrastrutture e nello sviluppo economico; – e il rafforzamento delle partnership internazionali della Somalia. Crediamo inoltre che la Somalia debba investire nel capitale umano, in particolare nei giovani, che rappresentano il futuro della nazione. Il nostro obiettivo non è soltanto riformare le istituzioni, ma ancheristabilire la fiducia nello Stato stesso. Crede di poter stabilire rapporti pacifici e cooperativi con i Paesi confinanti della Somalia ? Sì. Il futuro della Somalia è strettamente legato alla stabilità regionale e a una diplomazia costruttiva nel Corno d’Africa.Crediamo nel dialogo, nella cooperazione, nel rispetto reciproco e in un impegno regionale pacifico.Una Somalia stabile contribuisce positivamente alla stabilità dell’intera regione, inclusi la cooperazione economica, il coordinamento della sicurezza e le opportunità di sviluppo. La nostra visione si basa sulla diplomazia piuttosto che sul confronto, e sul rafforzamento delle partnership regionali preservando pienamente la sovranità e gli interessi nazionali della Somalia. Come intende costruire le relazioni con l’Europa e, in particolare, con l’Italia?  L’Europa rappresenta un partner strategico fondamentale per la Somalia nei settori dello sviluppo istituzionale, dell’istruzione, degli investimenti economici, delle riforme della governance, della cooperazione umanitaria e del sostegno alla sicurezza. Negli ultimi anni, la cooperazione tra la Somalia e l’Unione Europea si è rafforzata attraverso importanti iniziative volte al consolidamento dello Stato, alla resilienza economica, alle riforme del settore pubblico e alla stabilità regionale. L’Unione Europea ha inoltre svolto un ruolo significativo nel sostenere gli sforzi di stabilizzazione della Somalia e il rafforzamento del quadro di sicurezza nazionale, anche attraverso il supporto alle missioni di sicurezza dell’Unione Africana presenti nel Paese. L’Italia, in particolare, occupa un posto speciale nella storia della Somalia e continua a mantenere relazioni profonde e storiche con il popolo somalo attraverso la diplomazia, l’istruzione, la cooperazione allo sviluppo, la cultura e il sostegno istituzionale. Accogliamo con favore lo spirito del Piano Mattei presentato durante il Vertice Italia-Africa, che promuove una cooperazione fondata sul rispetto reciproco, sullo sviluppo condiviso e su una partnership di lungo periodo tra Africa ed Europa. Riteniamo che le relazioni tra Somalia e Italia possano essere ulteriormente rafforzate

Per saperne di più »

Giacomo Gabellini in intervista

In un libro di Giacomo Gabellini l’indagine su Israele dalle “fragili fondamenta”   Verona – Sala superiore del Liston 12, in piazza Bra, gremita per la presentazione del libro “Scricchiolìo. Le fragili fondamenta di Israele” (Il Cerchio, Rimini, 2025) di Giacomo Gabellini (1985, saggista e ricercatore indipendente, già autore di vari volumi e collaboratore di testate italiane e straniere riguardo a geopolitica ed economia, con particolari analisi delle dinamiche globali di potere). L’incontro è stato introdotto dall’on. Vito Comencini di Popolo Veneto, con successivi contributi di Palmarino Zoccatelli (presidente dell’Associazione culturale Veneto-Russia) e del consigliere regionale Davide Lovat (del Gruppo consiliare Szumski Resistere Veneto). Presente in sala anche il tradizionalista cattolico e legittimista storico Maurizio Ruggiero. Prima della sua disamina pubblica, Giacomo Gabellini s’è prestato a rispondere ad un paio di domande.    – Su cosa verte questo suo lavoro?  «Ho scritto questo libro con l’intenzione di mettere in luce come i problemi che Israele sta affrontando nascano sì dalla politica estera ma affondino le radici in ottant’anni di storia molto particolare. E, quindi, abbiano anche una natura interna, dinamiche tra vari gruppi sociali che da collaborative, per un certo periodo di tempo, sono diventate sempre più conflittuali. Trasformando un Paese relativamente coeso in una società profondamente tribalizzata. Questa condizione, combinandosi con le sollecitazioni esterne (conflitti, in particolare dopo il 7 ottobre 2023), secondo me, s’oppongono all’esistenza stessa dello Stato, a rischio».  – Nel libro tratta anche della vicenda israelo-palestinese, della Striscia di Gaza ecc. Cosa pensa di quello che sta pianificando il presidente americano Trump?  «È difficile capire cosa Trump voglia fare di preciso. Per un verso, c’è chi crede sia una pedina di fatto, uno dei tanti presidenti manipolati dall’israelo-lobby statunitense. Alcuni ritengono, invece, che stia cercando di ricavarsi margini di manovra maggiori, perché comunque soddisfare le esigenze d’Israele significa anche inimicarsi i favori di tutte le altre nazioni della regione che hanno una rilevanza anche economica per gli Stati Uniti. Perciò, sono convinto che cercherà di tenere in equilibrio le due sponde per trovare una soluzione che possa soddisfare non tanto i palestinesi che sono, purtroppo, un oggetto e non un soggetto storico in questo momento, quanto Paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti. Con l’Iran vedremo cosa succederà, ma, a mio parere, è un attore di cui si dovrà tenere conto».    Tra molto altro, nel corso della sua esposizione, Gabellini ha voluto sottolineare un concetto-base. «È significativo che il sionismo nasceva come progetto eminentemente laico, anzi, quasi antiebraico. Nel senso che David Ben Gurion era dichiaratamente ateo come molti dei laburisti padri fondatori d’Israele. Però, tutti capivano che la valorizzazione della cultura e della religione ebraiche doveva assumere il ruolo di collante per tenere insieme queste popolazioni, queste persone dalle esperienze di vita diverse, culture diverse, lingue diverse. Perciò, avevano elaborato un rapporto di stretta collaborazione col rabbinato, un rabbinato che, inizialmente, vedeva con molta diffidenza il sionismo, un po’ perché il sionismo era laico quasi ateo. Si pensi al padre fondatore del sionismo, Theodor Herzl, sostenitore del fatto che la necessità di dare una Patria agli ebrei non doveva per forza coincidere con la Palestina. Poteva essere trovata altrove. In Uganda (che poi non è l’Uganda ma un’altra zona dell’Africa), in Madagascar, in Argentina. Furono sondate diverse possibilità. Poi, era prevalsa quell’ala più religiosa che faceva capo agli ebrei russi, al consiglio sionista mondiale dalla componente russa che diceva “no, bisogna ricongiungersi alla nostra terra d’origine”, quindi la Palestina».             Servizio e foto di Claudio Beccalossi

Per saperne di più »

COP30 – Intervista all´Ambasciatore Alessandro Cortese

Intervista all’Ambasciatore d’Italia alla COP30 di Belem Tra ambizioni e realtà: l’Italia alla COP30 A dieci anni dagli Accordi di Parigi, la diplomazia italiana punta su transizione, cooperazione e responsabilità condivisa   L´Ambasciatore Alessandro Cortese (dx.) e Paolo Carlucci   a 1- Ambasciatore, dieci anni dopo Parigi, la COP30 riconosce di fatto che l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro +1,5 °C non è stato raggiunto.Cosa significa questo “fallimento” per la diplomazia internazionale e, in particolare, per l’Europa e l’Italia? È ancora realistico parlare di obiettivi globali condivisi? Premetto che non sono un negoziatore, ma un osservatore privilegiato della Conferenza, per cui non posso addentrarmi nei complessi tecnicismi del negoziato. Effettivamente l’obiettivo di aumento massimo delle temperature di 1,5 gradi entro il 2030 si rivela adesso molto difficilmente raggiungibile. Però non parlerei di un fallimento, nel senso che la diplomazia ambientale multilaterale sta compiendo un grande sforzo, anche tramite le COP, per cercare di rimettere le cose in carreggiata. Si tratta innanzitutto di implementare nel migliore dei modi i tanti e importantissimi impegni che sono stati assunti negli anni. Per esempio sugli investimenti è difficile mantenerli troppo ambiziosi, specie quando un importantissimo partner si è chiamato fuori dagli Accordi di Parigi e dai negoziati di Belém. Effettivamente un insieme di situazioni rende le cose particolarmente difficili, ma non direi che la diplomazia ha fallito o stia fallendo. Quello che propongono i brasiliani — ma vedremo poi cosa scriveranno nei documenti, che non sono ancora circolati — è di rilanciare il processo e di implementare ciò che è stato deciso a Baku lo scorso anno e a Parigi dieci anni fa. È di grande importanza che la COP continui a tenersi ogni anno, perché questo attira l’attenzione dei nostri leader e spinge i Paesi a fare uno sforzo importante, rendendosi anche l’opinione pubblica conto che, se ciò non avviene, il nostro pianeta così come lo conosciamo potrebbe finire male in tempi non lunghissimi. Naturalmente i brasiliani si pongono obiettivi ambiziosi, anche perché hanno una risorsa fondamentale per il futuro del pianeta, che è l’Amazzonia, e che va preservata in tutti i modi, perché è da essa che dipende in buona parte il mantenimento di un clima che non porti agli eccessi climatici estremi che stiamo vivendo. Eventi estremi che in passato avvenivano a distanza di anni, mentre invece oggi avvengono con grandissima frequenza, talvolta a distanza di settimane o mesi in differenti parti del mondo. Siamo tutti ormai consapevoli dell’emergenza climatica e pochi sono i Paesi che non riconoscono questo problema. 2. Uno dei cardini di questa Conferenza è la mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno per i Paesi in via di sviluppo entro il 2035.Secondo lei, il sistema internazionale dispone davvero degli strumenti – politici e finanziari – per rendere credibile un impegno di tale portata? E quale ruolo può giocare l’Italia, anche attraverso la cooperazione e il know-how tecnologico? Guardi, prima dicevo che gli obiettivi spesso sono molto ambiziosi. Ma questo è molto importante perché l’impegno sia maggiore. Ad esempio, dai 1.300 miliardi discussi a Baku, alla fine del negoziato si è arrivati a 300 miliardi, che peraltro è cifra di tutto rispetto. Poi è importante monitorare l’effettiva attuazione degli impegni da parte della membership. Non è facile né scontato. Da parte brasiliana — e questo è condivisibile — è importante anche individuare modalità originali per reperire risorse, attraverso partenariati pubblico-privati, il coinvolgimento più proattivo delle banche di sviluppo, ecc. Per esempio, presso il Padiglione italiano alla COP, si è tenuto a inizio settimana un evento realizzato da Enel, dove è stato illustrato come l’azienda investa nelle energie rinnovabili e alternative in Brasile. Anche Cassa Depositi e Prestiti, in un evento che si è tenuto nei giorni scorsi qui a Belém, sempre nel Padiglione italiano, ha indicato di aver messo a disposizione risorse importanti per finanziare progetti nel settore in varie parti del mondo. Chiaramente, con le risorse che possono essere allocate da uno Stato si crea una massa critica mirata. Questo richiede anche lavoro da parte dei governi per assicurarsi che vi sia coerenza nella loro attuazione. L’Italia a Belém possiamo dire che è in prima fila come partecipazione di alto livello: la presenza — non scontata — del nostro Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Tajani al Vertice dei Leader in apertura, e adesso con il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che sta seguendo passo passo, come nelle precedenti edizioni, i negoziati sul documento finale. Posso dire che la voce dell’Italia qui è abbastanza ascoltata, e non solo in seno all’Unione Europea: nei giorni scorsi, ad esempio, il Ministro Pichetto Fratin ha firmato un Memorandum d’intenti in materia ambientale con la Ministra dell’Ambiente del Brasile, Marina Silva. 3. Il Brasile, Paese ospitante, ha impostato la COP30 su sei pilastri che intrecciano ambiente, sviluppo umano e finanza verde.Come si inserisce l’Italia in questa visione? Ci sono ambiti in cui il nostro Paese può essere ponte tra Europa e America Latina, soprattutto in materia di energia e biodiversità? Come il Brasile, l’Italia insiste molto sull’importanza dei biocarburanti anche in sede europea, essendo una risorsa non inquinante e alternativa ai combustibili fossili. È molto importante, in materia ambientale come in tanti altri settori, non fare passi indietro. Anche un piccolo passo in avanti ha il suo peso. Credo che il Brasile stia cercando di individuare qui a Belém delle chiavi di lettura originali che consentano di avanzare. 4. L’assenza dei leader delle principali potenze inquinanti – Stati Uniti, Cina, India e Russia – pesa come un macigno.Quanto è difficile negoziare in un contesto in cui mancano i protagonisti decisivi? E cosa può fare la diplomazia europea per evitare che la COP30 si riduca a un forum di buone intenzioni? È vero che qualche Paese è mancato al vertice, ma a mio avviso la partecipazione è stata cospicua: vi erano più di 50 Paesi rappresentati al massimo livello, come l’Italia con il Vicepresidente del Consiglio. Tra quelli che ha citato, la Cina con il Vice Primo Ministro, l’India, la Russia presente ma

Per saperne di più »

Intervista a Giuseppe Massaro

Il medico Giuseppe Massaro dedica tanta passione anche alla scrittura e alla saggistica storica Giuseppe Massaro – Pino per i familiari e gli amici – è medico e sessuologo, ma al culmine della sua carriera medica ha avvertito l’esigenza di dedicarsi alla scrittura, alla saggistica storica ma anche alla pubblicazione di una specie di “diario intimo” per liberarsi dei suoi assilli personali di natura psicologica. A tal proposito, il vescovo di Cassano all’Jonio, mons. Francesco Savino, nella postfazione di un lavoro di Massaro, annota:< l’autore è riuscito a scoprire e vivere di fede, a trovare la felicità affrontando e superando tutti gli ostacoli che ha incontrato durante il suo cammino>. Scopriamo di più nel corso di questa intervista. 1-Lei è medico, specialista in patologia generale, sessuologia e ostetricia-ginecologia: come mai si è dedicato alla scrittura con tanta passione?      <Necessità di distrarmi dalla mia materia>. 2-Dalla raccolta di poesie giovanili L’altra faccia, 1989 è passato alla ricerca sulla cultura popolare con Ditt’ e Dittate, 1995 e alla saggistica storica: chi o cosa lo ha spinto a indirizzare il suo interesse letterario in tale direzione?      <Esplorando le mie radici, la mia crescita e la curiosità con piacere di scoprire risvolti importanti>. 3-Il suo recente Ricatto Massaro ricostruisce un episodio legato a un suo antenato nel contesto del brigantaggio nella Sibaritide del 1872; si è ispirato soltanto al caso del suo congiunto o intendeva ricostruire il fenomeno del brigantaggio in Calabria?      <Dalla storia familiare con un’analisi più attenta è venuto fuori anche lo studio del fenomeno brigantaggio in Calabria>. 4-Nel volume Ditt’ e Dittate, che vuole essere un omaggio alla saggezza popolare e alle tradizioni della sua terra, la prefatrice -professoressa Pina Basile- osserva che <l’indagine, si snoda, attraverso percorsi di tradizione scritta e orale, tra fonemi dall’etimo greco, latino, arabo, francese e catalano>. In particolare cosa lo ha spinto a condurre una ricerca sulla tradizione popolare orale?      <Mi ha affascinato la continua scoperta di noi stessi attraverso la meravigliosa mescolanza di genti che dà l’effetto dei nostri usi e costumi piacevoli e interessanti>. 5-Con Diadema della Sibaritide, del 1997, continua le sue ricerche storiche pubblicando la monografia storica su Francavilla Marittima: vuole essere soltanto un omaggio alla sua comunità o vi sono altri motivi?      <Sì, la convinzione che le micro storie fanno la STORIA e in più colpito dallo sforzo, dal sacrificio degli antenati>. 6–Squarci di luce, voglia di cambiare, del 2015, è senza meno un diario intimo che contiene riflessioni, paure, incertezze annotate in un arco di tempo abbastanza ragguardevole. <Giuseppe Massaro si racconta con la prospettiva di liberarsi dalle dipendenze, dagli assilli, dalle ossessioni. Il dottor Massaro -continua Filippo Maria Boscia, professore di Fisiopatologia della riproduzione Umana e Bioetica dell’Università di Bari e Consultore pontificio- racconta la “conflittualità interiore” che a lungo non gli ha dato tregua e che ha cercato di superare dapprima con la psicologia, alla ricerca della fiducia in sé stesso, e poi con la religione sublimandola nell’amore cristiano salvifico>. Condivide l’analisi fatta dal professor Boscia?    <Sì, senz’altro. Il percorso, la condivisione dei lettori, vuole appunto giovare a chi è in difficoltà similare, come anche confermato nella postfazione da S.E. Mons. Savino>.                                                                            Martino Zuccaro    

Per saperne di più »

Intervista amarcord di C. Beccalossi

    Intervista amarcord   Suora cattolica nella Romania comunista. Condannata a 15 anni di galera come “spia del Vaticano”   Bucarest (Romania), febbraio 1993 – Se, per un miracolo biologico o per una capsula del tempo, fosse ancora viva, ora avrebbe ben 113 anni… Era lei che, in genere, nel passato, s’affacciava all’ingresso della Nunziatura apostolica in Romania per accogliere i visitatori. L’“avamposto” dello Stato del Vaticano a Bucarest, in Str. Pictor Stahi 5/7, s’apriva spesso con il sorriso di suor Chiara, al secolo Ecaterina Laszlo, 81 anni (nel 1993, n.d.a.), nata a Bacău, nella Moldavia romena. Dietro la sua dolce affabilità, però, si nascondeva il peso doloroso di ricordi che, ancora, la facevano piangere.    Certo era penoso frugare nel passato della suora, appartenente all’Istituto della Beata Vergine Maria, vittima d’una persecuzione religiosa particolarmente dura in Romania rispetto ad altri Paesi europei asserviti al comunismo. Era, ed è, importante sapere cosa avvenne allora…    Entrata in convento nel 1929 con voti perpetui dati nel ’40, suor Chiara, dal 4 gennaio 1938 al 19 luglio 1950, aveva sempre prestato servizio presso la nunziatura di Bucarest. E di quel 19 luglio la religiosa conservava ben nitidi i particolari.    «Dopo l’espulsione del nunzio (o reggente) mons. Gerald Patrick Aloysius O’Hara, in carica dal 21 maggio 1946 al 1950 – rammentava con palese emozione ed in un buon italiano l’interessata – restai nell’edificio, passato sotto tutela dell’ambasciata svizzera, assieme a tre consorelle. Agenti della Securitate (in italiano “Sicurezza”, sintesi della denominazione ufficiale del Departamentul Securităţii Statului, Dipartimento di Sicurezza dello Stato, servizio segreto della Romania comunista, n.d.a.) c’intimarono d’aprire la porta per cercare all’interno la… “bomba atomica”. Con una candela in una mano ed un’arma nell’altra, perquisirono dappertutto e, abbattuta la porta della cappella, vi scoprirono un vescovo nascosto. Poi, ci dissero di raccogliere indumenti ed oggetti personali sufficienti per un paio di settimane e ci portarono via».    «Ci rinchiusero a due a due in celle della Securitate, a Bucarest. Durante gli interrogatori ci promisero di lasciarci libere a condizione d’abbandonare la vita monacale oppure di diventare monache ortodosse o, ancora, di trasformarci in informatrici spiando preti cattolici. Inutile dire che a simili proposte rispondemmo con un secco rifiuto. Per due settimane rimasi nella prigione di Jilava, vicino a Bucarest, in un deposito di munizioni a venti metri sotto terra».    «I successivi interrogatori per sei mesi presso il ministero degli Interni si svolsero in piccole stanze, davanti a cinque o sei ufficiali intenzionati a confondermi. Pregai dentro di me e mi convinsi a non avere paura perché lo Spirito Santo m’avrebbe aiutato a rispondere. Un capitano, facendomi una serie di domande, mi colpì sulle ginocchia con i suoi speroni di ferro, altri bestemmiarono. Nelle stanze vicine sentivo donne urlare ed un pugno sul petto mi procurò un’emorragia interna che mi fece sputare sangue. Non mi fidai a bere quanto mi portarono e considerai chi mi maltrattava strumenti nelle mani di Dio per purificare la Chiesa. Dissi a chi mi torchiava delle mie preghiere per lui e la sua famiglia e questi mi rispose d’essere passato da credente a torturatore. Replicai che avrebbe dovuto rispondere a Dio».    «Il 5 gennaio 1951 mi vollero ancora interrogare. Mi misero occhiali completamente oscurati per non farmi comprendere dove andavamo. Ricordo d’una stanza di tortura sulla sinistra. Rividi il capitano con un dossier sui miei interrogatori».   «Nel 1952, dopo due anni dall’arresto, durante il venerdì santo ortodosso, venni sottoposta a processo davanti a sette giudici militari ed insieme ad altri tredici imputati. Dichiararono che “il capo bandito Papa di Roma aveva dato denaro al nunzio perché, attraverso i vescovi, finisse nelle mani dei partigiani che combattevano il governo”. Il processo iniziò alle ore 8 e terminò alle 22, senza nessuna parvenza di legalità, anche perché gli eventuali testimoni a favore, compresi gli avvocati difensori, non sarebbero più tornati a casa. Concluso il dibattimento a senso unico, ognuno di noi ebbe diritto di parlare ed il vescovo imputato affermò d’essere contento di venir giudicato il venerdì santo. Tutti fummo condannati come spie del Vaticano a pene che andavano dal minimo di quattro anni all’ergastolo. Io presi 15 anni ed il vescovo il carcere a vita».    «Quattro anni di detenzione li trascorsi in una prigione a Mislea, tra Ploieşti e Sinaia. – riferiva suor Chiara tra le lacrime – Rinchiusa con altre 650 donne, per la maggior parte studentesse. Nel ’56 mi trasferirono due mesi a Timişoara per interrogarmi e ripropormi un ruolo da spia in cambio della libertà e, poi, in un carcere a Miercurea Ciuc. E dal ’63 fino al 15 aprile 1964, data della mia liberazione, rimasi in una prigione di Oradea. Di 15 anni comminati ne scontai 12 più i 2 di segregazione preventiva».    «Scarcerata, entrai in un monastero a Popeşti-Leordeni, presso Bucarest, ma mai mi sarei aspettata di rimettere piede nella nunziatura dopo tanti anni di drammatica lontananza. A rivoluzione contro Ceauşescu ormai conclusa, autorità del Vaticano si recarono a controllare le condizioni dell’ex rappresentanza della Santa Sede. Credo fosse stata adattata a centro per l’addestramento di frange paramilitari di stampo repressivo, dato che vi venne trovata una cella con fili elettrici per probabili torture. La nunziatura venne riconsegnata al Vaticano il 26 giugno 1990. La riprendemmo padre Tataru, padre Vortos ed io. Successivi lavori di restauro permisero l’inaugurazione ufficiale della Nunziatura apostolica il 5 novembre 1992. Dio ha voluto anche il mio ritorno tra le mura da cui, nel ’50, venni trascinata via».      Nota – Le autorità comuniste di Bucarest denunciarono il concordato del 1927 tra la Romania e la Santa Sede il 17 luglio 1948, rompendo unilateralmente le relazioni. Perseguitarono pure i fedeli greco e romano-cattolici del Paese. Suor Chiara assunse il ruolo storico di testimone diretta dell’evacuazione della nunziatura in quanto, all’epoca, amministratrice, contabile. Il modo in cui subì l’arresto le fecero pensare alla cattura di Gesù nell’Orto degli Ulivi. A differenza sua, le religiose prelevate con lei vennero liberate dopo

Per saperne di più »

Tania Di Giorgio in intervista

               TANIA DI GIORGIO                Il dono della voce. Unica     Tania Di Giorgio dotata d’occhi profondi  penetranti  e capelli neri corvini, si muove piena di grazia e leggiadria, nelle vesti di soprano lirico  esibendosi  stavolta nel suono pulsante del rosso rubino a corollario del libro “Il bacio da sfogliare” di Ilaria Guidantoni per “Cinque sensi” editore.Nel corso della sua professione alla RAI,  è stata notata anche da Michele Guardì e voluta appositamente  per: “I fatti vostri” facendo infiammare i telespettatori. D’altronde che è uno splendido puledro, si vede e si ascolta avendo cantato in tutto il mondo in luoghi belli e prestigiosissimi  arrivando a cantare sino ad Ushuaia che si trova in capo al mondo. Non è uno scherzo, decisamente in capo alla terra visto che è una località di villeggiatura argentina  zona nell’arcipelago ‘Terra del Fuoco’ soprannominato ‘ la fine del mondo ‘. Richiesta  persino al ‘Metropolitan’ della “Grande Mela” si distingue anche nel campo della musica barocca in Italia, Europa e Russia, nonché in altre parti del mondo alternando i suoi concerti presso Chiese, Hotel, Pala, Teatri ed appositi spazi musicali. Una della sue ultime esibizioni è stata nella capitale presso la “Sala del Campidoglio” per il Giubileo a Roma, voluta fortemente dal Consigliere Comunale di “Roma Capitale” –  Presidente della “Commissione Giubileo” Dario Nanni,  e dal “CFU – Italia Odv”,  associazione che si occupa della cura  della fibromialgia. Stavolta la  location dell’incontro è  “Hotel Villa Tiziana” presso “Le Focette” Marina di Pietrasanta ed ex cinema. Luogo che colpisce per  l’oasi – giardino respirato nell’immenso spazio del complesso, ove è piacevolissimo essere serviti dall’attento e premuroso staff professionale nel porgere aperitivi e stuzzicherie varie, prima della cena. Il salone colazione, pranzo e cena luminosissimo, offre specialità del territorio locale espresse, accontentando anche altre esigenze dal momento che i fedelissimi clienti da anni ed anni, ritornano nella splendida struttura marina del mare Tirreno vivendo cultura, arte, storia e tradizioni, abbracciati dalle Alpi Apuane. Luogo mondano d’eccellenza, si caratterizza per aver segnato la storia del costume italiano d’anni ’60, per il Carnevale ripetuto ogni mese di febbraio la cui maestria è data dai famosi ‘carristi’, ed ancora per il “Festival Internazionale della Satira” nell’ampio  museo. Sprofondata in una bella poltrona, raggiungiamo la Di Giorgio  mentre racconta di vivere a Roccasecca, provincia di Frosinone. “Luogo che ha dato i natali a Severino Gazzelloni per la musica, nonché a San Tommaso D’Aquino di cui quest’anno ricorrono gli 800 anni della nascita. Logico appuntamenti ed incontri a lui dedicati, con tanto di festeggiamenti in corso. Questo per dire che  è una terra che amo moltissimo nonostante sia nata a Roma.” Studiando al prestigioso “Conservatorio Santa Cecilia”. “Esatto, mio primo passo, continuando poi privatamente poiché avevo famiglia, marito e due  splendidi pargoletti. Districarmi non fu  facile, ma ci riuscii.” Come nasce questo “Bacio da sfogliare?” “Conoscendo Ilaria a Roma presso la “Chiesa degli Artisti” in piazza del Popolo  per una sua presentazione assieme agli editori, entrammo subito in sintonia dando vita a questo duetto lirico e musicale. Perché il bacio “ce sta…ce sta.” Sta bene ed ovunque. Lei moto carina, mi fece  improvvisare qualche aria del mio repertorio musicale, il pubblico fu entusiasta…e da lì è partito tutto. Seguirà replica sempre qui al ‘Tiziana’ il 17 di agosto, per poi proseguire a Napoli , ritorno  ad esibirci in Versilia, e…vedremo! dal momento che piovono richieste.”  “Perché tutto questo  piace molto  lei mi chiede? Perché esiste  una letteratura musicale che parla del ‘Bacio’ affrontato nella musica antica sino ai tempi odierni.” Effettivamente l’esibizione di note romantiche diventano  via via sempre più aggressive, spargendo  nell’aria vibrazioni vitali per il nostro equilibrio psico-fisico. Le mani battono a suon di ritmo, applaudendo poi calorosamente alla fine per ‘ Bèsame Mucho’ di Velàzquez, profondamente   veemente e nostalgica. Seguono  “I te vurria vasà”, note delicatissime che, nel giardino di malvarosa, rievocano l’intimità dei  due  amanti, ed ancora “L’ultimo Bacio” di Francesco Paolo Tosti dalle note stupende, richiamanti anche il film di Muccino. Finito? Quando mai! “Musica proibita” di Gastaldon è come se incorniciasse “i tuoi capelli neri, le labbra tue e gli occhi tuoi severi”, arrivando a gran richiesta “Ave Maria” di Gomez  con chitarra della Giorgio, dedicata a tutte le mamme. Immancabile ‘A’ Vucchella’. Signora Tania, splendida e bellissima in questo raffinato completo con gioielli luccicanti che la riflettono in pieno, ci può fare la genesi della ‘A’ Vucchella’ e perché spunta D’Annunzio? “Fu composta dal grande  Francesco Paolo Tosti, con parole d’annata 1904, del mitico ‘Vate’. Approfitto per osservare che Il prossimo anno, Abruzzo sarà capitale della cultura e, guarda caso, proprio questo grande poeta, era abruzzese. Immaginatevi le celebrazioni in suo onore! Dunque, ‘vucchella’ sta per boccuccia e fu interamente scritta ai tavolini d’un caffè quando D’Annunzio lavorava a Napoli, fine ‘800, collaborando al  ‘Mattino’ e “Il Corriere di Napoli”. Bravo e scellerato, di getto scrisse sul marmo d’un tavolino del Gambrinus, tale storia nata  per accattivarsi l’amore della  bellissima donzella mentre degustava o’caffè. Tavolino conservato poi da quel furbo cameriere di nome ‘Ciccillo’. Ehhh,  mica scemo Ciccillo nella sua saggezza napulitana! “Eh, mentre ‘Ciccillo’ più tardi recuperava il marmo, a D’Annunzio fu intimato di  scriverla in fretta e furia, in napoletano. Proprio  lui che era  abruzzese! Morale? Una operazione audace, dubbiosa assai, con tanto di  scommessa  vinta da parte d’entrambi. Il seguito è questo  brano musicale immortale, richiesto ovunque.” E poi? “E poi  e poi ! Sta di fatto che A’ Vucchella’ lasciò a piedi entrambi!” La risata è all’unisono per questa vecchia edizione della ‘Ricordi’, sempre piacevolissima ascoltarla. “Si comm’a nusciurillo…tu tiene ‘na vucchella’….appassionatella…” e via di seguito. La fantasia adesso  mettetela voi!     Carla Cavicchini –   [email protected] Nelle foto: Tania Di Giorgio 

Per saperne di più »

Nelle tue mani. le sculture di Matteo Pugliese tra forza, fragilità e trasformazione

Intervista a cura di Silvia Gambadoro     Fino al 6 luglio 2025, Palazzo Merulana, sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi, gestita e valorizzata da Coopculture ospita «Nelle tue mani», personale dello scultore Matteo Pugliese, a cura di Carmen Sabbatini. L’esposizione è realizzata con il patrocinio di Roma Capitale e con il contributo di Zurich Bank, sponsor ufficiale. Incontriamo Matteo Pugliese tra le sue opere, nelle sale di Palazzo Merulana. Lo scultore, già protagonista nella collezione permanente del palazzo con Gravitas, presenta la sua mostra personale. La mostra raccoglie opere già esposte in molte città del mondo da New York a Hong Kong. Il percorso espositivo si snoda in quattro sezioni: Extra Moenia, I Custodi, Scarabei, Pachamama, quest’ultima dedicata all’archetipo della Grande Madre. La mostra attraversa vent’anni di lavoro  e racconta un percorso umano prima ancora che artistico. Scultura come memoria, libertà, denuncia e intuizione. Una conversazione in cui forma e pensiero si intrecciano, esattamente come nel suo lavoro.   Cominciamo dal principio. Quando ha capito che l’arte sarebbe diventata la sua strada? Ormai posso dirlo con chiarezza: l’arte è sempre un terreno ambiguo, fragile, e vivere d’arte, ancora oggi, è qualcosa che per molti resta difficile da concepire. Anche nel mio caso è andata così. Da ragazzo desideravo iscrivermi all’Accademia di Belle Arti, volevo studiare, formarmi. Ma i miei genitori mi dissero: “No, non è una strada. Trova un altro lavoro, poi nel fine settimana potrai dedicarti a questa tua passione”. Così mi sono laureato in Lettere Moderne. Una scelta diversa. Ma la verità è che l’arte mi ha sempre richiamato. Una passione costante, ostinata, che mi ha riportato sempre lì, nel mio mondo.   E oggi quel mondo prende forma in una mostra personale. Che significato ha per lei questa esposizione? Esporre in un luogo come Palazzo Merulana ha per me un valore particolare. È un luogo ricco di storia, ma anche vivo, accessibile. Vedere le mie opere accanto all’interesse di tante persone e all’attenzione di una realtà importante come Zurich, che ha sostenuto la mostra, è qualcosa che mi emoziona profondamente. Sento che questo percorso, iniziato quasi per necessità, oggi ha trovato un suo spazio, una sua voce.   Lei non ama spiegare le sue opere. Perché? Perché credo che l’arte non vada spiegata. L’arte va percepita. Se un’opera non trasmette qualcosa da sola, allora forse ho già fallito. Mi viene in mente un episodio che ho sempre amato: Leonard Cohen, grande poeta canadese, era stato invitato in radio per leggere una sua poesia. Quando la conduttrice gli chiese cosa volesse dire con quei versi, lui alzò gli occhi al cielo  e la rilesse. Tutto era già lì. Nessuna spiegazione poteva aggiungere qualcosa. Ecco, la mia visione è simile. La mostra si articola in quattro serie. Ci racconta come sono nate? Ogni serie corrisponde a un momento preciso della mia vita, non solo artistica, ma esistenziale. La prima, Extramoenia   raccoglie sculture nate in un periodo piuttosto tormentato. Le figure cercano una rinascita, si liberano da qualcosa che le opprime. Ero in un momento in cui sentivo il bisogno urgente di uscire da una realtà che non mi apparteneva. Le sculture sono diventate la mia via d’uscita. La seconda serie “I custodi” invece sembra raccontare un momento nuovo…  Sì, è una fase diversa, più leggera. si tratta di figure che hanno una funzione apotropaica, sono armate ma non vogliono essere violente, io le ho immaginate a difesa della nostra casa, del nostro spazio sacro. Ogni religione ha delle figure predisposte per allontanare gli spiriti maligni o proteggere i suoi fedeli. La proporzione classica delle corporature è deformata per trasmettere un’idea di sicurezza.  E sono fatti di materiali diversi, ce n’è una realizzata con migliaia di zip. È una serie in cui emerge un equilibrio nuovo, una certa serenità. E mi piace che possano convivere nella mia opera registri differenti. Siamo esseri complessi, non lineari. Contraddittori. E l’arte, per me, è proprio lo spazio dove questa complessità può trovare forma. Poi arrivano gli scarabei. Un altro cambio di tono. Una serie più giocosa, più ludica, ma non per questo meno intensa. È anche una serie di grande sperimentazione, soprattutto nei materiali. Bronzo, alluminio, argilla, ceramica, resina… Ogni materiale ha un proprio linguaggio. Lo scelgo non solo per un fatto tecnico, ma per ciò che riesce a suggerire, a evocare. La libertà di cambiare materiali, tecniche, approcci è una delle cose che amo di più del mio lavoro. Una delle opere più forti della mostra è ispirata all’Ultima Cena di Leonardo. Ma ha scelto di rappresentarla solo con le mani. Perché? Questa è forse l’opera di cui sono più orgoglioso: le mani sono l’unica forma presente. Abitando a Milano ho avuto la possibilità di vedere più volte il Cenacolo. E mi ha colpito come tutta la drammaticità della scena sia affidata alle mani: mani che si interrogano, si accusano, stringono denari, trattengono rabbia. Ho voluto raccontare tutto questo solo attraverso le mani. È la mia personale lettura di un capolavoro che mi ha sempre affascinato. Alcune opere, invece, sembrano nate per caso. È così? C’è un’opera in particolare che è nata in modo del tutto spontaneo. In studio si erano accatastate delle terre cotte, alcune culture incompiute e frammenti di lavori lasciati lì nel tempo. Un giorno, guardandoli, ho sentito che trasmetteva qualcosa. E’ nata così, spontaneamente, un’opera vera e propria, senza pianificazione, una sorta di “creazione involontaria”.Questo mi ha divertito molto: oggi si parla tanto di arte concettuale, ma a volte le cose più interessanti nascono senza progetto, per forza propria.   C’è anche una scultura che affronta un tema doloroso: la violenza sulle donne. È un’opera volutamente disturbante. E’ una figura classica, sfigurata: il volto è devastato, il corpo è spezzato. Ho voluto congelare quel momento di violenza come fosse una fotografia. E’ una ferita che dobbiamo continuare a guardare, a denunciare.   L’ultima sezione della mostra è dedicata alla Madre Terra. Cosa rappresenta questo tema? È il nucleo più recente del mio lavoro, e probabilmente il più personale, nasce da una

Per saperne di più »

Verso i referendum popolari abrogativi (art. 75 della Costituzione)

     Come tutti sanno (o dovrebbero sapere) l’8 ed il 9 giugno si terrà il referendum abrogativo dai cinque quesiti e dalle altrettante schede, quattro sul tema del lavoro ed il quinto sulla cittadinanza.    L’attualità vede maggioranza ed opposizione divisi, con una sinistra che invita ad andare al voto sottolineandone l’importanza e la controparte che fa propaganda per l’astensionismo.    Va ricordato che la parte dedicata al lavoro è frutto dell’iniziativa del sindacato CGIL, con il segretario Maurizio Landini come protagonista, mentre quella sulla cittadinanza emerge dalla raccolta firme dei vari partiti di sinistra. Sinistra che, per non dare all’occhio, ha inserito l’“intruso” della cittadinanza in mezzo a questioni connesse al lavoro, con la scusa dell’andare a votare tutto nell’interesse dei lavoratori. Anche se ai promotori non interessa tanto quest’ultima categoria ma hanno in testa i due milioni e mezzo di stranieri regolari che, in poco tempo, diventerebbero cittadini italiani ed un futuro cassetto elettorale.    Pertanbto, anche se una percentuale di italiani ritiene abrogabili i quesiti sul lavoro, alla quinta domanda iniziano a storcere il naso, chiedendosi se valga la pena andare a votare per favorire il raggiungimento del quorum (ovvero il 50%+1).    Sintomatiche sono state le risposte date da tre personaggi pubblici incontrati a Firenze, nel corso dell’evento “Spazio cultura. Valorizzare il passato, immaginare il futuro” organizzato dai gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia alla Camera ed al Senato, tenutosi presso il Teatro “Niccolini”.    Alla fatidica domanda: «Ma quanta importanza dà a questo referendum?», il presidente del Senato Ignazio La Russa ha subito replicato: «Una piena insufficienza: 3!».    Il direttore responsabile de “Il Tempo”, Tommaso Cerno, ha obiettato: «Il peso di questo referendum è quello d’una bella giornata di sole. Si festeggia un partito che, oltre ad aver governato senza vincere, chiama fascista quello che governa con i voti, ma che passa il tempo a fare e votare delle leggi che non gli piacciono, portando ad un referendum da 140 milioni di euro che paghiamo noi… Per cosa, poi? Semplicemente per vederli litigare tra loro? Ma se devono fare il congresso del Partito democratico non se lo possono pagare da soli?»    Pietro Senaldi, condirettore di “Libero”, ha drasticamente ribattuto: «Il referendum è la sinistra che si conta. Se otterrà tanti consensi è successo, Landini dichiarerà d’essere il vero capo della sinistra perché penserà d’essere quello che ha unito la gente. Se, invece, dovesse risultare un flop, nessuno si prenderà le responsabilità del fallimento».    Il conduttore, giornalista ed opinionista Giuseppe Cruciani ed il conduttore televisivo, giornalista e saggista Mario Giordano, interpellati nel corso del Festival letterario “Soave Città del libro”, hanno reagito all’interrogativo: «La destra che chiama all’astensione dimostra un atteggiamento antidemocratico od una semplice libertà d’espressione?».    «È una facoltà assolutamente legittima. – ha affermato Cruciani – L’hanno sempre fatto tutti, da sinistra a destra, indistintamente. L’astensione è una delle opzioni possibili, perciò perché criticare più di tanto?»    D – Ed il valore di questo referendum?    «Bah… Io, sinceramente, non penso d’andare a votare. Il sistema del referendum è una di quelle cose che, nel corso del tempo, s’è persa totalmente, quasi a spegnersi. Non siamo più ai tempi di Pannella. Concludo pronosticando che questo referendum non raggiungerà il quorum».    «Una delle modalità di voto è l’astensione. – ha rimarcato a sua volta Mario Giordano – Lo hanno fatto tutti, esponenti sia di sinistra e sia di destra, invitando i cittadini all’astensione. Non si tratta assolutamente d’antidemocrazia, ma di scelta d’una delle modalità previste»    «La portata di questo referendum? È uno strumento di democrazia diretta, per cui ciascuno decide quanta rilevanza dare. La fortuna è quella di rivolgersi direttamente ai cittadini. Per quanto mi riguarda, appoggio la linea del non andare a votare. Quattro referendum sul lavoro, a mio avviso, non sono incisivi e quello sulla cittadinanza è negativo. Perciò io, personalmente, non andrò a votare. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole». Servizio e foto di Alessandro Beccalossi

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

  Gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani e annunciano “pace o distruzione totale”. Teheran promette vendetta, Mosca e.

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da.

Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile   Se ne va.