Previsione incendi

“La Signorina del Fuoco” , la nuova AI che vede gli incendi prima che diventino emergenze L’ Italia nel 2026 ha pagato un conto salatissimo per gli incendi boschivi che hanno distrutto 741 km² di territorio. I danni diretti sono stati stimati in 3 miliardi di euro, con un impatto complessivo pari a 9 miliardi  a causa delle ricadute su turismo, agricoltura ed energia. Una situazione grave e, purtroppo, non più eccezionale che necessita, pertanto,  di provvedimenti adeguati e in linea con i nostri tempi. Ed è qui che nasce la “Signorina del Fuoco” un’intelligenza artificiale sviluppata nell’ambito del Progetto AI-B® e messa al servizio della vigilanza e della prevenzione degli incendi boschivi. Un sistema celere che permette di intervenire sugli incendi  al primo “segnale di fumo”. Infatti, l’ AI è stata addestrata ad un compito difficile, quello di vagliare le immagini, attraverso le telecamere che controllano il territorio, al fine di analizzarle ed individuare, anche da molti km di distanza, le fasi iniziali di un incendio. Quando viene individuata una situazione potenzialmente rilevante, il sistema interviene nel generare una diversificazione  di segnalazione, dalla pre-allerta fino all’allarme, mantenendo comunque l’operatore umano al centro del processo decisionale. L’obiettivo del progetto è fornire a chi opera nell’antincendio boschivo uno strumento capace di aumentare la capacità di osservazione del territorio e, soprattutto, di guadagnare minuti preziosi nelle primissime fasi di un incendio. L’ideazione e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sono stati curati da Claudio Sizzi e Giovanni Pio Micale, nell’ambito del Progetto AI-B®. I modelli di Intelligenza Artificiale sono stati sviluppati e addestrati direttamente attraverso tecniche di deep learning, con un lungo lavoro di sperimentazione e progressivo affinamento basato anche su scenari reali. Attualmente il sistema è operativo in Toscana, in particolare nelle aree del Valdarno e della Valdisieve, e sul Gargano. Al progetto è inoltre associata un’applicazione dedicata, sviluppata da Daniele Baglivo, che mette a disposizione degli operatori sul campo una serie di strumenti pensati per supportare le attività operative e le diverse fasi della gestione di un incendio boschivo. Il sistema è stato brevettato in  Italia ed è stata già avviata la procedura di estensione della tutela a livello europeo, a conferma del carattere innovativo delle soluzioni tecnologiche sviluppate nell’ambito del progetto. Ufficio stampa Francesca Lippi mail: [email protected] mob. 3498652859   Fonte: Goffredo Palmerini

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Amor vincit omnia. Tranne la prassi

Virgilio resiste da oltre duemila anni. Noi, invece, riusciamo a smentirlo ogni mattina: la burocrazia soffoca i sentimenti, la politica li piega alla convenienza e il mondo continua a chiamare realismo quella che spesso è soltanto indifferenza. di Giuseppe Arnò «Omnia vincit amor», scrive Virgilio nelle Bucoliche. In italiano: l’amore vince su tutto. Tre parole che attraversano i secoli senza perdere un grammo della loro forza. Caravaggio ne fece il titolo di uno dei suoi dipinti più celebri; poeti, scrittori e filosofi vi hanno trovato un principio universale. Evidentemente erano tutti meno aggiornati di noi. Oggi l’amore vince su tutto, purché non incontri un regolamento, una circolare, una convenienza politica o una procedura amministrativa. Eppure quella massima continua a riaffiorare nei luoghi più impensati. Al Ghisallo, nel 2006, all’inaugurazione del Museo del Ciclismo voluto da Fiorenzo Magni accanto al Santuario della Madonna patrona dei ciclisti, fu collocata una pietra con l’iscrizione Omnia vincit amor, poi benedetta da papa Benedetto XVI. Un omaggio che dice molto: i motti immortali finiscono scolpiti nella pietra quando gli uomini non riescono più a scolpirli nella vita. Persino Leonardo da Vinci, uomo inquieto, sempre in viaggio tra corti e città, probabilmente privo di un amore stabile nel senso tradizionale, ritornava con frequenza a immergersi nelle sue annotazioni per riflettere sull’amore come forza capace di muovere il mondo. Aveva intuito ciò che la scienza avrebbe poi spiegato con altre parole: senza una forza che tenga insieme gli uomini, tutto si disperde. E noi, invece, ci ostiniamo a tirare il freno a mano. Se l’universo vive di equilibrio e movimento, l’umanità sembra specializzata nel bloccarli entrambi. Sono tre parole, in fondo. Non quelle latine, ma quelle che ciascuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta: “Ti voglio bene.” Claudio Villa, Vittorio De Sica e tanti altri hanno saputo trasformarle in musica. Noi, più modestamente, spesso le trasformiamo in una notifica sul cellulare. Poi arriva la cronaca. Il principe Harry e Meghan, secondo indiscrezioni, potrebbero tornare a vivere a Londra sei anni dopo l’addio ai doveri reali. Se sarà vero, qualcuno dirà che l’amore ha richiamato a casa ciò che il protocollo aveva allontanato. Virgilio, forse, sorriderebbe. Molto meno poetica è un’altra notizia. La Svezia si aggiunge agli Stati europei che riprendono a trasferire in Italia i migranti secondo il regolamento di Dublino. Tutto perfettamente conforme alle norme, ci mancherebbe. Ma è qui che il latino lascia il posto al burocratese: non trionfa l’amore, trionfa la prassi. E la prassi, si sa, non scrive versi. L’Europa ci ricorda di essere una comunità quando si tratta di proclamare valori; torna una somma di interessi nazionali quando si tratta di condividerne il peso. Anche questo, probabilmente, è un modo di voler bene. Molto continentale, molto regolamentato. La massima di Virgilio ha attraversato oltre duemila anni rimanendo fedele a sé stessa. Noi, invece, siamo riusciti a modernizzarla. Oggi sembra suonare così: Amor vincit omnia, salvo diversa disposizione dell’autorità competente. È il destino del bruto mondo: conservare i grandi ideali nelle biblioteche, inciderli sul marmo, citarli nei discorsi ufficiali e dimenticarli appena diventano scomodi. Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. Montanelli, che rimproverava agli italiani di conoscere poco la propria storia, probabilmente annuirebbe. Perché chi dimentica i classici finisce inevitabilmente per dimenticare anche le lezioni che custodiscono. E allora non resta che una consolazione: Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. * Foto by Ultimate fhoto Blender remix

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L’arte è libera. Purché scelga il colore giusto

Dai tre coni dell’occhio umano alle infinite sfumature del politicamente corretto: oggi anche Elena di Troia può finire al centro di una guerra culturale X X Nell’agorà paesana di ieri sera, sotto la sapiente animazione del vignettista Costantino, si è discusso di una delle più straordinarie meraviglie del genere umano: la capacità di vedere i colori. Il nostro occhio, attraverso tre tipi di fotorecettori chiamati coni, distingue il rosso, il verde e il blu. Poi il cervello, con una certa autonomia e senza chiedere il permesso a nessun comitato ideologico, combina questi segnali e ci permette di vedere l’intero spettro visibile. Una meraviglia. E viene da dire: bontà del Creatore! Ma l’uomo, si sa, non si accontenta mai di ciò che vede. Ha inventato la pittura, la fotografia, il cinema e, più recentemente, anche la politica dei colori. I colori, infatti, non sono soltanto una questione ottica. Sono emozione, memoria, sentimento. Sono l’espressione della nostra anima. Cesare Pavese confessava: «Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori». E ognuno cerca i propri. James Cameron, per esempio, ha trovato il blu e ci ha costruito sopra Avatar, portandoci su Pandora, dove intere popolazioni hanno la pelle del colore del cielo e nessuno, almeno all’inizio, sembra essersene scandalizzato. Altri artisti, invece, sembrano impegnati in una ricerca cromatica più ambiziosa: ridipingere il passato. Corre voce, per esempio, che un giovane e avvenente regista stia pensando a una nuova versione di Biancaneve e i sette nani con protagonista un’attrice afroamericana. Una scelta che, in linea di principio, non dovrebbe sconvolgere il mondo. Dopo tutto, è cinema. L’arte è libera. La fantasia non ha frontiere e la creatività, per sua natura, non ama i recinti. Il problema è che oggi, quando si tocca un personaggio del passato, il dibattito artistico dura mediamente tre minuti. Poi arrivano la politica, i social, le tifoserie e, immancabilmente, qualcuno che accusa qualcun altro di essere dalla parte sbagliata della storia. E così anche Elena di Troia è finita in trincea. Con la recente uscita del kolossal Odissea (2026), diretto da Christopher Nolan, la scelta di Lupita Nyong’o, attrice keniota-messicana, per interpretare Elena ha riacceso il dibattito sul cosiddetto blackwashing. I sostenitori della scelta ricordano che il cinema ha sempre reinterpretato liberamente i classici. I detrattori rispondono che non si tratta più di libertà artistica, ma di una precisa operazione ideologica. E così, mentre i Greci combattevano per Elena, noi, dopo qualche millennio, continuiamo a combattere per il colore di Elena. La storia, evidentemente, ha un senso dell’umorismo tutto suo. Omero, intanto, se ne sta tranquillamente nell’Olimpo della letteratura. Nel poema definisce Elena λευκώλενος (leukōlenos), «dalle bianche braccia». Secondo gli studiosi, l’espressione appartiene al linguaggio formulare della poesia omerica e indica soprattutto un ideale di bellezza femminile. Altri, invece, preferiscono la lettura letterale: se Omero dice «bianche braccia», bianche erano. Del resto, sostengono i più pignoli, se le braccia erano bianche, non è che il resto del corpo potesse essere improvvisamente… a pois. E qui, forse, arriviamo al cuore della questione. L’arte può cambiare la storia? Naturalmente sì. Può reinterpretarla? Certamente. Può perfino provocare? È il suo mestiere. Ma può anche diventare strumento di propaganda culturale? Perché no. Anche questo è accaduto infinite volte. La differenza, forse, sta nella sincerità dell’operazione. Se un regista sceglie un attore perché lo considera il migliore per quel ruolo, nessuno dovrebbe avere nulla da obiettare. Se invece la scelta serve a lanciare un messaggio politico o sociale, allora sarebbe più virtuoso dirlo apertamente. Non c’è nulla di male. L’importante è non pretendere che il pubblico sia obbligato a considerare arte ciò che magari percepisce come politica travestita da arte. Perché oggi il confine è diventato talmente sottile che persino un pennello rischia di dover presentare il certificato di appartenenza prima di poter toccare la tela. Il rosso, il verde e il blu sono ancora liberi. Ma guai a confondere il bianco con il nero. E soprattutto, guai a dire che un colore è semplicemente un colore. Potrebbe partire un dibattito. Un convegno. Una commissione. Un fact-checking. E, naturalmente, un film. Marco Trevisan sostiene che la cinematografia sia la forma d’arte più completa della nostra epoca. Probabilmente ha ragione. Il cinema riesce a raccontare il passato, interpretare il presente e persino immaginare il futuro. Ma proprio per questo è bene ricordare che ogni immagine porta con sé un significato. E quando l’artista sceglie un colore, un volto, un personaggio, una storia, non sempre sta soltanto facendo arte. A volte sta anche dicendo qualcosa. Il pubblico, però, conserva ancora un piccolo privilegio: quello di ascoltare, guardare e poi decidere liberamente che cosa pensare. Ognuno, dunque, interpreti il fatto come crede. A buon intenditor… E Indro Montanelli, probabilmente, osservando tutto questo dal suo proverbiale angolo di ironia, avrebbe sorriso. Forse avrebbe detto che l’arte è veramente libera soltanto quando può permettersi di essere anche scomoda. E, soprattutto, quando nessuno le impone in anticipo quale debba essere il colore della libertà. Quanto a noi, possiamo soltanto continuare a guardare. Con i nostri tre coni. Rosso, verde e blu. Il resto, per fortuna, lo decide ancora il cervello. Almeno quello che non ha ancora ricevuto la circolare. Giuseppe Arnò * Foto Corel remix

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La bombetta della pace

Il paradosso del nostro tempo: tutti dichiarano di volere il disarmo, ma nessuno si fida abbastanza da disarmare per primo. Così la deterrenza continua a vincere sulla diplomazia. di Giuseppe Arnò C’è una notizia che, anche quando nasce come indiscrezione o provocazione, costringe a riflettere più di cento comunicati ufficiali: l’Ucraina starebbe valutando la possibilità di dotarsi di un’arma nucleare. Vero? Falso? Poco importa. Il solo fatto che l’ipotesi venga presa sul serio racconta meglio di qualsiasi analisi lo stato di salute della geopolitica mondiale. D’altronde, dopo oltre quattro anni di guerra, l’Europa comincia a chiedersi se sia davvero disposta a convivere con un conflitto senza fine. La storia insegna che la Guerra dei Trent’anni fu una tragedia irripetibile. O almeno così speravamo. Oggi nessuno ha voglia di assistere alla versione aggiornata, con droni, missili ipersonici e conferenze stampa quotidiane. E allora ecco riaffacciarsi il vecchio ragionamento, cinico quanto disarmante: la bomba atomica, paradossalmente, servirebbe a evitare la guerra. È una tesi che fa rabbrividire, ma è difficile negare che la deterrenza abbia finora funzionato tra le grandi potenze. L’arma nucleare non rende più buoni; rende soltanto più prudenti. Si calcola infatti che solo un mezzo matto potrebbe davvero decidere di usarla. Che poi di matti in circolazione non ne manchino, è un altro discorso. In questo mondo, come si dice con amara ironia, bisogna essere un po’ pazzi. Altrimenti si rischia d’impazzire davvero. Goethe osservava che “i pazzi e gli intelligenti sono ugualmente innocui; i mezzi matti e i mezzi saggi sono invece i più pericolosi.” Ed è proprio per tenere a bada quei “mezzi matti” che gli arsenali continuano a riempirsi. I numeri parlano chiaro. Mentre ogni 26 settembre si celebra la Giornata mondiale per l’eliminazione totale delle armi nucleari e gli esperti rilanciano l’importanza del Trattato di non proliferazione, le spese militari destinate agli arsenali atomici continuano ad aumentare. Tutti invocano il disarmo universale, purché cominci il vicino. Il risultato è un gigantesco gioco dell’oca nucleare. Tutti dichiarano di voler arrivare alla casella “pace”, ma nessuno è disposto a lasciare il dado all’avversario. Qualcuno potrebbe allora proporre, con logica degna del teatro dell’assurdo, una soluzione semplicissima: diamo una bomba atomica a ogni Stato e nessuno farà più la guerra. Naturalmente sarebbe la più colossale delle follie. Ma il paradosso resta lì, inchiodato ai fatti. Chi possiede l’atomica difficilmente viene aggredito; chi non la possiede vive con il timore di chi ce l’ha. E, nello stesso tempo, proprio coloro che dispongono dell’ombrello nucleare non consentiranno facilmente che altri entrino nello stesso club. Ecco il grande cortocircuito della politica internazionale. Chi ha la bomba predica il disarmo. Chi non ce l’ha invoca garanzie. Intanto gli arsenali crescono e le guerre non finiscono. La vera soluzione sarebbe una sola: un disarmo simultaneo, verificabile e universale. Ma richiederebbe quella merce rarissima che la diplomazia produce in quantità omeopatiche: la fiducia reciproca. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così: “L’umanità continua a proclamare che le armi nucleari sono il male assoluto. Poi però si divide in due categorie: quelli che le possiedono e spiegano agli altri perché non debbano averle, e quelli che non le possiedono e passano la vita a sperare che i primi restino sempre di buon umore. Non è la pace. È semplicemente un equilibrio della paura con il vestito buono della diplomazia.” * Foto by Canva remix

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Non c’è più religione

Non perché manchino le fedi, ma perché abbondano i fedeli convinti che Dio, in fondo, possa essere corretto con qualche emendamento personale. «Non c’è più religione.»   X È una frase antica, ma conserva una sorprendente giovinezza. La si usa davanti a un figlio maleducato, a una tassa appena inventata, a un vicino che parcheggia in doppia fila. È diventata il rifugio di chi avverte che qualcosa si è incrinato, anche se non saprebbe dire esattamente cosa. A ben vedere, però, di religioni ce ne sono persino troppe. Il problema è che ciascuna, al proprio interno, continua a suddividersi in altre religioni ancora. La storia della fede assomiglia sempre più a quella della politica: tutti proclamano di appartenere alla stessa famiglia, purché la casa sia la loro. La vicenda della Fraternità San Pio X è solo l’ultimo capitolo di una storia vecchia quanto il cristianesimo. Da una parte Roma; dall’altra chi ritiene di custodire la vera tradizione. Da una parte il Papa; dall’altra chi sostiene che il Papa, questa volta, abbia preso la strada sbagliata. Nulla di nuovo sotto il cielo. Già nel 1054 Oriente e Occidente decisero di separarsi, convinti entrambi di rappresentare la vera Chiesa. Cambiano i secoli, cambiano gli abiti liturgici, ma gli uomini restano sorprendentemente fedeli alle proprie certezze. I lefebvriani difendono una visione rigorosamente tradizionale del cattolicesimo: maternità come vocazione, critica del femminismo, rifiuto del laicismo, dell’ecumenismo, del sacerdozio femminile e dell’aborto. Posizioni che dividono profondamente l’opinione pubblica, ma che almeno possiedono una qualità ormai rara: la coerenza. Il punto, tuttavia, non è stabilire chi abbia ragione. Il punto è un altro. In un’epoca in cui ogni autorità viene contestata, quale effetto può ancora produrre una scomunica? Per secoli bastava quella parola per far tremare re e imperatori. Oggi rischia di ottenere meno attenzione di un commento anonimo sui social network. Non perché abbia perso il proprio valore spirituale, ma perché siamo noi ad aver smarrito il senso dell’autorità. Vale per la Chiesa. Vale per la famiglia. Vale per la scuola. Vale per lo Stato. Viviamo nell’epoca in cui tutti rivendicano il diritto di avere un’opinione, ma pochi accettano l’idea che possa esistere un’autorità diversa dalla propria. Così ciascuno costruisce una fede personale, una morale personale, una verità personale. È il trionfo del “secondo me”. Una formula che possiede il raro privilegio di mettere sullo stesso piano duemila anni di teologia e un video di trenta secondi visto sul telefono. La religione, allora, diventa quasi un dettaglio. Il fenomeno riguarda tutto ciò che pretende di essere autorevole. Ognuno sceglie il medico che conferma la diagnosi desiderata, il giornalista che dice ciò che già pensa, il politico che alimenta le proprie convinzioni e perfino il sacerdote che interpreta il Vangelo nel modo più rassicurante. Più che fedeli, siamo diventati clienti. E il cliente, si sa, ha sempre ragione. È probabilmente questa la vera rivoluzione del nostro tempo: non la perdita della fede, ma la perdita del limite. L’idea che nessuno possa più dirci: «No, stai sbagliando.» Rabindranath Tagore scrisse che «quando una religione pretende di imporre la propria dottrina all’umanità intera, si degrada a tirannia». Pino Caruso, con il suo abituale sarcasmo, ribatteva: «Il problema non è la libertà delle religioni, ma la libertà dalle religioni.» Due osservazioni che continuano a interrogare le coscienze, ma che oggi potrebbero forse essere completate da una terza. Il rischio maggiore non è che le religioni pretendano troppo. È che gli uomini pretendano di sostituirsi a Dio, riscrivendo ogni giorno i comandamenti secondo il meteo delle proprie convenienze. Montanelli avrebbe probabilmente sorriso davanti a tutto questo. Non perché gli uomini discutano su Dio: lo fanno da millenni. Ma perché continuano a parlare di verità assolute con la sicurezza di chi cambia idea ogni sei mesi. E riescono perfino a considerare questo un progresso. Giuseppe Arnò   * Foto by Canva mix

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Il Tycoon e il mondo a sua immagine

Quando la politica estera assomiglia a un reality show e la diplomazia diventa una questione di umore   “Sì, vendetta, tremenda vendetta.” Verdi presterebbe volentieri qualche battuta del suo Rigoletto alle cronache di questi giorni. Ma forse né lui né Piave avrebbero bisogno di riscrivere il libretto. Basterebbe aggiornare il palcoscenico. Perché Donald Trump continua a offrire al mondo uno spettacolo che oscilla tra la tragedia diplomatica e la commedia degli equivoci. Una ne fa e cento ne pensa. Peccato che, sempre più spesso, le cento pensate finiscano per smentire l’unica cosa fatta il giorno prima. Da anni il Tycoon immagina il pianeta come una grande proprietà immobiliare: il Canada da annettere, la Groenlandia da acquistare, il Golfo del Messico da ribattezzare come fosse un campo da golf appena ristrutturato. I dazi vengono annunciati e ritirati con la stessa frequenza con cui un comune mortale consulta il meteo prima di uscire di casa. Nella sua visione, la politica internazionale sembra ridursi a un principio elementare: chi è d’accordo con lui è un genio; chi non lo è diventa improvvisamente un incapace. Lo hanno scoperto Zelensky, Netanyahu, Macron, Sánchez, Starmer, Elon Musk e persino il Papa. Tutti, prima o poi, hanno ricevuto la medesima onorificenza trumpiana: la pubblica scomunica. L’ultimo capitolo riguarda Giorgia Meloni. Secondo la narrazione del presidente americano, sarebbe stata lei a implorare una fotografia, quasi una fan emozionata davanti alla star. Una ricostruzione che la presidente del Consiglio ha liquidato con la freddezza di chi non ha alcuna intenzione di recitare una parte scritta da altri: dichiarazioni inventate, nessuna supplica, nessuna implorazione. La vicenda sarebbe rimasta una curiosità da rotocalco se non avesse rivelato qualcosa di più interessante. Probabilmente a Trump non è piaciuto tanto il dissenso italiano su alcune questioni strategiche quanto il fatto che, per una volta, il copione non sia andato come previsto. Nella rappresentazione che ama offrire al pubblico, lui è sempre il protagonista assoluto. Gli altri possono essere comprimari, alleati, avversari, ma raramente interlocutori alla pari. Quando qualcuno gli resiste senza alzare la voce, il copione si inceppa. E allora ecco comparire quella forma particolare di risentimento che assomiglia alla vendetta, ma con meno Shakespeare e più social network. Il paradosso è che Trump continua a essere uno dei leader più influenti del pianeta proprio mentre sembra impegnato a dimostrare il contrario. Possiede una capacità straordinaria di attirare l’attenzione e una altrettanto straordinaria inclinazione a disperderla in polemiche che durano meno di un ciclo di notizie. Un tempo gli imperatori ordinavano campagne militari. Oggi basta un post. Naturalmente esiste una scuola di pensiero secondo cui la spavalderia paga sempre. Forse è vero. Talvolta l’arroganza produce dividendi politici che la prudenza non riesce a garantire. Ma esiste anche un limite. Persino nei teatri d’opera, dopo il terzo atto, il pubblico pretende che la trama abbia un senso. E qui sta il problema del Tycoon: continua a comportarsi come se fosse il regista dello spettacolo, senza accorgersi che sempre più spesso viene percepito come il personaggio più pittoresco della compagnia. Alla fine resta un dubbio. È vero che nella vita si guadagna spesso di più con la spavalderia che con l’insicurezza. Ma la spavalderia funziona finché gli altri la scambiano per forza. Quando cominciano a scambiarla per vanità, il gioco cambia. E forse il vecchio Rigoletto, osservando il frastuono del nostro tempo, si limiterebbe a sorridere amaramente. Perché i potenti passano la vita a cercare applausi. Il guaio comincia quando scambiano gli applausi per voti e i voti per adorazione. Da quel momento il sipario cala, ma loro, ahinoi, continuano a salutare il pubblico. Giuseppe Arnò

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Atomica per tutti? Allora prenotiamo già il meteorite

Tra mini-nuke tascabili, ayatollah arricchiti e superpotenze col dito nervoso sul pulsante, il mondo gioca alla roulette nucleare fingendo di parlare di geopolitica C’era un tempo in cui l’umanità aveva paura della bomba atomica. Oggi, invece, sembra quasi considerarla un accessorio strategico, come il navigatore satellitare o il climatizzatore automatico. Ogni potenza vuole il proprio arsenale, ogni dittatore il suo bottone rosso, ogni regime il diritto “sovrano” di arricchire uranio, mentre noi cittadini comuni arricchiamo soltanto le farmacie comprando ansiolitici. Il problema è che la bomba atomica non è un’opinione politica. Non è né di destra né di sinistra, né occidentale né orientale. Quando esplode, democraticamente, vaporizza tutti. Eppure il pianeta continua a ragionare come quei condomini litigiosi che, per sentirsi più sicuri, decidono di dormire tutti con una tanica di benzina accanto al letto. Oggi le testate nucleari nel mondo si contano a migliaia. Bastano già quelle esistenti per cancellare la civiltà diverse volte, come se dopo aver distrutto una città si volesse essere certi di eliminare pure il parcheggio e il cartello stradale. Ma evidentemente non basta. No. Si continua a produrre, miniaturizzare, perfezionare. La follia moderna ha persino inventato le “mini-nuke”: atomiche compatte, leggere, trasportabili. Una volta il progresso serviva a rendere più piccoli i telefoni; oggi rende più piccole le apocalissi. E mentre i cittadini litigano sui social per il rigore non dato o per l’aria condizionata troppo alta nei centri commerciali o per il gli amori di un politico, nei laboratori del mondo qualcuno studia come infilare una testata nucleare in un drone sottomarino invisibile capace di provocare uno tsunami radioattivo. Il famoso “Poseidon”, contro il quale, dicono gli esperti, non esistono contromisure. Tradotto: se parte, possiamo sempre protestare con una lettera educata. Nel frattempo l’Iran torna al centro della scena nucleare. Uranio arricchito al 60%, minacce di arrivare al 90% in caso di attacco, trattative, ultimatum, bombardamenti, rappresaglie. E qui occorre essere chiari una volta per tutte: non è questione di simpatie geopolitiche. Non interessa stabilire chi abbia il monopolio della virtù internazionale, perché nella storia mondiale gli angioletti si trovano raramente anche con il lanternino. Qui si tratta della pellaccia dell’umanità. Un regime teocratico che reprime i diritti umani e sogna la bomba atomica non rappresenta soltanto un problema regionale: rappresenta un rischio universale. Ma attenzione: lo stesso principio vale per chiunque altro. Per gli autocrati con nostalgia imperiale, per le democrazie isteriche, per i governi instabili e persino per i leader che scambiano la diplomazia con una gara di testosterone geopolitico. L’atomica dovrebbe essere sottratta alla disponibilità umana quasi come si sottraggono i fiammiferi ai bambini. Con una differenza: i bambini, almeno, a volte crescono. Si dirà che il deterrente ha garantito decenni di pace. Vero. Ma anche attraversare l’autostrada bendati può funzionare qualche volta. Il problema nasce quando si scambia la fortuna per un sistema affidabile. Oggi le difese missilistiche hanno limiti evidenti. Le armi ipersoniche sfuggono agli scudi. I droni sottomarini diventano invisibili. Le bombe sporche possono essere costruite con materiale meno sofisticato. E il terrorismo internazionale, che una volta si accontentava di un camion imbottito d’esplosivo, sogna ormai la radioattività portatile. A questo punto servirebbe davvero un organismo mondiale autorevole, forte, rispettato e soprattutto temuto da chi gioca con il nucleare come un adolescente con i petardi di Capodanno. Un’autorità capace di imporre controlli reali, riduzioni vere, verifiche severe e sanzioni immediate. Perché lasciare il destino del pianeta alla stabilità emotiva di certi governanti equivale ad affidare una cristalleria a un rinoceronte col singhiozzo. Naturalmente tutto questo viene chiamato “equilibrio strategico”. È una splendida definizione diplomatica per dire che siamo seduti sopra un deposito di dinamite sperando che nessuno starnutisca. E intanto continuiamo a parlare di crescita, mercati, intelligenza artificiale e turismo sostenibile, mentre basta un uomo insonne davanti a una valigetta nucleare per trasformare il pianeta in un gigantesco campeggio radioattivo. I dinosauri, almeno, furono colpiti da un meteorite senza colpa. Noi invece rischiamo l’estinzione dopo infinite riunioni, vertici internazionali, dichiarazioni solenni e buffet diplomatici al salmone. Il che, francamente, sarebbe molto più umiliante. Giuseppe Arnò   * Free public domain CC0 photo

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Borghi calabresi: più che resurrezione, una buona gestione dell’aldilà

Il ripopolamento è un miraggio romantico, ma turismo ed enogastronomia possono garantire una dignitosa seconda vita. A patto che qualcuno se ne accorga. C’è un equivoco di fondo, tenero quanto ostinato: pensare che i borghi calabresi possano tornare a vivere “come prima”, magari meglio di prima, con qualche incentivo ben confezionato e due slogan dal suono europeo. È una suggestione che consola, ma resta tale. I flussi demografici non si governano con i bandi, né si invertono per decreto: le città attraggono e continueranno ad attrarre, con buona pace delle nostalgie. Questo non significa, però, che quei borghi siano destinati al silenzio definitivo. Più realisticamente, possono aspirare a una forma diversa di sopravvivenza: meno residenziale, più esperienziale. Una vita alternativa, insomma, che passa dal turismo intelligente e dall’enogastronomia, due ambiti in cui la Calabria non è seconda a nessuno, anche se spesso fa di tutto per sembrarlo. La materia prima, del resto, abbonda senza chiedere permesso: paesaggi che non hanno bisogno di filtri, tradizioni culinarie che non conoscono sofisticazioni inutili, stratificazioni storiche che altrove pagherebbero a peso d’oro. È una ricchezza “rara” nel senso più autentico del termine: non perché scarsa, ma perché poco riconosciuta e ancor meno organizzata. Il punto dolente, come sempre, non è ciò che manca, ma ciò che non si riesce a vedere. Convincere amministratori e governi di turno che il Mezzogiorno, e la Calabria in particolare, sia una miniera di valore semantico prima ancora che economico, resta un’impresa quasi eroica. Si preferisce inseguire modelli altrui, mentre si lascia in dispensa un patrimonio che farebbe la fortuna di territori meno distratti. Il ripopolamento? Forse, in qualche caso, per pensionati temerari o nuovi cittadini in cerca di opportunità. Ma non sarà la regola, né la soluzione. Più sensato è immaginare borghi che non fingano di essere ciò che non possono più essere, ma diventino ciò che possono ancora offrire: luoghi da vivere a tempo, da gustare, da raccontare. Il resto è narrativa istituzionale. Gradevole, ben scritta, ma pur sempre narrativa. E i borghi, si sa, preferiscono i fatti: anche pochi, purché veri. Giuseppe Arnò * Foto: archivio Lagazzetta-online.com

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Barcellona -Il teatro delle regole (mentre il mondo improvvisa)

Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza X X C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere. Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione. Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota. Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra. Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti. Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere. Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo. Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate. Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno. In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista. E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Facendo cultura parlando di vini

  Nei vini di Contrada, l’esperienza incontra l’entusiasmo della gioventù Il sapere delle vecchie generazioni si fonde con la visione della modernità per allargare le prospettive della grande viticoltura Irpina ancora troppo poco valorizzata. Per la famiglia Contrada il vino è una questione datata intorno ai primi del 1900, ma che incarna una sua propria identità nel 2003 quando vengono prodotte le prime bottiglie. Gli artefici di questa trasformazione sono Michele e Gerardo, i primi in famiglia ad intravedere una prospettiva diversa dalla semplice coltivazione della vite. Anche se hanno maturato esperienze comuni, i fratelli Contrada si sono dati ruoli ben delineati. Michele che rappresenta l’identità più contadina, sempre in vigna vicino alla terra, che grazie alla quotidianità decennale ha imparato a conoscere nei suoi aspetti e nelle sue sfumature più complesse. Al suo fianco Gerardo è la figura che si occupa degli aspetti commerciali e del marketing, sperimentando modi sempre nuovi per diffondere i valori della viticoltura Irpina di qualità. Ma quando si dice che il vino è una questione famigliare per i Contrada non è tanto per dire, perché in Azienda è coinvolta anche Rita che fornisce il suo prezioso contributo in cantina, dove opera l’enologo Carmine Valentino. La quota di innovazione è apportata dal giovane Mattia, rappresentante della nuova generazione dei Contrada a cui è affidata la prosecuzione di una lunga tradizione. Studente di Scienze Agrarie è già pienamente coinvolto nelle attività dell’Azienda completando un mix di cultura radicata nel territorio ma volta al futuro. È proprio il giovane Mattia, che ringraziamo, a raccontarci dell’Azienda e della sua visione generale della viticoltura: Il rapporto con la vite entra a far parte del DNA familiare nei primi anni del 1900, ma è solo nel 2003 che i fratelli Michele e Gerardo fondano l’azienda Contrada, che oggi conducono con le famiglie insieme a Mattia, figlio e nipote iscritto ad Agraria, a cui chiediamo cosa spinge a trasformare una passione in un’azienda totalizzante come quella di viticoltore che coinvolge l’intera famiglia? Trasformare una passione in un’attività totalizzante come la viticoltura è possibile quando si comprende fino in fondo il valore del sacrificio e del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto. Nel mio caso, tutto parte da mio nonno, che per primo intuì il potenziale del vitigno Fiano, oggi colonna portante della nostra azienda. Su queste radici si è innestato l’impegno costante di mio padre e di mio zio Michele, che hanno dedicato anni di lavoro alla cura dei vigneti. È stato proprio osservando la loro dedizione che ho compreso la ricchezza del mondo del vino: non solo passione e bellezza, ma anche fatica, responsabilità e continuità familiare. Oggi, portare avanti questa tradizione significa custodire uno dei valori più importanti per la nostra realtà di Candida e per l’identità stessa del nostro territorio. Per me, il vino non è soltanto un prodotto, ma un linguaggio attraverso cui raccontare la storia della mia famiglia e della mia terra. Nella conduzione dell’azienda come si sposano le anime più contadine ed i saperi esperienziali di Michele e Gerardo con la tua intraprendenza giovanile e maggiormente tecnica supportata dalle conoscenze della moderna viticoltura? Portare all’interno dell’azienda la mia idea di viticoltura, più tecnica e aggiornata, rappresenta una sfida, poiché mio padre e mio zio hanno un legame profondo con la tradizione e con un modo di fare molto vicino alle pratiche di vent’anni fa. Oggi, però , la viticoltura è profondamente cambiata, e la mia generazione può offrire strumenti e conoscenze in grado di integrare e valorizzare quanto già costruito. Attraverso spiegazioni, esempi pratici e l’uso dei dati, riesco a dimostrare come certe innovazioni possano migliorare aspetti specifici della produzione, senza snaturare il valore di base dei nostri vini. È  un processo graduale, che richiede tempo, confronto e soprattutto la capacità di ascoltare e imparare dall’esperienza. È un processo graduale, che richiede tempo e confronto, ma che consente di fondere esperienza e innovazione in una crescita condivisa. Negli ultimi anni l’Irpinia ha guadagnato sempre più stimatori, posizionando i vini bianchi campani tra le eccellenze nazionali. Quali fattori ne hanno ritardato un’affermazione oggi così evidente? L’affermazione dei vini irpini, in Italia e all’estero, è  stata rallentata soprattutto dalla mancanza di una rete coesa tra le aziende del territorio.  Spesso si è  guardato più al successo individuale che alla crescita collettiva, e questo ha reso difficile costruire un’identità condivisa e forte. Credo che oggi più che mai sia necessario fare squadra, condividere obiettivi comuni e lavorare insieme per promuovere le denominazioni e la qualità complessiva dell’Irpinia. Un altro elemento che ha inciso è  stata la comunicazione: per lungo tempo non è  stata al passo con i tempi, limitando la capacità di farsi conoscere all’estero. Solo ora, grazie a una maggiore attenzione alla promozione, alla presenza a fiere ed eventi e all’utilizzo dei canali digitali, l’Irpinia sta conquistando il posto che merita. È  un percorso che richiede tempo, ma pian piano stiamo entrando in carreggiata. Il vino come espressione culturale del territorio: come si esprime questa relazione nei vostri vini? Per noi il vino è  la massima espressione culturale del territorio. Questa relazione si concretizza nelle nostre scelte produttive: utilizziamo esclusivamente vitigni autoctoni, evitiamo blend con vitigni internazionali, per garantire che ogni vino rappresenti al 100% la varietà da cui esso nasce. Inoltre, stiamo sperimentando l’uso di lieviti indigeni, che permettono di esaltare ulteriormente l’identità territoriale e di dare ai nostri vini un’impronta unica. Si tratta di un percorso non privo di complessità , che richiede rigore, attenzione e grande cura, ma che può offrire risultati straordinari in termini di autenticità e riconoscibilità.  In questo modo, ogni nostra bottiglia diventa un racconto del territorio e della sua cultura vitivinicola. Per esprimere il territorio, l’utilizzo di vitigni autoctoni è imprescindibile oppure ci sono altre vie? Sono convinto che i vitigni autoctoni siano la via privilegiata per raccontare un territorio. Sono essi a custodire la storia, l’identità e le caratteristiche uniche di una zona vitivinicola, ed è  per questo che nella nostra azienda lavoriamo esclusivamente con varietà locali.

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