Barcellona -Il teatro delle regole (mentre il mondo improvvisa)

Tra principi impeccabili e memoria selettiva, la geopolitica recita bene ma applica a intermittenza X X C’è sempre un certo fascino nei vertici internazionali: lessico raffinato, intenzioni nobili, applausi distribuiti con misura. Si parla per verbi impersonali,  “bisogna”, “si deve”, “non è possibile restare in silenzio”, formule eleganti che hanno il pregio di non disturbare nessuno. Perché, in fondo, non chiamano mai davvero qualcuno a rispondere. Il problema è che il mondo, mentre si declamano principi, ha già cambiato copione. Le regole internazionali che oggi si invocano con tono solenne hanno iniziato a incrinarsi da tempo. Già con l’annessione della Crimea, e poi con l’invasione dell’Ucraina, il manuale della convivenza globale è stato riscritto senza troppi riguardi per le note a margine. E mentre accadeva, l’Organizzazione delle Nazioni Unite osservava con la compostezza di chi, più che arbitrare, annota. Si dice, giustamente, che l’Onu sia uno strumento prezioso, a patto che funzioni. Verità inattaccabile. Un po’ come sostenere che il paracadute è utile, purché si apra. Si richiama poi il principio di autodeterminazione: ogni popolo deve risolvere i propri problemi. Argomento lineare, quasi impeccabile. Ma nella pratica internazionale questo principio assomiglia spesso a un elastico: si tende o si allenta secondo convenienza. Vale molto in teoria, un po’ meno quando entra in collisione con interessi più robusti. Ed eccoci al nodo: nessuna guerra è giustificabile. E tuttavia alcune vengono condannate con fervore, altre comprese con finezza, altre ancora tollerate con una certa discrezione diplomatica. Non è il diritto a cambiare: è lo sguardo di chi lo interpreta. Una morale selettiva che finisce per indebolire proprio ciò che pretende di difendere. Si afferma anche che nessuno dovrebbe imporre regole ad altri. Enunciazione nobile, quasi ovvia. Ma il sistema internazionale continua a somigliare a un tavolo dove le regole si discutono… soprattutto tra chi possiede il mazzo. Quanto ai messaggi improvvisi che agitano il mondo, si può anche ironizzare: le crisi globali raramente nascono da una frase scritta in fretta. Piuttosto, quelle frasi servono da eco, talvolta maleducata, ma sincera,  di tensioni già radicate. Infine, si invoca un cambiamento di comportamento, un rinnovato attivismo, una governance più efficace. Appelli che tornano con la regolarità delle stagioni. Con una differenza: le stagioni cambiano davvero, gli equilibri internazionali molto meno. In conclusione, i discorsi restano impeccabili. A Barcellona, a Bruxelles e ovunque si riunisca il coro delle buone intenzioni. La realtà, però, continua a fare il solista. E allora forse il punto non è scrivere regole migliori, né declamarle con maggiore convinzione. È avere il coraggio, meno elegante ma più raro, di accorgersi quando vengono ignorate. Perché le regole non saltano quando si infrangono: quello è il loro destino. Saltano quando si finge, con impeccabile stile, che siano ancora in piedi. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Facendo cultura parlando di vini

  Nei vini di Contrada, l’esperienza incontra l’entusiasmo della gioventù Il sapere delle vecchie generazioni si fonde con la visione della modernità per allargare le prospettive della grande viticoltura Irpina ancora troppo poco valorizzata. Per la famiglia Contrada il vino è una questione datata intorno ai primi del 1900, ma che incarna una sua propria identità nel 2003 quando vengono prodotte le prime bottiglie. Gli artefici di questa trasformazione sono Michele e Gerardo, i primi in famiglia ad intravedere una prospettiva diversa dalla semplice coltivazione della vite. Anche se hanno maturato esperienze comuni, i fratelli Contrada si sono dati ruoli ben delineati. Michele che rappresenta l’identità più contadina, sempre in vigna vicino alla terra, che grazie alla quotidianità decennale ha imparato a conoscere nei suoi aspetti e nelle sue sfumature più complesse. Al suo fianco Gerardo è la figura che si occupa degli aspetti commerciali e del marketing, sperimentando modi sempre nuovi per diffondere i valori della viticoltura Irpina di qualità. Ma quando si dice che il vino è una questione famigliare per i Contrada non è tanto per dire, perché in Azienda è coinvolta anche Rita che fornisce il suo prezioso contributo in cantina, dove opera l’enologo Carmine Valentino. La quota di innovazione è apportata dal giovane Mattia, rappresentante della nuova generazione dei Contrada a cui è affidata la prosecuzione di una lunga tradizione. Studente di Scienze Agrarie è già pienamente coinvolto nelle attività dell’Azienda completando un mix di cultura radicata nel territorio ma volta al futuro. È proprio il giovane Mattia, che ringraziamo, a raccontarci dell’Azienda e della sua visione generale della viticoltura: Il rapporto con la vite entra a far parte del DNA familiare nei primi anni del 1900, ma è solo nel 2003 che i fratelli Michele e Gerardo fondano l’azienda Contrada, che oggi conducono con le famiglie insieme a Mattia, figlio e nipote iscritto ad Agraria, a cui chiediamo cosa spinge a trasformare una passione in un’azienda totalizzante come quella di viticoltore che coinvolge l’intera famiglia? Trasformare una passione in un’attività totalizzante come la viticoltura è possibile quando si comprende fino in fondo il valore del sacrificio e del lavoro delle generazioni che ci hanno preceduto. Nel mio caso, tutto parte da mio nonno, che per primo intuì il potenziale del vitigno Fiano, oggi colonna portante della nostra azienda. Su queste radici si è innestato l’impegno costante di mio padre e di mio zio Michele, che hanno dedicato anni di lavoro alla cura dei vigneti. È stato proprio osservando la loro dedizione che ho compreso la ricchezza del mondo del vino: non solo passione e bellezza, ma anche fatica, responsabilità e continuità familiare. Oggi, portare avanti questa tradizione significa custodire uno dei valori più importanti per la nostra realtà di Candida e per l’identità stessa del nostro territorio. Per me, il vino non è soltanto un prodotto, ma un linguaggio attraverso cui raccontare la storia della mia famiglia e della mia terra. Nella conduzione dell’azienda come si sposano le anime più contadine ed i saperi esperienziali di Michele e Gerardo con la tua intraprendenza giovanile e maggiormente tecnica supportata dalle conoscenze della moderna viticoltura? Portare all’interno dell’azienda la mia idea di viticoltura, più tecnica e aggiornata, rappresenta una sfida, poiché mio padre e mio zio hanno un legame profondo con la tradizione e con un modo di fare molto vicino alle pratiche di vent’anni fa. Oggi, però , la viticoltura è profondamente cambiata, e la mia generazione può offrire strumenti e conoscenze in grado di integrare e valorizzare quanto già costruito. Attraverso spiegazioni, esempi pratici e l’uso dei dati, riesco a dimostrare come certe innovazioni possano migliorare aspetti specifici della produzione, senza snaturare il valore di base dei nostri vini. È  un processo graduale, che richiede tempo, confronto e soprattutto la capacità di ascoltare e imparare dall’esperienza. È un processo graduale, che richiede tempo e confronto, ma che consente di fondere esperienza e innovazione in una crescita condivisa. Negli ultimi anni l’Irpinia ha guadagnato sempre più stimatori, posizionando i vini bianchi campani tra le eccellenze nazionali. Quali fattori ne hanno ritardato un’affermazione oggi così evidente? L’affermazione dei vini irpini, in Italia e all’estero, è  stata rallentata soprattutto dalla mancanza di una rete coesa tra le aziende del territorio.  Spesso si è  guardato più al successo individuale che alla crescita collettiva, e questo ha reso difficile costruire un’identità condivisa e forte. Credo che oggi più che mai sia necessario fare squadra, condividere obiettivi comuni e lavorare insieme per promuovere le denominazioni e la qualità complessiva dell’Irpinia. Un altro elemento che ha inciso è  stata la comunicazione: per lungo tempo non è  stata al passo con i tempi, limitando la capacità di farsi conoscere all’estero. Solo ora, grazie a una maggiore attenzione alla promozione, alla presenza a fiere ed eventi e all’utilizzo dei canali digitali, l’Irpinia sta conquistando il posto che merita. È  un percorso che richiede tempo, ma pian piano stiamo entrando in carreggiata. Il vino come espressione culturale del territorio: come si esprime questa relazione nei vostri vini? Per noi il vino è  la massima espressione culturale del territorio. Questa relazione si concretizza nelle nostre scelte produttive: utilizziamo esclusivamente vitigni autoctoni, evitiamo blend con vitigni internazionali, per garantire che ogni vino rappresenti al 100% la varietà da cui esso nasce. Inoltre, stiamo sperimentando l’uso di lieviti indigeni, che permettono di esaltare ulteriormente l’identità territoriale e di dare ai nostri vini un’impronta unica. Si tratta di un percorso non privo di complessità , che richiede rigore, attenzione e grande cura, ma che può offrire risultati straordinari in termini di autenticità e riconoscibilità.  In questo modo, ogni nostra bottiglia diventa un racconto del territorio e della sua cultura vitivinicola. Per esprimere il territorio, l’utilizzo di vitigni autoctoni è imprescindibile oppure ci sono altre vie? Sono convinto che i vitigni autoctoni siano la via privilegiata per raccontare un territorio. Sono essi a custodire la storia, l’identità e le caratteristiche uniche di una zona vitivinicola, ed è  per questo che nella nostra azienda lavoriamo esclusivamente con varietà locali.

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Europa spaesata: l’orfana che cerca genitori in un mondo di giganti

Tra buone intenzioni, riunioni infinite e vertici senza vertice: ritratto semiserio di un continente che inciampa sulla propria storia. a a C’è un’immagine che riassume bene lo stato dell’Unione: l’Europa che guazza – sì, proprio guazza – in una pozza di pace impossibile e leadership evaporata. Un continente che, per darsi un tono, organizza riunioni come se fossero sagre paesane: bilaterali, multilaterali, interministeriali, interplanetarie… Peccato che, alla fine, l’unica cosa che si conclude davvero sia il rinfresco. I principi, quelli no, non mancano mai. Sventoliamo con orgoglio frasi tipo: “Noi non abbandoniamo gli alleati come qualcuno ha fatto in Afganistan!”, salvo poi constatare che, con le belle intenzioni e senza i mezzi, si finisce in atmosfera bucolica mentre, fuori dalla finestra, le bombe continuano a cadere su civili d’Ucraina e dintorni. È la versione geopolitica del dire ti sono vicino mentre si resta comodamente sul divano. Già, ci mancano i leader. Su questo punto perfino Trump, che tutto è tranne un faro di equilibrio, un po’ di ragione ce l’ha. Lui almeno ha una struttura politica che gli consente di decidere (bene o male è un altro capitolo); noi abbiamo un condominio dove anche per cambiare la lampadina serve l’unanimità. E così, nelle fantasie più esasperate, qualcuno immagina la nascita dell’USPE, acronimo altisonante: Unione Scatole Piene Europea. Nata per competere alla pari con USA, Russia e Cina… ma per il momento dotata solo di scatole, sì, ma rigorosamente vuote. Il riempimento è rimandato a data da destinarsi, dopo l’ennesima riunione a Bruxelles, naturalmente. Non vorremmo essere pedanti, ma i problemi stanno lì, in bella vista:– mancanza di teste pensanti,– mancanza di visione politica,– mancanza di un vertice vero. Viva la democrazia, per carità. Ma, se proprio vogliamo dirla tutta, l’abolizione del diritto di veto sarebbe già un miracolo natalizio. E forse un presidente europeo, uno con gli attributi istituzionali, non necessariamente anatomici,  potrebbe aiutarci a smettere di sbandare come un tram senza rotaie. Finché non accadrà, restiamo inchiodati alle nostre notizie di giornata, che oscillano tra il tragico e il surreale: – Papa vede Zelensky, proseguire il dialogo per una pace giusta (nel colloquio anche temi dello scambio dei prigionieri e del ritorno dei bambini. Su prigionieri e bambini siamo tutti d’accordo; sul resto, continua purtroppo il festival delle illusioni).– Panettone: e se fosse nato in Sicilia e non a Milano? (come se l’origine geografica potesse farlo lievitare meglio).– La FAO lancia l’Anno internazionale dei pascoli e dei pastori (ottima iniziativa, purché non diventi il modello geopolitico dell’Europa).– Polverone sul presepe,  rito immancabile di ogni Natale, puntuale come i cenoni indigesti. E guai a toccarlo: qualcuno giura che la sua eliminazione non è libertà ma sovversione culturale. In tutto questo bailamme, diventa difficile indossare i panni dell’attuale Europa: troppo stanca, troppo decaduta, troppo impegnata a litigare col proprio ombelico mentre il mondo corre. Ma non è neppure semplice empatizzare con Zelensky, ormai trasformato in un commesso viaggiatore della guerra: mille viaggi, zero fatturato, e la sensazione che nessuno apra più la porta. Che almeno il Natale porti un po’ di luce,  a lui e a noi, anche se l’Europa, come sempre, sarà lì a cercare l’interruttore nel buio. Chiosa finale:«Finché l’Europa continuerà a discutere sul presepe invece che sulla propria sopravvivenza, avremo la certezza di una cosa sola: che i Re Magi, quest’anno, da noi non passeranno. Temevano già di perdersi; ora hanno proprio disdetto il viaggio.» Giuseppe Arnò

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Belém, capitale del clima per due giorni

Leader di oltre 70 Paesi riuniti nella Cupula Climatica in vista della COP30. Lula apre i lavori, l’Italia rappresentata dal Vicepremier Tajani a               a Belém, alle porte dell’Amazzonia, è per due giorni il cuore pulsante della diplomazia climatica mondiale. Capi di Stato, ministri e rappresentanti di oltre settanta Paesi si sono riuniti il 6 e 7 novembre per la Cúpula Climatica, appuntamento preparatorio alla COP30 che si terrà dal 10 al 21 novembre. L’obiettivo, come sempre, è quello di “fare il punto”, espressione che in diplomazia significa mettersi d’accordo sul lessico prima ancora che sui contenuti. A rappresentare l’Italia è il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia in Brasile Alessandro Cortese. La presenza italiana sottolinea la volontà di contribuire al dibattito su transizione ecologica, cooperazione energetica e sviluppo sostenibile, tre concetti nobili che, a forza di essere ripetuti, rischiano ormai di suonare come una formula magica recitata in tutte le lingue. L’apertura dei lavori è avvenuta nella tarda mattinata del giorno 6 con l’intervento del Presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che ha ricordato come “non ci sia più tempo da perdere” e che “la foresta amazzonica è un patrimonio dell’umanità”. Concetti condivisibili, certo, ma che da anni rimbalzano nelle conferenze sul clima come eco nella foresta stessa: sempre gli stessi, solo un po’ più urgenti ogni volta. Nel pomeriggio, la plenaria “Clima e Natura: Foreste e Oceani” ha riunito esperti e ministri per discutere strategie comuni di tutela ambientale. Il giorno seguente, nuove sessioni e una fitta agenda di incontri bilaterali hanno completato il programma, con il Brasile al centro di una rete di alleanze e promesse. Belém, per due giorni, è diventata la capitale morale del pianeta verde. Poi i leader ripartiranno, gli aerei torneranno a solcare il cielo e i comunicati parleranno di “progressi significativi”. Finché, alla prossima conferenza, qualcuno non si accorgerà che il clima continua, testardo a non leggere i resoconti ufficiali.   In vista della COP30 La COP30, Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, si terrà sempre a Belém do Pará dal 10 al 21 novembre 2025.Si prevede la partecipazione di oltre cento delegazioni governative e migliaia di esperti, ricercatori e rappresentanti della società civile.Al centro dei negoziati: la revisione degli impegni assunti con l’Accordo di Parigi, la riduzione delle emissioni e i finanziamenti per la transizione energetica nei Paesi in via di sviluppo.Il Brasile, ospite e protagonista, punta a presentarsi come ponte tra Nord e Sud del mondo: l’Amazzonia come simbolo, e al tempo stesso banco di prova, della volontà collettiva di salvare il pianeta.   Paolo Carlucci e Giuseppe Arnò Foto: Paolo Carlucci

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Le regioni polari

Le regioni polari della Terra sono le aree del globo che circondano i poli. L’Artide è definita in vari modi, come ad esempio tutte le terre a nord del circolo polare artico o a nord di 70 gradi di latitudine. L’Antartide è il continente più meridionale della Terra, comprendente le terre e i mari che circondano il Polo Sud, tra i 66 e i 90 gradi di latitudine. Descrizione Carta delle regioni artiche del 1929[1] Il Polo nord e il Polo Sud sono i centri intorno ai quali sorgono queste regioni, e queste terre (calotte polari) sorgono rispettivamente sull’oceano e sul continente dell’Antartide. La calotta polare artica sta diminuendo la sua estensione, mentre quella antartica la sta leggermente aumentando; questo fatto è spesso citato dagli avversari della teoria del riscaldamento globale. Le regioni polari sono caratterizzate da clima polare, temperature estremamente fredde, pesanti glaciazioni ed estrema variazione della luce diurna; l’estate è caratterizzata da 24 ore di sole (il sole di mezzanotte) ed è molto fredda; l’inverno è invece caratterizzato da oscurità permanente Esistono molti insediamenti nelle regioni polari a Nord della Terra, ma nessuna (eccetto le basi per la ricerca scientifica) nelle regioni meridionali, che sono più fredde di quelle settentrionali. La vita ai poli è molto difficoltosa, a causa del freddo costante. L’unica popolazione che si è stanziata nella regione polare artica (a nord) è quella degli Inuit. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Regioni_polari

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I capricci dei satrapi vanno bene per i loro salotti

Poltrone, proiettili e… gli altri: finiamola con le guerre che comodano i potenti Perché i capricci dei satrapi vanno bene per i loro salotti; per il resto del mondo producono bara e bolletta.   C’è una regola non scritta nelle guerre moderne: se sei comodo in poltrona, le probabilità che tu finisca in trincea sono prossime allo zero. Se invece sei giovane, povero o “di troppo” nella demografia nazionale, la probabilità aumenta, e la guerra diventa l’ultimo, cinico spartito che qualcuno suona mentre gli altri pagano il biglietto. In questi mesi, e non lo dico per partito preso ma perché lo riportano osservatori indipendenti e le agenzie internazionali, la scarsità di carne da cannone ha assunto forme quasi inventarili: soldati inviati da Paesi terzi, reclute straniere, e perfino detenuti smistati verso il fronte. Non è fantapolitica: ci sono segnali concreti che Pyongyang abbia fornito truppe e che numeri di cittadini di paesi come Cuba siano stati citati come presenti nei teatri di guerra. Allo stesso tempo, i tassi di popolazione carceraria russa sono calati in modo rilevante da quando il reclutamento tra i detenuti è passato dall’essere voce di corridoio a pratica registrata.  Ora, oltre al grottesco, che qualcuno chiama “realpolitik”, c’è il danno: centinaia, migliaia di giovani che non torneranno; famiglie che portano ferite più profonde dei tagli nel bilancio statale; società che vedono la perdita dei migliori anni di una generazione. La tecnologia d’avanguardia, droni, guerre elettroniche, cyberattacchi, cambia strumenti ma non elimina la tragica contabilità umana: senza esseri umani che pianificano, riparano, portano rifornimenti e, soprattutto, muoiono, nessuna macchina tiene il campo da sola. È una verità banale ma spesso ignorata: la guerra rimane, per ora, un animale con cuore umano. E allora che si fa? Le soluzioni reali non sono quelle spettacolari che piacciono ai generatori di titoli: non bastano sanzioni, discorsi, o incontri di facciata. Serve chiedere conto a chi ordina e a chi beneficia. Serve ridisegnare incentivi, politici, economici, diplomatici,  perché la guerra non sia più l’opzione remunerativa o l’ultimo argomento dei narcisisti al potere. Serve, insomma, rendere costoso non solo per la periferia ma anche per la poltrona del potente l’avvio di conflitti. La satira, qui, non è gratuita: immaginiamoci per un attimo la logistica del rimedio perfetto, mandare al fronte chi ha firmato l’ordine di guerra. I burocrati con le mani pulite che firmano deportazioni di giovani, i manager della geopolitica che salvano i figli nello stesso collegio estivo dove si celebrano i valori della patria. Sarebbe una specie di catarsi collettiva: chi predica il fuoco vedrebbe la cenere in faccia. È ovviamente una fantasia vendicativa, divertente, ma ci dice qualcosa di serio: la dissonanza morale tra chi comanda e chi combatte è insopportabile. Meglio, allora, puntare su strumenti fattibili: trasparenza totale sulle mobilitazioni, responsabilità legale e politica per i decisori, più poteri alle istituzioni internazionali per fermare l’escalation, programmi di reinserimento e assistenza reale per le vittime, e una pressione diplomatica mirata sui regimi che trasformano i loro cittadini in merce da scambiare. Non sono soluzioni lampo, ma sono quelle che evitano la ripetizione quotidiana dell’orrore. E se qualcuno, tra gli editorialisti di salotto o nei corridoi del potere, obietta che la guerra è «necessaria» o «inevitabile», rispondiamo con qualcosa di semplice e poco retorico: la storia non è mai stata gentile con chi confonde il proprio ego con l’interesse nazionale. Le nazioni si costruiscono con scuole, ospedali, infrastrutture; non con fosse comuni e discorsi retorici. Chiudiamo con una battuta amara che suona quasi come un augurio: se davvero vogliamo provare una volta per tutte che le guerre sono una sciagura evitabile, cominciamo a far pagare il biglietto, non a chi non può permetterselo, ma a chi ha comprato il teatro e scrive copione e regia. Mettere i potenti a sentire il freddo, il rumore e l’inguaribile noia della guerra, per un giorno, per una settimana, per quanto basta, forse spegnerebbe qualche lucina vociante nei loro salotti. E se il “pacificatore” di turno, tra una conferenza e l’altra, non ci riuscisse… pazienza: come tutte le grandi commedie, anche questa può finire con un cambio di scena. Meglio prima che dopo. di Redazione

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Clima, bunker e cervelli fusi: l’Apocalisse siamo noi

Mentre la Terra va in fiamme e si inonda di lacrime e calore, i grandi della politica giocano a Risiko atomico. Ma forse non servirà il bottone rosso per estinguerci: ci basta il phon globale che abbiamo acceso. Intanto, tra un vertice e un’alluvione, qualcuno continua a chiedersi se sia poi così grave. L’umanità si prepara all’Apocalisse. Peccato abbia sbagliato tipo. Da millenni l’uomo sogna l’Armageddon, e ora che si fa davvero sentire… scopriamo che non sarà nucleare, ma meteorologico. Sì, perché mentre le élite mondiali pianificano scenari da guerra termonucleare globale e scavano bunker come talpe impazzite, la Terra sta già attuando il suo piano B: bollirci lentamente, ma con metodo. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato — 1,6 gradi sopra la media preindustriale — con record su record, in un gioco perverso che nessuno vuole vincere, ma che tutti continuano ad alimentare. Un decennio intero, dal 2015 al 2024, ha fatto segnare i dieci anni più roventi della storia registrata, mentre il vapore acqueo atmosferico ha raggiunto livelli da hammam globale, +5% sulla media 1991-2020. Cosa ci vuole per capire che siamo già in emergenza, ma senza sirene? I segni dell’inferno climatico sono chiari. Ma gli strateghi preferiscono le testate (atomiche) Invece di invertire la rotta, ci prepariamo come se la fine dovesse venire da un nemico umano: missili, guerre preventive, droni, arsenali. A cosa servirà il predominio militare su un pianeta in fiamme, avvolto da polveri, frane e fango? Forse per proteggere le ultime lattine di fagioli in un rifugio blindato a sei piani sottoterra. Nel frattempo, uragani, incendi, alluvioni e ondate di calore mietono vittime. Si stima che il caldo estremo, solo nel 2024, abbia ucciso circa 500.000 persone. Altro che “armi di distruzione di massa”: qui basta un anticiclone africano ben piazzato. Il clima impazzisce, noi pure Siccità estreme stanno devastando intere regioni, con conseguenze a cascata: penuria d’acqua, crisi alimentari, migrazioni climatiche. L’ONU parla di emergenza planetaria “senza precedenti”. E noi cosa facciamo? Produciamo nuove SUV da 400 cavalli e continuiamo a discutere se Greta sia troppo catastrofista. Come ricordano i climatologi: il calore è energia, e l’energia in eccesso crea disastri. L’atmosfera è un equilibrio fragile, non un sacco da boxe da colpire a colpi di CO₂. Ma c’è sempre qualche “statista” illuminato che, nel dubbio, scommette ancora sul carbone. Gli accordi? Parole in carta da riciclare Il famoso accordo di Parigi del 2015, tanto celebrato, ora sembra una di quelle promesse da campagna elettorale: firmata con entusiasmo, disattesa con maestria. Abbiamo promesso di non superare +1,5°C, ma ci siamo già sopra. E mentre l’Europa ci prova, c’è chi se ne tira fuori: Trump, tornato alla Casa Bianca, ha stracciato l’accordo di nuovo, forse convinto che l’aria condizionata basti a salvarci. Ma come si affronta un disastro annunciato? Le soluzioni ci sono, ma richiedono cervello. Che scarseggia Gli esperti parlano chiaro: azzerare le emissioni, pianificare territori, adattarsi localmente. Eppure sembriamo più inclini a costruire dighe su sabbie mobili che a ripensare modelli di sviluppo. Il clima non aspetta. E mentre la natura presenta il conto, i grandi della Terra continuano a prenotare stanze nei resort delle COP mondiali, tra strette di mano e dichiarazioni solenni che evaporano più in fretta di una pozzanghera a luglio. In conclusione: nessuna testata nucleare potrà eguagliare la nostra stupidità Non avremo bisogno di una guerra nucleare per autodistruggerci: ci stiamo già cucinando a fuoco lento, con una ricetta a base di CO₂, miopia strategica e arrogante presunzione. Mentre la Terra lancia SOS evidenti, noi rispondiamo con dibattiti, rinvii, piani decennali e conferenze ben climatizzate. E allora sorge spontanea la domanda: tra tutti i signori del mondo, ci sarà almeno una testa che non sia… di rapa? Giuseppe Arnò Foto originale: Il Palisades Fire alimentato dai forti venti devasta un quartiere a Pacific Palisades, Los Angeles, gennaio 2025 – Fonte: Ethan Swope/AP

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Caro Gesmundo, i ponti uniscono. I pregiudizi, no

    Caro Segretario Gesmundo, capisco che il fascino della traversata in traghetto abbia il suo perché – magari con una leggera brezza sul volto, un cannolo in mano e l’illusione che il tempo non conti. Ma se per Lei il futuro si misura col remo e non con l’ingegneria, allora sì, siamo su sponde opposte. Il Ponte sullo Stretto non è un vezzo del ministro di turno, né una “forzatura” estiva per la foto ricordo. È un’infrastruttura strategica europea, un tassello vitale nel corridoio Scan-Med che collega Norvegia e Sicilia, dal cuore industriale del Nord Europa al cuore potenzialmente pulsante del Mediterraneo. Lo sanno bene a Bruxelles, dove si finanziano da anni opere simili in contesti ben meno complessi. Siamo davvero il Paese dove si celebrano con orgoglio i record del passato – l’autostrada del Sole, la diga del Vajont, i treni AV – ma si demonizza qualsiasi ambizione contemporanea? Si costruiscono ponti in condizioni ambientali, ingegneristiche e politiche ben più complesse: in Cina, in Turchia, in Danimarca. Là si chiama progresso, qui si bolla come “faraonico”. Caro Gesmundo, Lei parla di 14 miliardi “bloccati”. Le ricordiamo che le infrastrutture non sono soldi sottratti, ma investimenti che generano PIL, occupazione, interconnessione, competitività. Il vero spreco è non farli. E poi: lo dice anche il Santo Padre – costruite ponti, non muri. Certo, lui parlava di altro, ma siamo certi che non pensasse al traghetto per Messina. Le preoccupazioni sulla legalità e sulla gestione sono legittime e vanno affrontate con estremo rigore, non con il riflesso pavloviano del “no” a prescindere. Si lavori per vigilare, non per affondare. Se vuole restare ancorato al passato, libero di remare. Ma non usi il timone del sindacato per impedire al Paese di navigare verso il futuro. Chi si oppone a ogni grande opera solo per partito preso non costruisce il Paese. Lo sabota. Con spirito costruttivo, (con rispetto parlando, un po’ più moderno del Suo) Giuseppe Arnò     Ecco una sintesi dei benefici concreti del Ponte sullo Stretto di Messina   Immagine ponte puramente illustrativa e libera da copyrights – Creative Commons CC0. https://pxhere.com/pt/photo/1179159

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Il paradosso del possesso

Perché desideriamo ciò che non possiamo avere di Krishan Chand Sethi Nel silenzio dei corridoi umani giace un paradosso, un sentimento espanso di desiderio per qualcosa che è sempre appena oltre la nostra portata. Siamo ossessionati dall’illusorio, dall’irraggiungibile, dal misterioso, e proprio queste cose riempiono le nostre menti, invitandoci con un fascino ultraterreno. È come se le vite non realizzate abitassero liberamente nella nostra mente, più preziose nella loro assenza di qualsiasi altra cosa che possiamo realmente raggiungere. Ci ricorda incessantemente ciò che non sarà mai, una sorta di chimera che sussurra piaceri ideali, di come le cose potrebbero essere se solo potessimo raggiungerle. Nel frattempo, tutto ciò che possediamo scivola nello sfondo, avvolto nella familiarità umida che genera apatia. Dimentichiamo i tesori che sono i nostri compagni quotidiani: le vittorie per cui abbiamo lavorato, le relazioni che abbiamo coltivato, e quelle piccole cose che portano gioia nelle nostre vite. Se questa è la realtà dell’essere fuori dal proprio cammino, ignorando ciò che si ha già per ciò che si deve ancora ottenere, potrebbe solo farci cadere in un ciclo infinito di desideri. Uno che promette sempre di soddisfare al prossimo traguardo, ma raramente mantiene la promessa. Questo è un ciclo vizioso che alla fine si rivela autodistruttivo nella misura in cui ci spinge indietro. Cercando il prossimo “oggetto,” sminuiamo il presente, privandoci della felicità che deriva dalla gratitudine e dall’apprezzamento, dicendoci che la contentezza è una destinazione futura, un luogo che raggiungeremo solo quando avremo ciò che ci manca. Eppure, più ci avviciniamo a un desiderio che un altro emerge davanti a noi, come un miraggio sull’orizzonte del deserto. È come se il cuore fosse stato addestrato ad inseguire, mai guardare indietro, concentrarsi solo sui vuoti e non sui tesori già acquisiti. Pensiamo per un momento alla bellezza di un’amicizia ben coltivata, alla serenità di un momento di solitudine, e al calore di sapere di essere amati. Tesori inestimabili, eppure troppo spesso non riconosciuti. Dimentichiamo ciò che almeno avevamo sognato; dimentichiamo ciò che aspiravamo a possedere. Un tempo avevano catturato la nostra mente quando erano irraggiungibili; ora, come sussurri in una stanza piena di rumori, svaniscono nel silenzio. È la possibilità che, prestando loro attenzione, perdiamo la pienezza della nostra vita, quella bellezza nascosta dietro la quotidianità. Questo paradosso — la consapevolezza che bramiamo ciò che ci manca trascurando ciò che abbiamo — è antico. I filosofi, poeti e pensatori di un tempo ci hanno avvertito di “volere ciò che abbiamo” piuttosto che “avere ciò che vogliamo”. Ma nel nostro mondo frenetico, orientato all’ottenimento di successi, siamo più propensi a celebrare l’ambizione e a scambiare la contentezza per la compiacenza. E la vera contentezza è tutt’altro che compiacente; piuttosto, è un atto di apprezzamento attivo e intenzionale della vita già piena, già abbastanza. Rompiamo questo ciclo attraverso l’arte della gratitudine consapevole. È una scelta, un atto intenzionale nel notare e valorizzare ciò che ci circonda. Quando ci fermiamo a riconoscere le nostre benedizioni, il nostro cuore trova pace e la nostra mente si stabilizza nell’apprezzamento. Riconosciamo la ricchezza già presente nelle nostre vite. Veramente, i piccoli miracoli: le risate degli amati insieme a noi; la natura splendida; le lezioni degne di essere apprese per la saggezza. Quando impariamo a valorizzare ciò che ci è caro, sbiadisce il fascino inquietante dell’irraggiungibile. Scopriamo che la maggior parte dei tesori nella vita non è qualcosa che possiamo afferrare con le mani, ma è ciò che conserviamo nel nostro cuore e nella nostra mente. Invece di riempire la testa con ciò che non abbiamo, pensiamo ai tesori che già possediamo. Facendo così, potremmo scoprire che la soddisfazione non sta nella corsa infinita verso il “di più,” ma nella profondità con cui apprezziamo tutto ciò che già abbiamo. Alla fine, ciò che non possiamo possedere perseguiterà sempre le nostre menti, ma lo fa come un maestro: un silenzioso promemoria a non cercare illusioni, ma a vivere pienamente con ciò che possediamo qui e ora. La vera ricchezza non è il miraggio del desiderio, ma l’apprezzamento calmo e contemplativo di ciò che è reale, e di ciò che dà alla vita una pienezza autentica. E allora scopriamo che la vita è un dono: traboccante e piena solo se lasciata essere. Autore Dr. Sethi K.C. Daman, India – Auckland, Nuova Zeland *** My New Philosophical Article in English(Original)  “The Paradox of Possession: Why We Yearn for What We Cannot  Hold” In the silence of man’s corridors, a paradox lies, an expanded feeling of wanting something that always is just a little beyond one’s reach. We are obsessed with the illusionary, the unreachable, the mysterious, and these very things fill our heads, beckoning to us with an otherworldly allure. It is as if the unrealized lives are free rent in our heads, more dear in its loss than any holding of the arms we can attain. It reminds us incessantly of what it will never be, a kind of chimera whispering of ideal pleasures, of how things could be if only one might attain it. Meanwhile, all that we have goes down into the backwash, shrouded in the damp familiarity that breeds apathy. Indeed, we forget the treasures that are our daily companions: the victory we have worked for, the relationships we have nurtured, and those simple things that bring joy into our lives. If such is the reality of being out of one’s way in ignoring what one already has in place for what’s still out of his or her reach, it may just land us in some sort of wheel-revolve-of-wishfulness. It is one that always promises to deliver at the next conquest but very seldom does. This is a vicious cycle that is ultimately self-defeating insofar as it drives us backward. In seeking the next “thing,” we debase the present, deprive ourselves of the happiness brought by gratitude and appreciation, and tell ourselves that contentment is a future destination, a place we will only reach when we have what we lack. Yet, the closer we

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Il difensore civico

Il difensore civico è una figura di garanzia a tutela del cittadino, che ha il compito di accogliere i reclami non accolti in prima istanza dall’ufficio reclami del soggetto che eroga un servizio. [In Italia, il difensore civico comunale, è stato soppresso dall’art 2 comma 186 lettera a) della Legge 191/2009, dal Decreto Legge 2 del 2010, convertito in Legge 42 del 2010]. È detto anche ombudsman, termine che deriva da un ufficio di garanzia costituzionale istituito in Svezia nel 1809 e letteralmente significa «uomo che funge da tramite». All’interno della dottrina giuridica l’istituto dell’ombudsman e la sua evoluzione sono ancora fonte di discussione. Se parte di essa ritiene che si possa parlare di difensore civico in senso proprio soltanto a partire dal XIX secolo, prendendo quindi come riferimento il primo ombudsman, quello nato in Svezia, esiste un’altra parte della dottrina che invece fa risalire questa particolare istituzione a tempi remoti. Il difensore civico nella storia La ricerca storica sull’esistenza di figure istituzionalmente preposte, nel passato, a vigilare sul buon andamento dell’attività amministrativa ed a tutelare le persone dagli abusi commessi dai funzionari pubblici, aiuta a comprendere meglio e ad inquadrare correttamente la figura del difensore civico per come emerge dalla normativa europea e statale in vigore. Lo studio della progressiva evoluzione storica dell’istituto evidenzia indubitabilmente che molte prerogative, riconosciute oggi all’ombudsman, sono sorprendentemente affini e talvolta identiche a quelle di figure istituite presso molte città dell’impero romano sin dai primi secoli dell’era cristiana. del resto dai primi tempi della repubblica lo ius intercessionis attribuiti ai tribuni della plebe copriva molte funzioni che ora sono pensate per il difensore civico Secondo altri, le prime figure pubbliche analoghe debbono essere riconosciute invece nel III secolo d.C., con particolare riferimento sia agli έκδικτοι (ecdici) che ai σύνδικοι (syndici), funzionari collocati in uno spazio intermedio tra comunità locale e strutture periferiche dello Stato romano che esercitavano funzioni peculiari in gran parte molto simili a quelle attribuite attualmente all’ombudsman. Questa istituzione romana era nota comunemente con il nome di defensor civitatis ed essa continuò ad essere presente nella cultura del tempo sino allo scomparire di entrambi gli imperi d’occidente ed oriente (in alcuni casi la figura del defensor civitatis rimase ancora all’interno dell’amministrazione, si pensi agli ostrogoti, ma successivamente andò oscurandosi).  Il difensore civico nella Svezia moderna Una figura simile al defensor civitatis romano è riapparsa molti secoli dopo, nel 1809, in Svezia, a seguito dell’emanazione della nuova costituzione successiva ad una rivoluzione contro la monarchia. Questa figura istituzionale, analoga a quella romano-imperiale, prese il nome di ombudsman. La necessità che veniva a configurarsi in quegli anni in Svezia era quella di bilanciare il potere del parlamento e del governo al fine di vedere salvaguardate le competenze dell’uno e dell’altro organo senza interferenze reciproche. In particolare il parlamento voleva affermare la sua indipendenza e centralità e si volevano inoltre tutelare i diritti e le libertà personali dei cittadini dagli abusi eventualmente compiuti dal governo nello svolgimento delle sue mansioni. La nuova figura istituzionale è quindi fin dalla nascita una figura di garanzia, un osservatore imparziale che ha l’onere di vigilare sull’operato del governo e le sue diramazioni, in breve sul funzionamento della pubblica amministrazione. Nella costituzione svedese del 1809, l’ombudsman fu concepito come organo fiduciario del parlamento con il compito di controllare e verificare solamente la legalità formale degli atti emanati dal potere esecutivo; l’esercizio di tale funzione venne suddivisa tra parlamento e ombudsman in modo tale da riservare al primo il controllo dell’attività del governo ed al secondo il controllo sulla pubblica amministrazione, saldamente nelle mani del monarca, al fine di contenere il potere assoluto di costui e di garantire l’indipendenza del parlamento rispetto agli apparati amministrativi. Inoltre l’ombudsman svedese fu dotato dei poteri d’inchiesta e di messa in stato di accusa dei funzionari ritenuti colpevoli; il suo intervento di controllo poteva incidere unicamente sugli organi e non anche sugli atti, perché gli venne attribuito solamente il compito di segnalare i vizi degli atti all’autorità competente ai fini disciplinari e non anche il potere di annullare, modificare o revocare l’atto inficiato; gli fu comunque estranea la funzione di tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive di vantaggio dei cittadini.  La diffusione dell’ombudsman Nel corso del XX secolo la figura dell’ombudsman ebbe un notevole successo e si diffuse nel mondo all’interno dei diversi ordinamenti statali, pur prendendo nomi differenti ed avendo qualche caratteristica funzionale differente. Si può dire che quello svedese sia stato il modello base su cui poi altri Stati hanno configurato quelle che l’ONU definisce Istituzioni di tutela dei diritti umani. Per quanto concerne il contesto europeo, anche il Consiglio d’Europa in questi anni si è espresso più volte sull’opportunità di istituire un ombudsman nazionale per gli Stati Europei. Inizialmente non vi fu accordo unanime su quale dovesse essere lo spettro d’azione del difensore civico, anche perché vi erano diversi modi di rapportarsi alla stessa parola ombudsman, la quale nel frattempo si era diffusa anche nel settore delle aziende private.  La situazione attuale: L’istituto in esame è risultato avere caratteristiche abbastanza variabili nei diversi stati. Anche per questo ha assunto diverse denominazioni nei vari stati, basti pensare al francese Mediateur o allo spagnolo Defensor de Pueblo. Ciò è spiegabile osservando che le diversità culturali e sociali all’interno dei diversi Stati influenzano direttamente l’ordinamento giuridico e le sue modifiche. In Italia si parla di ombudsman soprattutto in ambito bancario. La figura del difensore civico è prevista nella pubblica amministrazione già dall’art. 8 della Legge 142/90[1] , dalle Leggi 59 e 127 del 1997, le cosiddette leggi Bassanini, dal D.Lvo 267/2000, dalla Legge 241/1990 e dalla Legge 104/1992, che in questo non hanno avuto ancora una realizzazione compiuta, anche se negli ultimi anni molte province e regioni lo hanno istituito. L’ANDCI (Associazione Nazionale dei Difensori Civici), membro di Civicrazia, è impegnata dal 2003 – anno di fondazione – per una maggiore collaborazione tra i difensori civici e per massimizzare il potere d’intervento dell’Ombudsman. Detto questo è comunque utile sottolineare come il difensore civico sia diffuso

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