Con 99 voti favorevoli, il Senato ha detto sì al decreto Flussi, e a Palazzo Madama si respira un’aria da.
L’arte è libera. Purché scelga il colore giusto
Dai tre coni dell’occhio umano alle infinite sfumature del politicamente corretto: oggi anche Elena di Troia può finire al centro di una guerra culturale X X Nell’agorà paesana di ieri sera, sotto la sapiente animazione del vignettista Costantino, si è discusso di una delle più straordinarie meraviglie del genere umano: la capacità di vedere i colori. Il nostro occhio, attraverso tre tipi di fotorecettori chiamati coni, distingue il rosso, il verde e il blu. Poi il cervello, con una certa autonomia e senza chiedere il permesso a nessun comitato ideologico, combina questi segnali e ci permette di vedere l’intero spettro visibile. Una meraviglia. E viene da dire: bontà del Creatore! Ma l’uomo, si sa, non si accontenta mai di ciò che vede. Ha inventato la pittura, la fotografia, il cinema e, più recentemente, anche la politica dei colori. I colori, infatti, non sono soltanto una questione ottica. Sono emozione, memoria, sentimento. Sono l’espressione della nostra anima. Cesare Pavese confessava: «Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori». E ognuno cerca i propri. James Cameron, per esempio, ha trovato il blu e ci ha costruito sopra Avatar, portandoci su Pandora, dove intere popolazioni hanno la pelle del colore del cielo e nessuno, almeno all’inizio, sembra essersene scandalizzato. Altri artisti, invece, sembrano impegnati in una ricerca cromatica più ambiziosa: ridipingere il passato. Corre voce, per esempio, che un giovane e avvenente regista stia pensando a una nuova versione di Biancaneve e i sette nani con protagonista un’attrice afroamericana. Una scelta che, in linea di principio, non dovrebbe sconvolgere il mondo. Dopo tutto, è cinema. L’arte è libera. La fantasia non ha frontiere e la creatività, per sua natura, non ama i recinti. Il problema è che oggi, quando si tocca un personaggio del passato, il dibattito artistico dura mediamente tre minuti. Poi arrivano la politica, i social, le tifoserie e, immancabilmente, qualcuno che accusa qualcun altro di essere dalla parte sbagliata della storia. E così anche Elena di Troia è finita in trincea. Con la recente uscita del kolossal Odissea (2026), diretto da Christopher Nolan, la scelta di Lupita Nyong’o, attrice keniota-messicana, per interpretare Elena ha riacceso il dibattito sul cosiddetto blackwashing. I sostenitori della scelta ricordano che il cinema ha sempre reinterpretato liberamente i classici. I detrattori rispondono che non si tratta più di libertà artistica, ma di una precisa operazione ideologica. E così, mentre i Greci combattevano per Elena, noi, dopo qualche millennio, continuiamo a combattere per il colore di Elena. La storia, evidentemente, ha un senso dell’umorismo tutto suo. Omero, intanto, se ne sta tranquillamente nell’Olimpo della letteratura. Nel poema definisce Elena λευκώλενος (leukōlenos), «dalle bianche braccia». Secondo gli studiosi, l’espressione appartiene al linguaggio formulare della poesia omerica e indica soprattutto un ideale di bellezza femminile. Altri, invece, preferiscono la lettura letterale: se Omero dice «bianche braccia», bianche erano. Del resto, sostengono i più pignoli, se le braccia erano bianche, non è che il resto del corpo potesse essere improvvisamente… a pois. E qui, forse, arriviamo al cuore della questione. L’arte può cambiare la storia? Naturalmente sì. Può reinterpretarla? Certamente. Può perfino provocare? È il suo mestiere. Ma può anche diventare strumento di propaganda culturale? Perché no. Anche questo è accaduto infinite volte. La differenza, forse, sta nella sincerità dell’operazione. Se un regista sceglie un attore perché lo considera il migliore per quel ruolo, nessuno dovrebbe avere nulla da obiettare. Se invece la scelta serve a lanciare un messaggio politico o sociale, allora sarebbe più virtuoso dirlo apertamente. Non c’è nulla di male. L’importante è non pretendere che il pubblico sia obbligato a considerare arte ciò che magari percepisce come politica travestita da arte. Perché oggi il confine è diventato talmente sottile che persino un pennello rischia di dover presentare il certificato di appartenenza prima di poter toccare la tela. Il rosso, il verde e il blu sono ancora liberi. Ma guai a confondere il bianco con il nero. E soprattutto, guai a dire che un colore è semplicemente un colore. Potrebbe partire un dibattito. Un convegno. Una commissione. Un fact-checking. E, naturalmente, un film. Marco Trevisan sostiene che la cinematografia sia la forma d’arte più completa della nostra epoca. Probabilmente ha ragione. Il cinema riesce a raccontare il passato, interpretare il presente e persino immaginare il futuro. Ma proprio per questo è bene ricordare che ogni immagine porta con sé un significato. E quando l’artista sceglie un colore, un volto, un personaggio, una storia, non sempre sta soltanto facendo arte. A volte sta anche dicendo qualcosa. Il pubblico, però, conserva ancora un piccolo privilegio: quello di ascoltare, guardare e poi decidere liberamente che cosa pensare. Ognuno, dunque, interpreti il fatto come crede. A buon intenditor… E Indro Montanelli, probabilmente, osservando tutto questo dal suo proverbiale angolo di ironia, avrebbe sorriso. Forse avrebbe detto che l’arte è veramente libera soltanto quando può permettersi di essere anche scomoda. E, soprattutto, quando nessuno le impone in anticipo quale debba essere il colore della libertà. Quanto a noi, possiamo soltanto continuare a guardare. Con i nostri tre coni. Rosso, verde e blu. Il resto, per fortuna, lo decide ancora il cervello. Almeno quello che non ha ancora ricevuto la circolare. Giuseppe Arnò * Foto Corel remix