Il ripopolamento è un miraggio romantico, ma turismo ed enogastronomia possono garantire una dignitosa seconda vita. A patto che qualcuno se ne accorga.
C’è un equivoco di fondo, tenero quanto ostinato: pensare che i borghi calabresi possano tornare a vivere “come prima”, magari meglio di prima, con qualche incentivo ben confezionato e due slogan dal suono europeo. È una suggestione che consola, ma resta tale. I flussi demografici non si governano con i bandi, né si invertono per decreto: le città attraggono e continueranno ad attrarre, con buona pace delle nostalgie.
Questo non significa, però, che quei borghi siano destinati al silenzio definitivo. Più realisticamente, possono aspirare a una forma diversa di sopravvivenza: meno residenziale, più esperienziale. Una vita alternativa, insomma, che passa dal turismo intelligente e dall’enogastronomia, due ambiti in cui la Calabria non è seconda a nessuno, anche se spesso fa di tutto per sembrarlo.
La materia prima, del resto, abbonda senza chiedere permesso: paesaggi che non hanno bisogno di filtri, tradizioni culinarie che non conoscono sofisticazioni inutili, stratificazioni storiche che altrove pagherebbero a peso d’oro. È una ricchezza “rara” nel senso più autentico del termine: non perché scarsa, ma perché poco riconosciuta e ancor meno organizzata.
Il punto dolente, come sempre, non è ciò che manca, ma ciò che non si riesce a vedere. Convincere amministratori e governi di turno che il Mezzogiorno, e la Calabria in particolare, sia una miniera di valore semantico prima ancora che economico, resta un’impresa quasi eroica. Si preferisce inseguire modelli altrui, mentre si lascia in dispensa un patrimonio che farebbe la fortuna di territori meno distratti.
Il ripopolamento? Forse, in qualche caso, per pensionati temerari o nuovi cittadini in cerca di opportunità. Ma non sarà la regola, né la soluzione. Più sensato è immaginare borghi che non fingano di essere ciò che non possono più essere, ma diventino ciò che possono ancora offrire: luoghi da vivere a tempo, da gustare, da raccontare.
Il resto è narrativa istituzionale. Gradevole, ben scritta, ma pur sempre narrativa. E i borghi, si sa, preferiscono i fatti: anche pochi, purché veri.
Giuseppe Arnò
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