Independence Day

Il 20 gennaio, una data da ricordare? Quando le imprevedibili mosse di un presidente americano aiutano l’Europa a scoprire che, per camminare con le proprie gambe, non occorre chiedere il permesso a Washington. Nella nostra agorà domenicale, la piazza cittadina, davanti a un fresco e delizioso sorbetto al limone – perché anche la geopolitica, ogni tanto, merita di essere affrontata con la gola rinfrescata – si discute, come di consueto, delle ultime rappresentazioni offerte dal teatro planetario. Tra un avvenimento e l’altro, Nicodemo, profondo conoscitore di diverse discipline scientifiche e incline a collegare i puntini dove altri vedono soltanto una costellazione di problemi, prende la parola. «Direttore», esordisce, rivolgendosi affettuosamente a chi scrive, «ho letto con estremo interesse il suo articolo di ieri, Grazie, Mr. President! E mi è venuta un’idea. Se ogni anno, il 9 maggio, celebriamo la Giornata dell’Europa, perché non proporre ai nostri rappresentanti a Bruxelles l’istituzione di una seconda ricorrenza? Una giornata dedicata all’indipendenza europea». La proposta, sulle prime, appare sibillina. Nicodemo, però, non è uomo da lanciare idee per poi abbandonarle a metà strada. E così, dopo una breve pausa, completa il ragionamento: «La data potrebbe essere il 20 gennaio». Una data precisa, dunque: il 20 gennaio 2025, quando, a mezzogiorno in punto, Donald Trump ha iniziato il suo secondo mandato alla Casa Bianca. A questo punto, il sorbetto rischia quasi di sciogliersi senza che nessuno se ne accorga. La spiegazione merita attenzione. «Gli Stati Uniti festeggiano il loro Independence Day il 4 luglio. E perché l’Europa non dovrebbe celebrare il proprio il 20 gennaio? Non per ricordare una liberazione militare, naturalmente, ma una presa di coscienza. Perché proprio da quella data, tra dichiarazioni imprevedibili, pressioni e ripetuti interrogativi sulla solidità delle alleanze, gli europei hanno cominciato a comprendere meglio una verità elementare: l’amicizia con gli Stati Uniti è preziosa, ma non può trasformarsi in una dipendenza psicologica». Il ragionamento, bisogna riconoscerlo, ha una sua logica. E anche una certa malizia. Per anni, l’Europa ha beneficiato della protezione americana, talvolta affidandosi a essa con una tranquillità che non sempre ha incoraggiato la costruzione di una piena autonomia strategica. Poi è arrivato Trump, con il suo modo tutto personale di interpretare le relazioni internazionali, e molte certezze hanno cominciato a vacillare. Il risultato, almeno in parte, è stato paradossale: proprio chi sembra voler ridimensionare il peso dell’Europa potrebbe aver contribuito a risvegliarne la consapevolezza. Naturalmente, l’indipendenza non si proclama con un brindisi, né si conquista cambiando semplicemente interlocutore. Richiede capacità di difesa, solidità economica, energia, coesione politica e, soprattutto, la volontà di assumersi responsabilità che per troppo tempo è stato più comodo delegare. Ma la trasformazione culturale è forse già cominciata. Un’Europa più consapevole dei propri interessi, capace di scegliere le proprie alleanze senza rinunciare ai propri principi, può diventare un interlocutore più credibile per gli amici e più rispettato dagli avversari. Perché l’autonomia non significa voltare le spalle a Washington, così come la fedeltà a un’amicizia non impone di rinunciare alla propria personalità. Tra alleati si collabora; non si vive in affitto nella volontà altrui. Nella nostra agorà, la proposta di Nicodemo viene accolta con entusiasmo. Non è ancora una mozione parlamentare, Bruxelles non ha ricevuto alcuna richiesta ufficiale e il calendario europeo, per il momento, può dormire sonni tranquilli. Ma l’idea ha il merito di porre una questione seria attraverso una provocazione sorridente. E chissà che un giorno altri Paesi non decidano di celebrare il proprio Independence Day in senso politico e simbolico: non necessariamente liberandosi da qualcuno, ma imparando finalmente a contare su se stessi. Nicodemo, prima di congedarsi, richiama una riflessione di Abraham Lincoln, particolarmente adatta ai tempi inquieti che attraversiamo: «I dogmi di un passato tranquillo sono inadeguati al presente tempestoso». E conclude con le parole che ne esprimono il senso più attuale: occorre pensare e agire in modo nuovo, emancipandosi dagli schemi che non sono più sufficienti a comprendere la realtà. La conversazione si avvia alla conclusione. Il sorbetto è ormai quasi finito, ma la questione rimane sul tavolo. Forse il 20 gennaio non diventerà mai una festa europea. Ma se servisse a ricordare che l’autonomia non si riceve in dono e che la dignità non si delega, avremmo già trovato un buon motivo per brindare. Naturalmente, con un altro sorbetto al limone. Questa volta, però, all’indipendenza del pensiero. Giuseppe Arnò * Foto: Bing.com

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Grazie, Mr. President!

Come risvegliare l’Europa senza averne l’intenzione Congratulazioni, caro Presidente Trump, per essere riuscito in un’impresa che molti, prima di Lei, avevano tentato invano: svegliare l’Europa dal suo lungo letargo. Il Vecchio Continente Le sarà riconoscente. E, come si dice dalle nostre parti, a buon rendere. Con la Sua politica internazionale imprevedibile, le nuove gabelle commerciali, il Suo indecisionismo dalle pretese innovative e le originali interpretazioni delle alleanze e delle amicizie, Lei si è rivelato, involontariamente, una sorta di principe azzurro dell’Europa. Non proprio quello delle favole, ma certamente uno capace di provocare un risveglio. L’Europa, infatti, sembra essersi finalmente scossa dall’indifferenza, dal torpore decisionale e da quella sorta di sindrome dello zio Tom che, sotto diversi aspetti, l’aveva indotta a delegare ad altri una parte eccessiva del proprio destino. Louis Dumur ci ricorda che la politica è l’arte di servirsi degli uomini facendo loro intendere di servirli. Nel caso europeo, tuttavia, il risultato ha finito per capovolgere la prospettiva: nel tentativo di servire i propri interessi, qualcuno ha involontariamente reso un servizio all’Europa. Indipendenza, autonomia economica, difesa comune, coesione politica e ideali condivisi: sono questi i princìpi che, troppo a lungo assopiti, hanno lasciato il continente in una condizione di dipendenza quasi strutturale dalla potenza americana. Una dipendenza che, in certi momenti, ha rischiato di assomigliare più a quella di una colonia privilegiata che a una libera alleanza fra pari. Ora, però, il risveglio impone una scelta. L’Europa dispone delle risorse economiche, delle competenze, della cultura e del peso internazionale necessari per aspirare a un ruolo da protagonista. Deve soltanto convincersi che l’unità non è una formula diplomatica da ripetere nei vertici, ma una responsabilità da esercitare ogni giorno. Non si tratta di contrapporsi agli Stati Uniti, né di rinnegare un’alleanza storica. Si tratta, più semplicemente, di renderla adulta: amici e alleati si rispettano meglio quando nessuno dei due deve chiedere all’altro il permesso di esistere politicamente. Dunque, cara Europa, niente più indugi: al lavoro, e subito! Perché, come recita un antico adagio attribuito a Voltaire, il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. E, a quanto pare, può anche aiutare a guarire una certa sonnolenza geopolitica. Thank you, Mr. President! Naturalmente, non occorre che Lei si preoccupi di ripetere l’impresa. Una volta svegliata, l’Europa dovrebbe essere perfettamente in grado di restare desta da sola. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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L’inaffidabilità ha le sue ragioni. E la Nemesi prende appunti

Sanzioni, promesse di pace e giravolte diplomatiche: quando l’alleato diventa una variabile imprevedibile, la fiducia comincia a fare i bagagli. L’incostanza e il tradimento sono temi antichi quanto la storia umana. Hanno ispirato tragedie, romanzi, riflessioni filosofiche e, più recentemente, conferenze stampa capaci di lasciare gli osservatori con una domanda tutt’altro che marginale: ma da che parte stiamo andando? La politica internazionale, del resto, offre materiale inesauribile. Prendiamo la questione dell’energia e i rapporti con Mosca. Le aperture americane sul fronte petrolifero e le possibili attenuazioni delle sanzioni alla Russia rischiano di indebolire proprio quella pressione economica concepita per limitarne le risorse destinate allo sforzo bellico. Un risultato che, agli occhi degli alleati europei e ucraini, può apparire più come una concessione al Cremlino che come un passo verso una pace condivisa. Naturalmente, ogni iniziativa diplomatica merita di essere giudicata dai suoi risultati, non soltanto dalle intenzioni dichiarate. Se l’obiettivo è favorire una tregua negli attacchi alle infrastrutture energetiche, ben venga. Ma occorre che alle dichiarazioni facciano seguito i fatti, possibilmente riconoscibili anche da chi dovrebbe beneficiarne. Un’intesa annunciata non equivale necessariamente a un accordo operativo; e una pace proclamata prima che le parti la riconoscano rischia di restare una creatura della comunicazione politica. Quanto al prezzo del diesel, poi, il mercato possiede un difetto imperdonabile: non sempre obbedisce ai comunicati. Il costo dei carburanti dipende da una combinazione di fattori, dalle quotazioni del greggio alle tensioni geopolitiche, dai rischi per le rotte marittime alle aspettative degli operatori. Le perturbazioni nei passaggi strategici, a cominciare dallo Stretto di Hormuz, possono produrre effetti ben oltre la regione interessata, raggiungendo l’Europa, l’Asia e, naturalmente, gli Stati Uniti. Pensare di governare simili equilibri senza prevedere le conseguenze delle proprie mosse è un esercizio di ottimismo che rasenta l’arte divinatoria. E quando il prezzo alla pompa non collabora con le promesse, la soddisfazione degli automobilisti rischia di rimanere confinata nei discorsi di chi quelle promesse ha formulato. Il consumatore, si sa, è un giudice poco incline alla poesia: preferisce che a parlare sia lo scontrino. Resta poi un interrogativo: quale sarebbe il prezzo politico di una pace ottenuta allentando le sanzioni a Mosca, mentre Kyiv teme di perdere strumenti essenziali per la propria difesa? Se esiste una strategia capace di conciliare concessioni, sicurezza e cessazione delle ostilità, sarà bene illustrarla con chiarezza. Altrimenti, si corre il rischio di scambiare la complessità diplomatica per una profondità strategica riservata a pochi iniziati. Una distinzione sottile, certo, ma non irrilevante: talvolta il piano è geniale; altre volte è semplicemente difficile da spiegare perché difficile da comprendere. Nel frattempo, Mosca può accogliere con soddisfazione ogni attenuazione della pressione economica, mentre l’Ucraina continua a pagare un prezzo umano drammatico. E la Nemesi, antica signora dell’equilibrio e delle conseguenze, non sembra particolarmente impressionata dalle dichiarazioni di vittoria. Non interviene con fulmini e saette: le basta lasciare che siano i fatti, prima o poi, a presentare il conto. In politica, il conto arriva spesso sotto forma di consenso perduto. Quando l’economia non dà le risposte attese, le promesse si scontrano con la realtà e gli elettori cominciano a dubitare, anche il protagonista più imprevedibile della scena internazionale può scoprire che l’attenzione mediatica non coincide necessariamente con l’approvazione popolare. La visibilità è un bene prezioso, ma non sempre convertibile in voti. E, soprattutto, non si può pagare il pieno con un comunicato stampa. Per l’Europa, queste oscillazioni rappresentano qualcosa di più di un motivo di perplessità. Sono un richiamo a ripensare seriamente la propria autonomia energetica, industriale, politica e militare. Un’alleanza rimane un patrimonio prezioso quando poggia su interessi condivisi, impegni credibili e una ragionevole continuità di comportamento. Se, invece, ogni decisione può essere rimessa in discussione dalla prossima giravolta, anche il partner più storico finisce per somigliare a un vicino cordiale che, ogni tanto, cambia la serratura senza avvertire. Non si tratta di rinunciare alle alleanze, né di confondere l’autonomia con l’isolamento. Si tratta, più semplicemente, di non affidare interamente la propria sicurezza alla buona disposizione altrui. La storia recente insegna che la fiducia è indispensabile, ma la prudenza lo è altrettanto. E che una strategia fondata sulla speranza che tutto vada bene non è necessariamente una strategia: talvolta è soltanto una preghiera formulata in linguaggio diplomatico. Qui si torna al punto di partenza: l’incostanza, l’inaffidabilità e il tradimento. Tre concetti vicini, ma non identici. L’incostanza è il cambiare frequentemente direzione; l’inaffidabilità è l’incapacità, o la mancata volontà, di offrire garanzie sufficienti di coerenza; il tradimento, invece, evoca una rottura della lealtà e porta con sé un giudizio morale più severo. Nelle relazioni internazionali, non è sempre necessario stabilire se qualcuno abbia tradito per domandarsi se sia ancora prudente affidargli le chiavi di casa. Basta osservare la distanza fra gli impegni assunti e i comportamenti successivi, fra le rassicurazioni offerte e le conseguenze delle decisioni. Quando questa distanza diventa abituale, la fiducia non scompare necessariamente, ma comincia a chiedere garanzie. Michele Scirpoli lo riassume in una frase efficace: «Chi ti ha tradito tornerà a farlo, non perché ci prova gusto, ma perché ciò rientra nella sua indole». Una massima severa, forse troppo assoluta per essere applicata indistintamente alle persone e, ancor più, alle nazioni. Le circostanze cambiano, gli interessi evolvono e perfino gli avversari possono diventare interlocutori affidabili. Ma la fiducia, quando viene ripetutamente delusa, non può essere ricostruita con la sola forza delle dichiarazioni. In fondo, il problema non è cambiare idea: è pretendere che gli altri continuino a fidarsi come se non fosse cambiato nulla. Le alleanze, come le amicizie, possono sopportare divergenze e persino qualche brusca sterzata; ciò che faticano a sopportare è l’incertezza trasformata in metodo. E così la Nemesi continua a prendere appunti, senza fretta e senza pregiudizi. Non le occorrono né schieramenti né conferenze stampa: le basta aspettare che le decisioni producano le loro conseguenze. Perché, in diplomazia come nella vita, cambiare la serratura non significa necessariamente dichiarare guerra. Qualche volta significa soltanto aver imparato la lezione. E impararla prima che arrivi il conto

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Ciascuno è responsabile di tutto dinanzi a tutti

L’INDIFFERENZA NON È INNOCENTE Dalle guerre alle coscienze: l’umanità non può continuare a delegare agli altri la responsabilità dei propri mali «Ciascuno è responsabile di tutto dinanzi a tutti». Fëdor Dostoevskij Le parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera, nel ricordare il muro di Berlino e i carri armati sovietici a Budapest e Praga, hanno riacceso il dibattito sul conflitto ucraino e sulle responsabilità dell’Europa. Al di là delle diverse valutazioni politiche, resta una questione che ci riguarda tutti: possiamo assistere alle sofferenze dei popoli fingendo che non ci appartengano? Le guerre, purtroppo, non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Si combattono anche nelle coscienze, dove la propaganda cerca di confondere l’aggressore con l’aggredito, la vittima con il colpevole e la verità con la convenienza. E quando le bombe colpiscono abitazioni, ospedali e infrastrutture essenziali, le distinzioni politiche non possono diventare un alibi per dimenticare le persone. Naturalmente, ogni conflitto ha la propria storia, le proprie responsabilità e le proprie complessità. Ma nessuna complessità dovrebbe trasformarsi in un lasciapassare per la crudeltà. Questo vale in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni luogo in cui gli innocenti pagano il prezzo di decisioni prese da altri. La sofferenza umana non dovrebbe avere passaporto, né essere valutata secondo la convenienza di chi la osserva. Del resto, la storia sembra ripetere ostinatamente la medesima lezione. Da Caino e Abele, quando l’invidia trasformò un fratello in assassino, fino alle guerre dei nostri giorni, l’uomo ha dimostrato una straordinaria capacità di inventare giustificazioni per le proprie brutalità. Cambiano le epoche, le bandiere e le tecnologie; talvolta, purtroppo, il progresso degli armamenti corre assai più velocemente di quello delle coscienze. Bertolt Brecht, con la sua consueta amarezza, ci invita a guardare senza ipocrisie gli aspetti più brutali della condizione umana. Eppure, se la sopraffazione appartiene alla nostra storia, non per questo deve diventare il nostro destino. La solidarietà, la compassione e il coraggio di opporsi all’ingiustizia dimostrano che l’essere umano non è condannato a obbedire ai suoi istinti peggiori. Anche gli appelli umanitari, come quelli rivolti dalla Santa Sede alle parti in conflitto, ricordano che il dialogo non è una debolezza e che una tregua può significare vite salvate. Ma gli appelli, da soli, non fermano le bombe. E mentre ciascuno domanda all’altro di assumersi le proprie responsabilità, c’è il rischio che la popolazione civile continui ad attendere una risposta che non arriva. Un interminabile ping-pong diplomatico, con una differenza non trascurabile: la pallina, questa volta, è la vita delle persone. Non siamo necessariamente responsabili di ogni guerra, di ogni atrocità o di ogni ingiustizia. Ma abbiamo una responsabilità nel modo in cui reagiamo: nel verificare le notizie prima di diffonderle, nel non applaudire alla sofferenza altrui, nel pretendere dai governanti rispetto per la vita e nel non confondere la fedeltà alle proprie idee con la rinuncia al senso critico. Martin Luther King ci lascia un monito ancora attuale: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla». L’umanità non sarà giudicata soltanto per le atrocità che ha commesso, ma anche per quelle che avrebbe potuto fermare e ha preferito ignorare. Perché il male prospera quando qualcuno lo compie, ma trova terreno fertile quando tutti gli altri imparano a conviverci. E se non possiamo spegnere ogni guerra, possiamo almeno rifiutarci di spegnere la nostra coscienza. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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Il Travaso delle idee

Tra presidenti terminator, rivoluzioni diplomatiche e fedeli creduloni, il mondo sembra aver smarrito il libretto delle istruzioni O siamo noi che abbiamo perso qualche rotella o il mondo è entrato in uno stato di paranoia collettiva senza neppure rendersene conto? A giudicare da quanto accade, le ipotesi sono entrambe plausibili. Ogni giorno ne spunta una nuova e quella del giorno precedente, anziché chiarire il quadro, finisce per complicarlo ulteriormente. Ci vorrebbe quasi una riedizione del glorioso giornale satirico Il Travaso delle idee, con il suo indimenticabile motto: «Accidenti ai capezzatori!». Mai come oggi, del resto, sembra esserci abbondanza di idee da travasare e di certezze da rimettere in circolo. Prendiamo la questione del petrolio russo. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, commentando con l’ANSA le critiche espresse da Giorgia Meloni in Senato in merito all’intesa prospettata da Donald Trump dopo un colloquio con Vladimir Putin, avrebbe liquidato la questione con una frase lapidaria: «L’accordo sul gasolio non è affare di Meloni». Naturalmente, prima di considerare l’intesa un fatto compiuto, occorrerà capire quali siano i termini concreti dell’iniziativa e se essa troverà effettiva attuazione. Resta, tuttavia, una questione di coerenza: se Europa e Stati Uniti impongono sanzioni a Mosca per la guerra in Ucraina, un’eventuale ripresa significativa degli acquisti di petrolio russo da parte americana solleverebbe inevitabili interrogativi. Le circostanze possono essere diverse, ma la coerenza politica resta da spiegare. E liquidare la questione sostenendo che non riguardi l’Italia ricorda un’altra vicenda: quella di Sigonella, dove Roma ha rivendicato il diritto di decidere sul transito di velivoli militari statunitensi. Insomma, la sovranità vale per tutti, purché non disturbi i propri interessi. Il problema, però, va ben oltre il petrolio. Donald Trump ha portato sulla scena internazionale uno stile che mette alla prova la pazienza di alleati, avversari e osservatori. Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Iran, Gaza, NATO e commercio internazionale sono dossier diversi, con problemi e responsabilità che non sarebbe serio mettere tutti sullo stesso piano. Eppure, fra annunci, pressioni, aperture e ripensamenti, il risultato è spesso lo stesso: interlocutori costretti a interrogarsi sulla solidità degli impegni e sulla direzione della prossima mossa. La diplomazia, che richiederebbe continuità, misura e affidabilità, sembra talvolta costretta a inseguire il calendario delle esternazioni presidenziali. Quel che si annuncia la sera non è necessariamente valido al mattino e ciò che viene definito un successo prima di pranzo può diventare un problema nel pomeriggio. Se questo è il nuovo metodo per rassicurare il mondo, dobbiamo riconoscere che la rassicurazione ha assunto forme piuttosto originali. Naturalmente, non mancano gli estimatori. Anzi, è proprio qui che la vicenda acquista una sfumatura irresistibilmente satirica. C’è chi interpreta ogni dichiarazione come una mossa geniale, ogni contraddizione come una raffinata strategia e ogni retromarcia come un trionfo del pragmatismo. Se il presidente minaccia, è determinato; se arretra, è prudente; se cambia idea, è imprevedibile; se smentisce se stesso, sta evidentemente giocando una partita a scacchi di cui soltanto lui conosce le regole. E guai a dubitare! Il dubbio, in certi ambienti, è considerato una forma di lesa maestà. Meglio credere, applaudire e attendere la prossima dichiarazione, possibilmente senza soffermarsi troppo su quella precedente. Del resto, la fedeltà politica è una virtù rispettabile; trasformarla nell’obbligo di giustificare qualsiasi cosa, però, rischia di farne una disciplina acrobatica. Non si tratta di pretendere che un presidente sia infallibile. Sarebbe una pretesa assurda, oltre che pericolosa. Si tratta, più semplicemente, di ricordare che la politica internazionale non è un palcoscenico personale e che le decisioni di una grande potenza producono conseguenze anche per chi non ha avuto voce in capitolo. Un alleato dovrebbe poter contare su impegni comprensibili e su una ragionevole continuità, non essere costretto a consultare ogni mattina l’oroscopo della Casa Bianca. E allora, che fare? Proporremmo una distribuzione internazionale di camomilla, magari consegnata con i droni, così da raggiungere rapidamente tutti i protagonisti della contesa. Una tazza per gli impazienti, due per gli indignati e una dose supplementare per quanti continuano a scambiare l’improvvisazione per strategia. Non sarebbe una soluzione diplomatica, ma almeno avrebbe il pregio di non richiedere un vertice straordinario. Quanto al futuro, attendiamo con serenità la prossima puntata. Non è escluso che domani l’iniziativa sul petrolio russo venga ridimensionata, modificata o accantonata in favore di un’idea ritenuta più conveniente. E allora non mancherà chi spiegherà, con il senno di poi, che era esattamente ciò che ci si doveva aspettare. Qui, forse, Erasmo da Rotterdam ci offrirebbe uno spunto interessante. La follia, nella sua celebre Elogio, non è soltanto un difetto da condannare: è anche una lente attraverso la quale osservare le debolezze degli uomini, soprattutto quando si prendono troppo sul serio. E allora, bingo! Se per comprendere la politica mondiale occorre ormai una certa dose di follia, almeno che sia lucida, possibilmente visionaria e, soprattutto, capace di riconoscere i propri limiti. Perché un conto è essere rivoluzionari, un altro è rivoluzionare ogni giorno le proprie rivoluzioni. E per chi non riuscisse più a distinguere l’una dall’altra, resta sempre Il Travaso delle idee. Con una raccomandazione, naturalmente: prima di applaudire il prossimo colpo di genio, controllare che non sia semplicemente il precedente, travasato in un recipiente nuovo. Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix

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Tra pubblico e privato, il confine è sottile

Sigfrido Ranucci prepara gli scatoloni dopo vent’anni a Report: una vicenda che invita alla prudenza, senza processi anticipati né indulgenze di comodo.   Finis coronat opus. La fine corona l’opera. Almeno secondo il celebre motto latino, perché nella vita non sempre il finale coincide con il giudizio definitivo su ciò che lo ha preceduto. Tutto ciò che ha un inizio, prima o poi, incontra una conclusione. Ma chiudere una storia non significa necessariamente archiviarne il significato, né tantomeno stabilire, con un colpo di penna, chi abbia avuto ragione e chi torto. A volte, la fine di un percorso è soltanto l’inizio di un altro. Altre volte, lascia dietro di sé interrogativi ai quali sarebbe imprudente rispondere troppo in fretta. È in questa prospettiva che si può osservare l’uscita di scena di Sigfrido Ranucci da Report, la trasmissione d’inchiesta della Rai che ha guidato per circa vent’anni. «Finisce una storia durata vent’anni. Raccolgo i ricordi che mi hanno accompagnato in circa 500 puntate di Report», ha scritto il giornalista sui social, accompagnando le parole con un video nel quale prepara gli scatoloni e ripone i ricordi della sua lunga permanenza in redazione. Sullo sfondo, quasi a stemperare la malinconia del momento, L-O-V-E, nella voce inconfondibile di Nat King Cole. Una colonna sonora elegante, niente da dire. Del resto, anche gli addii professionali meritano una certa cura della regia. E se la vita, talvolta, si diverte a sorprenderci, almeno lasciamole scegliere una buona musica. Ma dietro gli scatoloni rimane una questione che va oltre il destino professionale di un singolo giornalista: dove finisce la libertà della persona e dove comincia la responsabilità di chi esercita una funzione pubblica? La vicenda che ha riportato all’attenzione pubblica il nome di Walter Lavitola e i suoi rapporti con Sigfrido Ranucci invita a una riflessione improntata alla prudenza. In assenza di elementi definitivamente accertati, sarebbe improprio trarre conclusioni affrettate o attribuire a relazioni personali significati che spetta agli accertamenti chiarire, ove necessario. Resta, tuttavia, una questione più generale: per chi opera nell’informazione pubblica, la trasparenza e l’attenzione ai possibili conflitti d’interesse sono componenti essenziali della credibilità professionale. Un principio che vale sempre, senza trasformare la frequentazione di una persona in una presunzione di responsabilità e senza confondere il legittimo approfondimento giornalistico con il giudizio anticipato. La distinzione tra pubblico e privato, del resto, non è un’invenzione dei nostri tempi. Norberto Bobbio ne ha approfondito il significato nel pensiero politico e giuridico, mostrando quanto questa dicotomia sia fondamentale per comprendere l’organizzazione della società. Da una parte, ciò che riguarda la collettività; dall’altra, ciò che appartiene all’individuo, alla famiglia e alle relazioni personali. Una separazione necessaria, ma non sempre facile da mantenere. I due ambiti si incontrano, si sovrappongono e talvolta si condizionano reciprocamente. Non occorre essere filosofi per accorgersene: basta osservare quanto rapidamente una vicenda privata possa diventare argomento di discussione pubblica quando riguarda chi ricopre un incarico di responsabilità. E qui entra in gioco il servizio pubblico radiotelevisivo. Chi lavora nell’informazione non è tenuto a vivere sotto una campana di vetro, né deve chiedere un’autorizzazione per ogni amicizia. Tuttavia, soprattutto quando si occupa di inchieste, deve considerare che la fiducia del pubblico costituisce parte essenziale del proprio patrimonio professionale. Non basta essere indipendenti: è importante anche non offrire, per leggerezza o imprudenza, motivi ragionevoli per dubitare della propria indipendenza. La percezione non sostituisce le prove, ma può influire sulla credibilità. E recuperare quest’ultima, quando viene compromessa, è spesso assai più difficile che perderla. Naturalmente, il principio vale per tutti, non soltanto per i giornalisti. Amministratori pubblici, magistrati, dirigenti, professionisti e rappresentanti delle istituzioni si trovano, ciascuno secondo le proprie responsabilità, davanti a una medesima esigenza: evitare che i legami personali interferiscano con i doveri del proprio ruolo. O, almeno, che possano ragionevolmente apparire in conflitto con essi. Perché la vita privata merita rispetto, ma non può diventare uno scudo universale; allo stesso modo, la funzione pubblica comporta doveri, ma non autorizza a mettere sotto processo ogni aspetto dell’esistenza di chi la esercita. Quanto al futuro di Ranucci, la conclusione di una lunga esperienza non implica necessariamente la fine di una carriera. Si è parlato di possibili nuovi incarichi in Rai, compresa una vicedirezione o una corrispondenza dal Cairo. Se e quali opportunità si concretizzeranno, lo diranno i fatti. Dopo vent’anni e centinaia di puntate, una nuova destinazione potrebbe rappresentare un cambiamento significativo, non necessariamente un epilogo. Anche per questo sarebbe prematuro decretare, oggi, che la storia di Report sotto la sua guida sia cominciata o terminata male. Un bilancio serio dovrebbe considerare il lavoro svolto, i risultati, le eventuali criticità e gli elementi che emergeranno dalla vicenda, senza lasciarsi guidare né dalla simpatia né dall’antipatia. In fondo, il problema non è scegliere tra l’uomo e il personaggio, tra l’amico e il professionista, tra la sfera privata e quella pubblica. È riconoscere che una stessa persona può appartenere a entrambe, ma che ciascuna sfera impone regole e responsabilità differenti. Forse è proprio qui che si annida l’equivoco più comune: confondere la libertà di vivere come si desidera con la libertà di ignorare le conseguenze delle proprie scelte. La prima è un diritto; la seconda, quando si ricopre un ruolo pubblico, è una pretesa assai meno difendibile. E così, mentre Ranucci sistema i suoi ricordi negli scatoloni, rimane una lezione che non riguarda soltanto lui. La vita privata non deve essere sacrificata sull’altare della curiosità pubblica, ma neppure può essere invocata per sottrarsi a ogni domanda legittima. Tra questi due estremi si trova il terreno, meno spettacolare ma più solido, della responsabilità. Il sorriso finale? Gli scatoloni, prima o poi, si chiudono. I giudizi, invece, farebbero bene ad aspettare che si chiudano anche gli accertamenti. Perché, se finis coronat opus, è altrettanto vero che, prima di incoronare un’opera o condannarla, conviene almeno averne letto l’ultimo capitolo. E possibilmente senza saltare le pagine scomode. Giuseppe Arnò   * Foto by Canva remix

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Il sindaco, Colombo e il dovere di rappresentare tutti

A New York il dissenso storico non dovrebbe diventare una distanza istituzionale: amministrare significa servire l’intera comunità, non soltanto la parte che ci somiglia. Pare che gli americani abbiano sviluppato una particolare inclinazione per le novità, anche quando queste presentano qualche costo imprevisto. John Updike ci invita a riflettere su questo tratto della loro società. E New York, metropoli abituata a sorprendere il mondo, offre oggi un nuovo spunto di discussione: il rapporto fra le convinzioni personali di un amministratore e i doveri che accompagnano la sua carica. Il protagonista è Zohran Mamdani, nuovo inquilino di City Hall, che non ha mai nascosto le proprie riserve sulla figura di Cristoforo Colombo, considerato da lui soprattutto come simbolo della colonizzazione e delle sofferenze inflitte alle popolazioni indigene. Una lettura storica che appartiene a un dibattito legittimo, per quanto tutt’altro che pacificato. Il problema, tuttavia, non è stabilire se Colombo meriti un monumento, una revisione critica o una pagina più severa nei libri di storia. È capire se il dissenso nei confronti di un personaggio storico debba necessariamente tradursi in una presa di distanza da una comunità che, attorno a quel personaggio, ha costruito una parte significativa della propria memoria collettiva. Nel giugno 2020, quando era ancora un deputato dell’Assemblea dello Stato di New York, Mamdani pubblicò sui social una fotografia nella quale rivolgeva il dito medio alla statua di Colombo ad Astoria, nel Queens, accompagnandola con due parole inequivocabili: «Take it down», ovvero «Tiratela giù». Un gesto che, al di là delle intenzioni, difficilmente si presta a essere interpretato come un esempio di diplomazia istituzionale. Oggi la polemica si è riaccesa con la sua assenza dalla tradizionale parata del Columbus Day sulla Fifth Avenue, manifestazione che celebra il patrimonio culturale e il contributo degli italoamericani alla società statunitense. Una scelta che ha suscitato malumori nella comunità italiana, già contrariata dall’esclusione di Little Italy da una mappa cittadina dedicata ai quartieri degli immigrati. Non sono mancate le critiche, mentre il sindaco ha diffuso un messaggio per l’Italian American Heritage Month, riconoscendo il contributo degli immigrati italiani alla crescita di New York. Un gesto apprezzabile, ma che non ha dissipato le perplessità di tutti. Il presidente Donald Trump ha a sua volta manifestato il proprio sostegno alla celebrazione di Colombo e al valore simbolico che essa conserva per molti italoamericani. Il confronto, dunque, non riguarda soltanto una statua o una sfilata: tocca il modo in cui una città riconosce le proprie diverse componenti e concilia interpretazioni storiche talvolta inconciliabili. Ed è proprio qui che si misura la differenza fra un’opinione personale e una responsabilità pubblica. Un cittadino, naturalmente, è libero di contestare Colombo, di giudicarlo severamente e persino di chiedere che i suoi monumenti vengano rimossi. La libertà di espressione non deve dipendere dal consenso altrui. Ma chi assume la guida di una grande città eredita anche un compito ulteriore: rappresentare cittadini che non condividono necessariamente le sue idee, le sue priorità o la sua visione della storia. Un sindaco non è chiamato a partecipare a ogni manifestazione, né a sottoscrivere ogni simbolo che essa celebra. Può dissentire, spiegare le proprie ragioni e persino declinare un invito. Ma dovrebbe saper distinguere fra l’omaggio a un navigatore controverso e il riconoscimento dovuto a generazioni di italiani che hanno lavorato, costruito famiglie, affrontato discriminazioni e contribuito alla prosperità della città. La parata, insomma, non è un esame di ammissione al club degli ammiratori di Colombo. È anche una celebrazione di una comunità e della sua storia. Confondere i due piani rischia di trasformare una divergenza culturale in una distanza istituzionale. E un amministratore accorto dovrebbe sapere che si può discutere persino animatamente del passato senza mortificare chi, nel presente, chiede soltanto di vedere riconosciuta la propria identità. Il buon governo, del resto, non si misura dalla capacità di compiacere i propri sostenitori, ma da quella di occuparsi anche di chi non ci ha votato. La faziosità può procurare applausi nella propria tribuna; l’imparzialità, invece, richiede la pazienza meno spettacolare di ascoltare tutti. È un esercizio che non garantisce sempre consenso immediato, ma distingue la responsabilità amministrativa dalla semplice testimonianza ideologica. Perché una città non appartiene al sindaco, così come la sua storia non appartiene a una sola interpretazione. Appartiene a chi la abita, a chi l’ha costruita e a chi continua, ogni giorno, a renderla viva. Governarla significa tenere insieme queste differenze, non scegliere quali meritino di essere ascoltate. E poi, panta rei: tutto scorre, le stagioni politiche passano, gli amministratori cambiano e gli elettori, talvolta, cambiano umore con una rapidità che farebbe invidia al clima di Manhattan. Resta però la memoria delle parole e dei gesti, che non sempre segue il calendario delle elezioni. A questo proposito, torna alla mente una riflessione attribuita a Publio Cornelio Tacito: gli uomini sono più pronti a ricambiare un torto che un favore, perché la gratitudine pesa, mentre la vendetta procura piacere. Una massima che invita alla prudenza, soprattutto a chi dispone di una carica pubblica e dovrebbe conoscere il valore della misura. L’italianità non ha bisogno che tutti venerino Colombo, né che ogni sindaco sfili con il tricolore. Chiede soltanto che il proprio contributo non venga confuso con le colpe, vere o presunte, di un personaggio vissuto cinque secoli fa. In fondo, per amministrare una città non occorre amare tutti allo stesso modo: basta rispettarli tutti con la stessa serietà. E, per un sindaco, questa è forse la scoperta più importante da fare. Non serve attraversare l’Atlantico per arrivarci. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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La morte non è giustizia. Ma la giustizia non sia un alibi

Dalla pena capitale all’ergastolo: il difficile equilibrio tra il diritto alla vita, la sicurezza collettiva e la memoria delle vittime Da quando l’uomo ha cominciato a darsi delle leggi, ha anche trovato il modo di punire chi le trasgredisce. E, spesso, di farlo con una fantasia che sarebbe stata meglio impiegata in altre attività. Il Codice di Hammurabi, risalente al XVIII secolo avanti Cristo, contemplava già la pena capitale per numerosi reati. Poi vennero i Greci, i Romani, il Medioevo e i suoi supplizi: crocifissioni, roghi, impalamenti, squartamenti e altre manifestazioni di una civiltà che, quanto a inventiva, non si faceva mancare nulla. La morte di Giovanna d’Arco, consegnata alla storia anche dalla pittura, rimane uno dei simboli più eloquenti di quella giustizia che, in nome della verità, poteva arrivare a bruciare persino una coscienza. La pena capitale nacque e si consolidò come punizione, vendetta e strumento di difesa sociale. Si pensava che eliminare il colpevole significasse eliminare il pericolo e che l’esempio, possibilmente terribile, avrebbe dissuaso gli altri dal commettere analoghi delitti. Una logica semplice, quasi geometrica: togliere di mezzo il criminale e presentare il conto alla criminalità. Peccato che la natura umana sia meno geometrica di quanto piaccia ai legislatori. Beccaria e il coraggio di dubitare Fu nel Settecento illuminista che il pensiero di Cesare Beccaria, con Dei delitti e delle pene del 1764, mise seriamente in discussione la legittimità e l’utilità della pena di morte. Nel 1786 il Granducato di Toscana, sotto Pietro Leopoldo, divenne il primo Stato ad abolirla in modo organico in età moderna. Da allora il cammino abolizionista ha compiuto progressi considerevoli. Secondo Amnesty International, la maggioranza degli Stati del mondo ha ormai abolito la pena capitale per legge o ha cessato di applicarla nella pratica. In Italia essa è incompatibile con l’ordinamento costituzionale. Le ragioni sono note: la vita non dovrebbe essere nella disponibilità dello Stato; un errore giudiziario, una volta eseguita la condanna, non può essere riparato; inoltre, non esistono prove conclusive che la pena capitale costituisca un deterrente più efficace di una pena detentiva severa e certa. Sono argomenti robusti. Eppure, se la discussione fosse così semplice, non tornerebbe periodicamente a infiammare le coscienze e i parlamenti. Perché una cosa è discutere della pena capitale in astratto, magari seduti comodamente dalla parte giusta della storia; altra cosa è guardare negli occhi chi ha perduto un figlio, un coniuge o un genitore per mano di un assassino che ha agito con lucida premeditazione. È qui che le certezze cominciano a perdere qualche bottone. Il criminale, la vittima e lo Stato Prendiamo il caso di Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito statunitense, responsabile della strage di Fort Hood, in Texas, il 5 novembre 2009. Nell’attacco morirono tredici persone e trentadue furono oggetto di tentati omicidi, secondo i capi d’imputazione per i quali Hasan fu riconosciuto colpevole. Nel 2013 venne condannato a morte da una corte marziale. Non occorre indulgere in particolari macabri per comprendere la gravità del caso. Tredici vite spezzate, altre persone ferite, famiglie segnate per sempre. E un responsabile che, secondo la sentenza, aveva commesso delitti premeditati. La domanda è inevitabile: che cosa deve fare una società civile davanti a una simile atrocità? La risposta più immediata è: applicare la legge. Ma quale legge, e con quale finalità? Se lo Stato uccide il colpevole, dimostra che il delitto merita una condanna estrema. Non dimostra necessariamente che quella condanna sia la più giusta, né che impedisca altre stragi. Se invece lo Stato rinuncia alla morte, deve spiegare come intenda proteggere la collettività da chi abbia dimostrato una pericolosità eccezionale. Non basta, infatti, dichiararsi contrari alla pena capitale. Bisogna anche dire che cosa si propone al suo posto. La misericordia è una virtù; la sicurezza pubblica è un dovere. Confonderle può essere pericoloso quanto ignorarle entrambe. La vita dietro le sbarre: redenzione o illusione? L’ergastolo viene indicato come alternativa alla pena di morte. Ma anche qui le domande non mancano. Il carcere può davvero redimere chi ha commesso delitti efferati? Può trasformare un assassino in una persona diversa, restituendogli coscienza, responsabilità e rispetto per la vita altrui? E, soprattutto, come si distingue una redenzione autentica da una recita ben preparata in vista della libertà? Non sarebbe ragionevole sostenere che nessuno possa cambiare. La storia umana conosce conversioni sincere, ravvedimenti profondi e persone che hanno saputo riconoscere il male commesso. Ma sarebbe altrettanto imprudente trasformare questa possibilità in una presunzione universale. Il fatto che un detenuto abbia scontato molti anni, abbia mantenuto una condotta disciplinata o abbia imparato a esprimersi con maggiore sensibilità non dimostra, da solo, che non costituisca più un pericolo. E allora? Dobbiamo credere nella possibilità del recupero oppure arrenderci all’idea che certi uomini siano irrecuperabili? Forse la risposta più onesta è che non possiamo saperlo sempre. E proprio per questo una decisione tanto grave non dovrebbe dipendere né dall’ottimismo di maniera né dalla disperazione vendicativa. La pena deve essere certa, proporzionata e rispettosa della dignità umana. La protezione della società, però, non può essere sacrificata sull’altare di un generico desiderio di offrire a tutti una seconda possibilità, indipendentemente dalle circostanze. Una possibilità di cambiamento non è un certificato di innocuità. La terza via: nessuna esecuzione, nessuna indulgenza automatica Ecco, dunque, una possibile impostazione. Abolire la pena di morte, senza riserve, ma accompagnare l’abolizione con un sistema detentivo capace di affrontare davvero i crimini più gravi. Per gli omicidi plurimi premeditati, le stragi e gli altri delitti eccezionali definiti dalla legge, la pena potrebbe essere l’ergastolo, con una custodia rigorosa e senza liberazioni automatiche fondate soltanto sul trascorrere del tempo o su una buona condotta formale. Nessun premio dovuto per anzianità di servizio, insomma: il carcere non è un programma fedeltà. La possibilità di riesame dovrebbe tuttavia rimanere effettiva, affidata a un’autorità indipendente, sulla base di criteri severi e verificabili: evoluzione personale, assunzione di responsabilità, valutazione individuale del rischio e considerazione della sicurezza pubblica. Non una porta aperta per obbligo, ma neppure una porta murata per principio. Perché anche l’ergastolo

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Est modus in rebus

Quando il buonismo europeo rischia di confondere l’accoglienza con la cessione di sovranità di Giuseppe Arnò C’è un antico proverbio latino che, ogni tanto, varrebbe la pena rispolverare: est modus in rebus. In tutte le cose ci vuole una misura. Anche nella tolleranza, persino nell’accoglienza e, data venia, perfino nel buonismo. Perché quando la tolleranza arriva al punto di non distinguere più tra integrazione e costruzione di ordinamenti paralleli, qualche domanda diventa lecita. E non necessariamente perché a porla sia un nostalgico delle Crociate. La notizia arrivata oggi dal Veneto è, sotto questo profilo, quantomeno singolare. A Padova è stata segnalata l’esistenza di una Camera Arbitrale Islamica Italiana, che si presenta pubblicamente come organismo destinato a risolvere controversie secondo principi della Sharia e definisce il proprio organo arbitrale come “Tribunale Sciaraitico”. Sulla sua effettiva natura e sulla compatibilità della sua attività con l’ordinamento italiano è stato presentato un esposto alla Procura. E qui conviene mettere da parte per un momento la polemica politica e aprire il codice della Costituzione. L’articolo 101 è piuttosto chiaro: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. L’articolo 102 aggiunge che la funzione giurisdizionale è esercitata dai magistrati ordinari e che non possono essere istituiti giudici straordinari o speciali. Dunque, una cosa è un gruppo di persone che, volontariamente e nell’ambito consentito dalla legge, ricorre a un arbitrato privato per cercare una composizione di una controversia; altra cosa sarebbe l’esistenza di una giurisdizione parallela, capace di sostituire la legge della Repubblica con norme religiose proprie. La differenza non è un dettaglio da azzeccagarbugli: è precisamente la differenza tra una libertà religiosa pienamente tutelabile e la pretesa di costruire, dentro uno Stato, un secondo sistema normativo. E qui il nostro proverbio latino torna prepotentemente d’attualità. Perché accogliere chi arriva da un’altra cultura significa rispettarne la persona, la fede, le tradizioni e la libertà di culto. Non significa, però, consegnargli un pezzo dell’ordinamento nazionale affinché possa amministrarlo secondo regole differenti. La Costituzione italiana, del resto, non è un menu à la carte dal quale ciascuno può scegliere le norme che preferisce. E non è soltanto l’Italia a offrire materia di riflessione. In Germania, all’Università di Münster, il piano di risparmio dell’ateneo prevede la soppressione di quattro delle 22 cattedre della Facoltà teologica cattolica entro il 2031. Contemporaneamente, la nuova Facoltà di Teologia islamica, istituita quest’anno, è stata esclusa dai tagli e si prepara a partire con otto professori. Naturalmente, sarebbe scorretto trasformare una decisione di bilancio universitario in una prova di una strategia politico-religiosa. Le due cose non sono automaticamente collegate. Ma è altrettanto legittimo osservare che, agli occhi del cittadino comune, certe coincidenze producono almeno qualche sopracciglio sollevato. E il sopracciglio, in democrazia, è ancora perfettamente legale. Persino in Gran Bretagna, dove da tempo esistono gli Sharia councils, il Governo britannico ha dovuto esaminare il problema della loro compatibilità con il diritto nazionale. La revisione indipendente del 2018 chiarì un punto fondamentale: questi organismi non sono tribunali e non possiedono giurisdizione civile; laddove le loro indicazioni contrastino con la legge britannica, prevale la legge britannica. Insomma, anche nella patria del keep calm qualcuno ha ritenuto opportuno stabilire dove finisce la libertà religiosa e dove comincia la sovranità dello Stato. Non è dunque questione di essere contro l’Islam, contro i musulmani o contro chiunque abbia una fede diversa dalla nostra. Sarebbe una semplificazione tanto ingiusta quanto inutile. La questione è un’altra: uno Stato democratico può essere pluralista senza diventare plurigiuridico. E dovrebbe forse ricordarselo soprattutto l’Europa, che negli ultimi decenni ha sviluppato una forma di pudore quasi patologico nel difendere se stessa. Talvolta sembra che dichiarare con fermezza i propri principi venga considerato più sconveniente che chiedere scusa per averli. Così, mentre noi ci affanniamo a dimostrare quanto siamo aperti, tolleranti, inclusivi e rispettosi di ogni diversità, sarebbe forse opportuno ricordare che una società può accogliere molte culture senza rinunciare alla propria struttura giuridica. Altrimenti si corre il rischio di scambiare l’integrazione con la progressiva frammentazione della società in comunità separate, ciascuna con i propri riferimenti, le proprie regole e, magari domani, le proprie pretese. E questo non sarebbe multiculturalismo: sarebbe semplicemente un modo assai elegante di smontare pezzo per pezzo l’idea stessa di cittadinanza comune. Perché rispettare l’ospite è una virtù. Permettergli di stabilire le regole della casa è un’altra faccenda. La famosa frase attribuita a Denise Bombardier — secondo cui “solo coloro che vi rispettano vi amano; gli altri vogliono soltanto abusare di voi” — può forse essere discussa nella sua formulazione, ma contiene una provocazione che merita di essere meditata: l’ospitalità, per essere davvero tale, non può trasformarsi nella rinuncia del padrone di casa alle proprie regole. Non abbiamo bisogno di guerre di religione. Abbiamo bisogno di leggi uguali per tutti, libertà religiosa per tutti e rispetto reciproco. E soprattutto di un’Europa capace di distinguere la tolleranza dalla resa, l’integrazione dall’entrismo e il dialogo dalla rinuncia preventiva a dire ciò in cui crede. Altrimenti, continuando a togliere un mattone qua, una certezza là e una regola altrove, potremmo ritrovarci un bel giorno a scoprire che la casa è ancora nostra soltanto perché conserviamo le chiavi. E sarebbe davvero un peccato dover chiedere il permesso per entrare. Con il dovuto rispetto, naturalmente. E magari anche in punta di piedi: non si sa mai che qualcuno, nel frattempo, abbia cambiato il regolamento condominiale. * Foto by Bing

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San Francesco, i milioni e la livella

Dalla moltiplicazione dei compensi alla divisione dei rischi: quando la salute ricorda al denaro che non è tutto Avevamo appena scritto della crescente sproporzione tra i compensi di alcuni grandi professionisti, manager e artisti e le condizioni di chi, con ben altro affanno, arriva a fine mese. Una voce nel deserto, verrebbe da dire. O, per restare in tema francescano, una predica fatta al vento. Poi arriva la notizia, riportata da Il Giornale, di 1,1 milioni di euro di riserve distribuiti in due anni dalla Melampo, società cinematografica legata all’attività di Roberto Benigni. Una cifra che, accostata alle parole di povertà e semplicità francescana, invita discretamente a qualche riflessione aritmetica. Niente di personale, naturalmente. Le qualità artistiche dell’attore toscano sono indiscutibili e gli auguriamo molti altri anni di successi. Se una televisione ritiene che una determinata prestazione artistica valga una certa cifra e dispone delle risorse per pagarla, è nel suo pieno diritto farlo. Resta però una curiosità, forse ingenua, certamente francescana: quanto è costato lo spettacolo alla Rai? Il dato, al momento, non risulta pubblico. E sarebbe interessante conoscerlo, anche soltanto per quella vecchia abitudine borghese chiamata trasparenza, soprattutto quando si tratta di una televisione finanziata dal pubblico. La serata ha riproposto Francesco – Il Cantico, già trasmesso nel 2022. Una scelta coerente con l’occasione e con il talento dell’interprete. Ma proprio qui il pensiero diventa birichino: ascoltare parole di povertà, semplicità e rinuncia mentre intorno circolano cifre a molti zeri può produrre, nel telespettatore, una certa forma di vertigine aritmetica. Non chiediamo a nessuno di fare voto di povertà. Quello lo lasciamo ai santi. Ci permettiamo soltanto di coltivare un piccolo desiderio: che una parte del compenso, se particolarmente generoso, possa essere destinata alla beneficenza, magari proprio nello spirito di Francesco evocato durante la serata. Sarebbe un bel modo per trasformare il Cantico in qualcosa di più di una magistrale recitazione. Perché, alla fine, la questione non è una singola persona. La questione è il valore che attribuiamo alle cose. Quanto siamo disposti a pagare il talento, quanto siamo disposti a tollerare la disuguaglianza e, soprattutto, quanto siamo capaci di investire in ciò che appartiene a tutti. Ed è qui che il discorso sui compensi si incrocia, quasi inevitabilmente, con quello sulla salute pubblica. Mentre ci interroghiamo su milioni distribuiti a pochi, arrivano notizie inquietanti su possibili casi di peste collegati a un laboratorio in Siberia, con una ricercatrice morta e persone sottoposte a quarantena. Le informazioni sono ancora da verificare con grande prudenza e non autorizzano certo a parlare di una nuova pandemia. Ma proprio per questo dovrebbero indurci a una riflessione, non a un allarme. Perché una società può permettersi di discutere per giorni su quanto valga una celebrità, ma non può permettersi di distrarsi quando è in gioco il valore della salute di tutti. E qui i due mondi, apparentemente lontanissimi, si incontrano. Da una parte abbiamo la ricchezza privata, che tende a concentrarsi e a moltiplicarsi. Dall’altra abbiamo la salute pubblica, che invece è un bene comune e che, se trascurato, presenta il conto a tutti. La prima può creare distanze; la seconda, nelle emergenze, le cancella brutalmente. È la vecchia livella di Totò, insomma, ma applicata alla biologia: davanti a un virus o a un batterio non contano il conto corrente, il cachet, il titolo professionale o la fama. Ricchi e poveri respirano la stessa aria e condividono la stessa vulnerabilità. E allora forse la domanda più importante non è soltanto quanto guadagniamo o quanto spendiamo per uno spettacolo. È che cosa scegliamo di considerare una priorità collettiva. Parlare di maggiore equità nella distribuzione della ricchezza e chiedere più attenzione alla salute pubblica non sono due discorsi separati. Sono due facce della stessa idea: una società è davvero ricca quando riesce a garantire dignità, opportunità e protezione a molti, non quando pochi possono contare molti milioni. San Francesco, probabilmente, avrebbe apprezzato la distinzione. E forse avrebbe sorriso anche lui davanti al paradosso: noi discutiamo del prezzo di un Cantico, mentre la realtà ci ricorda che alcune cose,  la salute, la vita, la sicurezza di una comunità, non hanno prezzo, ma hanno certamente un costo. La domanda è se siamo disposti a sostenerlo prima che sia troppo tardi. Buona colazione. E, possibilmente, buon senso. Giuseppe Arnò

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