Malpensa, la coerenza e gli occhiali neutri

Un aeroporto intitolato a Berlusconi, un altro a Jobim: quando la memoria può essere anche apolitica. E quando una “mal pensata” diventa, per ironia della sorte, una scelta perfettamente coerente. «In politica, la coerenza è mancanza di fantasia.» Roberto Gervaso E meno male che Silvio c’è. Scusateci, non per partito preso, ve lo assicuriamo, ma questa volta vien proprio voglia di dirlo. Si è fatta una grande cagnara sull’intitolazione dell’aeroporto di Malpensa a Silvio Berlusconi, buonanima, e che il cielo lo abbia in gloria. La cerimonia ufficiale, con l’apposizione della targa all’ingresso della stazione ferroviaria del Terminal 1, ha riacceso inevitabilmente anche le polemiche che avevano accompagnato la decisione, poi confermata dal TAR della Lombardia. Presenti, fra gli altri, il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro Matteo Salvini e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto con un videomessaggio da New York, ha definito l’intitolazione «una scelta molto felice», ricordando il segno lasciato da Berlusconi nella politica italiana e internazionale. Salvini ha invece insistito sul carattere non partitico della decisione, definendola un riconoscimento della realtà. Marina Berlusconi, naturalmente, ha espresso il proprio orgoglio. E non poteva essere diversamente. Ora, se vogliamo essere coerenti con i fatti e non partigiani per principio, bisogna riconoscere che il Cavaliere — così ci piace ancora chiamarlo — ha lasciato un solco difficilmente cancellabile nell’imprenditoria, nello sport, nella politica e, perché no, persino nel costume italiano. Nel bene e nel male. Non tutto di lui è condivisibile? Certamente. Ma chi, nella storia, può pretendere il contrario? E qui ci fermiamo, perché non stiamo celebrando un santo. Ci viene soltanto in mente quel passo evangelico: «Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra». E, conoscendo le nostre abitudini, sarebbe prudente controllare prima le dimensioni dei sassi. Qui finisce la cronaca. Comincia la riflessione. La nuova denominazione ha inevitabilmente riaperto il dibattito politico. Ed è proprio qui che, modestamente, ci piacerebbe cambiare occhiali. Giuseppe Sala, sindaco di Milano, aveva espresso la propria contrarietà all’intitolazione e ha spiegato la propria assenza alla cerimonia dicendo: «Sono un uomo coerente e cerco di ricordarmene ogni giorno». Ha preferito presenziare a Inveruno, dove ha inaugurato una piazza dedicata a Piersanti Mattarella. Nulla da eccepire: dissentire è legittimo, così come è legittimo manifestare pubblicamente il proprio dissenso. Ci sfugge soltanto, data venia, dove cominci e dove finisca, in questo caso, la famosa coerenza. Nella scelta di essere contrario all’intitolazione? Nella perseveranza nel ribadirlo? Oppure nel fatto di rimanere fedele a una posizione già assunta? Domanda retorica, naturalmente. La differenza di vedute, anche in politica, è normale e va rispettata. Ma tra dissentire da una decisione e trasformare il dissenso in una sorta di questione nazionale c’è una bella differenza. E soprattutto c’è una cosa che talvolta sembra sfuggire: non tutto deve necessariamente essere letto con le lenti della politica. Un aeroporto può essere anche soltanto un aeroporto. Prendiamo Rio de Janeiro. Il principale aeroporto internazionale della città porta il nome di Antonio Carlos Jobim, uno dei grandi protagonisti della musica brasiliana e autore, tra l’altro, di pagine che hanno fatto conoscere il Brasile nel mondo. Nessuno, per questo, pensa necessariamente a una guerra tra partiti. È un omaggio. Come possono esserlo tanti altri nomi attribuiti a strade, piazze, teatri, stazioni e aeroporti. Allora perché non potrebbe esserlo anche quello di Berlusconi? Si può essere stati suoi avversari politici, si può averne criticato le scelte, si possono avere opinioni diametralmente opposte. Tutto legittimo. Ma riconoscere che una persona abbia inciso profondamente nella storia contemporanea del proprio Paese non significa necessariamente aderire alle sue idee. È una distinzione semplice. Talmente semplice che, a volte, sembra diventare complicata. E poi c’è Malpensa. Qui arriva il dettaglio che ci perdoneranno, speriamo, anche i linguisti e gli storici. Il toponimo Malpensa viene tradizionalmente collegato alla presenza, nell’area, di una cascina e di terreni poco salubri e difficili da coltivare, tanto da meritarsi l’antico appellativo dialettale Mal pensàa: una cosa, appunto, mal pensata. E allora permetteteci un sorriso. Sir Francis Bacon ci ricorda che «la coerenza è il fondamento della virtù». Se Sala si definisce, legittimamente, un uomo coerente e se l’intitolazione a Berlusconi viene considerata da alcuni una scelta mal pensata, ecco che la vicenda assume una curiosa piega semantica. Perché, alla fine, potrebbe essere proprio la coerenza a portarci alla conclusione opposta. Una scelta mal pensata? Forse. Ma, curiosamente, sempre dentro Malpensa. E qui la geografia viene in soccorso della filosofia. Noi, per parte nostra, preferiamo gli occhiali neutri: quelli che permettono di guardare un nome per quello che rappresenta, senza pretendere che ogni targa inauguri automaticamente una guerra ideologica. Berlusconi è stato una figura controversa, divisiva e certamente non unanimemente condivisa. Ma è stato anche una figura di enorme rilievo nella storia italiana contemporanea. Jobim appartiene alla musica. Berlusconi a una stagione dell’imprenditoria, dello sport, della comunicazione e della politica italiana. Due mondi diversi. Un principio identico: la memoria pubblica non coincide necessariamente con l’adesione politica. E, se proprio vogliamo chiudere con un pizzico di sale e pepe, diciamo così: se questa intitolazione è stata una mal pensata, almeno ha avuto il buon gusto di scegliere il posto giusto. Malpensa. Giuseppe Arnò *  

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Un po’ d’ordine, per carità!

Il disordine sarà pure creativo, ma quando diventa sistema rischiamo di scambiarlo per civiltà. E qualche regola, ogni tanto, non ha mai fatto male a nessuno Giuseppe Arnò Si sostiene che il disordine sia madre della creatività, dell’immaginazione, dell’invenzione. Sarà. Probabilmente molte grandi idee sono nate in stanze dove i libri erano per terra, le carte sul tavolo e le calze spaiate sulla sedia. Ma c’è un particolare non trascurabile: il disordine, quando esce dalla stanza dell’artista e invade la società, smette abbastanza rapidamente di essere creativo e comincia a diventare semplicemente caos. L’ordine, invece, gode oggi di una reputazione piuttosto curiosa. È rigido, artificioso, antiquato. In certi ambienti, persino sospetto. Pronunciare la parola “regola” sembra ormai sufficiente per far comparire qualcuno con un trattato di sociologia sotto il braccio, pronto a spiegarci che, in fondo, tutto è relativo. Anche il semaforo, se potesse parlare, avrebbe probabilmente bisogno di un consulente. Eppure l’ordine è alla base di ogni convivenza civile. Senza ordine non c’è traffico, ma ingorgo; non c’è libertà, ma arbitrio; non c’è pluralismo, ma una specie di grande condominio nel quale tutti parlano contemporaneamente e nessuno ascolta nessuno. Gli antichi, che qualche volta avevano il buon gusto di dire cose semplici, lo avevano riassunto così: “Ubi ordo, ibi pax et decor. Ubi pax et decor, ibi laetitia”. Dove c’è ordine, ci sono pace e decoro; dove ci sono pace e decoro, c’è letizia. Non sarà una formula magica, ma almeno non promette la felicità eterna. Si accontenta di cominciare dal corridoio di casa. La virtù, naturalmente, sta nel mezzo. Non abbiamo bisogno di trasformare il Paese in una caserma, ma neppure di convincerci che ogni regola sia un attentato alla libertà. Un pizzico d’ordine è come il sale in una pietanza: non deve diventare il piatto, ma senza di esso il piatto può risultare decisamente insipido. E allora, perché non cominciare da una cosa per volta? Il recente provvedimento sulla scuola offre qualche esempio concreto. Il Consiglio dei ministri ha approvato misure che riguardano, tra l’altro, la composizione delle classi, la conoscenza della lingua italiana, il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto e l’insegnamento opzionale del latino nella scuola secondaria di primo grado. Su queste disposizioni si può naturalmente discutere. Anzi, si deve discutere. Ma sarebbe curioso se ogni tentativo di mettere un minimo di ordine venisse immediatamente trasformato nell’ennesima guerra ideologica. Perché una scuola deve innanzitutto essere una scuola. Chi la frequenta deve poter essere riconosciuto; chi vive e studia in Italia deve avere la possibilità concreta di conoscere la lingua italiana; la formazione non dovrebbe produrre comunità separate che condividono soltanto il cancello d’ingresso. E persino il latino, dopo essere stato dato per morto e sepolto almeno una dozzina di volte, sembra intenzionato a tornare a far visita ai nostri ragazzi. Non sarà la restaurazione dell’Impero romano. Al massimo, qualche declinazione. Il punto, però, è più generale. Integrare non significa mettere tutti nello stesso stampino. Significa trovare regole comuni entro le quali possano convivere persone diverse per origine, cultura, religione e tradizioni. Una società aperta non è una società senza porte. È una società che sa quali porte tenere aperte e quali regole chiedere a chi le attraversa. Da qualche tempo, invece, sembriamo affetti da una curiosa malattia nazionale: abbiamo paura delle regole, ma ci lamentiamo continuamente quando nessuno le rispetta. È un po’ come pretendere che il traffico funzioni abolendo i semafori. E guai a dirlo troppo forte: qualcuno potrebbe accusarci di nostalgia per il Medioevo. Il problema riguarda molto più della scuola. Riguarda il nostro quotidiano: le regole che non vengono rispettate, quelle che cambiano continuamente, quelle che nessuno fa rispettare e quelle che vengono applicate con tale fantasia da sembrare scritte apposta per complicare la vita a chi tenta di osservarle. Religioni diverse, lingue diverse, costumi diversi, nuove comunità, nuove generazioni: tutto questo può essere una ricchezza. Diventa però Babele quando manca un linguaggio comune. E il linguaggio comune di una società civile non può essere soltanto quello della tolleranza. Deve essere anche quello della responsabilità, del rispetto e delle regole. Non serve il pugno di ferro. Serve, più modestamente, la mano ferma. E soprattutto serve liberarsi dai preconcetti. Una misura non diventa buona perché la propone la propria parte, né cattiva perché arriva dalla parte opposta. Va giudicata per ciò che dispone, per come viene applicata e per gli effetti che produce. Sembra quasi un’idea rivoluzionaria. In realtà è soltanto buon senso. O, se preferiamo, quella forma di intelligenza pratica che un tempo non aveva nemmeno bisogno di un convegno per essere spiegata. Perché non tutto ciò che è vecchio è superato e non tutto ciò che è nuovo è progresso. Talvolta una regola di buon senso è semplicemente una regola di buon senso, indipendentemente dall’anno in cui è stata concepita e dal partito che l’ha proposta. E forse è proprio qui che dovremmo ricominciare: meno pregiudizi e più giudizio; meno slogan e più sostanza; meno caos elevato a principio e un po’ più di ordine elevato a strumento. Una cosa per volta. Non pretendiamo di rimettere in ordine il mondo intero: sarebbe già un’ambizione eccessiva per un’umanità che spesso non riesce a mettere in ordine nemmeno il proprio cassetto delle posate. Ma possiamo cominciare. Con una regola rispettata, una parola mantenuta, una convivenza resa un po’ più civile. E magari, alla fine, scopriremo che “si stava meglio quando si stava peggio” non era poi una grande filosofia: era soltanto il modo malinconico con cui i nostri nonni confessavano che, almeno, sapevano dove mettere le cose. Quanto al pane e cipolla, lasciamolo pure alla nostalgia. Purché, per una volta, la cipolla sia nel posto giusto. * Foto by Canva  remix

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Libera Chiesa in libero Stato

Tra pulpito e Parlamento c’è di mezzo una porta. E, possibilmente, sarebbe buona educazione bussare. «Libera Chiesa in libero Stato». Una frase che avrebbe meritato di essere incisa non soltanto nei libri di storia, ma anche, ogni tanto, sulla porta d’ingresso delle istituzioni. La formula, resa celebre da Camillo Benso di Cavour nel marzo del 1861, riassumeva una concezione precisa: libertà della Chiesa e libertà dello Stato, ciascuno nella propria sfera di autonomia. Cavour la inseriva nella soluzione della delicatissima questione romana e sosteneva la piena libertà della Chiesa nell’esercizio della sua missione spirituale, senza confondere il potere religioso con quello temporale. Un principio semplice, almeno sulla carta. Come spesso accade alle cose semplici, complicatissimo da applicare. Perché la Chiesa ha pieno diritto di parlare alla società, di esprimere giudizi morali, di indicare valori, di richiamare i fedeli, e non soltanto loro, alla solidarietà, alla carità, alla dignità della persona. E lo Stato, dal canto suo, non dovrebbe mai pensare di poter dettare alla coscienza dei cittadini ciò che devono credere. Il problema nasce quando i rispettivi confini diventano talmente elastici da sembrare un elastico per mutande. In questi giorni il dibattito sulla scuola ha riportato in primo piano proprio questa antica questione. Il governo sta lavorando a misure che riguardano, tra l’altro, il numero degli studenti stranieri nelle classi, l’apprendimento dell’italiano e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici. Il ministro Giuseppe Valditara ha insistito in particolare sulla conoscenza della lingua italiana come condizione fondamentale per l’integrazione e il successo scolastico. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi, aprendo il Consiglio permanente della CEI, ha richiamato il valore di una scuola inclusiva, sostenendo che la questione educativa «tocca il cuore della nostra convivenza». Parole legittime, naturalmente. E anche condivisibili nella loro parte generale: una scuola deve educare, integrare, insegnare e non trasformarsi in una fabbrica di esclusioni. Ma proprio qui sta il punto. Una cosa è intervenire nel dibattito pubblico; altra cosa è pretendere che la propria visione diventi automaticamente criterio di governo. La prima è libertà di parola. La seconda appartiene alla politica, al Parlamento, al Governo e, quando necessario, alla magistratura. Ognuno con le proprie competenze e con i propri inevitabili mal di testa. Non è necessario essere anticlericali per pensarlo. E non è necessario essere clericali per riconoscerlo. La Chiesa può ricordare allo Stato che dietro ogni norma ci sono persone. Lo Stato può ricordare alla Chiesa che dietro ogni norma ci sono anche competenze istituzionali. È il famoso principio della separazione dei poteri, che non dovrebbe diventare meno importante soltanto perché uno dei poteri porta la porpora e l’altro la cravatta. D’altra parte, siamo un Paese nel quale si discute di separazione delle carriere dei magistrati, di separazioni coniugali, di separazione dei rifiuti e, con crescente entusiasmo, persino di separazione delle tillandsie. Possibile che nessuno trovi il tempo per ricordare anche la separazione, rispettosa, civile e reciproca, tra Stato e Chiesa? Non si tratta di mettere il silenziatore alla religione. Al contrario. Una Chiesa libera è una Chiesa che non ha bisogno del potere politico per affermare la propria autorevolezza. E uno Stato libero è uno Stato che non ha bisogno della benedizione ecclesiastica per approvare una legge. Il Vangelo, del resto, non ha bisogno di emendamenti parlamentari. E il Codice civile, per quanto possa essere austero, non richiede un’omelia domenicale. C’è poi una questione di metodo. Quando la politica entra nel terreno della fede, rischia di trasformare la religione in uno strumento di consenso. Quando la religione entra troppo direttamente nel terreno della politica, rischia invece di trasformare la predicazione in una forma di militanza. Alla fine nessuno ci guadagna: né la politica, né la Chiesa, né soprattutto i cittadini. Per questo sarebbe utile riscoprire una vecchia regola di bon ton istituzionale: si può parlare di tutto, ma non necessariamente decidere su tutto. La Chiesa predichi il Vangelo. Lo Stato faccia le leggi. La scuola insegni. La famiglia educhi. La magistratura giudichi. E i cittadini, possibilmente, pensino con la propria testa. Sembra quasi rivoluzionario. Eppure era già scritto, in sostanza, nel lontano 1861. «Libera Chiesa in libero Stato». Non «libera Chiesa nello Stato quando le conviene», né «libero Stato purché ascolti la Chiesa». Semplicemente: liberi entrambi, ciascuno nel proprio campo. E quando capita di incontrarsi sulla linea di confine, un po’ di buona educazione non guasta: un saluto, una stretta di mano e, soprattutto, niente invasioni di campo. Anche perché, nel calcio come nella vita istituzionale, quando tutti corrono dietro allo stesso pallone, alla fine nessuno ricorda più chi doveva giocare in porta. E, parafrasando Rocco Arcuri, resta soltanto una modesta preghiera: «Lasciateci lavorare». Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Le pietre dell’insoddisfazione

Quando protestare diventa un mestiere e il cittadino, alla fine, non sa più per chi indignarsi «Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre». Correva il 1967 quando Gian Pieretti e Ricky Gianco consegnavano a Sanremo, attraverso la voce di Pieretti e Antoine, una delle più fortunate fotografie musicali dell’eterno scontento italiano. Pietre arrivò ottava al Festival, ma la sua morale avrebbe meritato una classifica ben più duratura: qualunque cosa tu faccia, qualcuno troverà sempre un buon motivo per tirarti una pietra. Sessant’anni dopo, le pietre sono ancora lì. Sono soltanto diventate più sofisticate: comunicati stampa, conferenze, talk-show, post sui social, titoli indignati e qualche indispensabile «vergogna!» da distribuire con generosità. Il problema non è che si protesti. In democrazia, protestare è non soltanto lecito, ma indispensabile. Il problema nasce quando la protesta diventa la risposta automatica a qualunque cosa accada. Si può essere buoni e ricevere pietre; cattivi e ricevere pietre; fare una cosa giusta e ricevere pietre; farne una sbagliata e riceverne altre ancora. A quel punto non siamo più davanti alla critica: siamo davanti a una professione. L’insoddisfazione, del resto, ha una sua nobile funzione. Come osserva Fabrizio Caramagna, il suo pregio è rompere gli equilibri; il difetto è che spesso non spiega come ricrearli. Ed è precisamente qui che comincia il problema della politica. Prendiamo il bollo automobilistico. Il Consiglio dei ministri ha approvato per il 2027 l’esenzione per un veicolo di proprietà delle persone fisiche, entro determinati limiti di potenza, e per i motocicli secondo le condizioni previste dal provvedimento. Il Governo dichiara inoltre di voler rendere strutturale la misura con la prossima legge di bilancio. Una buona notizia? Non necessariamente. Secondo alcuni, sarebbe soltanto una mossa pre-elettorale; secondo altri, una misura destinata a creare problemi di copertura o di bilancio. Sono obiezioni legittime, naturalmente. Ma sarebbe interessante, insieme alla pietra, vedere comparire anche il progetto alternativo: se non va bene così, come dovrebbe essere fatto? Perché l’opposizione non nasce per dire soltanto «no». Nasce per dire: «No, e vi spiego perché. E soprattutto vi spiego che cosa farei al posto vostro». Altrimenti il cittadino rimane lì, con il portafoglio in una mano e la pietra nell’altra, senza capire bene a chi dovrebbe consegnarla. Anche sui carburanti la discussione segue spesso lo stesso copione. I prezzi restano pesanti — il 12 settembre la benzina self-service aveva raggiunto in media 2,10 euro al litro e il diesel 2,208 — ma il Corriere della Sera, citando dati dell’Osservatorio del ministero e dell’Adusbef, rilevava che l’aumento del diesel rispetto al periodo precedente la guerra era stato del 26%, contro il 30% medio nell’Unione europea. Il dato non rende economico il pieno. Ci mancherebbe. Ma suggerisce almeno che la realtà è un po’ più complicata dello slogan. E qui torniamo alle nostre pietre. Il cittadino non pretende miracoli. Vorrebbe semplicemente che, accanto alla denuncia del problema, comparisse qualche soluzione. Vorrebbe sapere non soltanto quanto tutto faccia schifo, ma anche come dovrebbe essere fatto bene. Perché lamentarsi del maltempo è alla portata di tutti; costruire un tetto è un’altra faccenda. La politica contemporanea sembra invece affezionata alla prima occupazione. E così, lentamente, il cittadino si allontana. Non perché abbia improvvisamente scoperto una superiore filosofia politica, ma perché si è stancato del teatro. Destra, sinistra, centro: cambiano le etichette, cambiano i protagonisti, cambiano le accuse. Ma il copione conserva spesso una sorprendente fedeltà a se stesso. Il cittadino ascolta, si indigna, aspetta, riascolta e alla fine cambia canale. È forse questa la vera vittoria dell’insoddisfazione: non convince più nessuno, nemmeno chi dovrebbe beneficiarne. E mentre la politica nazionale consuma energie nel combattimento quotidiano, il mondo continua tranquillamente a complicarsi. L’Europa discute con gli Stati Uniti, il Canada cerca nuovi spazi di cooperazione con l’Unione europea e Donald Trump minaccia conseguenze commerciali nel caso in cui l’avvicinamento venga considerato ostile. La geopolitica non aspetta che i nostri talk-show abbiano terminato la puntata. Ma anche su questo terreno, inevitabilmente, arrivano le pietre. Qualcuno propone una soluzione: è sbagliata. Qualcuno ne propone un’altra: è peggiore. Qualcuno non propone nulla: è incapace. A questo punto viene quasi da domandarsi se il vero programma politico non sia diventato semplicemente quello di avere sempre qualcosa contro. «Non c’è pace tra gli ulivi», verrebbe da dire, ricordando il film di Giuseppe De Santis. Solo che questa volta non c’è il pastore Francesco, né Antonio a portargli via il gregge e la fidanzata. Ci sono soltanto cittadini che vorrebbero vivere un po’ più tranquilli e una politica che continua a discutere su chi abbia il diritto di lanciare la prossima pietra. E allora torna in mente Totò: «Ogni limite ha una pazienza». Il cittadino, infatti, potrebbe averne raggiunto uno. Non è diventato né di destra né di sinistra. Non è diventato improvvisamente qualunquista. È semplicemente stanco. Stanco delle promesse miracolose, delle indignazioni a comando, delle opposizioni a prescindere e, soprattutto, di una politica che troppo spesso confonde la demolizione dell’avversario con la costruzione del bene comune. Forse è questa la ragione più seria del progressivo distacco dalle urne: non necessariamente l’indifferenza verso la politica, ma la crescente sfiducia nella sua capacità di offrire risposte. E qui c’è un paradosso. Quando tutti tirano pietre, alla fine nessuno costruisce la casa. E forse il cittadino, stanco di riceverle, ha semplicemente deciso di togliersi dal mucchio. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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L’agonia dell’etica

Quando l’interesse personale diventa la bussola, persino Ippocrate potrebbe chiedere indicazioni Il mondo, si dice, non è più quello di una volta. E forse non è soltanto una malinconica constatazione da conversazione tra amici. Basta osservare, con un minimo di attenzione, il modo in cui cambiano i rapporti fra individuo, dovere e responsabilità per accorgersi che qualcosa, lentamente, sembra essersi allentato. Ognuno per sé e Dio per tutti. Con una piccola variante contemporanea: a Dio lasciamo volentieri il compito di occuparsi degli altri, mentre noi ci concentriamo sul nostro benessere. Del resto, anche l’egoismo psicologico offre una spiegazione apparentemente razionale: dietro ogni comportamento umano, persino quello che appare altruistico, potrebbe nascondersi un interesse personale. Una gratificazione, un senso di appagamento, l’autorealizzazione, la soddisfazione di aver fatto ciò che riteniamo giusto. Una teoria rispettabile, naturalmente. Ma, se applicata senza misura, rischia di diventare un comodo lasciapassare: se ogni azione nasce da un interesse, allora tutto diventa interesse e, di conseguenza, quasi nulla merita più di essere chiamato dovere. È proprio qui che la questione si fa interessante. Una recente vicenda giudiziaria ha riportato l’attenzione su questo tema. Nell’ambito di un’inchiesta sono state effettuate perquisizioni in numerosi studi medici di diverse città italiane, in relazione all’ipotesi di certificazioni mediche non veritiere che, secondo quanto prospettato dagli investigatori, avrebbero potuto essere utilizzate per impedire o ostacolare la permanenza di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per i rimpatri. Ma fermiamoci qui. Le indagini sono indagini, le ipotesi sono ipotesi e gli accertamenti giudiziari spettano alla magistratura. Una perquisizione non è una sentenza e un’attività investigativa non equivale all’accertamento di una responsabilità. Saranno gli organi competenti, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, a stabilire che cosa sia realmente accaduto. Salvis juribus, dunque, e senza trasformare una notizia di cronaca in una condanna anticipata. Ma proprio perché il fatto deve rimanere sul terreno che gli compete, possiamo permetterci di guardare oltre il fatto stesso. E domandarci che cosa accadrebbe se, in qualunque professione, il dovere venisse subordinato a una finalità estranea alla funzione che si è scelto di svolgere. È qui che entra in scena l’etica. Ippocrate, più di duemila anni fa, faceva promettere al medico di regolare la propria condotta per il bene del malato e di astenersi dal recare danno e offesa. Non era precisamente un contratto moderno, corredato da clausole, eccezioni e possibilità di interpretazione creativa. Era un impegno morale prima ancora che professionale. Naturalmente nessuno pretende di trasferire nel XXI secolo, alla lettera, un giuramento nato nell’antichità. Ma il principio che lo sostiene conserva una sua disarmante attualità: chi esercita una professione alla quale la società affida una particolare responsabilità non dovrebbe dimenticare la natura di quella responsabilità nel momento in cui prende una decisione. E questo non riguarda soltanto i medici. Riguarda il magistrato, l’avvocato, il giornalista, il funzionario pubblico, l’insegnante e, in generale, chiunque eserciti una funzione nella quale la collettività ripone una quota di fiducia. Il problema nasce quando il dovere professionale rischia di diventare negoziabile e la coscienza viene chiamata a giustificare ciò che la convenienza suggerisce. Non stiamo dicendo che l’essere umano debba essere un santo. Anzi. Sarebbe pretendere troppo. È perfettamente naturale che chi compie una buona azione possa trarne soddisfazione. L’altruismo assolutamente disinteressato è materia sulla quale filosofi e psicologi discutono da secoli. Ma esiste una differenza non proprio trascurabile tra provare soddisfazione nel compiere il proprio dovere e modificare il proprio dovere per ottenere soddisfazione. Nel primo caso l’interesse personale accompagna l’etica. Nel secondo, rischia di sostituirla. Ed è questo il punto. Perché quando una società comincia a considerare ogni comportamento soltanto in funzione dell’utilità individuale, anche il concetto di responsabilità perde progressivamente consistenza. Il dovere diventa opinabile, la regola diventa elastica, il principio viene sottoposto alla convenienza. E alla fine può accadere qualcosa di assai curioso: non è più la coscienza a giudicare le nostre azioni, ma sono le nostre azioni a cercarsi una coscienza su misura. Una sorta di sartoria morale, nella quale ciascuno può ordinare il proprio principio con le misure che preferisce. A quel punto persino Apollo potrebbe avere qualche perplessità. E Ippocrate, affacciandosi dopo più di duemila anni, potrebbe domandare se nel frattempo qualcuno abbia aggiunto al suo giuramento una postilla che lui, evidentemente, aveva dimenticato di firmare. La questione, allora, non è di destra o di sinistra. Non è favorevole o contraria ai rimpatri. Non riguarda italiani o stranieri. E neppure pretende di esprimere giudizi su persone coinvolte in un procedimento ancora da definire e non colpevoli sino a che non sia provato il contrario.  Riguarda qualcosa di molto più generale: che cosa rimane di una professione, di un incarico e persino della convivenza civile quando il proprio interesse diventa il criterio ultimo delle decisioni? L’etica serve, in fondo, proprio a ricordarci che non tutto ciò che possiamo fare è anche ciò che dovremmo fare. E forse la sua crisi non comincia quando qualcuno compie una grande trasgressione. Comincia molto prima, quando lentamente ci abituiamo a considerare normale che ogni principio possa essere adattato alle circostanze, purché la circostanza ci faccia comodo. Siamo davvero arrivati all’agonia dell’etica? Forse no. Ma qualche linea del tracciato merita di essere osservata con attenzione. Jorge Luis Borges, con il suo consueto disincanto condito da una sorprendente fiducia nell’uomo, immaginava persino che l’etica potesse essere una scienza scomparsa dal mondo. Poi aggiungeva, con un piccolo soffio di ottimismo: «Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta». Speriamo che non sia necessario. E soprattutto speriamo che, quando verrà il momento, non si debba ristampare il Giuramento di Ippocrate con una nuova clausola finale: «Secondo convenienza, salve diverse esigenze personali». Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Il giorno in cui il pensiero unico cominciò a fare acqua

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico: quando il buon senso torna a farsi sentire «C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico…» Prendiamo in prestito da Giovanni Pascoli i primi versi de L’Aquilone. Non per arbitrio poetico, ma perché talvolta la poesia, con qualche decennio di anticipo, riesce a dire ciò che la cronaca si limita a suggerire. E qualcosa, effettivamente, sembra muoversi. Non siamo ancora alla demolizione del pensiero unico, intendiamoci. Sarebbe prematuro e, soprattutto, troppo comodo dirlo. Ma qualche crepa comincia a vedersi nel muro dell’omologazione culturale che, per anni, ha fatto passare per indiscutibili idee, parole d’ordine e comportamenti che avrebbero meritato, almeno, il beneficio del dubbio. Una crepa, per esempio, si è aperta persino dentro il recinto del woke. Negli Stati Uniti, Alexandria Ocasio-Cortez ha definito «crazy» il cosiddetto Woke 1.0, dando vita a un dibattito sulla necessità di rivederne linguaggi e approcci. Non significa che il fenomeno sia scomparso, né che tutte le sue istanze siano state archiviate. Significa, più semplicemente, che perfino una parte di chi appartiene a quell’area avverte la necessità di fare i conti con gli eccessi della prima stagione. E quando il dubbio entra nella stanza delle certezze, non è più facile mandarlo fuori. Anche in Italia la parola “woke” ha cominciato a essere agitata nel dibattito politico, spesso mescolata al più familiare “politicamente corretto”. Il risultato, per ora, è piuttosto confuso: più che una vera analisi delle origini e degli sviluppi del fenomeno americano, sembra talvolta una disputa lessicale. Ma anche le dispute lessicali hanno una loro utilità: costringono almeno a discutere di ciò che, fino a ieri, sembrava sconveniente persino nominare. E poi accade qualcosa di ancora più curioso. Michele Santoro, certamente non sospettabile di simpatie per la destra, interviene sul caso Ranucci-Lavitola e usa parole durissime. Non perché si debba necessariamente condividere il suo giudizio, ma perché è significativo che una voce storicamente collocata a sinistra senta il bisogno di porre una questione di principio e di prendere le distanze da un comportamento che ritiene incompatibile con determinati valori. «Imperdonabile», ha detto Santoro, riferendosi al fatto che Ranucci non avrebbe preso le distanze da Lavitola dopo le sue ammissioni sull’attentato. Ecco la novità, forse: non è più sufficiente appartenere alla parte giusta per essere automaticamente dalla parte della ragione. Persino la cronaca giudiziaria, con tutte le cautele che una vicenda ancora in corso impone, sembra ricordarcelo. A Torino il Tribunale del Riesame ha accolto la richiesta della Procura disponendo il carcere per il commesso accusato di violenza sessuale nei confronti di una tredicenne. La decisione è motivata dai rischi individuati dai giudici; non è, naturalmente, una sentenza definitiva sulla responsabilità dell’imputato. Il principio, però, dovrebbe essere semplice: tutela della vittima, garanzie dell’indagato e rispetto delle decisioni della magistratura. Senza tifoserie. Senza il bisogno di trasformare ogni fatto di cronaca in una battaglia ideologica. Anche sul fronte internazionale qualcosa si muove, e questa volta non è una metafora. Il 14 settembre un caccia italiano impegnato nella missione NATO ha abbattuto in Lituania un drone che le autorità hanno ritenuto collegato alla Russia; il velivolo trasportava esplosivo, mentre sull’origine esatta restavano ancora elementi da verificare. Non è il momento delle semplificazioni propagandistiche. È, semmai, il momento della realtà: l’Europa orientale è esposta a una crescente pressione militare e ibrida e la NATO deve dimostrare, con i fatti, la capacità di proteggere il proprio spazio aereo. Per una volta, insomma, non basta parlare di pace nei salotti mentre gli altri controllano i cieli. E persino le buste paga portano qualche notizia meno sconfortante. A settembre sono previste 565 mila nuove entrate programmate dalle imprese italiane, secondo il Bollettino Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro. Non è la soluzione alla questione salariale italiana, naturalmente. Ma almeno è un numero che non appartiene alla categoria delle catastrofi. Poi arriva il Vaticano, con una decisione che possiede una curiosa dose di ironia storica. Papa Leone XIV ha abrogato, dal primo settembre, le misure di contenimento salariale introdotte da Francesco durante la pandemia: tra queste, la riduzione del 10 per cento per i cardinali di Curia, dell’8 per cento per alcuni dirigenti e del 3 per cento per chierici e religiosi, oltre al blocco di alcuni scatti di anzianità. La motivazione ufficiale è altrettanto semplice: quelle misure erano state adottate in un momento eccezionale e oggi possono essere superate, confidando nella sostenibilità economica delle istituzioni vaticane. Insomma, anche il Vaticano scopre che le emergenze, qualche volta, finiscono. Resta naturalmente una domanda terrena: se il sacrificio è stato necessario ieri, chi lo ha pagato davvero e chi, oggi, può permettersi di dimenticarlo? Domanda impertinente, ma non illegittima. E mentre si discute di stipendi, di privilegi e di trasparenza, torna inevitabilmente il tema della Rai. La stessa Rai prevede la pubblicazione dei compensi lordi dei dipendenti che superano determinate soglie, mentre il dibattito recente sui costi delle produzioni e sui compensi dei volti più noti ha riacceso la questione della trasparenza. Nel caso di Report, per esempio, le cifre diffuse dalla stampa sono state contestate dagli stessi interessati, che hanno sostenuto comprendessero anche costi di produzione e delle inchieste. E qui torniamo al punto di partenza. Per anni ci è stato raccontato, con una certa solennità, che alcune domande non erano eleganti, alcune opinioni non erano rispettabili, alcuni dubbi erano sospetti e alcune parole dovevano essere accuratamente pesate sulla bilancia dell’ortodossia. Il risultato è stato paradossale: nel tentativo di costruire una società più sensibile, abbiamo rischiato di costruirne una più conformista. Ma il conformismo ha un difetto strutturale: prima o poi diventa noioso. E quando diventa noioso, la gente ricomincia a pensare. Non necessariamente nella stessa direzione. Non necessariamente contro qualcuno. Semplicemente, pensa. Forse è questa la cosa nuova nel sole. Non il ritorno di una vecchia ideologia al posto di una nuova. Non la sostituzione di un pensiero unico con il suo esatto contrario. Sarebbe soltanto un cambio di padrone, non una conquista di libertà. La vera novità sarebbe molto

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La durata non fa il buon governo

Se governare bene fosse una questione di longevità, la politica italiana avrebbe già meritato qualche medaglia olimpica di Giuseppe Arnò C’è un’opinione, attribuita al politologo Angelo Panebianco e ripresa dal collega Giorgio dell’Arti, che merita rispetto proprio come meritano rispetto tutte le opinioni: quello di essere ascoltate, valutate e, se necessario, anche contestate. La tesi, in estrema sintesi, è suggestiva: i governi che durano poco potrebbero essere quelli che fanno gli interessi dei cittadini e proprio per questo finiscono per disturbare i grandi gruppi economici, i quali avrebbero interesse a provocar­ne la caduta. Al contrario, i governi destinati a durare più a lungo sarebbero quelli capaci di convivere con i poteri economici, ricevendone sostegno in cambio di politiche non necessariamente favorevoli al popolo. Una costruzione logica interessante. Ma pur sempre una costruzione logica. Non una legge della fisica politica. Perché, se la durata di un governo fosse la misura della sua bontà, l’Italia avrebbe davanti a sé un piccolo problema aritmetico. Dal 1948 a oggi si sono succeduti 67 governi, guidati da 29 presidenti del Consiglio. In media, dunque, un esecutivo è rimasto in carica poco più di un anno. E qui si apre una domanda che, con tutto il rispetto per la teoria, qualche sorriso lo strappa: abbiamo avuto 67 buoni governi? Evidentemente no. Così come sarebbe altrettanto arbitrario sostenere il contrario: che ogni governo durato a lungo sia necessariamente cattivo perché, evidentemente, avrebbe trovato il modo di piacere ai poteri forti. La politica, fortunatamente o sfortunatamente, è un po’ più complicata. La durata di un governo può dipendere dalla sua capacità di governare, dalla solidità della maggioranza, dalle condizioni economiche e sociali, dalle emergenze internazionali, dagli equilibri parlamentari, dalla leadership del presidente del Consiglio e da molte altre circostanze. Può essere il risultato di una buona amministrazione, ma anche di un’abile gestione del potere. E, allo stesso modo, un governo può cadere dopo pochi mesi per essere stato incapace, oppure proprio perché ha incontrato ostacoli politici insormontabili. Insomma, la durata misura il tempo. Non necessariamente la qualità. Le eccezioni più evidenti, nella storia repubblicana recente, sono il governo Berlusconi che rimase in carica per un periodo particolarmente lungo e l’attuale governo Meloni, tuttora in funzione. Ma neppure la loro longevità consente, da sola, di emettere una sentenza sulla qualità delle rispettive azioni di governo. Ed è qui che forse conviene tornare agli antichi, che avevano il fastidioso difetto di occuparsi della politica senza conoscere né i talk-show né i sondaggi. Platone, parlando di chi assume responsabilità di governo, indicava due principi essenziali: occuparsi dell’utilità dei cittadini mettendo da parte il proprio interesse personale e avere cura dell’intero organismo dello Stato, senza privilegiare una parte a scapito delle altre. È una concezione del governare assai più esigente della semplice durata. Perché un governo non è buono perché resiste. E non è cattivo perché cade. È buono, semmai, quando riesce a perseguire l’interesse generale; è cattivo quando lo sacrifica, indipendentemente da quanti mesi o quanti anni riesca a rimanere a Palazzo Chigi. Altrimenti dovremmo concludere che la Prima Repubblica, con la sua interminabile girandola di governi, sia stata una straordinaria fabbrica di buoni esecutivi. E che ogni governo longevo abbia necessariamente qualcosa da nascondere. Sarebbe una conclusione comoda. Forse persino elegante. Ma la storia, di solito, è meno accomodante delle teorie. La saggezza antica ci suggerisce, in fondo, una regola molto semplice: non giudicare il governo dal tempo che impiega a restare in piedi, ma da ciò che riesce a fare mentre è in piedi. Quanto alle opinioni, teniamole tutte nella dovuta considerazione. Anche quelle con cui non siamo d’accordo. Poi, come insegnava lo spirito socratico, resta una cosa ancora più difficile: cercare di essere coerenti con ciò che pensiamo. Perché nella politica, come nella vita, avere un’opinione è facile. Avere una ragione per sostenerla è già un’altra cosa. * Foto by Canva remix

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La legge di Murphy governa il mondo

Pochi uomini giocano alla guerra come fosse un torneo, mentre miliardi di persone imparano a convivere con paura, instabilità e portafogli sempre più vuoti. E nessuno sembra avere il coraggio di interrompere la partita. «Se ci sono due o più modi di fare una cosa, e uno di questi modi può condurre a una catastrofe, allora qualcuno la farà in quel modo». È la celebre, e tutt’altro che rassicurante, legge di Murphy. Una battuta diventata filosofia, o forse una profezia, considerato il modo in cui il mondo sta organizzando il proprio futuro. Il Medio Oriente ne offre una dimostrazione quasi esemplare. Da una parte e dall’altra si accumulano armi, alleanze, minacce, rappresaglie e strategie sempre più sofisticate. L’Ucraina non è da meno: anni di bombardamenti, morti e distruzioni hanno prodotto un risultato che ha qualcosa di surreale. Si combatte per vincere, ma lo stallo rimane il vero vincitore. E allora viene spontanea una domanda, tanto semplice quanto imbarazzante: chi sta vincendo? Le parti in causa, naturalmente, hanno tutte una risposta pronta. Ognuna esibisce successi, conquista obiettivi, celebra la propria resistenza e presenta l’avversario come prossimo alla sconfitta. È una curiosa forma di vittoria quella nella quale nessuno riesce a prevalere, ma tutti dichiarano di essere sulla strada giusta. Forse sarebbe più onesto chiamarla con il suo nome: una sconfitta collettiva. Perché le guerre moderne hanno ormai una singolare caratteristica. Non finiscono necessariamente quando qualcuno vince, ma quando tutti hanno consumato abbastanza uomini, denaro, infrastrutture e pazienza da rendere insostenibile continuare. Nel frattempo, però, la vita degli altri, quella della gente comune, diventa una variabile trascurabile. È questa la parte più difficile da accettare. Milioni di persone non vogliono la guerra. Non vogliono vivere con la paura di un missile, di un attacco, di una rappresaglia o di una nuova escalation. Non vogliono che il prezzo dell’energia aumenti, che l’economia rallenti, che i risparmi perdano valore o che il futuro dei propri figli dipenda dall’umore di qualche leader davanti a una mappa militare. Eppure continuano a vivere come se tutto questo fosse inevitabile. È qui che il paradosso diventa quasi comico, se non fosse tragico: pochi uomini decidono di giocare alla guerra e miliardi di persone pagano il biglietto d’ingresso. Si parla continuamente di deterrenza, equilibrio strategico, interessi nazionali, sicurezza, nuovi armamenti e superiorità tecnologica. Espressioni solenni, certamente. Ma dietro queste formule ci sono persone che vorrebbero semplicemente andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, fare la spesa senza calcolare ogni centesimo e tornare a casa senza domandarsi quale sarà la prossima emergenza. La guerra, invece, è diventata una presenza permanente. Cambiano i fronti, cambiano le armi, cambiano gli alleati, cambiano persino le parole utilizzate per raccontarla. Ma la sostanza rimane: l’umanità continua a prepararsi alla pace aumentando la capacità di distruggersi. Una contraddizione che meriterebbe almeno qualche minuto di silenzio. E non basta più osservare che «così va il mondo». È proprio questa rassegnazione ad essere diventata pericolosa. Ci siamo abituati all’eccezionale fino a considerarlo normale. Ci siamo abituati alle guerre, alle minacce, alle sanzioni, alle emergenze, alle crisi energetiche e ai vertici internazionali convocati per preparare il vertice successivo. Nel frattempo, la paura diventa sistema e l’instabilità diventa metodo. La gente lo sa. Lo percepisce. Se ne lamenta. Ma raramente trova la forza di dire che forse è arrivato il momento di cambiare gioco. Non occorre essere pacifisti per capire che una guerra senza vincitori è un fallimento. Non occorre essere strateghi per comprendere che un equilibrio fondato sulla paura rimane, per definizione, un equilibrio precario. E non occorre essere filosofi per domandarsi quanto a lungo una civiltà possa considerare normale vivere sotto la minaccia permanente della catastrofe. Forse il problema non è soltanto chi preme il grilletto. Forse il problema è anche chi, dall’altra parte del mondo, ha smesso di chiedersi perché dovrebbe essere costretto a vivere così. Edward Murphy, almeno, aveva l’alibi dell’ironia. Noi rischiamo di non averne nemmeno quello. Perché se davvero esistono sempre più modi per evitare una catastrofe e continuiamo ostinatamente a scegliere quello che ci avvicina ad essa, allora non è più soltanto la legge di Murphy a governare il mondo. È la nostra rassegnazione. E questa, forse, è la guerra più difficile da vincere. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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Il digiuno amministrato dai sazi

Si spendono milioni con la leggerezza di chi non ha mai dovuto contare gli spiccioli. La povertà viene raccontata, studiata e amministrata da chi non l’ha mai conosciuta. Forse è proprio qui che falliscono molte politiche sociali. La cronaca offre talvolta spunti che valgono più di un editoriale. In Francia si discute dei 27 milioni di euro necessari per la visita di Papa Leone XIV. Una cifra considerevole, certo. Ma il dato, in sé, conta meno della domanda che inevitabilmente suscita: quanto vale una priorità? Con la stessa somma, secondo diverse stime logistiche, si potrebbe garantire un anno di pasti completi a decine di migliaia di persone indigenti. Un semplice esercizio aritmetico, nulla di più. Ogni commento, naturalmente, è superfluo. Il punto, però, non è la visita del Pontefice. Domani potrebbero essere un vertice internazionale, una campagna elettorale, un nuovo palazzo istituzionale o l’ennesima opera pubblica destinata a costare il doppio del previsto. Cambiano i protagonisti; il copione resta lo stesso. Spendere il denaro altrui è forse l’unica attività nella quale l’umanità sembra aver raggiunto la perfezione. Dick Armey osservava, con un sarcasmo difficile da smentire, che a spendere i soldi degli altri sono soprattutto tre categorie: bambini, ladri e politici. Tutti e tre, diceva, hanno bisogno di essere controllati. L’Europa continua a predicare prudenza finanziaria mentre distribuisce risorse con la disinvoltura di chi ogni mattina vince una lotteria. L’Italia, dal canto suo, conserva un primato poco invidiabile: non soltanto stipendi parlamentari tra i più elevati del continente, ma anche il maggiore divario tra la retribuzione media degli eletti e quella dei cittadini che li mantengono. Non è soltanto una distanza economica. È una distanza umana. Non a caso Napoli ci ha regalato uno dei proverbi più intelligenti mai coniati: «Il sazio non crede al digiuno.» Non è un proverbio. È una legge sociale. Chi non ha mai dovuto scegliere se pagare una bolletta o riempire il frigorifero difficilmente comprenderà chi quella scelta la affronta ogni mese. Ecco perché tante riforme nascono con le migliori intenzioni e si spengono al primo contatto con la realtà. La povertà viene studiata, classificata, regolamentata. Raramente capita. Da qui nasce una provocazione che, forse, non è così assurda come sembra. Se gli scioperi fossero guidati da un operaio sottopagato anziché da un professionista del sindacato? Se le politiche economiche venissero elaborate da chi ha conosciuto davvero la precarietà? Se economisti, ministri e consulenti avessero trascorso almeno un anno vivendo con il reddito di chi pretendono di rappresentare? Può sembrare una boutade alla Trilussa. Ma spesso le idee più sensate cominciano proprio come battute. Perché la fame non si comprende leggendo statistiche, e la povertà non si governa dal salotto di un ministero. La si conosce soltanto quando bussa alla propria porta. Il povero continua a eleggere chi gli promette il pane. Il sazio continua a spiegargli come si sopporta la fame. Giuseppe Arnò * Foto: archivio di redazione  

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Non piangete, è l’ora della gioia

Fra tifoserie geopolitiche, atomiche da temere e civiltà da rispettare, il buon giornalismo dovrebbe fare ciò che riesce sempre più difficile: distinguere un popolo da chi lo governa, raccontare i fatti senza trasformare la cronaca in un comizio. di Giuseppe Arnò X X Ci sono domeniche in cui perfino la geopolitica dovrebbe concedersi una tregua. Non per dimenticare ciò che accade, ma per ricordare che il mondo ha bisogno di meno incendiari e di qualche pompiere in più. Nell’agorà digitale, dove le opinioni corrono più veloci dei fatti, capita spesso di assistere a un fenomeno curioso: si finisce per tifare non per la pace, ma per uno dei contendenti. E quando la politica diventa tifo, la realtà si accomoda in panchina. Un caro amico, analista appassionato e persona di indubbia cultura, ricorda giustamente che la Persia è una delle grandi culle della civiltà. Difficile dargli torto. La storia persiana ha regalato all’umanità arte, poesia, filosofia e scienza molto prima che molti Stati moderni vedessero la luce. Ma qui si presenta un piccolo dettaglio. Piccolo solo in apparenza. Una cosa è l’Iran, altra cosa è il regime che lo governa. Confondere le due realtà significa rendere un pessimo servizio proprio a quel popolo che si vorrebbe difendere. Amare la cultura persiana non implica applaudire gli Ayatollah, così come apprezzare la grandezza della Russia non significa condividere ogni scelta del Cremlino, né riconoscere il peso storico degli Stati Uniti obbliga a benedire ogni decisione della Casa Bianca. Le civiltà meritano rispetto. I regimi meritano giudizi. Sono due mestieri diversi. Donald Trump non è mai stato candidato alla beatificazione. Ha i suoi eccessi, le sue provocazioni, le sue decisioni discutibili. Nessuno pretende di dipingerlo come un santo. Ma sarebbe un curioso esercizio di equilibrio morale trasformare, per reazione, il regime iraniano in una specie di Eden terrestre. Lì dove il potere religioso e quello politico coincidono in una miscela che lascia ben poco spazio alle libertà individuali. La vera tragedia è che i primi a pagare il prezzo di tutto questo sono proprio gli iraniani. Per questo sarebbe opportuno evitare di trasformare ogni conflitto in una gara fra buoni assoluti e cattivi assoluti. La storia, purtroppo, è molto meno cinematografica. Esiste poi un particolare che dovrebbe togliere il sonno perfino ai più romantici osservatori della geopolitica. L’atomica. La vecchia canzone diceva che “la donna è il pericolo numero uno”. I tempi cambiano. Oggi il pericolo numero uno non porta la gonna ma una testata nucleare. Ed è difficile immaginare prospettive rassicuranti se un’arma del genere finisse nelle mani di un regime teocratico che considera spesso il compromesso una forma di debolezza. Qui il giornalismo dovrebbe fermarsi un momento. Respirare. E ricordare il proprio mestiere. Non alimentare il fuoco con parole incendiarie. Raccontare. Verificare. Contestualizzare. Perché le cronache apocalittiche fanno audience, ma raramente aiutano a capire. La pace non nasce da un comunicato infuocato né da una tifoseria internazionale. Nasce quando qualcuno conserva ancora il coraggio di essere obiettivo. Persino quando l’obiettività costa qualche applauso in meno. Nel frattempo, concediamoci almeno una parentesi diversa. Oggi si gioca una finale mondiale di calcio. Lì sì che è bello tifare. Che vinca il migliore, onore alla seconda classificata e un applauso sincero anche alla terza: nello sport, almeno, il podio non divide il mondo in nemici permanenti. E forse, in questa domenica, vale la pena ricordare l’invito di Papa Giovanni XXIII: «Non piangete, è l’ora della gioia.» Non era un invito all’incoscienza. Era un richiamo alla speranza. Che, di questi tempi, è una virtù rivoluzionaria. X “Il giornalista non è un trombettiere di guerra né un suonatore di violino per la pace. È uno che, possibilmente, racconta i fatti senza innamorarsi delle bandiere.”Montanelli, probabilmente, l’avrebbe scritto così. O, se non proprio così, certamente con un sorriso più pungente del nostro. *  

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