La libertà non si rimborsa alla cassa

Da Stasi a Zuncheddu, il prezzo dell’errore giudiziario e quella strana abitudine di pesare la libertà come le zucchine al mercato “Chi rompe paga”, insegnavano le nonne con severità notarile e mestolo in mano. Era una regola semplice, comprensibile persino ai bambini e, miracolo italiano, più chiara di molte sentenze. Poi però arriva il diritto moderno, con le sue formule, le sue cautele, le sue liturgie televisive, e scopriamo che se lo Stato ti rompe la vita, la libertà, la reputazione, gli anni migliori, può sempre compilare un assegno. Come il carrozziere dopo una sportellata. Nei telegiornali si discute in queste ore del caso di Alberto Stasi. Se un giorno fosse dichiarato innocente per l’omicidio di Chiara Poggi, avrebbe diritto a un indennizzo milionario per i diciassette anni trascorsi in carcere. Quattro milioni, dicono. Una cifra enorme. O forse ridicola. Dipende da cosa si stia comprando. Perché il punto è tutto lì: la libertà non è un’automobile incidentata. Non è un appartamento da ristrutturare. Non è un vaso Ming precipitato dal balcone della burocrazia. La libertà è l’unico bene senza equivalente. Montesquieu, che non frequentava talk show ma capiva ugualmente il mondo, sosteneva che la libertà fosse il bene che permette di godere di tutti gli altri. Senza di essa, il resto è arredamento. E allora viene spontaneo domandarsi: esiste davvero una tariffa per gli anni perduti? Quanto vale una giovinezza consumata dietro le sbarre? Quanto costa l’umiliazione pubblica? Quanto vale sentirsi chiamare assassino per quasi vent’anni? Il tariffario ministeriale non lo dice. Forse perché non esiste una moneta capace di cambiare il tempo già vissuto. Naturalmente nessuno pensa che i giudici siano aguzzini in toga o personaggi usciti da un romanzo gotico russo. L’errore umano esiste, e la giustizia, essendo amministrata dagli uomini, inciampa come tutte le opere umane. Ma il problema nasce quando l’errore diventa “fisiologico”, parola elegante che in Italia usiamo spesso per trasformare le tragedie in prassi amministrative. È stato detto, con sorprendente serenità accademica, che qualche innocente in carcere sia inevitabile. Una frase pronunciata con lo stesso tono con cui si accetta la grandine sulle automobili o il traffico in tangenziale. Peccato che qui non si ammaccano paraurti: si distruggono esistenze. Il caso di Beniamino Zuncheddu resta lì come un macigno sulla scrivania della Repubblica. Trentatré anni in carcere da innocente. Trentatré. Un tempo sufficiente per nascere, laurearsi, sposarsi, invecchiare e magari diventare nonni. Lui, invece, li ha trascorsi in una cella. E quando finalmente è arrivata l’assoluzione, il mondo fuori era già cambiato due o tre volte. La satira, davanti a casi simili, cammina in punta di piedi. Però una domanda la si può fare: se un privato cittadino sequestra una persona, finisce sotto processo per sequestro di persona; se invece un innocente perde decenni per un errore giudiziario, allora si parla di “malagiustizia”, parola astratta, quasi meteorologica, come una perturbazione atlantica. Nessun colpevole, nessun responsabile, solo una nebbia burocratica calata sulla vita di qualcuno. Eppure la libertà non dovrebbe essere amministrata con la leggerezza di una pratica catastale. La bilancia della giustizia pesa destini, non cassette di orate al mercato del pesce. Il principio “meglio un colpevole fuori che un innocente dentro” oggi suona quasi sovversivo. Disturba. Irrita. Fa perdere share. L’opinione pubblica preferisce il mostro subito, la condanna rapida, la gogna ben illuminata. Poi, semmai, arriverà l’assoluzione. In fondo, basta aspettare qualche decennio. E qui sta il paradosso più moderno di tutti: gli uomini combattono per la libertà e poi, con zelo commovente, costruiscono sistemi capaci di portargliela via da soli. Leggi su leggi, procedure su procedure, emergenze permanenti, sospetti elevati a metodo. Sempre per il nostro bene, naturalmente. È la forma più elegante del paternalismo: ti tolgo la libertà affinché tu possa sentirti protetto mentre la perdi. Montanelli avrebbe probabilmente concluso con una smorfia ironica e una sigaretta accesa a metà. Perché il vero problema non è che la giustizia sbagli, succederà sempre, ma che si rischi di considerare normale l’errore irreparabile. Una società civile si riconosce non da come punisce i colpevoli, ma da quanto teme di colpire gli innocenti. E quando uno Stato arriva a stabilire il prezzo di diciassette o trentatré anni rubati, significa che almeno una cosa l’ha già smarrita: il senso sacro della libertà. Giuseppe Arnò * Immagine è di pubblico dominio. Fonte: www.bop.gov/locations/film/

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Sovrani per un giorno (di domenica elettorale)

Dalla Costituzione alla cabina elettorale: viaggio semiserio nel regno dove il popolo comanda… purché non disturbi C’è un luogo, almeno sulla carta, in cui il cittadino regna. Non un regno qualsiasi, ma uno di quelli moderni, senza corona né scettro: la Repubblica democratica. Lì, ci raccontano, la sovranità appartiene al popolo. E già qui, il lettore avveduto comincia a guardarsi intorno, come chi sente nominare un parente ricco mai visto. La formula è solenne, scolpita nell’articolo 1: “la sovranità appartiene al popolo”. Subito dopo, però, arriva il codicillo, discreto ma decisivo,: “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Tradotto dal burocratese al volgare: il popolo è sovrano, ma con moderazione. Del resto, la storia italiana è maestra di compromessi eleganti. Dallo Statuto Albertino, dove il Re governava “per grazia di Dio”, si è passati a una più democratica coabitazione con la “volontà della Nazione”. Poi, con la Repubblica, il popolo ha finalmente preso il posto del sovrano. O meglio: ne ha preso il titolo. Perché, a ben vedere, questo popolo sovrano somiglia molto a quei nobili decaduti che conservano lo stemma ma non il palazzo. Vota, sì. Ogni tanto firma un referendum. In casi eroici, presenta persino una petizione. Ma poi? Poi torna a casa, mentre altri amministrano la sua sovranità con zelo variabile. E qui affiora il sospetto, maligno ma tenace, che la celebre battuta del Marchese del Grillo non sia solo teatro, ma una forma di filosofia politica sintetica: “Io so’ io e voi non siete un cazzo.” Non elegante, ma sorprendentemente aderente a certe dinamiche. Se il popolo fosse davvero sovrano, verrebbe da pensare, certe decisioni non passerebbero con tanta disinvoltura. Guerre impopolari, leggi indigeste, pasticci amministrativi degni di una commedia dell’arte: tutto scorre, mentre il sovrano osserva, spesso perplesso, talvolta rassegnato. Qualcuno dirà: ma il popolo ha votato. Certo. Ha votato come si firma un assegno in bianco: con fiducia iniziale e pentimento progressivo. Una volta delegato il potere, il cittadino scopre che il telecomando della sovranità non prevede il tasto “revoca immediata”. Al massimo, quello “riprovare tra cinque anni”. E così la partecipazione popolare si riduce a una liturgia civile: file ordinate, schede piegate, urne sigillate. Un rito rispettabile, per carità, ma con effetti spesso simili a quelli delle previsioni del tempo: consultate con attenzione e regolarmente smentite dai fatti. Nel frattempo, si continua a evocare la sovranità del popolo come una formula magica, buona per ogni discorso ufficiale. Una di quelle espressioni che riempiono la bocca e svuotano, talvolta, il contenuto. Un po’ come “interesse generale”: tutti lo citano, pochi lo riconoscono. E allora la domanda resta, sospesa come una promessa elettorale: il popolo è davvero sovrano, o è un figurante ben vestito nella rappresentazione della democrazia? Forse la risposta non è così brutale come quella del Marchese, ma nemmeno così edificante come i manuali di diritto costituzionale. Sta in una via di mezzo, dove il cittadino conta, certo, ma non troppo, decide, a volte, ma non sempre, e soprattutto delega, quasi tutto. Il resto lo fanno i professionisti della sovranità. E il popolo? Il popolo, sovrano, attende la prossima incoronazione. In cabina elettorale, naturalmente. Dove per qualche minuto torna re, salvo poi, uscendo, rimettere la corona nel guardaroba delle buone intenzioni. Perché in fondo, più che un potere, la sovranità popolare somiglia a un titolo onorifico: non costa nulla, non impegna troppo e fa sempre una certa figura. Giuseppe Arnò * Foto by Canva (mixage)

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Cuccagna all´italiana

Debitori in fuga, toghe in cattedra e un’Europa che (forse) si sveglia  Il Paese di Cuccagna, nei secoli, era il regno dell’abbondanza: prosciutti che pendevano dagli alberi, fiumi di latte e miele, ozio elevato a sistema politico. L’Italia ha deciso di aggiornarne la versione: meno miele, più carte bollate; meno prosciutti, più sentenze. Il benessere langue, l’abbondanza invece prospera, soprattutto di decisioni giudiziarie creative. L’ultimo capitolo arriva dal Tribunale di Bologna, dove si è stabilito che un trentenne bengalese, fuggito dal suo Paese per un debito di circa 10.000 euro, non possa essere espulso perché, tornando in patria, rischierebbe “violenze anche gravi” e “trattamenti degradanti”. Ora, ragionando con il candore che ci resta: chi scappa lasciando un debito, in quale latitudine viene accolto con banda musicale e petali di rosa? La morale universale, prima ancora della giurisprudenza, suggerisce che i creditori non organizzino sagre in onore dei morosi. Eppure da noi il principio si rovescia: il rischio di un trattamento poco affettuoso diventa lasciapassare permanente. Che pacchia, direbbe qualcuno con eccesso di franchezza. Siamo così al consueto braccio di ferro: toghe contro politica migratoria. Un classico della nostra Cuccagna istituzionale, dove l’abbondanza non è di pane ma di conflitti di competenza. Restando in ambito giudiziario, scalpelleremmo volentieri su marmo anche le parole del procuratore Nicola Gratteri, oggi a Napoli: al referendum sulla Giustizia, ha detto, per il “no” voteranno le persone perbene; per il “sì” indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere. Dichiarazione che, più che commenti, richiede un silenzio assorto. Quando il commento si fa bandiera, la Cuccagna smette di essere favola e diventa spettacolo. Eppure, dall’altro lato della medaglia, qualche lampo d’oro non manca: alle Olimpiadi l’inno risuona, le medaglie brillano, e per qualche ora il Paese ricorda di saper correre, saltare e vincere senza bisogno di ricorsi. Lì sì che l’abbondanza è sana, e il piacere condiviso. Intanto, in Europa, qualcosa si muove. Al ritiro dei leader in Belgio, Mario Draghi e Enrico Letta hanno lanciato l’allarme: “È urgente agire, non c’è più tempo”. Il mercato unico come risposta ai venti protezionistici che soffiano da oltre Atlantico. Parole serie, tono grave, finalmente qualche scossa a un continente che spesso confonde la prudenza con il torpore. Che sia la volta buona? O la buona volta? Nel frattempo, la nostra Cuccagna resta un luogo curioso: dove il debitore diventa perseguitato, il magistrato tribuno, il politico spettatore e l’Europa sonnambula. La Cuccagna diverte. Purché non si chieda chi paga il biglietto. Giuseppe Arnò

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Tra il sì che pesa e il no che rassicura

Giustizia in stallo, guerre infinite e qualche medaglia a consolarci: il mondo va male, ma almeno corre veloce sui pattini   x Le due parole più brevi e più antiche, sì e no, sono anche quelle che richiedono maggiore riflessione, ammoniva Pitagora. Aveva ragione: oggi sono diventate bandiere, slogan, trincee. Il sì presidia il campo della riforma della Giustizia, il no lo difende con la fierezza di chi teme che cambiare significhi perdere qualcosa, anche quando non è chiaro cosa. Le ricerche di mercato, nuovo oracolo di Delfi, dicono che il sì è in vantaggio. La logica giuridica, quella asettica e non correntista, conferma. Il sì promette una giustizia più giusta, o quantomeno meno autoreferenziale; il no garantisce la conservazione di quella che abbiamo, della quale però ci lamentiamo da decenni con ammirevole costanza. E come insegna Il grande Gatsby, il passato non si può ripetere. Ma si può difendere, se proprio ci si affeziona. Le riflessioni sono durate anni. Ora la partita va chiusa, dolga a chi dolga, con comprensione umana per chi resterà dolente, ma senza l’alibi dell’eterno rinvio. Non entreremo nel merito tecnico della riforma: lo hanno già fatto riformisti e oppositori, spesso ripetendosi. Repetita iuvant, certo, ma qui non circolano nuove idee, solo frasi ricondizionate. Per evitare ambiguità, parafrasiamo García Márquez: “Rispondigli di sì, anche se hai paura, anche se poi te ne pentirai. Perché comunque te ne pentirai per tutta la vita se gli rispondi di no”. Poi la scelta spetterà ai cittadini. È sui loro diritti che si vota, non su quelli delle correnti. Nel frattempo, mentre i pacifici dimostranti vengono confusi con i bordellisti, il dissenso si tollera, la violenza no, le piazze di Milano diventano teatro di contestazioni che finiscono per ottenere l’effetto opposto. Il gradimento per la Meloni sale al 45%, Fratelli d’Italia tocca il 31,5%. Il 61% degli italiani chiede misure più dure contro i violenti. Come il delitto, anche la facinorosità non paga. È una regola antica, ma qualcuno continua a considerarla opzionale. Eppure, non tutto è amaro. Ci sono schegge di allegria che resistono, soprattutto nello sport. La foto di Francesca Lollobrigida con il figlio Tommaso in braccio resterà tra le immagini più tenere di queste Olimpiadi. Oro nei 3.000 metri di pattinaggio di velocità, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, e una verità messa nero su bianco: maternità e altissima performance non sono incompatibili, nonostante certi pregiudizi ancora in circolazione. Le medaglie fioccano, l’Italia incassa prestigio e anche qualcosa di più concreto. Malagò parla di cinque miliardi di valore aggiunto. Niente male, per un Paese che spesso si sente povero di tutto, perfino di fiducia. Ad Est, invece, tutto procede come sempre. Attacchi incrociati, droni abbattuti, blackout, vittime civili. A volte viene il sospetto che Mosca voglia superare, per durata, persino la guerra dei Sette Anni. Dopo quattro anni non si intravede un serio tentativo di pace. La vita umana sembra aver perso valore, se si giudica dal numero spaventoso dei morti. È una contabilità che nessuno vuole davvero chiudere. Sul fronte iraniano, si dice che i colloqui vadano bene e che una svolta sia imminente. Ma siamo a Carnevale, e viene il dubbio che si tratti di uno scherzo. D’Annunzio ci aveva avvisati: “Il mondo è un grande ballo in maschera; a Carnevale ci limitiamo a renderlo ufficiale”. Alla fine restano i grandi problemi, ancora senza soluzione, e una vita che sembra offrire più preoccupazioni che certezze. Il potere, oggi tanto contestato, non indietreggia mai, se non davanti a un potere più grande. Quello del popolo, esercitato con il voto. Il resto è rumore di fondo, utile al commento, ma irrilevante alla storia. E la storia, si sa, non vota mai no per paura: vota sì per necessità. Anche quando fa tremare la mano. Giuseppe Arnò

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O così o pomì, versione globale

  Dal Venezuela al nuovo ordine mondiale: Trump fa il lavoro sporco, la sinistra cambia cartello e gli scioperanti ritrovano la voce Morto ’n papa se ne fa un antro. Il proverbio romano, che resiste meglio di molte ideologie, torna puntuale ogni volta che la Storia cambia canale. Addio Palestina, per il momento: la sinistra scopre il Venezuela, gli artisti rispolverano il “bolivarismo” e gli scioperanti di professione ricevono finalmente l’aggiornamento di sistema. Nuovo input, nuova causa, nuova energia. Si può tornare a urlare nelle piazze, nei talk show e nelle assemblee autoconvocate. Grazie Trump. Gli esuli venezuelani, quelli veri, festeggiano la caduta del dittatore con una gioia composta, incredula, quasi sospettosa. Poi guardano certe reazioni occidentali e restano basiti: “Non possono capire cosa significhi essere privati della libertà”. Hanno ragione. Forse lo capirebbero se anche qui, ogni tanto, una protesta finisse a manganellate e una parola fuori posto costasse il carcere senza data di uscita. Ma non è questo il caso, e dunque la libertà resta un concetto elastico, buono per tutte le stagioni. “O così o pomì”. Lo slogan, nato nel 1982 per vendere pomodori Parmalat, ha avuto una carriera più longeva di molti leader politici. Oggi torna utile per sintetizzare la risposta di Donald Trump a Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, che lo aveva invitato a “lavorare insieme”, invocando pace, dialogo e rispetto reciproco. Traduzione simultanea dal trumpiano: siamo noi ad avere il controllo. Comportatevi bene. Se sgarrerete, il secondo avviso non sarà un comunicato stampa. Nell’occasione, il Tycoon non ha risparmiato stilettate al presidente colombiano Gustavo Petro, “un uomo malato, non governerà a lungo”, con un messaggio che, per riverbero, ha raggiunto anche il Messico. Paesi diversi, stesso problema: la droga. Ed è qui che il quadro si ricompone, al di là delle caricature. Che lo si voglia ammettere o no, la crociata americana non è ideologica ma chirurgica: il narcotraffico come infrastruttura del caos. Un problema che riguarda le Americhe, non Mosca né Pechino. Su questo punto il ministro Tajani è stato insolitamente netto: il narcotraffico è uno strumento di aggressione internazionale; difendere la propria sicurezza rende l’intervento legittimo. E aggiunge ciò che per anni molti hanno preferito non vedere: pochi hanno denunciato la dittatura di Maduro, altri l’hanno romanticamente sottovalutata. Oggi il Venezuela è un po’ più libero anche per questo silenzio finalmente interrotto. Alla domanda sull’eventuale rischio di escalation globale, Taiwan, Cina, altri scenari, la risposta è stata quasi didascalica: i piani non vanno confusi. Qui si parla di terrorismo finanziato dalla droga, di Stati svuotati dall’interno, di un’area che brucia da decenni sotto gli occhi distratti delle organizzazioni internazionali. E tuttavia, quasi senza volerlo, qualcosa di più grande si è messo in moto. Forse per caso, forse per necessità, nasce un nuovo ordine mondiale. Orbán lo ha detto senza giri di parole: l’era dell’ordine liberale è finita, siamo tornati all’era delle nazioni. I numeri aiutano a capire: Venezuela e Stati Uniti insieme controllano tra il 40 e il 50 per cento delle riserve mondiali di petrolio. La musica cambia, il mercato energetico pure. E no, non tutti i mali vengono per nuocere. Non è il caso di applaudire Trump in piedi. Ma annuire, sì. Ha fatto il lavoro sporco che le grandi organizzazioni non hanno voluto fare per decenni, paralizzate dal linguaggio, dai distinguo e dalle mozioni. Come spesso accade, e Montanelli lo avrebbe annotato con un sorriso amaro, l’iniziativa privata ha supplito a una funzione pubblica carente. Il mondo non è diventato migliore. Ma almeno, per una volta, ha smesso di far finta di niente. Giuseppe Arnò

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Giustizia e separazione delle carriere: una riforma non più rinviabile

Articolo e foto di Mimmo Leonetti* Come molti studiosi e operatori del diritto, nel corso degli anni ho dedicato numerosi contributi alla questione della separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante. Un tema che oggi appare sempre meno eludibile, se si vuole davvero garantire al cittadino il diritto a un processo equo e conforme ai principi costituzionali. Una riforma organica della giustizia dovrebbe intervenire, almeno, su quattro punti fondamentali:a) la revisione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale;b) la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici;c) un rafforzamento della disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati;d) la modifica dell’articolo 406 del codice di procedura penale in materia di proroga delle indagini preliminari. Si tratta di nodi strutturali, che incidono direttamente sul rapporto tra giustizia e cittadini. In questo senso, il richiamo storico a Zaleuco di Locri non è casuale: già allora il legislatore cercò di rispondere al malcontento popolare generato dall’incertezza nell’interpretazione e nell’amministrazione della legge. Ho assunto, senza ambiguità, una posizione favorevole alla separazione delle carriere. Non per spirito di contrapposizione, ma perché essa riguarda la vita concreta di ciascuno di noi e l’equilibrio del sistema delle garanzie. La commistione tra funzioni requirenti e giudicanti continua a sollevare interrogativi, soprattutto alla luce dell’articolo 101 della Costituzione, secondo cui “la giustizia è amministrata in nome del popolo”, pur essendo esercitata da magistrati non eletti. Un dato resta da tempo privo di risposta pubblica e sistematica: quante richieste di misure cautelari o di sequestri avanzate dal pubblico ministero vengono respinte dal giudice per le indagini preliminari? La mancanza di trasparenza su questo punto alimenta legittimi dubbi sull’effettivo equilibrio tra accusa e giudice nella fase più delicata del procedimento. Secondo i dati del Ministero della Giustizia, dal 1992 al 31 ottobre 2025 sono state 32.395 le persone indennizzate per ingiusta detenzione. Un numero che non può essere considerato fisiologico. La normativa – a partire dalla cosiddetta “legge Cossiga” – ha esteso l’istituto dell’indennizzo anche a chi è stato sottoposto a misure cautelari pur in assenza di una condanna definitiva. L’uso estensivo della custodia cautelare, specie quando prolungata nel tempo, rischia di assumere i tratti di una pena anticipata, svuotando di significato il dibattimento e comprimendo il diritto di difesa. Il processo non dovrebbe mai trasformarsi in una rappresentazione simbolica di colpevolezza, ma restare uno spazio rigoroso di accertamento dei fatti. Quando la pressione investigativa si spinge oltre misura, si corre il rischio di alterare il corretto rapporto tra prova, indizio e sospetto. La giustizia, invece, dovrebbe resistere alla tentazione della semplificazione e alla ricerca del consenso, mantenendo come unico obiettivo l’accertamento della verità. Colpisce, inoltre, che nel 2024 siano state promosse solo due azioni disciplinari connesse a casi di ingiusta detenzione, entrambe su iniziativa del Procuratore generale presso la Corte di cassazione, mentre non risultano analoghe iniziative da parte del Ministro della Giustizia. Anche questo è un dato che merita riflessione. Come ha ricordato il professor Gian Pietro Calabrò, l’ordine giuridico dovrebbe essere posto al servizio della dignità della persona umana. E, con parole di grande profondità, Piero Calamandrei (qui opportunamente corretto rispetto all’originale) ricordava che la fede nel diritto educa al superamento dell’ego e alla responsabilità verso l’altro. Troppe persone, ancora oggi, affrontano il lungo e doloroso percorso del processo penale pur risultando poi innocenti: un cammino che segna profondamente non solo gli imputati, ma anche le loro famiglie. La sofferenza prodotta da una giustizia percepita come distante o sbrigativa non può essere liquidata come un effetto collaterale inevitabile. Come ammoniva Giovanni Falcone, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura sono un valore fondamentale, non un privilegio di casta. Proprio per questo, esse devono accompagnarsi a responsabilità, equilibrio e trasparenza. Ripensare l’assetto della giustizia non significa piegarla alla politica, né politicizzarla, ma restituirle credibilità e fiducia. Come osserva Giovanna Zincone, forse solo una società meno “ipnotica”, più consapevole e partecipata, potrà favorire un sistema di giustizia più equo e vivibile per tutti. Il divario tra i principi proclamati e la loro applicazione concreta resta, oggi, una delle grandi questioni irrisolte del nostro ordinamento. Ed è da qui che ogni riforma autentica dovrebbe avere il coraggio di partire. Giurista e avvocato    

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Scioperare è un diritto. Prenderci per i fondelli, no

  Quando la protesta diventa alibi, la nonviolenza scompare e la politica applaude Scioperare è permesso. Anzi, è sacrosanto. È uno dei pochi diritti che la storia ha conquistato a colpi di pazienza, fatica e, quando è andata bene, di intelligenza collettiva. Lo confermano storici e politologi, lo certifica perfino il Guardian, che in un recente articolo ci ricorda come i movimenti di massa abbiano plasmato l’arco della storia americana: dall’emancipazione degli schiavi al suffragio femminile, dai diritti civili a Black Lives Matter. Le grandi proteste, quelle vere, funzionano. La Women’s March del 2017, le manifestazioni dopo l’uccisione di George Floyd, persino le recenti proteste “No Kings”: tutte hanno lasciato un segno. Leggi approvate, diritti riconosciuti, mentalità cambiate. Il filo rosso? La nonviolenza. Lo dice l’articolo, lo ribadiscono gli studiosi, lo suggerisce il buon senso: quando la protesta diventa violenta, smette di essere protesta e diventa rumore. Fin qui, nulla da eccepire. Anzi, applausi. Il problema nasce quando attraversiamo l’Atlantico e approdiamo in Italia, dove lo sciopero è spesso meno strumento di rivendicazione e più rito propiziatorio. Non si sciopera per ottenere qualcosa, ma perché “si è sempre fatto così”. Meglio se di venerdì, giornata già di per sé malvista dai superstiziosi, e meglio ancora se senza un motivo sociale chiaro, condivisibile, comprensibile anche al cittadino che resta bloccato in stazione con la valigia in mano e la pazienza in saldo. Non sta scritto da nessuna parte che lo sciopero debba essere settimanale, rituale o vendicativo. Né che la guerriglia urbana possa fregiarsi, con disinvoltura semantica, dell’etichetta di “protesta”. Lo sciopero, se vuole essere credibile, dev’essere pacifico, propositivo, costruttivo. Tutte qualità che, nel nostro Paese, compaiono più raramente delle comete. E soprattutto: non dev’essere politico nel senso peggiore del termine. Non un randello per supplire all’incapacità di fare opposizione parlamentare, come la Costituzione, quella noiosa, prescriverebbe. Gli scioperi italiani, invece, sono spesso fortemente politicizzati, e i casi eclatanti non mancano. Restando all’attualità, l’operazione antiterrorismo di Genova ha portato a nove arresti per finanziamento di Hamas, tra cui il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Hannoun. Quarant’anni di presenza nel nostro Paese, sette milioni di euro contestati, accuse pesantissime. Un personaggio già noto per dichiarazioni incendiarie durante manifestazioni pro-Palestina, tanto da meritarsi un foglio di via da Milano. Senza entrare nei dettagli giudiziari, che lasciamo a chi di dovere, il comune mortale, osservando il quadro complessivo, inizia a collegare qualche puntino: scioperi, piazze, slogan, caciara militante. E quando, a completare il dipinto, arrivano le dichiarazioni dei pm (“Il caso Hannoun non cancella i crimini di Israele”) e la replica politica (“Incredibili giudizi politici”), il quadro è finito. Cornice inclusa. A quel punto la domanda non è più se scioperare sia lecito. Lo è. La domanda è: per che cosa? Non per l’invasione delle locuste in Africa, non per coprire magagne, non per interessi personali o ambigui. E soprattutto non per legittimare violenza, estremismo o terrorismo travestiti da impegno civile. Lo sciopero non è una clava, né una foglia di fico. È uno strumento serio, che va usato con parsimonia e responsabilità. Altrimenti diventa una barzelletta cattiva, di quelle che fanno ridere solo chi le racconta. Il pranzo è servito. Ma prima del caffè, sarebbe il caso di mettere mano alle riforme della giustizia e a leggi che ristabiliscano con chiarezza il rispetto dei confini tra i poteri dello Stato. Perché una Repubblica vive di diritti, sì, ma anche di limiti. E quando i limiti saltano, non è più una Repubblica: è una “repubblica”, con la r minuscola e il caos maiuscolo. Giuseppe Arnò

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La famiglia nel bosco e lo Stato tra gli alberi

Tra Tarzan, le leggi e la civiltà che non sa più dove finisce la libertà Se la storia non fosse così seriamente tragica, verrebbe davvero da canticchiare Claudio Villa: «Vieni, c’è una strada nel bosco…». Ed è proprio lì, nel bosco, che Nathan Trevallion e Catherine Birmingham hanno deciso di portare la loro idea di famiglia: tre figli, una capanna, gli alberi come confine e la civiltà tenuta a debita distanza, come un parente invadente alle feste comandate. Una storia che ha diviso l’Italia, come accade ogni volta che qualcuno prova a vivere fuori dal recinto. C’è chi applaude all’atto di ribellione romantica, chi invoca l’intervento dello Stato con l’aria di chi chiama i carabinieri perché il vicino ascolta Mozart dopo le dieci. In mezzo, come sempre, resta la famiglia: parola che scalda i comizi e raffredda i tribunali. L’immagine è potente. Vengono in mente Tarzan e Jane, ma senza la colonna sonora hollywoodiana e con qualche vaccino in meno. Un ritorno alla natura che affascina una società stanca di semafori, schermi e regolamenti condominiali. Una scelta che nasce, almeno nelle intenzioni, dal desiderio di proteggere i figli dai pericoli della civiltà, o, più precisamente, dell’inciviltà contemporanea: l’iperconnessione, la scuola ridotta a parcheggio, l’infanzia trasformata in anticamera dell’ansia adulta. Da questo punto di vista, la famiglia nel bosco merita comprensione, se non un certo rispetto. Perché difendere la famiglia significa anche riconoscerle il diritto di interrogarsi su come crescere i propri figli, senza consegnarli automaticamente al nastro trasportatore del “così fan tutti”. Ma qui arrivano le riserve, che non sono poche né marginali. Vivere in un Paese libero non significa poter vivere come si vuole, bensì come la legge consente. La libertà assoluta esiste solo nei romanzi, e spesso finisce male anche lì. I figli non sono una proprietà privata né un esperimento antropologico: sono cittadini in divenire, titolari di diritti che lo Stato, piaccia o no, è chiamato a tutelare. Ed ecco che la macchina della giustizia, poco poetica e molto concreta, entra nel bosco senza chiedere permesso. Separa i figli dai genitori, non per cattiveria ma per principio. Perché quando l’utopia diventa isolamento, e l’educazione rischia di trasformarsi in sottrazione, lo Stato smette di essere spettatore e diventa protagonista, con tutta la sua goffa, inevitabile pesantezza. Il dramma, come spesso accade, non è scegliere tra famiglia e Stato, ma accettare che nessuno dei due possa fare a meno dell’altro. Una famiglia senza regole diventa un’isola. Uno Stato senza famiglie diventa un ufficio. E allora, mentre il bosco torna silenzioso e la canzone si interrompe sul più bello, resta una certezza poco romantica ma necessaria: la libertà è una cosa seria, e proprio per questo non vive bene da sola. Come la famiglia. E come il bosco, che senza sentieri è solo un intrico di alberi dove prima o poi ci si perde, anche in buona fede. Giuseppe Arnò

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Sovranità a rate

Quando l’Europa decide tutto e noi paghiamo il conto, con mancia obbligatoria.   C’è un vento curioso che soffia sull’Europa: porta con sé sentenze, regolamenti, prescrizioni, ammonimenti… e qualche volta anche un po’ di bon ton istituzionale direttamente da Bruxelles e Lussemburgo. Un vento discreto, certo, ma che finisce sempre per bussare alla porta di casa nostra come il vicino impiccione: “Mi scusi, potrebbe adeguare le sue abitudini? Qui nel condominio abbiamo deciso così.” Nel frattempo, al di là delle Alpi, la Francia si gode il suo feuilleton giudiziario: Sarkozy condannato dalla Cassazione a un anno (sei mesi da scontare) per il caso Bygmalion, la campagna presidenziale 2012 gonfiata come un soufflé troppo vanitoso. Non pago, l’ex inquilino dell’Eliseo s’è visto recapitare anche la seconda mazzata per la raccolta di fondi del 2007, quella con Gheddafi finanziatore. “Chi la fa l’aspetti”, commenterebbe dal suo aldilà dorato il “Colonnello”, come amava chiamarsi il Ras libico, probabilmente con sorriso sornione. Allargando l’obiettivo, sull’Ucraina si continua a navigare tra annunci, smentite, incontri programmati tra Trump e Putin mai chiariti, mentre le bombe restano l’unica agenda puntuale. In Italia, intanto, la politica interna rosicchia: c’è ancora chi fatica ad accettare che la Meloni, piaccia o no, stia portando avanti un lavoro che molti giudicano il migliore degli ultimi tempi. Ma, come ricordava Ariosto, “l’invidia è come il fuoco: si rivolge sempre ai luoghi più elevati”. E il popolo dei malinformati, che si nutre di invidia e chiacchiere, neanche se ne accorge. E proprio mentre il mondo ribolle, ecco spuntare una di quelle notizie che Bruxelles ama infilare tra una crisi e l’altra. La Corte di giustizia dell’Unione Europea ha stabilito, con la solennità di chi non ammette repliche, che i matrimoni gay contratti all’estero devono essere riconosciuti da tutti gli Stati membri. Caso scatenante: due cittadini polacchi sposati in Germania e respinti burocraticamente da Varsavia. I giudici di Lussemburgo hanno ricordato che la libertà di circolazione non è un optional e che la vita familiare, se nasce in uno Stato membro, dev’essere riconosciuta anche da quello d’origine. Tutto corretto sul piano giuridico, ovviamente. Peccato che si tratti dell’ennesimo esempio di come la “primazia del diritto unionale” lasci agli Stati la stessa libertà di manovra di un treno ad alta velocità dentro una galleria: potete pure scegliere dove guardare, ma la direzione è una sola. Ora, sia chiaro: si può essere favorevoli o contrari ai matrimoni egualitari, non è questo il punto. Il punto è l’obbligo. Perché una cosa è armonizzare, altra è uniformare. E quando l’Europa parla, gli Stati devono recepire, anche se la sentenza stride con i costumi, le tradizioni giuridiche o il semplice buon senso locale. A questo punto, una domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri di voler sacrificare pezzi interi di sovranità sull’altare dell’uniformità? È proprio necessario trasformarci nei vassalli eleganti del Lussemburgo, sempre pronti a dire “sissignore” al prossimo parere vincolante? Forse sarebbe il caso di prendere esempio da altri popoli europei, tanto bravi a scendere in piazza quando qualcosa non va. Non necessariamente il venerdì però: copiare troppo Greta sarebbe poco originale. Potremmo inaugurare, tra una “giornata per la parità”, una “giornata contro la violenza”, una “giornata per la sensibilizzazione di qualcosa”, anche la giornata nazionale della Sovranità Perduta. Simbolica, certo,  ma almeno ce la ricorderemmo. E se poi qualcuno volesse spingersi oltre e indire uno sciopero contro le sentenze comunitarie ingerenti, beh… sarebbe un modo dignitoso per dirlo: l’Europa ci piace, ma non al punto da farci dire sempre di sì. Ogni tanto, sia concesso anche a noi di alzare il sopracciglio. Perché, come avrebbe chiosato Montanelli, l’Europa unita va benissimo. Purché ogni tanto si ricordi che non siamo qui per prendere ordini, ma per partecipare. E che tra sudditi e cittadini c’è ancora una bella differenza. di Redazione

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Mandati d’arresto a gogò: il mondo gioca a guardie e ladri

aDa Putin a Netanyahu, da Erdoğan alla Corte Penale Internazionale: il pianeta si è trasformato in una farsa giuridica globale, dove a mancare non è la giustizia, ma il senso del ridicolo. a a Se tu arresti me, io arresto te.Non è una barzelletta di Totò e Fabrizi, ma la nuova frontiera della diplomazia internazionale. Altro che conferenze di pace: oggi si risolvono le crisi con un bel mandato di cattura, possibilmente corredato di dichiarazioni indignate e conferenze stampa. Il mondo sembra essersi iscritto al grande Luna Park planetario, dove la giostra preferita è quella delle manette. La Corte Penale Internazionale, con la sua aria di serietà elvetica, ha inaugurato la stagione emettendo un mandato per Vladimir Putin, accusato di deportazione. Ankara non poteva restare indietro: il Sultano Erdoğan, non pago di turbare i sonni della NATO, si è messo in testa di far arrestare Netanyahu per “genocidio”. Israele, con l’ironia di chi non ha tempo da perdere, ha bollato la mossa come «una trovata pubblicitaria del Sultano». Nel pacchetto, giusto per completezza, Ankara ha inserito anche il ministro della Difesa e quello della Sicurezza nazionale israeliani: un “prendili tutti” degno del Monopoli. Manca solo che Israele risponda con un mandato d’arresto per Erdoğan e magari per i giudici dell’Aia. A quel punto, la scena sarebbe perfetta: la Corte che arresta il Sultano, il Sultano che arresta Israele, Israele che arresta la Corte. Fine del mondo a tarallucci e manette. Certo, in alcuni Paesi più “efficienti” la trafila è superflua: non si sprecano in moduli o timbri. Prima si arresta e poi, eventualmente, si inventa il motivo. È il pragmatismo dell’autoritarismo. E in casa nostra, pur tra faldoni e codici, ogni tanto capita che si arresti per sbaglio. Ma niente paura: a pagare l’errore non è mai chi giudica, bensì il contribuente, che finanzia le scuse con le sue tasse. Montesquieu ammoniva che la libertà è il bene più prezioso, quello che ti fa godere di ogni altro bene. Ma oggi la trattiamo come un giocattolo, scambiandola per una pistola d’acqua con cui spruzzare indignazione. Arresti a raffica, accuse a piacere, e una scena mondiale dove ciascuno recita a turno la parte del giustiziere universale. Intanto, la diplomazia cede il posto alla propaganda, e la giustizia diventa teatro. Erdoğan rispolvera i toni del capo del fronte islamico, Tel Aviv si indigna, Mosca si fa beffe, e l’Aia si prende sul serio: tutti attori di una commedia planetaria che non diverte più nessuno. Inflazione di mandati, recessione di buon senso.E come avrebbe detto Montanelli, ridendo amaro: «Finirà che a furia di arrestarsi l’un l’altro, resterà libero solo il portiere del carcere. E anche lui, per poco». Di Redazione

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