Giustizia in stallo, guerre infinite e qualche medaglia a consolarci: il mondo va male, ma almeno corre veloce sui pattini

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Le due parole più brevi e più antiche, sì e no, sono anche quelle che richiedono maggiore riflessione, ammoniva Pitagora. Aveva ragione: oggi sono diventate bandiere, slogan, trincee. Il sì presidia il campo della riforma della Giustizia, il no lo difende con la fierezza di chi teme che cambiare significhi perdere qualcosa, anche quando non è chiaro cosa.
Le ricerche di mercato, nuovo oracolo di Delfi, dicono che il sì è in vantaggio. La logica giuridica, quella asettica e non correntista, conferma. Il sì promette una giustizia più giusta, o quantomeno meno autoreferenziale; il no garantisce la conservazione di quella che abbiamo, della quale però ci lamentiamo da decenni con ammirevole costanza. E come insegna Il grande Gatsby, il passato non si può ripetere. Ma si può difendere, se proprio ci si affeziona.
Le riflessioni sono durate anni. Ora la partita va chiusa, dolga a chi dolga, con comprensione umana per chi resterà dolente, ma senza l’alibi dell’eterno rinvio. Non entreremo nel merito tecnico della riforma: lo hanno già fatto riformisti e oppositori, spesso ripetendosi. Repetita iuvant, certo, ma qui non circolano nuove idee, solo frasi ricondizionate. Per evitare ambiguità, parafrasiamo García Márquez: “Rispondigli di sì, anche se hai paura, anche se poi te ne pentirai. Perché comunque te ne pentirai per tutta la vita se gli rispondi di no”. Poi la scelta spetterà ai cittadini. È sui loro diritti che si vota, non su quelli delle correnti.
Nel frattempo, mentre i pacifici dimostranti vengono confusi con i bordellisti, il dissenso si tollera, la violenza no, le piazze di Milano diventano teatro di contestazioni che finiscono per ottenere l’effetto opposto. Il gradimento per la Meloni sale al 45%, Fratelli d’Italia tocca il 31,5%. Il 61% degli italiani chiede misure più dure contro i violenti. Come il delitto, anche la facinorosità non paga. È una regola antica, ma qualcuno continua a considerarla opzionale.
Eppure, non tutto è amaro. Ci sono schegge di allegria che resistono, soprattutto nello sport. La foto di Francesca Lollobrigida con il figlio Tommaso in braccio resterà tra le immagini più tenere di queste Olimpiadi. Oro nei 3.000 metri di pattinaggio di velocità, nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno, e una verità messa nero su bianco: maternità e altissima performance non sono incompatibili, nonostante certi pregiudizi ancora in circolazione. Le medaglie fioccano, l’Italia incassa prestigio e anche qualcosa di più concreto. Malagò parla di cinque miliardi di valore aggiunto. Niente male, per un Paese che spesso si sente povero di tutto, perfino di fiducia.
Ad Est, invece, tutto procede come sempre. Attacchi incrociati, droni abbattuti, blackout, vittime civili. A volte viene il sospetto che Mosca voglia superare, per durata, persino la guerra dei Sette Anni. Dopo quattro anni non si intravede un serio tentativo di pace. La vita umana sembra aver perso valore, se si giudica dal numero spaventoso dei morti. È una contabilità che nessuno vuole davvero chiudere.
Sul fronte iraniano, si dice che i colloqui vadano bene e che una svolta sia imminente. Ma siamo a Carnevale, e viene il dubbio che si tratti di uno scherzo. D’Annunzio ci aveva avvisati: “Il mondo è un grande ballo in maschera; a Carnevale ci limitiamo a renderlo ufficiale”.
Alla fine restano i grandi problemi, ancora senza soluzione, e una vita che sembra offrire più preoccupazioni che certezze. Il potere, oggi tanto contestato, non indietreggia mai, se non davanti a un potere più grande. Quello del popolo, esercitato con il voto. Il resto è rumore di fondo, utile al commento, ma irrilevante alla storia. E la storia, si sa, non vota mai no per paura: vota sì per necessità. Anche quando fa tremare la mano.
Giuseppe Arnò