Nel fascino dei Caraibi: il Lions Club rafforza la cooperazione internazionale

Il presidente Don Paolo Baratta ospite in Martinica per promuovere progetti comuni nella lotta contro cancro e diabete MARTINICA – Prosegue nel segno della cooperazione internazionale l’attività del Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro di Castrovillari. Il presidente, dott. Don Paolo Baratta, è stato ospite il 1° giugno di una conviviale che ha riunito diversi Lions Club dei Caraibi, in un incontro dedicato al rafforzamento dei rapporti tra le associazioni e alla definizione di future iniziative comuni. Al centro del confronto, la volontà di sviluppare progetti di collaborazione a sostegno della ricerca e della prevenzione contro il cancro e il diabete, patologie che rappresentano una delle principali sfide sanitarie a livello globale. L’incontro ha rappresentato un’importante occasione di dialogo e condivisione tra realtà territoriali geograficamente lontane ma unite dagli stessi ideali di servizio e solidarietà che contraddistinguono il movimento lionistico internazionale. In segno di amicizia e di reciproca stima, al presidente Baratta sono stati consegnati i guidoncini dei club partecipanti, simbolo di un legame destinato a consolidarsi nel tempo sotto il motto lionistico “We Serve”. Alla conviviale hanno preso parte numerose autorità lionistiche dell’area caraibica, tra cui: Jacqueline Mangatale, Past Governatore 2009-2010; Philippe Fibleuil, presidente del Lions Club Côte Caraïbes; Jean-Michel Christin, presidente del Lions Club Baie des Flamands e presidente di Zona 2026-2027; Christian Melt, presidente della Commissione Poster per la Pace e segretario del Lions Club Fort Saint Louis; Max Jean-Baptiste, presidente del Lions Club des Trois Îlets; Vanessa Jean-Baptiste, presidente di Zona 2024-2025 del Lions Club de Rivière Salée. L’iniziativa conferma come il volontariato moderno richieda sempre più una visione internazionale e una rete di collaborazioni capaci di superare confini e distanze. Un percorso che vede il Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro protagonista nel costruire ponti di solidarietà tra il territorio calabrese e le comunità del mondo. “Insieme possiamo, insieme serviamo, insieme cresciamo”: un messaggio che, dalla Martinica, rilancia il valore universale del servizio e dell’impegno condiviso a favore della collettività.   di Redazione

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“Continua a leggere. È una delle avventure più meravigliose che chiunque possa vivere.” Lloyd Alexander

15 maggio 2026   Presentato al Circolo degli Esteri il volume Villa Stolojan di Gaetano Cortese L’evento concluso con la consegna del Premio Federico II all’Ambasciatrice Maria Assunta Accili   ROMA – Un evento culturale molto partecipato e interessante la presentazione del volume “Villa Stolojan – Residenza d’Italia a Bucarest” di Gaetano Cortese, giovedì pomeriggio al Circolo degli Esteri della Farnesina, splendida struttura sul Lungotevere dell’Acqua Acetosa fondata nel 1936 dal ministro Galeazzo Ciano. Ospiti e pubblico hanno ricolmato la bella sala conferenze del Circolo, impreziosita di opere di grandi artisti italiani, per ascoltare gli interventi degli insigni relatori convenuti per presentare la nuova opera dell’Ambasciatore Gaetano Cortese, dedicata ai 145 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e Romania. Il volume si aggiunge ai precedenti 55 che l’Ambasciatore Cortese ha curato per la preziosa collana da lui fondata nel 1999 per l’Editore Carlo Colombo, con l’intento di documentare le meraviglie artistiche custodite nelle Rappresentanze diplomatiche italiane nel mondo e le splendide architetture delle Ambasciate d’Italia. Ha fatto gli onori di casa l’Ambasciatrice Maria Assunta Accili, dal 2025 Presidente del Circolo degli Esteri. Il libro, ultima perla della Collana editoriale ideata dallo stesso Ambasciatore Cortese, si inserisce nell’ampio disegno di valorizzare le Residenze italiane all’estero come luoghi di storia, bellezza e rappresentanza, quali elementi significanti dell’immagine dell’Italia nel mondo.  In questo senso Villa Stolojan a Bucarest, con la sua sobria eleganza architettonica e il rigoglioso giardino, spicca anche come emblema tangibile dell’amicizia tra i due Paesi e degli intensi rapporti intessuti tra Italia e Romania nell’arco dei 145 anni di relazioni diplomatiche. Ne hanno dato un approfondito conto i relatori intervenuti, nell’incontro brillantemente moderato dall’Ambasciatore Stefano Baldi e aperto dal videomessaggio del Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, trattenuto a Palazzo Madama da pressanti impegni parlamentari. Sono seguiti gli interventi degli Ambasciatori Alfredo Maria Durante Mangoni, Stefano Ronca e Anna Blefari Melazzi – già titolari dell’Ambasciata d’Italia a Bucarest – dell’Amb. Rocco Cangelosi, Consigliere di Stato, dell’autore Amb. Gaetano Cortese e infine dell’Amb.  Umberto Vattani, due volte Segretario Generale del Ministero degli Affari Esteri ed attualmente Presidente di Venice International University. L’Amb. Cortese, nel suo intervento, ha anche ringraziato il Gruppo Ferrero per il generoso sostegno alla pubblicazione del volume, ricordando inoltre la figura dell’Ambasciatore Francesco Paolo Fulci, scomparso nel 2022, nella sua ultima veste di Presidente della Ferrero SpA, per aver negli anni sostenuto la Collana dell’Editore Carlo Colombo dedicata alla valorizzazione delle Rappresentanze diplomatiche italiane nel mondo. La serata culturale si è conclusa con la consegna del Federico II International Award 2026 all’Ambasciatrice Maria Assunta Accili. Ne ha dato conto e motivazione il Presidente del Centro Studi Federico II, Giuseppe Di Franco, con un intervento nel quale ha, tra l’altro, affermato: “Sono davvero grato all’Ambasciatore Gaetano Cortese per l’invito rivolto al Centro Studi Federico II, istituzione che tra i suoi scopi ha quello di promuovere i valori della cultura, del dialogo interculturale, della tolleranza e dell’apertura al mondo, valori senza i quali non si possono costruire ponti ideali tra i popoli. Le tematiche affrontate ogni anno dal Centro Studi riguardano la diplomazia culturale, il multilateralismo, la promozione del soft power. La diplomazia culturale e il soft power sono infatti strumenti strategici per costruire influenza globale in un mondo sempre più interconnesso, portando un contributo alla promozione della pace. L’Italia, con il suo straordinario patrimonio culturale, ha un enorme potenziale per esercitare efficacemente sia la diplomazia culturale che il soft power. Occorre trattare la cultura non come un’eredità di memoria, ma come un’infrastruttura strategica di lungo respiro. Concludo con la consegna del Premio Internazionale Federico II, giunto alla sesta edizione, conferito ogni anno a Personalità di altissimo livello che si sono distinte per i loro meriti nel campo della diplomazia, del mondo economico e accademico, della cultura, della ricerca scientifica e delle relazioni internazionali. Quest’anno il Centro Studi – qui presente anche il presidente del Comitato scientifico Goffredo Palmerini – ha deliberato di conferire il Premio a S.E. l’Ambasciatrice Maria Assunta Accili, con la seguente motivazione: “Per l’eccellente servizio reso all’Italia nel mondo”. Siamo davvero lieti di poterla annoverare nell’Albo d’Oro del prestigioso riconoscimento.” L’Ambasciatrice Accili ha così dichiarato nel ricevere il Premio: “Non sarei sincera se non ammettessi di essere commossa, ma anche molto orgogliosa, per una serie di motivi. Innanzitutto perché questo avviene alla presenza di colleghi autorevolissimi, direi maestri, nel nome di un filone dell’attività diplomatica alla quale sono stata educata proprio dall’Ambasciatore Alessandro Vattani, citato poc’anzi, che mi volle alla sua Direzione delle Relazioni culturali e mi insegnò l’arte del soft power per far avanzare gli interessi del nostro Paese. Un altro motivo risiede nell’associazione che viene fatta del mio modesto nome con Federico II, lo Stupor mundi. È un premio di grandissimo prestigio. Io non sono una Personalità così alta, però mi onora molto essere associata a questo grandissimo europeo. Non dimentichiamo la rilevanza storica di Federico II di Svevia che, secondo me, in questi tempi meriterebbe di essere valorizzata. Io sono un’europeista, ho un’educazione europea, l’ho trasmessa anche a mio figlio, e credo molto nella necessità della casa comune europea anche per evitare i rischi che vediamo aumentare intorno a noi. Poi è anche presente un mio professore, citato poco fa, il prof. Curti Gialdino, e mi sembra un cerchio che si chiude quello di oggi, perché è stato il relatore della mia tesi di laurea. Dunque ci sono una serie di circostanze singolari, tutte insieme. Last not list, come dicono gli anglosassoni, devo citare il mio amico, grande amico della mia famiglia, compagno di battaglie politiche di mio padre – e quindi nostro fratello di casa – Goffredo Palmerini, che è un grande promotore dell’italianità nel mondo. Mi fermo qui perché potrei commuovermi.”   Davvero una magnifica serata, conclusasi mentre il sole al tramonto si ritirava oltre le cime degli alti pioppi sulla sponda del Tevere, ancora solcato dalle barche dei canottieri. Tante le congratulazioni espresse all’Amb. Cortese per l’infaticabile lavoro di pubblicazione di questo volume su Villa Stolojan a Bucarest, che si va

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BREAKING NEWS – Spari alla cena dei corrispondenti: Trump evacuato

WASHINGTON, 25 APR – h. 21:38 Momenti di panico nella capitale americana durante la tradizionale White House Correspondents’ Dinner. Un allarme improvviso ha interrotto la serata, costringendo centinaia di giornalisti e invitati a ripararsi sotto i tavoli dopo un forte boato udito nella lobby del Washington Hilton. Secondo le prime informazioni, una persona avrebbe aperto il fuoco all’interno dell’hotel. L’attentatore sarebbe stato neutralizzato sul posto. Durante la concitazione, un agente di polizia in giubbotto antiproiettile è rimasto ferito, ma le circostanze esatte restano ancora da chiarire. Gli uomini del Secret Service sono intervenuti immediatamente, salendo sul palco e mettendo in sicurezza il presidente Donald Trump, la first lady Melania Trump e il vicepresidente JD Vance, evacuati in un’area blindata. Da lì, Trump avrebbe pronunciato una frase destinata a far discutere: “Adesso cambierà tutto…”. Parole che aprono a molte interpretazioni: gesto isolato di un esaltato, azione coordinata, o qualcosa di più strutturato. Al momento, nessuna pista è esclusa. Resta una domanda inquietante: come è stato possibile che un attentatore riuscisse ad avvicinarsi a un evento tra i più protetti del Paese, con una presenza massiccia di forze di sicurezza? Tra circa mezz’ora è attesa una dichiarazione ufficiale del presidente, che avrebbe già invitato gli ospiti a proseguire la cena nonostante l’accaduto. In attesa di ulteriori sviluppi, resta lo sgomento per un episodio che riporta al centro dell’attenzione la fragilità della sicurezza anche nei luoghi simbolo del potere, e la presenza, sempre più difficile da ignorare, di una follia che circola a piede libero. di Redazione * Foto by CNN Brasil frame

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AQ – Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi

  Benedetta De Flaviis e Simone D’Agostino vincono la prima edizione del Premio di laurea intitolato all’ing. Ascolino Bernardi Il premio è stato istituito dall’Università dell’Aquila, Thales Alenia Space e Fondazione Gran Sasso Tech   di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Simone D’Agostino e Benedetta De Flaviis sono i vincitori della prima edizione del Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi, ingegnere progettista di Thales Alenia Space prematuramente scomparso nel 2024. La premiazione dei due giovani ingegneri, laureati all’Università degli Studi dell’Aquila, si è svolta il 27 marzo scorso presso la Thales Alenia Space, a L’Aquila. Istituito dall’Università degli Studi dell’Aquila, su proposta di Thales Alenia Space Italia in collaborazione con Fondazione Gran Sasso Tech, il premio è riservato alle tesi di laurea magistrale in Ingegneria informatica, Ingegneria elettronica e Ingegneria delle telecomunicazioni inerenti a tematiche relative all’analisi, alla simulazione e alla progettazione di dispositivi e architetture di elaborazione digitale del segnale per applicazioni satellitari. Il premio ha cadenza biennale. La prima edizione ha riguardato tesi discusse dai laureati all’Università degli Studi dell’Aquila negli anni accademici conclusi nel 2023 e 2024. Al bando hanno concorso 9 ingegneri con le loro tesi, tra cui la commissione giudicatrice ha scelto le due dei vincitori. La cerimonia di premiazione si è tenuta nella sala Michela Rossi dello stabilimento della Thales Alenia Space dell’Aquila,alla presenza di Michelangelo L’Abbate, vicepresidente Direzione Ingegneria Hardware di Thales Alenia Space; Fabio Graziosi, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fortunato Santucci, professore di Telecomunicazioni al dipartimento di Ingegneria e scienze dell’informazione e matematica dell’ateneo aquilano; Alessandro Pajewski, direttore generale della Fondazione Gran Sasso Tech; Vincenzo Stornelli e Leonardo Pantoli, rispettivamente direttore e professore di Elettronica al dipartimento di Ingegneria industriale, dell’informazione ed economia dell’Università dell’Aquila. Benedetta De Flaviis è stata premiata per la tesi “Progettazione digitale su FPGA di algoritmi di riconciliazione LDPC per QKD”, mentre Simone D’Agostino per la tesi “Piattaforme di elaborazione avanzate per l’esecuzione on-board di applicazioni satellitari: un caso di studio nel dominio Tlc”, di cui i due vincitori hanno brevemente esposto una sintesi. Nel corso della premiazione è stato ricordato l’Ing. Bernardi, sia con testimonianze di colleghi di studio e di lavoro, sia attraverso un libro – “Ascolino Bernardi, tra cielo e terra” (One Group Edizioni) -, curato da Anna e Marcella Bernardi, le quali hanno chiuso la cerimonia con due toccanti interventi sulla vita del fratello Ascolino e sul significato del Premio. Ascolino Bernardi era nato a L’Aquila il 12 agosto del 1964, terzo figlio di Agata Lorenzetti e di Domenico, fondatore della società IRTET – Impresa Reti Telefoniche Elettriche e Telegrafiche, società rimasta attiva fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Laureatosi all’Università dell’Aquila nel 1991 in Ingegneria elettronica con il prof. Francesco Valdoni con una tesi sperimentale sui circuiti integrati VLSI, sviluppata presso l’allora Alenia Spazio dell’Aquila, oggi Thales Alenia Space, l’Ingegner Bernardi, dopo il percorso di tirocinio, era stato poi assunto dalla stessa azienda e lì aveva lavorato come componente di un gruppo di avanguardia nell’ambito della competenza elettronica, con elevata abilità nello sviluppo di progetti complessi di circuiti digitali. Per più di trenta anni nello stabilimento aquilano di Thales Alenia Space, Ascolino Bernardi ha portato a termine un numero davvero elevato di progetti e di processi di verifica, maturando un’esperienza duratura e proficua che non è facile trovare nei contesti accademici e industriali. Fin dai primi inizi della sua carriera ha svolto anche un ruolo di supporto e guida per studenti e giovani ingegneri, nell’ambito della collaborazione tra ateneo e azienda, che si è sempre articolata sul duplice percorso della ricerca e della formazione. Difficile comprendere del tutto il suo lavoro, per il livello altamente specialistico di tale particolare branca dell’ingegneria elettronica, indispensabile per le telecomunicazioni spaziali. Ascolino, infatti, ha lavorato nel campo delle comunicazioni satellitari contribuendo alla progettazione di circuiti digitali facenti parte, ad esempio, dei cosiddetti trasponditori satellitari per telecomunicazioni. In parole povere, se alcuni dei satelliti in orbita intorno al nostro pianeta riescono ad inviare e ricevere dati e segnali, alla e dalla base a terra, è grazie a questa tecnologia così avanzata, sviluppata a L’Aquila nell’azienda d’avanguardia, grazie allo studio e all’impegno lavorativo di tecnici di tale elevata competenza. L’ing. Bernardi ha dato infatti un contributo importante in missioni gratificate anche da grande eco mediatica, quali ad esempio: “Rosetta”, la missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e lanciata nel 2004, con l’obiettivo dello studio della cometa 67P/Churyumov-Erasimenko. La sonda vera e propria è stata chiamata Rosetta, perché l’obiettivo della missione è svelare i segreti riguardanti il sistema solare e la formazione dei pianeti; il nome del lander, Philae, deriva dall’isola in cui fu ritrovato un obelisco che ha aiutato la decifrazione della stele di Rosetta; la missione spaziale ExoMars sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea e da Roscosmos per esplorare il pianeta Marte. Di tale missione è stato parte il lander Schiaparelli, che è stato progettato e costruito in Italia da Thales Alenia Space con lo scopo di fornire ad ESA la tecnologia per compiere un atterraggio controllato sulla superficie del Pianeta rosso. Ascolino Bernardi, però, non è stato solo l’ingegnere. È stato anche l’appassionato di sport, in primo luogo il Rugby, grande conoscitore della storia della palla ovale, sia della gloriosa L’Aquila Rugby che del Paganica Rugby: nomi, storie e aneddoti di partite, campionati, personaggi. Presente, ogni volta che gli era possibile, sugli spalti dello stadio aquilano, o all’Olimpico di Roma per gli incontri del “6 Nazioni”, o anche all’estero. E poi l’amore per L’Aquila e la sua storia, per la montagna, il cinema, il jazz, la buona cucina… Infine, ma non per ultimo, Ascolino amava l’amicizia, la convivialità, i paesaggi, le cose belle, l’arte, tutto ciò che poteva nutrire il corpo e l’anima. Sempre con quel suo particolare tratto di autenticità, attenzione ai valori e alle persone, cifra della sua straordinaria sensibilità culturale e affettiva nelle relazioni. Legato fortemente alla sua famiglia e a Paganica suo paese natale e di residenza, Ascolino ha saputo conservare intatte le relazioni, intense e

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Notizie, non romanzi: cronache cercasi disperatamente

  Tra interpretazioni creative e tifoserie editoriali, un appello alla sobrietà: la realtà non ha bisogno di truccatori, ma di narratori. «Si crede soltanto in quel che piace credere», ammoniva Honoré de Balzac. E siccome credere è più comodo che verificare, accade che la stessa notizia venga stirata, piegata, lucidata e infine rivenduta secondo il colore politico del mezzo che la diffonde. Non è complottismo: è aritmetica dell’informazione. Prendiamo il discorso del Presidente Sergio Mattarella al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura. Per alcuni è stata una carezza al governo, per altri una frustata all’esecutivo; per altri ancora, una dichiarazione di guerra fredda tra poteri dello Stato. Curioso: una sola voce, tre spartiti diversi. La nostra, più modestamente, è una lettura lineare: il Capo dello Stato ha invitato tutti ad abbassare i toni. Tutti. Non una parte contro l’altra, ma un richiamo generale alla compostezza istituzionale. Se avesse voluto redarguire esclusivamente il governo, lo avrebbe fatto apertamente dal Colle. Se ha parlato al CSM, da presidente del CSM, significa che il richiamo era diretto anzitutto a chi aveva davanti, e per riflesso a chi, fuori da quell’aula, alimentava il botta e risposta. Quando una diatriba supera il livello di guardia, non è solo una questione di galateo costituzionale: è una questione di pazienza collettiva. Il popolo, che sembra indifferente perché lavora, paga le tasse e manda avanti la baracca, potrebbe un giorno perdere le staffe. E quando il cittadino comune si stanca, non scrive editoriali: cambia umore. E talvolta cambia anche voto. Per questo le notizie dovrebbero narrare la realtà e non inseguire l’interpretazione partigiana. La cronaca è un fatto; il commento è un’opinione. Confondere le due cose è legittimo per un romanziere, meno per un giornalista. Quanto al resto, sarebbe auspicabile che la giustizia fosse, semplicemente, giusta. E magari, una volta per tutte, fuori dalla politica. Forse la vittoria del “SÌ” al referendum potrebbe contribuire a ridisegnare confini più nitidi tra chi legifera e chi giudica. La politica, dal canto suo, faccia politica: per il bene della collettività, anche tra mille difficoltà e con il fiato corto dei bilanci. Non è un’utopia. È un’esigenza di igiene pubblica. Un vecchio aforisma attribuito a Boris Makaresko recita: «Molti dei nostri uomini politici sono degli incapaci. I restanti sono capaci di tutto». È una battuta, certo. Ma come tutte le buone battute, punge perché contiene una briciola di verità. Auguriamoci allora che si torni a miti consigli. Perché la libertà e la giustizia, come ricordava Malcolm X, nessuno le regala. Ma in uno Stato maturo non dovrebbero neppure essere conquistate a strattoni. Altrimenti, più che una Repubblica, rischiamo di diventare un talk show permanente. E lì, si sa, vince chi urla di più, non chi ha ragione. Giuseppe Arnò

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Il Nobel che fa perdere la calma

Quando un premio per la pace diventa un casus belli e una decisione discutibile innesca conseguenze tutt’altro che pacifiche.   C’è un vecchio equivoco, duro a morire: che i premi servano a premiare. In realtà servono soprattutto a scontentare. Il Nobel per la Pace, poi, è il più ingrato di tutti: quando lo assegni sbagli sempre, quando non lo assegni provochi cataclismi emotivi. E a gennaio 2026 il Comitato di Oslo ne ha avuto la prova definitiva, sotto forma di un Donald Trump visibilmente contrariato. Per usare un eufemismo. Trump, non premiato, ha deciso che la pace può attendere. O almeno non merita più l’esclusiva dei suoi pensieri. Lo ha scritto, nero su bianco, al premier norvegese: se il vostro Paese non mi riconosce il merito di aver fermato “più di otto guerre”, io non mi sento più obbligato a pensare “puramente alla pace”. Traduzione: business is business, anche quando si chiama Nobel. Il ragionamento è lineare, quasi cartesiano. Obama lo vinse nel 2009 dopo pochi mesi di presidenza; io ho firmato gli Accordi di Abramo, evitato conflitti, tenuto il mondo col fiato sospeso ma sostanzialmente intero, e nulla. Dunque il problema non sono io, ma il premio. Colpevole di essere politico, ideologico, ingiusto. In una parola: ostile. A peggiorare l’umore del Tycoon ci ha pensato l’edizione 2025, assegnata a María Corina Machado, simbolo dell’opposizione venezuelana. Trump l’aveva sostenuta, incoraggiata, quasi adottata. Ma lei, ingrata, ha accettato il Nobel. Peggio: gliene ha persino portato la medaglia in dono, come si fa con un souvenir. Il Comitato ha dovuto precisare l’ovvio: la medaglia si può regalare, il titolo no. Un dettaglio tecnico, ma decisivo. Per Trump, l’ennesima beffa. Da qui la svolta strategica: se la pace non paga, meglio occuparsi di ciò che è “buono e giusto per gli Stati Uniti”. E cosa c’è di più buono e giusto, oggi, della Groenlandia? Terra vasta, fredda, scarsamente popolata e dunque, secondo una logica antica quanto il mondo, disponibile. Poco importa se appartiene alla Danimarca: non ci sono documenti scritti, dice Trump. Solo barche che arrivavano e andavano. E siccome anche gli americani avevano barche, il diritto di proprietà è questione opinabile. Ecco allora il miracolo del Nobel mancato: da premio simbolico a detonatore geopolitico. Una decisione presa in segrete stanze a Oslo che rimbalza fino ai ghiacci artici, coinvolge Nato, Russia, Cina e lascia i groenlandesi a interrogarsi sul proprio futuro. Altro che pace: un premio negato rischia di costare più di una guerra. Daisaku Ikeda ci ricordava che tutto dipende dal carattere delle persone. Vero. Ma a volte dipende anche dal carattere dei premi. Il Nobel per la Pace, nato per unire, continua ostinatamente a dividere. E questa volta, nel tentativo di insegnare la pace, ha finito per irritare chi sostiene di averla già fatta. Morale della favola, in perfetto stile nordico: quando si gioca con i simboli, bisogna stare attenti. Perché un Nobel non assegnato può pesare più di uno assegnato male. E la pace, si sa, è fragile. Soprattutto quando qualcuno decide di metterla in palio. Giuseppe Arnò

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Centomila uomini e una penna blu

  La difesa europea tra burocrazia, slitte groenlandesi e l’eterna tutela americana   Si torna a parlare di difesa europea. Succede ciclicamente, come l’influenza stagionale e i buoni propositi di Capodanno. Questa volta però, almeno sulla carta, il termometro segna febbre alta: centomila uomini per l’autonomia strategica dell’Unione. A dirlo non è un visionario da salotto, ma Andrius Kubilius, Commissario europeo per la difesa e lo spazio. E già questo, per Bruxelles, è una piccola rivoluzione copernicana. Il contesto aiuta. La guerra in Ucraina continua a ricordarci che la storia non è finita, mentre gli Stati Uniti, tornati a ragionare per perimetri, non per vocazioni universali, ridimensionano l’impegno europeo. Così, i nostri 27 eserciti nazionali appaiono per quello che sono: una collezione di uniformi diverse, regolamenti incompatibili e catene di comando che si perdono nei corridoi ministeriali. Più che una forza armata, una fiera campionaria della difesa. Vengono in mente le compagnie di ventura del Rinascimento. Con una differenza non da poco: allora c’era almeno un Giovanni delle Bande Nere, che Machiavelli considerava l’unico capace di opporsi alla discesa degli imperi stranieri. Oggi, a voler essere onesti, senza l’ombrello americano faticheremmo a difenderci persino da un’invasione di cavallette ben organizzate. Eppure l’idea è sensata: una forza europea a comando unico, dotata di tecnologie moderne e di una governance rapida. Perché le crisi non aspettano i verbali, né rispettano le pause caffè dei funzionari. Qui non basta oleare gli ingranaggi: serve cambiare trazione, magari passando dalla biro alla realtà. Basterebbe osservare l’Iran per capirlo. Là dove il dissenso corre più veloce del regime, si frammenta, si adatta, sfugge agli schemi rigidi del potere. La piazza ha capito una cosa elementare: chi resta fermo diventa bersaglio. Una lezione che Bruxelles, ferma per definizione, sembra ancora non aver studiato. Nel frattempo, l’America torna a guardare casa propria. La dottrina Trump, piaccia o no, è chiara: le Americhe sono il perimetro primario. Il Venezuela non è un incidente, ma un capitolo coerente. E la Groenlandia? Lì la diplomazia americana ha deciso di fare le pulci alla storia. Secondo Washington, la Danimarca avrebbe “rioccupato” l’isola violando i protocolli ONU. Traduzione simultanea: non siete in grado di difenderla, quindi ci pensiamo noi. Del resto, come ha spiegato il presidente USA dall’Air Force One, la difesa groenlandese consisterebbe in “due slitte trainate da cani”. Detto con rispetto, ma anche con quella brutalità che spesso sostituisce i comunicati ufficiali. In casa nostra, invece, tutto procede secondo tradizione. Due ostaggi liberati, quarantadue da liberare, un referendum fissato tra mugugni rituali e la giustizia che continua a dissetarsi. Come ricorda un titolo illuminante: “Toghe assetate di ruoli”. Del resto, dar da bere agli assetati è uno dei Comandamenti. Anche quando la sete è di potere. In conclusione, l’Europa sogna centomila uomini mentre continua a muoversi come se la guerra fosse una pratica da protocollare. Discute, rinvia, vota, corregge il comma, mentre il mondo cambia turno e marcia. Gli americani proteggono ciò che ritengono vitale, i regimi reprimono ciò che temono, le piazze imparano ad adattarsi. Noi, invece, ci difendiamo con comunicati e buone intenzioni, senza renderci conto che, senza una difesa credibile, la sovranità resta un bellissimo concetto. Da esporre in vetrina. Accanto alle slitte. Forse il problema non è l’assenza di un esercito europeo, ma l’eccesso di alibi. E alla fine, se qualcuno busserà con cattive intenzioni, non basteranno centomila uomini promessi: servirà almeno la capacità di decidere. Quella, purtroppo, non si arruola.   Di Redazione

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Quando il Principe entra in scena e gli Ignavi restano a guardare

Trump, Machiavelli e l’Antinferno delle organizzazioni internazionali Ci sono momenti nella storia in cui il silenzio non è prudenza ma complicità. E altri in cui l’azione, anche scomposta, diventa l’unica forma possibile di responsabilità. Il caso Venezuela appartiene a entrambe le categorie: da un lato l’inerzia cronica delle organizzazioni internazionali, dall’altro l’irruzione, poco elegante ma decisiva, di Donald Trump, che ha fatto ciò che gli Ignavi non osano nemmeno pensare. Gli Ignavi, appunto. Quelli che Dante incontra nell’Antinferno, anime senza infamia e senza lode, condannate a inseguire eternamente un’insegna senza simboli, punte da vespe e disprezzate persino dall’Inferno. Ecco, se oggi il poeta tornasse tra noi, non avrebbe difficoltà a ritrovare quelle figure nei palazzi ovattati delle grandi organizzazioni internazionali: molte parole, infinite risoluzioni, nessuna decisione. Machiavelli lo aveva capito con cinque secoli di anticipo. Nel Principe, soprattutto nel celebre capitolo XVIII, spiega che esistono due modi di governare: quello dell’uomo e quello della bestia. L’uomo governa con le leggi, la bestia con la forza. Ma quando le leggi falliscono, e falliscono a lungo, ostinatamente, il Principe deve saper ricorrere alla sua parte bestiale. Non per gusto, ma per necessità. È la ragion di Stato, non un capriccio. E in Venezuela le leggi internazionali hanno fallito coscientemente. Per oltre un decennio una dittatura ha ridotto allo stremo un popolo intero: elezioni denunciate come fraudolente e mai seriamente indagate, diritti fondamentali calpestati, libertà soffocate sul nascere. Nessun consesso internazionale ha davvero voluto vedere. L’ipocrisia, mescolata a interessi economici che odorano di petrolio e carburante, ha chiuso non uno ma entrambi gli occhi. A cosa sono serviti, dunque, questi organismi? A criticare gli Stati Uniti. A deplorare. A “esprimere preoccupazione”. Unica, timida eccezione: il Premio Nobel per la Pace 2025 assegnato a María Corina Machado, riconoscimento tardivo e simbolico alla resistenza democratica venezuelana. Ma i simboli, quando arrivano dopo anni di fame e repressione, scaldano meno del pane. Nel frattempo, secondo la CIA, il Venezuela diventava base strategica del narcotraffico diretto verso gli USA; una ristretta cerchia legata al potere si arricchiva, mentre il popolo mancava di medicinali essenziali, carta igienica, cibo. Il Paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo ridotto a mendicare aspirine. Il quadro è completo. Ogni ulteriore commento sarebbe un alibi. È in questo vuoto morale che entra in scena Trump. Non come filantropo, né come cavaliere senza macchia, ma come Principe nel senso più crudo e realistico del termine. Ha agito dove il “governo dell’uomo” aveva scientemente fallito. Ha scelto la forza quando le regole erano diventate una foglia di fico per l’inerzia. Piaccia o no. Del resto, lo ricorda François de La Rochefoucauld: «Nessuno merita di essere lodato per la propria bontà, se non ha la forza di essere cattivo». Ogni altra bontà, spesso, è solo pigrizia travestita da virtù. Il tempo dirà se Trump sia stato uomo o bestia. Ma una cosa è certa: mentre gli Ignavi continuavano a inseguire le loro bandiere senza stemma, qualcuno ha avuto il coraggio, o l’impudenza, di decidere. E nella storia, quasi sempre, non sono gli Ignavi a scriverla. Giuseppe Arnò

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Taci, il nemico ti ascolta

Ovvero: come l’esasperazione ideologica trasforma le parole in armi e i buoni sentimenti in alibi   a «In Occidente si vive esasperati e si muore disperati», scriveva Gilbert Cesbron. Non era un profeta, era solo un uomo che osservava. Il problema, oggi, è che abbiamo smesso di osservare e abbiamo cominciato a urlare. Tutti. Sempre. Su tutto. Il trucco, lo sapevano anche i vecchi saggi, quelli senza account social, sta nel rimanere un passo indietro dall’esasperazione. Ma l’Occidente corre. Corre verso il megafono, verso la semplificazione, verso il comodo rifugio del “noi contro loro”. E quando ci arriva, non trova la giustizia. Trova il sangue. “Taci, il nemico ti ascolta.” La frase, partorita in epoca mussoliniana, oggi fa sorridere i nostalgici e rabbrividire i prudenti. Perché il nemico, ormai, non ha più bisogno di spie in impermeabile. Gli basta uno smartphone, un server lontano, un algoritmo zelante. Ci ascoltano gli apparati elettronici che registrano le nostre conversazioni e le archiviano in centri dati di cui ignoriamo tutto, tranne che non stanno dietro l’angolo. Ci ascoltano i divulgatori d’idee, gli insegnanti, i giornalisti, che rischiano di essere gambizzati, se va bene, o appesi mediaticamente a testa in giù. E ci ascolta il vicino di casa, che da semplice seccatore può diventare, nella paranoia collettiva, un potenziale estremista sovversivo. Nel frattempo, nei Paesi che si ostinano a chiamarsi democrazie, accade l’impensabile: si accoglie, si ospita, si tollera. Poi si viene colpiti. Non per errore, ma per ideologia. Ideologie aliene, fanatiche, impermeabili alla complessità, che si nutrono della narrazione più antica e più comoda: “noi contro loro”. Una narrazione che non spiega nulla, ma giustifica tutto. Sydney, Bondi Beach. Una spiaggia affollata, una festa religiosa (Hanukkah) e un attentato terroristico antisemita che lascia dodici morti, ventinove feriti, tra cui agenti di polizia. Tra le vittime anche il rabbino di Sydney, Eli Schlanger. Un bilancio che non è un numero, ma una frattura. L’ennesima. Non l’ultima, purtroppo. Il cordoglio è stato unanime. Governo e opposizione italiani, finalmente d’accordo su qualcosa. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, ha detto ciò che andava detto: l’odio antiebraico non ha confini ed è il frutto avvelenato di una propaganda che mente, esaspera, incendia. Matteo Renzi ha aggiunto che non basta piangere oggi e dimenticare domani. Ha ragione. Il lutto senza memoria è solo una cerimonia. E allora veniamo al punto, che è scomodo ma necessario. Le parole non sono innocue. Le piazze virtuali non sono giochi. Le bandiere agitate senza cervello diventano sudari. L’esasperazione ideologica è una droga: eccita, semplifica, deresponsabilizza. E quando l’effetto svanisce, qualcuno passa all’atto. Sempre qualcun altro, ovviamente. Il fanatico non si sporca mai le mani da solo: ha bisogno di un clima, di una folla che urla, di intellettuali distratti e di indignati professionali. Cari Pro-Pal, e non fingiamo di non capire, a buon intenditore poche parole. Anzi, se ne sono già spese troppe. Difendere una causa non significa assolvere l’odio. Criticare uno Stato non autorizza a colpire un popolo. E chi non distingue, prima o poi, sceglie il coltello al posto dell’argomento. Montanelli avrebbe probabilmente chiuso così: quando le ideologie smettono di pensare e cominciano a credere, il prossimo passo non è la rivoluzione. È il funerale. E, come sempre, a pagarlo sono gli innocenti. di Redazione

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Recensione al libro “Linfa rara è la lacrima di una cicala”

“Linfa rara è la lacrima di una cicala” di Antonella Alfano (Eretica Edizioni, 2025 pp.  84 € 16.00) raccoglie il richiamo dell’archetipo poetico per rappresentare, in una visione teatrale e simbolica, l’arcana divinazione dell’esistenza, il significato terapeutico delle parole, la congiunzione magica tra l’intuizione e la ragione lungo il percorso iniziatico della vita. Antonella Alfano attraversa un itinerario di conoscenza e di esperienza intorno all’aura splendente capace di illuminare la sua strada, incrocia il tramite comunicativo tra l’essere umano e il suo inconscio, approfondisce la paura e l’inquietudine, guarda allo specchio dell’anima riflettendo il complesso e denso viaggio di ricerca e di crescita personale. Il libro, composto da seducenti poesie e ipnotiche illustrazioni, racchiude il suggestivo e carismatico potere dell’ispirazione, percorre, nell’immaginifica impronta di un superbo contesto espressivo, il solco di una introspezione disgiunta dalle tormentate reazioni interiori, circonda la magnetica, imperscrutabile e segreta coscienza del poeta, descrive l’approccio lirico ed emotivo delle sentenze stilistiche, concentrando, sulla natura allegorica dell’evocazione elegiaca, la dimensione profetica di una visione del mondo che combina l’essenza ultraterrena con la caratteristica umana. L’autrice misura il miracoloso strumento poetico per dare forma e contenuto alle proiezioni metaforiche, emblemi di un’originale opera letteraria che espone l’elemento figurativo e la motivazione letterale delle sensazioni, sospinge le prodigiose direzioni dell’illuminazione linguistica itinerante, suggellata dalla padronanza dei passaggi personali tra l’Italia e la Francia, testimoni di sostegno delle considerazioni e delle indagini sull’umanità. La documentazione drammaturgica, intellettuale e mistica dei versi rafforza il presentimento della provvisorietà, esprime la mutabilità degli eventi e l’evidenza palpabile del pensiero nutrito dall’uso incantevole dello stupore. Antonella Alfano allestisce l’aspetto scenografico immersivo nelle pagine, donando l’effetto di una lettura performativa, dove lo sguardo di una solenne e oscura previsione interiore si posa sul fremito del cuore e sulla percezione dello scoramento esistenziale, sul turbamento dell’amore e sulla tensione della morte, sulla provocazione delle relazioni e sull’amarezza degli abbandoni, sulla rincorsa dell’entusiasmo e sull’impulso delle passioni. La poesia di Antonella Alfano si nutre del principio dell’immaginazione come esortazione alla realtà, guidato dalla silenziosa e insinuante interazione tra l’evoluzione personale e il coinvolgimento dell’altrove. Un libro che mette in scena il luogo di una personificazione individuale come riproduzione universale delle corrispondenze umane, riferisce l’intangibile ideale della sensibilità, genera l’atmosfera visiva delle corrispondenze, compone un modo originale e cabalistico per omaggiare l’universo classico del poeta e la tradizione della sua fedele musa. Antonella Alfano giustifica l’adattabilità del tempo nella prospettiva della limitatezza, nel dettaglio evanescente della solitudine, nella desolazione dolorosa di un cammino errante verso la memoria di un invito primitivo, antico e mitologico, dove il sentiero vertiginoso dei componimenti si spinge oltre la capacità sensoriale di vivere e di esaudire la tessitura fiduciosa della libertà artistica.   Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/  

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