Gambadoro recensisce Leggende Massoniche di Vetere

  LEGGENDE MASSONICHE. TRA MITI E ARCHETIPI IL NUOVO LIBRO DI FRANCESCO SAVERIO VETERE   di Silvia Gambadoro   La Massoneria, con i suoi rituali antichi e i suoi nobili ideali, attraversa i secoli intrecciandosi con il mito e le leggende, in un cammino che affonda le radici nell’origine del Tempo. Nel suo nuovo libro “Leggende Massoniche-Massoneria e massoni oltre la storia” Francesco Saverio Vetere guida il lettore lungo un percorso iniziatico scandito dalle prove e dalle rivelazioni di Aureliano, giovane apprendista che scopre, giorno dopo giorno, gli insegnamenti dei Maestri.   Attraverso la costruzione delle mura di una cattedrale, Aureliano impara la virtù della pazienza: la materia — la pietra viva — si lascia plasmare solo da chi la sa ascoltare. Ogni colpo di scalpello diventa un atto di rispetto, un dialogo silenzioso con la materia stessa, che prende forma a condizione di non forzarla. È un’arte che insegna a osservare, ad attendere, a riconoscere nei piccoli scricchiolii e nelle imperfezioni il linguaggio della creazione.   Quel lavoro quotidiano sulla pietra si rivela ben presto un simbolo di crescita interiore: la costruzione esteriore si fa riflesso di un’elevazione spirituale. Come il cielo e la terra si uniscono nella bellezza dei templi e delle cattedrali, così la ricerca della Conoscenza lega lo spirito umano al divino, forgiando il carattere attraverso le prove del silenzio, della disciplina e dell’ascolto.   Nel segreto di una cripta, i Maestri conducono Aureliano attraverso i vari gradi dell’iniziazione. Il sapere, insegna Vetere, richiede tempo, sacrificio, razionalità e perseveranza, ma anche umiltà e dedizione assoluta. I pilastri dell’Ordine — obbedienza, rispetto, lealtà — conducono verso l’obiettivo più alto: la comprensione dell’armonia universale e delle leggi del cosmo.   Sono insegnamenti che affondano nel mito: da Hiram, l’architetto del tempio di Salomone che sacrifica la vita per custodire il segreto dell’equilibrio perfetto, a Prometeo, il titano che donò agli uomini il fuoco della conoscenza, pagando con la condanna eterna. Fino al leggendario Tempio di Salomone, specchio terreno della perfezione divina, distrutto dalla corruzione del suo stesso re.   Da quella distruzione nasce la diaspora dei grandi maestri, che disseminano nel mondo la conoscenza e i simboli della loro arte. Ogni leggenda, ogni archetipo diventa una chiave per accedere a una consapevolezza più profonda. Il lettore si trova così immerso in un’atmosfera sospesa tra mistero e rivelazione, dove storia, mito e spiritualità si fondono in un’unica narrazione.   Vetere ricostruisce con finezza l’origine dei grandi ordini del mondo: dallo Scozzese alla Rosa+Croce — la rosa come simbolo dell’anima che sboccia e s’innalza, la croce come rappresentazione della dimensione umana e del sacrificio. E ancora la squadra e il compasso, emblemi dell’equilibrio e della misura, che ritroviamo incisi nella pietra di tanti palazzi e chiese.   In questo affascinante viaggio nei segreti e nei simboli della Massoneria, non poteva mancare il riferimento all’Ordine dei Templari, custodi di un sapere che unisce la fede alla conoscenza, la leggenda alla luce della Verità.   Con “Leggende Massoniche”, Vetere invita il lettore a varcare la soglia del mistero, a diventare egli stesso cercatore di significati. Tra mito e filosofia, tra rito e ragione, il libro si fa specchio del cammino umano verso la conoscenza: un viaggio che non si conclude mai, ma inizia ogni volta che l’uomo alza lo sguardo e si interroga sul senso profondo della luce.   ***   Francesco Saverio Vetere è nato a Cosenza nel 1962. Avvocato cassazionista, giornalista pubblicista e docente universitario presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove insegna Storia dell’editoria periodica e Management dell’editoria periodica, è Segretario Generale e Presidente della Giunta Esecutiva dell’USPI (Unione Stampa Periodica Italiana). Autore di numerosi saggi, ha recentemente pubblicato Istituzioni di editoria periodica (USPI, Roma 2025) e Informazione e disinformazione (USPI, Roma 2025). Nell’ambito della Tradizione iniziatica ha dato alle stampe Il pensiero iniziatico (Tipheret, Acireale-Roma 2018  

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Per chi suona la campana oggi?

Claudia Cardinale, l’eterna Angelica, lascia il palcoscenico della vita. Una bellezza indomita che resta, mentre satrapi e imperatori si dissolvono nella polvere dell’oblio. Se ne vanno coloro che gli dei amano. E Claudia Cardinale, Angelica nel Gattopardo, non era amata soltanto da migliaia di spettatori rapiti dal suo sguardo: anche le divinità hanno deciso di portarla con sé. Dopo 87 anni, e poco più di un anno dalla morte del suo Tancredi,  Alain Delon,  il cerchio ideale di un’epopea cinematografica si chiude. Cardinale non fu mai solo una diva, ma una donna che seppe imporsi nel mondo del cinema con grazia e forza, testimone di un’epoca in cui le attrici rischiavano di essere ridotte a soprammobili di celluloide. Musa di Visconti e Fellini, rivale “bruna” della Bardot bionda, incarnò una femminilità autentica, più vissuta che inventata. Angelica non era un ruolo: era lei, con la sua caparbietà siciliana, con la sua voce calda e inconfondibile, con la sua libertà di donna che non accettava catene. Ma oggi, mentre la campana suona per lei, si impone una riflessione: cosa rimane di chi non ha vissuto offrendo buoni esempi, se non cenere dispersa? Noi tutti lottiamo, spesso per nulla, per i capricci di satrapi e imperatori che domani saranno dimenticati come polvere tra i registri di storia. Claudia Cardinale invece resta: il suo valzer con il Principe Salina continuerà a danzare nella memoria collettiva, quando i nomi dei potenti di oggi saranno solo note a piè di pagina. Come scrisse Hemingway: ogni morte ci diminuisce, perché siamo parte dell’umanità. Eppure ci accorgiamo di questa verità solo quando scompare qualcuno che abbiamo amato. Con Claudia Cardinale se ne va un frammento della nostra giovinezza, ma rimane l’impronta luminosa del suo talento. Oggi anche Angelica è salita a ballare con le stelle. E noi restiamo a terra, a domandarci: chi di noi lascerà un segno altrettanto vivo, quando la campana suonerà per noi? Giuseppe Arnò

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Armani muore solo una volta

E no, non toglie spazio a Gaza: il lutto non è un monopolio ma una pluralità di voci Milano si è messa in fila, in silenzio, per Giorgio Armani. Già dalle 7 del mattino centinaia di persone aspettavano di entrare nell’Armani/Teatro di via Bergognone, dove è stata allestita la camera ardente del re della moda. Lanterne di carta, candele, incenso e una bara sobria con rose bianche: così l’Italia ha detto addio a uno dei suoi simboli più grandi. In fila c’erano politici, stilisti, registi, sportivi, ma soprattutto cittadini comuni. A sancire che Armani, pur nella sua riservatezza, era ormai patrimonio collettivo. Un uomo che non ha vestito soltanto i corpi, ma un’idea intera di italianità. Eppure, da qualche giorno, accanto ai necrologi per Armani proliferano anche quelli contro i necrologi stessi. “Troppo spazio ai giornali, e Gaza allora?”. Ecco, appunto: Gaza. Un dramma quotidiano e sanguinoso, tragico nella sua ripetitività. Là purtroppo si muore ogni giorno, e ogni giorno se ne scrive. Armani, invece, è morto una volta sola. E, spiace dirlo,  i morti non sono intercambiabili come le caselle di un Sudoku: non è che togliendo un articolo su Armani se ne salva uno a Rafah. Il mondo è fatto di disgrazie: grandi, piccole, personali o collettive. L’informazione non è un registro condominiale dove si spunta chi ha diritto al cordoglio. Oggi è Armani, ieri Gaza, domani altro ancora. A ciascuno la sua voce, con la dovuta importanza. E Armani l’importanza ce l’ha eccome: un uomo che ha reso Milano un laboratorio di stile, che ha insegnato a generazioni il valore della misura, che ha costruito un impero globale senza mai diventare una caricatura di se stesso. Non basta un trafiletto: sarebbe come ridurre la Scala a un karaoke. Lunedì i funerali privati, lutto cittadino, bandiere a mezz’asta. Poi, forse, l’iscrizione al Famedio. Perché Milano non si vergogna di piangere i suoi grandi. E perché Armani, almeno per una volta, ha diritto al monopolio delle prime pagine. Gaza, purtroppo, le avrà ancora domani. Giuseppe Arnò

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Diplomazia in pantofole 🔺

Diplomazia in pantofole: il pressing degli ex ambasciatori e le domande che non fanno notizia Mentre quaranta ex diplomatici chiedono a gran voce il riconoscimento dello Stato di Palestina, il cittadino comune, disilluso e ancora in attesa di una politica estera europea degna di questo nome, si pone domande che nessuno sembra voler ascoltare.  Una postilla che solletica il pensiero È un appello che suona nobile, quello dei quaranta ex ambasciatori italiani rivolto alla Presidente del Consiglio Meloni. Ma, senza voler turbare l’armoniosa prosa della lettera aperta, sorgono spontanee alcune domande che, lungi dall’essere provocatorie, sembrano piuttosto appartenere a quella parte di opinione pubblica che, pur simpatizzando per la pace e la coesistenza, non ha ancora ceduto del tutto il cervello all’ideologia. Perché, ad esempio, parlano 40 ex ambasciatori?La scelta del passato remoto lascia perplessi. Se l’urgenza è così impellente, dov’è la voce degli ambasciatori in carica, quelli operativi, nelle stanze dove si decidono le sorti diplomatiche?Oppure la libertà si conquista solo dopo la pensione? Poi: il riconoscimento della Palestina, ma di quale Palestina parliamo?Siamo sicuri che non si tratti dell’ennesimo atto riflesso, imitazione pavloviana di quanto deciso altrove (vedi Spagna, Irlanda e Norvegia)? In che misura la posizione italiana, oggi più che mai,  dovrebbe uniformarsi a una “moda” diplomatica, anziché forgiare una linea autonoma, ponderata, nazionale? E tu Unione Europea, dove sei?Anche stavolta, come da copione, si naviga a vista: ogni Paese membro prende la rotta che più gli aggrada. Il risultato è una politica estera europea ridotta a collezione di opinioni personali. Altro che voce comune. La domanda delle domande, però, è questa:La Palestina, che alcuni vorrebbero vedere riconosciuta domani mattina, ha mai riconosciuto formalmente lo Stato di Israele?La risposta, tanto semplice quanto scomoda, è: no. Non ufficialmente, non realmente. E se ci illudiamo che basti la parola “pace” per addomesticare i contendenti irriducibili, allora abbiamo davvero bisogno di un supplemento di realtà. A questo si aggiunge un altro elemento tutt’altro che trascurabile.La decisione della maggioranza dei Paesi del G7 a favore del prossimo riconoscimento dello Stato palestinese si muove in una direzione univoca. Si tratta, con ogni evidenza, di una strategia prettamente politica, ma dagli effetti pratici pressoché nulli, poiché non esiste un’entità statuale determinata che possa essere davvero riconosciuta. Appare, piuttosto, come un esercizio di moral suasion nei confronti di Israele e dei suoi principali alleati.La minaccia di Donald Trump al Canada, con l’annuncio di dazi e penalizzazioni in caso di riconoscimento, rappresenta un diktat dal quale molti Paesi occidentali, in particolare l’Europa, sembrano oggi voler prendere le distanze. Un segnale di autonomia crescente da una politica americana che, anche sul piano nazionale (leggendo i sondaggi), comincia a mostrare segni di consumazione. Infine: l’Italia dovrebbe riconoscere la Palestina… ma governata da chi?Da un’entità amministrativa fantasma, da un’autorità che non controlla Gaza, o da un gruppo estremista che ancora oggi nega il diritto all’esistenza dello Stato ebraico? Nessuno dei firmatari sembra sfiorato dal dubbio. Sia chiaro: il dolore dei civili, palestinesi o israeliani, non è merce da sconto né bandiera da sventolare a fini propagandistici. Ma proprio perché siamo stanchi di morti, di misfatti che riempiono di orrore e di dichiarazioni di principio, servono scelte vere, responsabili, coerenti. E qualche risposta in più. Magari da Macron, o direttamente dai 40. Sempre che il microfono sia ancora aperto. di Redazione Revisione testo con IA

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Missili, Minacce e Moralità: Il Grande Spettacolo della Democrazia Esportata

  Gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani e annunciano “pace o distruzione totale”. Teheran promette vendetta, Mosca e Pechino si indignano. Ma alla fine, come sempre, Hollywood applaude. Analisi semiseria (ma non troppo) dell’attacco USA all’Iran     Stanotte, mentre l’Europa dormiva e l’Asia si stropicciava gli occhi, gli Stati Uniti hanno deciso che era il momento di “fare pulizia” nei laboratori nucleari dell’Iran. E lo hanno fatto in grande stile: missili di precisione, obiettivi centrati al millimetro, dichiarazioni trionfali e standing ovation (a stelle e strisce, ovviamente). Fordow? Già era Uno dei nomi che per anni ha turbato i sonni dei think tank di Washington è stato cancellato dalla mappa con la stessa rapidità con cui si cancella un vecchio file dal desktop. Insieme a Natanz ed Esfahan, i “mostri atomici” dell’Iran sono stati neutralizzati – almeno secondo il racconto americano. Nessuna arma nucleare? Perfetto, la minaccia è stata sventata, e il mondo può tornare a respirare… o almeno, così ci viene detto. Trump trionfante, tra Dio, droni e diplomazia muscolare L’ex presidente Trump (ormai in modalità action hero permanente) è tornato alla ribalta con un discorso in cui si mescolano minacce epiche, commoventi elogi ai piloti americani e un grazie sentito al premier israeliano Netanyahu, suo co-protagonista nella sceneggiatura del “Mondo libero contro il Male assoluto”. Pace? Magari. Ma intanto gli altri obiettivi sono pronti ad essere “aggiunti in pochi minuti”, come se si trattasse di un carrello Amazon militare. Iran: “Toccate Khamenei e scateniamo l’inferno” Dall’altra parte, l’Iran – scosso ma tutt’altro che domato – risponde con un avvertimento: se gli USA toccano l’Ayatollah Khamenei, la reazione sarà “senza limiti e senza restrizioni”. Una formula elegante per dire: “se cercate il boss, noi spingiamo il tasto grosso”. E il Medio Oriente torna a tremare, perché quando si parla di “asimmetria”, non si intende il taglio dei capelli. Russia e Cina: i paladini del diritto internazionale (a senso unico) Nel frattempo, da Mosca e Pechino si alzano lamenti solenni per la violazione del diritto internazionale. Loro, che in quanto a operazioni militari unilaterali hanno un curriculum lungo come la Muraglia Cinese, scoprono improvvisamente il valore delle norme internazionali. Sconcerto, indignazione e… geopolitica, ovviamente. Ma da che pulpito viene la predica! La pace? Una parola difficile da scrivere sotto i droni Siamo onesti: nessuno si aspettava un attacco simile, eppure tutti lo consideravano “possibile”. Ora ci si interroga sulle conseguenze: escalation militare? Attacchi cyber? Colpi di mano sul territorio? Intanto, le borse ballano e i ministri degli esteri si aggrappano alle parole “moderazione” e “dialogo” con la stessa convinzione con cui si cerca l’ombrello dopo che è passato l’uragano. Conclusione: la democrazia non ha prezzo. Ma un costo, eccome se ce l’ha. Quello che resta è il solito copione: gli USA si autoproclamano guardiani della libertà, il Medio Oriente diventa di nuovo teatro di tensioni globali, e l’umanità assiste, impotente, allo scontro tra titani con troppi missili e poche idee nuove. La democrazia non ha prezzo? Forse. Ma tra carburante per i jet, bombe intelligenti e droni sempre più intelligenti delle diplomazie che li usano, il conto si fa sempre più salato. E ora? Tutti aspettano la prossima conferenza stampa. E magari anche il prossimo missile. Giuseppe Arnò

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Israele contro Iran: l’Occidente sostiene la guerra e l’Europa si fa complice del silenzio

“Dulce et decorum est pro patria mori.” — Orazio “Il potere si difende con la menzogna, ma si regge sul silenzio.” — Ignazio Silone All’alba di questi ultimi giorni, nuovi raid israeliani hanno colpito senza tregua le province iraniane di Isfahan e Fars. I droni hanno centrato non solo obiettivi militari – siti strategici e depositi di armi – ma hanno mietuto vittime civili, amplificando un bilancio di dolore che già conta decine di morti. La guerra aperta tra Israele e Iran, iniziata da meno di una settimana, non accenna a rallentare. È una guerra combattuta su più fronti: oltre ai bombardamenti, si combatte una battaglia mediatica e diplomatica, fatta di parole, omissioni, silenzi e alleanze oscure. Ed è proprio in questo intreccio di dinamiche che si cela la vera gravità della situazione. Israele non è più isolato. Dietro le sue azioni si staglia l’ombra pesante di un Occidente che non si limita a un tacito assenso, ma si fa promotore e sostenitore esplicito di questa offensiva. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha pronunciato parole che suonano come una confessione: “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”. Questa ammissione smaschera un’Europa spaccata tra retorica umanitaria e realpolitik senza scrupoli. Da una parte, la condanna formale; dall’altra, l’appoggio strategico. Tel Aviv bombarda, Teheran brucia, e Berlino applaude dietro le quinte, consapevole di aver scelto la parte di chi vuole mantenere un ordine globale fatto di minacce e aggressioni preventive. Il bersaglio principale è ormai chiaramente l’Iran, sotto assedio per il suo controverso programma nucleare. Teheran, con le sue capacità atomiche, rappresenta il capro espiatorio su cui scaricare tutte le tensioni accumulate negli ultimi anni tra Washington, Tel Aviv e Bruxelles. L’obiettivo è smantellare ogni possibile autonomia strategica dell’Iran, legittimando ogni tipo di azione, anche la più violenta, come “difesa preventiva”. Nel frattempo, negli Stati Uniti, Donald Trump continua a cavalcare la crisi con toni duri e senza mezzi termini. Non più presidente, ma tutt’altro che marginale, Trump si muove sulla scena politica come se fosse ancora in carica. La sua retorica bellicista parla di “resa incondizionata” dell’Iran e della necessità di un’azione coordinata con Israele per “eliminare totalmente la minaccia nucleare”. Non si tratta solo di propaganda elettorale: è un chiaro segnale che gli Stati Uniti, o almeno una parte consistente della loro classe dirigente, sono pronti a sostenere militarmente Tel Aviv in un’escalation che potrebbe rapidamente degenerare. Sul fronte internazionale, la Russia esprime una condanna formale degli attacchi israeliani ma non mette in campo alcuna strategia concreta per fermare l’escalation. La Cina, da parte sua, invita alla calma, mantenendo però una posizione defilata e attendista. L’Europa, infine, appare prigioniera di una paralisi politica che rasenta la complicità. Le dichiarazioni ufficiali sono un richiamo vago alla “moderazione da entrambe le parti”, ma sul terreno diplomatico non si muove nulla di concreto. L’Italia, in questo quadro, assume un ruolo emblematico. Giorgia Meloni, reduce dall’ultimo G7, ha presentato risultati e una centralità internazionale che sembrano più un esercizio di autocelebrazione che un reale peso geopolitico. Nel dibattito pubblico nazionale, l’attenzione è quasi tutta assorbita dalle riforme elettorali e dalle regole per i referendum, mentre una guerra che rischia di stravolgere gli equilibri globali procede indisturbata. Non c’è una parola chiara né una proposta seria per uscire dall’impasse diplomatica. L’assenza di leadership è evidente e allarmante. Nel frattempo, il cielo iraniano non è sorvegliato solo dai jet israeliani: satelliti e sistemi di intelligence occidentali monitorano costantemente i movimenti sul terreno, garantendo un sostegno logistico e strategico invisibile ma decisivo. Israele non combatte più da sola: è parte di un meccanismo complesso in cui l’Occidente gioca un ruolo di primo piano, pur mantenendo una facciata di distacco. Questa guerra, dunque, non è solo un confronto tra due nazioni, ma un pezzo cruciale della strategia geopolitica globale. Il conflitto del 2025 rischia di essere un punto di non ritorno. L’Occidente ha scelto chiaramente da che parte stare, abbandonando ogni tentativo di mediazione e schierandosi senza esitazioni al fianco di Israele. L’Europa, col suo silenzio e la sua passività, si rende complice di un’escalation che distrugge città e vite umane. Il tempo della diplomazia, se mai c’è stato davvero, sembra ormai scaduto. Il tempo delle illusioni è finito. In questo scenario, rimanere in silenzio non è più un atto di equilibrio o prudenza: è un atto di complicità politica e morale. Questa escalation tra Israele e Iran non è un semplice conflitto regionale, ma un evento che sta coinvolgendo in modo sempre più diretto l’intero scacchiere internazionale. Il sostegno esplicito dell’Occidente a Israele, unito all’apatia europea, mette in luce una politica incapace di proporre soluzioni di pace credibili, mentre l’America di Trump spinge per un intervento militare ancora più diretto, aumentando il rischio di un conflitto di portata ancora maggiore e potenzialmente devastante. Se non si cambia rotta in tempi rapidi, la diplomazia sarà schiacciata sotto le bombe, e con essa ogni residua speranza di stabilità globale. Il mondo osserva, mentre si scrive una nuova pagina di violenza e tensione, e l’Europa resta immobile, prigioniera delle proprie contraddizioni e di una scelta politica che si paga, in ultima analisi, con vite umane. Carlo Di Stanislao

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Missione Fallita: Greta & Co. in Crociera per Gaza, Ma Israele Non Prenota il Selfie

Altro che “Freedom Flotilla”, sembrava più una crociera VIP con tappa forzata ad Ashdod. Greta Thunberg, ormai attivista a 360 gradi e con una predilezione per i tour simbolici, ha pensato bene di salpare verso Gaza su quello che è stato prontamente ribattezzato lo “yacht dei selfie delle celebrità”. Obiettivo dichiarato: rompere il blocco navale israeliano con latte in polvere e post su Instagram. Spoiler: non è andata benissimo. La marina israeliana, poco incline agli happening marittimi senza autorizzazione, ha fermato il veliero con un blitz lampo, decisamente meno scenografico di quanto Greta e i suoi follower sperassero. I passeggeri, definiti “attivisti disarmati” dalla ONG promotrice, sono stati scortati in sicurezza verso le coste israeliane, dove riceveranno un’accoglienza meno calorosa del previsto – ma forse più educativa, con tanto di proiezione forzata del video del 7 ottobre, come ordinato dal ministro della Difesa Israel Katz. Nessun ostaggio, nessuna epopea da libro autobiografico: solo un biglietto di ritorno per casa e forse, per la prossima volta, la consapevolezza che rompere blocchi navali richiede qualcosa di più di una GoPro e una buona dose di indignazione social. di Redazione

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Un Futuro di Speranza: Costruiamo Insieme una Scuola in Kenya

Help Celine Build her Primary School in Kenya Lorenzo Toninelli organizza questa raccolta fondi Donazione protetta In English below Un Futuro di Speranza: Costruiamo Insieme una Scuola in Kenya Ogni bambino ha diritto a un’istruzione, a un luogo sicuro dove imparare, crescere e sognare. In molte parti del mondo, però, questo diritto è ancora un privilegio. È da questa consapevolezza che nasce la straordinaria iniziativa di Lorenzo Toninelli: costruire una nuova scuola in Kenya, un gesto concreto di solidarietà che può cambiare davvero la vita di tanti giovani.Questa opera umanitaria non è solo un progetto edilizio, ma una vera e propria semina di futuro, cultura e dignità. È un invito rivolto a tutti noi: partecipare, sostenere, condividere. Perché solo insieme possiamo trasformare un sogno in realtà e offrire a questi bambini le opportunità che meritano. Unisciti a Davide, Lorenzo, Celine e a tutti coloro che credono nella forza dell’educazione: costruiamo insieme un ponte di speranza verso il domani. AIUTA CELINE A COSTRUIRE UNA NUOVA SCUOLA IN KENYA Celine è la direttrice della Alsel Academy, scuola da lei stessa fondata nel 2015 con l’obiettivo di promuovere l’educazione a bambini e ragazzi di famiglie in contesti rurali caratterizzati da una diffusa povertà nell’area di Tiwi. Da anni Celine si prende cura di centinaia di bambini in una struttura ormai fatiscente, che consiste in alcuni edifici che sorgono in un terreno in affitto. Uno di questi edifici è stato gravemente danneggiato da una tempesta, costringendo gli studenti a stiparsi in aule già troppo anguste. Inoltre, la maggior parte dei fondi provenienti dalle famiglie degli studenti viene utilizzata per coprire il costo dell’affitto. Tutte queste criticità hanno spinto Celine a risparmiare per anni al fine di acquistare un lotto di terra in cui costruire una nuova scuola. Finora sono stati costruiti solamente i muri: mancano ancora il tetto, i pavimenti, gli infissi, le lavagne, i banchi, le sedie e in generale tutto quello che la renderebbe una scuola a tutti gli effetti. Aiutaci a realizzare il sogno di Celine e dei suoi studenti, completando la costruzione della nuova scuola. Il primo passo è quello di raccogliere i fondi necessari per il tetto, le porte e le finestre: il totale per l’acquisto dei materiali e degli strumenti necessari per installarlo corrisponde 3000€. Al superamento di questa soglia, seguirà l’acquisto di lavagne e tutto il resto del materiale didattico. Ogni donazione potrà fare la differenza. Grazie! Davide Manuelli & Lorenzo Toninelli ————————— HELP CELINE BUILD A NEW SCHOOL IN KENYA Celine is the director of Alsel Academy, a school she founded herself in 2015 with the goal of promoting education for children and young people from families in rural areas affected by widespread poverty in the Tiwi region. For years, Celine has been taking care of hundreds of children in a now dilapidated facility made up of a few buildings on rented land. One of these buildings was severely damaged by a storm, forcing students to cram into already overcrowded classrooms. Moreover, most of the funds provided by the students’ families are used to cover the cost of rent. All these challenges have led Celine to save for years in order to buy a plot of land where she could build a new school. So far, only the walls have been built: the roof, floors, windows and doors, blackboards, desks, chairs, and everything else needed to make it a fully functioning school are still missing. Help us make Celine and her students’ dream come true by completing the construction of the new school. The first step is to raise the funds needed for the roof, doors, and windows: the total cost for purchasing the materials and tools necessary for installation is €3,000. Once this goal is reached, we will proceed with purchasing blackboards and all other educational materials. Every donation can make the difference. Thank you! Davide Manuelli & Lorenzo Toninelli Mostra di più   💚 3 Aggiornamenti (1) Oggidi Lorenzo Toninelli, Organizzatore Grazie al vostro supporto, nelle prime 48 ore di apertura del progetto, abbiamo già raggiunto il 30% del nostro obiettivo iniziale! Vi ringraziamo di cuore per tutta la generosità e il buon cuore che state dimostrando, continuando a diffondere questa campagna ci avvicineremo sempre di più all’obiettivo. Un ringraziamento speciale a tutti voi. Un abbraccio, Lorenzo DonaCondividi Organizzatore Lorenzo Toninelli Organizzatore Borgo San Lorenzo Contatto

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A Barcellona il Merito Umanitario celebra l’eccellenza mondiale: presente anche il Dott. Don Paolo Baratta

  Anche quest’anno, il 24 maggio 2025, si è svolta a Barcellona, nella cornice raffinata dell’El Palace Hotel, la XXVI edizione della cerimonia ufficiale dell’Institution del Mérito Humanitario. Fondata nel 1999 e istituita dal Re di Spagna, questa storica organizzazione si è posta, fin dalle origini, un obiettivo nobile: premiare le personalità di spicco che si distinguono per il loro impegno umano, sociale e professionale al servizio degli altri. L’Istituzione, con sede stabile proprio a Barcellona, ha riconosciuto negli anni il valore e il contributo di oltre tremila individui e organizzazioni, rendendo omaggio a figure emblematiche dell’eccellenza mondiale. Tra i nomi più prestigiosi figurano il Dalai Lama, Rita Levi Montalcini, Umberto Agnelli, e la Marina Militare Italiana, simboli di dedizione, coraggio e visione etica. In questo contesto solenne e carico di significato, ha preso parte anche il Dott. Don Paolo Baratta, cittadino italiano originario di Castrovillari (CS), già insignito lo scorso anno della Gran Croce al Merito e Diritto Umanitario, una delle più alte onorificenze conferite dall’Istituzione. Figura di spicco nel panorama internazionale, il Dott. Baratta si è distinto per il suo operato fuori dai confini nazionali, incarnando un perfetto esempio di eccellenza calabrese all’estero. Accompagnato dalla consorte, Donna Alessandra Ciccarelli, ha voluto rinnovare la sua vicinanza a un evento che riconosce e promuove i valori universali della solidarietà e dell’altruismo. La presenza del Dott. Baratta, testimone diretto del prestigio e dell’importanza del riconoscimento ricevuto, ha confermato ancora una volta l’alto livello del consesso e l’onore di farne parte. La cerimonia, come ogni anno, ha rappresentato un momento di forte ispirazione, riaffermando l’importanza di valorizzare chi, con competenza e cuore, si mette al servizio del bene comune. Giuseppe Arnò

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