Gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari iraniani e annunciano “pace o distruzione totale”. Teheran promette vendetta, Mosca e Pechino si indignano. Ma alla fine, come sempre, Hollywood applaude.
Analisi semiseria (ma non troppo) dell’attacco USA all’Iran

Stanotte, mentre l’Europa dormiva e l’Asia si stropicciava gli occhi, gli Stati Uniti hanno deciso che era il momento di “fare pulizia” nei laboratori nucleari dell’Iran. E lo hanno fatto in grande stile: missili di precisione, obiettivi centrati al millimetro, dichiarazioni trionfali e standing ovation (a stelle e strisce, ovviamente).
Fordow? Già era
Uno dei nomi che per anni ha turbato i sonni dei think tank di Washington è stato cancellato dalla mappa con la stessa rapidità con cui si cancella un vecchio file dal desktop. Insieme a Natanz ed Esfahan, i “mostri atomici” dell’Iran sono stati neutralizzati – almeno secondo il racconto americano. Nessuna arma nucleare? Perfetto, la minaccia è stata sventata, e il mondo può tornare a respirare… o almeno, così ci viene detto.
Trump trionfante, tra Dio, droni e diplomazia muscolare
L’ex presidente Trump (ormai in modalità action hero permanente) è tornato alla ribalta con un discorso in cui si mescolano minacce epiche, commoventi elogi ai piloti americani e un grazie sentito al premier israeliano Netanyahu, suo co-protagonista nella sceneggiatura del “Mondo libero contro il Male assoluto”. Pace? Magari. Ma intanto gli altri obiettivi sono pronti ad essere “aggiunti in pochi minuti”, come se si trattasse di un carrello Amazon militare.
Iran: “Toccate Khamenei e scateniamo l’inferno”
Dall’altra parte, l’Iran – scosso ma tutt’altro che domato – risponde con un avvertimento: se gli USA toccano l’Ayatollah Khamenei, la reazione sarà “senza limiti e senza restrizioni”. Una formula elegante per dire: “se cercate il boss, noi spingiamo il tasto grosso”. E il Medio Oriente torna a tremare, perché quando si parla di “asimmetria”, non si intende il taglio dei capelli.
Russia e Cina: i paladini del diritto internazionale (a senso unico)
Nel frattempo, da Mosca e Pechino si alzano lamenti solenni per la violazione del diritto internazionale. Loro, che in quanto a operazioni militari unilaterali hanno un curriculum lungo come la Muraglia Cinese, scoprono improvvisamente il valore delle norme internazionali. Sconcerto, indignazione e… geopolitica, ovviamente. Ma da che pulpito viene la predica!
La pace? Una parola difficile da scrivere sotto i droni
Siamo onesti: nessuno si aspettava un attacco simile, eppure tutti lo consideravano “possibile”. Ora ci si interroga sulle conseguenze: escalation militare? Attacchi cyber? Colpi di mano sul territorio? Intanto, le borse ballano e i ministri degli esteri si aggrappano alle parole “moderazione” e “dialogo” con la stessa convinzione con cui si cerca l’ombrello dopo che è passato l’uragano.
Conclusione: la democrazia non ha prezzo. Ma un costo, eccome se ce l’ha.
Quello che resta è il solito copione: gli USA si autoproclamano guardiani della libertà, il Medio Oriente diventa di nuovo teatro di tensioni globali, e l’umanità assiste, impotente, allo scontro tra titani con troppi missili e poche idee nuove. La democrazia non ha prezzo? Forse. Ma tra carburante per i jet, bombe intelligenti e droni sempre più intelligenti delle diplomazie che li usano, il conto si fa sempre più salato.
E ora? Tutti aspettano la prossima conferenza stampa. E magari anche il prossimo missile.
Giuseppe Arnò