L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

  Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia. Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione. Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese. In altre parole: la solita lista della spesa elettorale. La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile. L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa. Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles. È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento. Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico. Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo. In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali. Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica. Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!» La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia. Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo. Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale. L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più. È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale. Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera. Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti. I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito. Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno. Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito. Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa. «Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller. È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima. La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos. A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito. E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile. Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato. E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli. È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia. Il resto è propaganda. La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni. E non vota mai nessuno. In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il grande pascolo europeo

Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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L’arte nazionale dell’infelicità

Cronaca semiseria di un Paese che, davanti al sole, preferisce discutere dell’ombra C’è chi nasce poeta, chi matematico, chi violinista. E poi c’è chi nasce infelice. Non per disgrazia, si badi, ma per inclinazione dell’animo, quasi per mestiere. In certi luoghi del mondo l’infelicità è figlia della fame, della guerra, del caos istituzionale. In altri, più comodamente, è diventata una disciplina intellettuale, una postura morale, un elegante vezzo da salotto e da talk show. Le classifiche internazionali ci ricordano, con la severità dei numeri, che nel 2026 i Paesi più infelici restano quelli piegati da crisi profonde: Afghanistan, Zimbabwe, Libano. Lì il dolore ha contorni concreti, spesso drammatici. Da noi, invece, il malessere assume forme più raffinate: non nasce sempre dalla realtà, ma dal modo in cui scegliamo di guardarla. Lo aveva intuito già Marco Aurelio, con quella limpidezza stoica che oggi farebbe impallidire intere redazioni televisive: la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. E qui casca il sipario, o forse si apre la commedia. Perché il pensiero, oggi, sembra aver smarrito il gusto dell’equilibrio. Il dialogo interiore non è più un luogo di riflessione, ma una sala d’attesa per la catastrofe. Ogni fatto è un presagio, ogni notizia un dramma, ogni decisione una prova generale dell’Apocalisse. Il cielo può essere terso, ma qualcuno troverà sempre il modo di denunciare l’eccessiva luminosità. L’infelicità, insomma, non è soltanto condizione: è interpretazione. Schopenhauer, uomo poco incline all’ottimismo, vedeva nel mondo una fonte di strazio. Ma almeno la sua malinconia aveva la nobiltà della filosofia. Oggi, più modestamente, la nostra tristezza si nutre di pettegolezzo, sospetto e indignazione seriale. In politica, soprattutto, si è smesso di discutere il merito per consacrare il dettaglio marginale. Si parla della vita privata di questo o quel leader come se la sorte della Repubblica dipendesse da un messaggio galante o da una cena maldestramente fotografata. Si gridano scandali internazionali, deferimenti, tribunali, rapporti strategici, flotte oceaniche e misteri militari che, se davvero fossero segreti, non campeggerebbero nei titoli dei giornali. I cosiddetti “segreti di Pulcinella” sono diventati la nuova teologia del dibattito pubblico: tutti li conoscono, tutti li commentano, nessuno li comprende fino in fondo. Nel frattempo, i problemi reali attendono in anticamera. La crescita, il lavoro, la scuola, la sicurezza, la qualità della vita: temi meno rumorosi, dunque meno appetibili per chi vive di opposizione permanente o di consenso da tastiera. Ed è qui che l’ironia si fa quasi clinica. L’opposizione, non tutta, ma una parte di essa, sembra aver adottato una forma cronica di daltonismo civico: non distingue più le sfumature, vede tutto in bianco e nero, spesso solo nero. Ogni provvedimento è una sciagura, ogni scelta un attentato, ogni esitazione una crisi irreversibile. Non esiste il grigio della complessità, né il rosso vivo dell’allarme vero: soltanto la tenebra preventiva. È una forma moderna di acromatopsia politica: la realtà privata dei colori per far posto al monocromo dell’indignazione. Eppure la realtà, come la vita, non si lascia ridurre a slogan funebri. Essa contiene luci e ombre, errori e meriti, inciampi e riprese. Chi vede soltanto il lato nero delle cose finisce col diventare prigioniero della propria narrazione, più che oppositore del governo di turno. Forse il punto non è essere ottimisti a ogni costo, ma non fare dell’infelicità un’identità. Criticare è doveroso; lamentarsi per principio è soltanto un modo elegante di non proporre nulla. Montanelli, con la sua lama asciutta, avrebbe forse chiuso così: in Italia non manca la realtà, manca la voglia di guardarla senza le lenti del malumore. E così, mentre il mondo corre tra drammi veri e speranze possibili, noi restiamo lì, impeccabilmente infelici, a discutere del colore della tappezzeria mentre la casa, tutto sommato, è ancora in piedi. Il guaio non è il nero delle cose. Il guaio è chi, per mestiere o per vocazione, ha smesso di vedere l’alba. Giuseppe Arnò *Foto by Canva

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Quando la sinistra resta senza idee, fruga nei salotti

  Dalla politica alle chiacchiere di cortile: l’opposizione che, non sapendo cosa dire al Paese, si rifugia nella vita privata degli avversari   L’opposizione è donna, si dice con galanteria d’altri tempi, e con la gentilezza dovuta a una signora va trattato anche l’argomento di oggi. Ma la cortesia, si sa, non esclude la franchezza. Anzi, talvolta la rende più elegante. Una solerte lettrice, con simpatie dichiaratamente rivolte a sinistra, ci segnala il passaggio “dal caso Sangiuliano al caso Piantedosi”, accompagnandolo con quel ritornello che ormai sembra divenuto una formula di rito: “non ci facciamo mancare niente”. Espressione felicissima, benché forse usata inconsapevolmente come autoritratto della stessa opposizione, che in effetti non si fa mancare nulla: insinuazioni, retroscena, allusioni, polveroni e, soprattutto, una costante attenzione alle donne della vita privata degli uomini di destra. Il sospetto, a questo punto, sorge spontaneo: quando le idee languono, si cercano altri argomenti. E poiché i dossier richiedono studio, i numeri pazienza e le proposte coraggio, ecco che il rifugio più comodo diventa il salotto, il corridoio, il sussurro, il pettegolezzo vestito da analisi politica. Un tempo le comari si radunavano davanti all’uscio di casa, le mani in grembo e l’occhio vigile sul vicinato. Gli sfaccendati, invece, aspettavano il proprio turno dal barbiere, commentando la vita altrui con l’autorevolezza di chi non ha altro da fare. Era folklore, quasi antropologia urbana. Poi è arrivata la tecnologia, e la vecchia panchina di quartiere si è trasformata in chat, la chiacchiera in post, il bisbiglio in hashtag. La differenza è che prima la maldicenza si fermava all’angolo della strada; oggi fa il giro del mondo in tempo reale e pretende persino di orientare il dibattito pubblico. Qui torna inevitabile alla mente Umberto Eco, con la sua celebre e spietata osservazione: “Prima gli imbecilli parlavano solo al bar. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Una frase dura, ma quanto mai attuale, soprattutto quando si osserva il fervore con cui sui social vengono ripetute, pappagallescamente, le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, le stesse indignazioni prefabbricate. Il fenomeno, in verità, è più politico che sociologico. Quando un’opposizione, in tempi di guerra, di restrizioni economiche, di salari compressi e famiglie in affanno, sceglie di concentrare il fuoco sulla vita privata degli avversari, manda un messaggio chiarissimo: non ha nulla di meglio da offrire. Mancano le proposte, allora si coltiva la polemica. Mancano le soluzioni, allora si alimenta il sospetto. Manca la visione, allora si strumentalizzano le donne. Ed è qui il punto più delicato. La donna, nella sua complessità e nella sua forza, merita ben altro che diventare accessorio polemico nella lotta politica. La si rispetta, la si ascolta, la si valorizza; non la si brandisce come clava mediatica per colpire un avversario che, evidentemente, non si riesce a battere sul terreno delle idee. La nostra canzone popolare, spesso più saggia dei talk show, lo aveva capito da tempo. Il Quartetto Cetra cantava che tutto si fa per la donna; Claudio Villa la elevava addirittura a “pericolo numero uno”. Ma la letteratura, quella vera, ha detto tutto con ben altra altezza. William Shakespeare ricordava che dagli occhi delle donne derivano arti, accademie e dottrina. Forse sarebbe il caso che qualcuno, nelle aule parlamentari e nei partiti, tornasse a leggere più Shakespeare e meno social. Il cittadino, del resto, non elegge rappresentanti per trasformarli in cronisti di salotto. Li elegge per affrontare i problemi del Paese, non per redigere il bollettino delle frequentazioni private altrui. E allora la conclusione, cara lettrice, viene quasi da sé. Quando la politica smette di produrre idee, comincia a produrre chiacchiere. Ma con le chiacchiere non si governa un Paese: si riempiono solo i social, e spesso il vuoto di chi le pronuncia. Giuseppe Arnò Foto by CANVA

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AQ – Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi

  Benedetta De Flaviis e Simone D’Agostino vincono la prima edizione del Premio di laurea intitolato all’ing. Ascolino Bernardi Il premio è stato istituito dall’Università dell’Aquila, Thales Alenia Space e Fondazione Gran Sasso Tech   di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Simone D’Agostino e Benedetta De Flaviis sono i vincitori della prima edizione del Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi, ingegnere progettista di Thales Alenia Space prematuramente scomparso nel 2024. La premiazione dei due giovani ingegneri, laureati all’Università degli Studi dell’Aquila, si è svolta il 27 marzo scorso presso la Thales Alenia Space, a L’Aquila. Istituito dall’Università degli Studi dell’Aquila, su proposta di Thales Alenia Space Italia in collaborazione con Fondazione Gran Sasso Tech, il premio è riservato alle tesi di laurea magistrale in Ingegneria informatica, Ingegneria elettronica e Ingegneria delle telecomunicazioni inerenti a tematiche relative all’analisi, alla simulazione e alla progettazione di dispositivi e architetture di elaborazione digitale del segnale per applicazioni satellitari. Il premio ha cadenza biennale. La prima edizione ha riguardato tesi discusse dai laureati all’Università degli Studi dell’Aquila negli anni accademici conclusi nel 2023 e 2024. Al bando hanno concorso 9 ingegneri con le loro tesi, tra cui la commissione giudicatrice ha scelto le due dei vincitori. La cerimonia di premiazione si è tenuta nella sala Michela Rossi dello stabilimento della Thales Alenia Space dell’Aquila,alla presenza di Michelangelo L’Abbate, vicepresidente Direzione Ingegneria Hardware di Thales Alenia Space; Fabio Graziosi, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fortunato Santucci, professore di Telecomunicazioni al dipartimento di Ingegneria e scienze dell’informazione e matematica dell’ateneo aquilano; Alessandro Pajewski, direttore generale della Fondazione Gran Sasso Tech; Vincenzo Stornelli e Leonardo Pantoli, rispettivamente direttore e professore di Elettronica al dipartimento di Ingegneria industriale, dell’informazione ed economia dell’Università dell’Aquila. Benedetta De Flaviis è stata premiata per la tesi “Progettazione digitale su FPGA di algoritmi di riconciliazione LDPC per QKD”, mentre Simone D’Agostino per la tesi “Piattaforme di elaborazione avanzate per l’esecuzione on-board di applicazioni satellitari: un caso di studio nel dominio Tlc”, di cui i due vincitori hanno brevemente esposto una sintesi. Nel corso della premiazione è stato ricordato l’Ing. Bernardi, sia con testimonianze di colleghi di studio e di lavoro, sia attraverso un libro – “Ascolino Bernardi, tra cielo e terra” (One Group Edizioni) -, curato da Anna e Marcella Bernardi, le quali hanno chiuso la cerimonia con due toccanti interventi sulla vita del fratello Ascolino e sul significato del Premio. Ascolino Bernardi era nato a L’Aquila il 12 agosto del 1964, terzo figlio di Agata Lorenzetti e di Domenico, fondatore della società IRTET – Impresa Reti Telefoniche Elettriche e Telegrafiche, società rimasta attiva fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Laureatosi all’Università dell’Aquila nel 1991 in Ingegneria elettronica con il prof. Francesco Valdoni con una tesi sperimentale sui circuiti integrati VLSI, sviluppata presso l’allora Alenia Spazio dell’Aquila, oggi Thales Alenia Space, l’Ingegner Bernardi, dopo il percorso di tirocinio, era stato poi assunto dalla stessa azienda e lì aveva lavorato come componente di un gruppo di avanguardia nell’ambito della competenza elettronica, con elevata abilità nello sviluppo di progetti complessi di circuiti digitali. Per più di trenta anni nello stabilimento aquilano di Thales Alenia Space, Ascolino Bernardi ha portato a termine un numero davvero elevato di progetti e di processi di verifica, maturando un’esperienza duratura e proficua che non è facile trovare nei contesti accademici e industriali. Fin dai primi inizi della sua carriera ha svolto anche un ruolo di supporto e guida per studenti e giovani ingegneri, nell’ambito della collaborazione tra ateneo e azienda, che si è sempre articolata sul duplice percorso della ricerca e della formazione. Difficile comprendere del tutto il suo lavoro, per il livello altamente specialistico di tale particolare branca dell’ingegneria elettronica, indispensabile per le telecomunicazioni spaziali. Ascolino, infatti, ha lavorato nel campo delle comunicazioni satellitari contribuendo alla progettazione di circuiti digitali facenti parte, ad esempio, dei cosiddetti trasponditori satellitari per telecomunicazioni. In parole povere, se alcuni dei satelliti in orbita intorno al nostro pianeta riescono ad inviare e ricevere dati e segnali, alla e dalla base a terra, è grazie a questa tecnologia così avanzata, sviluppata a L’Aquila nell’azienda d’avanguardia, grazie allo studio e all’impegno lavorativo di tecnici di tale elevata competenza. L’ing. Bernardi ha dato infatti un contributo importante in missioni gratificate anche da grande eco mediatica, quali ad esempio: “Rosetta”, la missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e lanciata nel 2004, con l’obiettivo dello studio della cometa 67P/Churyumov-Erasimenko. La sonda vera e propria è stata chiamata Rosetta, perché l’obiettivo della missione è svelare i segreti riguardanti il sistema solare e la formazione dei pianeti; il nome del lander, Philae, deriva dall’isola in cui fu ritrovato un obelisco che ha aiutato la decifrazione della stele di Rosetta; la missione spaziale ExoMars sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea e da Roscosmos per esplorare il pianeta Marte. Di tale missione è stato parte il lander Schiaparelli, che è stato progettato e costruito in Italia da Thales Alenia Space con lo scopo di fornire ad ESA la tecnologia per compiere un atterraggio controllato sulla superficie del Pianeta rosso. Ascolino Bernardi, però, non è stato solo l’ingegnere. È stato anche l’appassionato di sport, in primo luogo il Rugby, grande conoscitore della storia della palla ovale, sia della gloriosa L’Aquila Rugby che del Paganica Rugby: nomi, storie e aneddoti di partite, campionati, personaggi. Presente, ogni volta che gli era possibile, sugli spalti dello stadio aquilano, o all’Olimpico di Roma per gli incontri del “6 Nazioni”, o anche all’estero. E poi l’amore per L’Aquila e la sua storia, per la montagna, il cinema, il jazz, la buona cucina… Infine, ma non per ultimo, Ascolino amava l’amicizia, la convivialità, i paesaggi, le cose belle, l’arte, tutto ciò che poteva nutrire il corpo e l’anima. Sempre con quel suo particolare tratto di autenticità, attenzione ai valori e alle persone, cifra della sua straordinaria sensibilità culturale e affettiva nelle relazioni. Legato fortemente alla sua famiglia e a Paganica suo paese natale e di residenza, Ascolino ha saputo conservare intatte le relazioni, intense e

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L’italiano sfrattato da casa

  Scuola distratta, televisioni urlanti e social impoverenti: così una nazione rischia di perdere la sua voce x Non c’è bisogno di eserciti stranieri per conquistare un Paese. A volte basta una cattiva televisione, una scuola distratta e un telefonino in mano a milioni di persone persuase che abbreviare sia pensare. La lingua italiana non è sotto attacco: è sotto abbandono. Che è peggio. L’attacco, infatti, suscita difesa. L’abbandono, invece, genera indifferenza. E l’indifferenza è il più efficace degli assassini: non sporca le mani, non lascia impronte, non provoca scandalo. Uccide in silenzio, un vocabolo alla volta. Se ci tolgono la lingua madre, ci tolgono molto più di uno strumento espressivo: ci sottraggono la memoria, la sensibilità, il modo stesso di pensare. Restano i suoni, ma scompare la sostanza. Restano le frasi, ma si svuota il significato. Restano i cittadini, ma il popolo si trasforma in una folla di zombie lessicali, convinti di essere moderni mentre stanno soltanto diventando muti. Gli stranierismi, certo, avanzano come erbacce in un giardino lasciato senza cura. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto all’esterno. La verità, assai meno consolante, è che il primo nemico dell’italiano è l’italiano stesso. Siamo diventati il solo popolo che si vergogna della propria lingua al punto da sostituirla appena possibile. Non si fa più una riunione: si organizza un meeting. Non si sceglie un luogo: si cerca una location. Non si fissa una scadenza: si impone una deadline. E guai a dire “gruppo di lavoro”: molto meglio una task force, purché suoni abbastanza anglosassone da far sembrare intelligente anche la banalità. È il provincialismo dei tempi globali: il bisogno quasi patologico di sembrare internazionali per non confessare la propria pochezza. Robert Sabatier sosteneva che, se i crimini contro la lingua fossero perseguiti come quelli contro la società, il mondo sarebbe una vasta prigione. Oggi, a sentire certi talk show o a leggere certe circolari ministeriali, verrebbe da chiedersi se non sia il caso di aprire almeno un’aula di tribunale. La scuola, che dovrebbe essere il primo baluardo, troppo spesso abdica. Non insegna più il gusto della parola precisa, la disciplina della sintassi, il rispetto del periodo ben costruito. Si giustifica tutto, si semplifica tutto. E nel nome di una malintesa modernità si finisce per allevare generazioni che sanno digitare molto e scrivere poco. La televisione, dal canto suo, urla più di quanto parli. Ha sostituito il linguaggio con il rumore, l’argomentazione con lo slogan, la frase con il frammento. La parola non serve più a spiegare: serve a colpire, a fare effetto, a conquistare trenta secondi di attenzione prima della pubblicità. Hannah Arendt lo aveva previsto con precisione chirurgica: la società di massa non vuole cultura, ma svago. E noi abbiamo trasformato la profezia in palinsesto. Poi ci sono i social, che rappresentano il colpo di grazia. Non perché la tecnologia sia nemica della lingua, sarebbe una sciocchezza sostenerlo, ma perché ne ha accelerato i vizi peggiori: fretta, approssimazione, superficialità. Si scrive per impulso, si pubblica senza rileggere, si comunica senza riflettere. La velocità è diventata un valore in sé, come se la rapidità di un pensiero potesse sostituirne la qualità. In questo panorama, la politica osserva con l’abituale lungimiranza del giorno dopo. Si preoccupa degli autovelox intelligenti, delle statistiche elettorali, dei sondaggi della sera, ma ignora la lenta emorragia della lingua nazionale. Le multe fanno cassa; l’italiano no. E poiché lo Stato tende a riconoscere solo ciò che produce gettito, la lingua viene lasciata al suo destino, come un monumento storico di cui ci si ricorda solo quando crolla. Eppure, come ricordava Cesare Marchi, una lingua che accetta tutto indiscriminatamente rischia di perdere la propria individualità e di morire proprio mentre sembra più viva. Il monito di Accademia della Crusca, rilanciato da Paolo D’Achille, dovrebbe essere preso sul serio: il futuro dell’italiano non è garantito per diritto divino. Va difeso. Nella scuola, nei giornali, nelle istituzioni, nelle case. Perché una lingua non è un dizionario: è una patria invisibile. E il finale, se Montanelli ci perdona l’ardire, è presto detto: l’Italia non rischia di diventare una colonia economica; rischia di esserlo già sul piano culturale. Un Paese che non sa più nominare il mondo finisce per subirlo. E quando una nazione smette di parlare con la propria voce, di solito non tarda molto a smettere di pensare con la propria testa. Giuseppe Arnò

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L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe. I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta. Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience. Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar. Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili. Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte. E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta. Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo… E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta. Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee. Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti. Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.È che riusciamo sempre a parlarne d’altro. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Giudici al voto?

Se la Giustizia scendesse in piazza, forse scoprirebbe di avere ancora un pubblico E se i giudici fossero eletti dal popolo? La domanda non è un vezzo da salotto né una boutade da talk show. È una proposta concreta, avanzata, tra un applauso e una salamella, da Matteo Salvini dal palco di Pontida. L’idea: giudici scelti direttamente dal popolo sovrano, come avviene in molte realtà degli Stati Uniti d’America. Apriti cielo. La nostra Magistratura italiana, già gelosa custode degli articoli 106 e 107 della Costituzione, ha ricordato che i magistrati “sono nominati per concorso” e “sono inamovibili”. Garanzie sacrosante, si dirà, per assicurare competenza e indipendenza. E su questo non si discute: il concorso pubblico è il filtro necessario, la patente tecnica senza la quale il volante della Giustizia non si dovrebbe nemmeno sfiorare. Ma l’idea non è di abolire il concorso. È di aggiungere un passaggio: una volta abilitati, i magistrati potrebbero presentarsi al giudizio, questa volta letterale, degli elettori. In altre parole: prima la competenza, poi la fiducia. Subito si obietta: il giudice eletto potrebbe piegare le sentenze al consenso, cercando la rielezione. Un rischio reale, certo. Ma davvero oggi il sistema è impermeabile alle pressioni? È una domanda che aleggia nei corridoi e nelle coscienze, senza bisogno di essere urlata. Il grande Alexis de Tocqueville, nel suo immortale La democrazia in America, temeva che l’elezione dei giudici potesse minare l’indipendenza e, con essa, la democrazia stessa. Timore rispettabile, firmato da una mente superiore. E tuttavia, guardando alla storia americana, non si può dire che la democrazia sia crollata per questo. Anzi, proprio quel sistema è stato spesso indicato come modello di equilibrio tra poteri. C’è una piccola dicotomia che stuzzica il lettore curioso: se si celebra la democrazia americana come paradigma di uguaglianza e partecipazione, perché si inorridisce quando si prende sul serio uno dei suoi meccanismi? O si ammira il sistema nella sua interezza, oppure lo si rifiuta con coerenza. Non si può lodare il faro e temere la luce. L’elezione popolare dei giudici, con la possibilità di destituzione nei casi più gravi, avrebbe almeno un merito: riportare la Giustizia dentro il circuito della responsabilità percepita. Oggi il cittadino diffida dei politici e, sempre più spesso, anche dei magistrati. Forse, con un sistema diverso, la sfiducia si concentrerebbe su una sola categoria. Sarebbe già un risparmio emotivo. Certo, l’indipendenza è un bene prezioso. Ma l’indipendenza non è sinonimo di intangibilità. Come ricordava Giovanni Falcone, la magistratura ha sempre rivendicato la propria autonomia, talvolta lasciandosi sedurre, magari inavvertitamente, dalle lusinghe del potere politico. Nessun sistema è immune dalle tentazioni umane. La differenza sta nei contrappesi. In fondo, la vera domanda non è se l’elezione popolare sia perfetta. Non lo è. Come non è perfetto il sistema attuale. La vera questione è se, in un clima di diffidenza diffusa, non valga la pena sperimentare una maggiore responsabilità diretta verso chi, in nome del popolo, amministra la Giustizia. Peggio non potrebbe andare, si mormora con un sorriso colto. E se anche andasse allo stesso modo, almeno avremmo il diritto di dire che i giudici li abbiamo scelti noi. Perché, in democrazia, il rischio più grande non è sbagliare scelta. È fingere di non averne. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.” Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua. La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile. Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri. Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio. È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola. Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti. Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è. In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature. Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana. L’acqua. Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie. Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio. Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda. E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete. Giuseppe Arnò

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