Chi la dura la vince

Rio de Janeiro, 04.09.2026 Il record di Giorgia Meloni racconta una verità politica: la stabilità, in Italia, è sempre una notizia. E spesso anche il frutto delle debolezze altrui. Non siamo meloniani. Siamo giornalisti. E i giornalisti raccontano i fatti; i giudizi spettano agli opinionisti. Il fatto è che oggi, 4 settembre 2026, Giorgia Meloni è diventata il presidente del Consiglio con il mandato più lungo della storia dell’Italia repubblicana. Millequattrocentotredici giorni consecutivi a Palazzo Chigi: un primato che va ben oltre la curiosità statistica e che assume un significato particolare in un Paese da sempre più avvezzo alle crisi di governo che alla continuità amministrativa. «Questo traguardo riflette la fiducia che il popolo italiano ripone nella sua leadership», ha dichiarato il premier indiano Narendra Modi nel congratularsi con Meloni. Agli auguri si sono uniti, tra gli altri, Sanae Takaichi dal Giappone, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il primo ministro belga Bart De Wever. Anche autorevoli testate straniere hanno sottolineato come l’Italia abbia attraversato quasi quattro anni di stabilità politica, una condizione che nel panorama nazionale rappresenta quasi un’eccezione. Il risultato assume ancora più rilievo se si considera il punto di partenza. Prima donna a guidare un governo italiano, prima esponente di un movimento postfascista alla guida di un Paese del G7 e prima leader sovranista a governare uno Stato fondatore dell’Unione Europea. Tre primati che, all’epoca dell’insediamento, alimentavano interrogativi dentro e fuori dai confini nazionali. Naturalmente il merito non è esclusivamente suo. Meloni ha dimostrato costanza, preparazione politica, capacità comunicativa e una notevole determinazione. Ma, come spesso accade, il successo di chi governa è stato favorito anche dagli avversari. L’opposizione si è mostrata troppo spesso divisa, priva di una linea politica realmente alternativa e incapace di trasformare il dissenso in una proposta credibile. Anche gli alleati di governo, pur attraversati da tensioni e differenze di vedute, non hanno mai spinto i contrasti fino al punto di provocare una crisi. In politica, talvolta, la solidità nasce tanto dalla forza di chi guida quanto dalla debolezza di chi dovrebbe contrastarlo. Va inoltre riconosciuto che Meloni ha saputo affidare i ministeri chiave a figure di comprovata esperienza, consolidare il rapporto con il mondo produttivo e ritagliarsi un ruolo di primo piano nei principali dossier internazionali. Sul piano interno, fatta eccezione per la parentesi referendaria, non ha dovuto affrontare emergenze tali da mettere realmente a rischio la tenuta dell’esecutivo. La trasformazione politica è stata forse l’aspetto più sorprendente. Da leader considerata antieuropeista e fortemente sovranista, Meloni ha progressivamente assunto un profilo più istituzionale e dialogante, senza rinunciare del tutto alla propria identità. Una metamorfosi che molti osservatori non avevano previsto e che, evidentemente, si è rivelata funzionale al ruolo. Del resto, Winston Churchill ricordava che «migliorare significa cambiare; essere perfetti significa cambiare spesso». La politica, quando incontra il governo, costringe spesso a misurarsi con la realtà più che con gli slogan. La legislatura, tuttavia, non è ancora conclusa. Sarà il tempo, come sempre, a stabilire se questo record rappresenti soltanto un primato cronologico o l’inizio di una stagione politica destinata a prolungarsi con un eventuale Meloni bis. E soprattutto dirà se la politica italiana avrà finalmente trovato la strada per riconquistare quella fiducia che, da troppo tempo, i cittadini le concedono con crescente parsimonia. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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EDITORIALE SETTEMBRE 2026

Difetti di fabbrica, ma con affetto L’uomo nasce imperfetto, ma non è obbligato a restarlo. Tra percezioni, amicizia e amore, l’ironia rimane il modo migliore per prendere sul serio la vita senza prendersi troppo sul serio.   Viviamo in un mondo meraviglioso. La Creazione sfiora la perfezione e Madre Natura continua a fare il suo dovere con ammirevole costanza. Peccato che, ogni tanto, il reparto collaudo degli esseri umani si distragga. C’è chi nasce con un piccolo difetto di fabbrica e chi con la granitica convinzione di non averne alcuno. Questi ultimi sono i casi più complicati. Corrado Alvaro scriveva che l’uomo è il prodotto dei suoi errori. Altri preferiscono ricordare che nell’uomo vi sono più cose da ammirare che da disprezzare. Sarebbe bello poter dare ragione a entrambi. La cronaca, però, insiste a metterci il bastone fra le ruote. Una certezza, tuttavia, esiste: le percezioni umane sono infinite. La percezione è quel curioso meccanismo che ci fa interpretare ciò che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo e perfino ciò che sogniamo. Straordinario strumento, se non fosse che troppo spesso lo adoperiamo come gli occhiali appannati: distinguiamo perfettamente le apparenze e perdiamo di vista la sostanza. È il male del nostro tempo. Ci fermiamo alla superficie, all’etichetta, all’involucro. Le cose contano meno dell’impressione che producono. L’abito continua a fare il monaco e il giudizio arriva sempre prima della conoscenza. Per questo l’ironia è una virtù, non un vezzo. Kurt Vonnegut lo aveva capito bene: serve a sopportare l’assurdità del mondo senza diventarne complici. L’ironia non cambia la realtà, ma impedisce almeno di farsene travolgere. Poi arrivano le emozioni. Si accendono in un istante e spesso si consumano con la stessa rapidità. I sentimenti, invece, restano. Si nutrono del tempo, delle esperienze, dei valori. E fra tutti, amicizia e amore rappresentano ancora il meglio che l’uomo sappia offrire quando smette di pensare soltanto a se stesso. Sono beni rari. Non si trovano in saldo e nemmeno si acquistano con un clic. Richiedono presenza, lealtà, pazienza. Virtù antiche che il mercato emotivo continua ostinatamente a non quotare. Quanto ai sogni, pace, libertà e uguaglianza possiamo continuare a coltivarli. Non costano nulla e valgono più di molte promesse. Gli altri, quelli che rovistano nell’inconscio, li lasciamo volentieri a Freud. Noi ci accontenteremmo di un sogno assai più modesto: che l’uomo imparasse finalmente a guardare oltre le apparenze. Scoprirebbe che l’amicizia e l’amore sono gli unici difetti di fabbrica per i quali vale davvero la pena nascere imperfetti. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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L’Islanda non abbocca all’amo di Bruxelles

Sovranità, pesca e risorse: Reykjavík sceglie di restare padrona del proprio destino. E c’è da capire perché.   Ci sono Paesi che bussano alla porta dell’Unione europea con l’entusiasmo di chi vede nell’adesione la soluzione a ogni problema. E poi c’è l’Islanda, che quella porta ha preferito lasciarla socchiusa, continuando a guardare l’Europa da vicino senza entrarvi dentro. Una scelta che, al netto della retorica europeista, appare assai meno irrazionale di quanto qualcuno vorrebbe far credere. Perché, in fondo, la domanda è semplice: cosa avrebbe realmente guadagnato Reykjavík entrando nell’Unione? La risposta, dal punto di vista islandese, è tutt’altro che scontata. Anzi. L’isola nordatlantica già partecipa allo Spazio economico europeo, e fa parte della NATO. In altre parole, beneficia di gran parte dei vantaggi del mercato europeo senza dover cedere quote significative della propria sovranità. Una posizione privilegiata che difficilmente avrebbe tratto ulteriori benefici dall’adesione piena. Il primo nodo è quello della pesca. Per l’Islanda non rappresenta semplicemente un comparto economico: è storia nazionale, identità, indipendenza. Le cosiddette Guerre del Merluzzo, combattute diplomaticamente e perfino con speronamenti navali contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta, dimostrano quanto gli islandesi considerino intoccabile il controllo delle proprie acque. Affidare a Bruxelles la regolamentazione di quote, catture, etichettature e commercializzazione avrebbe significato consegnare il cuore dell’economia nazionale a decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Sarebbe stato, per usare un’espressione cara ai pescatori, prendere il Paese… a pesci in faccia. Lo stesso discorso vale per l’agricoltura. In un territorio estremo, dove coltivare significa sfidare clima e natura, le regole costruite per i grandi produttori continentali rischierebbero di alterare un equilibrio delicato. Non si tratta di protezionismo ideologico, ma della consapevolezza che non tutti i sistemi economici possono essere infilati nello stesso stampo normativo. Poi c’è la questione energetica e mineraria. L’Islanda è un gigante della geotermia e produce gran parte della propria energia sfruttando il calore della Terra. Inoltre, il progressivo scioglimento dei ghiacci artici sta riportando al centro dell’attenzione internazionale il Nord Atlantico e le immense potenzialità minerarie ed energetiche dell’intera regione. Nessuno può dire con certezza quali ricchezze emergeranno domani, ma è proprio per questo che il controllo nazionale delle risorse assume un valore strategico crescente. Ed è qui che si arriva al vero punto della questione. Le recenti tensioni internazionali intorno alla Groenlandia hanno dimostrato come l’Artico sia diventato uno degli scacchieri geopolitici più importanti del XXI secolo. Quando in gioco entrano energia, minerali strategici e nuove rotte commerciali, la sovranità torna improvvisamente di moda. Napoleone osservava che «la sovranità non è un mantello che si indossa e si toglie a piacimento». Gli islandesi sembrano averlo capito benissimo. Restare fuori dall’Unione non significa isolarsi. Significa scegliere quali competenze condividere e quali conservare gelosamente. È una differenza sostanziale. In fondo, Reykjavík continua a commerciare con l’Europa, coopera con l’Europa, circola con l’Europa. Ma decide ancora in casa propria come gestire il mare, l’energia e le risorse naturali. Non è poco. Qualcuno definirà questa scelta egoismo. Gli islandesi preferiscono chiamarla indipendenza. L’Europa continuerà a vendere agli islandesi regolamenti. L’Islanda continuerà a vendere all’Europa merluzzo. E, tutto sommato, ciascuno farà il mestiere che gli riesce meglio. Giuseppe Arnò * Foto: Merluzzo by Ultimate foto Blender CC0 Dominio pubblico  

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Applausi e fischi

«Applausi, mescolati con fischi e sibili, è tutto quello che l’elettore medio è in grado – o disposto – a fare per contribuire alla vita pubblica». Lo scriveva Elmer Davis con quella punta d’ironia che rende le verità meno indigeste. Perché c’è fischio e fischio; applauso e applauso; e poi c’è l’applauso che si traveste da fischio e il fischio che sogna di diventare applauso. Dissentire è più faticoso che assentire. Per dissentire bisognerebbe anche avere un’idea alternativa; per applaudire basta avere due mani. O, nei casi più moderni, una sola, purché libera dallo smartphone. Il fischio, quando è nobile, dovrebbe essere il preludio di una critica costruttiva, non un semplice esercizio di ginnastica per le corde vocali. L’applauso, invece, è il consenso nella sua forma più elegante: un gesto che, nel tempo, è passato dall’emozione spontanea al linguaggio codificato della politica e dello spettacolo. Esiste però un tertium datur: il curioso miscuglio di fischi e applausi. Nei teatri succede spesso. Si applaude il tenore e si fischia il regista; oppure si applaude talmente forte da sembrare un bombardamento e si fischia con tale convinzione da far credere di chiedere il bis. Le platee sono creature misteriose. Questa premessa si rende necessaria per affrontare il caso del giorno. Una mia affezionata lettrice mi invia un messaggio vocale con l’enfasi della celebre «Hanno ammazzato compare Turiddu!»: «La Meloni è stata fischiata a Bari; Mattarella applaudito. Le elezioni…». Ho ascoltato la notizia con rispetto, ma soprattutto con prudenza. Perché il problema, oggi, non è sapere che qualcuno ha fischiato. Il problema è capire perché. Viviamo nell’epoca in cui il fischio viene immediatamente catalogato come certificato notarile di disfatta politica. Ma il fischio è un animale assai meno disciplinato. Fischia l’arbitro, fischia il vento, fischia il treno, fischia il bollitore, fischia il sasso quando rotola abbastanza in fretta. Esiste perfino il Fischiatore pigro, che trasformò il fischio in una melodia. Perché mai dovrebbe essere semplice quello rivolto a un presidente del Consiglio? Del resto, Bari è una città generosa. Accoglie tutti: santi, peccatori, pellegrini e politici. E ai politici riserva il trattamento più democratico che esista: prima li ascolta, poi decide se battere le mani o storcere le labbra. Naturalmente, il tifo politico ha già emesso la sentenza. Per alcuni quei fischi rappresentano il tramonto del governo; per altri erano quattro contestatori amplificati dall’acustica del lungomare. La verità, come spesso accade, probabilmente se ne stava seduta in un angolo, infastidita dal frastuono. A me, invece, è venuto un dubbio quasi irriverente. E se quei fischi non fossero stati una bocciatura, ma una richiesta di replica? In teatro il pubblico insiste così quando vuole il bis. Magari gli spettatori baresi, soddisfatti della performance, reclamavano un secondo tempo. La politica, ormai, ha preso così tanto dal mondo dello spettacolo che non sarebbe neppure un’ipotesi assurda. In fondo, come osservava con disarmante sincerità Zac Efron: «Come possiamo spiegare qualcosa che non sappiamo nemmeno noi?». Ecco perché diffido sempre delle cronache scritte con il cronometro in mano. Un applauso può essere ironico; un fischio può essere affettuoso; il silenzio, invece, è quasi sempre una condanna. Ma quello non fa notizia. Il silenzio non riempie i titoli, non alimenta i talk show e non offre materia ai professionisti dell’indignazione. Per fortuna, in Italia, continuiamo ad avere un patrimonio inesauribile: riusciamo ancora a trasformare qualsiasi rumore in un sondaggio. In questo Paese non si contano più i voti: si misurano i decibel. Giuseppe Arnò * Foto by Canva mix

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Il ballo della pace!

Trump prepara il ballo della pace: tutti in pista alla Casa Bianca La Corte Suprema concede al presidente il permesso di continuare i lavori della sala da ballo. E se, dietro stucchi e lampadari, si nascondesse una soluzione ai guai del mondo? Putin, Xi, Kim e Araghchi sono avvertiti: si prega di non pestare i piedi al vicino. Giuseppe Arnò   A prima vista potrebbe sembrare una notizia da relegare in qualche angolo delle pagine interne: la Corte Suprema degli Stati Uniti, attraverso il suo presidente John Roberts, consente per ora a Donald Trump di proseguire i lavori per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, in attesa di una decisione definitiva sulla prosecuzione dell’opera. Niente di epocale, dunque. Una sala da ballo è pur sempre una sala da ballo. Ma con Trump, si sa, anche un lampadario può nascondere una strategia geopolitica. Il buon opinionista, infatti, non si limita a leggere le notizie: prova, quando possibile, a leggere anche ciò che potrebbe esserci dietro. E qui la fantasia, più che la cronaca, può dare una mano. Donald Trump è imprevedibile, certo. Ma non è uno sprovveduto. È un uomo d’affari, abituato a fare i conti, a valutare costi e benefici e, soprattutto, a cercare una via d’uscita quando una situazione comincia a diventare troppo costosa. E i conti, ultimamente, non sembrano proprio sorridere. La guerra con l’Iran resta impantanata in un interminabile balletto di minacce, contro-minacce, proposte e controproposte. I feriti americani aumentano, il malcontento cresce e il prezzo della benzina, come spesso accade quando il mondo decide di complicarsi la vita, presenta il conto anche a chi della guerra non sa che farsene. A questo punto, perché non provare un’altra strada? C’è un vecchio proverbio che dice: se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. E se Trump avesse deciso di portare direttamente la montagna nella sala da ballo? Ecco allora che la nuova, grandiosa struttura della Casa Bianca potrebbe assumere una funzione assai più ambiziosa di quella dichiarata. Non soltanto ricevimenti, gala e valzer presidenziali, ma una gigantesca pista diplomatica sulla quale far incontrare quelli che, fuori dalla sala, continuano a guardarsi in cagnesco. Immaginiamo la scena. Il padrone di casa apre le danze. Da una parte Putin, dall’altra Xi. Kim osserva con la consueta discrezione. Abbas Araghchi aspetta il suo turno. Qualcuno, magari, mette da parte per una sera i missili e si preoccupa finalmente dei passi di danza. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare il vecchio principe di Tomasi di Lampedusa: qui non sarebbe il principe Fabrizio a danzare con Angelica. I tempi sono cambiati, i protagonisti pure. Ma la musica, curiosamente, sembra sempre la stessa. E forse è proprio questo il punto. Perché talvolta, quando la politica non riesce più a parlare, resta soltanto la musica. E magari, tra un valzer e un tango, qualcuno potrebbe persino ricordarsi che la pace è un ballo nel quale, per riuscire a stare in pista, bisogna evitare di pestare i piedi al vicino. Che sia questa la nuova giocata di Trump? O è soltanto la fantasia di un vecchio giornalista che, davanti a una sala da ballo, si ostina a cercare una pista diplomatica? Non lo sappiamo. Ma una cosa è certa: se la pace dovesse davvero cominciare da una sala da ballo, Indro potrebbe finalmente sorridere dall’aldilà. E, conoscendolo, chiederebbe soltanto di alzare un po’ il volume della musica. * Foto by Canva remix

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Amor vincit omnia. Tranne la prassi

Virgilio resiste da oltre duemila anni. Noi, invece, riusciamo a smentirlo ogni mattina: la burocrazia soffoca i sentimenti, la politica li piega alla convenienza e il mondo continua a chiamare realismo quella che spesso è soltanto indifferenza. di Giuseppe Arnò «Omnia vincit amor», scrive Virgilio nelle Bucoliche. In italiano: l’amore vince su tutto. Tre parole che attraversano i secoli senza perdere un grammo della loro forza. Caravaggio ne fece il titolo di uno dei suoi dipinti più celebri; poeti, scrittori e filosofi vi hanno trovato un principio universale. Evidentemente erano tutti meno aggiornati di noi. Oggi l’amore vince su tutto, purché non incontri un regolamento, una circolare, una convenienza politica o una procedura amministrativa. Eppure quella massima continua a riaffiorare nei luoghi più impensati. Al Ghisallo, nel 2006, all’inaugurazione del Museo del Ciclismo voluto da Fiorenzo Magni accanto al Santuario della Madonna patrona dei ciclisti, fu collocata una pietra con l’iscrizione Omnia vincit amor, poi benedetta da papa Benedetto XVI. Un omaggio che dice molto: i motti immortali finiscono scolpiti nella pietra quando gli uomini non riescono più a scolpirli nella vita. Persino Leonardo da Vinci, uomo inquieto, sempre in viaggio tra corti e città, probabilmente privo di un amore stabile nel senso tradizionale, ritornava con frequenza a immergersi nelle sue annotazioni per riflettere sull’amore come forza capace di muovere il mondo. Aveva intuito ciò che la scienza avrebbe poi spiegato con altre parole: senza una forza che tenga insieme gli uomini, tutto si disperde. E noi, invece, ci ostiniamo a tirare il freno a mano. Se l’universo vive di equilibrio e movimento, l’umanità sembra specializzata nel bloccarli entrambi. Sono tre parole, in fondo. Non quelle latine, ma quelle che ciascuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta: “Ti voglio bene.” Claudio Villa, Vittorio De Sica e tanti altri hanno saputo trasformarle in musica. Noi, più modestamente, spesso le trasformiamo in una notifica sul cellulare. Poi arriva la cronaca. Il principe Harry e Meghan, secondo indiscrezioni, potrebbero tornare a vivere a Londra sei anni dopo l’addio ai doveri reali. Se sarà vero, qualcuno dirà che l’amore ha richiamato a casa ciò che il protocollo aveva allontanato. Virgilio, forse, sorriderebbe. Molto meno poetica è un’altra notizia. La Svezia si aggiunge agli Stati europei che riprendono a trasferire in Italia i migranti secondo il regolamento di Dublino. Tutto perfettamente conforme alle norme, ci mancherebbe. Ma è qui che il latino lascia il posto al burocratese: non trionfa l’amore, trionfa la prassi. E la prassi, si sa, non scrive versi. L’Europa ci ricorda di essere una comunità quando si tratta di proclamare valori; torna una somma di interessi nazionali quando si tratta di condividerne il peso. Anche questo, probabilmente, è un modo di voler bene. Molto continentale, molto regolamentato. La massima di Virgilio ha attraversato oltre duemila anni rimanendo fedele a sé stessa. Noi, invece, siamo riusciti a modernizzarla. Oggi sembra suonare così: Amor vincit omnia, salvo diversa disposizione dell’autorità competente. È il destino del bruto mondo: conservare i grandi ideali nelle biblioteche, inciderli sul marmo, citarli nei discorsi ufficiali e dimenticarli appena diventano scomodi. Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. Montanelli, che rimproverava agli italiani di conoscere poco la propria storia, probabilmente annuirebbe. Perché chi dimentica i classici finisce inevitabilmente per dimenticare anche le lezioni che custodiscono. E allora non resta che una consolazione: Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. * Foto by Ultimate fhoto Blender remix

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S’i’ fosse foco…

    S’i’ fosse foco… sterilizzerei il mondo Manuale satirico per la bonifica dell’Homo contaminans. Con qualche facezia, un pizzico di Cecco e Montanelli in versione ignifuga.   «S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo…» No, tranquilli. Non è un editoriale ecoterrorista, né il manifesto di qualche comitato di piromani con l’agenda green. È Cecco Angiolieri, sette secoli prima dei talk show, dei social e delle conferenze sul clima con buffet a dodici portate. Il suo era uno sfogo letterario. Un artificio del genere comico-realistico, come spiegano i filologi. Un urlo in endecasillabi, non un programma elettorale. Cecco non voleva davvero incendiare il pianeta: voleva prendere a schiaffi, con l’ironia, la stupidità del suo tempo. E qui nasce il sospetto: se fosse vivo oggi, probabilmente chiederebbe i diritti d’autore. Perché il mondo che Dio ci ha consegnato era, piaccia o no, un capolavoro perfettamente funzionante. L’uomo ha deciso di migliorarlo. Come sempre accade quando l’uomo decide di migliorare ciò che funziona, il risultato è stato un disastro. Abbiamo inquinato l’aria, l’acqua, il mare, i fiumi, il sottosuolo e perfino lo spazio, dove ormai galleggiano più rottami che satelliti. Mancava soltanto l’inquinamento del buon senso. Anche quello è arrivato. La contaminazione peggiore, però, non è quella della plastica. È quella delle idee. Si riciclano slogan invece dei rifiuti, si differenziano gli esseri umani invece dell’immondizia e si confonde il progresso con la capacità di produrre nuove emergenze. Così, mentre Madre Natura prova ancora ostinatamente a fare il suo mestiere, noi continuiamo a sabotarla con zelo burocratico. Cecco avrebbe scritto: S’i’ fosse climatologo, vieterei agosto. S’i’ fosse influencer, pianterei alberi invece dei selfie. S’i’ fosse politico, prometterei di mantenere almeno una promessa. Questa sì che sarebbe fantascienza. Il fuoco, nella tradizione cristiana, non è soltanto distruzione. San Francesco lo chiamava «frate focu», «bello, iocundo, robustoso e forte». È luce, calore, energia. È ciò che illumina e purifica. Anche la sofferenza, scriveva Roberto Gervaso, è un fuoco che, quando non ustiona, purifica. Il problema è che oggi il fuoco non purifica più: produce conferenze stampa. Ogni catastrofe genera tre cose certe: una commissione, un hashtag e un esperto televisivo. La soluzione arriverà domani. Sempre domani. Nel frattempo il mondo continua ad ammalarsi della stessa patologia: l’uomo. Non della sua presenza, che sarebbe una benedizione, ma della sua smisurata presunzione. L’unica specie capace di abbattere una foresta per stampare opuscoli intitolati “Salviamo gli alberi”. L’unica che organizza summit sull’inquinamento raggiungendoli con cortei di jet privati. L’unica che pretende di correggere perfino la natura, salvo poi indignarsi quando la natura presenta il conto. A questo punto qualcuno invocherà il fuoco di Cecco. Qualcun altro aspetterà un nuovo Diluvio. Personalmente, mi accontenterei di una gigantesca sterilizzazione. Non delle persone, sia chiaro. Delle follie. Disinfettare la superbia, sanificare l’avidità, mettere in quarantena l’arroganza, vaccinare contro l’idiozia organizzata. Una bonifica dell’intelligenza. Perché il pianeta, in fondo, non ha bisogno di essere salvato. È sopravvissuto a glaciazioni, meteoriti, vulcani e dinosauri. Quello che rischia seriamente l’estinzione è il buon senso. Indro Montanelli diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Oggi, prudentemente in versione ignifuga, aggiungeremmo che molti corrono anche in soccorso della narrativa dominante, purché sia già approvata dal salotto televisivo, dal social di turno e dal ministero competente. Il pianeta continua a girare. È l’uomo che gira a vuoto. E forse Cecco, se potesse riscrivere il suo sonetto, sostituirebbe un solo verso: «S’i’ fosse foco, non arderei il mondo. Gli farei soltanto una profonda pulizia dell’anima.» Perché, in fondo, più che un nuovo Diluvio universale basterebbe un buon disinfettante per le coscienze. È l’unico inquinamento che nessun depuratore riesce ancora a filtrare. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzettaonline

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Da 007 al Pentagono: aspirare il male, salvare il buono

Dalla fantasia di James Bond alla tecnologia del Pentagono: una navicella per ripulire l’orbita. E se, una volta tanto, provassimo a usarne una anche sulla Terra? di Giuseppe Arnò   Dicono che la fantascienza serva soprattutto a distrarci dalla realtà. Evidentemente non sempre. A volte, con qualche decennio di ritardo, la realtà si mette diligentemente a copiare la fantasia. Il Pentagono ha affidato a D-Orbit Space, controllata americana del gruppo italiano D-Orbit, un contratto da 24 milioni di dollari nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service. L’idea è tanto semplice quanto futuristica: raggiungere i satelliti militari arrivati a fine vita, agganciarli e portarli fuori dall’orbita, evitando che continuino a vagare lassù come rifiuti abbandonati in autostrada. Una specie di spazzino spaziale. Solo più costoso e con qualche problema in più se, anziché un satellite americano, dovesse incontrarne uno russo o cinese. Ma l’idea, a ben vedere, non è poi così nuova. Nel 1967, quando la tecnologia reale non aveva ancora imparato a fare ciò che oggi promette, James Bond ci aveva già pensato. In Si vive solo due volte, Sean Connery, nei panni dell’immarcescibile 007, assisteva alla comparsa della misteriosa Bird One, una navicella della SPECTRE capace di catturare in orbita capsule spaziali americane e sovietiche. Lo scopo, naturalmente, era molto meno ecologico: provocare la Terza guerra mondiale. La differenza è che allora era fantascienza. Oggi è un contratto del Pentagono. Possiamo dunque immaginare, con un minimo di fantasia e una buona dose di malizia, una futura “Aspira-satelliti 007”, versione aggiornata e politicamente corretta della Bird One: niente complotti della SPECTRE, per carità, soltanto pulizia dell’orbita. Se poi, durante le operazioni di nettezza urbana, qualche satellite russo o cinese dovesse accidentalmente finire nell’aspirapolvere, sarà certamente un inconveniente tecnico. E qui, per fortuna, Donald Trump non c’entra. Almeno questa volta. I poveri satelliti aspirati, tuttavia, non avranno la fortuna di Pinocchio, che dal ventre della balena riuscì a uscire. Quelli finiranno probabilmente dove devono finire i rottami spaziali: senza possibilità di rigurgito. La cosa più interessante, però, è che al progetto partecipa anche la tecnologia italiana. E questo, ai più fantasiosi tra noi, potrebbe suggerire un’applicazione terrestre dell’invenzione. Perché, se abbiamo finalmente imparato ad aspirare ciò che non serve nello spazio, perché non provare a farlo anche sulla Terra? Un’Aspira-mali 007, per esempio, potrebbe cominciare dalla malapolitica. Non tutta, naturalmente: rischieremmo di lasciare il Parlamento con qualche poltrona vuota. Ma una selezione accurata potrebbe essere utile. Potrebbe poi passare ai ladri d’arte, a cominciare da quelli che riescono a far sparire opere dai musei con una facilità che farebbe impallidire persino la SPECTRE. Dal Louvre a Parma, quando un quadro prende il volo, non sempre sappiamo dove atterrerà. Potrebbe aspirare anche certi misteri giudiziari, purché senza aspirare la giustizia insieme al mistero. Per esempio, dopo diciannove anni, forse qualcuno potrebbe spiegare al cittadino perché il caso Garlasco continui a occupare tanto spazio nella nostra vita pubblica e mediatica: in diciotto mesi, si è parlato del caso con circa 1,6 milioni di menzioni e quasi 25 milioni di interazioni. A questo punto, più che un caso giudiziario, sembra diventato un abbonamento. Ma l’aspirapolvere più importante sarebbe un altro. La guerra. Quella sì che meriterebbe una tecnologia capace di aspirarla tutta, lasciando al suo posto soltanto ciò che ancora merita di essere conservato: la vita, le case, le madri, i figli, la memoria. Marco Imarisio lo ha ricordato con parole che non hanno bisogno di effetti speciali: la guerra, alla fine, è questo. Figli che muoiono e madri che piangono i figli. Il resto sono comunicati, strategie, mappe, conferenze, proclami e spiegazioni per convincerci che, da qualche parte, qualcuno stia vincendo. Noi, francamente, ci accontenteremmo di non perdere tutti. E allora ben venga l’Aspira-satelliti. Ben venga la tecnologia italiana. Ben venga persino il Pentagono, se davvero vuole ripulire qualcosa senza sporcare qualcos’altro. Ma se un giorno D-Orbit riuscisse a costruire una versione terrestre della sua macchina, avremmo finalmente trovato l’apparecchio più utile della storia: uno che aspira il male e restituisce il buono. Montanelli, probabilmente, davanti a una simile invenzione avrebbe sorriso con quella sua aria da uomo che aveva già visto tutto. E forse avrebbe aggiunto: «Il problema non sarà costruire l’aspirapolvere. Sarà convincere gli aspirati che non si tratta di una nuova forma di promozione sociale.» * Foto Canva remixed

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Il mondo va a rotoli

Tra una natura che presenta il conto, una politica in coma vigile e cittadini che continuano a premiare gli stessi attori. Con Indro Montanelli, nostro complice, a ricordarci che la memoria degli elettori è sempre stata un bene deperibile. Una volta si diceva che il mondo andasse a rotoli per modo di dire. Oggi il dubbio è che qualcuno abbia tolto i freni. Non è catastrofismo: basta leggere i giornali, possibilmente senza saltare la cronaca estera, quella economica e quella meteorologica. Se poi Indro Montanelli potesse sfogliare il giornale di oggi, probabilmente non cambierebbe mestiere. Continuerebbe a fare il giornalista, con l’aggravante di dover distinguere, ogni mattina, la satira dalla cronaca. E non è affatto detto che ci riuscirebbe sempre. La natura, da parte sua, non ha mai promesso di essere gentile. Terremoti, alluvioni, eruzioni e uragani esistono da quando la Terra ha imparato a girare su se stessa. Ma oggi c’è una differenza sostanziale: la frequenza e l’intensità di molti fenomeni estremi non sono più soltanto materia per geologi e climatologi, bensì cronaca quotidiana. Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più urgenti e complesse del nostro tempo. Le temperature aumentano, i ghiacciai arretrano, le stagioni sembrano aver perso il calendario e gli eventi estremi si susseguono con una regolarità inquietante. Ondate di calore, siccità, alluvioni, incendi e tempeste non sono più eccezioni, ma una consuetudine che ridisegna il paesaggio e condiziona l’economia, l’agricoltura e perfino la salute pubblica. L’Italia ne è un laboratorio a cielo aperto. Un’estate senz’acqua viene seguita da piogge torrenziali che trasformano le città in piscine improvvisate. Le Alpi perdono i loro ghiacciai, mentre il Mediterraneo si riscalda più rapidamente di quanto facciano le nostre coscienze. Eppure continuiamo a discutere se sia il caso di piantare un albero o di abbatterlo per ricavare un parcheggio in più. Ma la natura non è l’unica ad aver perso l’equilibrio. Anche l’uomo sembra essersi specializzato nell’arte dell’autodistruzione. Guerre che faticano perfino a trovare una giustificazione razionale continuano a decimare popolazioni, seminando morte, odio e povertà. Si combatte in nome della sicurezza, della religione, delle risorse, dell’identità nazionale. Cambiano le bandiere, non il risultato: migliaia di vite spezzate e milioni di persone costrette a fuggire. E mentre il mondo brucia, la politica offre spesso il peggio di sé. Non governa gli eventi: li rincorre. Non costruisce il futuro: pianifica la prossima campagna elettorale. La politica non ha smesso di promettere il futuro; ha semplicemente ridotto il futuro alla prossima tornata elettorale. Invece di unire le forze davanti a problemi globali, preferisce combattersi in interminabili schermaglie di partito, come un esercito ormai sconfitto che continua a sparare gli ultimi colpi solo per orgoglio. Sì, la politica appare moribonda. E, come spesso accade ai moribondi, continua a fare rumore. Il guaio è che non possiamo attribuirle ogni responsabilità. I cittadini hanno la loro parte. Protestano al bar, si indignano sui social, scuotono la testa davanti al telegiornale, salvo poi tornare disciplinatamente alle urne per riconsegnare il timone agli stessi protagonisti di ieri. È il trionfo dell’abitudine elevata a sistema democratico. Qui il nostro complice Montanelli avrebbe probabilmente alzato un sopracciglio. Per tutta la vita ha osservato con lucidità un Paese capace di lamentarsi dei propri governanti e, puntualmente, di riconfermarli. Più che una democrazia dell’alternanza, talvolta sembriamo praticare una democrazia della nostalgia: quella per ciò che critichiamo il lunedì e rieleggiamo la domenica. E non illudiamoci che il fenomeno sia soltanto italiano. Cambiano le lingue, i sistemi elettorali e i colori delle bandiere, ma il copione è sorprendentemente simile ovunque. È un problema globale. Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, lo ha detto senza ricorrere a giri di parole: «Il mondo deve svegliarsi, siamo sull’orlo dell’abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata. Il mondo non è mai stato così diviso.» Meno male che qualcuno lo dice. Anche Agatha Christie osservava che «l’Europa ha bisogno di svegliarsi. È mezza addormentata». Un’affermazione che oggi suona meno come una riflessione letteraria e più come una diagnosi. Il problema è che queste parole rischiano di trasformarsi nelle proverbiali voci di chi grida nel deserto. Forse qualcuno obietterà che il vero risveglio dovrebbe essere spirituale. Ed è difficile negare che una società priva di valori finisca inevitabilmente per smarrire anche il senso della responsabilità. Ma, con tutto il rispetto per la dimensione interiore dell’uomo, il risveglio spirituale, da solo, non abbassa la temperatura del pianeta, non ferma una guerra e non rende più lungimirante una classe politica. Servono coscienze, certo. Ma servono anche decisioni. Forse il mondo non va a rotoli perché mancano le soluzioni. Va a rotoli perché abbondano le giustificazioni. La natura presenta il conto, la politica rinvia il pagamento e i cittadini, invece di cambiare amministratore, continuano a rinnovargli l’incarico. Poi ci stupiamo se arriva il pignoramento della Storia. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso il giornale, acceso una sigaretta e annotato con il suo consueto sarcasmo che i tempi cambiano, ma i vizi dell’uomo sembrano godere di un’invidiabile stabilità. Ed è forse questa la notizia più inquietante di tutte. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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L’arte di includere escludendo

   Abbattuti i muri della discriminazione, li ricostruiamo con materiali ecosostenibili e li inauguriamo come simboli del progresso.     Ci avevano promesso l’inclusione universale. Stanno consegnando l’inclusione condominiale: ognuno nel proprio appartamento, con tanto di targhetta sulla porta. In Italia si pensa alle piscine riservate alle donne islamiche. A Berlino il venerdì, non quello delle offerte ma quello dei costumi da bagno, si sperimentano giornate o fasce orarie riservate. Domani arriverà la corsia per gli eterosessuali, dopodomani quella per i mancini, poi per i vegani, gli astemi e magari per chi nuota solo a rana. La fantasia amministrativa, quando spende denaro altrui, non conosce limiti. L’obiettivo dichiarato è l’inclusione. Il risultato pratico assomiglia, con sorprendente puntualità, all’esclusione. Cambia il nome, resta il principio: dividere. È curioso osservare come certe parole invecchino male. L’apartheid era la vergogna della separazione. Oggi la separazione, se accompagnata da una conferenza stampa, qualche slogan ben confezionato e una dose abbondante di lessico inclusivo, rischia perfino di sembrare una conquista civile. Evidentemente i dizionari sono più veloci della storia. Naturalmente tutto questo ha un costo. E poiché le buone intenzioni non bastano mai, si ricorre all’unica fonte inesauribile: il portafoglio dei contribuenti. C’è chi fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese e chi, invece, arriva serenamente alla fine del bilancio pubblico, purché sia quello degli altri. Sia ben chiaro. L’inclusione delle persone con disabilità è un dovere morale e civile. Rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di vivere pienamente la società significa rendere la società migliore per tutti. Qui, invece, si imbocca un’altra strada: non si eliminano le barriere, si moltiplicano i cancelli. E ogni cancello porta inevitabilmente un cartello: “Riservato”. La politica osserva soddisfatta. Del resto, ha conservato soltanto il nome della polis. Una volta amministrava la res publica; oggi sembra specializzata nella tutela della res privata, possibilmente la propria. Le leggi non guardano più alle prossime generazioni, ma al prossimo sondaggio. È una forma di lungimiranza con il fiato corto. “Tutto da rifare, pover’uomo”, diceva un vecchio titolo televisivo che oggi suona come una diagnosi. Da rifare non sono le piscine, ma il modo di ragionare. Perché una società che crea spazi separati per sentirsi più unita è un po’ come uno che rompe lo specchio per migliorare il proprio riflesso. Montanelli avrebbe liquidato la faccenda con una delle sue frasi secche: gli italiani possiedono un talento singolare, riescono a complicare perfino le idee semplici. E l’inclusione è un’idea semplicissima: stare insieme. Non uno accanto all’altro, ma insieme. Quando, invece, ogni categoria reclama il proprio recinto, la convivenza lascia il posto al condominio delle identità. Ci si saluta dal balcone, ma guai ad attraversare il pianerottolo. Poi ci domandiamo perché la società si stia frammentando. La risposta, forse, galleggia proprio in quelle piscine dove tutti sono i benvenuti. Purché appartengano alla categoria giusta. Credo che, se c’è un autore al quale questa conclusione sarebbe piaciuta, è proprio Indro Montanelli: “Quando una società ha bisogno di un regolamento per stabilire chi possa stare accanto a chi, non sta costruendo l’inclusione. Sta soltanto cambiando il nome alla separazione.” È una frase originale, non una citazione, ma ne richiama il gusto per la battuta asciutta e il paradosso. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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