L’arte è libera. Purché scelga il colore giusto

Dai tre coni dell’occhio umano alle infinite sfumature del politicamente corretto: oggi anche Elena di Troia può finire al centro di una guerra culturale X X Nell’agorà paesana di ieri sera, sotto la sapiente animazione del vignettista Costantino, si è discusso di una delle più straordinarie meraviglie del genere umano: la capacità di vedere i colori. Il nostro occhio, attraverso tre tipi di fotorecettori chiamati coni, distingue il rosso, il verde e il blu. Poi il cervello, con una certa autonomia e senza chiedere il permesso a nessun comitato ideologico, combina questi segnali e ci permette di vedere l’intero spettro visibile. Una meraviglia. E viene da dire: bontà del Creatore! Ma l’uomo, si sa, non si accontenta mai di ciò che vede. Ha inventato la pittura, la fotografia, il cinema e, più recentemente, anche la politica dei colori. I colori, infatti, non sono soltanto una questione ottica. Sono emozione, memoria, sentimento. Sono l’espressione della nostra anima. Cesare Pavese confessava: «Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori». E ognuno cerca i propri. James Cameron, per esempio, ha trovato il blu e ci ha costruito sopra Avatar, portandoci su Pandora, dove intere popolazioni hanno la pelle del colore del cielo e nessuno, almeno all’inizio, sembra essersene scandalizzato. Altri artisti, invece, sembrano impegnati in una ricerca cromatica più ambiziosa: ridipingere il passato. Corre voce, per esempio, che un giovane e avvenente regista stia pensando a una nuova versione di Biancaneve e i sette nani con protagonista un’attrice afroamericana. Una scelta che, in linea di principio, non dovrebbe sconvolgere il mondo. Dopo tutto, è cinema. L’arte è libera. La fantasia non ha frontiere e la creatività, per sua natura, non ama i recinti. Il problema è che oggi, quando si tocca un personaggio del passato, il dibattito artistico dura mediamente tre minuti. Poi arrivano la politica, i social, le tifoserie e, immancabilmente, qualcuno che accusa qualcun altro di essere dalla parte sbagliata della storia. E così anche Elena di Troia è finita in trincea. Con la recente uscita del kolossal Odissea (2026), diretto da Christopher Nolan, la scelta di Lupita Nyong’o, attrice keniota-messicana, per interpretare Elena ha riacceso il dibattito sul cosiddetto blackwashing. I sostenitori della scelta ricordano che il cinema ha sempre reinterpretato liberamente i classici. I detrattori rispondono che non si tratta più di libertà artistica, ma di una precisa operazione ideologica. E così, mentre i Greci combattevano per Elena, noi, dopo qualche millennio, continuiamo a combattere per il colore di Elena. La storia, evidentemente, ha un senso dell’umorismo tutto suo. Omero, intanto, se ne sta tranquillamente nell’Olimpo della letteratura. Nel poema definisce Elena λευκώλενος (leukōlenos), «dalle bianche braccia». Secondo gli studiosi, l’espressione appartiene al linguaggio formulare della poesia omerica e indica soprattutto un ideale di bellezza femminile. Altri, invece, preferiscono la lettura letterale: se Omero dice «bianche braccia», bianche erano. Del resto, sostengono i più pignoli, se le braccia erano bianche, non è che il resto del corpo potesse essere improvvisamente… a pois. E qui, forse, arriviamo al cuore della questione. L’arte può cambiare la storia? Naturalmente sì. Può reinterpretarla? Certamente. Può perfino provocare? È il suo mestiere. Ma può anche diventare strumento di propaganda culturale? Perché no. Anche questo è accaduto infinite volte. La differenza, forse, sta nella sincerità dell’operazione. Se un regista sceglie un attore perché lo considera il migliore per quel ruolo, nessuno dovrebbe avere nulla da obiettare. Se invece la scelta serve a lanciare un messaggio politico o sociale, allora sarebbe più virtuoso dirlo apertamente. Non c’è nulla di male. L’importante è non pretendere che il pubblico sia obbligato a considerare arte ciò che magari percepisce come politica travestita da arte. Perché oggi il confine è diventato talmente sottile che persino un pennello rischia di dover presentare il certificato di appartenenza prima di poter toccare la tela. Il rosso, il verde e il blu sono ancora liberi. Ma guai a confondere il bianco con il nero. E soprattutto, guai a dire che un colore è semplicemente un colore. Potrebbe partire un dibattito. Un convegno. Una commissione. Un fact-checking. E, naturalmente, un film. Marco Trevisan sostiene che la cinematografia sia la forma d’arte più completa della nostra epoca. Probabilmente ha ragione. Il cinema riesce a raccontare il passato, interpretare il presente e persino immaginare il futuro. Ma proprio per questo è bene ricordare che ogni immagine porta con sé un significato. E quando l’artista sceglie un colore, un volto, un personaggio, una storia, non sempre sta soltanto facendo arte. A volte sta anche dicendo qualcosa. Il pubblico, però, conserva ancora un piccolo privilegio: quello di ascoltare, guardare e poi decidere liberamente che cosa pensare. Ognuno, dunque, interpreti il fatto come crede. A buon intenditor… E Indro Montanelli, probabilmente, osservando tutto questo dal suo proverbiale angolo di ironia, avrebbe sorriso. Forse avrebbe detto che l’arte è veramente libera soltanto quando può permettersi di essere anche scomoda. E, soprattutto, quando nessuno le impone in anticipo quale debba essere il colore della libertà. Quanto a noi, possiamo soltanto continuare a guardare. Con i nostri tre coni. Rosso, verde e blu. Il resto, per fortuna, lo decide ancora il cervello. Almeno quello che non ha ancora ricevuto la circolare. Giuseppe Arnò * Foto Corel remix

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Cornuto e… condannato

Quando la giustizia chiude il fascicolo, ma il dibattito resta aperto C’è un’antica espressione napoletana che riesce a spiegare in quattro parole ciò che trattati di sociologia descrivono in quattrocento pagine: “curnuto e mazziato”. Tradotta con eleganza significa subire un torto e, subito dopo, essere anche colpiti dall’umiliazione che ne consegue. È la fotografia di chi paga due volte: una per il danno ricevuto, l’altra per le conseguenze che quel danno continua a produrre. I napoletani, però, hanno una qualità rara: riescono perfino a sorridere delle loro disgrazie. Non per superficialità, ma perché l’ironia è spesso l’ultimo rifugio della dignità. È un modo per impedire alla sventura di avere l’ultima parola. In questa vicenda, tuttavia, il sorriso si ferma presto. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere Mario Roggero, che il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, dopo aver subito una rapina, inseguì e uccise due dei rapinatori, ferendone un terzo. La sentenza è definitiva. E, come ricordavano gli antichi, lex dura sed lex: la legge può essere severa, ma resta legge. Sul piano giuridico la questione è chiusa. Sul piano umano, invece, continua a dividere l’opinione pubblica. Roggero ha 72 anni. Ha definito la condanna un ergastolo di fatto, osservando che, quando avrà finito di scontarla, avrà superato gli ottantasei anni. Nel video pubblicato prima di costituirsi ha ringraziato chi gli è stato vicino e ha auspicato una normativa che disciplini in maniera diversa casi come il suo. Nel frattempo si è aperto un altro capitolo, forse ancora più amaro: le richieste di risarcimento avanzate dai familiari dei rapinatori uccisi e dal complice rimasto ferito. È qui che molti cittadini avvertono quella sensazione di “doppia pena” che alimenta discussioni, indignazione e interrogativi. Viene spontaneo ricordare la provocazione di Fabrizio Caramagna, secondo cui da qualche parte esisterebbe un giudice disposto a condannare i costruttori del Titanic a risarcire i proprietari dell’iceberg. È una battuta, naturalmente, ma come tutte le battute efficaci nasce da una percezione diffusa. Nel frattempo la politica ha fatto ciò che purtroppo sa fare con maggiore tempestività: dividersi. C’è chi invoca la grazia presidenziale, chi difende integralmente la sentenza, chi trasforma una tragedia personale in una bandiera elettorale. Ancora una volta il dolore diventa terreno di scontro ideologico, con il rischio di dimenticare che, prima delle appartenenze, esistono le persone. La giustizia deve applicare la legge, non gli umori popolari. Ma una democrazia matura ha anche il dovere di interrogarsi quando una sentenza, pur legittima, lascia una parte consistente dell’opinione pubblica con la sensazione che qualcosa non torni sul piano dell’equità. Non è una critica ai giudici, bensì una riflessione sul rapporto, spesso tormentato, tra diritto e sentimento di giustizia. Forse è proprio qui il cuore della vicenda: la legge stabilisce ciò che è lecito; la coscienza continua invece a domandarsi ciò che è giusto. L’agorà del paese, il bar, i social, le tavole di famiglia continueranno a discutere di politica, di legittima difesa e di magistratura. È inevitabile. Sarebbe bello, però, che almeno per una volta il dibattito riservasse uno spazio anche alla dimensione umana, quella che non entra nei codici, non compare nei dispositivi delle sentenze e non si misura in anni di reclusione. Perché una società civile non si giudica soltanto da come applica le leggi, ma anche da come riesce a conservare la propria umanità. E, se proprio vogliamo chiudere con un pizzico di ironia, prendiamo in prestito un pensiero attribuito a Socrate: «Più conosco gli uomini, più apprezzo il mio cane.» Una frase che oggi, osservando il frastuono delle tifoserie politiche, rischia di sembrare meno cinica di quanto fosse quando venne pronunciata. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso con una delle sue stoccate: «Le sentenze si rispettano. Ma il diritto di discuterle è uno dei pochi privilegi che distinguono una democrazia da un tribunale.» Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix

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Chi la dura la vince (e chi molla consegna le chiavi)

Dal campo centrale di Wimbledon alle tribune del mondo: la perseveranza resta l’unica rivoluzione che non può essere censurata. di Giuseppe Arnò Ci avevano detto che il talento fosse tutto. Poi è arrivato il mercato a venderci il successo in comode rate, la politica a prometterlo a ogni legislatura e i social a confezionarlo in video da trenta secondi. Così abbiamo finito per credere che bastasse apparire. Peccato che la realtà, ostinata come una vecchia maestra, continui a premiare chi resiste. Lo aveva capito molto prima di noi Calvin Coolidge, quando osservava che nulla al mondo può prendere il posto della perseveranza. Non il talento: il mondo abbonda di persone straordinariamente dotate che non hanno concluso granché. Non il genio: quello incompreso è diventato quasi una categoria professionale. Non l’istruzione: gli archivi della storia sono pieni di laureati rimasti spettatori della propria esistenza. Solo perseveranza e determinazione continuano a fare la differenza. Una lezione che il tennis ha appena rimesso sotto gli occhi di tutti. A Wimbledon, Jannik Sinner è tornato sul trono. Dopo una finale estenuante, combattuta punto su punto, ha saputo rimontare lo svantaggio iniziale contro Alexander Zverev, mantenendo lucidità, forza mentale e qualità tecnica per quasi quattro ore. Il risultato finale racconta una vittoria. Quello che non racconta il tabellone è il numero infinito di allenamenti, sacrifici, sconfitte, dolori muscolari e giornate storte che hanno costruito quel successo. Il talento lo aveva già. La perseveranza lo ha trasformato in campione. Ecco perché il vecchio proverbio continua a funzionare meglio di tante moderne teorie motivazionali: chi la dura la vince. Il problema è che, uscendo dal Centrale di Wimbledon, il mondo sembra giocare un altro sport. Ci siamo lentamente adattati a un’esistenza nella quale tutto dev’essere immediato: opinioni istantanee, indignazioni a tempo, felicità in abbonamento, informazione consumata più velocemente di un caffè al banco. Il cittadino è stato promosso a consumatore permanente, purché non faccia troppe domande. Il cosiddetto nuovo ordine mondiale,  qualunque volto gli si voglia attribuire,  sembra aver capito un principio elementare: un popolo distratto è infinitamente più governabile di un popolo perseverante. Così ci si accontenta. Una birra, un panino, la partita della domenica, qualche polemica sui social e il giorno passa. Domani sarà uguale a ieri, ma con uno smartphone più aggiornato. È una forma di anestesia collettiva che non ha bisogno di catene: basta convincere le persone che nulla possa davvero cambiare. Eppure la storia racconta esattamente il contrario. Ogni conquista civile, ogni libertà, ogni progresso autentico è nato dalla testardaggine di qualcuno che si è ostinato quando tutti gli consigliavano di lasciar perdere. Noi continuiamo a credere che un cambiamento sia possibile. Forse prima europeo, poi, chissà, anche più ampio. Non perché immaginiamo improbabili paradisi terrestri, ma perché rifiutiamo l’idea che il cinismo sia diventato l’unico modo adulto di guardare il mondo. Forse non cambieremo la storia. Forse i potenti continueranno a riscrivere le regole mentre noi cercheremo ancora di capire il regolamento. Forse assisteremo ad altri ordini, contrordini, emergenze permanenti, verità provvisorie e slogan confezionati con la data di scadenza incorporata. Ma almeno non avremo rinunciato al diritto di pensare, discutere e dissentire. Robert Schuller ricordava che i tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì. Victor Hugo aggiungeva che perseverare è il segreto di tutti i trionfi. Due osservazioni che, nell’epoca delle scorciatoie universali, suonano quasi rivoluzionarie. Perché la perseveranza ha un difetto insopportabile per chi pretende di dirigere il traffico della storia: rende gli uomini liberi. E gli uomini liberi sono difficili da catalogare, impossibili da addomesticare e, soprattutto, ostinatamente inclini a pensare con la propria testa. Pennellata finale, con un sorriso alla Montanelli Alla fine, il mondo continuerà probabilmente a dividersi in due categorie. Da una parte quelli che spiegano perché nulla possa cambiare. Dall’altra quelli che, con ostinazione quasi irritante, continuano a provarci. I primi sono sempre molto richiesti nei salotti televisivi. I secondi, qualche volta, finiscono per cambiare la storia. E, come insegna Sinner, quasi mai al primo set. * Ultimate Photo Blender mixture

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Grazie dei fiori. Oggi basta una pistola

Dal Festival di Sanremo ai summit della NATO: la storia di un mondo che ha sostituito i bouquet con i souvenir balistici. E continua a chiamarlo progresso. di Giuseppe Arnò “Grazie dei fiori…” cantava Nilla Pizzi. E noi, senza saperlo, vivevamo in un’epoca nella quale i ringraziamenti avevano ancora il profumo delle rose. Eravamo poveri, certo. Ma la povertà, almeno, non pretendeva di essere intelligente. La televisione proponeva Il Musichiere e i documentari di Piero Angela; la politica litigava con se stessa senza trascinare il pianeta sull’orlo dell’abisso; la magistratura faceva la magistratura e la Cina era un’immensa cartina geografica che pochi avrebbero saputo indicare con precisione. Perfino Vladimir Putin brindava con Silvio Berlusconi, mentre gli Stati Uniti, patria di Frank Sinatra più che dei dazi, sembravano i custodi di un ordine mondiale che oggi ricordiamo quasi con tenerezza. Poi il mondo ha deciso di evolversi. E l’evoluzione, come spesso accade, ha preso una strada curiosa. Così accade che a un vertice della NATO il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan omaggi gli ospiti con una pistola personalizzata, completa di proiettili e firma. Non un elegante fermacarte. Non una penna. Nemmeno una cravatta. Una pistola. Un tempo si regalavano fiori. Oggi si regalano armi da collezione. Domani, di questo passo, per gli anniversari di matrimonio basterà un drone. Forse è un lapsus freudiano. Oppure è semplicemente lo specchio dei tempi. Quando si trascorrono le giornate parlando di riarmo, deterrenza, missili e fronti di guerra, anche il galateo finisce per arruolarsi. Del resto, il mondo sembra aver smarrito il vocabolario della pace. Le guerre si moltiplicano, le diplomazie arrancano e l’umanità si comporta come quel fumatore incallito che, tossendo, continua ad accendersi un’altra sigaretta. Napoleone sosteneva che la pace duratura fosse poco più di una parentesi tra due conflitti. Difficile dargli torto: di guerre era un esperto sul campo, non un opinionista da salotto televisivo. E noi? Ci stiamo lentamente abituando all’eccezione. La guerra diventa normalità, mentre la pace assume l’aspetto di una nostalgica cartolina d’altri tempi, insieme ai 45 giri, alle cabine telefoniche e ai mazzi di garofani. Qualcuno continua a sperare che l’uomo riesca finalmente a smentire il vecchio homo homini lupus. È una speranza rispettabile. Ma la cronaca quotidiana sembra divertirsi a smentirla con puntualità svizzera. Così, mentre ricordiamo con malinconia quel semplice “Grazie dei fiori”, ci accorgiamo che il vero souvenir dei nostri tempi non è più un bouquet, ma un’arma elegantemente confezionata. E forse la storia, che possiede un raffinato senso dell’umorismo, sta soltanto cercando di dirci una cosa: il progresso corre veloce, ma non sempre nella direzione giusta. Per il resto, come si diceva una volta nelle borgate romane, non resta che affidarci alla Provvidenza. Aò… che Dio ce la mandi buona. Prima che qualcuno pensi di recapitarcela con corriere espresso. * Foto by Canva remixed

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L’ira funesta… e il mondo che le va dietro

Tra ultimatum, scomuniche, guerre commerciali e scismi religiosi, il pianeta sembra aver sostituito la diplomazia con il megafono. E mentre tutti parlano, il buon senso aspetta ancora il suo turno. di Giuseppe Arnò C’era un tempo in cui la politica internazionale si esercitava nei salotti della diplomazia, tra sorrisi misurati e parole pesate con il bilancino. Oggi, invece, sembra essersi trasferita in un’arena dove vince chi urla più forte. Il dialogo è diventato un dettaglio; l’ultimatum, la regola. Donald Trump, fedele al proprio stile, continua a dispensare giudizi con la rapidità di un operatore di Borsa. Ce l’ha con la NATO, con alcuni alleati europei, con l’Iran, con chi, a suo dire, beneficia della protezione americana senza ricambiare adeguatamente il favore. Da imprenditore, il ragionamento è lineare: se uno paga il conto, pretende almeno che gli altri offrano il caffè. È una logica discutibile? Certamente. Ma è altrettanto difficile negare che, nella politica internazionale degli ultimi anni, gli interessi abbiano spesso prevalso sugli ideali. Del resto, tra alleanze strategiche e convenienze economiche, perfino le amicizie fra Stati sembrano ormai avere la durata di un contratto a termine. Le relazioni commerciali si interrompono con la stessa facilità con cui un tempo si cambiava il canale della televisione. Gli avversari diventano interlocutori, gli interlocutori tornano nemici, mentre le dichiarazioni ufficiali durano lo spazio di una conferenza stampa. Nel frattempo, il Medio Oriente continua a ricordarci che le guerre iniziano sempre con grandi parole e finiscono con lunghi silenzi. In Europa si discute di riarmo, di sicurezza, di deterrenza, come se la pace fosse ormai un lusso da conservare in archivio insieme ai trattati del secolo scorso. E mentre la geopolitica distribuisce minacce e promesse, anche il mondo religioso conosce le proprie tensioni. Gli scismi, le contestazioni, le divisioni interne dimostrano che perfino le istituzioni nate per unire non sono immuni dalla tentazione della frattura. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sorprendentemente simile: ciascuno convinto di possedere la verità, pochissimi disposti ad ascoltare quella degli altri. Così il pianeta procede, sospeso tra vertici internazionali, conferenze di pace, guerre commerciali, missili, dazi, comunicati ufficiali e inevitabili smentite. Ogni giorno sembra quello decisivo. Il giorno dopo ne arriva subito un altro, ancora più decisivo. Noi, spettatori di questo grande teatro globale, continuiamo a leggere titoli sempre più drammatici e dichiarazioni sempre più categoriche. Poi scopriamo che il mondo, nonostante tutto, continua a girare con ostinata indifferenza ai protagonismi dei suoi governanti. Forse aveva ragione Voltaire quando sosteneva che «il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno». Oggi il dubbio è diventato quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo nell’epoca delle certezze gridate e delle riflessioni sussurrate. Nel frattempo conviene non perdere il senso dell’ironia. È una delle poche risorse che non conosce inflazione e che nessuna superpotenza è ancora riuscita a tassare.   Alla maniera di Indro Montanelli «Le nazioni litigano come condomini che discutono sul pianerottolo: tutti convinti di avere ragione, nessuno disposto ad abbassare la voce. Poi, quando il palazzo comincia a scricchiolare, scoprono che il problema non era il vicino, ma le fondamenta. E quelle, purtroppo, non si riparano con un comunicato stampa.»   * Foto: Ultimate photo Blender mix

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Quando Giove pretende di fare l’arbitro

Lo sport può convivere con la politica, ma non può sopravvivere alla sua invadenza. Perché una partita senza regole uguali per tutti non è più una competizione: è soltanto una rappresentazione del potere. di Giuseppe Arnò Ogni epoca ha i suoi protagonisti. Alcuni lasciano il segno con le idee, altri con le opere. Altri ancora, più semplicemente, sono convinti che il mondo sia il palcoscenico costruito per ospitare la loro rappresentazione permanente. È un’antica debolezza del potere: confondere il consenso con l’onnipotenza. Di tanto in tanto un episodio ci ricorda quanto questa tentazione sia viva. Un intervento, una telefonata, una decisione che suscita interrogativi, una federazione chiamata a giustificare scelte che sembrano arrivare più dai corridoi del potere che dagli uffici dove si custodiscono i regolamenti. Poco importa quale sia il protagonista del momento. I nomi cambiano. Il problema resta. Ed è un problema che riguarda tutti. Lo sport è forse l’ultima grande istituzione civile nella quale milioni di persone accettano serenamente la sconfitta, purché abbiano la certezza che le regole siano state identiche per tutti. Il tifoso perdona un errore dell’arbitro. Persino una stagione disastrosa. Ciò che non perdona è il sospetto che il risultato sia stato influenzato da qualcosa che con il campo non ha nulla a che vedere. Perché la vera forza dello sport non risiede nei trofei, nei diritti televisivi o nei bilanci delle federazioni. Risiede nella fiducia. È una ricchezza invisibile. Nessuna federazione può iscriverla a bilancio, ma tutte vivono grazie ad essa. È il capitale morale che convince milioni di persone a credere che una gara inizi davvero sullo zero a zero e che nessuno parta con un vantaggio deciso nelle stanze del potere. Quando questa convinzione vacilla, lo sport perde molto più di una partita. Perde autorevolezza. La storia insegna che politica e sport non sono mai stati mondi separati. Dall’antica Olimpia fino ai Giochi moderni, passando per Berlino 1936, Città del Messico 1968 e le tensioni internazionali dei nostri giorni, le competizioni sportive hanno spesso riflesso le fratture del mondo. Sarebbe ingenuo immaginare una neutralità assoluta. Esiste però una differenza fondamentale. Una cosa è che la storia entri nello sport. Altra cosa è che il potere pretenda di entrarvi per modificarne le regole. È qui che nasce la sfiducia. Le norme possono certamente essere interpretate. Ma interpretare non significa piegare. Le eccezioni devono servire alla giustizia, non alla convenienza. Altrimenti il regolamento cessa di essere il fondamento della competizione e diventa uno strumento da utilizzare secondo l’identità di chi lo invoca. I Romani avevano condensato tutto questo in una formula destinata a sopravvivere ai secoli: quod licet Iovi, non licet bovi. Ciò che è concesso a Giove non è concesso al bue. Era la fotografia di una società fondata sui privilegi. Sorprende constatare quanto quella massima continui a riaffacciarsi nel nostro tempo, quasi che alcuni protagonisti della scena internazionale si sentano investiti di una sorta di diritto naturale a ottenere ciò che agli altri sarebbe semplicemente negato. Ma lo sport non dovrebbe conoscere né Giove né buoi. Dovrebbe conoscere soltanto il regolamento. È proprio questa la sua grandezza. Sul campo il cognome dovrebbe pesare meno del merito. La notorietà meno del talento. L’influenza meno del risultato. Quando ciò accade, nasce il rispetto. Quando non accade, nasce il sospetto. E il sospetto è il più subdolo avversario dello sport. Non urla. Non protesta. Non invade il campo. Si limita a insinuarsi nella mente degli spettatori, trasformando ogni decisione controversa in un dubbio permanente. Da quel momento non si discute più di calcio, di atletica o di olimpismo. Si discute della credibilità delle istituzioni. Ed è una partita infinitamente più difficile da vincere. Per questo le federazioni sportive, il Comitato Olimpico e ogni organismo chiamato a custodire l’equità delle competizioni dovrebbero ricordare che la loro autorevolezza non dipende dalla vicinanza ai potenti, ma dalla distanza che sanno mantenere da essi. L’indipendenza non è una forma di cortesia istituzionale. È la condizione stessa della loro esistenza. I potenti passeranno, come sempre accade. Cambieranno i governi, le maggioranze, i presidenti e perfino gli equilibri geopolitici. La credibilità, invece, una volta uscita dal campo, difficilmente rientra negli spogliatoi. E lo sport, senza credibilità, somiglia sempre meno a una gara e sempre più a un teatro. Con molti attori. Pochi campioni. E troppi Giove convinti che il regolamento sia stato scritto esclusivamente per i buoi.   * Photo Blender mixture

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Cambiare tutto, purché non cambi nessuno

Dall’Italia all’Europa, dalla politica alla Chiesa, il cambiamento è diventato lo slogan preferito di chi dimentica che la prima rivoluzione comincia sempre davanti allo specchio. C’è una parola che gode di un successo ininterrotto. Non conosce crisi, alternanze politiche né sconfitte elettorali. È una parola che si adatta a tutti i programmi, a tutte le stagioni e a tutte le maggioranze, comprese quelle che ancora devono nascere: cambiamento. Ogni congresso lo promette. Ogni manifestazione lo invoca. Ogni leader lo annuncia con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il fuoco. Si cambia l’Italia, si cambia l’Europa, si cambia il mondo. Manca soltanto qualcuno che proponga di cambiare il sistema solare, ma probabilmente è solo questione di tempo. Il problema è che il cambiamento, quello autentico, è un mestiere difficile. Richiede competenza, disciplina, autocritica e, soprattutto, la rara capacità di mettere in discussione se stessi prima degli altri. Qualità assai meno popolari degli slogan e infinitamente meno redditizie dal punto di vista elettorale. Del resto, Il Gattopardo aveva già archiviato la questione con una delle più celebri sentenze della letteratura: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Oggi, però, si è riusciti perfino a peggiorare il paradosso. Si annuncia il cambiamento senza cambiare nulla e, nel frattempo, si riesce ugualmente a peggiorare ciò che già funzionava poco. Molti secoli prima, Platone aveva intuito dove iniziasse ogni autentica rivoluzione: non nelle piazze, nei parlamenti o nei social network, ma nell’ordine interiore dell’uomo. Prima di rifare il mondo, suggeriva, sarebbe opportuno rimettere in ordine il proprio cuore. Un consiglio di una semplicità quasi offensiva, proprio perché pretende responsabilità personali invece di colpe collettive. Anche Viktor Frankl, sopravvissuto agli orrori della storia, ricordava che quando non possiamo cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi. È una lezione che continua a risultare sorprendentemente impopolare. Cambiare sé stessi richiede sacrificio; cambiare gli altri basta prometterlo. E così ogni stagione politica ricomincia da capo. L’8 luglio, ad esempio, il cosiddetto Campo Largo si ritroverà a Napoli con uno slogan che promette di “cambiare l’Italia”. È un diritto, naturalmente, ed è persino auspicabile che chiunque ambisca a governare desideri migliorare il Paese. Il dubbio nasce altrove: possiede davvero gli strumenti per riuscirci? E, soprattutto, è disposto a cambiare prima i propri metodi, i propri limiti, le proprie contraddizioni? Perché la storia insegna una regola tanto semplice quanto spietata: le capacità non si improvvisano e i miracoli non si pianificano in conferenza stampa. Il motivatore americano Jim Rohn osservava che, per raggiungere grandi obiettivi, occorre modificare i propri sogni oppure accrescere le proprie capacità. È una formula tanto elementare quanto raramente applicata. Più comodo scegliere una terza via, quella immortalata dalla saggezza lombarda: “tirèmm innanz”. Andiamo avanti così, confidando che la realtà, per stanchezza, finisca con l’adattarsi alle nostre illusioni. Naturalmente non è un’esclusiva della politica. L’umanità intera coltiva questa illusione. Persino la Chiesa, che dispone di ben altri strumenti morali rispetto ai partiti, continua a scontrarsi con l’immutabilità del cuore umano. Anche Leone XIV, nei suoi primi mesi di pontificato, ha richiamato con forza alla fraternità, alla pace, alla responsabilità verso i più deboli e alla ricomposizione delle divisioni interne. Ma le guerre continuano, le contrapposizioni ecclesiali non evaporano e l’uomo resta ostinatamente affezionato ai propri pregiudizi. Segno che nemmeno l’autorità morale più alta dispone della bacchetta magica quando manca la disponibilità personale a cambiare. In fondo, la vera riforma è sempre la meno frequentata: quella di sé stessi. È faticosa, silenziosa e non produce fotografie di gruppo né hashtag di successo. Non riempie le piazze, ma cambia davvero le persone. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così poco praticata. La politica continua a promettere di cambiare il mondo. Il mondo, con ostinata ironia, continua a chiedere ai suoi riformatori un curriculum che cominci dallo specchio. Siamo certi che  Montanelli, davanti alla parola “cambiamento” usata come slogan universale, avrebbe alzato un sopracciglio e osservato: «In Italia il cambiamento è come l’orizzonte: tutti lo indicano, nessuno ci arriva.» Giuseppe Arnò * Foto archivio proprio

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EDITORIALE LUGLIO 2026

Luglio, il mese della memoria. L’Occidente allo specchio Vent’anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono agli anniversari. Le civiltà, invece, sopravvivono soltanto se ricordano chi sono. Civis Romanus sum. Tre parole che un tempo bastavano a definire un’appartenenza. Oggi dovrebbero bastare almeno a ricordarci che ogni civiltà sopravvive finché conserva coscienza di sé. Civis Romanus sum. Non era una semplice formula. Era un passaporto morale, prima ancora che giuridico. Bastavano tre parole per evocare una civiltà, un diritto, una cultura, un modo di concepire il mondo. Un cittadino romano non portava soltanto un nome: portava un’eredità. Forse oggi, nell’epoca delle identità liquide, dei confini elastici e delle mode globali che cambiano più rapidamente delle stagioni, quella locuzione latina potrebbe sembrare un reperto da museo. Eppure è proprio nei musei che si custodiscono le cose preziose, non quelle inutili. Vent’anni fa scompariva Oriana Fallaci. Il tempo ha compiuto il suo mestiere: ha consumato le polemiche, ma non ha cancellato le domande che ella pose con ostinazione. Anzi, molte di esse sembrano essersi accomodate in prima fila nel teatro del XXI secolo. “L’Occidente non dimentichi chi è.” Non era un invito alla nostalgia, bensì alla memoria. Due concetti che spesso vengono confusi. La nostalgia guarda indietro con malinconia; la memoria guarda avanti con consapevolezza. Viviamo in un tempo nel quale tutto scorre, come ricordava Eraclito. Panta rei. Cambiano gli equilibri geopolitici, le economie, le tecnologie, perfino il modo di parlare. Ma esistono realtà che non possono essere trattate come applicazioni da aggiornare ogni sei mesi: la storia, la cultura, l’identità di un popolo. L’Europa non nasce da un regolamento comunitario né da una direttiva scritta in burocratese. Nasce molto prima. Nasce ad Atene, dove si impara che la libertà richiede cittadini e non sudditi. Nasce a Roma, dove il diritto diventa il linguaggio della convivenza civile. Nasce a Gerusalemme, dove la dignità della persona assume un valore universale. Il resto è amministrazione. Già Erodoto raccontava che gli Ateniesi decisero di opporsi all’invasione persiana non soltanto per ragioni militari, ma perché si riconoscevano appartenenti allo to ellenikòn: comunanza di sangue, lingua, santuari, riti e costumi. Una definizione che oggi farebbe probabilmente convocare un convegno internazionale per discuterne la “problematicità”. Gli antichi, invece, combattevano. Non perché odiassero gli altri, ma perché amavano sé stessi. Ed è qui che il dibattito contemporaneo inciampa spesso nella stessa pietra. Difendere un’identità non significa disprezzarne altre. Custodire la propria casa non equivale a incendiare quella del vicino. Esiste una differenza sostanziale fra apertura e dissoluzione. L’Occidente è diventato grande proprio perché ha saputo dialogare, assimilare, innovare. Ma ogni dialogo presuppone due interlocutori riconoscibili. Se uno dei due rinuncia a essere sé stesso, il dialogo cessa e resta soltanto un lungo monologo della confusione. Oggi il rischio più sottile non è tanto un’invasione di eserciti quanto quella delle idee che suggeriscono che tutte le culture siano identiche, tutte le tradizioni intercambiabili, tutti i valori equivalenti. Se tutto vale allo stesso modo, alla fine non vale più nulla. La globalizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ha avvicinato continenti, economie e persone. Ma quando pretende di trasformare il mondo in un gigantesco centro commerciale dove perfino le identità diventano prodotti standardizzati, allora smette di essere uno strumento e diventa un fine. E le civiltà che smettono di distinguersi finiscono inevitabilmente per confondersi. Persino la mitologia greca raccontava questa differenza attraverso il contrasto fra Polluce e il barbaro Amico: l’uno rappresentazione della misura, dell’armonia e dell’eleganza; l’altro simbolo della forza priva di cultura. Non era una questione etnica, ma una metafora della civiltà. Naturalmente nessuno auspica scontri fra popoli o presunte gerarchie culturali. Sarebbe una caricatura della storia e un tradimento dell’intelligenza. Esiste però un principio che rimane attuale quanto il celebre Nosce te ipsum: chi dimentica la propria identità diventa facilmente ciò che altri decidono per lui. Per questo l’Europa dovrebbe recuperare il coraggio della propria autocoscienza. Non per erigere muri contro il mondo, ma per costruire fondamenta sotto la propria casa. Anche perché le case senza fondamenta non hanno bisogno di essere conquistate: basta aspettare che crollino da sole. In fondo aveva ragione anche l’antico stratega cinese quando osservava che “l’invincibilità sta nella difesa”. La difesa non è paura. È conoscenza di sé. È la serenità di chi sa cosa custodisce. E forse il miglior omaggio che possiamo rendere a Oriana Fallaci, vent’anni dopo, non consiste nel trasformarla in un’icona da celebrare una volta l’anno. Le idee, come le civiltà, non vivono di commemorazioni ma di confronto. Montanelli amava ricordare che «un popolo che perde la memoria perde anche il futuro». È una frase che oggi suona meno come una citazione e più come un promemoria. Perché il problema dell’Occidente non è sapere dove sta andando. È ricordarsi, prima di partire, da dove viene. Giuseppe Arnò   * Foto: Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported . Canva remixed

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La morale in saldo e il moralismo a prezzo pieno

Quando il tribunale dei social pretende di riscrivere la storia, spesso dimentica di leggere anche le note a piè di pagina. Ogni tanto i social network, non avendo nulla di meglio da riesumare, riportano alla luce qualche vecchia intervista di Indro Montanelli. Stavolta è tornato in circolazione il celebre spezzone nel quale il giornalista racconta della sua unione con una giovane etiope durante la campagna d’Africa. Naturalmente non circola l’intervista integrale, ma soltanto il frammento più adatto a sostenere il processo. Oggi, del resto, il montaggio ha sostituito l’istruttoria. L’accusa è semplice: immoralità. La difesa, invece, richiede qualche riga in più. Montanelli spiegava che ciò che sarebbe stato inaccettabile secondo il costume italiano non lo era nell’Abissinia di allora, dove quelle unioni erano conformi agli usi locali. Non pretendeva di esportare quella pratica in Italia, né sosteneva che ogni costume fosse moralmente esemplare; ricordava semplicemente un dato storico e culturale. I giuristi, meno inclini alle indignazioni improvvisate, conoscono da secoli un principio elementare: lex loci regit actum. L’atto, salvo eccezioni, è disciplinato dalla legge del luogo in cui viene compiuto. Non è un’assoluzione morale; è una regola di diritto internazionale privato che serve proprio a evitare l’anarchia giuridica. Confondere il diritto con il giudizio etico significa rendere un pessimo servizio a entrambi. Naturalmente, se oggi un cittadino italiano sposasse una minorenne in Italia, il problema non si porrebbe neppure: l’articolo 84 del Codice civile e l’intero sistema di tutela dei minori lo impedirebbero, con rilevanti conseguenze giuridiche. Ma proiettare automaticamente l’ordinamento odierno su vicende coloniali di quasi un secolo fa significa cedere a quella tentazione che gli storici chiamano presentismo: giudicare il passato esclusivamente con le categorie del presente. Questo non impedisce una valutazione morale. Anzi, la rende più seria. La morale non coincide con il moralismo. La prima cerca di comprendere il bene e il male nella complessità delle circostanze; il secondo si accontenta di distribuire patenti di virtù, preferibilmente retroattive. È la differenza che Giulio Andreotti sintetizzava con il suo consueto sarcasmo: «Distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla.» E Vittorio De Sica aggiungeva, con altrettanta ironia, che l’indignazione morale è spesso composta da una modesta percentuale di morale e da una ben più abbondante dose d’indignazione. Il punto, allora, non è stabilire se oggi quella vicenda susciti perplessità, è del tutto legittimo che le susciti, ma se sia corretto trasformare un frammento estrapolato dal suo contesto in un capo d’imputazione eterno. Curiosamente, la stessa società che pretende severità assoluta per fatti avvenuti nell’Abissinia degli anni Trenta mostra talvolta una sorprendente indulgenza verso pratiche culturali contemporanee, importate da altri Paesi e incompatibili con i principi fondamentali del nostro ordinamento, talora valutate dai tribunali anche alla luce del contesto culturale dell’autore. Non è una contraddizione da poco. La morale dovrebbe essere una bussola. Il moralismo, invece, assomiglia spesso a una banderuola: gira con il vento dell’opinione pubblica. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso la questione con una delle sue stoccate: i processi celebrati ottant’anni dopo i fatti hanno un vantaggio indiscutibile. Gli imputati non possono più cambiare la storia; gli accusatori, invece, possono cambiarne il racconto. Giuseppe Arnò * Foto Canva mix

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Il grande schermo parla italiano: a Rio si alza il sipario sulla XIII edizione di “8½ Festa del Cinema Italiano”

Dalla diplomazia alla cultura, dalle istituzioni al volontariato organizzativo: una serata di successo inaugura in Brasile una delle più amate rassegne dedicate al cinema italiano contemporaneo, confermando il fascino senza tempo del nostro Paese.     L’Italia continua a raccontarsi attraverso il suo cinema. E lo fa con il linguaggio universale delle emozioni, inaugurando la tredicesima edizione di 8½ Festa del Cinema Italiano, la rassegna che ogni anno porta il meglio della produzione cinematografica contemporanea nelle principali città brasiliane. L’edizione 2026 si svolge dal 25 giugno al 1° luglio in sedici città del Brasile, da Rio de Janeiro a San Paolo, da Brasilia a Belo Horizonte, passando per Recife, Salvador, Curitiba, Porto Alegre, Florianópolis e molte altre realtà, a conferma di un appuntamento ormai consolidato nel panorama culturale italo-brasiliano. L’apertura istituzionale è avvenuta a Brasilia, dove l’Ambasciatore d’Italia in Brasile, Alessandro Cortese, ha inaugurato la manifestazione nella Sala Nervi dell’Ambasciata, gremita di autorità, giornalisti, professionisti del settore e appassionati di cinema. L’iniziativa, sostenuta dall’Ambasciata d’Italia nell’ambito del progetto “Fare Cinema”, rappresenta oggi uno dei più importanti appuntamenti dedicati al cinema italiano contemporaneo fuori dai confini nazionali. Pochi giorni prima, a San Paolo, la serata di pre-apertura aveva visto protagonista il film Fuori di Mario Martone, alla presenza del Console Generale d’Italia Domenico Fornara, offrendo un’ulteriore testimonianza della vitalità della cinematografia italiana e dell’interesse che continua a suscitare presso il pubblico brasiliano. Ma è stata anche Rio de Janeiro, nella serata del 25 giugno, a vivere uno dei momenti più significativi della rassegna. Nonostante un clima poco favorevole, la partecipazione è stata straordinaria: la passione per il cinema italiano ha avuto la meglio sulla pioggia, richiamando un pubblico numeroso, composto da rappresentanti della collettività italiana, operatori culturali, giornalisti e tanti amici dell’Italia. La programmazione, ospitata fino al 1° luglio nelle sale Estação NET Rio ed Estação NET Gávea, offrirà al pubblico una selezione delle più interessanti produzioni italiane dell’ultima stagione, confermando la qualità artistica che ha reso il cinema italiano uno dei grandi ambasciatori della cultura nazionale. L’organizzazione della serata inaugurale si è distinta per efficienza, eleganza e attenzione ai dettagli. Un riconoscimento particolare va a Flavio Cenciarelli, direttore amministrativo del Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, e a tutti i suoi collaboratori, il cui lavoro ha contribuito in maniera determinante alla perfetta riuscita dell’evento. Ugualmente prezioso è stato il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro, che ancora una volta ha confermato professionalità, competenza e sensibilità nella promozione delle eccellenze culturali italiane, collaborando alla riuscita di una manifestazione ormai entrata stabilmente nel calendario degli appuntamenti culturali più attesi. A rendere ancora più piacevole l’incontro è stato il raffinato cocktail ispirato alla migliore tradizione gastronomica italiana, particolarmente apprezzato dagli ospiti. Un momento conviviale che ha valorizzato anche il Polo ItaliaNoRio, sempre più riconosciuto come punto di riferimento per la vita culturale e associativa della comunità italiana e per tutti coloro che guardano all’Italia come a un patrimonio di arte, cultura e stile di vita. Ancora una volta il cinema si è dimostrato molto più di uno spettacolo: è diventato un ponte fra due Paesi, un linguaggio comune capace di unire sensibilità diverse e di raccontare, attraverso le immagini, quella straordinaria ricchezza culturale che continua a fare dell’Italia un riferimento nel mondo. Perché i film finiscono con lo scorrere dei titoli di coda; l’amicizia fra i popoli, invece, continua ben oltre l’ultima scena. Giuseppe Arnò   Alcune immagini dell´evento Foto credito: lagazzetta italo-brasiliana

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