L’ultimo 2 Giugno di Domenico Fornara: una Repubblica che vive oltre l’oceano

La Festa della Repubblica a San Paolo diventa occasione di bilanci e gratitudine. Si chiude un mandato che ha accompagnato la crescita della più grande comunità italiana all’estero, rafforzando il dialogo tra Italia e Brasile. X   Ci sono celebrazioni che vanno oltre il protocollo. Ricorrenze che, pur nel rispetto della forma istituzionale, riescono a raccontare una storia fatta di persone, appartenenza e memoria collettiva. La Festa della Repubblica Italiana celebrata il 2 giugno a San Paolo è stata una di queste. Nell’anno in cui l’Italia ricorda l’ottantesimo anniversario del referendum del 1946, che consegnò al Paese la scelta repubblicana e aprì per la prima volta alle donne le porte del voto nazionale, la ricorrenza ha assunto nella metropoli brasiliana un significato ancora più particolare. È stata infatti l’ultima Festa della Repubblica presieduta dal Console Generale Domenico Fornara, che il prossimo 28 luglio concluderà il proprio mandato e farà ritorno a Roma dopo quattro anni trascorsi alla guida della sede consolare italiana più importante del mondo per numero di cittadini amministrati. Davanti a una platea composta da autorità, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, associazioni e membri della vasta comunità italiana e italo-brasiliana, il Console ha ripercorso il significato della data fondativa della Repubblica e, al tempo stesso, ha offerto una riflessione sul cammino compiuto dal Consolato Generale in questi anni. I numeri illustrati durante la serata raccontano una realtà in continua espansione. Migliaia di pratiche, passaporti, riconoscimenti di cittadinanza e servizi erogati testimoniano un’attività intensa, spesso silenziosa agli occhi del grande pubblico, ma essenziale per mantenere vivo il legame tra l’Italia e i suoi figli sparsi nel mondo. Una crescita tale da rendere la circoscrizione di San Paolo paragonabile, per dimensioni, a una grande città italiana. Ma ridurre questi quattro anni a una sequenza di statistiche sarebbe ingeneroso. L’eredità più significativa del mandato di Domenico Fornara appare forse in un altro dato, meno misurabile ma più duraturo: il rafforzamento del rapporto umano e istituzionale tra Italia e Brasile. In un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, economiche e normative, il Consolato Generale ha saputo consolidare la propria presenza sul territorio, promuovendo la cultura italiana, sostenendo le relazioni economiche bilaterali e valorizzando il ruolo delle associazioni che da decenni custodiscono l’identità italiana oltreoceano. Tra i ricordi destinati a rimanere nella memoria collettiva vi è certamente la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2024, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile. Un evento che ha rappresentato non soltanto un momento di prestigio istituzionale, ma il riconoscimento del contributo che generazioni di emigrati italiani hanno offerto alla costruzione del Brasile moderno. Non è stata casuale, dunque, l’emozione che ha accompagnato le parole con cui il Console ha salutato la comunità. Nei suoi ringraziamenti si è percepita la consapevolezza che l’attività diplomatica non si misura soltanto nei risultati amministrativi, ma anche nelle relazioni umane costruite giorno dopo giorno. La serata è proseguita nel segno della convivialità, valore profondamente italiano. Un ricco buffet ispirato alle tradizioni gastronomiche della Penisola ha accompagnato l’incontro tra ospiti provenienti da mondi diversi ma uniti da radici comuni. La musica di White Mary ha aggiunto una nota contemporanea alla celebrazione, dimostrando come l’Italia continui a rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità. Alla fine della serata, al di là dei discorsi ufficiali e delle fotografie di rito, è rimasta una sensazione condivisa: quella di una comunità viva, orgogliosa delle proprie origini e capace di guardare al futuro senza dimenticare il passato. È forse questo il significato più autentico del 2 Giugno celebrato a San Paolo. Una Repubblica nata ottant’anni fa nella Penisola, ma che continua a vivere ogni giorno anche qui, dall’altra parte dell’Atlantico, nel lavoro delle istituzioni, nell’impegno delle associazioni e nel cuore di centinaia di migliaia di italiani e discendenti che mantengono saldo il filo della propria storia. E se ogni Console lascia un’impronta nel luogo che serve, quella di Domenico Fornara resterà legata all’idea di una presenza italiana più forte, più moderna e più vicina alla propria comunità. Un’eredità che il suo successore sarà chiamato a raccogliere e sviluppare. Giuseppe Arnò ASIB

Per saperne di più »

EDITORIALE GIUGNO 2026

Il ritorno dei fantasmi Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo. Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout. Eppure il fenomeno è interessante.Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale. Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza. Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio. Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana. E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza. Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso. Ed è qui il punto centrale. L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché molti hanno smesso di farlo. Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari. Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso. Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite. E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia. Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente. Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano. Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”. In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport. Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale. Kimi corre. E basta. Forse è per questo che ci piace.Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social. E allora sì, fermiamoci un istante.Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica. Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto. Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo. E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente. Giuseppe Arnò * Foto:Canva remixed

Per saperne di più »

Ferrari vive di passato. Il presente, invece, la umilia

Da Schumacher e Todt ai pellegrinaggi dei tifosi: il miracolo continua a non arrivare     C’era una volta una Ferrari che vinceva. E non si tratta di una leggenda tramandata dai nonni davanti al camino, ma di una realtà che milioni di appassionati ricordano ancora benissimo. Erano i tempi di Michael Schumacher e Jean Todt, gli artefici di una delle più straordinarie epopee sportive della Formula 1. Poi la corsa finì. Da allora sono passati direttori sportivi, ingegneri, strateghi, piloti e salvatori della patria annunciati. Sono cambiati regolamenti, motori, gomme e persino le piste. L’unica cosa rimasta immutata è l’attesa del ritorno alla gloria. Ma la resurrezione è materia per santi. E così i tifosi della Ferrari, sparsi nei cinque continenti, continuano a pregare. Pregano davanti al televisore, durante le qualifiche e, nei casi più gravi, persino durante il pranzo della domenica. Le grazie, però, tardano ad arrivare. Viene il sospetto che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, si sia stancato delle stravaganze di Maranello e abbia deciso di togliere il proprio patrocinio. Oppure che qualcuno, per eccesso di prudenza, abbia sistemato sul cruscotto delle monoposto la celebre immaginetta con la scritta: «Non correre, papà». Quale che sia la spiegazione, il risultato cambia poco. La Ferrari continua a far battere i cuori, ma troppo spesso lo fa con gli effetti collaterali di una visita cardiologica. Perché una scuderia che porta sulle spalle il peso della propria storia e l’onore di essere la squadra più famosa del mondo non può vivere soltanto di ricordi. I piloti contano, certo. Ma senza una vettura competitiva anche il talento più cristallino finisce per trasformarsi in una consolazione domenicale. E quando le sconfitte diventano una consuetudine, il prestigio del passato smette di essere una risorsa e si trasforma in un peso. La Ferrari non ha bisogno di una mano di vernice. Ha bisogno di reinventarsi. Da cima a fondo. Nel frattempo i tifosi continueranno a fare ciò che fanno da quasi vent’anni: sperare. È una forma di fede sportiva che resiste alle classifiche, alle statistiche e perfino all’evidenza. Parafrasando Cicerone, viene da chiedersi: «Fino a quando, o Ferrari, abuserai della pazienza dei tuoi tifosi?». Forse la risposta è nascosta proprio nella natura del ferrarista. Una creatura singolare che soffre, protesta, impreca contro strategie e motori, giura di averne abbastanza e poi, puntualmente, la domenica successiva si ripresenta davanti allo schermo. La Ferrari, in fondo, è diventata come certi antichi nobili decaduti: vive in un palazzo pieno di ritratti degli antenati e racconta agli ospiti quanto fosse grande la famiglia. I tifosi ascoltano con rispetto e perfino con affetto. Ma, prima o poi, qualcuno domanda quando arriverà il prossimo erede capace di vincere una corsa invece di una commemorazione. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzetta

Per saperne di più »

Il grande turismo geopolitico

Jet privati, sorrisi di Stato e fotografie di rito: mentre i potenti fanno il giro del mondo per non decidere nulla, l’umanità applaude alla propria confusione organizzata. E pensare che stavamo quasi imparando a convivere con l’intelligenza artificiale prima che l’intelligenza naturale ricominciasse a dare spettacolo.     C’era un tempo in cui i viaggi servivano a scoprire il mondo. Oggi servono soprattutto a fotografarlo dall’alto, possibilmente dal finestrino di un Boeing governativo, mentre sotto la Terra continua serenamente a pagare il carburante dell’ennesimo vertice “decisivo”. I grandi della politica mondiale volano incessantemente: Washington, Pechino, Mosca, Bruxelles, Doha, Ankara. Una processione planetaria di strette di mano, sorrisi calibrati, cene ufficiali e dichiarazioni “costruttive” che, tradotte in linguaggio umano, significano quasi sempre: non abbiamo concluso nulla, ma ci rivedremo presto. L’ultimo pellegrinaggio diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping ne rappresenta il capolavoro. L’interscambio tra Stati Uniti e Cina è ormai un gomitolo così aggrovigliato che probabilmente nemmeno i protagonisti sanno più da dove iniziare a sciogliere il nodo: Taiwan, terre rare, dazi, Hormuz, Iran, Boeing, semiconduttori, Nvidia e chi più ne ha più ne smarrisca. Eppure l’incontro è stato impeccabile. Compostezza orientale da una parte, pragmatismo spettacolare dall’altra. Tè servito alla temperatura giusta, sorrisi fotografati con precisione chirurgica, cordialità abbondante. Mancava soltanto il risultato, ma non si può pretendere tutto. Di concreto, infatti, non è emerso nulla. Nessun accordo, nessuna svolta, nessuna fumata bianca. Però si è saputo che in autunno Xi Jinping ricambierà la visita negli Stati Uniti. Insomma, il turismo istituzionale continua. Del resto, Xi sembra fedele all’antica pazienza strategica attribuita alla saggezza cinese: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta: prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.” Che poi, a ben vedere, oggi il problema è capire quale nemico passi per primo e soprattutto se il fiume, nel frattempo, sia ancora navigabile. Dall’altra parte, Trump non appare più soltanto il guascone istintivo di qualche anno fa. Qualcosa deve aver imparato: che la forza bruta produce titoli di giornale, mentre la strategia produce risultati. Così il tycoon testa reazioni, misura umori, piazza segnali, lancia linee rosse e attende. Xi osserva. Trump rilancia. Xi tace. Trump posta. Xi riflette. Risultato finale: 0 a 0, palla al centro e nuovi voli intercontinentali già prenotati. Nel frattempo anche Vladimir Putin prepara il suo viaggio in Cina. A questo punto, se non si conoscessero i protagonisti, si potrebbe davvero pensare che Pechino sia diventata una sorta di Lourdes geopolitica, un santuario laico dove i leader del pianeta si recano nella speranza di un miracolo diplomatico. E di fede, in effetti, ce ne vuole molta. D’altronde Fyodor Dostoevsky lo spiegava bene: non è la fede a nascere dal miracolo, ma il miracolo a nascere dalla fede. Noi europei, però, siamo messi peggio. Le statistiche dicono che crediamo sempre meno a tutto: alla politica, alla religione, al futuro, perfino alle previsioni del tempo. Però discutiamo. Ah, se discutiamo. Tavoli, vertici, summit, pre-vertici, post-vertici, commissioni, sottocommissioni, consultazioni multilaterali e riunioni preparatorie per preparare altre riunioni preparatorie. Il continente che inventò la filosofia oggi rischia di morire di verbosità. Non esiste quasi più un argomento sul quale si riesca a concordare tutti insieme. Guerra, pace, energia, difesa, moneta, AI, migranti, clima: tutto diventa un interminabile condominio litigioso dove ciascuno parla mentre l’edificio prende fuoco. Eppure esiste ancora qualcosa capace di unire le masse europee: l’uscita del nuovo Swatch. A Milano, per accaparrarsi un orologio, si sono viste file chilometriche, resse, urla e persino lancio di sedie. Finalmente un momento di autentica partecipazione popolare. Per una volta nessuno ha discusso di dazi, Taiwan o corridoi energetici: tutti d’accordo sul quadrante. La verità è che il mondo sta lentamente trasformandosi in una gigantesca bolgia dove ciascuno tifa contro qualcuno senza sapere più bene perché. Si applaude alle escalation come fossero partite di calcio, si invocano sanzioni come medicine miracolose e si osserva la geopolitica come una serie televisiva a puntate. E pensare che stavamo quasi raggiungendo una convivenza accettabile con l’intelligenza artificiale. Lei, almeno, quando non sa qualcosa, lo ammette oppure si aggiorna. L’intelligenza umana invece continua a salire sugli aerei, attraversare oceani, organizzare vertici planetari e tornare a casa annunciando “dialoghi promettenti”. Promettenti per chi, resta ancora il mistero più grande. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Il miracolo spagnolo e la fede dei gonzi

Quando la propaganda diventa economia creativa e i numeri vengono messi in castigliano stretto «Non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità». Lo scriveva Jorge Luis Borges e, come spesso capita ai grandi, aveva capito il mondo prima che il mondo capisse lui. Perché il cittadino medio, sommerso da titoli, talk show, editoriali indignati e grafici colorati, finisce per credere a tutto. Purché venga raccontato con tono serio, possibilmente da qualcuno in giacca blu e sopracciglia contratte davanti a una lavagna luminosa. Se poi il racconto conferma i propri pregiudizi politici, il gioco è fatto: la propaganda diventa verità rivelata. Una volta si diceva: «La disciplina è un’arma di vittoria». Era la retorica del Ventennio, fatta di slogan muscolari e frasi da incidere sul marmo. Oggi basterebbe aggiornare il motto: la propaganda è un’arma di vittoria.Nulla di nuovo sotto il sole: cambia il secolo, cambia la grafica televisiva, ma resta immutata la vecchia tentazione di piegare i fatti agli slogan. E infatti la guerra moderna non si combatte più con i cannoni ma con i titoli. Da una parte i numeri, dall’altra la narrazione. Da una parte l’analisi, dall’altra il tifo. Lo spiegava bene George Orwell quando definiva la propaganda «un’arma, come i cannoni o le bombe». E aveva ragione: oggi il bombardamento è mediatico, continuo, elegante e persino sorridente. Prendiamo il nuovo dogma continentale: il cosiddetto “miracolo spagnolo”.Un tempo c’era il “miracolo Zapatero”, oggi c’è il “miracolo Sánchez”. Cambia il santo sul santino, ma i fedeli sono sempre gli stessi. Naturalmente non parliamo di santi veri. Pedro Sánchez non moltiplica pani e pesci; moltiplica piuttosto conferenze stampa, narrazioni e articoli estatici di una certa stampa europea che, appena il centrodestra governa altrove, scopre improvvisamente il paradiso socialista dietro i Pirenei. Il racconto è noto: la Spagna vola, l’Italia arranca, Madrid illumina il futuro, Roma inciampa nel passato. Mancano solo le apparizioni mariane a Barcellona e il miracolo sarebbe completo. Peccato che i numeri, quando vengono letti interamente e non a fettine come il prosciutto iberico, raccontino una storia assai meno poetica. È vero: nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,8%, contro lo 0,5% italiano. Titolo perfetto. Apertura garantita. Editorialisti in estasi.Ma dietro quel numero si nasconde un dettaglio fastidioso, cioè la realtà. La crescita spagnola è soprattutto quantitativa: più popolazione, più immigrazione, più turismo. Non più produttività, non più innovazione, non più efficienza industriale. È una crescita “estensiva”, come direbbe qualche economista sobrio e quindi poco invitato in televisione. Infatti la produttività spagnola viene stimata in calo dello 0,3% nel periodo 2018-2027. E basta osservare il Pil pro capite per vedere il trucco del prestigiatore: dal 2019 al 2025 quello italiano cresce del 2,3%, mentre quello spagnolo cala dell’1,1%. Tradotto in lingua comprensibile: il cittadino medio italiano oggi sta leggermente meglio di prima del Covid; quello spagnolo un po’ peggio.Però il titolo “La Spagna cresce grazie all’immigrazione e al turismo di massa” vende meno di “Il miracolo progressista”. E i miracoli, si sa, richiedono fede, non contabilità. Anche sul lavoro la fanfara suona un po’ stonata. Il 90% dei nuovi posti creati tra 2024 e 2025 in Spagna è stato occupato da immigrati, concentrati soprattutto nei settori a basso valore aggiunto. Turismo, servizi, lavori stagionali. Utilissimi, per carità, ma lontani dall’epopea industriale raccontata nei salotti televisivi. Nel frattempo l’Italia continua ad avere una manifattura che vale circa il 20% del Pil, seconda in Europa. Roba noiosa, evidentemente. Fabbriche, export, distretti produttivi: cose che non fanno sognare gli editorialisti romantici. Eppure la bilancia commerciale italiana nel 2025 registra un surplus superiore ai 35 miliardi di euro, mentre la Spagna naviga in un deficit di circa 57 miliardi.Ma il deficit, se progressista, diventa improvvisamente poetico. Persino sui salari occorrerebbe un po’ di prudenza. Gli stipendi nominali spagnoli hanno superato quelli italiani? Sì. Ma i salari reali crescono appena del 5% dal 1995, contro il 31% medio Ocse. E negli ultimi anni il salario netto è persino diminuito per effetto del fiscal drag: più tasse silenziose, grazie all’inflazione. Però detta così è antipatico. Molto meglio raccontare il “modello Madrid”, possibilmente con una paella sullo sfondo. Poi c’è il capitolo energia, altro terreno fertile per la propaganda prêt-à-porter.La Spagna oggi ha prezzi elettrici inferiori all’Italia grazie alle rinnovabili. Verissimo. Solo che il sistema soffre anche di distorsioni, prezzi negativi e fragilità infrastrutturali che hanno già prodotto blackout e problemi di stabilità della rete. L’Italia invece possiede una delle reti di trasmissione più solide d’Europa grazie agli investimenti di Terna. E le imprese italiane consumano fino al 20% in meno di energia per produrre un euro di Pil rispetto a quelle spagnole. Dettagli. Fastidiosi dettagli.La propaganda, per funzionare, ha bisogno di semplificare. Molto. Possibilmente fino all’infantilismo. Così Madrid diventa il paradiso sociale, Roma il girone dei dannati e ogni dato viene stirato come una tovaglia nelle pensioni di Rimini: basta tirare un po’ agli angoli e tutto sembra perfetto. Il problema non è nemmeno che esista la propaganda. Quella è vecchia quanto il mondo. Il problema è che oggi si spaccia per informazione neutrale. E milioni di persone ci cascano con l’entusiasmo del turista davanti al venditore di Rolex sulla spiaggia. Alla fine, il vero miracolo spagnolo non è economico.È mediatico. Riuscire a convincere mezzo continente che una crescita trainata da turismo, debito e immigrazione sia la nuova frontiera del progresso europeo richiede infatti un talento straordinario. Più che un governo, un’agenzia pubblicitaria. E forse Borges aveva ragione fino in fondo: l’uomo crede facilmente a ciò che non conosce.Specie quando qualcuno glielo racconta con tono grave, grafico colorato e accento internazionale. Del resto, una volta si vendevano tappeti persiani.Oggi si vendono miracoli economici.Con la differenza che almeno i tappeti, ogni tanto, duravano più di una legislatura. di Redazione * Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ mix by Canva

Per saperne di più »

Sigonella, Trump e il manuale del perfetto amico distratto

Nel nuovo disordine mondiale Roma tenta l’equilibrismo: ma tra Washington e la prudenza si rischia di perdere entrambi “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.Vecchio proverbio, sempreverde come le tasse e le polemiche italiane. Perché dal nemico il colpo lo si mette in conto; dall’amico no. E Donald Trump, che di molte cose potrà essere accusato ma non certo di nascondere ciò che pensa, ha reagito da manuale dell’uomo ferito nell’orgoglio e negli affari. Alla proposta italiana di inviare i caccia-mine nello stretto di Hormuz a giochi praticamente fatti, il presidente americano ha replicato con quella delicatezza diplomatica che gli appartiene quanto il silenzio appartiene ai talk show: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”. Traduzione simultanea dal trumpese: grazie, ma ormai il pranzo è finito e portare il vino al momento del caffè serve a poco. Che qualcosa si sia incrinato nel famoso asse Meloni-Trump appare evidente. Quel rapporto definito “speciale”, “privilegiato”, “solido”, aggettivi che nella politica internazionale durano mediamente meno di una mozzarella lasciata al sole, sembra oggi entrato nella zona grigia delle relazioni complicate. E nemmeno la visita del segretario di Stato Marco Rubio, svoltasi nel clima “franco e proficuo” che i comunicati ufficiali usano quando bisogna sorridere mentre si mastica amaro, pare aver ricucito davvero lo strappo. Antonio Tajani, con impeccabile aplomb diplomatico, ha ricordato che “l’Europa ha bisogno dell’America e l’America dell’Europa”. Verissimo. Come è vero che il Titanic aveva bisogno dell’oceano. Ma nella sostanza resta quella sensazione di nebbia politica in cui tutti dichiarano amicizia eterna mentre contano le sedie da salvare. Il punto vero è un altro: cosa ha ottenuto l’Italia negando l’appoggio tattico agli Stati Uniti e ponendo limiti sull’uso di Sigonella?Qui il ragionamento si fa meno ideologico e più brutalmente pratico. Ha evitato le critiche dell’opposizione? Impossibile: l’opposizione critica anche il sole quando sorge da est.Ha rispettato accordi e trattati? Nobile intento, ma viviamo in un’epoca in cui i trattati internazionali vengono stracciati con la stessa naturalezza con cui si apre una brioche a colazione.Ha preservato consenso interno? Probabile. Ma la politica estera costruita sui sondaggi somiglia a un ombrello di carta sotto il monsone. E soprattutto: si perde un amico per guadagnare cosa? Perché Trump, piaccia o no, ragiona da uomo d’affari. E gli uomini d’affari, come ricordava Benjamin Franklin, si salvano più con la diffidenza che con la fede. Roberto Gervaso aggiungeva che la diffidenza complica la vita sia a chi la prova sia a chi la subisce. In geopolitica la complicazione ha un prezzo: basi militari ridiscusse, dazi più aggressivi, rapporti raffreddati, sospetti crescenti. Non esattamente dettagli. Naturalmente anche Spagna e Germania hanno scelto prudenza verso l’operazione americana contro l’Iran. Ma Roma aveva un problema in più: aveva costruito mediaticamente una vicinanza privilegiata con Trump. E quando ostenti amicizia, il tradimento pesa il doppio. È la differenza tra un passante che ti pesta un piede e un compare che ti sfila la sedia mentre stai per sederti. Forse hanno pesato i timori per il referendum, forse la paura di perdere consenso, forse il sospetto che l’amicizia con Trump assomigliasse troppo a Les Liaisons Dangereuses: seducente, utile, ma capace di lasciare ferite permanenti. Fatto sta che il governo italiano ha scelto una linea di cautela che, nel caos mondiale attuale, appare tanto comprensibile quanto indecifrabile. Perché in questo nuovo disordine globale nessuno pretende purezza morale: tutti pretendono chiarezza. Gli americani soprattutto. Preferiscono un avversario esplicito a un alleato esitante. La diplomazia vive di sfumature; gli imperi, invece, di fedeltà percepite. Il vaso ormai è rotto e raccogliere i cocci richiederà tempo. Anche perché i torti degli amici si dimenticano più difficilmente di quelli dei nemici. I nemici, almeno, hanno il buon gusto della coerenza. E qui torna utile Montanelli, che avrebbe probabilmente osservato con il suo consueto sarcasmo che l’Italia possiede un talento unico: riuscire a sedersi contemporaneamente su due sedie e stupirsi quando finisce inevitabilmente per terra. Giuseppe Arnò * Foto: archivio lagazzetta italo-brasiliana

Per saperne di più »

L’Europa in pantofole e lo zio stanco

Dopo ottant’anni di protezione a domicilio, gli Stati Uniti presentano il conto: non è cattiveria, è fine dello svezzamento. E prendersela con Trump è come litigare con il termometro perché segna la febbre. C’è qualcosa di profondamente italiano, e dunque perfettamente europeo, nel modo in cui il Vecchio Continente reagisce al disimpegno americano: si lamenta, si indigna, si stringe nel plaid e poi, con aria offesa, chiede chi pagherà il riscaldamento. La scena ricorda da vicino il dibattito sui “mammoni” nostrani. Restare a casa o andarsene? Cercare l’indipendenza o godersi la cena pronta? Per anni abbiamo raccontato questa storia come una commedia sociale: il figlio che resta non è pigro, è prudente; non è dipendente, è strategico. E in effetti, nel privato, la cosa può anche funzionare. Ma quando si passa dalla cucina alla geopolitica, il sugo cambia. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha scelto, per necessità, certo, ma poi anche per comodità, di fare esattamente questo: restare a casa. Solo che la casa era quella degli Stati Uniti. Lì ha trovato protezione, sicurezza, deterrenza. La NATO non è mai stata una confraternita di anime belle: è stata, molto più semplicemente, l’ombrello americano aperto sopra un continente ancora fradicio di storia. E sia chiaro: gli americani non sono mai stati il buon Samaritano con l’elmetto. Hanno fatto i loro interessi, piazzando basi, uomini e missili a pochi passi dall’orso russo. Un investimento, non un atto di carità. Ma, come ogni investimento, arriva il momento di rivedere i conti. Oggi quel momento è arrivato. Il mondo è cambiato, gli equilibri si sono spostati, le priorità pure. L’Asia chiama, la tecnologia corre, i bilanci scricchiolano. E allora Washington apre il cassetto, tira fuori i registri e, con la pazienza di un padre che ha già aspettato troppo, dice: “Adesso basta. Tocca a voi.” Apriti cielo. Opinionisti, commentatori, strateghi da salotto: tutti contro Donald Trump, colpevole, a sentir loro, di aver rotto il giocattolo. Ma prendersela con Trump è un esercizio sterile, quasi infantile. Trump non è la causa, è il sintomo. È il campanello che suona quando la festa è finita e qualcuno deve sparecchiare. La verità è molto meno teatrale e molto più scomoda: gli Stati Uniti si sono stancati di fare da chioccia. E, francamente, ne hanno diritto. Il problema, semmai, è l’Europa. Che nel frattempo si è abituata a una sicurezza “chiavi in mano”, sviluppando una burocrazia così sofisticata da riuscire a complicare anche l’atto di difendersi. Un continente capace di regolamentare il diametro delle zucchine ma incapace di decidere chi deve comprare i carri armati. Carlo Dossi lo aveva capito con largo anticipo: la burocrazia è una prigione dell’anima. E come tutte le prigioni, prima o poi produce due categorie: i rassegnati e gli evasi mentali. Non esattamente il materiale umano ideale per affrontare un mondo che torna a essere, senza troppi complimenti, competitivo e brutale. Perché il punto è proprio questo: la sicurezza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. E chi non sa garantirla, finisce per chiederla, o peggio, per subirla. Un’Europa che non si emancipa rischia di diventare ciò che la storia punisce più severamente: un territorio. Non un attore, ma un campo da gioco. “I cani mordono sempre lo sciancato”, dice il proverbio. E il mondo, oggi, di cani ne ha parecchi. Tra pressioni esterne, infiltrazioni politiche, ideologie improvvisate e un’anarchia travestita da libertà, l’Europa non può permettersi di zoppicare. Serve una scelta. Non ideologica, non retorica: adulta. Uscire di casa, pagarsi l’affitto, magari scoprire che il frigorifero non si riempie da solo. È faticoso, certo. Ma è anche l’unico modo per smettere di essere figli. E, soprattutto, per evitare di diventare orfani. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Addio ad Alex Zanardi, il campione che sfidò il destino

Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile   Se ne va Alex Zanardi, e con lui una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: si incidono. Aveva 60 anni, ma la sua esistenza ne conteneva almeno tre, forse quattro, tutte consumate con la stessa intensità febbrile di chi non accetta compromessi con la vita. Bolognese, pilota di Formula 1 negli anni Novanta, Zanardi era già allora molto più di un volante veloce: era un carattere, un sorriso ostinato, una fame di strada che non conosceva prudenza. Poi, nel 2001, l’incidente che avrebbe chiuso qualsiasi carriera e piegato qualsiasi volontà. Non la sua. L’amputazione delle gambe non segnò una fine, ma una deviazione: dolorosa, brutale, eppure fertile. Zanardi tornò. Non come simbolo, parola che lui stesso rifuggiva, ma come uomo che si rimette in gioco senza chiedere sconti. Il paraciclismo divenne la sua nuova pista, e lì costruì un’altra leggenda: quattro ori e due argenti tra Giochi paralimpici di Londra 2012 e Giochi paralimpici di Rio 2016. Non una rivincita, ma una conferma: il limite, per lui, era solo una linea da attraversare. Gli anni successivi furono un’altra battaglia, più silenziosa e più crudele. Interventi, coma, ospedali, e ancora una volta quel ritorno che sembrava impossibile. Accanto a lui, sempre, la famiglia: la moglie Daniela e il figlio Niccolò, custodi discreti di una forza che non aveva bisogno di platee. Zanardi è stato molte cose: pilota, atleta, esempio. Ma soprattutto è stato una smentita vivente del fatalismo, quella convinzione pigra secondo cui a un certo punto bisogna arrendersi. Lui no. Non si è mai arreso, nemmeno quando il corpo chiedeva tregua e il destino sembrava aver già scritto l’ultima riga. Ora quella riga è arrivata davvero. Eppure, a ben vedere, non chiude nulla. Perché certi uomini non finiscono: semplicemente smettono di correre sotto i nostri occhi, lasciando agli altri il compito, spesso disatteso, di provarci almeno una volta. E Zanardi, con la sua vita spericolatamente normale, ci aveva già detto tutto: che vincere è un dettaglio, mentre rialzarsi è un’arte. E lui, di quell’arte, è stato maestro. Di Redazione * Foto: Screenshot da filmato ilgiornale.it

Per saperne di più »

Gli onnivori del rancore: dieta quotidiana a base di talk show

Tra un dibattito urlato e un nemico immaginario, cresce una specie curiosa: si nutre di indignazione, digerisce male la democrazia e pretende il monopolio della verità. C’è chi vive con una certa grazia: famiglia, lavoro, qualche svago e un’occasionale lamentela, giusto per non perdere il gusto della conversazione civile. E poi c’è l’altra metà del palcoscenico: gli instancabili coltivatori di livore, quelli che fanno della politica non un interesse ma una dipendenza, non un confronto ma una guerra di religione. Li si riconosce subito. Non leggono: sorseggiano slogan. Non discutono: sibilano. Non ascoltano: aspettano il turno per sputare veleno, con la precisione del cobra sputatore. Ogni sera il loro rito è lo stesso: talk show come ostie laiche, sacerdoti di parte, e un’offerta quotidiana sull’altare dell’indignazione. Il giorno dopo si ricomincia, più affamati di prima. Sono gli infelici. Ma non tutti allo stesso modo. Ci sono quelli che soffrono la propria infelicità, e meritano almeno una stretta di mano, e quelli che la esibiscono con orgoglio, come una medaglia al valore ideologico. A questi ultimi si addice il pensiero di Giacomo Leopardi: l’uomo è infelice perché incontentabile. Solo che qui l’incontentabilità ha trovato un impiego fisso: l’opposizione permanente alla realtà. Perché la realtà, con la sua regola semplice, vince chi prende più voti, è indigesta. Meglio allora sostituirla con un mondo parallelo, dove si perde ma si ha sempre ragione, dove l’avversario non è un concorrente ma un usurpatore, e dove la democrazia è accettabile solo quando coincide con i propri desideri. A questa fauna si attaglia perfettamente la chiosa di Ennio Flaiano: “E vissero tutti infelici e scontenti”. Non è una battuta: è un programma politico. L’importante è restare scontenti, perché la soddisfazione toglierebbe loro l’unico carburante disponibile. Eppure la questione non è solo politica, è quasi igienica. Come osservava Marco Aurelio, la qualità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. Se i pensieri sono rancorosi, la vita si fa rancida. E così, ogni giorno, questi professionisti dell’indignazione apparecchiano la loro griglia: oggi il 25 aprile, domani un centro migranti, dopodomani una dichiarazione mal digerita. Carne al fuoco non manca mai; manca, semmai, l’appetito per la realtà. Si estingueranno, come una gramigna che ha esaurito il terreno? Difficile. La gramigna ha una virtù che la rende immortale: cresce meglio dove il terreno è trascurato. E il terreno della ragione, negli ultimi tempi, non gode di grande manutenzione. Del resto, come ricordava Robert Schuller, i tempi duri non durano, ma le persone toste sì. E questi sono tostissimi: resistono a ogni evidenza, impermeabili ai fatti, refrattari al dubbio. Finale Non temete, dunque, per la loro scomparsa: non accadrà. Gli infelici politici non si estinguono, si riciclano. Cambiano bandiera, lessico, perfino indignazione, ma restano fedeli a sé stessi: eterni oppositori della realtà. E, come tutte le abitudini difficili da perdere, continueranno a sopravvivere anche quando non serviranno più a nulla. Che, a ben vedere, è già successo. di Redazione * Foto by Canva

Per saperne di più »

L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

  Tra interpretazioni creative e tifoserie editoriali, un appello alla sobrietà: la realtà non ha bisogno di truccatori, ma di.

Il governo che dura, l’opposizione che insiste e il mondo che si distrae Primo Maggio tra celebrazioni e contraddizioni: primati.

Ferrari riaccende il Mondiale Costruttori: tutto si decide ad Abu Dhabi! Il GP del Qatar è stato un concentrato di.