Grazie, Mr. President!

Come risvegliare l’Europa senza averne l’intenzione Congratulazioni, caro Presidente Trump, per essere riuscito in un’impresa che molti, prima di Lei, avevano tentato invano: svegliare l’Europa dal suo lungo letargo. Il Vecchio Continente Le sarà riconoscente. E, come si dice dalle nostre parti, a buon rendere. Con la Sua politica internazionale imprevedibile, le nuove gabelle commerciali, il Suo indecisionismo dalle pretese innovative e le originali interpretazioni delle alleanze e delle amicizie, Lei si è rivelato, involontariamente, una sorta di principe azzurro dell’Europa. Non proprio quello delle favole, ma certamente uno capace di provocare un risveglio. L’Europa, infatti, sembra essersi finalmente scossa dall’indifferenza, dal torpore decisionale e da quella sorta di sindrome dello zio Tom che, sotto diversi aspetti, l’aveva indotta a delegare ad altri una parte eccessiva del proprio destino. Louis Dumur ci ricorda che la politica è l’arte di servirsi degli uomini facendo loro intendere di servirli. Nel caso europeo, tuttavia, il risultato ha finito per capovolgere la prospettiva: nel tentativo di servire i propri interessi, qualcuno ha involontariamente reso un servizio all’Europa. Indipendenza, autonomia economica, difesa comune, coesione politica e ideali condivisi: sono questi i princìpi che, troppo a lungo assopiti, hanno lasciato il continente in una condizione di dipendenza quasi strutturale dalla potenza americana. Una dipendenza che, in certi momenti, ha rischiato di assomigliare più a quella di una colonia privilegiata che a una libera alleanza fra pari. Ora, però, il risveglio impone una scelta. L’Europa dispone delle risorse economiche, delle competenze, della cultura e del peso internazionale necessari per aspirare a un ruolo da protagonista. Deve soltanto convincersi che l’unità non è una formula diplomatica da ripetere nei vertici, ma una responsabilità da esercitare ogni giorno. Non si tratta di contrapporsi agli Stati Uniti, né di rinnegare un’alleanza storica. Si tratta, più semplicemente, di renderla adulta: amici e alleati si rispettano meglio quando nessuno dei due deve chiedere all’altro il permesso di esistere politicamente. Dunque, cara Europa, niente più indugi: al lavoro, e subito! Perché, come recita un antico adagio attribuito a Voltaire, il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno. E, a quanto pare, può anche aiutare a guarire una certa sonnolenza geopolitica. Thank you, Mr. President! Naturalmente, non occorre che Lei si preoccupi di ripetere l’impresa. Una volta svegliata, l’Europa dovrebbe essere perfettamente in grado di restare desta da sola. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Ciascuno è responsabile di tutto dinanzi a tutti

L’INDIFFERENZA NON È INNOCENTE Dalle guerre alle coscienze: l’umanità non può continuare a delegare agli altri la responsabilità dei propri mali «Ciascuno è responsabile di tutto dinanzi a tutti». Fëdor Dostoevskij Le parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera, nel ricordare il muro di Berlino e i carri armati sovietici a Budapest e Praga, hanno riacceso il dibattito sul conflitto ucraino e sulle responsabilità dell’Europa. Al di là delle diverse valutazioni politiche, resta una questione che ci riguarda tutti: possiamo assistere alle sofferenze dei popoli fingendo che non ci appartengano? Le guerre, purtroppo, non si combattono soltanto sul campo di battaglia. Si combattono anche nelle coscienze, dove la propaganda cerca di confondere l’aggressore con l’aggredito, la vittima con il colpevole e la verità con la convenienza. E quando le bombe colpiscono abitazioni, ospedali e infrastrutture essenziali, le distinzioni politiche non possono diventare un alibi per dimenticare le persone. Naturalmente, ogni conflitto ha la propria storia, le proprie responsabilità e le proprie complessità. Ma nessuna complessità dovrebbe trasformarsi in un lasciapassare per la crudeltà. Questo vale in Ucraina, in Medio Oriente e in ogni luogo in cui gli innocenti pagano il prezzo di decisioni prese da altri. La sofferenza umana non dovrebbe avere passaporto, né essere valutata secondo la convenienza di chi la osserva. Del resto, la storia sembra ripetere ostinatamente la medesima lezione. Da Caino e Abele, quando l’invidia trasformò un fratello in assassino, fino alle guerre dei nostri giorni, l’uomo ha dimostrato una straordinaria capacità di inventare giustificazioni per le proprie brutalità. Cambiano le epoche, le bandiere e le tecnologie; talvolta, purtroppo, il progresso degli armamenti corre assai più velocemente di quello delle coscienze. Bertolt Brecht, con la sua consueta amarezza, ci invita a guardare senza ipocrisie gli aspetti più brutali della condizione umana. Eppure, se la sopraffazione appartiene alla nostra storia, non per questo deve diventare il nostro destino. La solidarietà, la compassione e il coraggio di opporsi all’ingiustizia dimostrano che l’essere umano non è condannato a obbedire ai suoi istinti peggiori. Anche gli appelli umanitari, come quelli rivolti dalla Santa Sede alle parti in conflitto, ricordano che il dialogo non è una debolezza e che una tregua può significare vite salvate. Ma gli appelli, da soli, non fermano le bombe. E mentre ciascuno domanda all’altro di assumersi le proprie responsabilità, c’è il rischio che la popolazione civile continui ad attendere una risposta che non arriva. Un interminabile ping-pong diplomatico, con una differenza non trascurabile: la pallina, questa volta, è la vita delle persone. Non siamo necessariamente responsabili di ogni guerra, di ogni atrocità o di ogni ingiustizia. Ma abbiamo una responsabilità nel modo in cui reagiamo: nel verificare le notizie prima di diffonderle, nel non applaudire alla sofferenza altrui, nel pretendere dai governanti rispetto per la vita e nel non confondere la fedeltà alle proprie idee con la rinuncia al senso critico. Martin Luther King ci lascia un monito ancora attuale: «Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla». L’umanità non sarà giudicata soltanto per le atrocità che ha commesso, ma anche per quelle che avrebbe potuto fermare e ha preferito ignorare. Perché il male prospera quando qualcuno lo compie, ma trova terreno fertile quando tutti gli altri imparano a conviverci. E se non possiamo spegnere ogni guerra, possiamo almeno rifiutarci di spegnere la nostra coscienza. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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Il Travaso delle idee

Tra presidenti terminator, rivoluzioni diplomatiche e fedeli creduloni, il mondo sembra aver smarrito il libretto delle istruzioni O siamo noi che abbiamo perso qualche rotella o il mondo è entrato in uno stato di paranoia collettiva senza neppure rendersene conto? A giudicare da quanto accade, le ipotesi sono entrambe plausibili. Ogni giorno ne spunta una nuova e quella del giorno precedente, anziché chiarire il quadro, finisce per complicarlo ulteriormente. Ci vorrebbe quasi una riedizione del glorioso giornale satirico Il Travaso delle idee, con il suo indimenticabile motto: «Accidenti ai capezzatori!». Mai come oggi, del resto, sembra esserci abbondanza di idee da travasare e di certezze da rimettere in circolo. Prendiamo la questione del petrolio russo. Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, commentando con l’ANSA le critiche espresse da Giorgia Meloni in Senato in merito all’intesa prospettata da Donald Trump dopo un colloquio con Vladimir Putin, avrebbe liquidato la questione con una frase lapidaria: «L’accordo sul gasolio non è affare di Meloni». Naturalmente, prima di considerare l’intesa un fatto compiuto, occorrerà capire quali siano i termini concreti dell’iniziativa e se essa troverà effettiva attuazione. Resta, tuttavia, una questione di coerenza: se Europa e Stati Uniti impongono sanzioni a Mosca per la guerra in Ucraina, un’eventuale ripresa significativa degli acquisti di petrolio russo da parte americana solleverebbe inevitabili interrogativi. Le circostanze possono essere diverse, ma la coerenza politica resta da spiegare. E liquidare la questione sostenendo che non riguardi l’Italia ricorda un’altra vicenda: quella di Sigonella, dove Roma ha rivendicato il diritto di decidere sul transito di velivoli militari statunitensi. Insomma, la sovranità vale per tutti, purché non disturbi i propri interessi. Il problema, però, va ben oltre il petrolio. Donald Trump ha portato sulla scena internazionale uno stile che mette alla prova la pazienza di alleati, avversari e osservatori. Venezuela, Groenlandia, Ucraina, Iran, Gaza, NATO e commercio internazionale sono dossier diversi, con problemi e responsabilità che non sarebbe serio mettere tutti sullo stesso piano. Eppure, fra annunci, pressioni, aperture e ripensamenti, il risultato è spesso lo stesso: interlocutori costretti a interrogarsi sulla solidità degli impegni e sulla direzione della prossima mossa. La diplomazia, che richiederebbe continuità, misura e affidabilità, sembra talvolta costretta a inseguire il calendario delle esternazioni presidenziali. Quel che si annuncia la sera non è necessariamente valido al mattino e ciò che viene definito un successo prima di pranzo può diventare un problema nel pomeriggio. Se questo è il nuovo metodo per rassicurare il mondo, dobbiamo riconoscere che la rassicurazione ha assunto forme piuttosto originali. Naturalmente, non mancano gli estimatori. Anzi, è proprio qui che la vicenda acquista una sfumatura irresistibilmente satirica. C’è chi interpreta ogni dichiarazione come una mossa geniale, ogni contraddizione come una raffinata strategia e ogni retromarcia come un trionfo del pragmatismo. Se il presidente minaccia, è determinato; se arretra, è prudente; se cambia idea, è imprevedibile; se smentisce se stesso, sta evidentemente giocando una partita a scacchi di cui soltanto lui conosce le regole. E guai a dubitare! Il dubbio, in certi ambienti, è considerato una forma di lesa maestà. Meglio credere, applaudire e attendere la prossima dichiarazione, possibilmente senza soffermarsi troppo su quella precedente. Del resto, la fedeltà politica è una virtù rispettabile; trasformarla nell’obbligo di giustificare qualsiasi cosa, però, rischia di farne una disciplina acrobatica. Non si tratta di pretendere che un presidente sia infallibile. Sarebbe una pretesa assurda, oltre che pericolosa. Si tratta, più semplicemente, di ricordare che la politica internazionale non è un palcoscenico personale e che le decisioni di una grande potenza producono conseguenze anche per chi non ha avuto voce in capitolo. Un alleato dovrebbe poter contare su impegni comprensibili e su una ragionevole continuità, non essere costretto a consultare ogni mattina l’oroscopo della Casa Bianca. E allora, che fare? Proporremmo una distribuzione internazionale di camomilla, magari consegnata con i droni, così da raggiungere rapidamente tutti i protagonisti della contesa. Una tazza per gli impazienti, due per gli indignati e una dose supplementare per quanti continuano a scambiare l’improvvisazione per strategia. Non sarebbe una soluzione diplomatica, ma almeno avrebbe il pregio di non richiedere un vertice straordinario. Quanto al futuro, attendiamo con serenità la prossima puntata. Non è escluso che domani l’iniziativa sul petrolio russo venga ridimensionata, modificata o accantonata in favore di un’idea ritenuta più conveniente. E allora non mancherà chi spiegherà, con il senno di poi, che era esattamente ciò che ci si doveva aspettare. Qui, forse, Erasmo da Rotterdam ci offrirebbe uno spunto interessante. La follia, nella sua celebre Elogio, non è soltanto un difetto da condannare: è anche una lente attraverso la quale osservare le debolezze degli uomini, soprattutto quando si prendono troppo sul serio. E allora, bingo! Se per comprendere la politica mondiale occorre ormai una certa dose di follia, almeno che sia lucida, possibilmente visionaria e, soprattutto, capace di riconoscere i propri limiti. Perché un conto è essere rivoluzionari, un altro è rivoluzionare ogni giorno le proprie rivoluzioni. E per chi non riuscisse più a distinguere l’una dall’altra, resta sempre Il Travaso delle idee. Con una raccomandazione, naturalmente: prima di applaudire il prossimo colpo di genio, controllare che non sia semplicemente il precedente, travasato in un recipiente nuovo. Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix

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Il sindaco, Colombo e il dovere di rappresentare tutti

A New York il dissenso storico non dovrebbe diventare una distanza istituzionale: amministrare significa servire l’intera comunità, non soltanto la parte che ci somiglia. Pare che gli americani abbiano sviluppato una particolare inclinazione per le novità, anche quando queste presentano qualche costo imprevisto. John Updike ci invita a riflettere su questo tratto della loro società. E New York, metropoli abituata a sorprendere il mondo, offre oggi un nuovo spunto di discussione: il rapporto fra le convinzioni personali di un amministratore e i doveri che accompagnano la sua carica. Il protagonista è Zohran Mamdani, nuovo inquilino di City Hall, che non ha mai nascosto le proprie riserve sulla figura di Cristoforo Colombo, considerato da lui soprattutto come simbolo della colonizzazione e delle sofferenze inflitte alle popolazioni indigene. Una lettura storica che appartiene a un dibattito legittimo, per quanto tutt’altro che pacificato. Il problema, tuttavia, non è stabilire se Colombo meriti un monumento, una revisione critica o una pagina più severa nei libri di storia. È capire se il dissenso nei confronti di un personaggio storico debba necessariamente tradursi in una presa di distanza da una comunità che, attorno a quel personaggio, ha costruito una parte significativa della propria memoria collettiva. Nel giugno 2020, quando era ancora un deputato dell’Assemblea dello Stato di New York, Mamdani pubblicò sui social una fotografia nella quale rivolgeva il dito medio alla statua di Colombo ad Astoria, nel Queens, accompagnandola con due parole inequivocabili: «Take it down», ovvero «Tiratela giù». Un gesto che, al di là delle intenzioni, difficilmente si presta a essere interpretato come un esempio di diplomazia istituzionale. Oggi la polemica si è riaccesa con la sua assenza dalla tradizionale parata del Columbus Day sulla Fifth Avenue, manifestazione che celebra il patrimonio culturale e il contributo degli italoamericani alla società statunitense. Una scelta che ha suscitato malumori nella comunità italiana, già contrariata dall’esclusione di Little Italy da una mappa cittadina dedicata ai quartieri degli immigrati. Non sono mancate le critiche, mentre il sindaco ha diffuso un messaggio per l’Italian American Heritage Month, riconoscendo il contributo degli immigrati italiani alla crescita di New York. Un gesto apprezzabile, ma che non ha dissipato le perplessità di tutti. Il presidente Donald Trump ha a sua volta manifestato il proprio sostegno alla celebrazione di Colombo e al valore simbolico che essa conserva per molti italoamericani. Il confronto, dunque, non riguarda soltanto una statua o una sfilata: tocca il modo in cui una città riconosce le proprie diverse componenti e concilia interpretazioni storiche talvolta inconciliabili. Ed è proprio qui che si misura la differenza fra un’opinione personale e una responsabilità pubblica. Un cittadino, naturalmente, è libero di contestare Colombo, di giudicarlo severamente e persino di chiedere che i suoi monumenti vengano rimossi. La libertà di espressione non deve dipendere dal consenso altrui. Ma chi assume la guida di una grande città eredita anche un compito ulteriore: rappresentare cittadini che non condividono necessariamente le sue idee, le sue priorità o la sua visione della storia. Un sindaco non è chiamato a partecipare a ogni manifestazione, né a sottoscrivere ogni simbolo che essa celebra. Può dissentire, spiegare le proprie ragioni e persino declinare un invito. Ma dovrebbe saper distinguere fra l’omaggio a un navigatore controverso e il riconoscimento dovuto a generazioni di italiani che hanno lavorato, costruito famiglie, affrontato discriminazioni e contribuito alla prosperità della città. La parata, insomma, non è un esame di ammissione al club degli ammiratori di Colombo. È anche una celebrazione di una comunità e della sua storia. Confondere i due piani rischia di trasformare una divergenza culturale in una distanza istituzionale. E un amministratore accorto dovrebbe sapere che si può discutere persino animatamente del passato senza mortificare chi, nel presente, chiede soltanto di vedere riconosciuta la propria identità. Il buon governo, del resto, non si misura dalla capacità di compiacere i propri sostenitori, ma da quella di occuparsi anche di chi non ci ha votato. La faziosità può procurare applausi nella propria tribuna; l’imparzialità, invece, richiede la pazienza meno spettacolare di ascoltare tutti. È un esercizio che non garantisce sempre consenso immediato, ma distingue la responsabilità amministrativa dalla semplice testimonianza ideologica. Perché una città non appartiene al sindaco, così come la sua storia non appartiene a una sola interpretazione. Appartiene a chi la abita, a chi l’ha costruita e a chi continua, ogni giorno, a renderla viva. Governarla significa tenere insieme queste differenze, non scegliere quali meritino di essere ascoltate. E poi, panta rei: tutto scorre, le stagioni politiche passano, gli amministratori cambiano e gli elettori, talvolta, cambiano umore con una rapidità che farebbe invidia al clima di Manhattan. Resta però la memoria delle parole e dei gesti, che non sempre segue il calendario delle elezioni. A questo proposito, torna alla mente una riflessione attribuita a Publio Cornelio Tacito: gli uomini sono più pronti a ricambiare un torto che un favore, perché la gratitudine pesa, mentre la vendetta procura piacere. Una massima che invita alla prudenza, soprattutto a chi dispone di una carica pubblica e dovrebbe conoscere il valore della misura. L’italianità non ha bisogno che tutti venerino Colombo, né che ogni sindaco sfili con il tricolore. Chiede soltanto che il proprio contributo non venga confuso con le colpe, vere o presunte, di un personaggio vissuto cinque secoli fa. In fondo, per amministrare una città non occorre amare tutti allo stesso modo: basta rispettarli tutti con la stessa serietà. E, per un sindaco, questa è forse la scoperta più importante da fare. Non serve attraversare l’Atlantico per arrivarci. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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Povera Piacenza, giù le mani dal prosciutto!

Se l’inclusione finisce per cancellare le nostre tradizioni gastronomiche, forse abbiamo confuso il rispetto con la rinuncia. E a tavola, come nella vita, il buon senso dovrebbe essere il primo ingrediente. di Giuseppe Arnò Ci sono città che affidano la propria fama ai monumenti, altre ai personaggi illustri, altre ancora alle bellezze del paesaggio. Piacenza, ridente città emiliana, può vantare anche un patrimonio che meriterebbe la tutela dell’Unesco: la buona tavola. O, per essere più precisi, la nobile arte salumiera. Coppa piacentina, pancetta piacentina e salame piacentino non sono semplici prodotti da mettere nel carrello della spesa. Sono il risultato di una storia fatta di lavoro, sapienza artigianale e tradizioni tramandate di generazione in generazione. Insomma, non tre salumi qualsiasi, ma altrettanti ambasciatori di un territorio che, quando si tratta di mangiare, sa il fatto suo. Eppure, anche le certezze più saporite possono finire nel tritacarne della burocrazia. O, peggio, in quello delle interpretazioni ideologiche. A Piacenza, secondo quanto riportato dalla stampa, dal 20 ottobre coppa, lonza e prosciutto cotto sarebbero destinati a scomparire dai menù delle mense scolastiche, nell’ambito della nuova programmazione autunno-inverno. Alimenti presenti nei menù dello scorso anno e che, a quanto pare, non troverebbero più posto in quello nuovo. Perché? Le ragioni della scelta andrebbero chiarite dall’amministrazione e dagli organismi competenti. Nel frattempo, non sono mancate le polemiche e i sospetti: c’è chi ipotizza che la decisione possa essere legata alla sensibilità religiosa di una parte degli alunni. Attenzione, però: un sospetto non è una prova, e sarebbe ingiusto trasformare un’ipotesi in una certezza. Proprio per questo, sarebbe opportuno che chi ha preso la decisione spiegasse pubblicamente le ragioni della scelta. La trasparenza, dopotutto, non dovrebbe essere un ingrediente facoltativo della pubblica amministrazione. A sollevare il caso è stata Sara Soresi, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio comunale. Anche la Lega ha chiesto chiarimenti pubblici all’amministrazione e all’Ausl, contestando l’eliminazione generalizzata delle diverse preparazioni a base di maiale. Nel dibattito politico è stato richiamato anche il precedente di Lodi, segno che, quando si tocca il piatto, la questione smette rapidamente di essere soltanto culinaria. Ma lasciamo per un momento la politica ai suoi inevitabili appetiti e torniamo alla sostanza. L’inclusione è una cosa seria. Proprio per questo non dovrebbe diventare sinonimo di rinuncia preventiva alle proprie tradizioni. In una società pluralista, il rispetto delle convinzioni religiose e delle esigenze alimentari di ciascuno è doveroso. Chi non mangia carne di maiale per motivi religiosi deve poter disporre di un’alternativa adeguata, senza essere costretto a consumare alimenti contrari alle proprie convinzioni. Lo stesso vale per allergie, intolleranze e altre necessità documentate. Ma da questo principio non discende automaticamente che tutti debbano mangiare la stessa cosa, né che un alimento debba scomparire dal menù di tutti perché qualcuno non può o non vuole consumarlo. Se esistono esigenze individuali, si predispon­gano menù alternativi. È una soluzione ragionevole, già ampiamente conosciuta nella ristorazione collettiva: dalle mense scolastiche ai viaggi aerei, ciascuno può ricevere un pasto compatibile con le proprie necessità, senza pretendere che tutti gli altri rinuncino alle proprie preferenze. Naturalmente, se la scelta piacentina dipendesse da ragioni nutrizionali, organizzative o sanitarie, spetterebbe agli enti responsabili illustrarle con altrettanta chiarezza. Il problema, infatti, non è eliminare un alimento in quanto tale, ma capire perché lo si faccia e se esistano soluzioni più equilibrate. Perché, diciamolo con un sorriso, l’Italia non è soltanto il Paese della pizza, della pasta e del caffè. È anche quello dei salumi, dei formaggi, dei ragù preparati con pazienza e delle ricette custodite gelosamente nelle famiglie. Un patrimonio che non ha bisogno di essere imposto a nessuno, ma neppure di essere messo in castigo per dimostrare quanto siamo accoglienti. La nostra cucina è una delle forme più riconoscibili della nostra identità. Non pretende di essere l’unica al mondo, ma ha tutto il diritto di continuare a essere se stessa. E il modo migliore per rispettare le tradizioni degli altri non consiste nel cancellare le proprie, bensì nel farle convivere. Del resto, la cultura dell’accoglienza dovrebbe funzionare come una buona tavola italiana: c’è posto per tutti, purché nessuno pretenda di decidere da solo il menù degli altri. E allora, povera Piacenza! Sarebbe davvero un peccato se, in nome di un’inclusione mal interpretata, si finisse per sacrificare sull’altare delle buone intenzioni proprio ciò che si dovrebbe imparare a conoscere e rispettare: la storia, i sapori e le tradizioni di un territorio. Aspettiamo dunque i chiarimenti dovuti, senza processi alle intenzioni e senza guerre di religione a colpi di forchetta. Ma con un principio ben fermo: rispetto per tutti, rinunce imposte a nessuno. Perché essere ospitali è una virtù. Essere rispettosi è un dovere. Confondere la gentilezza con la cancellazione della propria identità, invece, è un errore. E qui torna utile un vecchio detto napoletano, che non ha bisogno di ulteriori condimenti: buono sì, ma fesso no! Anche perché, quando si parla di prosciutto, sarebbe davvero un peccato lasciare che a rimetterci sia sempre il maiale. * Foto by Bing.com

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Il mondo al contrario: pochi sul tappeto rosso, miliardi sul lastrico

Dai dieci milioni del Ct Ancelotti ai due dollari al giorno dei più poveri: il pianeta distribuisce fortune con generosità selettiva. E chi dovrebbe cambiare le regole? C’è qualcosa di singolare in questo nostro mondo: per alcuni, dieci milioni di euro all’anno sono il giusto compenso per dare calci a un pallone da bordo campo; per altri, due dollari al giorno rappresentano il confine tra la sopravvivenza e la fame. E guai a mettere in discussione il sistema: si rischia di passare per invidiosi, populisti o, peggio ancora, nemici del merito. Prendiamo Carlo Ancelotti, commissario tecnico del Brasile, che secondo una graduatoria pubblicata dalla Bild e ripresa dalla stampa italiana percepirebbe dieci milioni di euro a stagione. Un signore del pallone, indubbiamente. Alle sue spalle, Jürgen Klopp, con sette milioni, e Mauricio Pochettino, con 6,8. Seguono altri illustri colleghi, tutti impegnati nella nobile missione di portare una nazionale alla vittoria. E, quando la vittoria non arriva, pazienza: certe sconfitte, a quanto pare, non incidono troppo sul conto corrente. Sia chiaro: non è una questione personale. Ancelotti e gli altri possono essere professionisti eccellenti, e nessuno pretende che lavorino gratis. Il punto è un altro: come si giustifica una simile sproporzione? Quale servizio reso all’umanità può spiegare compensi che, in un solo anno, equivalgono a migliaia di vite di lavoro per chi guadagna appena il necessario per arrivare a sera? E non prendiamocela soltanto con il calcio. Manager di grandi aziende, vertici finanziari, divi dello spettacolo, campioni dello sport e protagonisti dell’arte appartengono, ciascuno nel proprio ambito, a un universo di remunerazioni che sembra obbedire a una legge economica tutta sua. Una legge nella quale il valore di una persona non si misura necessariamente in utilità sociale, ma nella capacità di generare profitti, attrarre pubblico, muovere capitali o alimentare il desiderio collettivo di acquistare un biglietto, una maglia o un sogno. Intanto, dall’altra parte della barricata, c’è il resto del mondo. Secondo le stime della Banca Mondiale, circa 700 milioni di persone vivono in condizioni di povertà estrema, con meno di 2,15 dollari al giorno, secondo la soglia utilizzata nelle rilevazioni cui si riferiscono questi dati. E la povertà non è soltanto un portafoglio vuoto: è la mancanza di cibo, cure mediche, istruzione, lavoro e prospettive. È non poter scegliere, perché la necessità ha già scelto al posto tuo. Anche in Italia, Paese industrializzato e membro del club delle economie avanzate, milioni di persone sperimentano la povertà assoluta. Una condizione che non si risolve con una predica sull’impegno individuale, né con l’invito, sempre rivolto ai più deboli, a stringere la cinghia. Del resto, la cinghia può essere stretta soltanto finché rimane qualcosa da stringere. I numeri globali, pur variando secondo le fonti e gli anni di riferimento, raccontano una concentrazione della ricchezza impressionante. Una quota esigua della popolazione dispone di risorse smisurate, mentre miliardi di esseri umani faticano a soddisfare bisogni elementari. E la globalizzazione, che avrebbe dovuto allargare le opportunità, rischia così di trasformarsi in una sorta di glebalizzazione: pochi proprietari del castello e una moltitudine di servi della gleba, magari con lo smartphone in tasca, ma senza la sicurezza di mettere insieme il pranzo con la cena. Ogni tanto qualcuno propone di cambiare rotta. Si invocano una fiscalità più equa, limiti agli eccessi, salari dignitosi, servizi pubblici efficienti, una diversa distribuzione delle opportunità. Si scrivono saggi, si organizzano convegni, si pronunciano discorsi solenni. Per qualche giorno sembra che il mondo sia sul punto di rinsavire. Poi la macchina riparte, i mercati rassicurano, i potenti si congratulano fra loro e tutto torna al suo posto. Ognuno al proprio posto, naturalmente. Perché il problema non è soltanto la ricchezza di pochi, ma il sistema che consente a quella ricchezza di accumularsi e riprodursi, mentre chi nasce in condizioni svantaggiate deve affrontare ostacoli che il talento, da solo, non sempre riesce a superare. E chi dovrebbe riscrivere le regole? Proprio coloro che, grazie alle regole vigenti, occupano le posizioni più comode. Qui torna opportuna la domanda di Giovenale: Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi? Tradotto nella lingua dei nostri giorni: chi imporrà un limite a chi ha il potere di decidere i limiti degli altri? Naturalmente, non si tratta di livellare tutti verso il basso, di abolire il merito o di trasformare ogni differenza di reddito in un peccato capitale. Una società libera ha bisogno di iniziativa, competenza, impresa e persino di ambizione. Ma fra premiare il merito e consacrare il privilegio esiste una distanza che non si misura in spiccioli. E fra una ricompensa legittima e un compenso smisurato, mentre milioni di persone non hanno il necessario, dovrebbe pur esserci spazio per una riflessione. Seneca sosteneva che è ricco chi sa adattarsi alla povertà. Bella massima, soprattutto se pronunciata da chi può permettersi di filosofare. Il comune mortale potrebbe replicare che adattarsi è una cosa, essere costretti a farlo è un’altra. E che la fame, diversamente dalla filosofia, non si placa con una sentenza latina. Allora, che fare? Auspicare una rivoluzione morale, invocare politici illuminati, attendere un improbabile risveglio delle coscienze? Possiamo certamente provarci. Ma sarebbe ingenuo credere che basti indignarsi per modificare un meccanismo planetario nel quale interessi economici, potere politico e consenso pubblico si sostengono spesso a vicenda. E così, mentre pochi contano milioni e molti contano le monete, noi continuiamo a discutere di giustizia sociale, equità e dignità umana. Temi nobilissimi, purché non disturbino troppo chi siede ai tavoli dove si decidono gli affari. Quanto al diluvio universale, suggerito ironicamente come soluzione estrema da qualche spirito esasperato, sarebbe forse un rimedio un tantino sproporzionato: rischierebbe di travolgere, insieme ai privilegiati, anche chi non ha mai avuto nemmeno un ombrello. Non resta dunque che recriminare, con la consapevolezza che la satira può mettere a nudo le contraddizioni, ma non sempre riesce a scalfirle. E, quando la ragione non trova ascolto e la realtà continua a presentare il conto ai soliti noti, ci soccorre la saggezza popolare napoletana: «A chiàgnere ’nu muorto so’ làcreme pèrze». A

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Un po’ d’ordine, per carità!

Il disordine sarà pure creativo, ma quando diventa sistema rischiamo di scambiarlo per civiltà. E qualche regola, ogni tanto, non ha mai fatto male a nessuno Giuseppe Arnò Si sostiene che il disordine sia madre della creatività, dell’immaginazione, dell’invenzione. Sarà. Probabilmente molte grandi idee sono nate in stanze dove i libri erano per terra, le carte sul tavolo e le calze spaiate sulla sedia. Ma c’è un particolare non trascurabile: il disordine, quando esce dalla stanza dell’artista e invade la società, smette abbastanza rapidamente di essere creativo e comincia a diventare semplicemente caos. L’ordine, invece, gode oggi di una reputazione piuttosto curiosa. È rigido, artificioso, antiquato. In certi ambienti, persino sospetto. Pronunciare la parola “regola” sembra ormai sufficiente per far comparire qualcuno con un trattato di sociologia sotto il braccio, pronto a spiegarci che, in fondo, tutto è relativo. Anche il semaforo, se potesse parlare, avrebbe probabilmente bisogno di un consulente. Eppure l’ordine è alla base di ogni convivenza civile. Senza ordine non c’è traffico, ma ingorgo; non c’è libertà, ma arbitrio; non c’è pluralismo, ma una specie di grande condominio nel quale tutti parlano contemporaneamente e nessuno ascolta nessuno. Gli antichi, che qualche volta avevano il buon gusto di dire cose semplici, lo avevano riassunto così: “Ubi ordo, ibi pax et decor. Ubi pax et decor, ibi laetitia”. Dove c’è ordine, ci sono pace e decoro; dove ci sono pace e decoro, c’è letizia. Non sarà una formula magica, ma almeno non promette la felicità eterna. Si accontenta di cominciare dal corridoio di casa. La virtù, naturalmente, sta nel mezzo. Non abbiamo bisogno di trasformare il Paese in una caserma, ma neppure di convincerci che ogni regola sia un attentato alla libertà. Un pizzico d’ordine è come il sale in una pietanza: non deve diventare il piatto, ma senza di esso il piatto può risultare decisamente insipido. E allora, perché non cominciare da una cosa per volta? Il recente provvedimento sulla scuola offre qualche esempio concreto. Il Consiglio dei ministri ha approvato misure che riguardano, tra l’altro, la composizione delle classi, la conoscenza della lingua italiana, il divieto di partecipare alle attività scolastiche con il volto coperto e l’insegnamento opzionale del latino nella scuola secondaria di primo grado. Su queste disposizioni si può naturalmente discutere. Anzi, si deve discutere. Ma sarebbe curioso se ogni tentativo di mettere un minimo di ordine venisse immediatamente trasformato nell’ennesima guerra ideologica. Perché una scuola deve innanzitutto essere una scuola. Chi la frequenta deve poter essere riconosciuto; chi vive e studia in Italia deve avere la possibilità concreta di conoscere la lingua italiana; la formazione non dovrebbe produrre comunità separate che condividono soltanto il cancello d’ingresso. E persino il latino, dopo essere stato dato per morto e sepolto almeno una dozzina di volte, sembra intenzionato a tornare a far visita ai nostri ragazzi. Non sarà la restaurazione dell’Impero romano. Al massimo, qualche declinazione. Il punto, però, è più generale. Integrare non significa mettere tutti nello stesso stampino. Significa trovare regole comuni entro le quali possano convivere persone diverse per origine, cultura, religione e tradizioni. Una società aperta non è una società senza porte. È una società che sa quali porte tenere aperte e quali regole chiedere a chi le attraversa. Da qualche tempo, invece, sembriamo affetti da una curiosa malattia nazionale: abbiamo paura delle regole, ma ci lamentiamo continuamente quando nessuno le rispetta. È un po’ come pretendere che il traffico funzioni abolendo i semafori. E guai a dirlo troppo forte: qualcuno potrebbe accusarci di nostalgia per il Medioevo. Il problema riguarda molto più della scuola. Riguarda il nostro quotidiano: le regole che non vengono rispettate, quelle che cambiano continuamente, quelle che nessuno fa rispettare e quelle che vengono applicate con tale fantasia da sembrare scritte apposta per complicare la vita a chi tenta di osservarle. Religioni diverse, lingue diverse, costumi diversi, nuove comunità, nuove generazioni: tutto questo può essere una ricchezza. Diventa però Babele quando manca un linguaggio comune. E il linguaggio comune di una società civile non può essere soltanto quello della tolleranza. Deve essere anche quello della responsabilità, del rispetto e delle regole. Non serve il pugno di ferro. Serve, più modestamente, la mano ferma. E soprattutto serve liberarsi dai preconcetti. Una misura non diventa buona perché la propone la propria parte, né cattiva perché arriva dalla parte opposta. Va giudicata per ciò che dispone, per come viene applicata e per gli effetti che produce. Sembra quasi un’idea rivoluzionaria. In realtà è soltanto buon senso. O, se preferiamo, quella forma di intelligenza pratica che un tempo non aveva nemmeno bisogno di un convegno per essere spiegata. Perché non tutto ciò che è vecchio è superato e non tutto ciò che è nuovo è progresso. Talvolta una regola di buon senso è semplicemente una regola di buon senso, indipendentemente dall’anno in cui è stata concepita e dal partito che l’ha proposta. E forse è proprio qui che dovremmo ricominciare: meno pregiudizi e più giudizio; meno slogan e più sostanza; meno caos elevato a principio e un po’ più di ordine elevato a strumento. Una cosa per volta. Non pretendiamo di rimettere in ordine il mondo intero: sarebbe già un’ambizione eccessiva per un’umanità che spesso non riesce a mettere in ordine nemmeno il proprio cassetto delle posate. Ma possiamo cominciare. Con una regola rispettata, una parola mantenuta, una convivenza resa un po’ più civile. E magari, alla fine, scopriremo che “si stava meglio quando si stava peggio” non era poi una grande filosofia: era soltanto il modo malinconico con cui i nostri nonni confessavano che, almeno, sapevano dove mettere le cose. Quanto al pane e cipolla, lasciamolo pure alla nostalgia. Purché, per una volta, la cipolla sia nel posto giusto. * Foto by Canva  remix

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Libera Chiesa in libero Stato

Tra pulpito e Parlamento c’è di mezzo una porta. E, possibilmente, sarebbe buona educazione bussare. «Libera Chiesa in libero Stato». Una frase che avrebbe meritato di essere incisa non soltanto nei libri di storia, ma anche, ogni tanto, sulla porta d’ingresso delle istituzioni. La formula, resa celebre da Camillo Benso di Cavour nel marzo del 1861, riassumeva una concezione precisa: libertà della Chiesa e libertà dello Stato, ciascuno nella propria sfera di autonomia. Cavour la inseriva nella soluzione della delicatissima questione romana e sosteneva la piena libertà della Chiesa nell’esercizio della sua missione spirituale, senza confondere il potere religioso con quello temporale. Un principio semplice, almeno sulla carta. Come spesso accade alle cose semplici, complicatissimo da applicare. Perché la Chiesa ha pieno diritto di parlare alla società, di esprimere giudizi morali, di indicare valori, di richiamare i fedeli, e non soltanto loro, alla solidarietà, alla carità, alla dignità della persona. E lo Stato, dal canto suo, non dovrebbe mai pensare di poter dettare alla coscienza dei cittadini ciò che devono credere. Il problema nasce quando i rispettivi confini diventano talmente elastici da sembrare un elastico per mutande. In questi giorni il dibattito sulla scuola ha riportato in primo piano proprio questa antica questione. Il governo sta lavorando a misure che riguardano, tra l’altro, il numero degli studenti stranieri nelle classi, l’apprendimento dell’italiano e il divieto di burqa e niqab negli istituti scolastici. Il ministro Giuseppe Valditara ha insistito in particolare sulla conoscenza della lingua italiana come condizione fondamentale per l’integrazione e il successo scolastico. Nel frattempo il cardinale Matteo Zuppi, aprendo il Consiglio permanente della CEI, ha richiamato il valore di una scuola inclusiva, sostenendo che la questione educativa «tocca il cuore della nostra convivenza». Parole legittime, naturalmente. E anche condivisibili nella loro parte generale: una scuola deve educare, integrare, insegnare e non trasformarsi in una fabbrica di esclusioni. Ma proprio qui sta il punto. Una cosa è intervenire nel dibattito pubblico; altra cosa è pretendere che la propria visione diventi automaticamente criterio di governo. La prima è libertà di parola. La seconda appartiene alla politica, al Parlamento, al Governo e, quando necessario, alla magistratura. Ognuno con le proprie competenze e con i propri inevitabili mal di testa. Non è necessario essere anticlericali per pensarlo. E non è necessario essere clericali per riconoscerlo. La Chiesa può ricordare allo Stato che dietro ogni norma ci sono persone. Lo Stato può ricordare alla Chiesa che dietro ogni norma ci sono anche competenze istituzionali. È il famoso principio della separazione dei poteri, che non dovrebbe diventare meno importante soltanto perché uno dei poteri porta la porpora e l’altro la cravatta. D’altra parte, siamo un Paese nel quale si discute di separazione delle carriere dei magistrati, di separazioni coniugali, di separazione dei rifiuti e, con crescente entusiasmo, persino di separazione delle tillandsie. Possibile che nessuno trovi il tempo per ricordare anche la separazione, rispettosa, civile e reciproca, tra Stato e Chiesa? Non si tratta di mettere il silenziatore alla religione. Al contrario. Una Chiesa libera è una Chiesa che non ha bisogno del potere politico per affermare la propria autorevolezza. E uno Stato libero è uno Stato che non ha bisogno della benedizione ecclesiastica per approvare una legge. Il Vangelo, del resto, non ha bisogno di emendamenti parlamentari. E il Codice civile, per quanto possa essere austero, non richiede un’omelia domenicale. C’è poi una questione di metodo. Quando la politica entra nel terreno della fede, rischia di trasformare la religione in uno strumento di consenso. Quando la religione entra troppo direttamente nel terreno della politica, rischia invece di trasformare la predicazione in una forma di militanza. Alla fine nessuno ci guadagna: né la politica, né la Chiesa, né soprattutto i cittadini. Per questo sarebbe utile riscoprire una vecchia regola di bon ton istituzionale: si può parlare di tutto, ma non necessariamente decidere su tutto. La Chiesa predichi il Vangelo. Lo Stato faccia le leggi. La scuola insegni. La famiglia educhi. La magistratura giudichi. E i cittadini, possibilmente, pensino con la propria testa. Sembra quasi rivoluzionario. Eppure era già scritto, in sostanza, nel lontano 1861. «Libera Chiesa in libero Stato». Non «libera Chiesa nello Stato quando le conviene», né «libero Stato purché ascolti la Chiesa». Semplicemente: liberi entrambi, ciascuno nel proprio campo. E quando capita di incontrarsi sulla linea di confine, un po’ di buona educazione non guasta: un saluto, una stretta di mano e, soprattutto, niente invasioni di campo. Anche perché, nel calcio come nella vita istituzionale, quando tutti corrono dietro allo stesso pallone, alla fine nessuno ricorda più chi doveva giocare in porta. E, parafrasando Rocco Arcuri, resta soltanto una modesta preghiera: «Lasciateci lavorare». Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Quando il talento incontra la generosità

A Morano Calabro la musica diventa solidarietà. Giovani artisti, amicizia e mecenatismo nobile si incontrano per sostenere la ricerca oncologica pediatrica e la LCIF   Ci sono serate nelle quali si apre il sipario e, insieme al sipario, sembra aprirsi qualcosa di più grande: uno spazio nel quale la musica, il talento e la solidarietà riescono a parlare la stessa lingua. È accaduto il 19 settembre al Teatro Massimo Troisi di Morano Calabro, dove “Musica per la ricerca” ha riunito artisti, istituzioni, Lions e pubblico attorno a un obiettivo concreto: sostenere la ricerca oncologica pediatrica e la LCIF, la Fondazione del Lions Clubs International. Una serata nella quale la musica non è stata soltanto spettacolo, ma anche occasione per ricordare che, quando le energie migliori si incontrano, persino un palcoscenico può diventare uno strumento di solidarietà. Un ritorno, con qualcosa in più Quella di Morano è stata, in qualche modo, una sorta di “retour match”, se ci è consentito il termine. Dopo l’esperienza viennese che aveva portato il giovane pianista calabrese Federico Lauro a esibirsi in Austria, insieme alla cantante Anita Hofmann, questa volta è stata la Calabria ad accogliere l’artista viennese, in una serata che ha restituito alla musica il valore più bello: quello dell’incontro. Anita Hofmann ha avuto modo di conoscere e apprezzare anche il territorio che l’ha ospitata, visitando il Museo di Palazzo Baratta e Radio Nord, oltre a Morano Calabro, accompagnata da una guida di lingua tedesca. Un piccolo viaggio nella cultura e nell’ospitalità calabrese che ha completato, fuori dal palcoscenico, il significato dell’iniziativa. Perché la musica, quando è autentica, non conosce confini. E qualche volta riesce persino a farli dimenticare. Il talento che cresce e fa crescere Al centro della serata c’erano loro: Anita Hofmann, Federico Lauro e il maestro Gabriele Zicari. Tre esperienze differenti, tre percorsi diversi, un unico linguaggio. E soprattutto Federico, giovane pianista di Castrovillari, che continua il suo cammino con quella naturalezza che spesso accompagna i veri talenti. Un ragazzo che ha ancora molta strada davanti a sé, ma che ha già avuto la fortuna, e il merito, di incontrare persone capaci di riconoscere ciò che vale. Il vero talento, del resto, non è soltanto quello che sa esprimersi. È quello che cresce, studia, ascolta e, crescendo, riesce a far crescere anche chi gli sta intorno. Federico suona. Anita canta e incanta. Il maestro Zicari accompagna. Ma dietro di loro c’è una rete di persone che ha scelto di credere nella musica e nei giovani. Ed è forse questa la parte meno visibile, ma più importante, di una serata come questa. Dietro il sipario c’è chi crede nei giovani Tra coloro che hanno fortemente voluto e sostenuto l’iniziativa c’è don Paolo Baratta, già presidente del Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro, imprenditore di successo e, soprattutto, uomo che ha fatto della generosità una concreta forma di impegno. Coadiuvanti d´eccellenza il Presidente comitato soci, Dott. Luigi Postorivo e il Tesoriere Alessandra Ciccarelli. Don Paolo, appartenente a una storica famiglia di Castrovillari e conosciuto anche per il titolo di Duca di Ruggiano, non si è limitato a osservare da lontano il percorso del giovane Federico. Lo ha accompagnato, sostenuto e incoraggiato, mettendo a disposizione non soltanto risorse, ma quella cosa assai più rara che si chiama fiducia. È qui che il mecenatismo assume il suo significato più nobile. Non si tratta semplicemente di aiutare qualcuno a salire su un palcoscenico. Si tratta di riconoscere una possibilità e decidere di investirvi prima ancora che il successo l’abbia resa evidente. È una forma di generosità che non pretende applausi, perché sa che il risultato più importante arriva quando il talento, un giorno, non avrà più bisogno dell’aiuto che lo ha fatto crescere. Una squadra al servizio della solidarietà Accanto a chi ha avuto l’idea e l’ha sostenuta, va riconosciuto il lavoro di quanti si sono prodigati perché quell’idea potesse trasformarsi in una serata concreta di musica e solidarietà. In questo quadro merita un riconoscimento particolare il Lions Club Castello Aragonese Pollino Sibaritide Valle dell’Esaro, che ha dato un contributo significativo alla realizzazione dell’iniziativa, confermando ancora una volta come l’impegno associativo, quando è animato da sensibilità e spirito di servizio, possa tradursi in risultati che vanno ben oltre la semplice organizzazione di un evento. Una pennellata di gratitudine va, in particolare, al suo presidente, avv. Sabato Marino, che si è molto prodigato per la riuscita della manifestazione, mettendo a disposizione tempo, energie e capacità organizzative. Sono proprio queste presenze discrete, spesso lontane dai riflettori, a fare la differenza quando un progetto vuole trasformarsi da buona intenzione in fatto compiuto. Al Lions Club Castello Aragonese va dunque il riconoscimento per aver accompagnato con convinzione un’iniziativa nella quale cultura, musica e solidarietà hanno trovato un punto d’incontro. E all’avv. Marino, insieme ai soci che hanno collaborato alla riuscita della serata, un sincero grazie per aver dimostrato ancora una volta che il volontariato, quando è fatto con serietà, può diventare una forma concreta di bene comune. Nobiltà di nome e, soprattutto, di cuore La nobiltà, in fondo, non dovrebbe essere soltanto una questione di blasone. Il titolo può essere ereditato. Il rispetto, invece, va conquistato. E forse è proprio qui che si incontra la nobiltà più autentica: nella capacità di mettere ciò che si possiede, denaro, tempo, conoscenze, opportunità, a disposizione di qualcosa che possa essere utile anche agli altri. Don Paolo Baratta appartiene a quella categoria di persone che, senza bisogno di proclami, sembrano ricordarci una verità antica: il successo personale acquista un significato diverso quando diventa anche un’occasione per aiutare qualcun altro a costruire il proprio futuro. La Calabria che sa sorprendere La serata di Morano Calabro ha avuto anche il merito di mostrare un volto della Calabria che spesso rimane nascosto dietro la cronaca quotidiana. Una Calabria che sa produrre talenti, organizzare iniziative, mobilitare associazioni, coinvolgere istituzioni e mettere insieme persone diverse attorno a un obiettivo comune. L’iniziativa ha ricevuto il patrocinio del Consiglio regionale della Calabria, della Provincia di Cosenza e del

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Palmerini in missione in Canada

18 settembre 2026   MUSICISTI E ARTISTI ABRUZZESI, CON GOFFREDO PALMERINI, IN MISSIONE A TORONTO E OTTAWA Saranno in Canada dal 23 al 29 settembre, ospiti d’onore delle Federazioni Abruzzesi delle due città       Partiranno il 23 settembre prossimo dall’Abruzzo per il Canada i musicisti Manuele Filoso (Pretoro), Sebastian Giovannucci (Sulmona) e Vincenzo De Ritis (Guardiagrele), gli artisti Marcello Sacerdote (Pescara) e Nico Ciavalini (Fara Filiorum Petri), e il giornalista scrittore Goffredo Palmerini (L’Aquila), su invito della Federazione Abruzzese Greater Toronto e della Federazione Abruzzese Canada di Ottawa. Parteciperanno agli eventi organizzati nelle due città canadesi, dove converranno rappresentanze delle associazioni abruzzesi dell’Ontario e del Quebec. Motore e anima delle iniziative in programma sono Josie Alonzi, in collaborazione con Ivana Fracasso per l’area metropolitana di Toronto e Hamilton, e Angelo Filoso, d’intesa con la presidente della Federazione Abruzzese di Ottawa Olimpia Bevilacqua, per le iniziative approntate nella Capitale canadese.               La Federazione Greater Toronto, oltre al ricco programma di incontri ha organizzato il 25 settembre un grande evento a Vaughan, presso il Montecassino Event Venue. Cuore della serata di gala lo spettacolo “Terra di racconti”, con Marcello Sacerdote e Nico Ciavalini in una suggestiva rappresentazione dell’Abruzzo. Sacerdote, attore teatrale e cantastorie, insieme a Ciavalini, cultore di antiche tradizioni e di storie raccolte dalla memoria orale della nostra regione, proporranno una narrazione intrigante della cultura popolare abruzzese. Seguirà il concerto dei tre musicisti Manuele Filoso – clarinettista e direttore di ensemble, oltreché docente di musica –, Sebastian Giovannucci – virtuoso di fisarmonica bitonale che alla tradizione musicale abruzzese associa sconfinamenti nel jazz –, e Vincenzo De Ritis – fisarmonicista, pianista e compositore – che oltre alla musica popolare propone jazz, tango e valzer-musette. Il repertorio della serata sarà una vera sorpresa per il numeroso pubblico atteso all’evento, sicuramente un successo assicurato da 5 professionisti di provato valore. Il programma prevede il saluto delle Autorità, dei rappresentanti della comunità abruzzese e riconoscimenti agli Ospiti speciali arrivati dall’Italia. Seguirà la presentazione degli Ospiti d’onore: Gino Rosati, Fulvio Florio, Alberto Di Giovanni e lo scrittore aquilano Goffredo Palmerini, studioso di emigrazione ed autentico ponte di relazioni culturali con le comunità abruzzesi nel mondo, in particolare con quelle del Canada. La serata sarà condotta da Angelo Filoso e Larry Viani. Lo spettacolo “Terra di racconti” sarà riproposto domenica 27 settembre ad Ottawa, nella serata organizzata dalla Federazione Abruzzese Canada presso il Marconi Centre. All’evento nella Capitale – deus ex machina l’infaticabile imprenditore Angelo Filoso, originario di Pretoro ed esponente di punta della comunità italiana in Canada – converranno anche rappresentanze delle associazioni abruzzesi dell’area metropolitana di Montreal. Le due manifestazioni, di Toronto e Ottawa, saranno inoltre occasione per celebrare la gastronomia abruzzese. La delegazione degli artisti e musicisti abruzzesi resterà due giorni nella capitale canadese, prima di ripartire per Roma il 29 settembre, mentre Palmerini proseguirà per Detroit, negli Stati Uniti, in visita alla comunità abruzzese in Michigan, per rientrare il 4 ottobre in Italia. Goffredo Palmerini

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