L’italiano sfrattato da casa

  Scuola distratta, televisioni urlanti e social impoverenti: così una nazione rischia di perdere la sua voce x Non c’è bisogno di eserciti stranieri per conquistare un Paese. A volte basta una cattiva televisione, una scuola distratta e un telefonino in mano a milioni di persone persuase che abbreviare sia pensare. La lingua italiana non è sotto attacco: è sotto abbandono. Che è peggio. L’attacco, infatti, suscita difesa. L’abbandono, invece, genera indifferenza. E l’indifferenza è il più efficace degli assassini: non sporca le mani, non lascia impronte, non provoca scandalo. Uccide in silenzio, un vocabolo alla volta. Se ci tolgono la lingua madre, ci tolgono molto più di uno strumento espressivo: ci sottraggono la memoria, la sensibilità, il modo stesso di pensare. Restano i suoni, ma scompare la sostanza. Restano le frasi, ma si svuota il significato. Restano i cittadini, ma il popolo si trasforma in una folla di zombie lessicali, convinti di essere moderni mentre stanno soltanto diventando muti. Gli stranierismi, certo, avanzano come erbacce in un giardino lasciato senza cura. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto all’esterno. La verità, assai meno consolante, è che il primo nemico dell’italiano è l’italiano stesso. Siamo diventati il solo popolo che si vergogna della propria lingua al punto da sostituirla appena possibile. Non si fa più una riunione: si organizza un meeting. Non si sceglie un luogo: si cerca una location. Non si fissa una scadenza: si impone una deadline. E guai a dire “gruppo di lavoro”: molto meglio una task force, purché suoni abbastanza anglosassone da far sembrare intelligente anche la banalità. È il provincialismo dei tempi globali: il bisogno quasi patologico di sembrare internazionali per non confessare la propria pochezza. Robert Sabatier sosteneva che, se i crimini contro la lingua fossero perseguiti come quelli contro la società, il mondo sarebbe una vasta prigione. Oggi, a sentire certi talk show o a leggere certe circolari ministeriali, verrebbe da chiedersi se non sia il caso di aprire almeno un’aula di tribunale. La scuola, che dovrebbe essere il primo baluardo, troppo spesso abdica. Non insegna più il gusto della parola precisa, la disciplina della sintassi, il rispetto del periodo ben costruito. Si giustifica tutto, si semplifica tutto. E nel nome di una malintesa modernità si finisce per allevare generazioni che sanno digitare molto e scrivere poco. La televisione, dal canto suo, urla più di quanto parli. Ha sostituito il linguaggio con il rumore, l’argomentazione con lo slogan, la frase con il frammento. La parola non serve più a spiegare: serve a colpire, a fare effetto, a conquistare trenta secondi di attenzione prima della pubblicità. Hannah Arendt lo aveva previsto con precisione chirurgica: la società di massa non vuole cultura, ma svago. E noi abbiamo trasformato la profezia in palinsesto. Poi ci sono i social, che rappresentano il colpo di grazia. Non perché la tecnologia sia nemica della lingua, sarebbe una sciocchezza sostenerlo, ma perché ne ha accelerato i vizi peggiori: fretta, approssimazione, superficialità. Si scrive per impulso, si pubblica senza rileggere, si comunica senza riflettere. La velocità è diventata un valore in sé, come se la rapidità di un pensiero potesse sostituirne la qualità. In questo panorama, la politica osserva con l’abituale lungimiranza del giorno dopo. Si preoccupa degli autovelox intelligenti, delle statistiche elettorali, dei sondaggi della sera, ma ignora la lenta emorragia della lingua nazionale. Le multe fanno cassa; l’italiano no. E poiché lo Stato tende a riconoscere solo ciò che produce gettito, la lingua viene lasciata al suo destino, come un monumento storico di cui ci si ricorda solo quando crolla. Eppure, come ricordava Cesare Marchi, una lingua che accetta tutto indiscriminatamente rischia di perdere la propria individualità e di morire proprio mentre sembra più viva. Il monito di Accademia della Crusca, rilanciato da Paolo D’Achille, dovrebbe essere preso sul serio: il futuro dell’italiano non è garantito per diritto divino. Va difeso. Nella scuola, nei giornali, nelle istituzioni, nelle case. Perché una lingua non è un dizionario: è una patria invisibile. E il finale, se Montanelli ci perdona l’ardire, è presto detto: l’Italia non rischia di diventare una colonia economica; rischia di esserlo già sul piano culturale. Un Paese che non sa più nominare il mondo finisce per subirlo. E quando una nazione smette di parlare con la propria voce, di solito non tarda molto a smettere di pensare con la propria testa. Giuseppe Arnò

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L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe. I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta. Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience. Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar. Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili. Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte. E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta. Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo… E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta. Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee. Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti. Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.È che riusciamo sempre a parlarne d’altro. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Giudici al voto?

Se la Giustizia scendesse in piazza, forse scoprirebbe di avere ancora un pubblico E se i giudici fossero eletti dal popolo? La domanda non è un vezzo da salotto né una boutade da talk show. È una proposta concreta, avanzata, tra un applauso e una salamella, da Matteo Salvini dal palco di Pontida. L’idea: giudici scelti direttamente dal popolo sovrano, come avviene in molte realtà degli Stati Uniti d’America. Apriti cielo. La nostra Magistratura italiana, già gelosa custode degli articoli 106 e 107 della Costituzione, ha ricordato che i magistrati “sono nominati per concorso” e “sono inamovibili”. Garanzie sacrosante, si dirà, per assicurare competenza e indipendenza. E su questo non si discute: il concorso pubblico è il filtro necessario, la patente tecnica senza la quale il volante della Giustizia non si dovrebbe nemmeno sfiorare. Ma l’idea non è di abolire il concorso. È di aggiungere un passaggio: una volta abilitati, i magistrati potrebbero presentarsi al giudizio, questa volta letterale, degli elettori. In altre parole: prima la competenza, poi la fiducia. Subito si obietta: il giudice eletto potrebbe piegare le sentenze al consenso, cercando la rielezione. Un rischio reale, certo. Ma davvero oggi il sistema è impermeabile alle pressioni? È una domanda che aleggia nei corridoi e nelle coscienze, senza bisogno di essere urlata. Il grande Alexis de Tocqueville, nel suo immortale La democrazia in America, temeva che l’elezione dei giudici potesse minare l’indipendenza e, con essa, la democrazia stessa. Timore rispettabile, firmato da una mente superiore. E tuttavia, guardando alla storia americana, non si può dire che la democrazia sia crollata per questo. Anzi, proprio quel sistema è stato spesso indicato come modello di equilibrio tra poteri. C’è una piccola dicotomia che stuzzica il lettore curioso: se si celebra la democrazia americana come paradigma di uguaglianza e partecipazione, perché si inorridisce quando si prende sul serio uno dei suoi meccanismi? O si ammira il sistema nella sua interezza, oppure lo si rifiuta con coerenza. Non si può lodare il faro e temere la luce. L’elezione popolare dei giudici, con la possibilità di destituzione nei casi più gravi, avrebbe almeno un merito: riportare la Giustizia dentro il circuito della responsabilità percepita. Oggi il cittadino diffida dei politici e, sempre più spesso, anche dei magistrati. Forse, con un sistema diverso, la sfiducia si concentrerebbe su una sola categoria. Sarebbe già un risparmio emotivo. Certo, l’indipendenza è un bene prezioso. Ma l’indipendenza non è sinonimo di intangibilità. Come ricordava Giovanni Falcone, la magistratura ha sempre rivendicato la propria autonomia, talvolta lasciandosi sedurre, magari inavvertitamente, dalle lusinghe del potere politico. Nessun sistema è immune dalle tentazioni umane. La differenza sta nei contrappesi. In fondo, la vera domanda non è se l’elezione popolare sia perfetta. Non lo è. Come non è perfetto il sistema attuale. La vera questione è se, in un clima di diffidenza diffusa, non valga la pena sperimentare una maggiore responsabilità diretta verso chi, in nome del popolo, amministra la Giustizia. Peggio non potrebbe andare, si mormora con un sorriso colto. E se anche andasse allo stesso modo, almeno avremmo il diritto di dire che i giudici li abbiamo scelti noi. Perché, in democrazia, il rischio più grande non è sbagliare scelta. È fingere di non averne. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.” Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua. La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile. Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri. Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio. È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola. Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti. Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è. In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature. Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana. L’acqua. Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie. Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio. Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda. E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete. Giuseppe Arnò

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La terra trema, noi strepitiamo

Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”. Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente. Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno. Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive. Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore. Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione. E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione. Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema. La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene. E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano. E non c’è Protezione Civile che tenga. Giuseppe Arnò * Immagine originale: https://www.ingv.it/

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La carne è debole, il titolo è fortissimo

   Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

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Crociati a vela e Repubblica a zig zag

Dalle flotte umanitarie sponsorizzate ai giudici creativi, passando per ceffoni gratuiti e brindisi consolatori: cronache di un Paese che non si annoia mai x x Dal 1096 al 1291 si consumarono otto grandi crociate, nove, per gli storici più generosi. Se davvero la storia ama ripetersi, abbiamo ancora ampio margine per eguagliare le imprese di Goffredo di Buglione e Pietro l’Eremita. Nel frattempo, ci accontentiamo delle repliche in scala ridotta. Siamo infatti alla seconda crociata della Flotilla, pronta a salpare, dopo mesi di annunci, il 29 marzo 2026. Tempistica invidiabile: Pasqua e Pasquetta in mare, clima mite, Mediterraneo docile. Qualche malalingua potrebbe parlare di gita primaverile con contorno ideologico, ma sarebbe cattiveria gratuita. O quasi. Le crociate originali nacquero da una chiamata solenne alle armi di papa Urbano II, accolta con fervore popolare ed entusiasmo militare. I crociati indossavano la croce, partivano a proprie spese, senza sponsor, senza benefit, senza comunicati stampa. Difendevano la Terra Santa e proteggevano i pellegrini. O almeno così credevano. Le crociate moderne, inevitabilmente, hanno cambiato assetto: velieri eleganti, loghi discreti, carichi simbolici di aiuti destinati, con ogni probabilità, a non arrivare mai. Ma utilissimi per trasformare l’impresa in una sorta di “Barcolana ideologica” a vocazione globale. La prima spedizione si è conclusa con arresti, schedature e rimpatri. La seconda crociata storica finì con una sonora sconfitta per i cristiani. Se la storia insiste a ripetersi, i nuovi cavalieri sanno già come andrà a finire. Ma poco importa: vitto, alloggio e visibilità sono garantiti, e la propaganda, comunque vada, è assicurata. Secondo Saif Abukeshek, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, parteciperanno alla missione oltre mille tra medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, ingegneri, investigatori di crimini di guerra ed ecocidio. Nessuna notizia, però, di analoghe spedizioni verso l’Ucraina. Forse viaggiare in slitta o motoslitta è meno glamour che navigare su yacht solidali. Ma l’Italia, si sa, è un continente più che un Paese. Mentre una parte del Paese applaude l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026, tra tram simbolici e cerimonie solenni, un’altra parte protesta, perché protestare è un diritto, e spesso anche un’abitudine. Poi c’è la cronaca giudiziaria, che riesce spesso a superare l’impensabile. Un giudice di Catanzaro chiede alla Consulta di bloccare il carcere per un ventenne condannato per abusi su una tredicenne, ritenendo la pena “irragionevole”. Un ricorso che sfida Parlamento e buon senso. Commentare sarebbe facile. Meglio tacere: il silenzio, a volte, è più eloquente. Dagli abusi si passa alle botte gratuite. A Roma un giovane tunisino, senza fissa dimora e con gravi problemi psichiatrici, colpisce passanti a caso. Fermato, sottoposto a TSO, rilasciato. Le norme vigenti non consentono misure durature. È di nuovo in strada. Qui, finalmente, si invoca un intervento urgente e bipartisan: a Roma i parlamentari sono di casa e nessuno, immaginiamo, ama essere preso a schiaffi per strada, senza preavviso e senza motivo. Ci sarebbe altro, molto altro. Ma non tingiamo di nero anche il giorno dell’inaugurazione olimpica. Meglio brindare. Vinitaly festeggia: l’export dei distillati italiani vale 1,7 miliardi. Un dato solido, rassicurante, alcolicamente patriottico. Del resto, come insegnava Bukowski: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. In Italia, per sicurezza, beviamo sempre. Giuseppe Arnò

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EDITORIALE FEBBRAIO 2026

Matrimonio senza amore, amore senza matrimonio La Francia abolisce il dovere coniugale. E allora, per coerenza, liberiamo anche il marito dal peccato della coerenza Matrimonio come contratto commerciale. Bene. Ma l’amore? Secondo accurati sondaggi, oggi in Francia un uomo su quattro ritiene normale che una donna abbia rapporti sessuali per dovere matrimoniale e non per desiderio. Dato allarmante, si dirà. E infatti la République, che quando fiuta un principio morale non resiste alla tentazione di trasformarlo in norma, ha deciso di intervenire. L’Assemblea Nazionale ha approvato all’unanimità una legge che sancisce la fine del cosiddetto dovere coniugale. Coautore del testo è il deputato di centrodestra Paul Christophe (Horizons); ora la palla passa al Senato, chiamato a chiarire un quid iuris che da secoli inquieta giuristi, teologi e mariti: se la convivenza implichi o meno la comunione del letto. La risposta è netta: no. “La convivenza non crea alcun obbligo di rapporti sessuali”, stabilisce il nuovo dettato, smarcandosi da una giurisprudenza che aveva spesso assimilato la comunione di vita a una comunione di lenzuola. Un equivoco, a quanto pare, durato troppo a lungo. Secondo la coautrice della legge, Marie-Charlotte Garin, lasciare in vita l’idea di un dovere coniugale significherebbe avallare “un sistema di dominio e di predazione del marito nei confronti della moglie”. E sia: la lotta femminista, quando è necessaria, va combattuta fino in fondo. Anche a colpi di codice civile. Resta però una domanda, fastidiosa come una zanzara in una stanza buia: e l’amore? Se il matrimonio è ridotto a contratto di mutua assistenza logistica, se il letto diventa territorio neutro e l’intimità un’opzione facoltativa, che cosa resta? Un’assemblea condominiale con benefici fiscali. Colpisce la scala delle priorità. Il mondo oscilla tra guerre nucleari e catastrofi naturali, ma la Francia, con encomiabile zelo, mette ordine tra piumoni e cuscini. Non è difficile immaginare che presto qualche illustre onorevole, per non restare indietro, proponga una norma analoga anche da noi. O che sia Bruxelles a occuparsene, magari precisando che per fare l’amore in ambito coniugale sarà necessario un consenso scritto, con firma autenticata, valido solo nei giorni feriali e previo preavviso di quarantotto ore. Del resto l’Europa ha solide basi teoriche. Basterà rispolverare Tommaso Campanella e la sua Città del Sole, dove la generazione è sottoposta a regole ferree, accoppiamenti giudiziosi, orari stabiliti dall’astrologia e una netta distinzione tra amore e sessualità. L’atto generativo è cosa seria, i sentimenti un dettaglio trascurabile. La delizia, se concessa, è subordinata alla necessità. E il gusto, si rassicura, non manca a nessuno. Ma se la signora non ci sta? Se accusa l’eterna emicrania, se rifiuta la sessualità tanto per delizia quanto per necessità? Qui la legge tace. E allora, per coerenza giuridica e igiene mentale, sarebbe cosa buona e giusta che un prode legislatore proponesse una norma complementare: l’esonero da ogni infamia per il marito che, al reiterato diniego coniugale, eserciti i propri desideri fuori le mura domestiche. Non per licenza, ma per logica. Se il matrimonio non crea alcun obbligo di rapporti sessuali, non sarà lecito dolersene. Né pretendere fedeltà fondata su ciò che la legge ha dichiarato inesistente. Come recita un vecchio adagio: a rendere felici non è l’amare, ma l’essere amati. E quando l’amore diventa facoltativo, anche la fedeltà rischia di finire tra le clausole vessatorie. E giustizia, finalmente, sia fatta. Giuseppe Arnò

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Apocalisse a breve termine

  Il mondo perduto attende il suo Terminator, piaccia o non piaccia «Sì, vendetta, tremenda vendetta». Dal Rigoletto di Verdi potrebbe arrivare la colonna sonora ideale di queste ore, se davvero l’America di Donald Trump deciderà di voltare pagina, o, più realisticamente, di cambiare libro, nel capitolo iraniano. Trump non recita: quando promette, prima o poi mantiene. E la sua rabbia, più che cieca, appare fredda, metodica, da uomo d’affari che ha capito una cosa elementare: certi conti, se non li chiudi, tornano sempre a presentarsi con interessi usurai. L’Iran non è il Venezuela, non è una trattativa da salotto né una transazione graduale. È una questione di regime, di sistema, di macelleria ideologica che, secondo le accuse, avrebbe lasciato sul terreno decine di migliaia di giovani. Numeri che non chiedono riforme cosmetiche, ma una cesura netta. L’Armada americana avanza, o almeno così si racconta, con tutta la tecnologia che la modernità bellica consente. Di fronte, un Paese vasto, popoloso, temprato e tutt’altro che improvvisato. Proprio per questo, se colpo sarà, dovrà essere decisivo. Non per vendetta, parola che la storia giudica sempre male, ma per deterrenza. Il messaggio, più che a Teheran, sembra indirizzato a Pechino e Mosca: compagni di merenda sì, ma non di trincea. Le reazioni, finora, restano quelle di prammatica: condanne verbali, sopracciglia aggrottate, e nulla più. Alla fine, nel bene e nel male, molti si scoprono a tifare per Trump senza ammetterlo. Predica male, razzola spesso bene. Scompagina, irrita, ma mette in riga. In un mondo che ha confuso il dialogo con l’inazione e la prudenza con la paura, l’arrivo di un Terminator geopolitico era forse inevitabile. Non auspicabile, ma inevitabile: come certi temporali d’estate che ripuliscono l’aria a suon di tuoni. Finita, ammesso che finisca, la pulizia globale, il nostro eroe dovrà però guardarsi allo specchio e occuparsi di casa propria. Economia e immigrazione: due dossier opinabili, contestabili, ma non del tutto deprecabili. Sull’immigrazione, rimandare a casa chi non ha titolo per restare non è eresia, ma semplice applicazione di una regola. E se le opposizioni interne alzeranno barricate, Trump sembra il tipo che risponderebbe parafrasando il cinema italiano: nulla ci può fermare. Musk, intanto, pare intenzionato a rientrare nei ranghi, promettendo nuove stagioni di una telenovela che il mondo segue con più attenzione delle fiction serali. In Italia, nel frattempo, le notizie restano fedeli a se stesse: una spaventosamente medievale, l’altra sorprendentemente virtuosa. Da un lato dichiarazioni che riportano l’orologio morale indietro di secoli; dall’altro, Les Echos che incorona la strategia economica del governo Meloni e certifica l’Italia come quarta potenza mondiale dell’export a fine 2025. Piccoli segnali che ricordano come, anche nel caos globale, esistano ancora isole di raziocinio. Conclusione Il mondo è stanco, confuso e infelice. Forse non aveva bisogno di un Terminator, ma di sicuro non ha saputo evitarlo. Ora che è arrivato, conviene sperare che sappia quando spegnersi. Perché l’ordine imposto può salvare il presente, ma solo la misura può salvare il futuro. E quella, purtroppo, non si scarica da nessun arsenale. Giuseppe Arnò

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Freddo in pace e in guerra

Trump, il gelo americano, le guerre calde e l’orgoglio di un’Italia che non accetta lezioni   Neve a New York. Freddo artico. L’America scopre improvvisamente che l’inverno esiste davvero. Mezzo milione senza luce, aeroporti paralizzati, voli cancellati a migliaia. Gli Stati Uniti in tilt per il gelo: l’evento viene raccontato con toni drammatici, quasi epici, come se fosse una novità assoluta della civiltà occidentale. Forse, adesso, qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico capirà cosa significa restare al freddo e senza elettricità. Gli ucraini, però, quell’inferno lo conoscono da mesi. E non per colpa della neve, ma per l’allentamento degli aiuti militari deciso da Washington. La geopolitica, si sa, non conosce riconoscenza: la fedeltà è un optional, l’amicizia una clausola rescindibile, i valori un accessorio che si indossa solo nelle occasioni ufficiali. La politica internazionale oggi è fluida, ibrida, cinica. Cambia rotta secondo convenienza. E i popoli, amici o alleati che siano, pagano il conto di errori e ambizioni non loro. In questo quadro confuso, i colloqui a tre sulla pace in Ucraina, tenuti ad Abu Dhabi, sembrano offrirci un filo di speranza. Sottile, fragile, ma pur sempre un filo. Del resto, come ricordava Eraclito, senza speranza non si trova l’insperato. Intanto Donald Trump avanza. Imperterrito. Terminator a giorni alterni, profeta di pace quando conviene, mercante quando serve. Ha messo in pausa la Groenlandia, per ora, ma continua la sua personale campagna acquisti geopolitica. Predica il Vangelo della pace in terra, salvo poi ricordarci che il business viene prima. Se però lungo il percorso capita anche uno schizzo di pace, non ci sputa sopra. Anzi. Si vocifera perfino di una candidatura al Nobel. Nulla stupisce più, in un mondo dove tutto è ormai spettacolo. Trump sembra aver riscoperto Samuel Johnson: “Le grandi imprese non si compiono con la forza, ma con la perseveranza”. Bene. Allora speriamo perseveri dove davvero serve. In Iran, per esempio. Là dove gli ayatollah hanno lasciato sul terreno trentamila morti in due giorni. Là dove, tra l’8 e il 9 gennaio, i sacchi neri per i cadaveri sono finiti. Là dove si incita alla rivolta promettendo un arrivo imminente, salvo poi dimenticare che le parole, quando pesano, uccidono quasi quanto le armi. Una nota positiva, però, arriva da casa nostra. Il governo italiano ha risposto per le rime, e con i numeri, alle uscite scomposte del tycoon sui nostri soldati e su quelli europei in Afghanistan. Questa volta Trump ha sbagliato indirizzo. Giorgia Meloni è stata secca, quasi scolastica: “Tra Paesi alleati ci vuole rispetto”. Fine della discussione. Trump è fatto così: prendere o lasciare. Parafrasando il Vangelo, verrebbe da dire: Padre, perdonalo, perché non sa quello che dice. Ma a volte, più che il perdono, servirebbe un buon ripasso di storia recente. Sul fronte interno, invece, poco di nuovo sotto il sole, o sotto la pioggia, visto il ritorno in grande stile di neve e maltempo. Gli italiani continuano a essere vessati dalle multe: 8,5 miliardi in cinque anni. Milano capofila. Una rapina legalizzata che nessun governo riesce o vuole fermare. Intanto aleggia il solito “Sì” referendario, buono per ogni stagione e ogni campo, come un cappotto vecchio ma sempre tirato fuori dall’armadio. Conclusione Speriamo, per concludere, in un Trump migliore. Non perfetto, la perfezione non esiste, ma almeno consapevole del peso delle sue parole e delle sue scelte. Il mondo è già abbastanza instabile per essere guidato a colpi di slogan. Crescere si può sempre. Anche da Terminator. Purché, ogni tanto, spenga le armi e accenda il cervello. Giuseppe Arnò

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