Ferrari vive di passato. Il presente, invece, la umilia

Da Schumacher e Todt ai pellegrinaggi dei tifosi: il miracolo continua a non arrivare     C’era una volta una Ferrari che vinceva. E non si tratta di una leggenda tramandata dai nonni davanti al camino, ma di una realtà che milioni di appassionati ricordano ancora benissimo. Erano i tempi di Michael Schumacher e Jean Todt, gli artefici di una delle più straordinarie epopee sportive della Formula 1. Poi la corsa finì. Da allora sono passati direttori sportivi, ingegneri, strateghi, piloti e salvatori della patria annunciati. Sono cambiati regolamenti, motori, gomme e persino le piste. L’unica cosa rimasta immutata è l’attesa del ritorno alla gloria. Ma la resurrezione è materia per santi. E così i tifosi della Ferrari, sparsi nei cinque continenti, continuano a pregare. Pregano davanti al televisore, durante le qualifiche e, nei casi più gravi, persino durante il pranzo della domenica. Le grazie, però, tardano ad arrivare. Viene il sospetto che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, si sia stancato delle stravaganze di Maranello e abbia deciso di togliere il proprio patrocinio. Oppure che qualcuno, per eccesso di prudenza, abbia sistemato sul cruscotto delle monoposto la celebre immaginetta con la scritta: «Non correre, papà». Quale che sia la spiegazione, il risultato cambia poco. La Ferrari continua a far battere i cuori, ma troppo spesso lo fa con gli effetti collaterali di una visita cardiologica. Perché una scuderia che porta sulle spalle il peso della propria storia e l’onore di essere la squadra più famosa del mondo non può vivere soltanto di ricordi. I piloti contano, certo. Ma senza una vettura competitiva anche il talento più cristallino finisce per trasformarsi in una consolazione domenicale. E quando le sconfitte diventano una consuetudine, il prestigio del passato smette di essere una risorsa e si trasforma in un peso. La Ferrari non ha bisogno di una mano di vernice. Ha bisogno di reinventarsi. Da cima a fondo. Nel frattempo i tifosi continueranno a fare ciò che fanno da quasi vent’anni: sperare. È una forma di fede sportiva che resiste alle classifiche, alle statistiche e perfino all’evidenza. Parafrasando Cicerone, viene da chiedersi: «Fino a quando, o Ferrari, abuserai della pazienza dei tuoi tifosi?». Forse la risposta è nascosta proprio nella natura del ferrarista. Una creatura singolare che soffre, protesta, impreca contro strategie e motori, giura di averne abbastanza e poi, puntualmente, la domenica successiva si ripresenta davanti allo schermo. La Ferrari, in fondo, è diventata come certi antichi nobili decaduti: vive in un palazzo pieno di ritratti degli antenati e racconta agli ospiti quanto fosse grande la famiglia. I tifosi ascoltano con rispetto e perfino con affetto. Ma, prima o poi, qualcuno domanda quando arriverà il prossimo erede capace di vincere una corsa invece di una commemorazione. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzetta

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Il grande turismo geopolitico

Jet privati, sorrisi di Stato e fotografie di rito: mentre i potenti fanno il giro del mondo per non decidere nulla, l’umanità applaude alla propria confusione organizzata. E pensare che stavamo quasi imparando a convivere con l’intelligenza artificiale prima che l’intelligenza naturale ricominciasse a dare spettacolo.     C’era un tempo in cui i viaggi servivano a scoprire il mondo. Oggi servono soprattutto a fotografarlo dall’alto, possibilmente dal finestrino di un Boeing governativo, mentre sotto la Terra continua serenamente a pagare il carburante dell’ennesimo vertice “decisivo”. I grandi della politica mondiale volano incessantemente: Washington, Pechino, Mosca, Bruxelles, Doha, Ankara. Una processione planetaria di strette di mano, sorrisi calibrati, cene ufficiali e dichiarazioni “costruttive” che, tradotte in linguaggio umano, significano quasi sempre: non abbiamo concluso nulla, ma ci rivedremo presto. L’ultimo pellegrinaggio diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping ne rappresenta il capolavoro. L’interscambio tra Stati Uniti e Cina è ormai un gomitolo così aggrovigliato che probabilmente nemmeno i protagonisti sanno più da dove iniziare a sciogliere il nodo: Taiwan, terre rare, dazi, Hormuz, Iran, Boeing, semiconduttori, Nvidia e chi più ne ha più ne smarrisca. Eppure l’incontro è stato impeccabile. Compostezza orientale da una parte, pragmatismo spettacolare dall’altra. Tè servito alla temperatura giusta, sorrisi fotografati con precisione chirurgica, cordialità abbondante. Mancava soltanto il risultato, ma non si può pretendere tutto. Di concreto, infatti, non è emerso nulla. Nessun accordo, nessuna svolta, nessuna fumata bianca. Però si è saputo che in autunno Xi Jinping ricambierà la visita negli Stati Uniti. Insomma, il turismo istituzionale continua. Del resto, Xi sembra fedele all’antica pazienza strategica attribuita alla saggezza cinese: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta: prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.” Che poi, a ben vedere, oggi il problema è capire quale nemico passi per primo e soprattutto se il fiume, nel frattempo, sia ancora navigabile. Dall’altra parte, Trump non appare più soltanto il guascone istintivo di qualche anno fa. Qualcosa deve aver imparato: che la forza bruta produce titoli di giornale, mentre la strategia produce risultati. Così il tycoon testa reazioni, misura umori, piazza segnali, lancia linee rosse e attende. Xi osserva. Trump rilancia. Xi tace. Trump posta. Xi riflette. Risultato finale: 0 a 0, palla al centro e nuovi voli intercontinentali già prenotati. Nel frattempo anche Vladimir Putin prepara il suo viaggio in Cina. A questo punto, se non si conoscessero i protagonisti, si potrebbe davvero pensare che Pechino sia diventata una sorta di Lourdes geopolitica, un santuario laico dove i leader del pianeta si recano nella speranza di un miracolo diplomatico. E di fede, in effetti, ce ne vuole molta. D’altronde Fyodor Dostoevsky lo spiegava bene: non è la fede a nascere dal miracolo, ma il miracolo a nascere dalla fede. Noi europei, però, siamo messi peggio. Le statistiche dicono che crediamo sempre meno a tutto: alla politica, alla religione, al futuro, perfino alle previsioni del tempo. Però discutiamo. Ah, se discutiamo. Tavoli, vertici, summit, pre-vertici, post-vertici, commissioni, sottocommissioni, consultazioni multilaterali e riunioni preparatorie per preparare altre riunioni preparatorie. Il continente che inventò la filosofia oggi rischia di morire di verbosità. Non esiste quasi più un argomento sul quale si riesca a concordare tutti insieme. Guerra, pace, energia, difesa, moneta, AI, migranti, clima: tutto diventa un interminabile condominio litigioso dove ciascuno parla mentre l’edificio prende fuoco. Eppure esiste ancora qualcosa capace di unire le masse europee: l’uscita del nuovo Swatch. A Milano, per accaparrarsi un orologio, si sono viste file chilometriche, resse, urla e persino lancio di sedie. Finalmente un momento di autentica partecipazione popolare. Per una volta nessuno ha discusso di dazi, Taiwan o corridoi energetici: tutti d’accordo sul quadrante. La verità è che il mondo sta lentamente trasformandosi in una gigantesca bolgia dove ciascuno tifa contro qualcuno senza sapere più bene perché. Si applaude alle escalation come fossero partite di calcio, si invocano sanzioni come medicine miracolose e si osserva la geopolitica come una serie televisiva a puntate. E pensare che stavamo quasi raggiungendo una convivenza accettabile con l’intelligenza artificiale. Lei, almeno, quando non sa qualcosa, lo ammette oppure si aggiorna. L’intelligenza umana invece continua a salire sugli aerei, attraversare oceani, organizzare vertici planetari e tornare a casa annunciando “dialoghi promettenti”. Promettenti per chi, resta ancora il mistero più grande. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il miracolo spagnolo e la fede dei gonzi

Quando la propaganda diventa economia creativa e i numeri vengono messi in castigliano stretto «Non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità». Lo scriveva Jorge Luis Borges e, come spesso capita ai grandi, aveva capito il mondo prima che il mondo capisse lui. Perché il cittadino medio, sommerso da titoli, talk show, editoriali indignati e grafici colorati, finisce per credere a tutto. Purché venga raccontato con tono serio, possibilmente da qualcuno in giacca blu e sopracciglia contratte davanti a una lavagna luminosa. Se poi il racconto conferma i propri pregiudizi politici, il gioco è fatto: la propaganda diventa verità rivelata. Una volta si diceva: «La disciplina è un’arma di vittoria». Era la retorica del Ventennio, fatta di slogan muscolari e frasi da incidere sul marmo. Oggi basterebbe aggiornare il motto: la propaganda è un’arma di vittoria.Nulla di nuovo sotto il sole: cambia il secolo, cambia la grafica televisiva, ma resta immutata la vecchia tentazione di piegare i fatti agli slogan. E infatti la guerra moderna non si combatte più con i cannoni ma con i titoli. Da una parte i numeri, dall’altra la narrazione. Da una parte l’analisi, dall’altra il tifo. Lo spiegava bene George Orwell quando definiva la propaganda «un’arma, come i cannoni o le bombe». E aveva ragione: oggi il bombardamento è mediatico, continuo, elegante e persino sorridente. Prendiamo il nuovo dogma continentale: il cosiddetto “miracolo spagnolo”.Un tempo c’era il “miracolo Zapatero”, oggi c’è il “miracolo Sánchez”. Cambia il santo sul santino, ma i fedeli sono sempre gli stessi. Naturalmente non parliamo di santi veri. Pedro Sánchez non moltiplica pani e pesci; moltiplica piuttosto conferenze stampa, narrazioni e articoli estatici di una certa stampa europea che, appena il centrodestra governa altrove, scopre improvvisamente il paradiso socialista dietro i Pirenei. Il racconto è noto: la Spagna vola, l’Italia arranca, Madrid illumina il futuro, Roma inciampa nel passato. Mancano solo le apparizioni mariane a Barcellona e il miracolo sarebbe completo. Peccato che i numeri, quando vengono letti interamente e non a fettine come il prosciutto iberico, raccontino una storia assai meno poetica. È vero: nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,8%, contro lo 0,5% italiano. Titolo perfetto. Apertura garantita. Editorialisti in estasi.Ma dietro quel numero si nasconde un dettaglio fastidioso, cioè la realtà. La crescita spagnola è soprattutto quantitativa: più popolazione, più immigrazione, più turismo. Non più produttività, non più innovazione, non più efficienza industriale. È una crescita “estensiva”, come direbbe qualche economista sobrio e quindi poco invitato in televisione. Infatti la produttività spagnola viene stimata in calo dello 0,3% nel periodo 2018-2027. E basta osservare il Pil pro capite per vedere il trucco del prestigiatore: dal 2019 al 2025 quello italiano cresce del 2,3%, mentre quello spagnolo cala dell’1,1%. Tradotto in lingua comprensibile: il cittadino medio italiano oggi sta leggermente meglio di prima del Covid; quello spagnolo un po’ peggio.Però il titolo “La Spagna cresce grazie all’immigrazione e al turismo di massa” vende meno di “Il miracolo progressista”. E i miracoli, si sa, richiedono fede, non contabilità. Anche sul lavoro la fanfara suona un po’ stonata. Il 90% dei nuovi posti creati tra 2024 e 2025 in Spagna è stato occupato da immigrati, concentrati soprattutto nei settori a basso valore aggiunto. Turismo, servizi, lavori stagionali. Utilissimi, per carità, ma lontani dall’epopea industriale raccontata nei salotti televisivi. Nel frattempo l’Italia continua ad avere una manifattura che vale circa il 20% del Pil, seconda in Europa. Roba noiosa, evidentemente. Fabbriche, export, distretti produttivi: cose che non fanno sognare gli editorialisti romantici. Eppure la bilancia commerciale italiana nel 2025 registra un surplus superiore ai 35 miliardi di euro, mentre la Spagna naviga in un deficit di circa 57 miliardi.Ma il deficit, se progressista, diventa improvvisamente poetico. Persino sui salari occorrerebbe un po’ di prudenza. Gli stipendi nominali spagnoli hanno superato quelli italiani? Sì. Ma i salari reali crescono appena del 5% dal 1995, contro il 31% medio Ocse. E negli ultimi anni il salario netto è persino diminuito per effetto del fiscal drag: più tasse silenziose, grazie all’inflazione. Però detta così è antipatico. Molto meglio raccontare il “modello Madrid”, possibilmente con una paella sullo sfondo. Poi c’è il capitolo energia, altro terreno fertile per la propaganda prêt-à-porter.La Spagna oggi ha prezzi elettrici inferiori all’Italia grazie alle rinnovabili. Verissimo. Solo che il sistema soffre anche di distorsioni, prezzi negativi e fragilità infrastrutturali che hanno già prodotto blackout e problemi di stabilità della rete. L’Italia invece possiede una delle reti di trasmissione più solide d’Europa grazie agli investimenti di Terna. E le imprese italiane consumano fino al 20% in meno di energia per produrre un euro di Pil rispetto a quelle spagnole. Dettagli. Fastidiosi dettagli.La propaganda, per funzionare, ha bisogno di semplificare. Molto. Possibilmente fino all’infantilismo. Così Madrid diventa il paradiso sociale, Roma il girone dei dannati e ogni dato viene stirato come una tovaglia nelle pensioni di Rimini: basta tirare un po’ agli angoli e tutto sembra perfetto. Il problema non è nemmeno che esista la propaganda. Quella è vecchia quanto il mondo. Il problema è che oggi si spaccia per informazione neutrale. E milioni di persone ci cascano con l’entusiasmo del turista davanti al venditore di Rolex sulla spiaggia. Alla fine, il vero miracolo spagnolo non è economico.È mediatico. Riuscire a convincere mezzo continente che una crescita trainata da turismo, debito e immigrazione sia la nuova frontiera del progresso europeo richiede infatti un talento straordinario. Più che un governo, un’agenzia pubblicitaria. E forse Borges aveva ragione fino in fondo: l’uomo crede facilmente a ciò che non conosce.Specie quando qualcuno glielo racconta con tono grave, grafico colorato e accento internazionale. Del resto, una volta si vendevano tappeti persiani.Oggi si vendono miracoli economici.Con la differenza che almeno i tappeti, ogni tanto, duravano più di una legislatura. di Redazione * Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ mix by Canva

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Sigonella, Trump e il manuale del perfetto amico distratto

Nel nuovo disordine mondiale Roma tenta l’equilibrismo: ma tra Washington e la prudenza si rischia di perdere entrambi “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.Vecchio proverbio, sempreverde come le tasse e le polemiche italiane. Perché dal nemico il colpo lo si mette in conto; dall’amico no. E Donald Trump, che di molte cose potrà essere accusato ma non certo di nascondere ciò che pensa, ha reagito da manuale dell’uomo ferito nell’orgoglio e negli affari. Alla proposta italiana di inviare i caccia-mine nello stretto di Hormuz a giochi praticamente fatti, il presidente americano ha replicato con quella delicatezza diplomatica che gli appartiene quanto il silenzio appartiene ai talk show: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”. Traduzione simultanea dal trumpese: grazie, ma ormai il pranzo è finito e portare il vino al momento del caffè serve a poco. Che qualcosa si sia incrinato nel famoso asse Meloni-Trump appare evidente. Quel rapporto definito “speciale”, “privilegiato”, “solido”, aggettivi che nella politica internazionale durano mediamente meno di una mozzarella lasciata al sole, sembra oggi entrato nella zona grigia delle relazioni complicate. E nemmeno la visita del segretario di Stato Marco Rubio, svoltasi nel clima “franco e proficuo” che i comunicati ufficiali usano quando bisogna sorridere mentre si mastica amaro, pare aver ricucito davvero lo strappo. Antonio Tajani, con impeccabile aplomb diplomatico, ha ricordato che “l’Europa ha bisogno dell’America e l’America dell’Europa”. Verissimo. Come è vero che il Titanic aveva bisogno dell’oceano. Ma nella sostanza resta quella sensazione di nebbia politica in cui tutti dichiarano amicizia eterna mentre contano le sedie da salvare. Il punto vero è un altro: cosa ha ottenuto l’Italia negando l’appoggio tattico agli Stati Uniti e ponendo limiti sull’uso di Sigonella?Qui il ragionamento si fa meno ideologico e più brutalmente pratico. Ha evitato le critiche dell’opposizione? Impossibile: l’opposizione critica anche il sole quando sorge da est.Ha rispettato accordi e trattati? Nobile intento, ma viviamo in un’epoca in cui i trattati internazionali vengono stracciati con la stessa naturalezza con cui si apre una brioche a colazione.Ha preservato consenso interno? Probabile. Ma la politica estera costruita sui sondaggi somiglia a un ombrello di carta sotto il monsone. E soprattutto: si perde un amico per guadagnare cosa? Perché Trump, piaccia o no, ragiona da uomo d’affari. E gli uomini d’affari, come ricordava Benjamin Franklin, si salvano più con la diffidenza che con la fede. Roberto Gervaso aggiungeva che la diffidenza complica la vita sia a chi la prova sia a chi la subisce. In geopolitica la complicazione ha un prezzo: basi militari ridiscusse, dazi più aggressivi, rapporti raffreddati, sospetti crescenti. Non esattamente dettagli. Naturalmente anche Spagna e Germania hanno scelto prudenza verso l’operazione americana contro l’Iran. Ma Roma aveva un problema in più: aveva costruito mediaticamente una vicinanza privilegiata con Trump. E quando ostenti amicizia, il tradimento pesa il doppio. È la differenza tra un passante che ti pesta un piede e un compare che ti sfila la sedia mentre stai per sederti. Forse hanno pesato i timori per il referendum, forse la paura di perdere consenso, forse il sospetto che l’amicizia con Trump assomigliasse troppo a Les Liaisons Dangereuses: seducente, utile, ma capace di lasciare ferite permanenti. Fatto sta che il governo italiano ha scelto una linea di cautela che, nel caos mondiale attuale, appare tanto comprensibile quanto indecifrabile. Perché in questo nuovo disordine globale nessuno pretende purezza morale: tutti pretendono chiarezza. Gli americani soprattutto. Preferiscono un avversario esplicito a un alleato esitante. La diplomazia vive di sfumature; gli imperi, invece, di fedeltà percepite. Il vaso ormai è rotto e raccogliere i cocci richiederà tempo. Anche perché i torti degli amici si dimenticano più difficilmente di quelli dei nemici. I nemici, almeno, hanno il buon gusto della coerenza. E qui torna utile Montanelli, che avrebbe probabilmente osservato con il suo consueto sarcasmo che l’Italia possiede un talento unico: riuscire a sedersi contemporaneamente su due sedie e stupirsi quando finisce inevitabilmente per terra. Giuseppe Arnò * Foto: archivio lagazzetta italo-brasiliana

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L’Europa in pantofole e lo zio stanco

Dopo ottant’anni di protezione a domicilio, gli Stati Uniti presentano il conto: non è cattiveria, è fine dello svezzamento. E prendersela con Trump è come litigare con il termometro perché segna la febbre. C’è qualcosa di profondamente italiano, e dunque perfettamente europeo, nel modo in cui il Vecchio Continente reagisce al disimpegno americano: si lamenta, si indigna, si stringe nel plaid e poi, con aria offesa, chiede chi pagherà il riscaldamento. La scena ricorda da vicino il dibattito sui “mammoni” nostrani. Restare a casa o andarsene? Cercare l’indipendenza o godersi la cena pronta? Per anni abbiamo raccontato questa storia come una commedia sociale: il figlio che resta non è pigro, è prudente; non è dipendente, è strategico. E in effetti, nel privato, la cosa può anche funzionare. Ma quando si passa dalla cucina alla geopolitica, il sugo cambia. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha scelto, per necessità, certo, ma poi anche per comodità, di fare esattamente questo: restare a casa. Solo che la casa era quella degli Stati Uniti. Lì ha trovato protezione, sicurezza, deterrenza. La NATO non è mai stata una confraternita di anime belle: è stata, molto più semplicemente, l’ombrello americano aperto sopra un continente ancora fradicio di storia. E sia chiaro: gli americani non sono mai stati il buon Samaritano con l’elmetto. Hanno fatto i loro interessi, piazzando basi, uomini e missili a pochi passi dall’orso russo. Un investimento, non un atto di carità. Ma, come ogni investimento, arriva il momento di rivedere i conti. Oggi quel momento è arrivato. Il mondo è cambiato, gli equilibri si sono spostati, le priorità pure. L’Asia chiama, la tecnologia corre, i bilanci scricchiolano. E allora Washington apre il cassetto, tira fuori i registri e, con la pazienza di un padre che ha già aspettato troppo, dice: “Adesso basta. Tocca a voi.” Apriti cielo. Opinionisti, commentatori, strateghi da salotto: tutti contro Donald Trump, colpevole, a sentir loro, di aver rotto il giocattolo. Ma prendersela con Trump è un esercizio sterile, quasi infantile. Trump non è la causa, è il sintomo. È il campanello che suona quando la festa è finita e qualcuno deve sparecchiare. La verità è molto meno teatrale e molto più scomoda: gli Stati Uniti si sono stancati di fare da chioccia. E, francamente, ne hanno diritto. Il problema, semmai, è l’Europa. Che nel frattempo si è abituata a una sicurezza “chiavi in mano”, sviluppando una burocrazia così sofisticata da riuscire a complicare anche l’atto di difendersi. Un continente capace di regolamentare il diametro delle zucchine ma incapace di decidere chi deve comprare i carri armati. Carlo Dossi lo aveva capito con largo anticipo: la burocrazia è una prigione dell’anima. E come tutte le prigioni, prima o poi produce due categorie: i rassegnati e gli evasi mentali. Non esattamente il materiale umano ideale per affrontare un mondo che torna a essere, senza troppi complimenti, competitivo e brutale. Perché il punto è proprio questo: la sicurezza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. E chi non sa garantirla, finisce per chiederla, o peggio, per subirla. Un’Europa che non si emancipa rischia di diventare ciò che la storia punisce più severamente: un territorio. Non un attore, ma un campo da gioco. “I cani mordono sempre lo sciancato”, dice il proverbio. E il mondo, oggi, di cani ne ha parecchi. Tra pressioni esterne, infiltrazioni politiche, ideologie improvvisate e un’anarchia travestita da libertà, l’Europa non può permettersi di zoppicare. Serve una scelta. Non ideologica, non retorica: adulta. Uscire di casa, pagarsi l’affitto, magari scoprire che il frigorifero non si riempie da solo. È faticoso, certo. Ma è anche l’unico modo per smettere di essere figli. E, soprattutto, per evitare di diventare orfani. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Addio ad Alex Zanardi, il campione che sfidò il destino

Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile   Se ne va Alex Zanardi, e con lui una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: si incidono. Aveva 60 anni, ma la sua esistenza ne conteneva almeno tre, forse quattro, tutte consumate con la stessa intensità febbrile di chi non accetta compromessi con la vita. Bolognese, pilota di Formula 1 negli anni Novanta, Zanardi era già allora molto più di un volante veloce: era un carattere, un sorriso ostinato, una fame di strada che non conosceva prudenza. Poi, nel 2001, l’incidente che avrebbe chiuso qualsiasi carriera e piegato qualsiasi volontà. Non la sua. L’amputazione delle gambe non segnò una fine, ma una deviazione: dolorosa, brutale, eppure fertile. Zanardi tornò. Non come simbolo, parola che lui stesso rifuggiva, ma come uomo che si rimette in gioco senza chiedere sconti. Il paraciclismo divenne la sua nuova pista, e lì costruì un’altra leggenda: quattro ori e due argenti tra Giochi paralimpici di Londra 2012 e Giochi paralimpici di Rio 2016. Non una rivincita, ma una conferma: il limite, per lui, era solo una linea da attraversare. Gli anni successivi furono un’altra battaglia, più silenziosa e più crudele. Interventi, coma, ospedali, e ancora una volta quel ritorno che sembrava impossibile. Accanto a lui, sempre, la famiglia: la moglie Daniela e il figlio Niccolò, custodi discreti di una forza che non aveva bisogno di platee. Zanardi è stato molte cose: pilota, atleta, esempio. Ma soprattutto è stato una smentita vivente del fatalismo, quella convinzione pigra secondo cui a un certo punto bisogna arrendersi. Lui no. Non si è mai arreso, nemmeno quando il corpo chiedeva tregua e il destino sembrava aver già scritto l’ultima riga. Ora quella riga è arrivata davvero. Eppure, a ben vedere, non chiude nulla. Perché certi uomini non finiscono: semplicemente smettono di correre sotto i nostri occhi, lasciando agli altri il compito, spesso disatteso, di provarci almeno una volta. E Zanardi, con la sua vita spericolatamente normale, ci aveva già detto tutto: che vincere è un dettaglio, mentre rialzarsi è un’arte. E lui, di quell’arte, è stato maestro. Di Redazione * Foto: Screenshot da filmato ilgiornale.it

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Gli onnivori del rancore: dieta quotidiana a base di talk show

Tra un dibattito urlato e un nemico immaginario, cresce una specie curiosa: si nutre di indignazione, digerisce male la democrazia e pretende il monopolio della verità. C’è chi vive con una certa grazia: famiglia, lavoro, qualche svago e un’occasionale lamentela, giusto per non perdere il gusto della conversazione civile. E poi c’è l’altra metà del palcoscenico: gli instancabili coltivatori di livore, quelli che fanno della politica non un interesse ma una dipendenza, non un confronto ma una guerra di religione. Li si riconosce subito. Non leggono: sorseggiano slogan. Non discutono: sibilano. Non ascoltano: aspettano il turno per sputare veleno, con la precisione del cobra sputatore. Ogni sera il loro rito è lo stesso: talk show come ostie laiche, sacerdoti di parte, e un’offerta quotidiana sull’altare dell’indignazione. Il giorno dopo si ricomincia, più affamati di prima. Sono gli infelici. Ma non tutti allo stesso modo. Ci sono quelli che soffrono la propria infelicità, e meritano almeno una stretta di mano, e quelli che la esibiscono con orgoglio, come una medaglia al valore ideologico. A questi ultimi si addice il pensiero di Giacomo Leopardi: l’uomo è infelice perché incontentabile. Solo che qui l’incontentabilità ha trovato un impiego fisso: l’opposizione permanente alla realtà. Perché la realtà, con la sua regola semplice, vince chi prende più voti, è indigesta. Meglio allora sostituirla con un mondo parallelo, dove si perde ma si ha sempre ragione, dove l’avversario non è un concorrente ma un usurpatore, e dove la democrazia è accettabile solo quando coincide con i propri desideri. A questa fauna si attaglia perfettamente la chiosa di Ennio Flaiano: “E vissero tutti infelici e scontenti”. Non è una battuta: è un programma politico. L’importante è restare scontenti, perché la soddisfazione toglierebbe loro l’unico carburante disponibile. Eppure la questione non è solo politica, è quasi igienica. Come osservava Marco Aurelio, la qualità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. Se i pensieri sono rancorosi, la vita si fa rancida. E così, ogni giorno, questi professionisti dell’indignazione apparecchiano la loro griglia: oggi il 25 aprile, domani un centro migranti, dopodomani una dichiarazione mal digerita. Carne al fuoco non manca mai; manca, semmai, l’appetito per la realtà. Si estingueranno, come una gramigna che ha esaurito il terreno? Difficile. La gramigna ha una virtù che la rende immortale: cresce meglio dove il terreno è trascurato. E il terreno della ragione, negli ultimi tempi, non gode di grande manutenzione. Del resto, come ricordava Robert Schuller, i tempi duri non durano, ma le persone toste sì. E questi sono tostissimi: resistono a ogni evidenza, impermeabili ai fatti, refrattari al dubbio. Finale Non temete, dunque, per la loro scomparsa: non accadrà. Gli infelici politici non si estinguono, si riciclano. Cambiano bandiera, lessico, perfino indignazione, ma restano fedeli a sé stessi: eterni oppositori della realtà. E, come tutte le abitudini difficili da perdere, continueranno a sopravvivere anche quando non serviranno più a nulla. Che, a ben vedere, è già successo. di Redazione * Foto by Canva

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L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

  Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia. Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione. Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese. In altre parole: la solita lista della spesa elettorale. La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile. L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa. Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles. È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento. Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico. Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo. In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali. Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica. Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!» La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia. Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo. Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale. L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più. È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale. Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera. Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti. I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito. Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno. Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito. Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa. «Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller. È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima. La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos. A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito. E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile. Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato. E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli. È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia. Il resto è propaganda. La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni. E non vota mai nessuno. In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il grande pascolo europeo

Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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