L’ira funesta… e il mondo che le va dietro

Tra ultimatum, scomuniche, guerre commerciali e scismi religiosi, il pianeta sembra aver sostituito la diplomazia con il megafono. E mentre tutti parlano, il buon senso aspetta ancora il suo turno. di Giuseppe Arnò C’era un tempo in cui la politica internazionale si esercitava nei salotti della diplomazia, tra sorrisi misurati e parole pesate con il bilancino. Oggi, invece, sembra essersi trasferita in un’arena dove vince chi urla più forte. Il dialogo è diventato un dettaglio; l’ultimatum, la regola. Donald Trump, fedele al proprio stile, continua a dispensare giudizi con la rapidità di un operatore di Borsa. Ce l’ha con la NATO, con alcuni alleati europei, con l’Iran, con chi, a suo dire, beneficia della protezione americana senza ricambiare adeguatamente il favore. Da imprenditore, il ragionamento è lineare: se uno paga il conto, pretende almeno che gli altri offrano il caffè. È una logica discutibile? Certamente. Ma è altrettanto difficile negare che, nella politica internazionale degli ultimi anni, gli interessi abbiano spesso prevalso sugli ideali. Del resto, tra alleanze strategiche e convenienze economiche, perfino le amicizie fra Stati sembrano ormai avere la durata di un contratto a termine. Le relazioni commerciali si interrompono con la stessa facilità con cui un tempo si cambiava il canale della televisione. Gli avversari diventano interlocutori, gli interlocutori tornano nemici, mentre le dichiarazioni ufficiali durano lo spazio di una conferenza stampa. Nel frattempo, il Medio Oriente continua a ricordarci che le guerre iniziano sempre con grandi parole e finiscono con lunghi silenzi. In Europa si discute di riarmo, di sicurezza, di deterrenza, come se la pace fosse ormai un lusso da conservare in archivio insieme ai trattati del secolo scorso. E mentre la geopolitica distribuisce minacce e promesse, anche il mondo religioso conosce le proprie tensioni. Gli scismi, le contestazioni, le divisioni interne dimostrano che perfino le istituzioni nate per unire non sono immuni dalla tentazione della frattura. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sorprendentemente simile: ciascuno convinto di possedere la verità, pochissimi disposti ad ascoltare quella degli altri. Così il pianeta procede, sospeso tra vertici internazionali, conferenze di pace, guerre commerciali, missili, dazi, comunicati ufficiali e inevitabili smentite. Ogni giorno sembra quello decisivo. Il giorno dopo ne arriva subito un altro, ancora più decisivo. Noi, spettatori di questo grande teatro globale, continuiamo a leggere titoli sempre più drammatici e dichiarazioni sempre più categoriche. Poi scopriamo che il mondo, nonostante tutto, continua a girare con ostinata indifferenza ai protagonismi dei suoi governanti. Forse aveva ragione Voltaire quando sosteneva che «il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno». Oggi il dubbio è diventato quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo nell’epoca delle certezze gridate e delle riflessioni sussurrate. Nel frattempo conviene non perdere il senso dell’ironia. È una delle poche risorse che non conosce inflazione e che nessuna superpotenza è ancora riuscita a tassare.   Alla maniera di Indro Montanelli «Le nazioni litigano come condomini che discutono sul pianerottolo: tutti convinti di avere ragione, nessuno disposto ad abbassare la voce. Poi, quando il palazzo comincia a scricchiolare, scoprono che il problema non era il vicino, ma le fondamenta. E quelle, purtroppo, non si riparano con un comunicato stampa.»   * Foto: Ultimate photo Blender mix

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Quando Giove pretende di fare l’arbitro

Lo sport può convivere con la politica, ma non può sopravvivere alla sua invadenza. Perché una partita senza regole uguali per tutti non è più una competizione: è soltanto una rappresentazione del potere. di Giuseppe Arnò Ogni epoca ha i suoi protagonisti. Alcuni lasciano il segno con le idee, altri con le opere. Altri ancora, più semplicemente, sono convinti che il mondo sia il palcoscenico costruito per ospitare la loro rappresentazione permanente. È un’antica debolezza del potere: confondere il consenso con l’onnipotenza. Di tanto in tanto un episodio ci ricorda quanto questa tentazione sia viva. Un intervento, una telefonata, una decisione che suscita interrogativi, una federazione chiamata a giustificare scelte che sembrano arrivare più dai corridoi del potere che dagli uffici dove si custodiscono i regolamenti. Poco importa quale sia il protagonista del momento. I nomi cambiano. Il problema resta. Ed è un problema che riguarda tutti. Lo sport è forse l’ultima grande istituzione civile nella quale milioni di persone accettano serenamente la sconfitta, purché abbiano la certezza che le regole siano state identiche per tutti. Il tifoso perdona un errore dell’arbitro. Persino una stagione disastrosa. Ciò che non perdona è il sospetto che il risultato sia stato influenzato da qualcosa che con il campo non ha nulla a che vedere. Perché la vera forza dello sport non risiede nei trofei, nei diritti televisivi o nei bilanci delle federazioni. Risiede nella fiducia. È una ricchezza invisibile. Nessuna federazione può iscriverla a bilancio, ma tutte vivono grazie ad essa. È il capitale morale che convince milioni di persone a credere che una gara inizi davvero sullo zero a zero e che nessuno parta con un vantaggio deciso nelle stanze del potere. Quando questa convinzione vacilla, lo sport perde molto più di una partita. Perde autorevolezza. La storia insegna che politica e sport non sono mai stati mondi separati. Dall’antica Olimpia fino ai Giochi moderni, passando per Berlino 1936, Città del Messico 1968 e le tensioni internazionali dei nostri giorni, le competizioni sportive hanno spesso riflesso le fratture del mondo. Sarebbe ingenuo immaginare una neutralità assoluta. Esiste però una differenza fondamentale. Una cosa è che la storia entri nello sport. Altra cosa è che il potere pretenda di entrarvi per modificarne le regole. È qui che nasce la sfiducia. Le norme possono certamente essere interpretate. Ma interpretare non significa piegare. Le eccezioni devono servire alla giustizia, non alla convenienza. Altrimenti il regolamento cessa di essere il fondamento della competizione e diventa uno strumento da utilizzare secondo l’identità di chi lo invoca. I Romani avevano condensato tutto questo in una formula destinata a sopravvivere ai secoli: quod licet Iovi, non licet bovi. Ciò che è concesso a Giove non è concesso al bue. Era la fotografia di una società fondata sui privilegi. Sorprende constatare quanto quella massima continui a riaffacciarsi nel nostro tempo, quasi che alcuni protagonisti della scena internazionale si sentano investiti di una sorta di diritto naturale a ottenere ciò che agli altri sarebbe semplicemente negato. Ma lo sport non dovrebbe conoscere né Giove né buoi. Dovrebbe conoscere soltanto il regolamento. È proprio questa la sua grandezza. Sul campo il cognome dovrebbe pesare meno del merito. La notorietà meno del talento. L’influenza meno del risultato. Quando ciò accade, nasce il rispetto. Quando non accade, nasce il sospetto. E il sospetto è il più subdolo avversario dello sport. Non urla. Non protesta. Non invade il campo. Si limita a insinuarsi nella mente degli spettatori, trasformando ogni decisione controversa in un dubbio permanente. Da quel momento non si discute più di calcio, di atletica o di olimpismo. Si discute della credibilità delle istituzioni. Ed è una partita infinitamente più difficile da vincere. Per questo le federazioni sportive, il Comitato Olimpico e ogni organismo chiamato a custodire l’equità delle competizioni dovrebbero ricordare che la loro autorevolezza non dipende dalla vicinanza ai potenti, ma dalla distanza che sanno mantenere da essi. L’indipendenza non è una forma di cortesia istituzionale. È la condizione stessa della loro esistenza. I potenti passeranno, come sempre accade. Cambieranno i governi, le maggioranze, i presidenti e perfino gli equilibri geopolitici. La credibilità, invece, una volta uscita dal campo, difficilmente rientra negli spogliatoi. E lo sport, senza credibilità, somiglia sempre meno a una gara e sempre più a un teatro. Con molti attori. Pochi campioni. E troppi Giove convinti che il regolamento sia stato scritto esclusivamente per i buoi.   * Photo Blender mixture

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Cambiare tutto, purché non cambi nessuno

Dall’Italia all’Europa, dalla politica alla Chiesa, il cambiamento è diventato lo slogan preferito di chi dimentica che la prima rivoluzione comincia sempre davanti allo specchio. C’è una parola che gode di un successo ininterrotto. Non conosce crisi, alternanze politiche né sconfitte elettorali. È una parola che si adatta a tutti i programmi, a tutte le stagioni e a tutte le maggioranze, comprese quelle che ancora devono nascere: cambiamento. Ogni congresso lo promette. Ogni manifestazione lo invoca. Ogni leader lo annuncia con l’entusiasmo di chi ha appena scoperto il fuoco. Si cambia l’Italia, si cambia l’Europa, si cambia il mondo. Manca soltanto qualcuno che proponga di cambiare il sistema solare, ma probabilmente è solo questione di tempo. Il problema è che il cambiamento, quello autentico, è un mestiere difficile. Richiede competenza, disciplina, autocritica e, soprattutto, la rara capacità di mettere in discussione se stessi prima degli altri. Qualità assai meno popolari degli slogan e infinitamente meno redditizie dal punto di vista elettorale. Del resto, Il Gattopardo aveva già archiviato la questione con una delle più celebri sentenze della letteratura: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.» Oggi, però, si è riusciti perfino a peggiorare il paradosso. Si annuncia il cambiamento senza cambiare nulla e, nel frattempo, si riesce ugualmente a peggiorare ciò che già funzionava poco. Molti secoli prima, Platone aveva intuito dove iniziasse ogni autentica rivoluzione: non nelle piazze, nei parlamenti o nei social network, ma nell’ordine interiore dell’uomo. Prima di rifare il mondo, suggeriva, sarebbe opportuno rimettere in ordine il proprio cuore. Un consiglio di una semplicità quasi offensiva, proprio perché pretende responsabilità personali invece di colpe collettive. Anche Viktor Frankl, sopravvissuto agli orrori della storia, ricordava che quando non possiamo cambiare una situazione, siamo chiamati a cambiare noi stessi. È una lezione che continua a risultare sorprendentemente impopolare. Cambiare sé stessi richiede sacrificio; cambiare gli altri basta prometterlo. E così ogni stagione politica ricomincia da capo. L’8 luglio, ad esempio, il cosiddetto Campo Largo si ritroverà a Napoli con uno slogan che promette di “cambiare l’Italia”. È un diritto, naturalmente, ed è persino auspicabile che chiunque ambisca a governare desideri migliorare il Paese. Il dubbio nasce altrove: possiede davvero gli strumenti per riuscirci? E, soprattutto, è disposto a cambiare prima i propri metodi, i propri limiti, le proprie contraddizioni? Perché la storia insegna una regola tanto semplice quanto spietata: le capacità non si improvvisano e i miracoli non si pianificano in conferenza stampa. Il motivatore americano Jim Rohn osservava che, per raggiungere grandi obiettivi, occorre modificare i propri sogni oppure accrescere le proprie capacità. È una formula tanto elementare quanto raramente applicata. Più comodo scegliere una terza via, quella immortalata dalla saggezza lombarda: “tirèmm innanz”. Andiamo avanti così, confidando che la realtà, per stanchezza, finisca con l’adattarsi alle nostre illusioni. Naturalmente non è un’esclusiva della politica. L’umanità intera coltiva questa illusione. Persino la Chiesa, che dispone di ben altri strumenti morali rispetto ai partiti, continua a scontrarsi con l’immutabilità del cuore umano. Anche Leone XIV, nei suoi primi mesi di pontificato, ha richiamato con forza alla fraternità, alla pace, alla responsabilità verso i più deboli e alla ricomposizione delle divisioni interne. Ma le guerre continuano, le contrapposizioni ecclesiali non evaporano e l’uomo resta ostinatamente affezionato ai propri pregiudizi. Segno che nemmeno l’autorità morale più alta dispone della bacchetta magica quando manca la disponibilità personale a cambiare. In fondo, la vera riforma è sempre la meno frequentata: quella di sé stessi. È faticosa, silenziosa e non produce fotografie di gruppo né hashtag di successo. Non riempie le piazze, ma cambia davvero le persone. E forse è proprio questo il motivo per cui continua a essere così poco praticata. La politica continua a promettere di cambiare il mondo. Il mondo, con ostinata ironia, continua a chiedere ai suoi riformatori un curriculum che cominci dallo specchio. Siamo certi che  Montanelli, davanti alla parola “cambiamento” usata come slogan universale, avrebbe alzato un sopracciglio e osservato: «In Italia il cambiamento è come l’orizzonte: tutti lo indicano, nessuno ci arriva.» Giuseppe Arnò * Foto archivio proprio

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EDITORIALE LUGLIO 2026

Luglio, il mese della memoria. L’Occidente allo specchio Vent’anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono agli anniversari. Le civiltà, invece, sopravvivono soltanto se ricordano chi sono. Civis Romanus sum. Tre parole che un tempo bastavano a definire un’appartenenza. Oggi dovrebbero bastare almeno a ricordarci che ogni civiltà sopravvive finché conserva coscienza di sé. Civis Romanus sum. Non era una semplice formula. Era un passaporto morale, prima ancora che giuridico. Bastavano tre parole per evocare una civiltà, un diritto, una cultura, un modo di concepire il mondo. Un cittadino romano non portava soltanto un nome: portava un’eredità. Forse oggi, nell’epoca delle identità liquide, dei confini elastici e delle mode globali che cambiano più rapidamente delle stagioni, quella locuzione latina potrebbe sembrare un reperto da museo. Eppure è proprio nei musei che si custodiscono le cose preziose, non quelle inutili. Vent’anni fa scompariva Oriana Fallaci. Il tempo ha compiuto il suo mestiere: ha consumato le polemiche, ma non ha cancellato le domande che ella pose con ostinazione. Anzi, molte di esse sembrano essersi accomodate in prima fila nel teatro del XXI secolo. “L’Occidente non dimentichi chi è.” Non era un invito alla nostalgia, bensì alla memoria. Due concetti che spesso vengono confusi. La nostalgia guarda indietro con malinconia; la memoria guarda avanti con consapevolezza. Viviamo in un tempo nel quale tutto scorre, come ricordava Eraclito. Panta rei. Cambiano gli equilibri geopolitici, le economie, le tecnologie, perfino il modo di parlare. Ma esistono realtà che non possono essere trattate come applicazioni da aggiornare ogni sei mesi: la storia, la cultura, l’identità di un popolo. L’Europa non nasce da un regolamento comunitario né da una direttiva scritta in burocratese. Nasce molto prima. Nasce ad Atene, dove si impara che la libertà richiede cittadini e non sudditi. Nasce a Roma, dove il diritto diventa il linguaggio della convivenza civile. Nasce a Gerusalemme, dove la dignità della persona assume un valore universale. Il resto è amministrazione. Già Erodoto raccontava che gli Ateniesi decisero di opporsi all’invasione persiana non soltanto per ragioni militari, ma perché si riconoscevano appartenenti allo to ellenikòn: comunanza di sangue, lingua, santuari, riti e costumi. Una definizione che oggi farebbe probabilmente convocare un convegno internazionale per discuterne la “problematicità”. Gli antichi, invece, combattevano. Non perché odiassero gli altri, ma perché amavano sé stessi. Ed è qui che il dibattito contemporaneo inciampa spesso nella stessa pietra. Difendere un’identità non significa disprezzarne altre. Custodire la propria casa non equivale a incendiare quella del vicino. Esiste una differenza sostanziale fra apertura e dissoluzione. L’Occidente è diventato grande proprio perché ha saputo dialogare, assimilare, innovare. Ma ogni dialogo presuppone due interlocutori riconoscibili. Se uno dei due rinuncia a essere sé stesso, il dialogo cessa e resta soltanto un lungo monologo della confusione. Oggi il rischio più sottile non è tanto un’invasione di eserciti quanto quella delle idee che suggeriscono che tutte le culture siano identiche, tutte le tradizioni intercambiabili, tutti i valori equivalenti. Se tutto vale allo stesso modo, alla fine non vale più nulla. La globalizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ha avvicinato continenti, economie e persone. Ma quando pretende di trasformare il mondo in un gigantesco centro commerciale dove perfino le identità diventano prodotti standardizzati, allora smette di essere uno strumento e diventa un fine. E le civiltà che smettono di distinguersi finiscono inevitabilmente per confondersi. Persino la mitologia greca raccontava questa differenza attraverso il contrasto fra Polluce e il barbaro Amico: l’uno rappresentazione della misura, dell’armonia e dell’eleganza; l’altro simbolo della forza priva di cultura. Non era una questione etnica, ma una metafora della civiltà. Naturalmente nessuno auspica scontri fra popoli o presunte gerarchie culturali. Sarebbe una caricatura della storia e un tradimento dell’intelligenza. Esiste però un principio che rimane attuale quanto il celebre Nosce te ipsum: chi dimentica la propria identità diventa facilmente ciò che altri decidono per lui. Per questo l’Europa dovrebbe recuperare il coraggio della propria autocoscienza. Non per erigere muri contro il mondo, ma per costruire fondamenta sotto la propria casa. Anche perché le case senza fondamenta non hanno bisogno di essere conquistate: basta aspettare che crollino da sole. In fondo aveva ragione anche l’antico stratega cinese quando osservava che “l’invincibilità sta nella difesa”. La difesa non è paura. È conoscenza di sé. È la serenità di chi sa cosa custodisce. E forse il miglior omaggio che possiamo rendere a Oriana Fallaci, vent’anni dopo, non consiste nel trasformarla in un’icona da celebrare una volta l’anno. Le idee, come le civiltà, non vivono di commemorazioni ma di confronto. Montanelli amava ricordare che «un popolo che perde la memoria perde anche il futuro». È una frase che oggi suona meno come una citazione e più come un promemoria. Perché il problema dell’Occidente non è sapere dove sta andando. È ricordarsi, prima di partire, da dove viene. Giuseppe Arnò   * Foto: Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported . Canva remixed

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La morale in saldo e il moralismo a prezzo pieno

Quando il tribunale dei social pretende di riscrivere la storia, spesso dimentica di leggere anche le note a piè di pagina. Ogni tanto i social network, non avendo nulla di meglio da riesumare, riportano alla luce qualche vecchia intervista di Indro Montanelli. Stavolta è tornato in circolazione il celebre spezzone nel quale il giornalista racconta della sua unione con una giovane etiope durante la campagna d’Africa. Naturalmente non circola l’intervista integrale, ma soltanto il frammento più adatto a sostenere il processo. Oggi, del resto, il montaggio ha sostituito l’istruttoria. L’accusa è semplice: immoralità. La difesa, invece, richiede qualche riga in più. Montanelli spiegava che ciò che sarebbe stato inaccettabile secondo il costume italiano non lo era nell’Abissinia di allora, dove quelle unioni erano conformi agli usi locali. Non pretendeva di esportare quella pratica in Italia, né sosteneva che ogni costume fosse moralmente esemplare; ricordava semplicemente un dato storico e culturale. I giuristi, meno inclini alle indignazioni improvvisate, conoscono da secoli un principio elementare: lex loci regit actum. L’atto, salvo eccezioni, è disciplinato dalla legge del luogo in cui viene compiuto. Non è un’assoluzione morale; è una regola di diritto internazionale privato che serve proprio a evitare l’anarchia giuridica. Confondere il diritto con il giudizio etico significa rendere un pessimo servizio a entrambi. Naturalmente, se oggi un cittadino italiano sposasse una minorenne in Italia, il problema non si porrebbe neppure: l’articolo 84 del Codice civile e l’intero sistema di tutela dei minori lo impedirebbero, con rilevanti conseguenze giuridiche. Ma proiettare automaticamente l’ordinamento odierno su vicende coloniali di quasi un secolo fa significa cedere a quella tentazione che gli storici chiamano presentismo: giudicare il passato esclusivamente con le categorie del presente. Questo non impedisce una valutazione morale. Anzi, la rende più seria. La morale non coincide con il moralismo. La prima cerca di comprendere il bene e il male nella complessità delle circostanze; il secondo si accontenta di distribuire patenti di virtù, preferibilmente retroattive. È la differenza che Giulio Andreotti sintetizzava con il suo consueto sarcasmo: «Distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla.» E Vittorio De Sica aggiungeva, con altrettanta ironia, che l’indignazione morale è spesso composta da una modesta percentuale di morale e da una ben più abbondante dose d’indignazione. Il punto, allora, non è stabilire se oggi quella vicenda susciti perplessità, è del tutto legittimo che le susciti, ma se sia corretto trasformare un frammento estrapolato dal suo contesto in un capo d’imputazione eterno. Curiosamente, la stessa società che pretende severità assoluta per fatti avvenuti nell’Abissinia degli anni Trenta mostra talvolta una sorprendente indulgenza verso pratiche culturali contemporanee, importate da altri Paesi e incompatibili con i principi fondamentali del nostro ordinamento, talora valutate dai tribunali anche alla luce del contesto culturale dell’autore. Non è una contraddizione da poco. La morale dovrebbe essere una bussola. Il moralismo, invece, assomiglia spesso a una banderuola: gira con il vento dell’opinione pubblica. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso la questione con una delle sue stoccate: i processi celebrati ottant’anni dopo i fatti hanno un vantaggio indiscutibile. Gli imputati non possono più cambiare la storia; gli accusatori, invece, possono cambiarne il racconto. Giuseppe Arnò * Foto Canva mix

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Il grande schermo parla italiano: a Rio si alza il sipario sulla XIII edizione di “8½ Festa del Cinema Italiano”

Dalla diplomazia alla cultura, dalle istituzioni al volontariato organizzativo: una serata di successo inaugura in Brasile una delle più amate rassegne dedicate al cinema italiano contemporaneo, confermando il fascino senza tempo del nostro Paese.     L’Italia continua a raccontarsi attraverso il suo cinema. E lo fa con il linguaggio universale delle emozioni, inaugurando la tredicesima edizione di 8½ Festa del Cinema Italiano, la rassegna che ogni anno porta il meglio della produzione cinematografica contemporanea nelle principali città brasiliane. L’edizione 2026 si svolge dal 25 giugno al 1° luglio in sedici città del Brasile, da Rio de Janeiro a San Paolo, da Brasilia a Belo Horizonte, passando per Recife, Salvador, Curitiba, Porto Alegre, Florianópolis e molte altre realtà, a conferma di un appuntamento ormai consolidato nel panorama culturale italo-brasiliano. L’apertura istituzionale è avvenuta a Brasilia, dove l’Ambasciatore d’Italia in Brasile, Alessandro Cortese, ha inaugurato la manifestazione nella Sala Nervi dell’Ambasciata, gremita di autorità, giornalisti, professionisti del settore e appassionati di cinema. L’iniziativa, sostenuta dall’Ambasciata d’Italia nell’ambito del progetto “Fare Cinema”, rappresenta oggi uno dei più importanti appuntamenti dedicati al cinema italiano contemporaneo fuori dai confini nazionali. Pochi giorni prima, a San Paolo, la serata di pre-apertura aveva visto protagonista il film Fuori di Mario Martone, alla presenza del Console Generale d’Italia Domenico Fornara, offrendo un’ulteriore testimonianza della vitalità della cinematografia italiana e dell’interesse che continua a suscitare presso il pubblico brasiliano. Ma è stata anche Rio de Janeiro, nella serata del 25 giugno, a vivere uno dei momenti più significativi della rassegna. Nonostante un clima poco favorevole, la partecipazione è stata straordinaria: la passione per il cinema italiano ha avuto la meglio sulla pioggia, richiamando un pubblico numeroso, composto da rappresentanti della collettività italiana, operatori culturali, giornalisti e tanti amici dell’Italia. La programmazione, ospitata fino al 1° luglio nelle sale Estação NET Rio ed Estação NET Gávea, offrirà al pubblico una selezione delle più interessanti produzioni italiane dell’ultima stagione, confermando la qualità artistica che ha reso il cinema italiano uno dei grandi ambasciatori della cultura nazionale. L’organizzazione della serata inaugurale si è distinta per efficienza, eleganza e attenzione ai dettagli. Un riconoscimento particolare va a Flavio Cenciarelli, direttore amministrativo del Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, e a tutti i suoi collaboratori, il cui lavoro ha contribuito in maniera determinante alla perfetta riuscita dell’evento. Ugualmente prezioso è stato il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro, che ancora una volta ha confermato professionalità, competenza e sensibilità nella promozione delle eccellenze culturali italiane, collaborando alla riuscita di una manifestazione ormai entrata stabilmente nel calendario degli appuntamenti culturali più attesi. A rendere ancora più piacevole l’incontro è stato il raffinato cocktail ispirato alla migliore tradizione gastronomica italiana, particolarmente apprezzato dagli ospiti. Un momento conviviale che ha valorizzato anche il Polo ItaliaNoRio, sempre più riconosciuto come punto di riferimento per la vita culturale e associativa della comunità italiana e per tutti coloro che guardano all’Italia come a un patrimonio di arte, cultura e stile di vita. Ancora una volta il cinema si è dimostrato molto più di uno spettacolo: è diventato un ponte fra due Paesi, un linguaggio comune capace di unire sensibilità diverse e di raccontare, attraverso le immagini, quella straordinaria ricchezza culturale che continua a fare dell’Italia un riferimento nel mondo. Perché i film finiscono con lo scorrere dei titoli di coda; l’amicizia fra i popoli, invece, continua ben oltre l’ultima scena. Giuseppe Arnò   Alcune immagini dell´evento Foto credito: lagazzetta italo-brasiliana

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Sigonella, il Tycoon e il selfie mancato

Quando la sovranità non si misura in fotografie, ma nella capacità di dire “no” Epicuro, che aveva il raro pregio di pensare prima di parlare, lasciò ai posteri una massima che sembra scritta apposta per certe cronache moderne: «È una cosa stolta supplicare gli dèi per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi da sé stesso.» Ora, immaginare Giorgia Meloni in fila per una fotografia con Donald Trump appartiene più alla letteratura fantastica che alla politica internazionale. Se davvero avesse desiderato immortalare l’amicizia con il Tycoon, avrebbe potuto avvicinarsi, sorridere e scattare un selfie. Operazione tecnicamente alla portata di chiunque possieda uno smartphone e una minima coordinazione motoria. Eppure una certa stampa e una porzione dei social network sembrano convinti che le relazioni tra Stati si misurino ormai in pixel, sorrisi e pose da album delle vacanze. Così un incontro mancato diventa un incidente diplomatico, una fotografia assente si trasforma in una crisi internazionale e un gesto ordinario assume i contorni di una tragedia shakespeariana. La realtà, come spesso accade, è molto meno teatrale e molto più interessante. Perché la questione non è se Meloni abbia ottenuto o meno una foto con Trump. La questione è che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere certificati di esistenza politica a Washington, Bruxelles, Pechino o a qualsiasi altra capitale del pianeta. Uno Stato sovrano non elemosina attenzione. Uno Stato sovrano decide. E quando serve, rifiuta. La memoria corre inevitabilmente a Sigonella. Ottobre 1985. Bettino Craxi si trovò davanti a Ronald Reagan in una delle più celebri prove di forza della Repubblica italiana. Gli Stati Uniti erano gli Stati Uniti di sempre: potenti, influenti e convinti di avere ragione. L’Italia era l’Italia di allora: spesso litigiosa, talvolta confusa, ma ancora capace di ricordarsi di essere una nazione indipendente. Per cinque giorni il mondo scoprì una verità sorprendente: anche Roma poteva dire no. E quel no venne ascoltato. Quarant’anni dopo, la storia sembra riproporre una versione meno drammatica ma non meno significativa dello stesso principio. Se davvero il governo italiano ha negato l’utilizzo di Sigonella a velivoli statunitensi che non avevano seguito le procedure previste dagli accordi bilaterali, il punto non è essere antiamericani o filostatunitensi. Il punto è un altro. Le basi sul territorio italiano si trovano in Italia. Sembra una banalità, ma in un’epoca in cui molti confondono l’alleanza con la subordinazione, vale la pena ricordarlo. Essere alleati non significa essere sudditi. L’amicizia tra nazioni funziona come quella tra persone civili: ci si rispetta proprio perché nessuno deve inginocchiarsi davanti all’altro. Naturalmente qualcuno troverà sempre scandaloso che un Paese eserciti la propria sovranità. C’è chi considera l’indipendenza una virtù solo quando viene praticata dagli altri. Quando invece riguarda l’Italia, improvvisamente diventa un problema, un incidente, una provocazione. Ma la sovranità ha una caratteristica curiosa: o esiste oppure non esiste. Non può essere esercitata a giorni alterni. Non può essere valida quando si approvano decisioni gradite e sospesa quando si pronunciano decisioni sgradite. Per questo il vero episodio interessante non è il presunto selfie mancato con Trump. È la riaffermazione di un principio che dovrebbe essere tanto ovvio quanto raro: l’Italia è una Repubblica indipendente e decide in casa propria. Il resto appartiene alle cronache rosa della geopolitica. Chiosa Montanelli avrebbe probabilmente osservato che gli imperi amano essere obbediti, i satelliti amano obbedire e le nazioni serie preferiscono essere rispettate. E il rispetto, come la dignità, ha una particolarità: non si chiede in prestito e non si ottiene con una fotografia. Si conquista ogni volta che si trova il coraggio di pronunciare una parola semplice, antica e sovrana: No. E, infine, le fotografie finiscono negli album. Le decisioni finiscono nei libri di storia. Giuseppe Arnò * Foto: Canva mix

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L’accordo di domani, smentito dopodomani

La diplomazia del forse ha trasformato la guerra in una lotteria informativa. E mentre i potenti giocano con le dichiarazioni, la pazienza dei cittadini arriva al cessate il fuoco prima dei cannoni. Amicus Plato, sed magis amica veritas. Mi è caro Platone, ma più cara la verità. Un principio antico che oggi rischia di sembrare un reperto archeologico, come le cabine telefoniche o le promesse elettorali mantenute. Sul Medio Oriente assistiamo ormai a uno spettacolo che assomiglia meno alla diplomazia e più a un’altalena da luna park. L’accordo c’è. Anzi no. Si firma domani. No, dopodomani. Forse a Islamabad. Forse a Ginevra. Forse in videoconferenza. Forse da nessuna parte. Una fonte conferma, un portavoce smentisce, un mediatore rilancia e un ministro rettifica. Il tutto nel giro di poche ore, come se la geopolitica fosse diventata una partita di ping-pong giocata con i comunicati stampa. George Orwell sosteneva che, in tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Se aveva ragione, oggi di rivoluzionari se ne vedono pochi. Da una parte Donald Trump annuncia firme imminenti e strette aperte al traffico mondiale; dall’altra Teheran invita alla prudenza e rinvia tutto a data da destinarsi. Nel mezzo si agitano pasdaran, ayatollah, strateghi, analisti e commentatori professionisti, ciascuno con la propria versione dei fatti, spesso incompatibile con quella precedente. Confessiamolo: ci siamo stancati. Non solo della guerra, delle sue vittime e delle sue devastazioni, ma anche di questa recita permanente in cui la notizia nasce già con la data di scadenza incorporata. Si annunciano svolte storiche con la stessa frequenza con cui si aggiornano le previsioni del tempo, salvo poi scoprire che il sole diplomatico era soltanto una nuvola mediatica. Nel frattempo i morti restano morti, le città restano distrutte e i popoli continuano a pagare il conto delle ambizioni altrui. Tutto questo per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. O peggio. Lev Šestov osservava che i padroni dell’umanità hanno sempre costruito sublimi menzogne per il prossimo. A giudicare dalle cronache di questi giorni, il mestiere gode ancora di ottima salute. Meno florida appare invece la pazienza dei cittadini, ormai ridotta all’osso da annunci, smentite, contro-smentite e verità provvisorie. Forse sarebbe il caso di riscoprire una virtù fuori moda: parlare soltanto quando si ha qualcosa di vero da dire. Sarebbe già un passo avanti. Non verso la pace, che richiede ben altro coraggio, ma almeno verso il rispetto dell’intelligenza di chi ascolta. E, di questi tempi, sarebbe quasi una rivoluzione. Chiusura alla Montanelli: i popoli chiedono la pace, i governi promettono la pace, i mediatori annunciano la pace. L’unica cosa che continua a mancare, curiosamente, è proprio la pace. Giuseppe Arnò

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Schegge di pensiero

I volenterosi, ma di che cosa? Volenterosi, sì. Ma di che? Di pace, di gloria o di appalti? La domanda non è peregrina e nemmeno cattiva: è semplicemente figlia dell’esperienza. Perché la storia insegna che, quando i cannoni tuonano ancora, c’è sempre qualcuno che comincia già a misurare le tende per il banchetto della ricostruzione. Il presidente francese, il premier britannico e il cancelliere tedesco si presentano come i primi violini dell’orchestra europea. Peccato che la sinfonia sia stata annunciata prima ancora di avere lo spartito. Si parla infatti di forze di pace, di contingenti internazionali, di coalizioni dei volenterosi e di scenari postbellici, mentre la guerra continua a reclamare vite e macerie. Il risultato è una curiosa inversione logica: si organizza il servizio ai tavoli quando il ristorante è ancora in fiamme. Secondo Londra, oltre trenta Paesi sarebbero pronti a partecipare alla futura missione di mantenimento della pace in Ucraina. Una notizia confortante, se non fosse che la pace, per il momento, continua a mancare all’appello. È come discutere sulla disposizione delle sdraio mentre la nave sta ancora cercando di evitare l’iceberg. L’Europa, che già fatica a trovare una voce unica sulle questioni più semplici, scopre improvvisamente una sorprendente unanimità nel discutere ciò che verrà dopo. Sul prima, invece, regna la consueta nebbia continentale. Italia e Polonia partecipano ai tavoli diplomatici, si convocano vertici, si redigono documenti e si distribuiscono dichiarazioni. Tutto molto importante, naturalmente. Resta però un dettaglio: chi sta costruendo la pace? Perché una sensazione si insinua, ostinata, tra le pieghe delle dichiarazioni ufficiali: che tra i pacifisti di professione e gli opportunisti di vocazione la distanza sia talvolta inferiore a quanto si creda. La pace è un ideale nobile; la ricostruzione, invece, è anche un gigantesco affare economico. E quando gli interessi bussano alla porta, il rischio è che la colomba venga accompagnata da un esercito di geometri, consulenti e mediatori finanziari. La scheggia finale San Giovanni Paolo II ricordava che la pace si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. Oggi, osservando certi dibattiti, viene il sospetto che qualcuno abbia aggiornato la formula: visibilità, conferenze, contratti e dividendi. La pace, quella vera, continua ad arrivare per ultima. Come sempre. Perché i santi la costruiscono; gli uomini, spesso, ne aspettano soltanto l’inaugurazione. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Due fuochi e una speranza

Dal Papa in Spagna ad Antonelli a Montecarlo: quando le fiamme possono illuminare invece che bruciare C’è un fuoco che divora e un fuoco che illumina. In questi giorni l’attualità ce ne offre due esempi, assai diversi tra loro, ma curiosamente accomunati dalla stessa metafora. Da una parte c’è Papa Leone, impegnato nel suo viaggio apostolico in Spagna tra Madrid, Barcellona e le Canarie. Un’agenda fitta di incontri con i reali, con il premier Sánchez, con le vittime degli abusi e con quanti vivono il dramma delle migrazioni. Temi pesanti come macigni, sui quali il Pontefice continua a battere un tasto che il mondo sembra ascoltare con attenzione intermittente: la pace. Il Papa ha definito ingiusta la guerra e ha invocato il negoziato per i conflitti che insanguinano il pianeta. Fa il suo mestiere, verrebbe da dire, e lo fa con la tenacia di chi continua a lanciare secchi d’acqua su un incendio che altri si ostinano ad alimentare. Resta però la domanda che accompagna ogni appello alla pace: basteranno le parole a fermare i professionisti della guerra? La storia non induce a facili ottimismi. Un conflitto si spegne e un altro si accende. L’umanità sembra aver trasformato l’emergenza in abitudine e la guerra in una sorta di rumore di fondo permanente. Forse Eraclito non aveva tutti i torti quando descriveva il mondo come un “fuoco vivo in eterno”, destinato ad accendersi e spegnersi secondo tempi che sfuggono alla comprensione degli uomini. Dall’altra parte troviamo un altro tipo di incendio: quello mediatico che accompagna ogni giovane talento dello sport moderno. Qui entra in scena Andrea Kimi Antonelli, reduce dall’ennesima prestazione che ha confermato il suo straordinario potenziale. Attorno a lui arde un fuoco diverso: quello dei social network, degli opinionisti istantanei, degli esperti a gettone e dei critici professionisti che oggi celebrano e domani processano. È un incendio meno devastante delle guerre, ma non per questo facile da attraversare. Eppure il giovane pilota bolognese sembra possedere una qualità sempre più rara: la capacità di non farsi consumare dalle fiamme della notorietà. A diciannove anni regge pressioni che farebbero vacillare molti veterani. Tanto da sorprendere persino chi, come Toto Wolff, è abituato a frequentare il talento ad altissima velocità. Forse la vera notizia non è la maturità di Antonelli, ma la nostra crescente sorpresa nel vedere un ragazzo comportarsi da adulto. Segno che il problema potrebbe non essere l’accelerazione delle nuove generazioni, bensì una certa decelerazione delle vecchie. Alla fine, dovendo scegliere tra i due fuochi, la preferenza è inevitabile. Quello che alimenta guerre, divisioni e tragedie merita di essere spento. Quello che accende il talento, la passione e la speranza può continuare a bruciare. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso osservando che il mondo non smette mai di giocare con il fuoco: la differenza sta nel capire se lo usa per incendiare una casa o per accendere una lampada. Oggi, purtroppo, di incendiari ce ne sono molti; di lampionai, un po’ meno. Ma finché qualcuno continua a provarci, dal Vaticano a un circuito di Formula 1, vale la pena conservare un filo di fiducia. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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