Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato
L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna.
Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina.
Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato.
I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti.
Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno.
Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta.
Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare.
I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro.
Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia.
Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia.
E adesso ci si stupisce.
Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli.
È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione.
Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina.
E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco.
L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza.
Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi.
Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla.
E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo.
Con le pecore.
E, purtroppo, non tutte a quattro zampe.
Giuseppe Arnò