Ovvero: come l’esasperazione ideologica trasforma le parole in armi e i buoni sentimenti in alibi a «In Occidente si.
Fuga verso la Luna, con scalo sulla cattiva coscienza
Più che conquista dello spazio, sembra l’elegante piano di evacuazione di un pianeta lasciato in disordine “Fly Me to the Moon”, cantava Frank Sinatra, quando il cielo era ancora il luogo dei sogni e non l’ultima speranza di chi sulla Terra ha combinato abbastanza guai da desiderare un domicilio alternativo. All’epoca era poesia americana: il fascino delle stelle, il mito della frontiera, la voce vellutata che accompagnava l’umanità verso il suo lato più nobile. Oggi, a sentir parlare di nuove missioni lunari, il ritornello suona meno come una serenata e più come il titolo di un decreto d’urgenza. Dopo oltre mezzo secolo, la NASA riaccende i motori e rilancia la corsa verso la Moon. Ufficialmente si tratta di scienza, progresso, ricerca, futuro. Parole impeccabili, di quelle che stanno bene nei comunicati stampa e nelle conferenze con bandiere sullo sfondo. Ma il cittadino comune, quella creatura ingenua che ancora si ostina a prendere sul serio le spiegazioni ufficiali, qualche domanda se la pone. Siamo davvero di fronte a una nuova epopea dell’ingegno umano? O siamo semplicemente alla fase avanzata del si salvi chi può? Perché, a ben vedere, la Terra offre oggi uno spettacolo meno rassicurante di quanto non faccia il vuoto cosmico. Guerre permanenti, crisi che cambiano nome ma non sostanza, diplomazie ridotte a monologhi isterici, economie che sopravvivono a colpi di annunci e conferenze. Il pianeta, più che un globo, somiglia a un condominio amministrato da inquilini litigiosi e da portinai incapaci. Viene allora il sospetto, e il sospetto, in politica, è spesso più sincero della verità, che la corsa allo spazio nasconda un secondo, meno confessabile obiettivo: preparare un’uscita di sicurezza. Prima la Luna, poi Marte, poi magari Neptune, purché abbastanza lontano da non sentire il rumore delle promesse elettorali e il fragore delle guerre che non finiscono mai. I governi, del resto, sono maestri nel presentare come ideale ciò che nasce da una necessità. Se la Terra diventa irrespirabile, non si dirà mai che si fugge: si parlerà di “nuovi orizzonti dell’umanità”. È il vecchio trucco di cambiare etichetta al fallimento. E qui l’ironia si fa quasi cronaca. Immaginiamo il giorno in cui i voli extraterrestri diventino popolari. Arriveranno le compagnie low cost: Ryanair Lunar, EasyJet Mars, posto vicino all’oblò a pagamento, ossigeno extra con supplemento, priorità d’imbarco per chi ha un incarico istituzionale o un faccendiere da accompagnare. Il vero dramma, però, sarebbe un altro. Se anche il cielo diventasse accessibile, le migrazioni seguirebbero l’uomo ovunque egli porti il proprio disordine. E allora, proprio come accade sulla Terra, i più influenti ripartirebbero ancora più lontano, verso pianeti sempre più remoti e biglietti sempre più costosi, così da ristabilire quella rassicurante distanza sociale che sulla Terra si era fatta difficile da difendere. In fondo, il progresso moderno sembra questo: non risolvere i problemi, ma spostarli di qualche milione di chilometri. Montanelli avrebbe forse chiuso con un sorriso obliquo, di quelli che sanno di sentenza: non cercano la Luna per elevare l’umanità, ma per sottrarre i responsabili al conto che la Terra, prima o poi, presenterà. Giuseppe Arnò * Foto by CANVA