Anche quest’anno, il 24 maggio 2025, si è svolta a Barcellona, nella cornice raffinata dell’El Palace Hotel, la XXVI.
L’Europa allo specchio: quando la paura vota all’unanimità
Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica. C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla. All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere. Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio. Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama. Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto. Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato. Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate. Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre. Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa. Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio. Giuseppe Arnò * Foto: Blender mixture