Pakistan mediatore, Europa spettatrice?

  Islamabad gioca a poker con tre mazzi di carte, Trump guarda verso il Mar Giallo e l’Europa scopre, con lieve ritardo storico, che forse il destino va scritto da soli C’è qualcosa di profondamente teatrale nel vedere il Pakistan ergersi a mediatore tra Stati Uniti e Iran. È un po’ come affidare la direzione di un corso sull’astinenza a un produttore di whisky scozzese: non impossibile, ma certamente pittoresco. Del resto, il Pakistan è così: un Paese che riesce nell’impresa quasi artistica di stare contemporaneamente dentro e fuori ogni partita. Un alleato americano che per anni ospitava il fantasma più ricercato del pianeta, Osama bin Laden; un partner della Cina che conversa con Teheran; un interlocutore occidentale che strizza l’occhio a mezzo continente asiatico. Altro che geopolitica: qui siamo alla ginnastica artistica diplomatica. Non stupisce allora che venga in mente Sigmund Freud, secondo cui la nevrosi nasce dall’incapacità di tollerare l’ambiguità. E con Islamabad l’ambiguità non è un incidente: è un modello operativo. Un marchio di fabbrica. Una forma d’arte. Anche Friedrich Nietzsche sosteneva che le azioni umane sono insondabili e ambigue. Verissimo. Ma una cosa è l’ambiguità filosofica, altra è scoprire, secondo indiscrezioni rilanciate dalla CBS, che mentre Islamabad facilitava il dialogo tra Washington e Teheran, avrebbe contemporaneamente ospitato asset aerei iraniani. A quel punto il tavolo diplomatico assomiglia più a una partita di tresette giocata con le carte segnate. Eppure, probabilmente, Donald Trump non disponeva di molte alternative. Fra una Russia sempre più temporeggiatrice e una Cina che osserva il mondo come un paziente giocatore di Go, Islamabad diventa il “meno peggio”. Un concetto che in diplomazia internazionale equivale più o meno a un certificato di garanzia. Ma la vera questione, per noi europei, è un’altra. Mentre Washington veleggia verso il Pacifico e il Mar Giallo, dove si decideranno i prossimi equilibri del secolo, l’Europa continua a interrogarsi su procedure, vertici, parametri, tavoli tecnici e dichiarazioni “fortemente preoccupate”. Come quei nobili decaduti che discutono dell’argenteria mentre il tetto del palazzo crolla. Ed è qui che arriva la sferzata del demiurgo Mario Draghi, insignito ad Aquisgrana del Premio Carlo Magno. Draghi ha ricordato una verità quasi offensiva nella sua semplicità: gli europei vogliono un’Europa che difenda libertà, prosperità e solidarietà. Tradotto dal linguaggio istituzionale: i cittadini chiedono un continente capace di smettere di chiedere il permesso per esistere. E forse il punto è proprio questo. Per decenni l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano come un figlio brillante ma eternamente adolescente: colto, sofisticato, ben vestito, ma incapace di pagarsi da solo l’affitto geopolitico. Ora però l’inquilino d’oltreoceano ha altri interessi, altri mari, altri avversari. E ci sta cortesemente comunicando che il mondo non ruota più attorno a Bruxelles. La domanda, dunque, non è se il Pakistan sia ambiguo. Lo è sempre stato e continuerà probabilmente a esserlo con ammirevole coerenza. La domanda è se l’Europa voglia finalmente diventare adulta. Perché nella storia i vuoti non restano mai vuoti: vengono riempiti. E chi non scrive il proprio destino finisce invariabilmente nelle note a piè di pagina di quello altrui. Trump guarda al Mar Giallo, la Cina guarda al mondo e il Pakistan guarda a tutti. Solo l’Europa continua a guardarsi allo specchio. Ma gli specchi, in geopolitica, non hanno mai fermato le invasioni della realtà. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il miracolo spagnolo e la fede dei gonzi

Quando la propaganda diventa economia creativa e i numeri vengono messi in castigliano stretto «Non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità». Lo scriveva Jorge Luis Borges e, come spesso capita ai grandi, aveva capito il mondo prima che il mondo capisse lui. Perché il cittadino medio, sommerso da titoli, talk show, editoriali indignati e grafici colorati, finisce per credere a tutto. Purché venga raccontato con tono serio, possibilmente da qualcuno in giacca blu e sopracciglia contratte davanti a una lavagna luminosa. Se poi il racconto conferma i propri pregiudizi politici, il gioco è fatto: la propaganda diventa verità rivelata. Una volta si diceva: «La disciplina è un’arma di vittoria». Era la retorica del Ventennio, fatta di slogan muscolari e frasi da incidere sul marmo. Oggi basterebbe aggiornare il motto: la propaganda è un’arma di vittoria.Nulla di nuovo sotto il sole: cambia il secolo, cambia la grafica televisiva, ma resta immutata la vecchia tentazione di piegare i fatti agli slogan. E infatti la guerra moderna non si combatte più con i cannoni ma con i titoli. Da una parte i numeri, dall’altra la narrazione. Da una parte l’analisi, dall’altra il tifo. Lo spiegava bene George Orwell quando definiva la propaganda «un’arma, come i cannoni o le bombe». E aveva ragione: oggi il bombardamento è mediatico, continuo, elegante e persino sorridente. Prendiamo il nuovo dogma continentale: il cosiddetto “miracolo spagnolo”.Un tempo c’era il “miracolo Zapatero”, oggi c’è il “miracolo Sánchez”. Cambia il santo sul santino, ma i fedeli sono sempre gli stessi. Naturalmente non parliamo di santi veri. Pedro Sánchez non moltiplica pani e pesci; moltiplica piuttosto conferenze stampa, narrazioni e articoli estatici di una certa stampa europea che, appena il centrodestra governa altrove, scopre improvvisamente il paradiso socialista dietro i Pirenei. Il racconto è noto: la Spagna vola, l’Italia arranca, Madrid illumina il futuro, Roma inciampa nel passato. Mancano solo le apparizioni mariane a Barcellona e il miracolo sarebbe completo. Peccato che i numeri, quando vengono letti interamente e non a fettine come il prosciutto iberico, raccontino una storia assai meno poetica. È vero: nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,8%, contro lo 0,5% italiano. Titolo perfetto. Apertura garantita. Editorialisti in estasi.Ma dietro quel numero si nasconde un dettaglio fastidioso, cioè la realtà. La crescita spagnola è soprattutto quantitativa: più popolazione, più immigrazione, più turismo. Non più produttività, non più innovazione, non più efficienza industriale. È una crescita “estensiva”, come direbbe qualche economista sobrio e quindi poco invitato in televisione. Infatti la produttività spagnola viene stimata in calo dello 0,3% nel periodo 2018-2027. E basta osservare il Pil pro capite per vedere il trucco del prestigiatore: dal 2019 al 2025 quello italiano cresce del 2,3%, mentre quello spagnolo cala dell’1,1%. Tradotto in lingua comprensibile: il cittadino medio italiano oggi sta leggermente meglio di prima del Covid; quello spagnolo un po’ peggio.Però il titolo “La Spagna cresce grazie all’immigrazione e al turismo di massa” vende meno di “Il miracolo progressista”. E i miracoli, si sa, richiedono fede, non contabilità. Anche sul lavoro la fanfara suona un po’ stonata. Il 90% dei nuovi posti creati tra 2024 e 2025 in Spagna è stato occupato da immigrati, concentrati soprattutto nei settori a basso valore aggiunto. Turismo, servizi, lavori stagionali. Utilissimi, per carità, ma lontani dall’epopea industriale raccontata nei salotti televisivi. Nel frattempo l’Italia continua ad avere una manifattura che vale circa il 20% del Pil, seconda in Europa. Roba noiosa, evidentemente. Fabbriche, export, distretti produttivi: cose che non fanno sognare gli editorialisti romantici. Eppure la bilancia commerciale italiana nel 2025 registra un surplus superiore ai 35 miliardi di euro, mentre la Spagna naviga in un deficit di circa 57 miliardi.Ma il deficit, se progressista, diventa improvvisamente poetico. Persino sui salari occorrerebbe un po’ di prudenza. Gli stipendi nominali spagnoli hanno superato quelli italiani? Sì. Ma i salari reali crescono appena del 5% dal 1995, contro il 31% medio Ocse. E negli ultimi anni il salario netto è persino diminuito per effetto del fiscal drag: più tasse silenziose, grazie all’inflazione. Però detta così è antipatico. Molto meglio raccontare il “modello Madrid”, possibilmente con una paella sullo sfondo. Poi c’è il capitolo energia, altro terreno fertile per la propaganda prêt-à-porter.La Spagna oggi ha prezzi elettrici inferiori all’Italia grazie alle rinnovabili. Verissimo. Solo che il sistema soffre anche di distorsioni, prezzi negativi e fragilità infrastrutturali che hanno già prodotto blackout e problemi di stabilità della rete. L’Italia invece possiede una delle reti di trasmissione più solide d’Europa grazie agli investimenti di Terna. E le imprese italiane consumano fino al 20% in meno di energia per produrre un euro di Pil rispetto a quelle spagnole. Dettagli. Fastidiosi dettagli.La propaganda, per funzionare, ha bisogno di semplificare. Molto. Possibilmente fino all’infantilismo. Così Madrid diventa il paradiso sociale, Roma il girone dei dannati e ogni dato viene stirato come una tovaglia nelle pensioni di Rimini: basta tirare un po’ agli angoli e tutto sembra perfetto. Il problema non è nemmeno che esista la propaganda. Quella è vecchia quanto il mondo. Il problema è che oggi si spaccia per informazione neutrale. E milioni di persone ci cascano con l’entusiasmo del turista davanti al venditore di Rolex sulla spiaggia. Alla fine, il vero miracolo spagnolo non è economico.È mediatico. Riuscire a convincere mezzo continente che una crescita trainata da turismo, debito e immigrazione sia la nuova frontiera del progresso europeo richiede infatti un talento straordinario. Più che un governo, un’agenzia pubblicitaria. E forse Borges aveva ragione fino in fondo: l’uomo crede facilmente a ciò che non conosce.Specie quando qualcuno glielo racconta con tono grave, grafico colorato e accento internazionale. Del resto, una volta si vendevano tappeti persiani.Oggi si vendono miracoli economici.Con la differenza che almeno i tappeti, ogni tanto, duravano più di una legislatura. di Redazione * Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ mix by Canva

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L’Europa in pantofole e lo zio stanco

Dopo ottant’anni di protezione a domicilio, gli Stati Uniti presentano il conto: non è cattiveria, è fine dello svezzamento. E prendersela con Trump è come litigare con il termometro perché segna la febbre. C’è qualcosa di profondamente italiano, e dunque perfettamente europeo, nel modo in cui il Vecchio Continente reagisce al disimpegno americano: si lamenta, si indigna, si stringe nel plaid e poi, con aria offesa, chiede chi pagherà il riscaldamento. La scena ricorda da vicino il dibattito sui “mammoni” nostrani. Restare a casa o andarsene? Cercare l’indipendenza o godersi la cena pronta? Per anni abbiamo raccontato questa storia come una commedia sociale: il figlio che resta non è pigro, è prudente; non è dipendente, è strategico. E in effetti, nel privato, la cosa può anche funzionare. Ma quando si passa dalla cucina alla geopolitica, il sugo cambia. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha scelto, per necessità, certo, ma poi anche per comodità, di fare esattamente questo: restare a casa. Solo che la casa era quella degli Stati Uniti. Lì ha trovato protezione, sicurezza, deterrenza. La NATO non è mai stata una confraternita di anime belle: è stata, molto più semplicemente, l’ombrello americano aperto sopra un continente ancora fradicio di storia. E sia chiaro: gli americani non sono mai stati il buon Samaritano con l’elmetto. Hanno fatto i loro interessi, piazzando basi, uomini e missili a pochi passi dall’orso russo. Un investimento, non un atto di carità. Ma, come ogni investimento, arriva il momento di rivedere i conti. Oggi quel momento è arrivato. Il mondo è cambiato, gli equilibri si sono spostati, le priorità pure. L’Asia chiama, la tecnologia corre, i bilanci scricchiolano. E allora Washington apre il cassetto, tira fuori i registri e, con la pazienza di un padre che ha già aspettato troppo, dice: “Adesso basta. Tocca a voi.” Apriti cielo. Opinionisti, commentatori, strateghi da salotto: tutti contro Donald Trump, colpevole, a sentir loro, di aver rotto il giocattolo. Ma prendersela con Trump è un esercizio sterile, quasi infantile. Trump non è la causa, è il sintomo. È il campanello che suona quando la festa è finita e qualcuno deve sparecchiare. La verità è molto meno teatrale e molto più scomoda: gli Stati Uniti si sono stancati di fare da chioccia. E, francamente, ne hanno diritto. Il problema, semmai, è l’Europa. Che nel frattempo si è abituata a una sicurezza “chiavi in mano”, sviluppando una burocrazia così sofisticata da riuscire a complicare anche l’atto di difendersi. Un continente capace di regolamentare il diametro delle zucchine ma incapace di decidere chi deve comprare i carri armati. Carlo Dossi lo aveva capito con largo anticipo: la burocrazia è una prigione dell’anima. E come tutte le prigioni, prima o poi produce due categorie: i rassegnati e gli evasi mentali. Non esattamente il materiale umano ideale per affrontare un mondo che torna a essere, senza troppi complimenti, competitivo e brutale. Perché il punto è proprio questo: la sicurezza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. E chi non sa garantirla, finisce per chiederla, o peggio, per subirla. Un’Europa che non si emancipa rischia di diventare ciò che la storia punisce più severamente: un territorio. Non un attore, ma un campo da gioco. “I cani mordono sempre lo sciancato”, dice il proverbio. E il mondo, oggi, di cani ne ha parecchi. Tra pressioni esterne, infiltrazioni politiche, ideologie improvvisate e un’anarchia travestita da libertà, l’Europa non può permettersi di zoppicare. Serve una scelta. Non ideologica, non retorica: adulta. Uscire di casa, pagarsi l’affitto, magari scoprire che il frigorifero non si riempie da solo. È faticoso, certo. Ma è anche l’unico modo per smettere di essere figli. E, soprattutto, per evitare di diventare orfani. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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L’Europa allo specchio: quando la paura vota all’unanimità

Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.   C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla. All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere. Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio. Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama. Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto. Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato. Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate. Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre. Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa. Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.   Giuseppe Arnò * Foto: Blender mixture

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Il grande pascolo europeo

Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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Il Consiglio europeo e la talpa con passaporto

Tra segreti di Pulcinella e diplomazie parallele, Bruxelles scopre che il silenzio è diventato un optional Dalle nostre parti si dice: “cieco come una talpa”. Ma a ben vedere, la talpa in questione non solo ci vede benissimo, ma prende anche appunti, e, a quanto pare, fa pure qualche telefonata. Il caso che agita i corridoi ovattati del Consiglio europeo somiglia sempre meno a un incidente di percorso e sempre più a un’abitudine consolidata: l’arte tutta magiara di stare al tavolo e, contemporaneamente, raccontare il menù a chi è rimasto fuori. L’eco delle conversazioni tra Budapest e Mosca, con il nome di Sergey Lavrov che aleggia come un convitato di pietra, ha il pregio,  si fa per dire, di rendere plastica una verità scomoda: i segreti europei hanno la consistenza di quelli di Pulcinella. Non è la prima volta che l’Ungheria gioca a fare il bastian contrario. Veti sistematici, smorfie diplomatiche e una certa inclinazione a guardare a Est più che a Bruxelles hanno già fatto storcere il naso a più di un partner. I Paesi baltici, con la Lituania in prima fila, da tempo osservano con diffidenza questo doppio registro. E lo stesso Donald Tusk non ha fatto mistero di considerare tutt’altro che sorprendenti certi contatti. Poi arrivano le ammissioni, quelle che non negano ma nemmeno confessano del tutto. Il ministro ungherese degli Esteri riconosce contatti con partner extra-UE prima e dopo le riunioni. Una sfumatura, certo. Ma in diplomazia le sfumature pesano come macigni. Non è la prova del passaggio di informazioni “in diretta”, ma è abbastanza per trasformare il sospetto in una certezza a metà, e, come tutte le mezze verità, ancora più inquietante. A questo punto il paragone cinematografico sorge spontaneo: persino Il terzo uomo, con le sue ombre e i suoi traffici sotterranei, appare quasi ingenuo. Lì almeno la talpa agiva nell’ombra. Qui, invece, sembra muoversi alla luce del sole, con tanto di badge istituzionale. Il problema, però, non è l’Ungheria, o non solo. È l’illusione europea di poter gestire dossier sensibili senza un reale perimetro di sicurezza politica. Se ogni Consiglio diventa una sala d’attesa con porte girevoli, tanto vale davvero invitare direttamente Mosca al tavolo: si risparmierebbe tempo e si guadagnerebbe in trasparenza, se non altro per coerenza. “Le mele marce vanno tolte”, si dice. Ma in Europa, più che un cesto, sembra esserci un buffet: e nessuno vuole essere il primo a sparecchiare. Alla fine, il nodo è semplice e imbarazzante: o il Consiglio europeo torna a essere un luogo di fiducia condivisa, oppure diventerà un teatro dove tutti recitano e qualcuno, dietro le quinte, passa il copione al pubblico sbagliato. E allora, per non smentire la tradizione, chiudiamola così: l’Europa non ha bisogno di nuove talpe. Quelle che ha, parlano già troppo. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Europa, condominio Babele

  Tra veti, distinguo e patriottismi a ore, l’Unione continua a parlare molte lingue e decidere poco. E così, a dritta e a manca, finisce sempre nel menù delle grandi potenze.   «… E il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro”. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9). L’antifona biblica sembra scritta per l’Europa di oggi. Non per castigo divino, ma per zelo umano: ogni popolo custodisce la propria lingua, il proprio interesse, il proprio distinguo. Il risultato è che il grande cantiere europeo somiglia sempre più a una raffinata Babele amministrativa, ricca di regolamenti e povera di decisioni comuni. Eppure il progetto europeo nacque con tutt’altra ambizione. Dopo la Seconda guerra mondiale l’idea era semplice: legare insieme gli interessi degli Stati per impedire che tornassero a combattersi. Il 9 maggio 1950 Robert Schuman propose la gestione comune di carbone e acciaio, primo passo verso una cooperazione stabile tra Paesi che fino a pochi anni prima si affrontavano sui campi di battaglia. Da quella intuizione nacque un percorso che portò al Trattato di Maastricht del 1992 e alla nascita formale dell’Unione europea. Negli anni successivi l’Unione si ampliò verso Est, ha costruito istituzioni comuni, introdotto la moneta unica e adottato una Carta dei diritti fondamentali. Sulla carta, un esperimento politico senza precedenti. Nella pratica, molto spesso, un coro dissonante. La crisi mediorientale ne offre un esempio. Di fronte alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, la posizione europea è apparsa tutt’altro che compatta. Francia, Germania e Gran Bretagna si sono dette «pronte ad azioni difensive» contro Teheran; la Spagna guidata da Pedro Sánchez ha invece scelto di smarcarsi apertamente rifiutando qualsiasi sostegno all’operazione americana. La scena è familiare: ventisette capitali, ventisette sensibilità, ventisette calcoli nazionali. Il problema non è la diversità delle opinioni. In una democrazia è persino salutare. Lo spiegava lo scienziato americano James B. Conant, secondo cui la democrazia è «un piccolo, solido nucleo centrale di accordo comune, circondato da una grande varietà di divergenze individuali». Il guaio europeo è che possediamo soprattutto la seconda parte della definizione. Il nucleo comune resta fragile. E quando si tratta di politica estera, sicurezza o strategia economica, ogni governo tende a scegliere la strada più conveniente per sé. Per diventare davvero univoca, l’Unione dovrebbe affrontare una questione delicata: limitare il diritto di veto nelle decisioni che contano davvero. Ma su questo terreno le sovranità nazionali difendono le proprie prerogative con zelo quasi sacrale. Così accade che, mentre le grandi potenze parlano con una sola voce, l’Europa continui a discuterne ventisette. Nei grattacieli di Bruxelles si lavora molto, si riunisce ancora di più e si decide con cautela infinita. E allora torna alla mente un vecchio aforisma attribuito a Giuseppe Tobia: forse quelle torri moderne non cercano il Dio dei cieli, ma il Dio del denaro. Può darsi. Ma anche il denaro, come la politica, ha bisogno di una lingua comune. E finché l’Europa continuerà a parlarne ventisette, la sua torre resterà alta, elegante, e incompiuta. Giuseppe Arnò ** La Torre di Babele di Pieter Bruegel il Vecchio, 1563. Questa è una fedele riproduzione fotografica di un’opera d’arte bidimensionale di pubblico dominio *

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Veto cercasi (per abolizione)

Sovranità o capriccio? L’Europa alla prova dell’articolo 7 C’è un problema chiamato Viktor Orbán. O, più precisamente, c’è un problema chiamato veto. Perché se l’Unione deve decidere su sanzioni a Mosca e sostegno a Kyiv e basta un solo Stato a dire “no”, magari per la ventesima volta, allora non siamo un’Unione: siamo un condominio litigioso dove l’ascensore resta fermo perché uno non vuole pagare la luce. A Bruxelles i diplomatici si dicono “sconvolti e frustrati”. Traduzione: hanno finito il vocabolario della pazienza. Il ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia è rimasto impigliato nel filo spinato dell’unanimità. E mentre si discute di prestiti all’Ucraina e di cooperazione industriale con gli Stati Uniti, la politica estera europea procede a strattoni, come un’auto con il freno a mano tirato. Da tempo si parla di abolire il diritto di veto. Non per cattiveria, ma per sopravvivenza. Se si vuole un’Europa che agisca e non solo interloquisca, che decida e non solo rinvii, occorre passare dall’unanimità alla maggioranza qualificata. Altrimenti ogni crisi diventa un referendum permanente sull’umore di turno. E se proprio non bastasse il buon senso, esiste il bisturi giuridico: l’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Non è una bomba atomica, ma un richiamo severo: prima la constatazione di un rischio grave per i valori comuni, poi, nei casi estremi, la sospensione di alcuni diritti, incluso il voto in Consiglio. Lo Stato resta vincolato agli obblighi, ma perde il megafono. In altre parole: partecipi alla squadra, ma non puoi sempre fischiare contro. Si dirà: misura drastica. Certo. Ma più drastico è restare paralizzati mentre la guerra ridisegna confini e alleanze. L’Europa non può essere ostaggio dell’ostruzionismo abituale, né trasformare la solidarietà in un optional. La sovranità nazionale è un valore; il sabotaggio sistematico, no. Qualcuno, con spirito cinematografico, ha evocato la battuta di Spirit – Stallion of the Cimarron: “Ti domerò con le buone o con le cattive”. Ecco, l’Unione non deve domare nessuno, ma ricordare che i trattati non sono un menù à la carte. O si condividono regole e responsabilità, oppure si resta soli, liberi, sì, ma fuori dal tavolo dove si decide. Abolire il veto non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore dell’Europa adulta. Perché l’Unione non può continuare a parlare al mondo con ventisette voci e un silenziatore. E se proprio qualcuno insiste a confondere la solidarietà con il ricatto, forse è tempo di ricordargli che l’Europa è una comunità di destino. Non un taxi: non si può scendere ogni volta che la corsa non piace. Giuseppe Arnò

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Scheletri in armadio ed Europa in emancipazione

Dalla telenovela Epstein ai dazi di Trump, tra polemiche infinite e medaglie d’oro: il Vecchio Continente prova a camminare con le proprie gambe. C’è un proverbio napoletano che dice: “Fa ’e nu pilo ’na trave”. Traduzione simultanea: fare di un pelo una trave. Gli inglesi, più asciutti, liquidano la faccenda con un to make a fuss about nothing. Noi, più teatrali, preferiamo la saga a puntate. Il caso Jeffrey Epstein, l’armadio della vergogna per eccellenza, è diventato una serie televisiva senza fine. Se negli archivi del defunto vi sono reati, la giustizia faccia il suo mestiere: la responsabilità penale è personale, si persegua il colpevole e si chiuda il sipario. Moralmente? Se un soggetto macchia un’istituzione, l’istituzione lo espelle. Punto. Il resto è sceneggiatura. Ma no. Si preferisce la nenia quotidiana, il colpo di scena, il nome altisonante che spunta come fungo dopo la pioggia. C’è chi si indigna, chi si appassiona, chi monetizza. Intanto il mondo gira e, distratti dagli armadi altrui, rischiamo di inciampare nei mobili di casa nostra. Oltreoceano, per esempio, un incollerito Donald Trump non l’ha presa bene con la Corte Suprema degli Stati Uniti che ha bocciato i suoi dazi. E quando il presidente è imprevedibile in tempi normali, figuriamoci in tempi di sconfitta: rilancia, minaccia, alza tariffe ai Paesi “che hanno derubato l’America per decenni”. L’eco arriva fino a Iran, che non dev’essere il luogo più sereno del pianeta in questo momento. E l’Europa? L’Europa, tra un sopracciglio aggrottato del Pentagono e una nota diplomatica, sta facendo qualcosa che non le si vedeva fare da tempo: si emancipa. Parla di difesa comune, di riarmo “made in Bruxelles”, di autonomia strategica. Non è ancora l’età adulta, ma almeno è l’uscita dall’adolescenza. E si sa: quando un figlio cresce, il genitore finge di sorridere ma controlla il conto in banca. Nel frattempo, in casa nostra, il dibattito resta sport nazionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano contro il magistrato Nicola Gratteri: “Vorrebbe indagare chi dice sì”. Meno male che il voto è segreto. In Italia anche le opinioni finiscono sotto osservazione, ma solo a parole, che da noi sono più affilate dei coltelli e meno pericolose delle forchette. Poi c’è la tristezza che non fa share ma pesa sul cuore: la morte di Domenico, gli avvisi di garanzia ai medici. In questo Paese non c’è pace neppure tra gli ulivi, figurarsi nei corridoi d’ospedale. Per fortuna c’è lo sport, che ogni tanto ci ricorda chi siamo quando smettiamo di litigare. Alle Olimpiadi invernali, nello skicross, doppietta azzurra: Simone Deromedis oro e Flora Tabanelli Tomason argento. Prime medaglie della storia in questa disciplina. Medagliere a quota 30. Lì sì che l’Europa, e l’Italia, sanno emanciparsi: senza polemiche, senza dossier, solo con il cronometro. Infine, una folla silenziosa a Assisi per gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi. Cinquecentomila persone per il Poverello che scavalca la fede e parla all’uomo. “Mentre proclami la pace con le tue labbra, fa’ attenzione ad averla ancora più pienamente nel tuo cuore.” Forse è qui il punto. Mentre rovistiamo negli armadi altrui e agitiamo travi per un pelo, il mondo chiede maturità. L’Europa prova a trovarla. L’America la cerca a colpi di dazi. Noi italiani la discutiamo in talk show. E intanto San Francesco, da ottocento anni, continua a ricordarci che la pace non si fa con i dossier, né con le tariffe, né con i referendum gridati. Si fa con un cuore un po’ più leggero e una lingua un po’ meno lunga. Il resto è telenovela. E le telenovele, si sa, non emancipano nessuno. Giuseppe Arnò

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Il mondo in fiamme e il cherubino somigliante

Tra cavi sottomarini, guerre ibride e guerriglia urbana, c’è chi scopre la premier Meloni in un affresco: l’arte come distrazione di massa x Se Ian Fleming fosse ancora tra noi, in quest’ultimo decennio non avrebbe avuto bisogno di sforzare la fantasia. Gli sarebbe bastato aprire un giornale. Iran, Gaza, Ucraina, Siria, Sudan, Congo: un catalogo dell’orrore degno di più trilogie di James Bond, senza nemmeno l’intervallo per il tè. E poi i mari del Nord, nuova frontiera del romanzo spionistico, dove le onde non portano solo freddo e merluzzi, ma cavi, dati, infrastrutture critiche e sospetti. Una nave cargo russa, la Sinegorsk, partita da Arkhangelsk, resta per ore immobile sopra i nervi scoperti della comunicazione transatlantica, al largo delle coste britanniche. La Royal Navy vigila, poi accompagna gentilmente l’imbarcazione lontano dalla zona sensibile. Versione ufficiale: maltempo. Versione alternativa, suggerita al Telegraph: nulla di più che una sosta prudente. Versione di Fleming: sabotaggio. E Bond, ovviamente, che sventa tutto, sistema i cavi, salva Sua Maestà e l’Europa, magari senza sgualcire lo smoking. Non è un caso isolato. Nel Baltico, tra Svezia e Danimarca, vengono tagliate sezioni di cavi sottomarini e su quella tratta navigava una nave mercantile cinese, la Yi Peng 3; non è stata incolpata e le indagini sono ancora in corso. Tra russi, cinesi e flotte ombra, il Mare del Nord somiglia sempre meno a un corridoio navigabile e sempre più a un supermercato geopolitico in cui tutto è in offerta, soprattutto i guai. La guerra ibrida non fa rumore, ma se sbagli a distrarti, ti lascia al buio. Qui non si combatte con i carri armati, ma con la disattenzione. E sorridendo. Intanto, mentre la tecnologia sorveglia i fondali oceanici, non sempre arriva nei vicoli delle nostre città. A Torino la guerra si fa ancora a colpi di pugni e spranghe, come nelle periferie peggiori delle metropoli. Poliziotti feriti, danni ingenti, scene da guerriglia urbana. Mettere ordine non è una parola reazionaria: è una necessità civile. E non è mai “troppo tardi”, come ricordava Adenauer. In politica, come nella vita, il tempo per rimediare esiste solo finché si ha il coraggio di farlo. In questo crogiuolo europeo, denso di crisi vere, concrete, misurabili, c’è però chi trova il tempo di fare battute. Battute che poi, come spesso accade, diventano speculazioni. Parliamo del celebre “viso d’angelo”. Non una fiction televisiva, ma un cherubino restaurato in un affresco della Basilica di San Lorenzo in Lucina, che secondo alcuni ricorderebbe il volto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Da qui, il passo verso il simbolismo politico, il messaggio nascosto, l’allusione celeste, è breve come un tweet. Ora, con tutto il rispetto per l’arte sacra, viene da pensare che Platone avesse ragione: l’arte imita l’apparenza, non la realtà. E soprattutto non governa, non legifera, non risolve crisi internazionali. Se poi vogliamo seguire Pasolini e prendere sul serio solo il non prendere nulla sul serio, allora facciamolo fino in fondo: archiviamo guerre, cavi tagliati e città in subbuglio, e concentriamoci sugli affreschi. Finiremo tutti, finalmente, a tarallucci e vino. Evviva. Ma Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso così: mentre il mondo chiede serietà, noi ci consoliamo con le somiglianze. È più facile riconoscere un volto in un cherubino che guardare in faccia la realtà. E infatti continuiamo a confondere l’arte con la politica. Con l’aggravante che l’arte, almeno, non promette nulla. Giuseppe Arnò

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