L’Islanda non abbocca all’amo di Bruxelles

Sovranità, pesca e risorse: Reykjavík sceglie di restare padrona del proprio destino. E c’è da capire perché.   Ci sono Paesi che bussano alla porta dell’Unione europea con l’entusiasmo di chi vede nell’adesione la soluzione a ogni problema. E poi c’è l’Islanda, che quella porta ha preferito lasciarla socchiusa, continuando a guardare l’Europa da vicino senza entrarvi dentro. Una scelta che, al netto della retorica europeista, appare assai meno irrazionale di quanto qualcuno vorrebbe far credere. Perché, in fondo, la domanda è semplice: cosa avrebbe realmente guadagnato Reykjavík entrando nell’Unione? La risposta, dal punto di vista islandese, è tutt’altro che scontata. Anzi. L’isola nordatlantica già partecipa allo Spazio economico europeo, e fa parte della NATO. In altre parole, beneficia di gran parte dei vantaggi del mercato europeo senza dover cedere quote significative della propria sovranità. Una posizione privilegiata che difficilmente avrebbe tratto ulteriori benefici dall’adesione piena. Il primo nodo è quello della pesca. Per l’Islanda non rappresenta semplicemente un comparto economico: è storia nazionale, identità, indipendenza. Le cosiddette Guerre del Merluzzo, combattute diplomaticamente e perfino con speronamenti navali contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta, dimostrano quanto gli islandesi considerino intoccabile il controllo delle proprie acque. Affidare a Bruxelles la regolamentazione di quote, catture, etichettature e commercializzazione avrebbe significato consegnare il cuore dell’economia nazionale a decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Sarebbe stato, per usare un’espressione cara ai pescatori, prendere il Paese… a pesci in faccia. Lo stesso discorso vale per l’agricoltura. In un territorio estremo, dove coltivare significa sfidare clima e natura, le regole costruite per i grandi produttori continentali rischierebbero di alterare un equilibrio delicato. Non si tratta di protezionismo ideologico, ma della consapevolezza che non tutti i sistemi economici possono essere infilati nello stesso stampo normativo. Poi c’è la questione energetica e mineraria. L’Islanda è un gigante della geotermia e produce gran parte della propria energia sfruttando il calore della Terra. Inoltre, il progressivo scioglimento dei ghiacci artici sta riportando al centro dell’attenzione internazionale il Nord Atlantico e le immense potenzialità minerarie ed energetiche dell’intera regione. Nessuno può dire con certezza quali ricchezze emergeranno domani, ma è proprio per questo che il controllo nazionale delle risorse assume un valore strategico crescente. Ed è qui che si arriva al vero punto della questione. Le recenti tensioni internazionali intorno alla Groenlandia hanno dimostrato come l’Artico sia diventato uno degli scacchieri geopolitici più importanti del XXI secolo. Quando in gioco entrano energia, minerali strategici e nuove rotte commerciali, la sovranità torna improvvisamente di moda. Napoleone osservava che «la sovranità non è un mantello che si indossa e si toglie a piacimento». Gli islandesi sembrano averlo capito benissimo. Restare fuori dall’Unione non significa isolarsi. Significa scegliere quali competenze condividere e quali conservare gelosamente. È una differenza sostanziale. In fondo, Reykjavík continua a commerciare con l’Europa, coopera con l’Europa, circola con l’Europa. Ma decide ancora in casa propria come gestire il mare, l’energia e le risorse naturali. Non è poco. Qualcuno definirà questa scelta egoismo. Gli islandesi preferiscono chiamarla indipendenza. L’Europa continuerà a vendere agli islandesi regolamenti. L’Islanda continuerà a vendere all’Europa merluzzo. E, tutto sommato, ciascuno farà il mestiere che gli riesce meglio. Giuseppe Arnò * Foto: Merluzzo by Ultimate foto Blender CC0 Dominio pubblico  

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L’Europa scopre l’immigrazione. Per l’ennesima volta

Da dieci anni si parla di emergenza. Ma ciò che si ripete puntualmente non è un’emergenza: è una politica. E finché l’Europa continuerà a litigare, l’unico confine davvero spalancato resterà quello dell’inconcludenza. «Succede sempre qualcosa di meraviglioso», titolava Gianluca Gotto. Già. Ma, a giudicare dalle cronache, il luogo dove i miracoli continuano a verificarsi è l’Europa. Non perché risolva i problemi. Perché riesce puntualmente a complicarli. Le espulsioni «si faranno», assicura il governo italiano. Antonio Tajani invoca «equilibrio» sulle Ong e replica gelidamente a Pedro Sánchez: «L’Italia non agisce per motivi elettorali. Forse la Spagna sì». Nel frattempo prende corpo un asse tra Roma e Copenaghen. Mette Frederiksen, premier socialista danese, si dichiara convinta sostenitrice dei controlli alle frontiere e prende le distanze dalla linea spagnola. Traduzione. Ambasciatori convocati. Dichiarazioni piccate. Schermaglie diplomatiche. Rapporti incrinati. Consigli europei trasformati in ring. Conferenze stampa dove tutti parlano e nessuno decide. Insomma, il solito spettacolo. Eppure la domanda è banale. Com’è possibile continuare a definire «emergenza» ciò che accade con matematica puntualità da oltre dieci anni? Le emergenze sono imprevedibili. Questa, invece, arriva all’ora stabilita. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambiano gli slogan. L’emergenza resta. Quando un fenomeno si ripete con questa regolarità non è più una contingenza: è il risultato di decisioni politiche, oppure della sistematica rinuncia a prenderle. È qui che il racconto ufficiale comincia a fare acqua. La sinistra continua a considerare qualsiasi richiesta di controllo come una resa ai populismi. La destra, al contrario, presenta ogni stretta come la soluzione definitiva. Gli uni spalancano il portone in nome dei diritti universali; gli altri lo sprangano lasciando appena qualche spiraglio… naturalmente munito di zanzariera europea certificata. La caricatura è voluta. Perché caricaturale è diventato il dibattito. Da una parte il respingimento elevato a religione civile. Dall’altra l’accoglienza trasformata in dogma morale. Nel mezzo, cioè dove normalmente dovrebbe abitare la politica, regna un deserto. Nel frattempo il mondo è cambiato. Evocare continuamente l’emigrazione italiana degli anni Cinquanta significa usare la storia come un alibi. Gli italiani partivano perché richiesti. Avevano un contratto, una destinazione, un lavoro. Scendevano nelle miniere di Marcinelle rischiando la vita, non per rivendicare privilegi, ma per conquistarsi una dignità. Nessuno pretendeva che il Paese ospitante cambiasse lingua, usanze o regole. L’integrazione non era uno slogan: era una necessità. Oggi i fenomeni migratori hanno dimensioni, motivazioni e implicazioni completamente diverse. Far finta che nulla sia mutato significa rifiutarsi di osservare la realtà. E la realtà, prima o poi, presenta il conto. Il vero convitato di pietra, però, resta sempre lui: la politica. Quella nazionale vive di campagne elettorali permanenti. Quella europea vive di compromessi permanenti. La prima usa l’immigrazione per vincere le elezioni. La seconda la utilizza per rinviare le decisioni. Alla fine, tutti trovano qualcosa da guadagnare. Tranne i cittadini europei. L’immigrazione non dovrebbe essere né un manifesto ideologico né un’arma propagandistica. È un problema complesso, che riguarda sicurezza, lavoro, demografia, diritti, integrazione, cooperazione internazionale e legalità. Ridurlo a una gara tra anime belle e sceriffi da comizio significa insultare l’intelligenza degli elettori. Perfino la giustizia europea farebbe bene a ricordare che il suo compito è applicare il diritto, non sostituirsi alla politica. Ulpiano lo aveva spiegato quasi duemila anni fa con una chiarezza che oggi sembra rivoluzionaria: honeste vivere, alterum non laedere, suum cuique tribuere. Vivere onestamente, non ledere gli altri, dare a ciascuno il suo. Non è molto. Ma sarebbe già un buon inizio. La politica è una brutta bestia. Non perché lo sia per natura. Perché ha imparato che alimentare i problemi rende più del risolverli. L’Europa, se vuole ancora meritare questo nome, smetta di mettere in scena il teatro delle dichiarazioni indignate e dei vertici inconcludenti. Governi il fenomeno, stabilisca regole comuni, le faccia rispettare e le difenda con una sola voce. Perché il vero confine che oggi appare spalancato non è quello geografico. È quello tra la responsabilità e l’irresponsabilità. E quando una civiltà smette di distinguerle, il rischio non è soltanto perdere il controllo dell’immigrazione. È perdere il controllo di sé stessa. L’Europa discute di immigrazione da oltre dieci anni. Dunque non è un’emergenza. È un metodo. * Di Giuseppe Arnò Foto Canva remix

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«Mancò il valore, non la fortuna»

Ceuta sotto assedio, Bruxelles sopra il tavolo: l’Europa scopre ancora una volta che i confini esistono, ma preferisce non parlarne troppo   Ad El Alamein, su un cippo che il tempo ha reso ancora più severo, fu scolpita una frase destinata a rimanere nella memoria: «Mancò la fortuna, non il valore». Per l’Europa di oggi, alle prese con l’ennesima emergenza migratoria, si potrebbe aggiornare la lapide con una formula assai meno eroica: «Mancò il valore, non la fortuna». La fortuna, infatti, l’Europa l’ha avuta. Ha avuto tempo, risorse, trattati, vertici, commissioni, commissari, esperti, tavoli di confronto e persino tavoli per preparare altri tavoli. Quello che sembra essere mancato, con una certa ostinazione, è il coraggio di decidere. Ceuta, ultimo capitolo di una storia che pare scriversi sempre con la stessa penna, docet. La città autonoma spagnola si è trovata ancora una volta alle prese con una pressione migratoria che ha messo a dura prova le autorità. Una parte dei migranti ha fatto ritorno in Marocco, stremata dalla fame e dalla sete; altri sono rimasti sul posto, mentre esercito e Guardia Civil cercano di contenere una situazione che, più che una sorpresa, sembra ormai una consuetudine. Il premier Pedro Sánchez si è ritrovato, come spesso accade ai governanti davanti alle emergenze, nella posizione dell’uomo che deve spiegare perché l’incendio non sia stato spento prima. Il re Felipe VI si è detto «preoccupato e indignato». Santiago Abascal, leader di Vox, ha invece indicato le responsabilità di Sánchez e del Marocco. Insomma, tutto regolare. Quando il problema arriva, la politica si mette immediatamente alla ricerca del colpevole. Se poi il problema non se ne va, si convoca una commissione per stabilire perché nessuno abbia previsto che sarebbe rimasto. Eppure, atteniamoci ai fatti. Quello di Ceuta è stato un assalto alla diligenza, ci si conceda l’iperbole. E non è una questione di simpatia o antipatia verso chi arriva. È una questione di numeri, di ordine pubblico, di sicurezza e, soprattutto, di buon senso. Perché una cosa è accogliere chi fugge dalla guerra, dalla fame o dalla persecuzione. Un’altra è lasciare che l’ingresso nei nostri Paesi diventi una faccenda affidata alla geografia, alla fortuna o alla resistenza fisica di chi tenta di superare una frontiera. Una frontiera che, peraltro, dovrebbe essere comune. L’Europa, però, sembra aver sviluppato una singolare forma di allergia alla parola «confine». La pronuncia con cautela, quasi fosse un termine politicamente scorretto. E così si discute di tutto: accoglienza, solidarietà, redistribuzione, integrazione, corridoi, quote. Tutto, tranne la domanda più semplice: chi entra, come entra e chi decide? Napoleone, con la consueta brutalità delle sue sentenze, sosteneva: «Chi ha voglia di rovinare gli uomini deve solo permettere loro tutto». Non sappiamo se pensasse all’Europa, ma oggi qualche funzionario di Bruxelles potrebbe almeno leggerla durante la pausa caffè. Oriana Fallaci ricordava che, quando si è in casa d’altri, bisogna accettare le regole di chi ospita, capire se si è desiderati o meno e scendere a patti con la realtà. Poi c’è Kin Hubbard, che con maggiore leggerezza osservava: «Nessuno è più amabile di un ospite inatteso». Vero. Ma, con tutto il rispetto per il povero Hubbard, un ospite inatteso è una persona che bussa alla porta. Una folla è un’altra cosa. E quando la folla diventa una marea, il padrone di casa dovrebbe almeno ricordarsi di avere una porta. Non vogliamo essere polemici. E neppure inospitali. Vorremmo soltanto che l’Europa comprendesse una verità elementare: l’accoglienza senza regole finisce per danneggiare tanto chi accoglie quanto chi viene accolto. Perché senza regole non c’è solidarietà: c’è improvvisazione. E l’improvvisazione, in politica, è spesso soltanto un altro nome dato all’incapacità di decidere. Signori di Bruxelles, dunque, una domanda semplice, quasi domestica: potreste, per una volta, decidere dove finisce la casa e dove comincia la strada? Chiosa alla Montanelli Il dramma di Ceuta finirà, prima o poi, sui giornali. La politica farà le sue dichiarazioni, Bruxelles esprimerà la sua «profonda preoccupazione», Madrid annuncerà nuove misure e qualche ministro prometterà che «non accadrà mai più». Poi accadrà di nuovo. E allora scopriremo, con l’aria sorpresa di chi vede per la prima volta la pioggia dopo aver guardato per mesi le nuvole, che il problema non era Ceuta. Il problema era che l’Europa, da troppo tempo, aveva confuso la frontiera con un’opinione. E le opinioni, si sa, non fermano le maree. Giuseppe Arnò

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Schegge di pensiero

I volenterosi, ma di che cosa? Volenterosi, sì. Ma di che? Di pace, di gloria o di appalti? La domanda non è peregrina e nemmeno cattiva: è semplicemente figlia dell’esperienza. Perché la storia insegna che, quando i cannoni tuonano ancora, c’è sempre qualcuno che comincia già a misurare le tende per il banchetto della ricostruzione. Il presidente francese, il premier britannico e il cancelliere tedesco si presentano come i primi violini dell’orchestra europea. Peccato che la sinfonia sia stata annunciata prima ancora di avere lo spartito. Si parla infatti di forze di pace, di contingenti internazionali, di coalizioni dei volenterosi e di scenari postbellici, mentre la guerra continua a reclamare vite e macerie. Il risultato è una curiosa inversione logica: si organizza il servizio ai tavoli quando il ristorante è ancora in fiamme. Secondo Londra, oltre trenta Paesi sarebbero pronti a partecipare alla futura missione di mantenimento della pace in Ucraina. Una notizia confortante, se non fosse che la pace, per il momento, continua a mancare all’appello. È come discutere sulla disposizione delle sdraio mentre la nave sta ancora cercando di evitare l’iceberg. L’Europa, che già fatica a trovare una voce unica sulle questioni più semplici, scopre improvvisamente una sorprendente unanimità nel discutere ciò che verrà dopo. Sul prima, invece, regna la consueta nebbia continentale. Italia e Polonia partecipano ai tavoli diplomatici, si convocano vertici, si redigono documenti e si distribuiscono dichiarazioni. Tutto molto importante, naturalmente. Resta però un dettaglio: chi sta costruendo la pace? Perché una sensazione si insinua, ostinata, tra le pieghe delle dichiarazioni ufficiali: che tra i pacifisti di professione e gli opportunisti di vocazione la distanza sia talvolta inferiore a quanto si creda. La pace è un ideale nobile; la ricostruzione, invece, è anche un gigantesco affare economico. E quando gli interessi bussano alla porta, il rischio è che la colomba venga accompagnata da un esercito di geometri, consulenti e mediatori finanziari. La scheggia finale San Giovanni Paolo II ricordava che la pace si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. Oggi, osservando certi dibattiti, viene il sospetto che qualcuno abbia aggiornato la formula: visibilità, conferenze, contratti e dividendi. La pace, quella vera, continua ad arrivare per ultima. Come sempre. Perché i santi la costruiscono; gli uomini, spesso, ne aspettano soltanto l’inaugurazione. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Pakistan mediatore, Europa spettatrice?

  Islamabad gioca a poker con tre mazzi di carte, Trump guarda verso il Mar Giallo e l’Europa scopre, con lieve ritardo storico, che forse il destino va scritto da soli C’è qualcosa di profondamente teatrale nel vedere il Pakistan ergersi a mediatore tra Stati Uniti e Iran. È un po’ come affidare la direzione di un corso sull’astinenza a un produttore di whisky scozzese: non impossibile, ma certamente pittoresco. Del resto, il Pakistan è così: un Paese che riesce nell’impresa quasi artistica di stare contemporaneamente dentro e fuori ogni partita. Un alleato americano che per anni ospitava il fantasma più ricercato del pianeta, Osama bin Laden; un partner della Cina che conversa con Teheran; un interlocutore occidentale che strizza l’occhio a mezzo continente asiatico. Altro che geopolitica: qui siamo alla ginnastica artistica diplomatica. Non stupisce allora che venga in mente Sigmund Freud, secondo cui la nevrosi nasce dall’incapacità di tollerare l’ambiguità. E con Islamabad l’ambiguità non è un incidente: è un modello operativo. Un marchio di fabbrica. Una forma d’arte. Anche Friedrich Nietzsche sosteneva che le azioni umane sono insondabili e ambigue. Verissimo. Ma una cosa è l’ambiguità filosofica, altra è scoprire, secondo indiscrezioni rilanciate dalla CBS, che mentre Islamabad facilitava il dialogo tra Washington e Teheran, avrebbe contemporaneamente ospitato asset aerei iraniani. A quel punto il tavolo diplomatico assomiglia più a una partita di tresette giocata con le carte segnate. Eppure, probabilmente, Donald Trump non disponeva di molte alternative. Fra una Russia sempre più temporeggiatrice e una Cina che osserva il mondo come un paziente giocatore di Go, Islamabad diventa il “meno peggio”. Un concetto che in diplomazia internazionale equivale più o meno a un certificato di garanzia. Ma la vera questione, per noi europei, è un’altra. Mentre Washington veleggia verso il Pacifico e il Mar Giallo, dove si decideranno i prossimi equilibri del secolo, l’Europa continua a interrogarsi su procedure, vertici, parametri, tavoli tecnici e dichiarazioni “fortemente preoccupate”. Come quei nobili decaduti che discutono dell’argenteria mentre il tetto del palazzo crolla. Ed è qui che arriva la sferzata del demiurgo Mario Draghi, insignito ad Aquisgrana del Premio Carlo Magno. Draghi ha ricordato una verità quasi offensiva nella sua semplicità: gli europei vogliono un’Europa che difenda libertà, prosperità e solidarietà. Tradotto dal linguaggio istituzionale: i cittadini chiedono un continente capace di smettere di chiedere il permesso per esistere. E forse il punto è proprio questo. Per decenni l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano come un figlio brillante ma eternamente adolescente: colto, sofisticato, ben vestito, ma incapace di pagarsi da solo l’affitto geopolitico. Ora però l’inquilino d’oltreoceano ha altri interessi, altri mari, altri avversari. E ci sta cortesemente comunicando che il mondo non ruota più attorno a Bruxelles. La domanda, dunque, non è se il Pakistan sia ambiguo. Lo è sempre stato e continuerà probabilmente a esserlo con ammirevole coerenza. La domanda è se l’Europa voglia finalmente diventare adulta. Perché nella storia i vuoti non restano mai vuoti: vengono riempiti. E chi non scrive il proprio destino finisce invariabilmente nelle note a piè di pagina di quello altrui. Trump guarda al Mar Giallo, la Cina guarda al mondo e il Pakistan guarda a tutti. Solo l’Europa continua a guardarsi allo specchio. Ma gli specchi, in geopolitica, non hanno mai fermato le invasioni della realtà. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il miracolo spagnolo e la fede dei gonzi

Quando la propaganda diventa economia creativa e i numeri vengono messi in castigliano stretto «Non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità». Lo scriveva Jorge Luis Borges e, come spesso capita ai grandi, aveva capito il mondo prima che il mondo capisse lui. Perché il cittadino medio, sommerso da titoli, talk show, editoriali indignati e grafici colorati, finisce per credere a tutto. Purché venga raccontato con tono serio, possibilmente da qualcuno in giacca blu e sopracciglia contratte davanti a una lavagna luminosa. Se poi il racconto conferma i propri pregiudizi politici, il gioco è fatto: la propaganda diventa verità rivelata. Una volta si diceva: «La disciplina è un’arma di vittoria». Era la retorica del Ventennio, fatta di slogan muscolari e frasi da incidere sul marmo. Oggi basterebbe aggiornare il motto: la propaganda è un’arma di vittoria.Nulla di nuovo sotto il sole: cambia il secolo, cambia la grafica televisiva, ma resta immutata la vecchia tentazione di piegare i fatti agli slogan. E infatti la guerra moderna non si combatte più con i cannoni ma con i titoli. Da una parte i numeri, dall’altra la narrazione. Da una parte l’analisi, dall’altra il tifo. Lo spiegava bene George Orwell quando definiva la propaganda «un’arma, come i cannoni o le bombe». E aveva ragione: oggi il bombardamento è mediatico, continuo, elegante e persino sorridente. Prendiamo il nuovo dogma continentale: il cosiddetto “miracolo spagnolo”.Un tempo c’era il “miracolo Zapatero”, oggi c’è il “miracolo Sánchez”. Cambia il santo sul santino, ma i fedeli sono sempre gli stessi. Naturalmente non parliamo di santi veri. Pedro Sánchez non moltiplica pani e pesci; moltiplica piuttosto conferenze stampa, narrazioni e articoli estatici di una certa stampa europea che, appena il centrodestra governa altrove, scopre improvvisamente il paradiso socialista dietro i Pirenei. Il racconto è noto: la Spagna vola, l’Italia arranca, Madrid illumina il futuro, Roma inciampa nel passato. Mancano solo le apparizioni mariane a Barcellona e il miracolo sarebbe completo. Peccato che i numeri, quando vengono letti interamente e non a fettine come il prosciutto iberico, raccontino una storia assai meno poetica. È vero: nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,8%, contro lo 0,5% italiano. Titolo perfetto. Apertura garantita. Editorialisti in estasi.Ma dietro quel numero si nasconde un dettaglio fastidioso, cioè la realtà. La crescita spagnola è soprattutto quantitativa: più popolazione, più immigrazione, più turismo. Non più produttività, non più innovazione, non più efficienza industriale. È una crescita “estensiva”, come direbbe qualche economista sobrio e quindi poco invitato in televisione. Infatti la produttività spagnola viene stimata in calo dello 0,3% nel periodo 2018-2027. E basta osservare il Pil pro capite per vedere il trucco del prestigiatore: dal 2019 al 2025 quello italiano cresce del 2,3%, mentre quello spagnolo cala dell’1,1%. Tradotto in lingua comprensibile: il cittadino medio italiano oggi sta leggermente meglio di prima del Covid; quello spagnolo un po’ peggio.Però il titolo “La Spagna cresce grazie all’immigrazione e al turismo di massa” vende meno di “Il miracolo progressista”. E i miracoli, si sa, richiedono fede, non contabilità. Anche sul lavoro la fanfara suona un po’ stonata. Il 90% dei nuovi posti creati tra 2024 e 2025 in Spagna è stato occupato da immigrati, concentrati soprattutto nei settori a basso valore aggiunto. Turismo, servizi, lavori stagionali. Utilissimi, per carità, ma lontani dall’epopea industriale raccontata nei salotti televisivi. Nel frattempo l’Italia continua ad avere una manifattura che vale circa il 20% del Pil, seconda in Europa. Roba noiosa, evidentemente. Fabbriche, export, distretti produttivi: cose che non fanno sognare gli editorialisti romantici. Eppure la bilancia commerciale italiana nel 2025 registra un surplus superiore ai 35 miliardi di euro, mentre la Spagna naviga in un deficit di circa 57 miliardi.Ma il deficit, se progressista, diventa improvvisamente poetico. Persino sui salari occorrerebbe un po’ di prudenza. Gli stipendi nominali spagnoli hanno superato quelli italiani? Sì. Ma i salari reali crescono appena del 5% dal 1995, contro il 31% medio Ocse. E negli ultimi anni il salario netto è persino diminuito per effetto del fiscal drag: più tasse silenziose, grazie all’inflazione. Però detta così è antipatico. Molto meglio raccontare il “modello Madrid”, possibilmente con una paella sullo sfondo. Poi c’è il capitolo energia, altro terreno fertile per la propaganda prêt-à-porter.La Spagna oggi ha prezzi elettrici inferiori all’Italia grazie alle rinnovabili. Verissimo. Solo che il sistema soffre anche di distorsioni, prezzi negativi e fragilità infrastrutturali che hanno già prodotto blackout e problemi di stabilità della rete. L’Italia invece possiede una delle reti di trasmissione più solide d’Europa grazie agli investimenti di Terna. E le imprese italiane consumano fino al 20% in meno di energia per produrre un euro di Pil rispetto a quelle spagnole. Dettagli. Fastidiosi dettagli.La propaganda, per funzionare, ha bisogno di semplificare. Molto. Possibilmente fino all’infantilismo. Così Madrid diventa il paradiso sociale, Roma il girone dei dannati e ogni dato viene stirato come una tovaglia nelle pensioni di Rimini: basta tirare un po’ agli angoli e tutto sembra perfetto. Il problema non è nemmeno che esista la propaganda. Quella è vecchia quanto il mondo. Il problema è che oggi si spaccia per informazione neutrale. E milioni di persone ci cascano con l’entusiasmo del turista davanti al venditore di Rolex sulla spiaggia. Alla fine, il vero miracolo spagnolo non è economico.È mediatico. Riuscire a convincere mezzo continente che una crescita trainata da turismo, debito e immigrazione sia la nuova frontiera del progresso europeo richiede infatti un talento straordinario. Più che un governo, un’agenzia pubblicitaria. E forse Borges aveva ragione fino in fondo: l’uomo crede facilmente a ciò che non conosce.Specie quando qualcuno glielo racconta con tono grave, grafico colorato e accento internazionale. Del resto, una volta si vendevano tappeti persiani.Oggi si vendono miracoli economici.Con la differenza che almeno i tappeti, ogni tanto, duravano più di una legislatura. di Redazione * Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ mix by Canva

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L’Europa in pantofole e lo zio stanco

Dopo ottant’anni di protezione a domicilio, gli Stati Uniti presentano il conto: non è cattiveria, è fine dello svezzamento. E prendersela con Trump è come litigare con il termometro perché segna la febbre. C’è qualcosa di profondamente italiano, e dunque perfettamente europeo, nel modo in cui il Vecchio Continente reagisce al disimpegno americano: si lamenta, si indigna, si stringe nel plaid e poi, con aria offesa, chiede chi pagherà il riscaldamento. La scena ricorda da vicino il dibattito sui “mammoni” nostrani. Restare a casa o andarsene? Cercare l’indipendenza o godersi la cena pronta? Per anni abbiamo raccontato questa storia come una commedia sociale: il figlio che resta non è pigro, è prudente; non è dipendente, è strategico. E in effetti, nel privato, la cosa può anche funzionare. Ma quando si passa dalla cucina alla geopolitica, il sugo cambia. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha scelto, per necessità, certo, ma poi anche per comodità, di fare esattamente questo: restare a casa. Solo che la casa era quella degli Stati Uniti. Lì ha trovato protezione, sicurezza, deterrenza. La NATO non è mai stata una confraternita di anime belle: è stata, molto più semplicemente, l’ombrello americano aperto sopra un continente ancora fradicio di storia. E sia chiaro: gli americani non sono mai stati il buon Samaritano con l’elmetto. Hanno fatto i loro interessi, piazzando basi, uomini e missili a pochi passi dall’orso russo. Un investimento, non un atto di carità. Ma, come ogni investimento, arriva il momento di rivedere i conti. Oggi quel momento è arrivato. Il mondo è cambiato, gli equilibri si sono spostati, le priorità pure. L’Asia chiama, la tecnologia corre, i bilanci scricchiolano. E allora Washington apre il cassetto, tira fuori i registri e, con la pazienza di un padre che ha già aspettato troppo, dice: “Adesso basta. Tocca a voi.” Apriti cielo. Opinionisti, commentatori, strateghi da salotto: tutti contro Donald Trump, colpevole, a sentir loro, di aver rotto il giocattolo. Ma prendersela con Trump è un esercizio sterile, quasi infantile. Trump non è la causa, è il sintomo. È il campanello che suona quando la festa è finita e qualcuno deve sparecchiare. La verità è molto meno teatrale e molto più scomoda: gli Stati Uniti si sono stancati di fare da chioccia. E, francamente, ne hanno diritto. Il problema, semmai, è l’Europa. Che nel frattempo si è abituata a una sicurezza “chiavi in mano”, sviluppando una burocrazia così sofisticata da riuscire a complicare anche l’atto di difendersi. Un continente capace di regolamentare il diametro delle zucchine ma incapace di decidere chi deve comprare i carri armati. Carlo Dossi lo aveva capito con largo anticipo: la burocrazia è una prigione dell’anima. E come tutte le prigioni, prima o poi produce due categorie: i rassegnati e gli evasi mentali. Non esattamente il materiale umano ideale per affrontare un mondo che torna a essere, senza troppi complimenti, competitivo e brutale. Perché il punto è proprio questo: la sicurezza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. E chi non sa garantirla, finisce per chiederla, o peggio, per subirla. Un’Europa che non si emancipa rischia di diventare ciò che la storia punisce più severamente: un territorio. Non un attore, ma un campo da gioco. “I cani mordono sempre lo sciancato”, dice il proverbio. E il mondo, oggi, di cani ne ha parecchi. Tra pressioni esterne, infiltrazioni politiche, ideologie improvvisate e un’anarchia travestita da libertà, l’Europa non può permettersi di zoppicare. Serve una scelta. Non ideologica, non retorica: adulta. Uscire di casa, pagarsi l’affitto, magari scoprire che il frigorifero non si riempie da solo. È faticoso, certo. Ma è anche l’unico modo per smettere di essere figli. E, soprattutto, per evitare di diventare orfani. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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L’Europa allo specchio: quando la paura vota all’unanimità

Tra veti, tremori e virtù dichiarate, l’Unione inciampa nella sua ombra e chiama prudenza ciò che, più semplicemente, è esitazione cronica.   C’è un’Europa che parla ventiquattro lingue, ma quando deve decidere balbetta in tutte. Un continente che ha inventato il diritto, ma che davanti al proprio diritto di veto si comporta come davanti a una reliquia: la venera, la teme e soprattutto non osa toccarla. All´ Unione Europea capita così di vivere al cardiopalma ogni volta che un Paese membro, meglio se con passato nell’ex orbita sovietica, si presenta alle urne. In Commissione Europea si trattiene il fiato: sarà un governo filorusso? euroscettico? o, miracolo dei miracoli, semplicemente governativo? Nel frattempo, il Consiglio dell’Unione Europea si riunisce, discute, riflette… e spesso rinvia, che è la forma più elegante di non decidere. Gli esempi non mancano. L’Ungheria è diventata una sorta di cartina di tornasole ideologica: se piove a Budapest, a Bruxelles si aprono gli ombrelli. La Bulgaria, dal canto suo, contribuisce con instabilità politica che fa sembrare la normalità un’ipotesi accademica. E così l’Europa si scopre fragile non tanto per ciò che accade, ma per come reagisce: con il tremore di chi teme più la propria ombra che il buio. Eppure, la soluzione, almeno sulla carta, è disarmante nella sua semplicità. Eliminare il diritto di veto, trasformare la politica estera in qualcosa di più di una riunione di buone intenzioni, dotarsi di un vero ministero economico e, già che ci siamo, di una difesa comune che non sia un esercizio retorico. In altre parole: diventare ciò che si proclama. Naturalmente, qui iniziano i sospetti. Perché ciò che è semplice raramente è facile, e ciò che è facile raramente è voluto. Viene allora da chiedersi se esistano motivi meno dichiarabili, chiamiamoli “equilibri sensibili”, per non turbare gli animi, che rendono ogni riforma strutturale una specie di miraggio istituzionale. Troppi interessi, troppe paure, troppa abitudine alla comodità dell’incompiuto. Nel frattempo, l’Europa coltiva il suo paradosso preferito: allargarsi senza approfondirsi. Si accoglie, si integra, si celebra la diversità, purché non intralci la procedura. Ma una casa con trenta stanze e trenta chiavi diverse finisce per avere un solo inquilino: il caos, debitamente regolamentato. Ridurre il numero dei burocrati? Sfoltire i parlamentari? Bandire con decisione i corrotti? Ottime idee, quasi rivoluzionarie nella loro ovvietà. Ma proprio per questo destinate a restare sospese tra il plauso e l’oblio, come certe promesse elettorali che vivono meglio da nubili che da sposate. Intanto, sulle questioni interne si stende il velo della discrezione, che in politica è la forma più raffinata di pudore. E forse è meglio così: ogni teatro ha bisogno dei suoi retroscena, e ogni retroscena delle sue ombre. Alla fine, l’Europa resta lì, davanti allo specchio. Si osserva, si studia, si interroga. Vorrebbe cambiare, ma teme di non riconoscersi più. E allora rimanda, che è sempre la decisione più condivisa. Finché un giorno, con perfetta coerenza, scoprirà che l’unica cosa che ha davvero costruito insieme è la paura di decidere da sola. E, a quel punto, non servirà più neppure il veto: basterà uno specchio.   Giuseppe Arnò * Foto: Blender mixture

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Il grande pascolo europeo

Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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Il Consiglio europeo e la talpa con passaporto

Tra segreti di Pulcinella e diplomazie parallele, Bruxelles scopre che il silenzio è diventato un optional Dalle nostre parti si dice: “cieco come una talpa”. Ma a ben vedere, la talpa in questione non solo ci vede benissimo, ma prende anche appunti, e, a quanto pare, fa pure qualche telefonata. Il caso che agita i corridoi ovattati del Consiglio europeo somiglia sempre meno a un incidente di percorso e sempre più a un’abitudine consolidata: l’arte tutta magiara di stare al tavolo e, contemporaneamente, raccontare il menù a chi è rimasto fuori. L’eco delle conversazioni tra Budapest e Mosca, con il nome di Sergey Lavrov che aleggia come un convitato di pietra, ha il pregio,  si fa per dire, di rendere plastica una verità scomoda: i segreti europei hanno la consistenza di quelli di Pulcinella. Non è la prima volta che l’Ungheria gioca a fare il bastian contrario. Veti sistematici, smorfie diplomatiche e una certa inclinazione a guardare a Est più che a Bruxelles hanno già fatto storcere il naso a più di un partner. I Paesi baltici, con la Lituania in prima fila, da tempo osservano con diffidenza questo doppio registro. E lo stesso Donald Tusk non ha fatto mistero di considerare tutt’altro che sorprendenti certi contatti. Poi arrivano le ammissioni, quelle che non negano ma nemmeno confessano del tutto. Il ministro ungherese degli Esteri riconosce contatti con partner extra-UE prima e dopo le riunioni. Una sfumatura, certo. Ma in diplomazia le sfumature pesano come macigni. Non è la prova del passaggio di informazioni “in diretta”, ma è abbastanza per trasformare il sospetto in una certezza a metà, e, come tutte le mezze verità, ancora più inquietante. A questo punto il paragone cinematografico sorge spontaneo: persino Il terzo uomo, con le sue ombre e i suoi traffici sotterranei, appare quasi ingenuo. Lì almeno la talpa agiva nell’ombra. Qui, invece, sembra muoversi alla luce del sole, con tanto di badge istituzionale. Il problema, però, non è l’Ungheria, o non solo. È l’illusione europea di poter gestire dossier sensibili senza un reale perimetro di sicurezza politica. Se ogni Consiglio diventa una sala d’attesa con porte girevoli, tanto vale davvero invitare direttamente Mosca al tavolo: si risparmierebbe tempo e si guadagnerebbe in trasparenza, se non altro per coerenza. “Le mele marce vanno tolte”, si dice. Ma in Europa, più che un cesto, sembra esserci un buffet: e nessuno vuole essere il primo a sparecchiare. Alla fine, il nodo è semplice e imbarazzante: o il Consiglio europeo torna a essere un luogo di fiducia condivisa, oppure diventerà un teatro dove tutti recitano e qualcuno, dietro le quinte, passa il copione al pubblico sbagliato. E allora, per non smentire la tradizione, chiudiamola così: l’Europa non ha bisogno di nuove talpe. Quelle che ha, parlano già troppo. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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