Nuove Regole UE sui Rimpatri: Un Passo Verso una Politica Unitaria

È tempo di porre fine allo spreco di denaro pubblico, ai procedimenti giudiziari che spesso si risolvono a favore degli immigrati, e al lucroso business dell’emigrazione. L’Europa inizia a scuotersi dallo stato di confusione in cui versa da troppo tempo. Non tutti i mali vengono per nuocere: forse le intemperanze di Trump hanno avuto il merito di risvegliare la consapevolezza che è necessario ricostruire dalle fondamenta, emanciparsi e comprendere che non possiamo più dipendere da nessuno. Soprattutto, è essenziale dotarsi di un quadro normativo europeo condiviso per affrontare le grandi questioni esistenziali. Non abbiamo più amici o alleati incondizionati, ma solo concorrenti. Ed eccoci di fronte alla piaga dell’immigrazione clandestina. La nuova normativa traccia linee chiare per tutti gli Stati membri dell’UE, riducendo gli spazi di interpretazione discrezionale da parte della magistratura nazionale. Che questo possa essere il primo passo verso un’Europa unita, forte e sovrana! Un ulteriore passo avanti per dare ordine alla gestione della migrazione nell’Unione Europea con, soprattutto, una visione comunitaria, che metta fine alla frammentazione. E’ quanto promette il nuovo regolamento sui rimpatri – non più una direttiva e dunque subito applicabile, obbligatoriamente, dai singoli Stati membri – che la Commissione presenterà domani a Strasburgo. Stando al testo – anticipato dall’ANSA – tra le novità si conta un “ordine di rimpatrio europeo” che accompagnerà i provvedimenti nazionali così da essere eseguibile in tutta l’Ue, l’introduzione di un ‘divieto d’ingresso’ e una sostanziale apertura agli hub di rimpatrio, seppure rispettando alcuni principi. Il regolamento introduce in generale regole più severe per chi non ha diritto alla protezione internazionale all’interno dell’Ue benché (come testimonia il paragrafo 11 dell’introduzione) “nessuno sarà espulso o estradato in un Paese dove c’è un rischio serio di essere soggetto alla pena di morte, tortura o altri trattamenti degradanti”. Ciò detto, in mancanza della collaborazione della persona in questione le autorità sono autorizzate a determinare il Paese di origine “sulla base delle informazioni disponibili” e indicare “la nazione o le nazioni” più probabili nell’ordine di rimpatrio. L’articolo 10 introduce inoltre, come accennato, l’istituzione del ‘divieto d’ingresso’ nel territorio dell’Ue alla persona che “non collabora con il processo volontario” di rimpatrio – che scatta per tutti coloro i quali non hanno diritto all’asilo – non lascia lo Stato membro “entro la data indicata” oppure si sposta in un altro Stato membro “senza autorizzazione”. Il divieto – che arriva ad un massimo di 10 anni – si applica anche, in base a quanto previsto dall’articolo 16, a chi pone “un rischio alla sicurezza” dei Paesi Ue. Un articolo, quest’ultimo, che rappresenta un giro di vite contro chi commette dei reati prevedendo la detenzione sino all’espulsione e che va letto in filigrana con l’articolo 29, quello che regola gli altri casi in cui le persone possono finire dietro le sbarre, compreso “il rischio di fuga”. Misure più stringenti risparmiate, di norma, a famiglie con minori e ai minori. L’altra novità è la “possibilità di rimpatriare” le persone “nei confronti delle quali è stata emessa una decisione di espulsione verso un Paese terzo con il quale esiste un accordo o un’intesa di rimpatrio (hub di rimpatrio)”, seppure soggetta “a condizioni specifiche per garantire il rispetto dei diritti fondamentali”. In pratica si tratta di un’apertura al modello Albania. E qui scattano le critiche dei socialisti europei. “La politica sui rimpatri è parte di un sistema migratorio funzionante e crediamo che una maggiore cooperazione a livello Ue possa migliorarla”, spiega l’eurodeputata tedesca Birgit Sippel, coordinatrice S&D nella commissione per le libertà civili. “Sarebbe un errore guardare al piano Regno Unito-Ruanda o all’accordo Italia-Albania: sono legalmente discutibili e sprecano enormi quantità di denaro dei contribuenti”. Stando al testo, le linee guida sono però molto stringenti. Gli accordi si possono stilare solo con Paesi dove sono rispettati “i diritti umani” e devono stabilire “le modalità” di trasferimento, nonché “le condizioni” per il periodo di permanenza, che può essere “a breve o più lungo termine”. L’intesa è accompagnata infine da “un meccanismo di monitoraggio” per valutare in modo continuo l’attuazione dell’accordo. Insomma, la possibilità di esternalizzare la filiera della migrazione non darà carta bianca alle capitali. Al contempo, nel regolamento vi è una maggiore attenzione alla cosiddetta “dimensione esterna” del fenomeno e aumenta la trasparenza e il coordinamento nell’approccio verso i Paesi terzi in materia di riammissione, incluso il trasferimento dei dati. Con le nuove regole, se approvate, si dovrebbe migliorare la percentuale dei rimpatri, al momento ferma al 20% tra chi riceve un foglio di via ad ogni angolo dell’Ue.  Giuseppe Arnò

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Europa: Da Protagonista a Comparsa. E la Storia non Aspetta

C’era una volta l’Europa, si dirà, se non si deciderà finalmente di costruire un vero progetto di indipendenza politica, militare ed economica. Le parole dell’ex premier francese Dominique de Villepin risuonano come un monito: il nostro continente rischia di diventare un vassallo degli Stati Uniti, se già non lo è da tempo. Ma la verità è che questa condizione di subalternità non è affatto nuova. Fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa ha trovato conforto sotto l’ala protettiva di Washington, rinunciando alla propria autonomia strategica. La questione di un esercito europeo è ormai un’eterna incompiuta, ostacolata da gelosie nazionali e da una miopia politica che impedisce di cogliere la lezione della storia: senza forza militare e coesione, non si può avere voce in capitolo. Così, quando si arriva ai grandi tavoli delle trattative internazionali, ci si stupisce dell’assenza dell’Unione Europea. Ma a che titolo l’Europa dovrebbe essere protagonista, se non ha mai voluto costruire gli strumenti per esserlo? L’esclusione dai negoziati di pace sull’Ucraina è solo l’ultima dimostrazione della marginalizzazione del Vecchio Continente. Un’Europa divisa, priva di un’identità comune e senza una strategia di sovranità industriale, tecnologica e culturale, non può aspirare a essere un attore globale. Nel frattempo, la realpolitik americana e le strategie di potenze emergenti come la Cina e l’India riscrivono gli equilibri mondiali, relegando l’Europa a spettatrice di una partita che si gioca altrove. La sicurezza, la difesa, la politica estera non possono più essere deleghe da affidare agli altri. I cittadini europei sembrano averlo capito, come dimostrano i sondaggi che rivelano un crescente interesse per investimenti in sicurezza e difesa comune. Eppure, la politica continua a muoversi con incertezza, incapace di tracciare una rotta chiara. Serve un cambio di paradigma, una nuova visione in grado di restituire all’Europa il ruolo che le spetta. Per farlo, occorre abbandonare il fatalismo e agire con determinazione. Forse, è tempo di parafrasare Trump e adottare un nuovo motto: “Make Europe Great Again”. La domanda è: avremo il coraggio di farlo? Redazione  

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La Redazione risponde…

 Filosofi del Barber Shop: quando il carbone della polemica scalda l’inutile Gentile lettrice, La ringraziamo per il suo fervore e la dedizione con cui alimenta il dibattito culturale, quasi fosse una novella fuochista su un treno a vapore lanciato verso le alte vette della riflessione politica. Le sue considerazioni sull’ironia, che lei vede come un velo pietoso per coprire lo squallore morale e l’inettitudine politica, sono, a modo loro, ispiranti. Però, come diceva il nostro direttore, lo squallore è un buffet aperto a tutti: dalla politica alla stampa, dalla società civile a quei social network dove le idee spesso si comprimono fino a diventare slogan. A proposito di quei “vertical della cultura” da cui, secondo lei, partirà un dissenso irresistibile, la ringraziamo per averci aggiornato sugli sviluppi accademici italiani e tedeschi. È confortante sapere che, mentre il mondo si preoccupa di guerre, crisi climatiche e migrazioni, qualcuno trova il tempo di indignarsi per Twitter. Lei ci chiede se concordiamo sul fatto che l’ironia sia un velo pietoso. La risposta è che l’ironia, cara lettrice, è piuttosto uno specchio: riflette le assurdità del mondo con il sorriso amaro di chi sa che gridare non serve a nulla. Se poi alcuni la usano per celare il vuoto, è un problema loro. Ma mi permetta una riflessione: senza ironia, chi salverà il nostro equilibrio mentale quando ci troviamo di fronte a polemiche che rasentano il barber shop della provincia? Ci lasci concludere con una modesta proposta: e se, invece di alimentare la locomotiva delle polemiche quotidiane, ci fermassimo un attimo a osservare il panorama? Forse scopriremmo che i veri problemi non sono i Rettori di Pisa o Musk, ma ciò che lasciamo scivolare sotto il tappeto mentre siamo troppo impegnati a puntare il dito. In attesa di un prossimo fuoco di carbone intellettuale, la salutiamo con ironico rispetto. Cordiali saluti, La Redazione   Credito foto: di jean_victor_balin

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Avventure Esotiche e Castagne Bollenti: Gli Italiani in Giro per il Mondo

Sembra che viaggiare in zone di crisi sia diventato il nuovo sport estremo per alcuni italiani. Altro che bungee jumping o scalate himalayane: l’ebbrezza del pericolo ora si cerca nei territori dove le tensioni politiche sono più incandescenti di una pizza appena sfornata. L’ultima “impresa” è quella di Alberto Trentini, cooperante italiano che ha deciso di testare la proverbiale ospitalità venezuelana in un periodo in cui Caracas non brilla certo per diplomazia. Fermato senza imputazioni il 15 novembre, ora tocca al governo italiano districarsi tra salti mortali diplomatici e i soliti viaggi andirivieni Roma-Caracas. Del resto, la serie di italiani in difficoltà all’estero sembra un copione già visto, degno di una telenovela dal titolo evocativo: “Gli italiani nelle prigioni del mondo”. Un cast stellare che include Giuliana Sgrena, Daniele Mastrogiacomo, Domenico Quirico, Greta Ramelli, Vanessa Marzullo e molte altre illustri comparse. Ogni stagione è impreziosita da trame intricate, riscatti milionari e operazioni dei servizi segreti che farebbero impallidire James Bond. E mentre i familiari di Trentini si appellano alla presidente Giorgia Meloni, invocando lo stesso zelo dimostrato per Cecilia Sala, viene spontaneo chiedersi: ma non sarebbe ora di introdurre una norma che limiti i viaggi verso destinazioni più pericolose di una giungla piena di serpenti? Non per cattiveria, intendiamoci, ma perché il governo italiano, già impegnato tra guerre, crisi energetiche e i soliti problemi di casa nostra, non può trasformarsi nel salvatore ufficiale degli spericolati di turno. La realtà è che ogni missione di salvataggio costa cara. Non solo in termini economici, ma anche di vite messe a rischio e di relazioni diplomatiche complicate. E il cittadino comune, quello che magari si limita a passare le ferie a Rimini, comincia a stufarsi di vedere le proprie tasse bruciate per tirare fuori dai guai chi ha deciso di fare il novello Indiana Jones senza pensarci due volte. Forse è arrivato il momento di dire basta alle “vacanze avventurose” nei Paesi in fiamme. Un po’ di sano buonsenso e, perché no, una bella normativa che scoraggi questi viaggi dell’imprudenza non guasterebbe. Altrimenti, prepariamoci a seguire la prossima puntata di questa infinita soap opera, con il solito finale in cui il governo, tra critiche e applausi, si ritrova a raccogliere le castagne dal fuoco. Nel frattempo, auguriamo a Trentini un rapido e sicuro ritorno a casa. Magari con qualche storia meno avventurosa da raccontare.   Giuseppe Arnò

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100 giornali on line

Retewebitalia.net, la piattaforma dei 100 giornali on line Comunicati stampa Di Redazione Il Corriere Nazionale Del 28 Dicembre 2024 alle ore 18:22 Retewebitalia nasce nel 2013 dall’idea di accorpare più quotidiani on Line . Per una divulgazione più diffusa e geolocalizzata delle notizie regionali di Politica italiana ed Europea e Ambiente . All’epoca il fondatore fu Marcello Silvestri, unitamente al Giornalista Dario Tiengo . Un grande Tecnico che realizzò il progetto fu l’ingegnere Davide Nuzzi, che costruì un banner dinamico per l’interscambio di notizie posizionato al tempo su le home page di oltre 100 quotidiani. Un opera unica al tempo . Il giornalista Biagio Maimone curava al tempo le relazioni del network . Struttura All’ avanguardia assoluta. I numeri che raggiungeva il network retewebitalia per visualizzazioni e impression non erano , mai stati raggiunti da nessun media On line . Diverse decine di milioni al mese. Lo stesso Silvio Berlusconi sì complimento ‘ per l’innovativa struttura e invito ‘ nel 2016 tutti gli operatori della innovativa Struttura a Roma per complimentarsi del Successo, al tempo a Palazzo Grazioli . Le immagini del tempo https://youtu.be/a1Jg7bJa79A Il network ebbe campagne esclusive di politica , ambiente e finanza nazionali . Retewebitalia.net a seguito dello stato di salute precario di Marcello Silvestri venne post Covid affidato al Network Anim del Dott. Antonio Peragine . Tutt’oggi alla Guida del Prestigioso Brand Nazionale . Il Board attuale è composto da: • Dott.Antonio Peragine Presidente • Prof. Salvatore Maria Mattia Giraldi Vice Presidente • Amb. Avv. Emanuele Mosca – Consigliere • Dott. Giuseppe Arnò Consigliere • Dott. Tullo Zembo Consigliere • Dott. Giuseppe Larenza Advisor Per ogni informazione sulle adesioni dei giornali alla piattaforma email: [email protected] /www.retewebitalia.net http://www.stampaparlamento.it  

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Dalla Siria con furore: il crollo di Assad e l’hangover geopolitico di Putin

La caduta del regime di Bashar al-Assad e il conseguente ritiro russo dalla Siria sono un affresco crudele di geopolitica, in cui le ambizioni si trasformano in macerie e i miti crollano sotto il peso della realtà. Se la Russia voleva dimostrare di essere una potenza globale, ha finito per rivelare di essere poco più di un attore in una tragedia di secondo ordine, con Wagner a fare da coro sinistro e il traffico di captagon come parodia economica del “soft power”. Ironia della sorte, Mosca, che aveva promesso di riportare ordine e stabilità, si ritrova a trasportare più baathisti sui suoi aerei cargo di quanto non porti via sistemi d’arma. È quasi poetico che il declino della Russia in Siria sia stato scandito da promesse vuote, basi smontate e Kalashnikov caricati su Antonov con la stessa solennità con cui si trasloca un appartamento. Putin, che nel 2017 prometteva fuoco e fiamme ai terroristi, oggi deve spiegare come mai quei “terroristi” controllano le strade che portano ai suoi ultimi avamposti nel Mediterraneo. La geografia della disfatta russa è una lezione di storia in tempo reale. La Siria è stata il banco di prova di una politica estera muscolare, che si è rivelata muscolosa quanto un colpo di tosse. Se la guerra in Ucraina ha esposto i limiti dell’arsenale russo, la Siria ha messo in luce i limiti della sua strategia: non si possono costruire imperi moderni sulle fondamenta di una propaganda che si sbriciola al primo colpo di mortaio. E poi c’è il captagon, il lubrificante economico che Assad e soci hanno usato per sopravvivere. La “droga del jihad” ha trasformato il regime in uno Stato-narco, e ora che la produzione è stata distrutta da HTS, resta solo una lezione spietata: quando la politica diventa tossica, lo fa in tutti i sensi. Ironico che un regime che spacciava captagon per finanziare repressioni si sia autodistrutto, come un tossicodipendente che consuma la propria ultima dose. Infine, c’è la domanda fatidica: è davvero la fine dell’invincibilità di Putin? Forse. O forse il leader russo ha semplicemente dimenticato che le guerre moderne non si vincono con basi aeree sfarzose e propaganda kitsch. La Siria non è l’Afghanistan degli anni ’80, né il Vietnam del 2024. È una pagina di Wikipedia che si aggiorna più velocemente della capacità di Mosca di adattarsi. E quando il teatro delle ambizioni globali diventa troppo grande per il protagonista, il pubblico inizia a chiedere il rimborso del biglietto. Tant´è! Redazione

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Alessandro Cortese premiato Ambasciatore dell’Anno 2024: Un Riconoscimento alla Diplomazia Italo-Brasiliana

Il Premio dell’Ambasciatore: Un Riconoscimento al Diplomatico Alessandro Cortese Il prestigioso premio “Ambasciatore dell’Anno 2024” è stato conferito a S.E. Alessandro Cortese, Ambasciatore d’Italia in Brasile, in un evento di grande significato che si è svolto presso la Camera dei Deputati di Brasilia. Il premio, assegnato dall’Associazione brasiliana dei giornalisti e comunicatori in ambito internazionale e diplomatico (Abrajinter), celebra l’impegno costante del diplomatico nella promozione delle relazioni bilaterali tra il Brasile e l’Italia. La cerimonia, che ha visto la partecipazione di autorità di alto livello, rappresentanti del governo brasiliano, e membri del corpo diplomatico, ha sottolineato il ruolo fondamentale che l’Ambasciatore Cortese ha avuto nel rafforzare i legami tra i due Paesi. Grazie alla sua dedizione e visione strategica, le relazioni culturali, economiche e politiche tra il Brasile e l’Italia sono state arricchite e consolidate, contribuendo così a un dialogo internazionale sempre più proficuo. Abrajinter, con questo riconoscimento, ha voluto onorare non solo le sue capacità diplomatiche, ma anche il suo incessante lavoro volto a facilitare la cooperazione tra le nazioni, favorendo scambi che vanno ben oltre gli ambiti istituzionali, spaziando nelle aree della cultura, dell’economia e della scienza. Nel suo intervento durante la cerimonia, l’Ambasciatore Cortese ha espresso gratitudine per il riconoscimento ricevuto, sottolineando l’importanza di continuare a lavorare per un rafforzamento reciproco delle relazioni, sempre più orientato al rispetto, alla comprensione e al miglioramento delle condizioni comuni. Il suo discorso è stato un richiamo all’importanza della diplomazia come strumento per la pace e per la crescita condivisa tra i popoli. Il premio “Ambasciatore dell’Anno 2024” a Cortese non è solo un tributo alla sua carriera, ma anche un simbolo del forte legame che unisce le due nazioni, un rapporto che continua a crescere sotto la sua guida, dimostrando quanto l’Italia e il Brasile siano uniti da un impegno comune per il futuro. Giuseppe Arnò Foto arquivio ASIB

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