Islamabad gioca a poker con tre mazzi di carte, Trump guarda verso il Mar Giallo e l’Europa scopre, con lieve ritardo storico, che forse il destino va scritto da soli
C’è qualcosa di profondamente teatrale nel vedere il Pakistan ergersi a mediatore tra Stati Uniti e Iran. È un po’ come affidare la direzione di un corso sull’astinenza a un produttore di whisky scozzese: non impossibile, ma certamente pittoresco.
Del resto, il Pakistan è così: un Paese che riesce nell’impresa quasi artistica di stare contemporaneamente dentro e fuori ogni partita. Un alleato americano che per anni ospitava il fantasma più ricercato del pianeta, Osama bin Laden; un partner della Cina che conversa con Teheran; un interlocutore occidentale che strizza l’occhio a mezzo continente asiatico. Altro che geopolitica: qui siamo alla ginnastica artistica diplomatica.
Non stupisce allora che venga in mente Sigmund Freud, secondo cui la nevrosi nasce dall’incapacità di tollerare l’ambiguità. E con Islamabad l’ambiguità non è un incidente: è un modello operativo. Un marchio di fabbrica. Una forma d’arte.
Anche Friedrich Nietzsche sosteneva che le azioni umane sono insondabili e ambigue. Verissimo. Ma una cosa è l’ambiguità filosofica, altra è scoprire, secondo indiscrezioni rilanciate dalla CBS, che mentre Islamabad facilitava il dialogo tra Washington e Teheran, avrebbe contemporaneamente ospitato asset aerei iraniani. A quel punto il tavolo diplomatico assomiglia più a una partita di tresette giocata con le carte segnate.
Eppure, probabilmente, Donald Trump non disponeva di molte alternative. Fra una Russia sempre più temporeggiatrice e una Cina che osserva il mondo come un paziente giocatore di Go, Islamabad diventa il “meno peggio”. Un concetto che in diplomazia internazionale equivale più o meno a un certificato di garanzia.
Ma la vera questione, per noi europei, è un’altra.
Mentre Washington veleggia verso il Pacifico e il Mar Giallo, dove si decideranno i prossimi equilibri del secolo, l’Europa continua a interrogarsi su procedure, vertici, parametri, tavoli tecnici e dichiarazioni “fortemente preoccupate”. Come quei nobili decaduti che discutono dell’argenteria mentre il tetto del palazzo crolla.
Ed è qui che arriva la sferzata del demiurgo Mario Draghi, insignito ad Aquisgrana del Premio Carlo Magno. Draghi ha ricordato una verità quasi offensiva nella sua semplicità: gli europei vogliono un’Europa che difenda libertà, prosperità e solidarietà. Tradotto dal linguaggio istituzionale: i cittadini chiedono un continente capace di smettere di chiedere il permesso per esistere.
E forse il punto è proprio questo.
Per decenni l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello strategico americano come un figlio brillante ma eternamente adolescente: colto, sofisticato, ben vestito, ma incapace di pagarsi da solo l’affitto geopolitico. Ora però l’inquilino d’oltreoceano ha altri interessi, altri mari, altri avversari. E ci sta cortesemente comunicando che il mondo non ruota più attorno a Bruxelles.
La domanda, dunque, non è se il Pakistan sia ambiguo. Lo è sempre stato e continuerà probabilmente a esserlo con ammirevole coerenza.
La domanda è se l’Europa voglia finalmente diventare adulta.
Perché nella storia i vuoti non restano mai vuoti: vengono riempiti. E chi non scrive il proprio destino finisce invariabilmente nelle note a piè di pagina di quello altrui.
Trump guarda al Mar Giallo, la Cina guarda al mondo e il Pakistan guarda a tutti. Solo l’Europa continua a guardarsi allo specchio. Ma gli specchi, in geopolitica, non hanno mai fermato le invasioni della realtà.
Giuseppe Arnò
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