Il grande turismo geopolitico

Jet privati, sorrisi di Stato e fotografie di rito: mentre i potenti fanno il giro del mondo per non decidere nulla, l’umanità applaude alla propria confusione organizzata. E pensare che stavamo quasi imparando a convivere con l’intelligenza artificiale prima che l’intelligenza naturale ricominciasse a dare spettacolo.

 

 

C’era un tempo in cui i viaggi servivano a scoprire il mondo. Oggi servono soprattutto a fotografarlo dall’alto, possibilmente dal finestrino di un Boeing governativo, mentre sotto la Terra continua serenamente a pagare il carburante dell’ennesimo vertice “decisivo”.

I grandi della politica mondiale volano incessantemente: Washington, Pechino, Mosca, Bruxelles, Doha, Ankara. Una processione planetaria di strette di mano, sorrisi calibrati, cene ufficiali e dichiarazioni “costruttive” che, tradotte in linguaggio umano, significano quasi sempre: non abbiamo concluso nulla, ma ci rivedremo presto.

L’ultimo pellegrinaggio diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping ne rappresenta il capolavoro.
L’interscambio tra Stati Uniti e Cina è ormai un gomitolo così aggrovigliato che probabilmente nemmeno i protagonisti sanno più da dove iniziare a sciogliere il nodo: Taiwan, terre rare, dazi, Hormuz, Iran, Boeing, semiconduttori, Nvidia e chi più ne ha più ne smarrisca.

Eppure l’incontro è stato impeccabile. Compostezza orientale da una parte, pragmatismo spettacolare dall’altra. Tè servito alla temperatura giusta, sorrisi fotografati con precisione chirurgica, cordialità abbondante. Mancava soltanto il risultato, ma non si può pretendere tutto.

Di concreto, infatti, non è emerso nulla.
Nessun accordo, nessuna svolta, nessuna fumata bianca. Però si è saputo che in autunno Xi Jinping ricambierà la visita negli Stati Uniti. Insomma, il turismo istituzionale continua.

Del resto, Xi sembra fedele all’antica pazienza strategica attribuita alla saggezza cinese: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta: prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.”
Che poi, a ben vedere, oggi il problema è capire quale nemico passi per primo e soprattutto se il fiume, nel frattempo, sia ancora navigabile.

Dall’altra parte, Trump non appare più soltanto il guascone istintivo di qualche anno fa. Qualcosa deve aver imparato: che la forza bruta produce titoli di giornale, mentre la strategia produce risultati. Così il tycoon testa reazioni, misura umori, piazza segnali, lancia linee rosse e attende. Xi osserva. Trump rilancia. Xi tace. Trump posta. Xi riflette.
Risultato finale: 0 a 0, palla al centro e nuovi voli intercontinentali già prenotati.

Nel frattempo anche Vladimir Putin prepara il suo viaggio in Cina. A questo punto, se non si conoscessero i protagonisti, si potrebbe davvero pensare che Pechino sia diventata una sorta di Lourdes geopolitica, un santuario laico dove i leader del pianeta si recano nella speranza di un miracolo diplomatico.

E di fede, in effetti, ce ne vuole molta.
D’altronde Fyodor Dostoevsky lo spiegava bene: non è la fede a nascere dal miracolo, ma il miracolo a nascere dalla fede.

Noi europei, però, siamo messi peggio.
Le statistiche dicono che crediamo sempre meno a tutto: alla politica, alla religione, al futuro, perfino alle previsioni del tempo. Però discutiamo. Ah, se discutiamo. Tavoli, vertici, summit, pre-vertici, post-vertici, commissioni, sottocommissioni, consultazioni multilaterali e riunioni preparatorie per preparare altre riunioni preparatorie.

Il continente che inventò la filosofia oggi rischia di morire di verbosità.

Non esiste quasi più un argomento sul quale si riesca a concordare tutti insieme. Guerra, pace, energia, difesa, moneta, AI, migranti, clima: tutto diventa un interminabile condominio litigioso dove ciascuno parla mentre l’edificio prende fuoco.

Eppure esiste ancora qualcosa capace di unire le masse europee: l’uscita del nuovo Swatch.
A Milano, per accaparrarsi un orologio, si sono viste file chilometriche, resse, urla e persino lancio di sedie. Finalmente un momento di autentica partecipazione popolare. Per una volta nessuno ha discusso di dazi, Taiwan o corridoi energetici: tutti d’accordo sul quadrante.

La verità è che il mondo sta lentamente trasformandosi in una gigantesca bolgia dove ciascuno tifa contro qualcuno senza sapere più bene perché.
Si applaude alle escalation come fossero partite di calcio, si invocano sanzioni come medicine miracolose e si osserva la geopolitica come una serie televisiva a puntate.

E pensare che stavamo quasi raggiungendo una convivenza accettabile con l’intelligenza artificiale.
Lei, almeno, quando non sa qualcosa, lo ammette oppure si aggiorna. L’intelligenza umana invece continua a salire sugli aerei, attraversare oceani, organizzare vertici planetari e tornare a casa annunciando “dialoghi promettenti”.

Promettenti per chi, resta ancora il mistero più grande.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva

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