L’arte nazionale dell’infelicità

Cronaca semiseria di un Paese che, davanti al sole, preferisce discutere dell’ombra C’è chi nasce poeta, chi matematico, chi violinista. E poi c’è chi nasce infelice. Non per disgrazia, si badi, ma per inclinazione dell’animo, quasi per mestiere. In certi luoghi del mondo l’infelicità è figlia della fame, della guerra, del caos istituzionale. In altri, più comodamente, è diventata una disciplina intellettuale, una postura morale, un elegante vezzo da salotto e da talk show. Le classifiche internazionali ci ricordano, con la severità dei numeri, che nel 2026 i Paesi più infelici restano quelli piegati da crisi profonde: Afghanistan, Zimbabwe, Libano. Lì il dolore ha contorni concreti, spesso drammatici. Da noi, invece, il malessere assume forme più raffinate: non nasce sempre dalla realtà, ma dal modo in cui scegliamo di guardarla. Lo aveva intuito già Marco Aurelio, con quella limpidezza stoica che oggi farebbe impallidire intere redazioni televisive: la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. E qui casca il sipario, o forse si apre la commedia. Perché il pensiero, oggi, sembra aver smarrito il gusto dell’equilibrio. Il dialogo interiore non è più un luogo di riflessione, ma una sala d’attesa per la catastrofe. Ogni fatto è un presagio, ogni notizia un dramma, ogni decisione una prova generale dell’Apocalisse. Il cielo può essere terso, ma qualcuno troverà sempre il modo di denunciare l’eccessiva luminosità. L’infelicità, insomma, non è soltanto condizione: è interpretazione. Schopenhauer, uomo poco incline all’ottimismo, vedeva nel mondo una fonte di strazio. Ma almeno la sua malinconia aveva la nobiltà della filosofia. Oggi, più modestamente, la nostra tristezza si nutre di pettegolezzo, sospetto e indignazione seriale. In politica, soprattutto, si è smesso di discutere il merito per consacrare il dettaglio marginale. Si parla della vita privata di questo o quel leader come se la sorte della Repubblica dipendesse da un messaggio galante o da una cena maldestramente fotografata. Si gridano scandali internazionali, deferimenti, tribunali, rapporti strategici, flotte oceaniche e misteri militari che, se davvero fossero segreti, non campeggerebbero nei titoli dei giornali. I cosiddetti “segreti di Pulcinella” sono diventati la nuova teologia del dibattito pubblico: tutti li conoscono, tutti li commentano, nessuno li comprende fino in fondo. Nel frattempo, i problemi reali attendono in anticamera. La crescita, il lavoro, la scuola, la sicurezza, la qualità della vita: temi meno rumorosi, dunque meno appetibili per chi vive di opposizione permanente o di consenso da tastiera. Ed è qui che l’ironia si fa quasi clinica. L’opposizione, non tutta, ma una parte di essa, sembra aver adottato una forma cronica di daltonismo civico: non distingue più le sfumature, vede tutto in bianco e nero, spesso solo nero. Ogni provvedimento è una sciagura, ogni scelta un attentato, ogni esitazione una crisi irreversibile. Non esiste il grigio della complessità, né il rosso vivo dell’allarme vero: soltanto la tenebra preventiva. È una forma moderna di acromatopsia politica: la realtà privata dei colori per far posto al monocromo dell’indignazione. Eppure la realtà, come la vita, non si lascia ridurre a slogan funebri. Essa contiene luci e ombre, errori e meriti, inciampi e riprese. Chi vede soltanto il lato nero delle cose finisce col diventare prigioniero della propria narrazione, più che oppositore del governo di turno. Forse il punto non è essere ottimisti a ogni costo, ma non fare dell’infelicità un’identità. Criticare è doveroso; lamentarsi per principio è soltanto un modo elegante di non proporre nulla. Montanelli, con la sua lama asciutta, avrebbe forse chiuso così: in Italia non manca la realtà, manca la voglia di guardarla senza le lenti del malumore. E così, mentre il mondo corre tra drammi veri e speranze possibili, noi restiamo lì, impeccabilmente infelici, a discutere del colore della tappezzeria mentre la casa, tutto sommato, è ancora in piedi. Il guaio non è il nero delle cose. Il guaio è chi, per mestiere o per vocazione, ha smesso di vedere l’alba. Giuseppe Arnò *Foto by Canva

Per saperne di più »

Quando la sinistra resta senza idee, fruga nei salotti

  Dalla politica alle chiacchiere di cortile: l’opposizione che, non sapendo cosa dire al Paese, si rifugia nella vita privata degli avversari   L’opposizione è donna, si dice con galanteria d’altri tempi, e con la gentilezza dovuta a una signora va trattato anche l’argomento di oggi. Ma la cortesia, si sa, non esclude la franchezza. Anzi, talvolta la rende più elegante. Una solerte lettrice, con simpatie dichiaratamente rivolte a sinistra, ci segnala il passaggio “dal caso Sangiuliano al caso Piantedosi”, accompagnandolo con quel ritornello che ormai sembra divenuto una formula di rito: “non ci facciamo mancare niente”. Espressione felicissima, benché forse usata inconsapevolmente come autoritratto della stessa opposizione, che in effetti non si fa mancare nulla: insinuazioni, retroscena, allusioni, polveroni e, soprattutto, una costante attenzione alle donne della vita privata degli uomini di destra. Il sospetto, a questo punto, sorge spontaneo: quando le idee languono, si cercano altri argomenti. E poiché i dossier richiedono studio, i numeri pazienza e le proposte coraggio, ecco che il rifugio più comodo diventa il salotto, il corridoio, il sussurro, il pettegolezzo vestito da analisi politica. Un tempo le comari si radunavano davanti all’uscio di casa, le mani in grembo e l’occhio vigile sul vicinato. Gli sfaccendati, invece, aspettavano il proprio turno dal barbiere, commentando la vita altrui con l’autorevolezza di chi non ha altro da fare. Era folklore, quasi antropologia urbana. Poi è arrivata la tecnologia, e la vecchia panchina di quartiere si è trasformata in chat, la chiacchiera in post, il bisbiglio in hashtag. La differenza è che prima la maldicenza si fermava all’angolo della strada; oggi fa il giro del mondo in tempo reale e pretende persino di orientare il dibattito pubblico. Qui torna inevitabile alla mente Umberto Eco, con la sua celebre e spietata osservazione: “Prima gli imbecilli parlavano solo al bar. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Una frase dura, ma quanto mai attuale, soprattutto quando si osserva il fervore con cui sui social vengono ripetute, pappagallescamente, le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, le stesse indignazioni prefabbricate. Il fenomeno, in verità, è più politico che sociologico. Quando un’opposizione, in tempi di guerra, di restrizioni economiche, di salari compressi e famiglie in affanno, sceglie di concentrare il fuoco sulla vita privata degli avversari, manda un messaggio chiarissimo: non ha nulla di meglio da offrire. Mancano le proposte, allora si coltiva la polemica. Mancano le soluzioni, allora si alimenta il sospetto. Manca la visione, allora si strumentalizzano le donne. Ed è qui il punto più delicato. La donna, nella sua complessità e nella sua forza, merita ben altro che diventare accessorio polemico nella lotta politica. La si rispetta, la si ascolta, la si valorizza; non la si brandisce come clava mediatica per colpire un avversario che, evidentemente, non si riesce a battere sul terreno delle idee. La nostra canzone popolare, spesso più saggia dei talk show, lo aveva capito da tempo. Il Quartetto Cetra cantava che tutto si fa per la donna; Claudio Villa la elevava addirittura a “pericolo numero uno”. Ma la letteratura, quella vera, ha detto tutto con ben altra altezza. William Shakespeare ricordava che dagli occhi delle donne derivano arti, accademie e dottrina. Forse sarebbe il caso che qualcuno, nelle aule parlamentari e nei partiti, tornasse a leggere più Shakespeare e meno social. Il cittadino, del resto, non elegge rappresentanti per trasformarli in cronisti di salotto. Li elegge per affrontare i problemi del Paese, non per redigere il bollettino delle frequentazioni private altrui. E allora la conclusione, cara lettrice, viene quasi da sé. Quando la politica smette di produrre idee, comincia a produrre chiacchiere. Ma con le chiacchiere non si governa un Paese: si riempiono solo i social, e spesso il vuoto di chi le pronuncia. Giuseppe Arnò Foto by CANVA

Per saperne di più »

AQ – Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi

  Benedetta De Flaviis e Simone D’Agostino vincono la prima edizione del Premio di laurea intitolato all’ing. Ascolino Bernardi Il premio è stato istituito dall’Università dell’Aquila, Thales Alenia Space e Fondazione Gran Sasso Tech   di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Simone D’Agostino e Benedetta De Flaviis sono i vincitori della prima edizione del Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi, ingegnere progettista di Thales Alenia Space prematuramente scomparso nel 2024. La premiazione dei due giovani ingegneri, laureati all’Università degli Studi dell’Aquila, si è svolta il 27 marzo scorso presso la Thales Alenia Space, a L’Aquila. Istituito dall’Università degli Studi dell’Aquila, su proposta di Thales Alenia Space Italia in collaborazione con Fondazione Gran Sasso Tech, il premio è riservato alle tesi di laurea magistrale in Ingegneria informatica, Ingegneria elettronica e Ingegneria delle telecomunicazioni inerenti a tematiche relative all’analisi, alla simulazione e alla progettazione di dispositivi e architetture di elaborazione digitale del segnale per applicazioni satellitari. Il premio ha cadenza biennale. La prima edizione ha riguardato tesi discusse dai laureati all’Università degli Studi dell’Aquila negli anni accademici conclusi nel 2023 e 2024. Al bando hanno concorso 9 ingegneri con le loro tesi, tra cui la commissione giudicatrice ha scelto le due dei vincitori. La cerimonia di premiazione si è tenuta nella sala Michela Rossi dello stabilimento della Thales Alenia Space dell’Aquila,alla presenza di Michelangelo L’Abbate, vicepresidente Direzione Ingegneria Hardware di Thales Alenia Space; Fabio Graziosi, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fortunato Santucci, professore di Telecomunicazioni al dipartimento di Ingegneria e scienze dell’informazione e matematica dell’ateneo aquilano; Alessandro Pajewski, direttore generale della Fondazione Gran Sasso Tech; Vincenzo Stornelli e Leonardo Pantoli, rispettivamente direttore e professore di Elettronica al dipartimento di Ingegneria industriale, dell’informazione ed economia dell’Università dell’Aquila. Benedetta De Flaviis è stata premiata per la tesi “Progettazione digitale su FPGA di algoritmi di riconciliazione LDPC per QKD”, mentre Simone D’Agostino per la tesi “Piattaforme di elaborazione avanzate per l’esecuzione on-board di applicazioni satellitari: un caso di studio nel dominio Tlc”, di cui i due vincitori hanno brevemente esposto una sintesi. Nel corso della premiazione è stato ricordato l’Ing. Bernardi, sia con testimonianze di colleghi di studio e di lavoro, sia attraverso un libro – “Ascolino Bernardi, tra cielo e terra” (One Group Edizioni) -, curato da Anna e Marcella Bernardi, le quali hanno chiuso la cerimonia con due toccanti interventi sulla vita del fratello Ascolino e sul significato del Premio. Ascolino Bernardi era nato a L’Aquila il 12 agosto del 1964, terzo figlio di Agata Lorenzetti e di Domenico, fondatore della società IRTET – Impresa Reti Telefoniche Elettriche e Telegrafiche, società rimasta attiva fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Laureatosi all’Università dell’Aquila nel 1991 in Ingegneria elettronica con il prof. Francesco Valdoni con una tesi sperimentale sui circuiti integrati VLSI, sviluppata presso l’allora Alenia Spazio dell’Aquila, oggi Thales Alenia Space, l’Ingegner Bernardi, dopo il percorso di tirocinio, era stato poi assunto dalla stessa azienda e lì aveva lavorato come componente di un gruppo di avanguardia nell’ambito della competenza elettronica, con elevata abilità nello sviluppo di progetti complessi di circuiti digitali. Per più di trenta anni nello stabilimento aquilano di Thales Alenia Space, Ascolino Bernardi ha portato a termine un numero davvero elevato di progetti e di processi di verifica, maturando un’esperienza duratura e proficua che non è facile trovare nei contesti accademici e industriali. Fin dai primi inizi della sua carriera ha svolto anche un ruolo di supporto e guida per studenti e giovani ingegneri, nell’ambito della collaborazione tra ateneo e azienda, che si è sempre articolata sul duplice percorso della ricerca e della formazione. Difficile comprendere del tutto il suo lavoro, per il livello altamente specialistico di tale particolare branca dell’ingegneria elettronica, indispensabile per le telecomunicazioni spaziali. Ascolino, infatti, ha lavorato nel campo delle comunicazioni satellitari contribuendo alla progettazione di circuiti digitali facenti parte, ad esempio, dei cosiddetti trasponditori satellitari per telecomunicazioni. In parole povere, se alcuni dei satelliti in orbita intorno al nostro pianeta riescono ad inviare e ricevere dati e segnali, alla e dalla base a terra, è grazie a questa tecnologia così avanzata, sviluppata a L’Aquila nell’azienda d’avanguardia, grazie allo studio e all’impegno lavorativo di tecnici di tale elevata competenza. L’ing. Bernardi ha dato infatti un contributo importante in missioni gratificate anche da grande eco mediatica, quali ad esempio: “Rosetta”, la missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e lanciata nel 2004, con l’obiettivo dello studio della cometa 67P/Churyumov-Erasimenko. La sonda vera e propria è stata chiamata Rosetta, perché l’obiettivo della missione è svelare i segreti riguardanti il sistema solare e la formazione dei pianeti; il nome del lander, Philae, deriva dall’isola in cui fu ritrovato un obelisco che ha aiutato la decifrazione della stele di Rosetta; la missione spaziale ExoMars sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea e da Roscosmos per esplorare il pianeta Marte. Di tale missione è stato parte il lander Schiaparelli, che è stato progettato e costruito in Italia da Thales Alenia Space con lo scopo di fornire ad ESA la tecnologia per compiere un atterraggio controllato sulla superficie del Pianeta rosso. Ascolino Bernardi, però, non è stato solo l’ingegnere. È stato anche l’appassionato di sport, in primo luogo il Rugby, grande conoscitore della storia della palla ovale, sia della gloriosa L’Aquila Rugby che del Paganica Rugby: nomi, storie e aneddoti di partite, campionati, personaggi. Presente, ogni volta che gli era possibile, sugli spalti dello stadio aquilano, o all’Olimpico di Roma per gli incontri del “6 Nazioni”, o anche all’estero. E poi l’amore per L’Aquila e la sua storia, per la montagna, il cinema, il jazz, la buona cucina… Infine, ma non per ultimo, Ascolino amava l’amicizia, la convivialità, i paesaggi, le cose belle, l’arte, tutto ciò che poteva nutrire il corpo e l’anima. Sempre con quel suo particolare tratto di autenticità, attenzione ai valori e alle persone, cifra della sua straordinaria sensibilità culturale e affettiva nelle relazioni. Legato fortemente alla sua famiglia e a Paganica suo paese natale e di residenza, Ascolino ha saputo conservare intatte le relazioni, intense e

Per saperne di più »

L’italiano sfrattato da casa

  Scuola distratta, televisioni urlanti e social impoverenti: così una nazione rischia di perdere la sua voce x Non c’è bisogno di eserciti stranieri per conquistare un Paese. A volte basta una cattiva televisione, una scuola distratta e un telefonino in mano a milioni di persone persuase che abbreviare sia pensare. La lingua italiana non è sotto attacco: è sotto abbandono. Che è peggio. L’attacco, infatti, suscita difesa. L’abbandono, invece, genera indifferenza. E l’indifferenza è il più efficace degli assassini: non sporca le mani, non lascia impronte, non provoca scandalo. Uccide in silenzio, un vocabolo alla volta. Se ci tolgono la lingua madre, ci tolgono molto più di uno strumento espressivo: ci sottraggono la memoria, la sensibilità, il modo stesso di pensare. Restano i suoni, ma scompare la sostanza. Restano le frasi, ma si svuota il significato. Restano i cittadini, ma il popolo si trasforma in una folla di zombie lessicali, convinti di essere moderni mentre stanno soltanto diventando muti. Gli stranierismi, certo, avanzano come erbacce in un giardino lasciato senza cura. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto all’esterno. La verità, assai meno consolante, è che il primo nemico dell’italiano è l’italiano stesso. Siamo diventati il solo popolo che si vergogna della propria lingua al punto da sostituirla appena possibile. Non si fa più una riunione: si organizza un meeting. Non si sceglie un luogo: si cerca una location. Non si fissa una scadenza: si impone una deadline. E guai a dire “gruppo di lavoro”: molto meglio una task force, purché suoni abbastanza anglosassone da far sembrare intelligente anche la banalità. È il provincialismo dei tempi globali: il bisogno quasi patologico di sembrare internazionali per non confessare la propria pochezza. Robert Sabatier sosteneva che, se i crimini contro la lingua fossero perseguiti come quelli contro la società, il mondo sarebbe una vasta prigione. Oggi, a sentire certi talk show o a leggere certe circolari ministeriali, verrebbe da chiedersi se non sia il caso di aprire almeno un’aula di tribunale. La scuola, che dovrebbe essere il primo baluardo, troppo spesso abdica. Non insegna più il gusto della parola precisa, la disciplina della sintassi, il rispetto del periodo ben costruito. Si giustifica tutto, si semplifica tutto. E nel nome di una malintesa modernità si finisce per allevare generazioni che sanno digitare molto e scrivere poco. La televisione, dal canto suo, urla più di quanto parli. Ha sostituito il linguaggio con il rumore, l’argomentazione con lo slogan, la frase con il frammento. La parola non serve più a spiegare: serve a colpire, a fare effetto, a conquistare trenta secondi di attenzione prima della pubblicità. Hannah Arendt lo aveva previsto con precisione chirurgica: la società di massa non vuole cultura, ma svago. E noi abbiamo trasformato la profezia in palinsesto. Poi ci sono i social, che rappresentano il colpo di grazia. Non perché la tecnologia sia nemica della lingua, sarebbe una sciocchezza sostenerlo, ma perché ne ha accelerato i vizi peggiori: fretta, approssimazione, superficialità. Si scrive per impulso, si pubblica senza rileggere, si comunica senza riflettere. La velocità è diventata un valore in sé, come se la rapidità di un pensiero potesse sostituirne la qualità. In questo panorama, la politica osserva con l’abituale lungimiranza del giorno dopo. Si preoccupa degli autovelox intelligenti, delle statistiche elettorali, dei sondaggi della sera, ma ignora la lenta emorragia della lingua nazionale. Le multe fanno cassa; l’italiano no. E poiché lo Stato tende a riconoscere solo ciò che produce gettito, la lingua viene lasciata al suo destino, come un monumento storico di cui ci si ricorda solo quando crolla. Eppure, come ricordava Cesare Marchi, una lingua che accetta tutto indiscriminatamente rischia di perdere la propria individualità e di morire proprio mentre sembra più viva. Il monito di Accademia della Crusca, rilanciato da Paolo D’Achille, dovrebbe essere preso sul serio: il futuro dell’italiano non è garantito per diritto divino. Va difeso. Nella scuola, nei giornali, nelle istituzioni, nelle case. Perché una lingua non è un dizionario: è una patria invisibile. E il finale, se Montanelli ci perdona l’ardire, è presto detto: l’Italia non rischia di diventare una colonia economica; rischia di esserlo già sul piano culturale. Un Paese che non sa più nominare il mondo finisce per subirlo. E quando una nazione smette di parlare con la propria voce, di solito non tarda molto a smettere di pensare con la propria testa. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

L’arte di guardare altrove

Tra emergenze ignorate e battaglie di cartapesta, l’Italia impara in fretta la lezione europea: discutere del nulla mentre il reale bussa alla porta C’è un talento tutto moderno, affinato con cura certosina nei corridoi della politica: quello di ignorare l’urgenza e abbracciare l’effimero. Non è distrazione, sia chiaro. È disciplina. Una vocazione quasi artistica che l’Italia, da brava allieva, ha appreso con zelo dai maestri d’Oltralpe. I numeri, quelli sì, sono volgari nella loro chiarezza: nelle 14 città metropolitane, oltre 4.400 senza dimora vivono per strada, mentre circa 10.000 anime si muovono come ombre invisibili tra le nostre piazze. Il 44,6% dorme dove capita, il 55,4% si arrangia nelle strutture notturne. E sopra tutto, come una coperta troppo corta, i 5,7 milioni di individui in povertà assoluta. Ma niente paura: non si registrano flotiglie di coscienze dirette verso le nostre coste interne. Nessuna spedizione mediatica, nessun pellegrinaggio indignato. Gli invisibili, per definizione, non fanno audience. Altrove, però, il copione cambia. A Cuba, per esempio, la solidarietà internazionale non manca mai, purché sia ben alloggiata. Attivisti ospitati in hotel a cinque stelle, mentre fuori si spegne la luce e, talvolta, anche la speranza. Un turismo ideologico che ha il pregio della coerenza: si predica austerità, ma si pratica il minibar. Qualche malalingua suggerisce che il clima tropicale renda più sopportabile l’impegno civile. E che, tra una dichiarazione e una foto di gruppo, la “causa” trovi miglior digestione sotto il sole dei Caraibi. In fondo, anche le rivoluzioni, se ben climatizzate, diventano più presentabili. Nel frattempo, qui da noi, il dibattito si infiamma su questioni di vitale irrilevanza: dimissioni annunciate con solennità teatrale, epurazioni più o meno simboliche, dispute liturgiche sulla benedizione pasquale, ambiziosi progetti pedagogici per “decostruire” il maschio sin dalle elementari. Il tutto condito da una produzione incessante di parole, come se bastasse nominarle le cose per averle risolte. E sì, c’è anche spazio per il ricordo di Gino Paoli, che almeno ci restituisce un frammento di autenticità in mezzo al frastuono. Perché, ogni tanto, la realtà riesce ancora a farsi largo,ma solo quando canta. Ci lamentiamo dell’Europa che discute della curvatura dei cetrioli mentre il mondo brucia alle porte. Poi, con impeccabile spirito d’imitazione, facciamo lo stesso. Del resto, chi va con lo zoppo… E così restiamo qui, spettatori ben educati del nostro stesso smarrimento. Con la sensazione crescente che non basti più cambiare le parole, né gli slogan, né le priorità sulla carta. Forse serve qualcosa di più radicale. Un azzeramento. Un ricambio di teste prima ancora che di idee. Ma tranquilli: anche questa, probabilmente, finirà tra le questioni non urgenti. Perché in fondo, in questo Paese, il vero problema non è che le cose vadano male.È che riusciamo sempre a parlarne d’altro. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Giudici al voto?

Se la Giustizia scendesse in piazza, forse scoprirebbe di avere ancora un pubblico E se i giudici fossero eletti dal popolo? La domanda non è un vezzo da salotto né una boutade da talk show. È una proposta concreta, avanzata, tra un applauso e una salamella, da Matteo Salvini dal palco di Pontida. L’idea: giudici scelti direttamente dal popolo sovrano, come avviene in molte realtà degli Stati Uniti d’America. Apriti cielo. La nostra Magistratura italiana, già gelosa custode degli articoli 106 e 107 della Costituzione, ha ricordato che i magistrati “sono nominati per concorso” e “sono inamovibili”. Garanzie sacrosante, si dirà, per assicurare competenza e indipendenza. E su questo non si discute: il concorso pubblico è il filtro necessario, la patente tecnica senza la quale il volante della Giustizia non si dovrebbe nemmeno sfiorare. Ma l’idea non è di abolire il concorso. È di aggiungere un passaggio: una volta abilitati, i magistrati potrebbero presentarsi al giudizio, questa volta letterale, degli elettori. In altre parole: prima la competenza, poi la fiducia. Subito si obietta: il giudice eletto potrebbe piegare le sentenze al consenso, cercando la rielezione. Un rischio reale, certo. Ma davvero oggi il sistema è impermeabile alle pressioni? È una domanda che aleggia nei corridoi e nelle coscienze, senza bisogno di essere urlata. Il grande Alexis de Tocqueville, nel suo immortale La democrazia in America, temeva che l’elezione dei giudici potesse minare l’indipendenza e, con essa, la democrazia stessa. Timore rispettabile, firmato da una mente superiore. E tuttavia, guardando alla storia americana, non si può dire che la democrazia sia crollata per questo. Anzi, proprio quel sistema è stato spesso indicato come modello di equilibrio tra poteri. C’è una piccola dicotomia che stuzzica il lettore curioso: se si celebra la democrazia americana come paradigma di uguaglianza e partecipazione, perché si inorridisce quando si prende sul serio uno dei suoi meccanismi? O si ammira il sistema nella sua interezza, oppure lo si rifiuta con coerenza. Non si può lodare il faro e temere la luce. L’elezione popolare dei giudici, con la possibilità di destituzione nei casi più gravi, avrebbe almeno un merito: riportare la Giustizia dentro il circuito della responsabilità percepita. Oggi il cittadino diffida dei politici e, sempre più spesso, anche dei magistrati. Forse, con un sistema diverso, la sfiducia si concentrerebbe su una sola categoria. Sarebbe già un risparmio emotivo. Certo, l’indipendenza è un bene prezioso. Ma l’indipendenza non è sinonimo di intangibilità. Come ricordava Giovanni Falcone, la magistratura ha sempre rivendicato la propria autonomia, talvolta lasciandosi sedurre, magari inavvertitamente, dalle lusinghe del potere politico. Nessun sistema è immune dalle tentazioni umane. La differenza sta nei contrappesi. In fondo, la vera domanda non è se l’elezione popolare sia perfetta. Non lo è. Come non è perfetto il sistema attuale. La vera questione è se, in un clima di diffidenza diffusa, non valga la pena sperimentare una maggiore responsabilità diretta verso chi, in nome del popolo, amministra la Giustizia. Peggio non potrebbe andare, si mormora con un sorriso colto. E se anche andasse allo stesso modo, almeno avremmo il diritto di dire che i giudici li abbiamo scelti noi. Perché, in democrazia, il rischio più grande non è sbagliare scelta. È fingere di non averne. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

Per saperne di più »

Un regno per un bicchiere d’acqua

Nel Golfo dove scorrono fiumi di petrolio ma non una goccia d’acqua, i desalinizzatori diventano il vero tallone d’Achille della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele. “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!” Così gridava il disperato Riccardo III sul campo di battaglia nell’omonima tragedia di William Shakespeare.Se oggi dovessimo aggiornare la scena, probabilmente sentiremmo qualcosa di simile provenire dalle sabbie del Golfo: “Acqua, acqua, il mio regno per una bottiglia d’acqua. Meglio se gelata e con una foglia di menta.” Perché nel Medio Oriente del petrolio infinito e delle torri di vetro alte come orgogli dinastici, la risorsa davvero strategica non è il greggio. È l’acqua. La geografia non ha mai avuto senso dell’umorismo: ha collocato alcune delle maggiori ricchezze energetiche del pianeta nel mezzo di uno dei deserti più aridi della Terra. Così negli ultimi cinquant’anni gli emirati scintillanti e le monarchie petrolifere hanno risolto il problema con la tecnologia: trasformare il mare in acqua potabile. Nel Golfo funzionano oggi circa 450 impianti di desalinizzazione. Senza di loro città come Dubai, Doha o Kuwait City non sarebbero semplicemente metropoli: sarebbero miraggi. Intere capitali vivono appese a pochi giganteschi rubinetti tecnologici che pompano acqua dal mare e la spediscono nell’entroterra attraverso tubazioni lunghe centinaia di chilometri. Un esempio basta a capire. L’impianto saudita di Jubail alimenta quasi il 100% dell’acqua potabile della capitale Riyadh attraverso una rete di circa 500 chilometri. Se quell’impianto smettesse di funzionare seriamente, detta capitale entrerebbe in crisi idrica in un batter d´occhio. È qui che la guerra torna a farsi interessante, nel senso meno rassicurante della parola. Nel confronto tra Iran da una parte e l’asse israelo-americano dall’altra, la superiorità militare non è esattamente equilibrata. Ma la strategia ha sempre avuto una certa fantasia quando le armi non bastano. E tra i cosiddetti soft targets, obiettivi civili ad alto impatto sistemico, gli impianti di desalinizzazione sono candidati quasi perfetti. Basta poco: le schegge di un drone abbattuto, un incendio, una rete elettrica in corto circuito. Queste strutture sono complesse, energivore e concentrate. Colpirne alcune nello stesso momento significherebbe aprire una crisi umanitaria immediata in una regione dove vivono circa cento milioni di persone e dove l’acqua naturale, semplicemente, non c’è. In teoria il diritto internazionale protegge infrastrutture essenziali alla sopravvivenza civile. In pratica, le guerre moderne hanno dimostrato di avere scarsa devozione per le buone maniere. Nemmeno le religioni vengono risparmiate: figurarsi le tubature. Ecco perché il vero paradosso del conflitto mediorientale è questo: il mondo guarda con ansia i terminal petroliferi, ma la linea rossa potrebbe essere molto più semplice e molto più umana. L’acqua. Se qualcuno decidesse di chiudere quei rubinetti giganteschi affacciati sul mare, gli strateghi di Washington e di Gerusalemme avrebbero due possibilità: accelerare la fine della partita con Teheran oppure cominciare a organizzare una distribuzione planetaria di bottiglie. Il che sarebbe una scena piuttosto curiosa per un pianeta che per mezzo secolo ha creduto che la geopolitica ruotasse attorno al petrolio. Perché alla fine, tra un barile di greggio e un bicchiere d’acqua, l’umanità sceglie sempre la seconda. E lo fa con sorprendente rapidità, soprattutto quando ha sete. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

La terra trema, noi strepitiamo

Quando il sisma è geologico, ma la caciara è tutta umana Il Centro Italia trema ancora. E subito partono le interpretazioni: c’è chi vede la fine del mondo, chi la fine del Paese e chi, più modestamente, un ultimatum alle Istituzioni. Una sorta di comunicato tellurico: “Se non la finite con questa caciara politico-giudiziaria-opposizionista, provvedo io a un ripulisti selettivo”. Un’esegesi ardita, certo. Ma di questi tempi l’ardire non manca. Siamo diventati esegeti del bradisismo e commentatori del magma, mentre fatichiamo a interpretare una norma scritta in italiano corrente. Socrate, prima di bere la cicuta, ricordò a Critone: “Siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Ringraziava il dio della medicina per la guarigione dalla vita, considerata malattia dell’anima. Noi, più prosaicamente, sembriamo debitori di un gallo a qualche divinità della moderazione. Ma il pollaio è rumoroso e nessuno sente più nessuno. Viene presentata una bozza di riforma elettorale e, apriti cielo, si evocano i numi tutelari della Prima Repubblica: Giulio Andreotti e Bettino Craxi avrebbero votato “Sì” al referendum sulla Giustizia, assicurano i figli. Basta questo per scatenare reazioni a catena, analisi medianiche, scomuniche preventive. Nel frattempo il Cpr in Albania “funziona”, un sondaggio manda in tilt i Cinque Stelle, e ogni giorno offre il suo bravo incendio da spegnere con benzina fresca. Il diritto di critica è sacrosanto, anzi, è ossigeno costituzionale. Ma l’ossigeno, se saturo di veleni, diventa smog. Un’opposizione che si limiti al “no” perpetuo non è ortodossa: è monotona. E la monotonia, in politica, è più pericolosa dell’errore. Poi ci sono le sentenze creative, quelle dubitative, quelle che fanno discutere più per l’estro che per la toga. La magistratura è pilastro della Repubblica; ma anche i pilastri, se oscillano troppo, fanno venire il mal di mare ai cittadini. Nessun contrappasso dantesco nel nostro caso, per carità: solo un volo pindarico, nato da uno scarto di memoria liceale. Però la sensazione è che ognuno scrolli la responsabilità sull’altro, come se la colpa fosse un soprabito fuori stagione. E allora torniamo al sisma. Le spiegazioni geologiche e vulcanologiche esistono, solide e verificabili. Il resto è metafora. A noi piace immaginare la Terra come un cane che si scrolla: un “shake off” planetario. Un gesto istintivo per liberarsi dallo stress, per ripulirsi da un eccesso di tensione. Di tensioni, alla Madre Terra, ne abbiamo regalate una vagonata. Ingrati e litigiosi, trasformiamo il paradiso in un talk show permanente. E poi ci stupiamo se trema. La Terra resta un paradiso. L’inferno, semmai, è non accorgersene. E se proprio il sisma fosse un messaggio, non sarebbe un avvertimento apocalittico ma una lezione elementare: meno strepito, più sostanza. Perché i terremoti passano; le macerie morali, se non le sgomberiamo noi, restano. E non c’è Protezione Civile che tenga. Giuseppe Arnò * Immagine originale: https://www.ingv.it/

Per saperne di più »

La carne è debole, il titolo è fortissimo

   Dalle fragilità umane ai titoloni apocalittici: come trasformare una caduta personale in un’Armageddon planetaria (che puntualmente non arriva).   “La carne è debole”, si dice. Non è una condanna, ma un promemoria: siamo fatti di limiti, tentazioni, inciampi. È un invito alla crescita, non alla gogna. Eppure, quando la debolezza smette di essere episodio e diventa abitudine, il confine tra fragilità e rovina si assottiglia fino a sparire. Nel reame d’Inghilterra la massima evangelica ha trovato un’interpretazione piuttosto terrena con il caso del Principe Andrea, fratello di Carlo III. Qui non siamo più nella dimensione della scappatella da romanzo ottocentesco, ma in un capitolo assai meno lirico e più giudiziario. Quando la debolezza diventa cronica, non si parla più di peccatucci, ma di responsabilità. E le responsabilità, a corte come al mercato, si pagano. La “pecora nera” esiste in tutte le famiglie, nobili o proletarie che siano. La differenza è che se inciampa il cugino Gino, al massimo si commenta al pranzo di Natale; se inciampa un principe, scatta l’editoriale globale. Titoli a caratteri cubitali: “La corona con le spine”, “È la fine della monarchia?”, “Scandalo che scuote l’Impero!”. Manca solo l’invasione delle cavallette. E invece? È successo ciò che doveva succedere: perdita di titoli operativi, isolamento pubblico, conti aperti con la giustizia, risarcimenti sostanziosi. Una vicenda personale con conseguenze personali. La monarchia britannica non è crollata, British royal family non è stata sfrattata da Buckingham Palace, e le guardie non hanno cambiato mestiere. Il mondo ha continuato a girare, con grande disappunto dei titolisti. Il problema non è raccontare lo scandalo. È gonfiarlo fino a farlo diventare un’eclissi permanente. La debolezza umana è materia seria; trasformarla in fiction apocalittica è un esercizio creativo che frutta clic ma impoverisce la realtà. La stampa, quando informa, è servizio; quando allarma per sport, diventa teatro. E il teatro, si sa, vive di eccessi. Così il lettore, bombardato da catastrofi imminenti, finisce per non distinguere più tra una crepa e un terremoto. Tutto è “crisi”, tutto è “crollo”, tutto è “svolta epocale”. Poi, il giorno dopo, nulla è cambiato davvero. Se non il numero delle visualizzazioni. Forse aveva ragione Paulo Coelho, nel suo Il Cammino di Santiago: abbiamo la tendenza a fantasticare su ciò che non esiste, ignorando le lezioni che abbiamo sotto gli occhi. La lezione, in questo caso, è semplice: l’uomo cade, paga e, se può, si rialza. Il resto è rumore di fondo. E la morale? La carne resta debole. Ma certi titoli lo sono ancora di più: fortissimi di voce, fragilissimi di sostanza. Come certi castelli di carta che crollano solo nelle redazioni. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »

Crociati a vela e Repubblica a zig zag

Dalle flotte umanitarie sponsorizzate ai giudici creativi, passando per ceffoni gratuiti e brindisi consolatori: cronache di un Paese che non si annoia mai x x Dal 1096 al 1291 si consumarono otto grandi crociate, nove, per gli storici più generosi. Se davvero la storia ama ripetersi, abbiamo ancora ampio margine per eguagliare le imprese di Goffredo di Buglione e Pietro l’Eremita. Nel frattempo, ci accontentiamo delle repliche in scala ridotta. Siamo infatti alla seconda crociata della Flotilla, pronta a salpare, dopo mesi di annunci, il 29 marzo 2026. Tempistica invidiabile: Pasqua e Pasquetta in mare, clima mite, Mediterraneo docile. Qualche malalingua potrebbe parlare di gita primaverile con contorno ideologico, ma sarebbe cattiveria gratuita. O quasi. Le crociate originali nacquero da una chiamata solenne alle armi di papa Urbano II, accolta con fervore popolare ed entusiasmo militare. I crociati indossavano la croce, partivano a proprie spese, senza sponsor, senza benefit, senza comunicati stampa. Difendevano la Terra Santa e proteggevano i pellegrini. O almeno così credevano. Le crociate moderne, inevitabilmente, hanno cambiato assetto: velieri eleganti, loghi discreti, carichi simbolici di aiuti destinati, con ogni probabilità, a non arrivare mai. Ma utilissimi per trasformare l’impresa in una sorta di “Barcolana ideologica” a vocazione globale. La prima spedizione si è conclusa con arresti, schedature e rimpatri. La seconda crociata storica finì con una sonora sconfitta per i cristiani. Se la storia insiste a ripetersi, i nuovi cavalieri sanno già come andrà a finire. Ma poco importa: vitto, alloggio e visibilità sono garantiti, e la propaganda, comunque vada, è assicurata. Secondo Saif Abukeshek, del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, parteciperanno alla missione oltre mille tra medici, infermieri, operatori sanitari, educatori, ingegneri, investigatori di crimini di guerra ed ecocidio. Nessuna notizia, però, di analoghe spedizioni verso l’Ucraina. Forse viaggiare in slitta o motoslitta è meno glamour che navigare su yacht solidali. Ma l’Italia, si sa, è un continente più che un Paese. Mentre una parte del Paese applaude l’apertura dei Giochi di Milano-Cortina 2026, tra tram simbolici e cerimonie solenni, un’altra parte protesta, perché protestare è un diritto, e spesso anche un’abitudine. Poi c’è la cronaca giudiziaria, che riesce spesso a superare l’impensabile. Un giudice di Catanzaro chiede alla Consulta di bloccare il carcere per un ventenne condannato per abusi su una tredicenne, ritenendo la pena “irragionevole”. Un ricorso che sfida Parlamento e buon senso. Commentare sarebbe facile. Meglio tacere: il silenzio, a volte, è più eloquente. Dagli abusi si passa alle botte gratuite. A Roma un giovane tunisino, senza fissa dimora e con gravi problemi psichiatrici, colpisce passanti a caso. Fermato, sottoposto a TSO, rilasciato. Le norme vigenti non consentono misure durature. È di nuovo in strada. Qui, finalmente, si invoca un intervento urgente e bipartisan: a Roma i parlamentari sono di casa e nessuno, immaginiamo, ama essere preso a schiaffi per strada, senza preavviso e senza motivo. Ci sarebbe altro, molto altro. Ma non tingiamo di nero anche il giorno dell’inaugurazione olimpica. Meglio brindare. Vinitaly festeggia: l’export dei distillati italiani vale 1,7 miliardi. Un dato solido, rassicurante, alcolicamente patriottico. Del resto, come insegnava Bukowski: se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. In Italia, per sicurezza, beviamo sempre. Giuseppe Arnò

Per saperne di più »
NOTIZIE CORRELATE

Vedi anche

“Dulce et decorum est pro patria mori.” — Orazio “Il potere si difende con la menzogna, ma si regge sul.

Si spengono le luci (e qualcuno resta al buio)     Il 2025 se ne va tra divorzi geopolitici, Giubilei.

Lo sport può convivere con la politica, ma non può sopravvivere alla sua invadenza. Perché una partita senza regole uguali.