Scuola distratta, televisioni urlanti e social impoverenti: così una nazione rischia di perdere la sua voce
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Non c’è bisogno di eserciti stranieri per conquistare un Paese. A volte basta una cattiva televisione, una scuola distratta e un telefonino in mano a milioni di persone persuase che abbreviare sia pensare.
La lingua italiana non è sotto attacco: è sotto abbandono.
Che è peggio.
L’attacco, infatti, suscita difesa. L’abbandono, invece, genera indifferenza. E l’indifferenza è il più efficace degli assassini: non sporca le mani, non lascia impronte, non provoca scandalo. Uccide in silenzio, un vocabolo alla volta.
Se ci tolgono la lingua madre, ci tolgono molto più di uno strumento espressivo: ci sottraggono la memoria, la sensibilità, il modo stesso di pensare. Restano i suoni, ma scompare la sostanza. Restano le frasi, ma si svuota il significato. Restano i cittadini, ma il popolo si trasforma in una folla di zombie lessicali, convinti di essere moderni mentre stanno soltanto diventando muti.
Gli stranierismi, certo, avanzano come erbacce in un giardino lasciato senza cura. Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto all’esterno. La verità, assai meno consolante, è che il primo nemico dell’italiano è l’italiano stesso.
Siamo diventati il solo popolo che si vergogna della propria lingua al punto da sostituirla appena possibile. Non si fa più una riunione: si organizza un meeting. Non si sceglie un luogo: si cerca una location. Non si fissa una scadenza: si impone una deadline. E guai a dire “gruppo di lavoro”: molto meglio una task force, purché suoni abbastanza anglosassone da far sembrare intelligente anche la banalità.
È il provincialismo dei tempi globali: il bisogno quasi patologico di sembrare internazionali per non confessare la propria pochezza.
Robert Sabatier sosteneva che, se i crimini contro la lingua fossero perseguiti come quelli contro la società, il mondo sarebbe una vasta prigione. Oggi, a sentire certi talk show o a leggere certe circolari ministeriali, verrebbe da chiedersi se non sia il caso di aprire almeno un’aula di tribunale.
La scuola, che dovrebbe essere il primo baluardo, troppo spesso abdica. Non insegna più il gusto della parola precisa, la disciplina della sintassi, il rispetto del periodo ben costruito. Si giustifica tutto, si semplifica tutto. E nel nome di una malintesa modernità si finisce per allevare generazioni che sanno digitare molto e scrivere poco.
La televisione, dal canto suo, urla più di quanto parli. Ha sostituito il linguaggio con il rumore, l’argomentazione con lo slogan, la frase con il frammento. La parola non serve più a spiegare: serve a colpire, a fare effetto, a conquistare trenta secondi di attenzione prima della pubblicità.
Hannah Arendt lo aveva previsto con precisione chirurgica: la società di massa non vuole cultura, ma svago. E noi abbiamo trasformato la profezia in palinsesto.
Poi ci sono i social, che rappresentano il colpo di grazia. Non perché la tecnologia sia nemica della lingua, sarebbe una sciocchezza sostenerlo, ma perché ne ha accelerato i vizi peggiori: fretta, approssimazione, superficialità. Si scrive per impulso, si pubblica senza rileggere, si comunica senza riflettere. La velocità è diventata un valore in sé, come se la rapidità di un pensiero potesse sostituirne la qualità.
In questo panorama, la politica osserva con l’abituale lungimiranza del giorno dopo. Si preoccupa degli autovelox intelligenti, delle statistiche elettorali, dei sondaggi della sera, ma ignora la lenta emorragia della lingua nazionale. Le multe fanno cassa; l’italiano no. E poiché lo Stato tende a riconoscere solo ciò che produce gettito, la lingua viene lasciata al suo destino, come un monumento storico di cui ci si ricorda solo quando crolla.
Eppure, come ricordava Cesare Marchi, una lingua che accetta tutto indiscriminatamente rischia di perdere la propria individualità e di morire proprio mentre sembra più viva.
Il monito di Accademia della Crusca, rilanciato da Paolo D’Achille, dovrebbe essere preso sul serio: il futuro dell’italiano non è garantito per diritto divino. Va difeso. Nella scuola, nei giornali, nelle istituzioni, nelle case.
Perché una lingua non è un dizionario: è una patria invisibile.
E il finale, se Montanelli ci perdona l’ardire, è presto detto: l’Italia non rischia di diventare una colonia economica; rischia di esserlo già sul piano culturale.
Un Paese che non sa più nominare il mondo finisce per subirlo.
E quando una nazione smette di parlare con la propria voce, di solito non tarda molto a smettere di pensare con la propria testa.
Giuseppe Arnò