Dalla politica alle chiacchiere di cortile: l’opposizione che, non sapendo cosa dire al Paese, si rifugia nella vita privata degli avversari
L’opposizione è donna, si dice con galanteria d’altri tempi, e con la gentilezza dovuta a una signora va trattato anche l’argomento di oggi. Ma la cortesia, si sa, non esclude la franchezza. Anzi, talvolta la rende più elegante.
Una solerte lettrice, con simpatie dichiaratamente rivolte a sinistra, ci segnala il passaggio “dal caso Sangiuliano al caso Piantedosi”, accompagnandolo con quel ritornello che ormai sembra divenuto una formula di rito: “non ci facciamo mancare niente”. Espressione felicissima, benché forse usata inconsapevolmente come autoritratto della stessa opposizione, che in effetti non si fa mancare nulla: insinuazioni, retroscena, allusioni, polveroni e, soprattutto, una costante attenzione alle donne della vita privata degli uomini di destra.
Il sospetto, a questo punto, sorge spontaneo: quando le idee languono, si cercano altri argomenti. E poiché i dossier richiedono studio, i numeri pazienza e le proposte coraggio, ecco che il rifugio più comodo diventa il salotto, il corridoio, il sussurro, il pettegolezzo vestito da analisi politica.
Un tempo le comari si radunavano davanti all’uscio di casa, le mani in grembo e l’occhio vigile sul vicinato. Gli sfaccendati, invece, aspettavano il proprio turno dal barbiere, commentando la vita altrui con l’autorevolezza di chi non ha altro da fare. Era folklore, quasi antropologia urbana.
Poi è arrivata la tecnologia, e la vecchia panchina di quartiere si è trasformata in chat, la chiacchiera in post, il bisbiglio in hashtag. La differenza è che prima la maldicenza si fermava all’angolo della strada; oggi fa il giro del mondo in tempo reale e pretende persino di orientare il dibattito pubblico.
Qui torna inevitabile alla mente Umberto Eco, con la sua celebre e spietata osservazione: “Prima gli imbecilli parlavano solo al bar. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Una frase dura, ma quanto mai attuale, soprattutto quando si osserva il fervore con cui sui social vengono ripetute, pappagallescamente, le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, le stesse indignazioni prefabbricate.
Il fenomeno, in verità, è più politico che sociologico.
Quando un’opposizione, in tempi di guerra, di restrizioni economiche, di salari compressi e famiglie in affanno, sceglie di concentrare il fuoco sulla vita privata degli avversari, manda un messaggio chiarissimo: non ha nulla di meglio da offrire.
Mancano le proposte, allora si coltiva la polemica.
Mancano le soluzioni, allora si alimenta il sospetto.
Manca la visione, allora si strumentalizzano le donne.
Ed è qui il punto più delicato.
La donna, nella sua complessità e nella sua forza, merita ben altro che diventare accessorio polemico nella lotta politica. La si rispetta, la si ascolta, la si valorizza; non la si brandisce come clava mediatica per colpire un avversario che, evidentemente, non si riesce a battere sul terreno delle idee.
La nostra canzone popolare, spesso più saggia dei talk show, lo aveva capito da tempo. Il Quartetto Cetra cantava che tutto si fa per la donna; Claudio Villa la elevava addirittura a “pericolo numero uno”. Ma la letteratura, quella vera, ha detto tutto con ben altra altezza. William Shakespeare ricordava che dagli occhi delle donne derivano arti, accademie e dottrina.
Forse sarebbe il caso che qualcuno, nelle aule parlamentari e nei partiti, tornasse a leggere più Shakespeare e meno social.
Il cittadino, del resto, non elegge rappresentanti per trasformarli in cronisti di salotto. Li elegge per affrontare i problemi del Paese, non per redigere il bollettino delle frequentazioni private altrui.
E allora la conclusione, cara lettrice, viene quasi da sé.
Quando la politica smette di produrre idee, comincia a produrre chiacchiere. Ma con le chiacchiere non si governa un Paese: si riempiono solo i social, e spesso il vuoto di chi le pronuncia.
Giuseppe Arnò
- Foto by CANVA