EDITORIALE LUGLIO 2026

Luglio, il mese della memoria. L’Occidente allo specchio Vent’anni senza Oriana Fallaci. Le idee sopravvivono agli anniversari. Le civiltà, invece, sopravvivono soltanto se ricordano chi sono. Civis Romanus sum. Tre parole che un tempo bastavano a definire un’appartenenza. Oggi dovrebbero bastare almeno a ricordarci che ogni civiltà sopravvive finché conserva coscienza di sé. Civis Romanus sum. Non era una semplice formula. Era un passaporto morale, prima ancora che giuridico. Bastavano tre parole per evocare una civiltà, un diritto, una cultura, un modo di concepire il mondo. Un cittadino romano non portava soltanto un nome: portava un’eredità. Forse oggi, nell’epoca delle identità liquide, dei confini elastici e delle mode globali che cambiano più rapidamente delle stagioni, quella locuzione latina potrebbe sembrare un reperto da museo. Eppure è proprio nei musei che si custodiscono le cose preziose, non quelle inutili. Vent’anni fa scompariva Oriana Fallaci. Il tempo ha compiuto il suo mestiere: ha consumato le polemiche, ma non ha cancellato le domande che ella pose con ostinazione. Anzi, molte di esse sembrano essersi accomodate in prima fila nel teatro del XXI secolo. “L’Occidente non dimentichi chi è.” Non era un invito alla nostalgia, bensì alla memoria. Due concetti che spesso vengono confusi. La nostalgia guarda indietro con malinconia; la memoria guarda avanti con consapevolezza. Viviamo in un tempo nel quale tutto scorre, come ricordava Eraclito. Panta rei. Cambiano gli equilibri geopolitici, le economie, le tecnologie, perfino il modo di parlare. Ma esistono realtà che non possono essere trattate come applicazioni da aggiornare ogni sei mesi: la storia, la cultura, l’identità di un popolo. L’Europa non nasce da un regolamento comunitario né da una direttiva scritta in burocratese. Nasce molto prima. Nasce ad Atene, dove si impara che la libertà richiede cittadini e non sudditi. Nasce a Roma, dove il diritto diventa il linguaggio della convivenza civile. Nasce a Gerusalemme, dove la dignità della persona assume un valore universale. Il resto è amministrazione. Già Erodoto raccontava che gli Ateniesi decisero di opporsi all’invasione persiana non soltanto per ragioni militari, ma perché si riconoscevano appartenenti allo to ellenikòn: comunanza di sangue, lingua, santuari, riti e costumi. Una definizione che oggi farebbe probabilmente convocare un convegno internazionale per discuterne la “problematicità”. Gli antichi, invece, combattevano. Non perché odiassero gli altri, ma perché amavano sé stessi. Ed è qui che il dibattito contemporaneo inciampa spesso nella stessa pietra. Difendere un’identità non significa disprezzarne altre. Custodire la propria casa non equivale a incendiare quella del vicino. Esiste una differenza sostanziale fra apertura e dissoluzione. L’Occidente è diventato grande proprio perché ha saputo dialogare, assimilare, innovare. Ma ogni dialogo presuppone due interlocutori riconoscibili. Se uno dei due rinuncia a essere sé stesso, il dialogo cessa e resta soltanto un lungo monologo della confusione. Oggi il rischio più sottile non è tanto un’invasione di eserciti quanto quella delle idee che suggeriscono che tutte le culture siano identiche, tutte le tradizioni intercambiabili, tutti i valori equivalenti. Se tutto vale allo stesso modo, alla fine non vale più nulla. La globalizzazione ha portato opportunità straordinarie. Ha avvicinato continenti, economie e persone. Ma quando pretende di trasformare il mondo in un gigantesco centro commerciale dove perfino le identità diventano prodotti standardizzati, allora smette di essere uno strumento e diventa un fine. E le civiltà che smettono di distinguersi finiscono inevitabilmente per confondersi. Persino la mitologia greca raccontava questa differenza attraverso il contrasto fra Polluce e il barbaro Amico: l’uno rappresentazione della misura, dell’armonia e dell’eleganza; l’altro simbolo della forza priva di cultura. Non era una questione etnica, ma una metafora della civiltà. Naturalmente nessuno auspica scontri fra popoli o presunte gerarchie culturali. Sarebbe una caricatura della storia e un tradimento dell’intelligenza. Esiste però un principio che rimane attuale quanto il celebre Nosce te ipsum: chi dimentica la propria identità diventa facilmente ciò che altri decidono per lui. Per questo l’Europa dovrebbe recuperare il coraggio della propria autocoscienza. Non per erigere muri contro il mondo, ma per costruire fondamenta sotto la propria casa. Anche perché le case senza fondamenta non hanno bisogno di essere conquistate: basta aspettare che crollino da sole. In fondo aveva ragione anche l’antico stratega cinese quando osservava che “l’invincibilità sta nella difesa”. La difesa non è paura. È conoscenza di sé. È la serenità di chi sa cosa custodisce. E forse il miglior omaggio che possiamo rendere a Oriana Fallaci, vent’anni dopo, non consiste nel trasformarla in un’icona da celebrare una volta l’anno. Le idee, come le civiltà, non vivono di commemorazioni ma di confronto. Montanelli amava ricordare che «un popolo che perde la memoria perde anche il futuro». È una frase che oggi suona meno come una citazione e più come un promemoria. Perché il problema dell’Occidente non è sapere dove sta andando. È ricordarsi, prima di partire, da dove viene. Giuseppe Arnò   * Foto: Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 3.0 Unported . Canva remixed

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La morale in saldo e il moralismo a prezzo pieno

Quando il tribunale dei social pretende di riscrivere la storia, spesso dimentica di leggere anche le note a piè di pagina. Ogni tanto i social network, non avendo nulla di meglio da riesumare, riportano alla luce qualche vecchia intervista di Indro Montanelli. Stavolta è tornato in circolazione il celebre spezzone nel quale il giornalista racconta della sua unione con una giovane etiope durante la campagna d’Africa. Naturalmente non circola l’intervista integrale, ma soltanto il frammento più adatto a sostenere il processo. Oggi, del resto, il montaggio ha sostituito l’istruttoria. L’accusa è semplice: immoralità. La difesa, invece, richiede qualche riga in più. Montanelli spiegava che ciò che sarebbe stato inaccettabile secondo il costume italiano non lo era nell’Abissinia di allora, dove quelle unioni erano conformi agli usi locali. Non pretendeva di esportare quella pratica in Italia, né sosteneva che ogni costume fosse moralmente esemplare; ricordava semplicemente un dato storico e culturale. I giuristi, meno inclini alle indignazioni improvvisate, conoscono da secoli un principio elementare: lex loci regit actum. L’atto, salvo eccezioni, è disciplinato dalla legge del luogo in cui viene compiuto. Non è un’assoluzione morale; è una regola di diritto internazionale privato che serve proprio a evitare l’anarchia giuridica. Confondere il diritto con il giudizio etico significa rendere un pessimo servizio a entrambi. Naturalmente, se oggi un cittadino italiano sposasse una minorenne in Italia, il problema non si porrebbe neppure: l’articolo 84 del Codice civile e l’intero sistema di tutela dei minori lo impedirebbero, con rilevanti conseguenze giuridiche. Ma proiettare automaticamente l’ordinamento odierno su vicende coloniali di quasi un secolo fa significa cedere a quella tentazione che gli storici chiamano presentismo: giudicare il passato esclusivamente con le categorie del presente. Questo non impedisce una valutazione morale. Anzi, la rende più seria. La morale non coincide con il moralismo. La prima cerca di comprendere il bene e il male nella complessità delle circostanze; il secondo si accontenta di distribuire patenti di virtù, preferibilmente retroattive. È la differenza che Giulio Andreotti sintetizzava con il suo consueto sarcasmo: «Distinguerei le persone morali dai moralisti, perché molti di coloro che parlano di etica, a forza di discuterne non hanno poi il tempo di praticarla.» E Vittorio De Sica aggiungeva, con altrettanta ironia, che l’indignazione morale è spesso composta da una modesta percentuale di morale e da una ben più abbondante dose d’indignazione. Il punto, allora, non è stabilire se oggi quella vicenda susciti perplessità, è del tutto legittimo che le susciti, ma se sia corretto trasformare un frammento estrapolato dal suo contesto in un capo d’imputazione eterno. Curiosamente, la stessa società che pretende severità assoluta per fatti avvenuti nell’Abissinia degli anni Trenta mostra talvolta una sorprendente indulgenza verso pratiche culturali contemporanee, importate da altri Paesi e incompatibili con i principi fondamentali del nostro ordinamento, talora valutate dai tribunali anche alla luce del contesto culturale dell’autore. Non è una contraddizione da poco. La morale dovrebbe essere una bussola. Il moralismo, invece, assomiglia spesso a una banderuola: gira con il vento dell’opinione pubblica. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso la questione con una delle sue stoccate: i processi celebrati ottant’anni dopo i fatti hanno un vantaggio indiscutibile. Gli imputati non possono più cambiare la storia; gli accusatori, invece, possono cambiarne il racconto. Giuseppe Arnò * Foto Canva mix

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Il grande schermo parla italiano: a Rio si alza il sipario sulla XIII edizione di “8½ Festa del Cinema Italiano”

Dalla diplomazia alla cultura, dalle istituzioni al volontariato organizzativo: una serata di successo inaugura in Brasile una delle più amate rassegne dedicate al cinema italiano contemporaneo, confermando il fascino senza tempo del nostro Paese.     L’Italia continua a raccontarsi attraverso il suo cinema. E lo fa con il linguaggio universale delle emozioni, inaugurando la tredicesima edizione di 8½ Festa del Cinema Italiano, la rassegna che ogni anno porta il meglio della produzione cinematografica contemporanea nelle principali città brasiliane. L’edizione 2026 si svolge dal 25 giugno al 1° luglio in sedici città del Brasile, da Rio de Janeiro a San Paolo, da Brasilia a Belo Horizonte, passando per Recife, Salvador, Curitiba, Porto Alegre, Florianópolis e molte altre realtà, a conferma di un appuntamento ormai consolidato nel panorama culturale italo-brasiliano. L’apertura istituzionale è avvenuta a Brasilia, dove l’Ambasciatore d’Italia in Brasile, Alessandro Cortese, ha inaugurato la manifestazione nella Sala Nervi dell’Ambasciata, gremita di autorità, giornalisti, professionisti del settore e appassionati di cinema. L’iniziativa, sostenuta dall’Ambasciata d’Italia nell’ambito del progetto “Fare Cinema”, rappresenta oggi uno dei più importanti appuntamenti dedicati al cinema italiano contemporaneo fuori dai confini nazionali. Pochi giorni prima, a San Paolo, la serata di pre-apertura aveva visto protagonista il film Fuori di Mario Martone, alla presenza del Console Generale d’Italia Domenico Fornara, offrendo un’ulteriore testimonianza della vitalità della cinematografia italiana e dell’interesse che continua a suscitare presso il pubblico brasiliano. Ma è stata anche Rio de Janeiro, nella serata del 25 giugno, a vivere uno dei momenti più significativi della rassegna. Nonostante un clima poco favorevole, la partecipazione è stata straordinaria: la passione per il cinema italiano ha avuto la meglio sulla pioggia, richiamando un pubblico numeroso, composto da rappresentanti della collettività italiana, operatori culturali, giornalisti e tanti amici dell’Italia. La programmazione, ospitata fino al 1° luglio nelle sale Estação NET Rio ed Estação NET Gávea, offrirà al pubblico una selezione delle più interessanti produzioni italiane dell’ultima stagione, confermando la qualità artistica che ha reso il cinema italiano uno dei grandi ambasciatori della cultura nazionale. L’organizzazione della serata inaugurale si è distinta per efficienza, eleganza e attenzione ai dettagli. Un riconoscimento particolare va a Flavio Cenciarelli, direttore amministrativo del Consolato Generale d’Italia a Rio de Janeiro, e a tutti i suoi collaboratori, il cui lavoro ha contribuito in maniera determinante alla perfetta riuscita dell’evento. Ugualmente prezioso è stato il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Rio de Janeiro, che ancora una volta ha confermato professionalità, competenza e sensibilità nella promozione delle eccellenze culturali italiane, collaborando alla riuscita di una manifestazione ormai entrata stabilmente nel calendario degli appuntamenti culturali più attesi. A rendere ancora più piacevole l’incontro è stato il raffinato cocktail ispirato alla migliore tradizione gastronomica italiana, particolarmente apprezzato dagli ospiti. Un momento conviviale che ha valorizzato anche il Polo ItaliaNoRio, sempre più riconosciuto come punto di riferimento per la vita culturale e associativa della comunità italiana e per tutti coloro che guardano all’Italia come a un patrimonio di arte, cultura e stile di vita. Ancora una volta il cinema si è dimostrato molto più di uno spettacolo: è diventato un ponte fra due Paesi, un linguaggio comune capace di unire sensibilità diverse e di raccontare, attraverso le immagini, quella straordinaria ricchezza culturale che continua a fare dell’Italia un riferimento nel mondo. Perché i film finiscono con lo scorrere dei titoli di coda; l’amicizia fra i popoli, invece, continua ben oltre l’ultima scena. Giuseppe Arnò   Alcune immagini dell´evento Foto credito: lagazzetta italo-brasiliana

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Sigonella, il Tycoon e il selfie mancato

Quando la sovranità non si misura in fotografie, ma nella capacità di dire “no” Epicuro, che aveva il raro pregio di pensare prima di parlare, lasciò ai posteri una massima che sembra scritta apposta per certe cronache moderne: «È una cosa stolta supplicare gli dèi per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi da sé stesso.» Ora, immaginare Giorgia Meloni in fila per una fotografia con Donald Trump appartiene più alla letteratura fantastica che alla politica internazionale. Se davvero avesse desiderato immortalare l’amicizia con il Tycoon, avrebbe potuto avvicinarsi, sorridere e scattare un selfie. Operazione tecnicamente alla portata di chiunque possieda uno smartphone e una minima coordinazione motoria. Eppure una certa stampa e una porzione dei social network sembrano convinti che le relazioni tra Stati si misurino ormai in pixel, sorrisi e pose da album delle vacanze. Così un incontro mancato diventa un incidente diplomatico, una fotografia assente si trasforma in una crisi internazionale e un gesto ordinario assume i contorni di una tragedia shakespeariana. La realtà, come spesso accade, è molto meno teatrale e molto più interessante. Perché la questione non è se Meloni abbia ottenuto o meno una foto con Trump. La questione è che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere certificati di esistenza politica a Washington, Bruxelles, Pechino o a qualsiasi altra capitale del pianeta. Uno Stato sovrano non elemosina attenzione. Uno Stato sovrano decide. E quando serve, rifiuta. La memoria corre inevitabilmente a Sigonella. Ottobre 1985. Bettino Craxi si trovò davanti a Ronald Reagan in una delle più celebri prove di forza della Repubblica italiana. Gli Stati Uniti erano gli Stati Uniti di sempre: potenti, influenti e convinti di avere ragione. L’Italia era l’Italia di allora: spesso litigiosa, talvolta confusa, ma ancora capace di ricordarsi di essere una nazione indipendente. Per cinque giorni il mondo scoprì una verità sorprendente: anche Roma poteva dire no. E quel no venne ascoltato. Quarant’anni dopo, la storia sembra riproporre una versione meno drammatica ma non meno significativa dello stesso principio. Se davvero il governo italiano ha negato l’utilizzo di Sigonella a velivoli statunitensi che non avevano seguito le procedure previste dagli accordi bilaterali, il punto non è essere antiamericani o filostatunitensi. Il punto è un altro. Le basi sul territorio italiano si trovano in Italia. Sembra una banalità, ma in un’epoca in cui molti confondono l’alleanza con la subordinazione, vale la pena ricordarlo. Essere alleati non significa essere sudditi. L’amicizia tra nazioni funziona come quella tra persone civili: ci si rispetta proprio perché nessuno deve inginocchiarsi davanti all’altro. Naturalmente qualcuno troverà sempre scandaloso che un Paese eserciti la propria sovranità. C’è chi considera l’indipendenza una virtù solo quando viene praticata dagli altri. Quando invece riguarda l’Italia, improvvisamente diventa un problema, un incidente, una provocazione. Ma la sovranità ha una caratteristica curiosa: o esiste oppure non esiste. Non può essere esercitata a giorni alterni. Non può essere valida quando si approvano decisioni gradite e sospesa quando si pronunciano decisioni sgradite. Per questo il vero episodio interessante non è il presunto selfie mancato con Trump. È la riaffermazione di un principio che dovrebbe essere tanto ovvio quanto raro: l’Italia è una Repubblica indipendente e decide in casa propria. Il resto appartiene alle cronache rosa della geopolitica. Chiosa Montanelli avrebbe probabilmente osservato che gli imperi amano essere obbediti, i satelliti amano obbedire e le nazioni serie preferiscono essere rispettate. E il rispetto, come la dignità, ha una particolarità: non si chiede in prestito e non si ottiene con una fotografia. Si conquista ogni volta che si trova il coraggio di pronunciare una parola semplice, antica e sovrana: No. E, infine, le fotografie finiscono negli album. Le decisioni finiscono nei libri di storia. Giuseppe Arnò * Foto: Canva mix

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L’accordo di domani, smentito dopodomani

La diplomazia del forse ha trasformato la guerra in una lotteria informativa. E mentre i potenti giocano con le dichiarazioni, la pazienza dei cittadini arriva al cessate il fuoco prima dei cannoni. Amicus Plato, sed magis amica veritas. Mi è caro Platone, ma più cara la verità. Un principio antico che oggi rischia di sembrare un reperto archeologico, come le cabine telefoniche o le promesse elettorali mantenute. Sul Medio Oriente assistiamo ormai a uno spettacolo che assomiglia meno alla diplomazia e più a un’altalena da luna park. L’accordo c’è. Anzi no. Si firma domani. No, dopodomani. Forse a Islamabad. Forse a Ginevra. Forse in videoconferenza. Forse da nessuna parte. Una fonte conferma, un portavoce smentisce, un mediatore rilancia e un ministro rettifica. Il tutto nel giro di poche ore, come se la geopolitica fosse diventata una partita di ping-pong giocata con i comunicati stampa. George Orwell sosteneva che, in tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Se aveva ragione, oggi di rivoluzionari se ne vedono pochi. Da una parte Donald Trump annuncia firme imminenti e strette aperte al traffico mondiale; dall’altra Teheran invita alla prudenza e rinvia tutto a data da destinarsi. Nel mezzo si agitano pasdaran, ayatollah, strateghi, analisti e commentatori professionisti, ciascuno con la propria versione dei fatti, spesso incompatibile con quella precedente. Confessiamolo: ci siamo stancati. Non solo della guerra, delle sue vittime e delle sue devastazioni, ma anche di questa recita permanente in cui la notizia nasce già con la data di scadenza incorporata. Si annunciano svolte storiche con la stessa frequenza con cui si aggiornano le previsioni del tempo, salvo poi scoprire che il sole diplomatico era soltanto una nuvola mediatica. Nel frattempo i morti restano morti, le città restano distrutte e i popoli continuano a pagare il conto delle ambizioni altrui. Tutto questo per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. O peggio. Lev Šestov osservava che i padroni dell’umanità hanno sempre costruito sublimi menzogne per il prossimo. A giudicare dalle cronache di questi giorni, il mestiere gode ancora di ottima salute. Meno florida appare invece la pazienza dei cittadini, ormai ridotta all’osso da annunci, smentite, contro-smentite e verità provvisorie. Forse sarebbe il caso di riscoprire una virtù fuori moda: parlare soltanto quando si ha qualcosa di vero da dire. Sarebbe già un passo avanti. Non verso la pace, che richiede ben altro coraggio, ma almeno verso il rispetto dell’intelligenza di chi ascolta. E, di questi tempi, sarebbe quasi una rivoluzione. Chiusura alla Montanelli: i popoli chiedono la pace, i governi promettono la pace, i mediatori annunciano la pace. L’unica cosa che continua a mancare, curiosamente, è proprio la pace. Giuseppe Arnò

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Schegge di pensiero

I volenterosi, ma di che cosa? Volenterosi, sì. Ma di che? Di pace, di gloria o di appalti? La domanda non è peregrina e nemmeno cattiva: è semplicemente figlia dell’esperienza. Perché la storia insegna che, quando i cannoni tuonano ancora, c’è sempre qualcuno che comincia già a misurare le tende per il banchetto della ricostruzione. Il presidente francese, il premier britannico e il cancelliere tedesco si presentano come i primi violini dell’orchestra europea. Peccato che la sinfonia sia stata annunciata prima ancora di avere lo spartito. Si parla infatti di forze di pace, di contingenti internazionali, di coalizioni dei volenterosi e di scenari postbellici, mentre la guerra continua a reclamare vite e macerie. Il risultato è una curiosa inversione logica: si organizza il servizio ai tavoli quando il ristorante è ancora in fiamme. Secondo Londra, oltre trenta Paesi sarebbero pronti a partecipare alla futura missione di mantenimento della pace in Ucraina. Una notizia confortante, se non fosse che la pace, per il momento, continua a mancare all’appello. È come discutere sulla disposizione delle sdraio mentre la nave sta ancora cercando di evitare l’iceberg. L’Europa, che già fatica a trovare una voce unica sulle questioni più semplici, scopre improvvisamente una sorprendente unanimità nel discutere ciò che verrà dopo. Sul prima, invece, regna la consueta nebbia continentale. Italia e Polonia partecipano ai tavoli diplomatici, si convocano vertici, si redigono documenti e si distribuiscono dichiarazioni. Tutto molto importante, naturalmente. Resta però un dettaglio: chi sta costruendo la pace? Perché una sensazione si insinua, ostinata, tra le pieghe delle dichiarazioni ufficiali: che tra i pacifisti di professione e gli opportunisti di vocazione la distanza sia talvolta inferiore a quanto si creda. La pace è un ideale nobile; la ricostruzione, invece, è anche un gigantesco affare economico. E quando gli interessi bussano alla porta, il rischio è che la colomba venga accompagnata da un esercito di geometri, consulenti e mediatori finanziari. La scheggia finale San Giovanni Paolo II ricordava che la pace si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. Oggi, osservando certi dibattiti, viene il sospetto che qualcuno abbia aggiornato la formula: visibilità, conferenze, contratti e dividendi. La pace, quella vera, continua ad arrivare per ultima. Come sempre. Perché i santi la costruiscono; gli uomini, spesso, ne aspettano soltanto l’inaugurazione. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Due fuochi e una speranza

Dal Papa in Spagna ad Antonelli a Montecarlo: quando le fiamme possono illuminare invece che bruciare C’è un fuoco che divora e un fuoco che illumina. In questi giorni l’attualità ce ne offre due esempi, assai diversi tra loro, ma curiosamente accomunati dalla stessa metafora. Da una parte c’è Papa Leone, impegnato nel suo viaggio apostolico in Spagna tra Madrid, Barcellona e le Canarie. Un’agenda fitta di incontri con i reali, con il premier Sánchez, con le vittime degli abusi e con quanti vivono il dramma delle migrazioni. Temi pesanti come macigni, sui quali il Pontefice continua a battere un tasto che il mondo sembra ascoltare con attenzione intermittente: la pace. Il Papa ha definito ingiusta la guerra e ha invocato il negoziato per i conflitti che insanguinano il pianeta. Fa il suo mestiere, verrebbe da dire, e lo fa con la tenacia di chi continua a lanciare secchi d’acqua su un incendio che altri si ostinano ad alimentare. Resta però la domanda che accompagna ogni appello alla pace: basteranno le parole a fermare i professionisti della guerra? La storia non induce a facili ottimismi. Un conflitto si spegne e un altro si accende. L’umanità sembra aver trasformato l’emergenza in abitudine e la guerra in una sorta di rumore di fondo permanente. Forse Eraclito non aveva tutti i torti quando descriveva il mondo come un “fuoco vivo in eterno”, destinato ad accendersi e spegnersi secondo tempi che sfuggono alla comprensione degli uomini. Dall’altra parte troviamo un altro tipo di incendio: quello mediatico che accompagna ogni giovane talento dello sport moderno. Qui entra in scena Andrea Kimi Antonelli, reduce dall’ennesima prestazione che ha confermato il suo straordinario potenziale. Attorno a lui arde un fuoco diverso: quello dei social network, degli opinionisti istantanei, degli esperti a gettone e dei critici professionisti che oggi celebrano e domani processano. È un incendio meno devastante delle guerre, ma non per questo facile da attraversare. Eppure il giovane pilota bolognese sembra possedere una qualità sempre più rara: la capacità di non farsi consumare dalle fiamme della notorietà. A diciannove anni regge pressioni che farebbero vacillare molti veterani. Tanto da sorprendere persino chi, come Toto Wolff, è abituato a frequentare il talento ad altissima velocità. Forse la vera notizia non è la maturità di Antonelli, ma la nostra crescente sorpresa nel vedere un ragazzo comportarsi da adulto. Segno che il problema potrebbe non essere l’accelerazione delle nuove generazioni, bensì una certa decelerazione delle vecchie. Alla fine, dovendo scegliere tra i due fuochi, la preferenza è inevitabile. Quello che alimenta guerre, divisioni e tragedie merita di essere spento. Quello che accende il talento, la passione e la speranza può continuare a bruciare. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso osservando che il mondo non smette mai di giocare con il fuoco: la differenza sta nel capire se lo usa per incendiare una casa o per accendere una lampada. Oggi, purtroppo, di incendiari ce ne sono molti; di lampionai, un po’ meno. Ma finché qualcuno continua a provarci, dal Vaticano a un circuito di Formula 1, vale la pena conservare un filo di fiducia. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Il Campo Largo e le dodici tavole che non ci sono

Tra teorie, convegni e nobili ragionamenti, il centrosinistra continua a cercare la formula dell’unità. Peccato che, per ora, la politica resti più vicina alla filosofia che al governo. Il professor emerito Beppe Vacca, autorevole studioso della storia politica italiana, riflette sulle prospettive del centrosinistra in vista delle prossime elezioni. Le sue analisi sono articolate, colte e certamente degne di attenzione. Tuttavia, come spesso accade nel dibattito sul cosiddetto “Campo Largo”, il problema non è la qualità dei ragionamenti, bensì la loro traduzione nella realtà. Si discute, si analizza, si filosofeggia quasi in modo peripatetico. Ma, fino a prova contraria, si resta nel regno delle teorie. Del resto, mettere d’accordo un esercito di ideologi, riformisti, movimentisti, pacifisti, europeisti, sovranisti di sinistra e vari interpreti dell’eterna diaspora progressista non è impresa da poco. Viene in mente quanto racconta Tito Livio. Negli anni 451 e 450 avanti Cristo, per sottrarre il diritto alle interpretazioni riservate dei pontefici e renderlo accessibile a tutti, i romani fecero incidere le leggi sulle celebri Dodici Tavole, esposte al popolo affinché ciascuno sapesse con chiarezza quali fossero le regole. Ecco, forse il Campo Largo dovrebbe fare qualcosa di simile. Prima di presentarsi agli elettori come alternativa di governo, sarebbe opportuno incidere su moderne “tavole politiche” alcuni punti essenziali e non negoziabili: quale difesa europea si intende sostenere; quale posizione assumere nei confronti della Russia e dell´Ucraina; quale linea seguire sul conflitto israelo-palestinese; quale politica economica proporre; quale ruolo assegnare all’Italia nello scenario internazionale. Non servirebbero dodici tavole di bronzo. Basterebbero poche pagine, purché chiare, condivise e soprattutto rispettate da tutti i contraenti dell’alleanza. Se questo accadesse, il Campo Largo potrebbe effettivamente presentarsi come uno sfidante credibile e competitivo alle prossime elezioni politiche. Se invece continuerà a vivere di sfumature, distinguo e interpretazioni creative, il rischio è che l’aggettivo “largo” finisca per descrivere soltanto la distanza tra le varie anime che lo compongono. Nel frattempo, il professor Vacca continuerà certamente a offrire analisi stimolanti e spunti di riflessione. Ma la politica, come insegnavano gli antichi romani, non si misura dalla qualità dei dibattiti bensì dalla capacità di trasformare le parole in regole comuni. E, al momento, le tavole sono ancora in fonderia. Giuseppe Arnò

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L’ultimo 2 Giugno di Domenico Fornara: una Repubblica che vive oltre l’oceano

La Festa della Repubblica a San Paolo diventa occasione di bilanci e gratitudine. Si chiude un mandato che ha accompagnato la crescita della più grande comunità italiana all’estero, rafforzando il dialogo tra Italia e Brasile. X   Ci sono celebrazioni che vanno oltre il protocollo. Ricorrenze che, pur nel rispetto della forma istituzionale, riescono a raccontare una storia fatta di persone, appartenenza e memoria collettiva. La Festa della Repubblica Italiana celebrata il 2 giugno a San Paolo è stata una di queste. Nell’anno in cui l’Italia ricorda l’ottantesimo anniversario del referendum del 1946, che consegnò al Paese la scelta repubblicana e aprì per la prima volta alle donne le porte del voto nazionale, la ricorrenza ha assunto nella metropoli brasiliana un significato ancora più particolare. È stata infatti l’ultima Festa della Repubblica presieduta dal Console Generale Domenico Fornara, che il prossimo 28 luglio concluderà il proprio mandato e farà ritorno a Roma dopo quattro anni trascorsi alla guida della sede consolare italiana più importante del mondo per numero di cittadini amministrati. Davanti a una platea composta da autorità, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, associazioni e membri della vasta comunità italiana e italo-brasiliana, il Console ha ripercorso il significato della data fondativa della Repubblica e, al tempo stesso, ha offerto una riflessione sul cammino compiuto dal Consolato Generale in questi anni. I numeri illustrati durante la serata raccontano una realtà in continua espansione. Migliaia di pratiche, passaporti, riconoscimenti di cittadinanza e servizi erogati testimoniano un’attività intensa, spesso silenziosa agli occhi del grande pubblico, ma essenziale per mantenere vivo il legame tra l’Italia e i suoi figli sparsi nel mondo. Una crescita tale da rendere la circoscrizione di San Paolo paragonabile, per dimensioni, a una grande città italiana. Ma ridurre questi quattro anni a una sequenza di statistiche sarebbe ingeneroso. L’eredità più significativa del mandato di Domenico Fornara appare forse in un altro dato, meno misurabile ma più duraturo: il rafforzamento del rapporto umano e istituzionale tra Italia e Brasile. In un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, economiche e normative, il Consolato Generale ha saputo consolidare la propria presenza sul territorio, promuovendo la cultura italiana, sostenendo le relazioni economiche bilaterali e valorizzando il ruolo delle associazioni che da decenni custodiscono l’identità italiana oltreoceano. Tra i ricordi destinati a rimanere nella memoria collettiva vi è certamente la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2024, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile. Un evento che ha rappresentato non soltanto un momento di prestigio istituzionale, ma il riconoscimento del contributo che generazioni di emigrati italiani hanno offerto alla costruzione del Brasile moderno. Non è stata casuale, dunque, l’emozione che ha accompagnato le parole con cui il Console ha salutato la comunità. Nei suoi ringraziamenti si è percepita la consapevolezza che l’attività diplomatica non si misura soltanto nei risultati amministrativi, ma anche nelle relazioni umane costruite giorno dopo giorno. La serata è proseguita nel segno della convivialità, valore profondamente italiano. Un ricco buffet ispirato alle tradizioni gastronomiche della Penisola ha accompagnato l’incontro tra ospiti provenienti da mondi diversi ma uniti da radici comuni. La musica di White Mary ha aggiunto una nota contemporanea alla celebrazione, dimostrando come l’Italia continui a rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità. Alla fine della serata, al di là dei discorsi ufficiali e delle fotografie di rito, è rimasta una sensazione condivisa: quella di una comunità viva, orgogliosa delle proprie origini e capace di guardare al futuro senza dimenticare il passato. È forse questo il significato più autentico del 2 Giugno celebrato a San Paolo. Una Repubblica nata ottant’anni fa nella Penisola, ma che continua a vivere ogni giorno anche qui, dall’altra parte dell’Atlantico, nel lavoro delle istituzioni, nell’impegno delle associazioni e nel cuore di centinaia di migliaia di italiani e discendenti che mantengono saldo il filo della propria storia. E se ogni Console lascia un’impronta nel luogo che serve, quella di Domenico Fornara resterà legata all’idea di una presenza italiana più forte, più moderna e più vicina alla propria comunità. Un’eredità che il suo successore sarà chiamato a raccogliere e sviluppare. Giuseppe Arnò ASIB

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EDITORIALE GIUGNO 2026

Il ritorno dei fantasmi Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo. Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout. Eppure il fenomeno è interessante.Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale. Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza. Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio. Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana. E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza. Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso. Ed è qui il punto centrale. L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché molti hanno smesso di farlo. Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari. Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso. Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite. E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia. Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente. Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano. Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”. In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport. Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale. Kimi corre. E basta. Forse è per questo che ci piace.Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social. E allora sì, fermiamoci un istante.Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica. Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto. Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo. E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente. Giuseppe Arnò * Foto:Canva remixed

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