Sigonella, Trump e il manuale del perfetto amico distratto

Nel nuovo disordine mondiale Roma tenta l’equilibrismo: ma tra Washington e la prudenza si rischia di perdere entrambi “Dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io”.Vecchio proverbio, sempreverde come le tasse e le polemiche italiane. Perché dal nemico il colpo lo si mette in conto; dall’amico no. E Donald Trump, che di molte cose potrà essere accusato ma non certo di nascondere ciò che pensa, ha reagito da manuale dell’uomo ferito nell’orgoglio e negli affari. Alla proposta italiana di inviare i caccia-mine nello stretto di Hormuz a giochi praticamente fatti, il presidente americano ha replicato con quella delicatezza diplomatica che gli appartiene quanto il silenzio appartiene ai talk show: “L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei”. Traduzione simultanea dal trumpese: grazie, ma ormai il pranzo è finito e portare il vino al momento del caffè serve a poco. Che qualcosa si sia incrinato nel famoso asse Meloni-Trump appare evidente. Quel rapporto definito “speciale”, “privilegiato”, “solido”, aggettivi che nella politica internazionale durano mediamente meno di una mozzarella lasciata al sole, sembra oggi entrato nella zona grigia delle relazioni complicate. E nemmeno la visita del segretario di Stato Marco Rubio, svoltasi nel clima “franco e proficuo” che i comunicati ufficiali usano quando bisogna sorridere mentre si mastica amaro, pare aver ricucito davvero lo strappo. Antonio Tajani, con impeccabile aplomb diplomatico, ha ricordato che “l’Europa ha bisogno dell’America e l’America dell’Europa”. Verissimo. Come è vero che il Titanic aveva bisogno dell’oceano. Ma nella sostanza resta quella sensazione di nebbia politica in cui tutti dichiarano amicizia eterna mentre contano le sedie da salvare. Il punto vero è un altro: cosa ha ottenuto l’Italia negando l’appoggio tattico agli Stati Uniti e ponendo limiti sull’uso di Sigonella?Qui il ragionamento si fa meno ideologico e più brutalmente pratico. Ha evitato le critiche dell’opposizione? Impossibile: l’opposizione critica anche il sole quando sorge da est.Ha rispettato accordi e trattati? Nobile intento, ma viviamo in un’epoca in cui i trattati internazionali vengono stracciati con la stessa naturalezza con cui si apre una brioche a colazione.Ha preservato consenso interno? Probabile. Ma la politica estera costruita sui sondaggi somiglia a un ombrello di carta sotto il monsone. E soprattutto: si perde un amico per guadagnare cosa? Perché Trump, piaccia o no, ragiona da uomo d’affari. E gli uomini d’affari, come ricordava Benjamin Franklin, si salvano più con la diffidenza che con la fede. Roberto Gervaso aggiungeva che la diffidenza complica la vita sia a chi la prova sia a chi la subisce. In geopolitica la complicazione ha un prezzo: basi militari ridiscusse, dazi più aggressivi, rapporti raffreddati, sospetti crescenti. Non esattamente dettagli. Naturalmente anche Spagna e Germania hanno scelto prudenza verso l’operazione americana contro l’Iran. Ma Roma aveva un problema in più: aveva costruito mediaticamente una vicinanza privilegiata con Trump. E quando ostenti amicizia, il tradimento pesa il doppio. È la differenza tra un passante che ti pesta un piede e un compare che ti sfila la sedia mentre stai per sederti. Forse hanno pesato i timori per il referendum, forse la paura di perdere consenso, forse il sospetto che l’amicizia con Trump assomigliasse troppo a Les Liaisons Dangereuses: seducente, utile, ma capace di lasciare ferite permanenti. Fatto sta che il governo italiano ha scelto una linea di cautela che, nel caos mondiale attuale, appare tanto comprensibile quanto indecifrabile. Perché in questo nuovo disordine globale nessuno pretende purezza morale: tutti pretendono chiarezza. Gli americani soprattutto. Preferiscono un avversario esplicito a un alleato esitante. La diplomazia vive di sfumature; gli imperi, invece, di fedeltà percepite. Il vaso ormai è rotto e raccogliere i cocci richiederà tempo. Anche perché i torti degli amici si dimenticano più difficilmente di quelli dei nemici. I nemici, almeno, hanno il buon gusto della coerenza. E qui torna utile Montanelli, che avrebbe probabilmente osservato con il suo consueto sarcasmo che l’Italia possiede un talento unico: riuscire a sedersi contemporaneamente su due sedie e stupirsi quando finisce inevitabilmente per terra. Giuseppe Arnò * Foto: archivio lagazzetta italo-brasiliana

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L’Europa in pantofole e lo zio stanco

Dopo ottant’anni di protezione a domicilio, gli Stati Uniti presentano il conto: non è cattiveria, è fine dello svezzamento. E prendersela con Trump è come litigare con il termometro perché segna la febbre. C’è qualcosa di profondamente italiano, e dunque perfettamente europeo, nel modo in cui il Vecchio Continente reagisce al disimpegno americano: si lamenta, si indigna, si stringe nel plaid e poi, con aria offesa, chiede chi pagherà il riscaldamento. La scena ricorda da vicino il dibattito sui “mammoni” nostrani. Restare a casa o andarsene? Cercare l’indipendenza o godersi la cena pronta? Per anni abbiamo raccontato questa storia come una commedia sociale: il figlio che resta non è pigro, è prudente; non è dipendente, è strategico. E in effetti, nel privato, la cosa può anche funzionare. Ma quando si passa dalla cucina alla geopolitica, il sugo cambia. L’Europa, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha scelto, per necessità, certo, ma poi anche per comodità, di fare esattamente questo: restare a casa. Solo che la casa era quella degli Stati Uniti. Lì ha trovato protezione, sicurezza, deterrenza. La NATO non è mai stata una confraternita di anime belle: è stata, molto più semplicemente, l’ombrello americano aperto sopra un continente ancora fradicio di storia. E sia chiaro: gli americani non sono mai stati il buon Samaritano con l’elmetto. Hanno fatto i loro interessi, piazzando basi, uomini e missili a pochi passi dall’orso russo. Un investimento, non un atto di carità. Ma, come ogni investimento, arriva il momento di rivedere i conti. Oggi quel momento è arrivato. Il mondo è cambiato, gli equilibri si sono spostati, le priorità pure. L’Asia chiama, la tecnologia corre, i bilanci scricchiolano. E allora Washington apre il cassetto, tira fuori i registri e, con la pazienza di un padre che ha già aspettato troppo, dice: “Adesso basta. Tocca a voi.” Apriti cielo. Opinionisti, commentatori, strateghi da salotto: tutti contro Donald Trump, colpevole, a sentir loro, di aver rotto il giocattolo. Ma prendersela con Trump è un esercizio sterile, quasi infantile. Trump non è la causa, è il sintomo. È il campanello che suona quando la festa è finita e qualcuno deve sparecchiare. La verità è molto meno teatrale e molto più scomoda: gli Stati Uniti si sono stancati di fare da chioccia. E, francamente, ne hanno diritto. Il problema, semmai, è l’Europa. Che nel frattempo si è abituata a una sicurezza “chiavi in mano”, sviluppando una burocrazia così sofisticata da riuscire a complicare anche l’atto di difendersi. Un continente capace di regolamentare il diametro delle zucchine ma incapace di decidere chi deve comprare i carri armati. Carlo Dossi lo aveva capito con largo anticipo: la burocrazia è una prigione dell’anima. E come tutte le prigioni, prima o poi produce due categorie: i rassegnati e gli evasi mentali. Non esattamente il materiale umano ideale per affrontare un mondo che torna a essere, senza troppi complimenti, competitivo e brutale. Perché il punto è proprio questo: la sicurezza non è un’opzione etica, è una necessità fisica. E chi non sa garantirla, finisce per chiederla, o peggio, per subirla. Un’Europa che non si emancipa rischia di diventare ciò che la storia punisce più severamente: un territorio. Non un attore, ma un campo da gioco. “I cani mordono sempre lo sciancato”, dice il proverbio. E il mondo, oggi, di cani ne ha parecchi. Tra pressioni esterne, infiltrazioni politiche, ideologie improvvisate e un’anarchia travestita da libertà, l’Europa non può permettersi di zoppicare. Serve una scelta. Non ideologica, non retorica: adulta. Uscire di casa, pagarsi l’affitto, magari scoprire che il frigorifero non si riempie da solo. È faticoso, certo. Ma è anche l’unico modo per smettere di essere figli. E, soprattutto, per evitare di diventare orfani. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Addio ad Alex Zanardi, il campione che sfidò il destino

Dalla Formula 1 al paralimpismo, una vita vissuta oltre il limite, sempre in corsa contro l’impossibile   Se ne va Alex Zanardi, e con lui una di quelle storie che non si limitano a essere raccontate: si incidono. Aveva 60 anni, ma la sua esistenza ne conteneva almeno tre, forse quattro, tutte consumate con la stessa intensità febbrile di chi non accetta compromessi con la vita. Bolognese, pilota di Formula 1 negli anni Novanta, Zanardi era già allora molto più di un volante veloce: era un carattere, un sorriso ostinato, una fame di strada che non conosceva prudenza. Poi, nel 2001, l’incidente che avrebbe chiuso qualsiasi carriera e piegato qualsiasi volontà. Non la sua. L’amputazione delle gambe non segnò una fine, ma una deviazione: dolorosa, brutale, eppure fertile. Zanardi tornò. Non come simbolo, parola che lui stesso rifuggiva, ma come uomo che si rimette in gioco senza chiedere sconti. Il paraciclismo divenne la sua nuova pista, e lì costruì un’altra leggenda: quattro ori e due argenti tra Giochi paralimpici di Londra 2012 e Giochi paralimpici di Rio 2016. Non una rivincita, ma una conferma: il limite, per lui, era solo una linea da attraversare. Gli anni successivi furono un’altra battaglia, più silenziosa e più crudele. Interventi, coma, ospedali, e ancora una volta quel ritorno che sembrava impossibile. Accanto a lui, sempre, la famiglia: la moglie Daniela e il figlio Niccolò, custodi discreti di una forza che non aveva bisogno di platee. Zanardi è stato molte cose: pilota, atleta, esempio. Ma soprattutto è stato una smentita vivente del fatalismo, quella convinzione pigra secondo cui a un certo punto bisogna arrendersi. Lui no. Non si è mai arreso, nemmeno quando il corpo chiedeva tregua e il destino sembrava aver già scritto l’ultima riga. Ora quella riga è arrivata davvero. Eppure, a ben vedere, non chiude nulla. Perché certi uomini non finiscono: semplicemente smettono di correre sotto i nostri occhi, lasciando agli altri il compito, spesso disatteso, di provarci almeno una volta. E Zanardi, con la sua vita spericolatamente normale, ci aveva già detto tutto: che vincere è un dettaglio, mentre rialzarsi è un’arte. E lui, di quell’arte, è stato maestro. Di Redazione * Foto: Screenshot da filmato ilgiornale.it

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Gli onnivori del rancore: dieta quotidiana a base di talk show

Tra un dibattito urlato e un nemico immaginario, cresce una specie curiosa: si nutre di indignazione, digerisce male la democrazia e pretende il monopolio della verità. C’è chi vive con una certa grazia: famiglia, lavoro, qualche svago e un’occasionale lamentela, giusto per non perdere il gusto della conversazione civile. E poi c’è l’altra metà del palcoscenico: gli instancabili coltivatori di livore, quelli che fanno della politica non un interesse ma una dipendenza, non un confronto ma una guerra di religione. Li si riconosce subito. Non leggono: sorseggiano slogan. Non discutono: sibilano. Non ascoltano: aspettano il turno per sputare veleno, con la precisione del cobra sputatore. Ogni sera il loro rito è lo stesso: talk show come ostie laiche, sacerdoti di parte, e un’offerta quotidiana sull’altare dell’indignazione. Il giorno dopo si ricomincia, più affamati di prima. Sono gli infelici. Ma non tutti allo stesso modo. Ci sono quelli che soffrono la propria infelicità, e meritano almeno una stretta di mano, e quelli che la esibiscono con orgoglio, come una medaglia al valore ideologico. A questi ultimi si addice il pensiero di Giacomo Leopardi: l’uomo è infelice perché incontentabile. Solo che qui l’incontentabilità ha trovato un impiego fisso: l’opposizione permanente alla realtà. Perché la realtà, con la sua regola semplice, vince chi prende più voti, è indigesta. Meglio allora sostituirla con un mondo parallelo, dove si perde ma si ha sempre ragione, dove l’avversario non è un concorrente ma un usurpatore, e dove la democrazia è accettabile solo quando coincide con i propri desideri. A questa fauna si attaglia perfettamente la chiosa di Ennio Flaiano: “E vissero tutti infelici e scontenti”. Non è una battuta: è un programma politico. L’importante è restare scontenti, perché la soddisfazione toglierebbe loro l’unico carburante disponibile. Eppure la questione non è solo politica, è quasi igienica. Come osservava Marco Aurelio, la qualità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. Se i pensieri sono rancorosi, la vita si fa rancida. E così, ogni giorno, questi professionisti dell’indignazione apparecchiano la loro griglia: oggi il 25 aprile, domani un centro migranti, dopodomani una dichiarazione mal digerita. Carne al fuoco non manca mai; manca, semmai, l’appetito per la realtà. Si estingueranno, come una gramigna che ha esaurito il terreno? Difficile. La gramigna ha una virtù che la rende immortale: cresce meglio dove il terreno è trascurato. E il terreno della ragione, negli ultimi tempi, non gode di grande manutenzione. Del resto, come ricordava Robert Schuller, i tempi duri non durano, ma le persone toste sì. E questi sono tostissimi: resistono a ogni evidenza, impermeabili ai fatti, refrattari al dubbio. Finale Non temete, dunque, per la loro scomparsa: non accadrà. Gli infelici politici non si estinguono, si riciclano. Cambiano bandiera, lessico, perfino indignazione, ma restano fedeli a sé stessi: eterni oppositori della realtà. E, come tutte le abitudini difficili da perdere, continueranno a sopravvivere anche quando non serviranno più a nulla. Che, a ben vedere, è già successo. di Redazione * Foto by Canva

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L’amico americano e il dispiacere dell’imprevisto

Trump, Meloni, il Papa e la solita fabbrica delle interpretazioni: quando una crepa diventa, per mestiere, un terremoto X x In politica, il dissenso non dovrebbe scandalizzare nessuno. Eppure basta una frase, un sopracciglio alzato, una presa di posizione non perfettamente allineata, perché il coro degli esegeti di giornata si precipiti a decretare crisi, rotture, svolte epocali e tramonti di civiltà. È accaduto ancora. Donald Trump ha manifestato il proprio rammarico per le parole del Papa e per la posizione assunta da Giorgia Meloni. Tanto è bastato perché i laboratori della polemica si mettessero all’opera con zelo quasi industriale: chi parla di strappo, chi di gelo diplomatico, chi addirittura di mutazione genetica della premier italiana. La realtà, come spesso accade, è assai meno romanzesca. Meloni ha detto ciò che pensava, pubblicamente e senza troppe circonlocuzioni. Non è obbligata a far coincidere il proprio pensiero con quello dell’alleato americano, e anzi il contrario sarebbe motivo di ben altra preoccupazione. L’amicizia politica non è servitù volontaria, né l’alleanza è un contratto di silenzio. Qui sta il primo equivoco di una certa narrativa mediatica: scambiare ogni divergenza per una resa dei conti. Una rondine non fa primavera. E una divergenza non fa una rivoluzione geopolitica. Trump, da parte sua, ha reagito più da uomo che da stratega. Vi è in questa sua risposta qualcosa di profondamente umano: la sorpresa, forse la delusione, di chi si attendeva consonanza e ha trovato invece una voce autonoma. Nulla di scandaloso. Semmai, nulla di nuovo. Ma il mestiere di certa stampa è ormai quello di trasformare ogni crepa in voragine, ogni attrito in dramma, ogni frase in un serial a puntate. Noi, fortunatamente, non abbiamo copie da vendere a colpi di titoli isterici, né fondi pubblici da giustificare, né padroni di redazione cui rendere omaggio. Questo ci concede il privilegio, oggi quasi rivoluzionario, di scrivere ciò che pensiamo. Non siamo a libro paga di nessuno. E la libertà, quando non è stipendio, diventa giudizio. L’opposizione, naturalmente, applaude alla presa di posizione della presidente del Consiglio. Applauso legittimo, per carità. Ma qui torna utile la saggezza antica, che spesso comprendeva gli uomini meglio dei moderni analisti da salotto: timeo Danaos et dona ferentes. Temo i Greci anche quando portano doni. Perché gli applausi dell’avversario, in politica, sono spesso il modo più elegante di suggerire una divisione, di accarezzare una crepa, di soffiare sulla brace di una presunta distanza. Chi vuol capire, intenda. Il resto è il solito teatro: commentatori in cerca di un titolo, oppositori in cerca di un varco, tifoserie in cerca di conferme. Noi, più sobriamente, prendiamo atto del fatto. Trump si è risentito. Meloni ha parlato da capo di governo. Il Papa ha detto ciò che un Papa deve dire. Fine della notizia. Tutto il resto è letteratura da retrobottega. E qui, se Montanelli fosse ancora tra noi, forse chiuderebbe con una delle sue frasi taglienti, di quelle che sembrano carezze e invece lasciano il segno: in politica non fanno rumore i fatti, ma le fantasie costruite intorno ai fatti. La vera notizia, in fondo, non è la delusione di Trump. È lo stupore di chi ancora si sorprende che, in politica, anche gli amici pensino. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

  Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia. Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione. Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese. In altre parole: la solita lista della spesa elettorale. La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile. L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa. Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles. È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento. Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico. Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo. In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali. Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica. Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!» La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia. Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo. Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale. L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più. È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale. Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera. Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti. I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito. Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno. Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito. Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa. «Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller. È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima. La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos. A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito. E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile. Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato. E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli. È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia. Il resto è propaganda. La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni. E non vota mai nessuno. In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il grande pascolo europeo

Tra dogmi verdi, motori spenti e governi da operetta, il Vecchio Continente rischia di trasformare il futuro in un ritorno al passato L’Europa è un continente straordinario: riesce, con una costanza quasi commovente, a confondere il sogno con il progetto e il desiderio con la realtà. È la sua antica nobiltà e, insieme, la sua più ostinata condanna. Da qualche tempo sogna in verde. Un verde fitto, rassicurante, da brochure istituzionale, da vertice internazionale con foto di gruppo, sorrisi di circostanza e dichiarazioni solenni. Un verde che profuma di buone intenzioni, di slogan ben confezionati, di promesse elevate a dottrina. Peccato che, mentre il continente si specchiava compiaciuto nella propria virtù ecologica, il mondo continuasse a funzionare secondo le vecchie, prosaiche e poco poetiche leggi dell’energia, della geopolitica e del mercato. I nuovi sacerdoti della fede verde, i pasdaran del green, severi come inquisitori e solenni come sagrestani di Stato, hanno decretato che il motore termico appartenesse al museo delle colpe umane. Processo sommario, sentenza irrevocabile, accompagnamento al patibolo con il coro dei benpensanti. Nel frattempo, però, la realtà, che ha il pessimo gusto di non leggere i programmi elettorali né i comunicati di Bruxelles, ha ricominciato a bussare. E non con le nocche, ma col pugno. Hormuz minaccia di chiudersi come una saracinesca sul mondo; i voli si diradano; il petrolio sale; i mercati oscillano come febbricitanti; la benzina diventa quasi un bene di lusso. È bastato questo perché il paradiso verde mostrasse tutta la fragilità delle sue fondamenta. Non c’è nulla di più comico, e dunque di più tragico, della politica quando si trova davanti alle conseguenze delle proprie parole. Ieri predicava la fine dei combustibili fossili come una redenzione morale; oggi si strappa le vesti perché il carburante manca e i prezzi corrono più veloci delle automobili che vorrebbe fermare. I più divertenti, naturalmente, sono i professionisti dell’indignazione alternata: chi oggi accusa è spesso lo stesso che ieri governava allo stesso modo, firmava i medesimi provvedimenti, applaudiva gli stessi slogan. Cambiano le mani che indicano il colpevole, ma il dito resta sporco dello stesso inchiostro. Il male europeo, sia chiaro, non è il verde in sé. La prudenza ambientale, la ricerca di nuove fonti, la responsabilità verso il futuro avrebbero persino una loro nobiltà. Il male è aver trasformato una politica in un catechismo, un orientamento in dogma, il dubbio in eresia. Si è impedito per anni lo sviluppo del nucleare pulito, quasi fosse una colpa morale della tecnica. Si sono osteggiate esplorazioni e investimenti energetici interni come se il sottosuolo fosse una vergogna da nascondere. Si è preferita la liturgia della dichiarazione alla concretezza della strategia. E adesso ci si stupisce. Gabriele Guzzi, nel suo Eurosuicidio, ha descritto con lucidità questa malattia continentale: istituzioni formalmente intatte, ma svuotate nella sostanza; costituzioni celebrate nei discorsi e dimenticate nella pratica; governi spesso più fedeli agli equilibri di apparato che agli interessi dei popoli. È la grande commedia europea: si parla in nome dei cittadini, purché i cittadini non disturbino il copione. Il vecchio Il Gattopardo ci ha lasciato la formula perfetta della nostra decadenza: cambiare tutto perché nulla cambi. Ma oggi non siamo più nel salotto dei principi, tra damaschi e lampadari. Siamo alla pompa di benzina. E quando il serbatoio è vuoto, la filosofia serve poco. L’Europa, dopo aver predicato il futuro come una nuova religione, rischia di ritrovarsi inginocchiata davanti al passato. Non per scelta, ma per imprevidenza. Si sono spenti i motori convinti di accendere la civiltà. Si è preferito lo slogan al calcolo, la posa alla strategia, il consenso immediato alla lungimiranza. E oggi il continente scopre che la storia non perdona i vanitosi: presenta il conto, sempre, con interessi altissimi. Alla fine, il vero dramma non sarà il prezzo della benzina né il nervosismo dei mercati. Sarà accorgersi che, mentre si discuteva con fervore del colore dell’erba, il cavallo era già scappato dalla stalla. E allora sì, resterà soltanto un grande, ordinatissimo, impeccabilmente sostenibile pascolo europeo. Con le pecore. E, purtroppo, non tutte a quattro zampe. Giuseppe Arnò

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L’arte nazionale dell’infelicità

Cronaca semiseria di un Paese che, davanti al sole, preferisce discutere dell’ombra C’è chi nasce poeta, chi matematico, chi violinista. E poi c’è chi nasce infelice. Non per disgrazia, si badi, ma per inclinazione dell’animo, quasi per mestiere. In certi luoghi del mondo l’infelicità è figlia della fame, della guerra, del caos istituzionale. In altri, più comodamente, è diventata una disciplina intellettuale, una postura morale, un elegante vezzo da salotto e da talk show. Le classifiche internazionali ci ricordano, con la severità dei numeri, che nel 2026 i Paesi più infelici restano quelli piegati da crisi profonde: Afghanistan, Zimbabwe, Libano. Lì il dolore ha contorni concreti, spesso drammatici. Da noi, invece, il malessere assume forme più raffinate: non nasce sempre dalla realtà, ma dal modo in cui scegliamo di guardarla. Lo aveva intuito già Marco Aurelio, con quella limpidezza stoica che oggi farebbe impallidire intere redazioni televisive: la felicità della vita dipende dalla qualità dei pensieri. E qui casca il sipario, o forse si apre la commedia. Perché il pensiero, oggi, sembra aver smarrito il gusto dell’equilibrio. Il dialogo interiore non è più un luogo di riflessione, ma una sala d’attesa per la catastrofe. Ogni fatto è un presagio, ogni notizia un dramma, ogni decisione una prova generale dell’Apocalisse. Il cielo può essere terso, ma qualcuno troverà sempre il modo di denunciare l’eccessiva luminosità. L’infelicità, insomma, non è soltanto condizione: è interpretazione. Schopenhauer, uomo poco incline all’ottimismo, vedeva nel mondo una fonte di strazio. Ma almeno la sua malinconia aveva la nobiltà della filosofia. Oggi, più modestamente, la nostra tristezza si nutre di pettegolezzo, sospetto e indignazione seriale. In politica, soprattutto, si è smesso di discutere il merito per consacrare il dettaglio marginale. Si parla della vita privata di questo o quel leader come se la sorte della Repubblica dipendesse da un messaggio galante o da una cena maldestramente fotografata. Si gridano scandali internazionali, deferimenti, tribunali, rapporti strategici, flotte oceaniche e misteri militari che, se davvero fossero segreti, non campeggerebbero nei titoli dei giornali. I cosiddetti “segreti di Pulcinella” sono diventati la nuova teologia del dibattito pubblico: tutti li conoscono, tutti li commentano, nessuno li comprende fino in fondo. Nel frattempo, i problemi reali attendono in anticamera. La crescita, il lavoro, la scuola, la sicurezza, la qualità della vita: temi meno rumorosi, dunque meno appetibili per chi vive di opposizione permanente o di consenso da tastiera. Ed è qui che l’ironia si fa quasi clinica. L’opposizione, non tutta, ma una parte di essa, sembra aver adottato una forma cronica di daltonismo civico: non distingue più le sfumature, vede tutto in bianco e nero, spesso solo nero. Ogni provvedimento è una sciagura, ogni scelta un attentato, ogni esitazione una crisi irreversibile. Non esiste il grigio della complessità, né il rosso vivo dell’allarme vero: soltanto la tenebra preventiva. È una forma moderna di acromatopsia politica: la realtà privata dei colori per far posto al monocromo dell’indignazione. Eppure la realtà, come la vita, non si lascia ridurre a slogan funebri. Essa contiene luci e ombre, errori e meriti, inciampi e riprese. Chi vede soltanto il lato nero delle cose finisce col diventare prigioniero della propria narrazione, più che oppositore del governo di turno. Forse il punto non è essere ottimisti a ogni costo, ma non fare dell’infelicità un’identità. Criticare è doveroso; lamentarsi per principio è soltanto un modo elegante di non proporre nulla. Montanelli, con la sua lama asciutta, avrebbe forse chiuso così: in Italia non manca la realtà, manca la voglia di guardarla senza le lenti del malumore. E così, mentre il mondo corre tra drammi veri e speranze possibili, noi restiamo lì, impeccabilmente infelici, a discutere del colore della tappezzeria mentre la casa, tutto sommato, è ancora in piedi. Il guaio non è il nero delle cose. Il guaio è chi, per mestiere o per vocazione, ha smesso di vedere l’alba. Giuseppe Arnò *Foto by Canva

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Quando la sinistra resta senza idee, fruga nei salotti

  Dalla politica alle chiacchiere di cortile: l’opposizione che, non sapendo cosa dire al Paese, si rifugia nella vita privata degli avversari   L’opposizione è donna, si dice con galanteria d’altri tempi, e con la gentilezza dovuta a una signora va trattato anche l’argomento di oggi. Ma la cortesia, si sa, non esclude la franchezza. Anzi, talvolta la rende più elegante. Una solerte lettrice, con simpatie dichiaratamente rivolte a sinistra, ci segnala il passaggio “dal caso Sangiuliano al caso Piantedosi”, accompagnandolo con quel ritornello che ormai sembra divenuto una formula di rito: “non ci facciamo mancare niente”. Espressione felicissima, benché forse usata inconsapevolmente come autoritratto della stessa opposizione, che in effetti non si fa mancare nulla: insinuazioni, retroscena, allusioni, polveroni e, soprattutto, una costante attenzione alle donne della vita privata degli uomini di destra. Il sospetto, a questo punto, sorge spontaneo: quando le idee languono, si cercano altri argomenti. E poiché i dossier richiedono studio, i numeri pazienza e le proposte coraggio, ecco che il rifugio più comodo diventa il salotto, il corridoio, il sussurro, il pettegolezzo vestito da analisi politica. Un tempo le comari si radunavano davanti all’uscio di casa, le mani in grembo e l’occhio vigile sul vicinato. Gli sfaccendati, invece, aspettavano il proprio turno dal barbiere, commentando la vita altrui con l’autorevolezza di chi non ha altro da fare. Era folklore, quasi antropologia urbana. Poi è arrivata la tecnologia, e la vecchia panchina di quartiere si è trasformata in chat, la chiacchiera in post, il bisbiglio in hashtag. La differenza è che prima la maldicenza si fermava all’angolo della strada; oggi fa il giro del mondo in tempo reale e pretende persino di orientare il dibattito pubblico. Qui torna inevitabile alla mente Umberto Eco, con la sua celebre e spietata osservazione: “Prima gli imbecilli parlavano solo al bar. Ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.” Una frase dura, ma quanto mai attuale, soprattutto quando si osserva il fervore con cui sui social vengono ripetute, pappagallescamente, le stesse parole d’ordine, gli stessi slogan, le stesse indignazioni prefabbricate. Il fenomeno, in verità, è più politico che sociologico. Quando un’opposizione, in tempi di guerra, di restrizioni economiche, di salari compressi e famiglie in affanno, sceglie di concentrare il fuoco sulla vita privata degli avversari, manda un messaggio chiarissimo: non ha nulla di meglio da offrire. Mancano le proposte, allora si coltiva la polemica. Mancano le soluzioni, allora si alimenta il sospetto. Manca la visione, allora si strumentalizzano le donne. Ed è qui il punto più delicato. La donna, nella sua complessità e nella sua forza, merita ben altro che diventare accessorio polemico nella lotta politica. La si rispetta, la si ascolta, la si valorizza; non la si brandisce come clava mediatica per colpire un avversario che, evidentemente, non si riesce a battere sul terreno delle idee. La nostra canzone popolare, spesso più saggia dei talk show, lo aveva capito da tempo. Il Quartetto Cetra cantava che tutto si fa per la donna; Claudio Villa la elevava addirittura a “pericolo numero uno”. Ma la letteratura, quella vera, ha detto tutto con ben altra altezza. William Shakespeare ricordava che dagli occhi delle donne derivano arti, accademie e dottrina. Forse sarebbe il caso che qualcuno, nelle aule parlamentari e nei partiti, tornasse a leggere più Shakespeare e meno social. Il cittadino, del resto, non elegge rappresentanti per trasformarli in cronisti di salotto. Li elegge per affrontare i problemi del Paese, non per redigere il bollettino delle frequentazioni private altrui. E allora la conclusione, cara lettrice, viene quasi da sé. Quando la politica smette di produrre idee, comincia a produrre chiacchiere. Ma con le chiacchiere non si governa un Paese: si riempiono solo i social, e spesso il vuoto di chi le pronuncia. Giuseppe Arnò Foto by CANVA

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AQ – Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi

  Benedetta De Flaviis e Simone D’Agostino vincono la prima edizione del Premio di laurea intitolato all’ing. Ascolino Bernardi Il premio è stato istituito dall’Università dell’Aquila, Thales Alenia Space e Fondazione Gran Sasso Tech   di Goffredo Palmerini   L’AQUILA – Simone D’Agostino e Benedetta De Flaviis sono i vincitori della prima edizione del Premio di laurea intitolato alla memoria di Ascolino Bernardi, ingegnere progettista di Thales Alenia Space prematuramente scomparso nel 2024. La premiazione dei due giovani ingegneri, laureati all’Università degli Studi dell’Aquila, si è svolta il 27 marzo scorso presso la Thales Alenia Space, a L’Aquila. Istituito dall’Università degli Studi dell’Aquila, su proposta di Thales Alenia Space Italia in collaborazione con Fondazione Gran Sasso Tech, il premio è riservato alle tesi di laurea magistrale in Ingegneria informatica, Ingegneria elettronica e Ingegneria delle telecomunicazioni inerenti a tematiche relative all’analisi, alla simulazione e alla progettazione di dispositivi e architetture di elaborazione digitale del segnale per applicazioni satellitari. Il premio ha cadenza biennale. La prima edizione ha riguardato tesi discusse dai laureati all’Università degli Studi dell’Aquila negli anni accademici conclusi nel 2023 e 2024. Al bando hanno concorso 9 ingegneri con le loro tesi, tra cui la commissione giudicatrice ha scelto le due dei vincitori. La cerimonia di premiazione si è tenuta nella sala Michela Rossi dello stabilimento della Thales Alenia Space dell’Aquila,alla presenza di Michelangelo L’Abbate, vicepresidente Direzione Ingegneria Hardware di Thales Alenia Space; Fabio Graziosi, Rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila; Fortunato Santucci, professore di Telecomunicazioni al dipartimento di Ingegneria e scienze dell’informazione e matematica dell’ateneo aquilano; Alessandro Pajewski, direttore generale della Fondazione Gran Sasso Tech; Vincenzo Stornelli e Leonardo Pantoli, rispettivamente direttore e professore di Elettronica al dipartimento di Ingegneria industriale, dell’informazione ed economia dell’Università dell’Aquila. Benedetta De Flaviis è stata premiata per la tesi “Progettazione digitale su FPGA di algoritmi di riconciliazione LDPC per QKD”, mentre Simone D’Agostino per la tesi “Piattaforme di elaborazione avanzate per l’esecuzione on-board di applicazioni satellitari: un caso di studio nel dominio Tlc”, di cui i due vincitori hanno brevemente esposto una sintesi. Nel corso della premiazione è stato ricordato l’Ing. Bernardi, sia con testimonianze di colleghi di studio e di lavoro, sia attraverso un libro – “Ascolino Bernardi, tra cielo e terra” (One Group Edizioni) -, curato da Anna e Marcella Bernardi, le quali hanno chiuso la cerimonia con due toccanti interventi sulla vita del fratello Ascolino e sul significato del Premio. Ascolino Bernardi era nato a L’Aquila il 12 agosto del 1964, terzo figlio di Agata Lorenzetti e di Domenico, fondatore della società IRTET – Impresa Reti Telefoniche Elettriche e Telegrafiche, società rimasta attiva fino alla fine degli anni ’90 del secolo scorso. Laureatosi all’Università dell’Aquila nel 1991 in Ingegneria elettronica con il prof. Francesco Valdoni con una tesi sperimentale sui circuiti integrati VLSI, sviluppata presso l’allora Alenia Spazio dell’Aquila, oggi Thales Alenia Space, l’Ingegner Bernardi, dopo il percorso di tirocinio, era stato poi assunto dalla stessa azienda e lì aveva lavorato come componente di un gruppo di avanguardia nell’ambito della competenza elettronica, con elevata abilità nello sviluppo di progetti complessi di circuiti digitali. Per più di trenta anni nello stabilimento aquilano di Thales Alenia Space, Ascolino Bernardi ha portato a termine un numero davvero elevato di progetti e di processi di verifica, maturando un’esperienza duratura e proficua che non è facile trovare nei contesti accademici e industriali. Fin dai primi inizi della sua carriera ha svolto anche un ruolo di supporto e guida per studenti e giovani ingegneri, nell’ambito della collaborazione tra ateneo e azienda, che si è sempre articolata sul duplice percorso della ricerca e della formazione. Difficile comprendere del tutto il suo lavoro, per il livello altamente specialistico di tale particolare branca dell’ingegneria elettronica, indispensabile per le telecomunicazioni spaziali. Ascolino, infatti, ha lavorato nel campo delle comunicazioni satellitari contribuendo alla progettazione di circuiti digitali facenti parte, ad esempio, dei cosiddetti trasponditori satellitari per telecomunicazioni. In parole povere, se alcuni dei satelliti in orbita intorno al nostro pianeta riescono ad inviare e ricevere dati e segnali, alla e dalla base a terra, è grazie a questa tecnologia così avanzata, sviluppata a L’Aquila nell’azienda d’avanguardia, grazie allo studio e all’impegno lavorativo di tecnici di tale elevata competenza. L’ing. Bernardi ha dato infatti un contributo importante in missioni gratificate anche da grande eco mediatica, quali ad esempio: “Rosetta”, la missione spaziale sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e lanciata nel 2004, con l’obiettivo dello studio della cometa 67P/Churyumov-Erasimenko. La sonda vera e propria è stata chiamata Rosetta, perché l’obiettivo della missione è svelare i segreti riguardanti il sistema solare e la formazione dei pianeti; il nome del lander, Philae, deriva dall’isola in cui fu ritrovato un obelisco che ha aiutato la decifrazione della stele di Rosetta; la missione spaziale ExoMars sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea e da Roscosmos per esplorare il pianeta Marte. Di tale missione è stato parte il lander Schiaparelli, che è stato progettato e costruito in Italia da Thales Alenia Space con lo scopo di fornire ad ESA la tecnologia per compiere un atterraggio controllato sulla superficie del Pianeta rosso. Ascolino Bernardi, però, non è stato solo l’ingegnere. È stato anche l’appassionato di sport, in primo luogo il Rugby, grande conoscitore della storia della palla ovale, sia della gloriosa L’Aquila Rugby che del Paganica Rugby: nomi, storie e aneddoti di partite, campionati, personaggi. Presente, ogni volta che gli era possibile, sugli spalti dello stadio aquilano, o all’Olimpico di Roma per gli incontri del “6 Nazioni”, o anche all’estero. E poi l’amore per L’Aquila e la sua storia, per la montagna, il cinema, il jazz, la buona cucina… Infine, ma non per ultimo, Ascolino amava l’amicizia, la convivialità, i paesaggi, le cose belle, l’arte, tutto ciò che poteva nutrire il corpo e l’anima. Sempre con quel suo particolare tratto di autenticità, attenzione ai valori e alle persone, cifra della sua straordinaria sensibilità culturale e affettiva nelle relazioni. Legato fortemente alla sua famiglia e a Paganica suo paese natale e di residenza, Ascolino ha saputo conservare intatte le relazioni, intense e

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