Da 007 al Pentagono: aspirare il male, salvare il buono

Dalla fantasia di James Bond alla tecnologia del Pentagono: una navicella per ripulire l’orbita. E se, una volta tanto, provassimo a usarne una anche sulla Terra? di Giuseppe Arnò   Dicono che la fantascienza serva soprattutto a distrarci dalla realtà. Evidentemente non sempre. A volte, con qualche decennio di ritardo, la realtà si mette diligentemente a copiare la fantasia. Il Pentagono ha affidato a D-Orbit Space, controllata americana del gruppo italiano D-Orbit, un contratto da 24 milioni di dollari nell’ambito del programma Deorbit-as-a-Service. L’idea è tanto semplice quanto futuristica: raggiungere i satelliti militari arrivati a fine vita, agganciarli e portarli fuori dall’orbita, evitando che continuino a vagare lassù come rifiuti abbandonati in autostrada. Una specie di spazzino spaziale. Solo più costoso e con qualche problema in più se, anziché un satellite americano, dovesse incontrarne uno russo o cinese. Ma l’idea, a ben vedere, non è poi così nuova. Nel 1967, quando la tecnologia reale non aveva ancora imparato a fare ciò che oggi promette, James Bond ci aveva già pensato. In Si vive solo due volte, Sean Connery, nei panni dell’immarcescibile 007, assisteva alla comparsa della misteriosa Bird One, una navicella della SPECTRE capace di catturare in orbita capsule spaziali americane e sovietiche. Lo scopo, naturalmente, era molto meno ecologico: provocare la Terza guerra mondiale. La differenza è che allora era fantascienza. Oggi è un contratto del Pentagono. Possiamo dunque immaginare, con un minimo di fantasia e una buona dose di malizia, una futura “Aspira-satelliti 007”, versione aggiornata e politicamente corretta della Bird One: niente complotti della SPECTRE, per carità, soltanto pulizia dell’orbita. Se poi, durante le operazioni di nettezza urbana, qualche satellite russo o cinese dovesse accidentalmente finire nell’aspirapolvere, sarà certamente un inconveniente tecnico. E qui, per fortuna, Donald Trump non c’entra. Almeno questa volta. I poveri satelliti aspirati, tuttavia, non avranno la fortuna di Pinocchio, che dal ventre della balena riuscì a uscire. Quelli finiranno probabilmente dove devono finire i rottami spaziali: senza possibilità di rigurgito. La cosa più interessante, però, è che al progetto partecipa anche la tecnologia italiana. E questo, ai più fantasiosi tra noi, potrebbe suggerire un’applicazione terrestre dell’invenzione. Perché, se abbiamo finalmente imparato ad aspirare ciò che non serve nello spazio, perché non provare a farlo anche sulla Terra? Un’Aspira-mali 007, per esempio, potrebbe cominciare dalla malapolitica. Non tutta, naturalmente: rischieremmo di lasciare il Parlamento con qualche poltrona vuota. Ma una selezione accurata potrebbe essere utile. Potrebbe poi passare ai ladri d’arte, a cominciare da quelli che riescono a far sparire opere dai musei con una facilità che farebbe impallidire persino la SPECTRE. Dal Louvre a Parma, quando un quadro prende il volo, non sempre sappiamo dove atterrerà. Potrebbe aspirare anche certi misteri giudiziari, purché senza aspirare la giustizia insieme al mistero. Per esempio, dopo diciannove anni, forse qualcuno potrebbe spiegare al cittadino perché il caso Garlasco continui a occupare tanto spazio nella nostra vita pubblica e mediatica: in diciotto mesi, si è parlato del caso con circa 1,6 milioni di menzioni e quasi 25 milioni di interazioni. A questo punto, più che un caso giudiziario, sembra diventato un abbonamento. Ma l’aspirapolvere più importante sarebbe un altro. La guerra. Quella sì che meriterebbe una tecnologia capace di aspirarla tutta, lasciando al suo posto soltanto ciò che ancora merita di essere conservato: la vita, le case, le madri, i figli, la memoria. Marco Imarisio lo ha ricordato con parole che non hanno bisogno di effetti speciali: la guerra, alla fine, è questo. Figli che muoiono e madri che piangono i figli. Il resto sono comunicati, strategie, mappe, conferenze, proclami e spiegazioni per convincerci che, da qualche parte, qualcuno stia vincendo. Noi, francamente, ci accontenteremmo di non perdere tutti. E allora ben venga l’Aspira-satelliti. Ben venga la tecnologia italiana. Ben venga persino il Pentagono, se davvero vuole ripulire qualcosa senza sporcare qualcos’altro. Ma se un giorno D-Orbit riuscisse a costruire una versione terrestre della sua macchina, avremmo finalmente trovato l’apparecchio più utile della storia: uno che aspira il male e restituisce il buono. Montanelli, probabilmente, davanti a una simile invenzione avrebbe sorriso con quella sua aria da uomo che aveva già visto tutto. E forse avrebbe aggiunto: «Il problema non sarà costruire l’aspirapolvere. Sarà convincere gli aspirati che non si tratta di una nuova forma di promozione sociale.» * Foto Canva remixed

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Il mondo va a rotoli

Tra una natura che presenta il conto, una politica in coma vigile e cittadini che continuano a premiare gli stessi attori. Con Indro Montanelli, nostro complice, a ricordarci che la memoria degli elettori è sempre stata un bene deperibile. Una volta si diceva che il mondo andasse a rotoli per modo di dire. Oggi il dubbio è che qualcuno abbia tolto i freni. Non è catastrofismo: basta leggere i giornali, possibilmente senza saltare la cronaca estera, quella economica e quella meteorologica. Se poi Indro Montanelli potesse sfogliare il giornale di oggi, probabilmente non cambierebbe mestiere. Continuerebbe a fare il giornalista, con l’aggravante di dover distinguere, ogni mattina, la satira dalla cronaca. E non è affatto detto che ci riuscirebbe sempre. La natura, da parte sua, non ha mai promesso di essere gentile. Terremoti, alluvioni, eruzioni e uragani esistono da quando la Terra ha imparato a girare su se stessa. Ma oggi c’è una differenza sostanziale: la frequenza e l’intensità di molti fenomeni estremi non sono più soltanto materia per geologi e climatologi, bensì cronaca quotidiana. Il cambiamento climatico rappresenta una delle sfide più urgenti e complesse del nostro tempo. Le temperature aumentano, i ghiacciai arretrano, le stagioni sembrano aver perso il calendario e gli eventi estremi si susseguono con una regolarità inquietante. Ondate di calore, siccità, alluvioni, incendi e tempeste non sono più eccezioni, ma una consuetudine che ridisegna il paesaggio e condiziona l’economia, l’agricoltura e perfino la salute pubblica. L’Italia ne è un laboratorio a cielo aperto. Un’estate senz’acqua viene seguita da piogge torrenziali che trasformano le città in piscine improvvisate. Le Alpi perdono i loro ghiacciai, mentre il Mediterraneo si riscalda più rapidamente di quanto facciano le nostre coscienze. Eppure continuiamo a discutere se sia il caso di piantare un albero o di abbatterlo per ricavare un parcheggio in più. Ma la natura non è l’unica ad aver perso l’equilibrio. Anche l’uomo sembra essersi specializzato nell’arte dell’autodistruzione. Guerre che faticano perfino a trovare una giustificazione razionale continuano a decimare popolazioni, seminando morte, odio e povertà. Si combatte in nome della sicurezza, della religione, delle risorse, dell’identità nazionale. Cambiano le bandiere, non il risultato: migliaia di vite spezzate e milioni di persone costrette a fuggire. E mentre il mondo brucia, la politica offre spesso il peggio di sé. Non governa gli eventi: li rincorre. Non costruisce il futuro: pianifica la prossima campagna elettorale. La politica non ha smesso di promettere il futuro; ha semplicemente ridotto il futuro alla prossima tornata elettorale. Invece di unire le forze davanti a problemi globali, preferisce combattersi in interminabili schermaglie di partito, come un esercito ormai sconfitto che continua a sparare gli ultimi colpi solo per orgoglio. Sì, la politica appare moribonda. E, come spesso accade ai moribondi, continua a fare rumore. Il guaio è che non possiamo attribuirle ogni responsabilità. I cittadini hanno la loro parte. Protestano al bar, si indignano sui social, scuotono la testa davanti al telegiornale, salvo poi tornare disciplinatamente alle urne per riconsegnare il timone agli stessi protagonisti di ieri. È il trionfo dell’abitudine elevata a sistema democratico. Qui il nostro complice Montanelli avrebbe probabilmente alzato un sopracciglio. Per tutta la vita ha osservato con lucidità un Paese capace di lamentarsi dei propri governanti e, puntualmente, di riconfermarli. Più che una democrazia dell’alternanza, talvolta sembriamo praticare una democrazia della nostalgia: quella per ciò che critichiamo il lunedì e rieleggiamo la domenica. E non illudiamoci che il fenomeno sia soltanto italiano. Cambiano le lingue, i sistemi elettorali e i colori delle bandiere, ma il copione è sorprendentemente simile ovunque. È un problema globale. Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, lo ha detto senza ricorrere a giri di parole: «Il mondo deve svegliarsi, siamo sull’orlo dell’abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata. Il mondo non è mai stato così diviso.» Meno male che qualcuno lo dice. Anche Agatha Christie osservava che «l’Europa ha bisogno di svegliarsi. È mezza addormentata». Un’affermazione che oggi suona meno come una riflessione letteraria e più come una diagnosi. Il problema è che queste parole rischiano di trasformarsi nelle proverbiali voci di chi grida nel deserto. Forse qualcuno obietterà che il vero risveglio dovrebbe essere spirituale. Ed è difficile negare che una società priva di valori finisca inevitabilmente per smarrire anche il senso della responsabilità. Ma, con tutto il rispetto per la dimensione interiore dell’uomo, il risveglio spirituale, da solo, non abbassa la temperatura del pianeta, non ferma una guerra e non rende più lungimirante una classe politica. Servono coscienze, certo. Ma servono anche decisioni. Forse il mondo non va a rotoli perché mancano le soluzioni. Va a rotoli perché abbondano le giustificazioni. La natura presenta il conto, la politica rinvia il pagamento e i cittadini, invece di cambiare amministratore, continuano a rinnovargli l’incarico. Poi ci stupiamo se arriva il pignoramento della Storia. Montanelli, probabilmente, avrebbe chiuso il giornale, acceso una sigaretta e annotato con il suo consueto sarcasmo che i tempi cambiano, ma i vizi dell’uomo sembrano godere di un’invidiabile stabilità. Ed è forse questa la notizia più inquietante di tutte. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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L’arte di includere escludendo

   Abbattuti i muri della discriminazione, li ricostruiamo con materiali ecosostenibili e li inauguriamo come simboli del progresso.     Ci avevano promesso l’inclusione universale. Stanno consegnando l’inclusione condominiale: ognuno nel proprio appartamento, con tanto di targhetta sulla porta. In Italia si pensa alle piscine riservate alle donne islamiche. A Berlino il venerdì, non quello delle offerte ma quello dei costumi da bagno, si sperimentano giornate o fasce orarie riservate. Domani arriverà la corsia per gli eterosessuali, dopodomani quella per i mancini, poi per i vegani, gli astemi e magari per chi nuota solo a rana. La fantasia amministrativa, quando spende denaro altrui, non conosce limiti. L’obiettivo dichiarato è l’inclusione. Il risultato pratico assomiglia, con sorprendente puntualità, all’esclusione. Cambia il nome, resta il principio: dividere. È curioso osservare come certe parole invecchino male. L’apartheid era la vergogna della separazione. Oggi la separazione, se accompagnata da una conferenza stampa, qualche slogan ben confezionato e una dose abbondante di lessico inclusivo, rischia perfino di sembrare una conquista civile. Evidentemente i dizionari sono più veloci della storia. Naturalmente tutto questo ha un costo. E poiché le buone intenzioni non bastano mai, si ricorre all’unica fonte inesauribile: il portafoglio dei contribuenti. C’è chi fatica ad arrivare alla quarta settimana del mese e chi, invece, arriva serenamente alla fine del bilancio pubblico, purché sia quello degli altri. Sia ben chiaro. L’inclusione delle persone con disabilità è un dovere morale e civile. Rimuovere gli ostacoli che impediscono loro di vivere pienamente la società significa rendere la società migliore per tutti. Qui, invece, si imbocca un’altra strada: non si eliminano le barriere, si moltiplicano i cancelli. E ogni cancello porta inevitabilmente un cartello: “Riservato”. La politica osserva soddisfatta. Del resto, ha conservato soltanto il nome della polis. Una volta amministrava la res publica; oggi sembra specializzata nella tutela della res privata, possibilmente la propria. Le leggi non guardano più alle prossime generazioni, ma al prossimo sondaggio. È una forma di lungimiranza con il fiato corto. “Tutto da rifare, pover’uomo”, diceva un vecchio titolo televisivo che oggi suona come una diagnosi. Da rifare non sono le piscine, ma il modo di ragionare. Perché una società che crea spazi separati per sentirsi più unita è un po’ come uno che rompe lo specchio per migliorare il proprio riflesso. Montanelli avrebbe liquidato la faccenda con una delle sue frasi secche: gli italiani possiedono un talento singolare, riescono a complicare perfino le idee semplici. E l’inclusione è un’idea semplicissima: stare insieme. Non uno accanto all’altro, ma insieme. Quando, invece, ogni categoria reclama il proprio recinto, la convivenza lascia il posto al condominio delle identità. Ci si saluta dal balcone, ma guai ad attraversare il pianerottolo. Poi ci domandiamo perché la società si stia frammentando. La risposta, forse, galleggia proprio in quelle piscine dove tutti sono i benvenuti. Purché appartengano alla categoria giusta. Credo che, se c’è un autore al quale questa conclusione sarebbe piaciuta, è proprio Indro Montanelli: “Quando una società ha bisogno di un regolamento per stabilire chi possa stare accanto a chi, non sta costruendo l’inclusione. Sta soltanto cambiando il nome alla separazione.” È una frase originale, non una citazione, ma ne richiama il gusto per la battuta asciutta e il paradosso. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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E la chiamano estate…

Se il caldo è democratico, perché gli italiani continuano a soffrire tutti insieme al mare invece di distribuirsi saggiamente sulle montagne? di Giuseppe Arnò C’è chi l’estate l’ha odiata per amore e chi, oggi, la odia per temperatura. Bruno Martino la cantava con malinconia, João Gilberto idem; loro avevano però un problema sentimentale. Noi, più prosaicamente, abbiamo il termometro. E quando il termometro comincia a comportarsi come un titolo di Borsa impazzito, l’estate smette di essere una stagione e diventa un’accusa. Genio e Pierrots, molti anni fa, ci facevano ballare al grido di “Uffa che afa”. Allora si ballava col caldo. Oggi, col caldo, si cerca l’ombra. Possibilmente quella di un frigorifero. Persino il cinema ci ha messo del suo con una “Maledetta estate”. Insomma, contro questa stagione esiste una vera letteratura di lamenti, canzoni, sospiri e maledizioni. Per le lodi, rimandiamo ad altra puntata: oggi l’imputata è l’estate e la sua principale aggravante è l’afa. Una nostra affezionata lettrice dall’Italia ci scrive preoccupata. Ha ascoltato gli esperti, ha seguito le previsioni e ci segnala un futuro nel quale dovremo ripensare le città: meno asfalto e cemento, più alberi, più verde, più fontane, più superfici chiare, più vegetazione verticale e, probabilmente, più buon senso. Tutto giusto. Anzi, benissimo. Ma viene spontanea una domanda: se dobbiamo ripensare tutto per sopravvivere al caldo, perché non cominciamo dalla cosa più semplice? Andare dove fa più fresco. L’Italia, per una singolare distrazione geografica, possiede le Alpi, gli Appennini, boschi, vallate, altipiani, laghi e paesini arroccati dove la sera, qualche volta, bisogna ancora ricordarsi che esistono le coperte. Eppure, appena arriva l’estate, milioni di italiani fanno esattamente il contrario: caricano l’automobile, affrontano code interminabili, imbottigliamenti, autostrade roventi e parcheggi da guerra di conquista per arrivare al mare. Dove, una volta giunti, pagano il parcheggio, l’ombrellone, il lettino, il gelato e, soprattutto, il privilegio di stare al sole per dimostrare agli amici che sono finalmente in vacanza. È un mistero antropologico. Se a 1.500 metri ci sono venti gradi e sulla costa ce ne sono quaranta, l’italiano medio sembra disposto a fare qualunque sacrificio pur di raggiungere i quaranta. Del resto, il caldo è democratico. Non guarda in faccia nessuno. Non distingue tra ricchi e poveri, destra e sinistra, juventini e interisti. Scioglie tutti allo stesso modo. O almeno dovrebbe. Perché, curiosamente, appena il caldo diventa insopportabile, cominciano a moltiplicarsi le eccezioni: c’è chi ha l’aria condizionata, chi ha la piscina, chi ha la casa in montagna e chi, più semplicemente, ha avuto l’idea geniale di non andare dove fa più caldo. La montagna, invece, continua a guardare il mare con una certa superiorità. Non fa pubblicità aggressiva. Non promette aperitivi al tramonto. Non dispone di migliaia di ombrelloni allineati come soldatini. Non obbliga nessuno a cuocersi per diventare abbronzato. Offre semplicemente aria più fresca, ombra, silenzio e, in molti casi, un cielo stellato che non richiede il pagamento di alcun supplemento. E allora perché non ci andiamo? Forse perché siamo diventati talmente abituati a lamentarci del problema da non avere più tempo per cercare la soluzione. Il caldo aumenta? Cambiamo il colore delle facciate. L’asfalto si surriscalda? Ripensiamo le strade. Le città soffocano? Piantiamo alberi. I palazzi diventano forni? Facciamo il verde verticale. Tutto sacrosanto. Ma nel frattempo, mentre gli urbanisti ridisegnano la civiltà occidentale, il cittadino potrebbe anche prendere un treno, un’automobile o un autobus e salire di qualche centinaio di metri. Non sarà la soluzione al cambiamento climatico, naturalmente. Ma potrebbe essere una soluzione al suo mal di testa. E qui ritorna una vecchia tentazione italiana: complicare ciò che sarebbe semplice. Persino quando il termometro ci suggerisce, con una chiarezza quasi offensiva, di cercare l’altitudine, noi preferiamo convocare commissioni, tavoli, esperti, convegni e conferenze. Magari davanti a una granita al limone. Che, sia detto per inciso, resta comunque un’ottima invenzione. Quanto alle migrazioni, poi, non vorremmo che qualcuno prendesse troppo sul serio una nostra vecchia provocazione: se l’Europa continuerà a diventare sempre più calda e l’Africa sempre più desiderabile climaticamente, potrebbe accadere l’impensabile. Un giorno, invece di discutere su come fermare gli africani alle frontiere europee, potremmo dover spiegare agli africani che per le vacanze al fresco bisogna prenotare per tempo. E magari saranno loro a guardarci stupiti e a domandarci: “Ma perché siete venuti fin qui? In montagna, da voi, si stava benissimo.” A quel punto dovremo ammettere di avere sbagliato strada. Come spesso accade, del resto. Intanto l’estate continua. Il sole picchia. L’asfalto fuma. I condizionatori lavorano come minatori. Gli esperti studiano. I politici discutono. Gli italiani sudano. E le montagne, pazienti, aspettano. Aspettano soprattutto che qualcuno si accorga di loro. Montanelli, all’ombra Indro Montanelli, probabilmente, avrebbe osservato tutta la faccenda da una panchina ombreggiata, con una bottiglia d’acqua fresca accanto e quel suo mezzo sorriso da uomo che aveva già capito tutto. Forse avrebbe concluso che il caldo non è poi così democratico: democraticamente colpisce tutti, ma soltanto i più intelligenti cercano l’ombra. Gli altri, per non sbagliare, continuano a chiamarla estate * Foto by Canva remix

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Ceuta, Schengen e il voto che arriva dal mare

Quando l’immigrazione diventa propaganda elettorale, la politica rischia di essere travolta dalla stessa onda che oggi cavalca. di Giuseppe Arnò Ceuta torna improvvisamente sulle prime pagine e, come accade puntualmente da anni, l’Europa scopre di avere un problema che conosce perfettamente, ma preferisce affrontare solo quando le immagini fanno il giro del mondo. Passata l’emozione, cala il sipario, gli attori cambiano costume e la rappresentazione ricomincia alla crisi successiva. È il grande teatro europeo dell’immigrazione: un copione ormai consumato, ma sempre applaudito da chi continua a recitare invece di governare. La presidente dell’Unione Interparlamentare Italia-Spagna, Federica Onori, auspica un ritorno alla collaborazione tra Roma e Madrid. È un auspicio condivisibile. Peccato che la collaborazione richieda due governi che remino nella stessa direzione e non due equipaggi intenti a dimostrare che la falla sia soltanto nella barca dell’altro. La crisi di Ceuta, infatti, non nasce a Ceuta. Nasce molto più lontano, dove la pressione migratoria viene spesso utilizzata come arma geopolitica, dove organizzazioni criminali prosperano sul traffico di esseri umani e dove non manca chi soffia sul fuoco della disinformazione per dividere l’Europa e renderla più fragile. Solo chi preferisce non vedere continua a considerare questi fenomeni semplici coincidenze. Nel frattempo Schengen mostra tutte le sue rughe. È un magnifico progetto di libera circolazione, ma fu pensato per un continente diverso da quello odierno. Regola la mobilità interna; molto meno le pressioni esterne. Non sorprende quindi che oggi oltre venti Paesi invochino controlli straordinari alle frontiere. La solidarietà europea, tanto celebrata nei convegni, spesso scompare appena entra in gioco l’interesse nazionale. Italia e Spagna, accomunate dal Mediterraneo e dagli stessi approdi, hanno trasformato una questione comune in un’occasione di reciproco rimpallo politico. Madrid accusa alcuni partner europei, Roma replica contestando la gestione spagnola dell’emergenza. Il risultato è quello che vediamo: molte dichiarazioni, poche strategie condivise. Nel frattempo ogni governo continua a rivendicare i propri numeri, quelli favorevoli naturalmente. C’è chi evidenzia il calo degli sbarchi irregolari, chi rivendica politiche più inclusive, chi accelera le procedure di cittadinanza, chi preferisce rafforzare i controlli. Sono scelte politiche legittime, purché restino tali e non diventino strumenti di convenienza elettorale. Perché è proprio qui che il dibattito perde credibilità. L’accoglienza è un dovere quando prevista dal diritto internazionale e quando tutela realmente persone in fuga da guerre e persecuzioni. Ma un conto è l’accoglienza; altro conto è trasformare il migrante in una tessera del proprio mosaico elettorale. L’essere umano non è una scheda da infilare nell’urna. Ogni volta che la politica considera l’immigrazione soprattutto in funzione del consenso, il problema smette di essere umanitario e diventa aritmetico. Si contano gli arrivi, si calcolano i documenti, si immaginano futuri elettori. È una tentazione che attraversa l’intero continente e non appartiene esclusivamente a una parte politica. La vera ironia della storia, però, potrebbe essere un’altra. Chi oggi immagina di costruire il proprio consenso distribuendo cittadinanze e coltivando nuovi bacini elettorali dovrebbe ricordare che gli elettori, una volta diventati tali, votano liberamente. Potrebbero persino scegliere gli avversari politici di chi li aveva immaginati come prezioso investimento. Sarebbe una delle più raffinate vendette della democrazia: il serbatoio elettorale che cambia proprietario. Sul piano pratico, Ceuta dimostra che pagare i Paesi nordafricani affinché rallentino le partenze può essere soltanto una misura temporanea, non la soluzione definitiva. Servono controlli efficaci alle frontiere esterne, procedure rapide per distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ne possiede i requisiti previsti dalla legge, accordi realmente vincolanti per i rimpatri e centri di valutazione esterni all’Unione, proposta che diversi governi europei sostengono ormai apertamente. Si può discutere delle modalità. Molto meno dell’esigenza di restituire credibilità al sistema. Perché una frontiera che nessuno controlla non è una frontiera; è semplicemente una linea disegnata sulle carte geografiche. E allora permetteteci una sommessa raccomandazione ai professionisti della politica: smettete di utilizzare i migranti come strumenti di propaganda. Non sono slogan, non sono percentuali nei sondaggi, non sono pacchetti di voti. Sono persone. E proprio per questo meritano regole serie, non campagne elettorali permanenti. Montanelli, se fosse ancora seduto davanti alla sua inseparabile macchina da scrivere, probabilmente sorriderebbe sotto i baffi e annoterebbe con la consueta perfidia: «La politica ha sempre avuto il vizio di contare i voti prima degli uomini. Ma ogni tanto gli uomini si ricordano di essere elettori, e allora sono i voti a cambiare padrone.» * Ultimate Photo Blender mix

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Il troppo stroppia

EUROPA, CHI HA VISTO IL PORTIERE? Dalla politica dell’accoglienza a porte spalancate alla riscoperta improvvisa delle frontiere: quando la realtà bussa, anche l’Europa si accorge che una casa senza porte è, tecnicamente, un corridoio. di Giuseppe Arnò     C’è un proverbio italiano che, nei secoli, ha resistito a imperatori, rivoluzioni, guerre e governi: il troppo stroppia. È una verità elementare, quasi banale. E proprio per questo, evidentemente, difficilissima da applicare alla politica. Per anni l’Europa ha discusso di accoglienza, solidarietà, integrazione e diritti, spesso dimenticando un dettaglio non proprio secondario: chi entra, quanti entrano e come entrano. Poi arriva la realtà. E la realtà, si sa, non legge i comunicati stampa. La crisi di Ceuta, con l’arrivo massiccio di migranti e la pressione sulle autorità locali, ha improvvisamente ricordato al Vecchio Continente che le frontiere esistono. E che, quando vengono attraversate in massa, qualcuno prima o poi deve occuparsi delle conseguenze. L’Italia ha deciso di reintrodurre temporaneamente i controlli nei collegamenti con la Spagna, mentre altri Paesi europei hanno rafforzato le proprie misure di sicurezza. Madrid protesta, Roma spiega, Bruxelles osserva e Parigi prende precauzioni. Insomma, il solito spettacolo europeo: tutti d’accordo sulla necessità di fare qualcosa, purché sia qualcun altro a cominciare. La nave Europa, intanto, imbarca acqua. E mentre i marinai discutono animatamente sulla legittimità politica del secchio, qualcuno si accorge che sarebbe forse il caso di usarlo. Naturalmente, non potevano mancare gli oppositori di professione. Quelli che, qualunque cosa accada, trovano sempre il modo di essere contrari. Se il governo apre le frontiere, protestano perché sono aperte. Se le chiude, protestano perché sono chiuse. Se le controlla, protestano perché controlla. Se non le controlla, protestano perché non controlla. Una categoria politica meritevole di studio: il contrario a prescindere. Non è una critica all’opposizione, che in democrazia è indispensabile. È una critica all’opposizione quando confonde il proprio compito con quello di un disco rotto. Perché criticare un governo è legittimo. Pretendere che un governo non governi, un po’ meno. E soprattutto, davanti a un’emergenza, sarebbe auspicabile che la politica europea riuscisse a distinguere tra l’interesse nazionale e il calcolo elettorale. Non è chiedere molto. Se una casa brucia, il primo pensiero dovrebbe essere spegnere l’incendio. Il secondo, magari, stabilire chi abbia dimenticato il gas acceso. In Europa, invece, siamo spesso ancora al primo punto dell’ordine del giorno: decidere se l’incendio sia politicamente di destra o di sinistra. Nel frattempo, brucia. La questione migratoria, del resto, non può essere risolta né con gli slogan dell’accoglienza illimitata né con quelli della chiusura assoluta. Serve una politica seria, europea, coordinata e soprattutto realistica. Perché l’accoglienza senza regole rischia di diventare disordine. E il disordine, prima o poi, produce paura, tensioni sociali e reazioni che nessuno dovrebbe desiderare. Ma anche qui, il buon senso sembra essere diventato una merce rara. L’Europa ha bisogno di confini sicuri, non di confini ideologici. Di solidarietà, ma anche di responsabilità. Di accoglienza, ma anche di legalità. E soprattutto ha bisogno di una politica comune. Perché se ogni Stato pensa di poter risolvere da solo problemi che attraversano continenti, il risultato sarà quello che già conosciamo: riunioni infinite, dichiarazioni solenni e qualche comunicato finale nel quale si esprime «profonda preoccupazione». Una formula diplomatica che, tradotta dal burocratese, significa: non sappiamo ancora cosa fare, ma abbiamo deciso di incontrarci nuovamente per parlarne. Nel frattempo, il mondo non aspetta. Ci sono guerre, terremoti, crisi economiche, criminalità, terrorismo, tensioni sociali. E ogni giorno arriva una nuova emergenza a bussare alla porta. A questo punto, forse, sarebbe opportuno che l’Europa trovasse finalmente il proprio portiere. Uno vero. Uno che sappia chiudere quando deve chiudere, aprire quando deve aprire e, soprattutto, che non debba telefonare a ventisette condomini prima di decidere dove mettere la chiave. Perché la sicurezza, l’economia e la difesa non possono essere affidate alla buona educazione dei vicini di casa. Serve un cervello politico europeo. Un centro decisionale capace di agire prima che l’emergenza diventi catastrofe. E alle opposizioni, europee e nazionali, si potrebbe chiedere soltanto una piccola cortesia: continuino pure a dire «no», ma ogni tanto provino anche a spiegare quale sarebbe il loro «sì». È un esercizio più difficile, ma democraticamente assai più utile. Perché la nave Europa può ancora navigare. Purché, finalmente, qualcuno si occupi delle falle. E purché, soprattutto, mentre l’equipaggio lavora, i passeggeri smettano di litigare su chi abbia il diritto di impugnare il secchio. Il contorno alla Montanelli Montanelli, davanti a una simile commedia, probabilmente avrebbe sorriso con quella sua ironia asciutta e impietosa. Avrebbe forse osservato che l’Europa è riuscita nell’impresa di trasformare un problema di frontiere in un problema di coscienza, un problema di sicurezza in un problema di ideologia e un problema politico in una gara a chi pronuncia più volte la parola «solidarietà». Peccato che le frontiere, a differenza delle parole, non si fermino davanti ai buoni sentimenti. E allora, per una volta, lasciamo parlare il buon senso. Accogliere è umano. Governare è necessario. Controllare è doveroso. Il resto è politica. E, come avrebbe probabilmente chiosato il vecchio Indro, quando tutti hanno ragione, di solito, il problema è che nessuno ha ancora cominciato a risolvere il problema. * Foto by Canva adap.

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L’arte è libera. Purché scelga il colore giusto

Dai tre coni dell’occhio umano alle infinite sfumature del politicamente corretto: oggi anche Elena di Troia può finire al centro di una guerra culturale X X Nell’agorà paesana di ieri sera, sotto la sapiente animazione del vignettista Costantino, si è discusso di una delle più straordinarie meraviglie del genere umano: la capacità di vedere i colori. Il nostro occhio, attraverso tre tipi di fotorecettori chiamati coni, distingue il rosso, il verde e il blu. Poi il cervello, con una certa autonomia e senza chiedere il permesso a nessun comitato ideologico, combina questi segnali e ci permette di vedere l’intero spettro visibile. Una meraviglia. E viene da dire: bontà del Creatore! Ma l’uomo, si sa, non si accontenta mai di ciò che vede. Ha inventato la pittura, la fotografia, il cinema e, più recentemente, anche la politica dei colori. I colori, infatti, non sono soltanto una questione ottica. Sono emozione, memoria, sentimento. Sono l’espressione della nostra anima. Cesare Pavese confessava: «Ogni nuovo mattino, uscirò per le strade cercando i colori». E ognuno cerca i propri. James Cameron, per esempio, ha trovato il blu e ci ha costruito sopra Avatar, portandoci su Pandora, dove intere popolazioni hanno la pelle del colore del cielo e nessuno, almeno all’inizio, sembra essersene scandalizzato. Altri artisti, invece, sembrano impegnati in una ricerca cromatica più ambiziosa: ridipingere il passato. Corre voce, per esempio, che un giovane e avvenente regista stia pensando a una nuova versione di Biancaneve e i sette nani con protagonista un’attrice afroamericana. Una scelta che, in linea di principio, non dovrebbe sconvolgere il mondo. Dopo tutto, è cinema. L’arte è libera. La fantasia non ha frontiere e la creatività, per sua natura, non ama i recinti. Il problema è che oggi, quando si tocca un personaggio del passato, il dibattito artistico dura mediamente tre minuti. Poi arrivano la politica, i social, le tifoserie e, immancabilmente, qualcuno che accusa qualcun altro di essere dalla parte sbagliata della storia. E così anche Elena di Troia è finita in trincea. Con la recente uscita del kolossal Odissea (2026), diretto da Christopher Nolan, la scelta di Lupita Nyong’o, attrice keniota-messicana, per interpretare Elena ha riacceso il dibattito sul cosiddetto blackwashing. I sostenitori della scelta ricordano che il cinema ha sempre reinterpretato liberamente i classici. I detrattori rispondono che non si tratta più di libertà artistica, ma di una precisa operazione ideologica. E così, mentre i Greci combattevano per Elena, noi, dopo qualche millennio, continuiamo a combattere per il colore di Elena. La storia, evidentemente, ha un senso dell’umorismo tutto suo. Omero, intanto, se ne sta tranquillamente nell’Olimpo della letteratura. Nel poema definisce Elena λευκώλενος (leukōlenos), «dalle bianche braccia». Secondo gli studiosi, l’espressione appartiene al linguaggio formulare della poesia omerica e indica soprattutto un ideale di bellezza femminile. Altri, invece, preferiscono la lettura letterale: se Omero dice «bianche braccia», bianche erano. Del resto, sostengono i più pignoli, se le braccia erano bianche, non è che il resto del corpo potesse essere improvvisamente… a pois. E qui, forse, arriviamo al cuore della questione. L’arte può cambiare la storia? Naturalmente sì. Può reinterpretarla? Certamente. Può perfino provocare? È il suo mestiere. Ma può anche diventare strumento di propaganda culturale? Perché no. Anche questo è accaduto infinite volte. La differenza, forse, sta nella sincerità dell’operazione. Se un regista sceglie un attore perché lo considera il migliore per quel ruolo, nessuno dovrebbe avere nulla da obiettare. Se invece la scelta serve a lanciare un messaggio politico o sociale, allora sarebbe più virtuoso dirlo apertamente. Non c’è nulla di male. L’importante è non pretendere che il pubblico sia obbligato a considerare arte ciò che magari percepisce come politica travestita da arte. Perché oggi il confine è diventato talmente sottile che persino un pennello rischia di dover presentare il certificato di appartenenza prima di poter toccare la tela. Il rosso, il verde e il blu sono ancora liberi. Ma guai a confondere il bianco con il nero. E soprattutto, guai a dire che un colore è semplicemente un colore. Potrebbe partire un dibattito. Un convegno. Una commissione. Un fact-checking. E, naturalmente, un film. Marco Trevisan sostiene che la cinematografia sia la forma d’arte più completa della nostra epoca. Probabilmente ha ragione. Il cinema riesce a raccontare il passato, interpretare il presente e persino immaginare il futuro. Ma proprio per questo è bene ricordare che ogni immagine porta con sé un significato. E quando l’artista sceglie un colore, un volto, un personaggio, una storia, non sempre sta soltanto facendo arte. A volte sta anche dicendo qualcosa. Il pubblico, però, conserva ancora un piccolo privilegio: quello di ascoltare, guardare e poi decidere liberamente che cosa pensare. Ognuno, dunque, interpreti il fatto come crede. A buon intenditor… E Indro Montanelli, probabilmente, osservando tutto questo dal suo proverbiale angolo di ironia, avrebbe sorriso. Forse avrebbe detto che l’arte è veramente libera soltanto quando può permettersi di essere anche scomoda. E, soprattutto, quando nessuno le impone in anticipo quale debba essere il colore della libertà. Quanto a noi, possiamo soltanto continuare a guardare. Con i nostri tre coni. Rosso, verde e blu. Il resto, per fortuna, lo decide ancora il cervello. Almeno quello che non ha ancora ricevuto la circolare. Giuseppe Arnò * Foto Corel remix

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Cornuto e… condannato

Quando la giustizia chiude il fascicolo, ma il dibattito resta aperto C’è un’antica espressione napoletana che riesce a spiegare in quattro parole ciò che trattati di sociologia descrivono in quattrocento pagine: “curnuto e mazziato”. Tradotta con eleganza significa subire un torto e, subito dopo, essere anche colpiti dall’umiliazione che ne consegue. È la fotografia di chi paga due volte: una per il danno ricevuto, l’altra per le conseguenze che quel danno continua a produrre. I napoletani, però, hanno una qualità rara: riescono perfino a sorridere delle loro disgrazie. Non per superficialità, ma perché l’ironia è spesso l’ultimo rifugio della dignità. È un modo per impedire alla sventura di avere l’ultima parola. In questa vicenda, tuttavia, il sorriso si ferma presto. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere Mario Roggero, che il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, dopo aver subito una rapina, inseguì e uccise due dei rapinatori, ferendone un terzo. La sentenza è definitiva. E, come ricordavano gli antichi, lex dura sed lex: la legge può essere severa, ma resta legge. Sul piano giuridico la questione è chiusa. Sul piano umano, invece, continua a dividere l’opinione pubblica. Roggero ha 72 anni. Ha definito la condanna un ergastolo di fatto, osservando che, quando avrà finito di scontarla, avrà superato gli ottantasei anni. Nel video pubblicato prima di costituirsi ha ringraziato chi gli è stato vicino e ha auspicato una normativa che disciplini in maniera diversa casi come il suo. Nel frattempo si è aperto un altro capitolo, forse ancora più amaro: le richieste di risarcimento avanzate dai familiari dei rapinatori uccisi e dal complice rimasto ferito. È qui che molti cittadini avvertono quella sensazione di “doppia pena” che alimenta discussioni, indignazione e interrogativi. Viene spontaneo ricordare la provocazione di Fabrizio Caramagna, secondo cui da qualche parte esisterebbe un giudice disposto a condannare i costruttori del Titanic a risarcire i proprietari dell’iceberg. È una battuta, naturalmente, ma come tutte le battute efficaci nasce da una percezione diffusa. Nel frattempo la politica ha fatto ciò che purtroppo sa fare con maggiore tempestività: dividersi. C’è chi invoca la grazia presidenziale, chi difende integralmente la sentenza, chi trasforma una tragedia personale in una bandiera elettorale. Ancora una volta il dolore diventa terreno di scontro ideologico, con il rischio di dimenticare che, prima delle appartenenze, esistono le persone. La giustizia deve applicare la legge, non gli umori popolari. Ma una democrazia matura ha anche il dovere di interrogarsi quando una sentenza, pur legittima, lascia una parte consistente dell’opinione pubblica con la sensazione che qualcosa non torni sul piano dell’equità. Non è una critica ai giudici, bensì una riflessione sul rapporto, spesso tormentato, tra diritto e sentimento di giustizia. Forse è proprio qui il cuore della vicenda: la legge stabilisce ciò che è lecito; la coscienza continua invece a domandarsi ciò che è giusto. L’agorà del paese, il bar, i social, le tavole di famiglia continueranno a discutere di politica, di legittima difesa e di magistratura. È inevitabile. Sarebbe bello, però, che almeno per una volta il dibattito riservasse uno spazio anche alla dimensione umana, quella che non entra nei codici, non compare nei dispositivi delle sentenze e non si misura in anni di reclusione. Perché una società civile non si giudica soltanto da come applica le leggi, ma anche da come riesce a conservare la propria umanità. E, se proprio vogliamo chiudere con un pizzico di ironia, prendiamo in prestito un pensiero attribuito a Socrate: «Più conosco gli uomini, più apprezzo il mio cane.» Una frase che oggi, osservando il frastuono delle tifoserie politiche, rischia di sembrare meno cinica di quanto fosse quando venne pronunciata. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso con una delle sue stoccate: «Le sentenze si rispettano. Ma il diritto di discuterle è uno dei pochi privilegi che distinguono una democrazia da un tribunale.» Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix

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Chi la dura la vince (e chi molla consegna le chiavi)

Dal campo centrale di Wimbledon alle tribune del mondo: la perseveranza resta l’unica rivoluzione che non può essere censurata. di Giuseppe Arnò Ci avevano detto che il talento fosse tutto. Poi è arrivato il mercato a venderci il successo in comode rate, la politica a prometterlo a ogni legislatura e i social a confezionarlo in video da trenta secondi. Così abbiamo finito per credere che bastasse apparire. Peccato che la realtà, ostinata come una vecchia maestra, continui a premiare chi resiste. Lo aveva capito molto prima di noi Calvin Coolidge, quando osservava che nulla al mondo può prendere il posto della perseveranza. Non il talento: il mondo abbonda di persone straordinariamente dotate che non hanno concluso granché. Non il genio: quello incompreso è diventato quasi una categoria professionale. Non l’istruzione: gli archivi della storia sono pieni di laureati rimasti spettatori della propria esistenza. Solo perseveranza e determinazione continuano a fare la differenza. Una lezione che il tennis ha appena rimesso sotto gli occhi di tutti. A Wimbledon, Jannik Sinner è tornato sul trono. Dopo una finale estenuante, combattuta punto su punto, ha saputo rimontare lo svantaggio iniziale contro Alexander Zverev, mantenendo lucidità, forza mentale e qualità tecnica per quasi quattro ore. Il risultato finale racconta una vittoria. Quello che non racconta il tabellone è il numero infinito di allenamenti, sacrifici, sconfitte, dolori muscolari e giornate storte che hanno costruito quel successo. Il talento lo aveva già. La perseveranza lo ha trasformato in campione. Ecco perché il vecchio proverbio continua a funzionare meglio di tante moderne teorie motivazionali: chi la dura la vince. Il problema è che, uscendo dal Centrale di Wimbledon, il mondo sembra giocare un altro sport. Ci siamo lentamente adattati a un’esistenza nella quale tutto dev’essere immediato: opinioni istantanee, indignazioni a tempo, felicità in abbonamento, informazione consumata più velocemente di un caffè al banco. Il cittadino è stato promosso a consumatore permanente, purché non faccia troppe domande. Il cosiddetto nuovo ordine mondiale,  qualunque volto gli si voglia attribuire,  sembra aver capito un principio elementare: un popolo distratto è infinitamente più governabile di un popolo perseverante. Così ci si accontenta. Una birra, un panino, la partita della domenica, qualche polemica sui social e il giorno passa. Domani sarà uguale a ieri, ma con uno smartphone più aggiornato. È una forma di anestesia collettiva che non ha bisogno di catene: basta convincere le persone che nulla possa davvero cambiare. Eppure la storia racconta esattamente il contrario. Ogni conquista civile, ogni libertà, ogni progresso autentico è nato dalla testardaggine di qualcuno che si è ostinato quando tutti gli consigliavano di lasciar perdere. Noi continuiamo a credere che un cambiamento sia possibile. Forse prima europeo, poi, chissà, anche più ampio. Non perché immaginiamo improbabili paradisi terrestri, ma perché rifiutiamo l’idea che il cinismo sia diventato l’unico modo adulto di guardare il mondo. Forse non cambieremo la storia. Forse i potenti continueranno a riscrivere le regole mentre noi cercheremo ancora di capire il regolamento. Forse assisteremo ad altri ordini, contrordini, emergenze permanenti, verità provvisorie e slogan confezionati con la data di scadenza incorporata. Ma almeno non avremo rinunciato al diritto di pensare, discutere e dissentire. Robert Schuller ricordava che i tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì. Victor Hugo aggiungeva che perseverare è il segreto di tutti i trionfi. Due osservazioni che, nell’epoca delle scorciatoie universali, suonano quasi rivoluzionarie. Perché la perseveranza ha un difetto insopportabile per chi pretende di dirigere il traffico della storia: rende gli uomini liberi. E gli uomini liberi sono difficili da catalogare, impossibili da addomesticare e, soprattutto, ostinatamente inclini a pensare con la propria testa. Pennellata finale, con un sorriso alla Montanelli Alla fine, il mondo continuerà probabilmente a dividersi in due categorie. Da una parte quelli che spiegano perché nulla possa cambiare. Dall’altra quelli che, con ostinazione quasi irritante, continuano a provarci. I primi sono sempre molto richiesti nei salotti televisivi. I secondi, qualche volta, finiscono per cambiare la storia. E, come insegna Sinner, quasi mai al primo set. * Ultimate Photo Blender mixture

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Grazie dei fiori. Oggi basta una pistola

Dal Festival di Sanremo ai summit della NATO: la storia di un mondo che ha sostituito i bouquet con i souvenir balistici. E continua a chiamarlo progresso. di Giuseppe Arnò “Grazie dei fiori…” cantava Nilla Pizzi. E noi, senza saperlo, vivevamo in un’epoca nella quale i ringraziamenti avevano ancora il profumo delle rose. Eravamo poveri, certo. Ma la povertà, almeno, non pretendeva di essere intelligente. La televisione proponeva Il Musichiere e i documentari di Piero Angela; la politica litigava con se stessa senza trascinare il pianeta sull’orlo dell’abisso; la magistratura faceva la magistratura e la Cina era un’immensa cartina geografica che pochi avrebbero saputo indicare con precisione. Perfino Vladimir Putin brindava con Silvio Berlusconi, mentre gli Stati Uniti, patria di Frank Sinatra più che dei dazi, sembravano i custodi di un ordine mondiale che oggi ricordiamo quasi con tenerezza. Poi il mondo ha deciso di evolversi. E l’evoluzione, come spesso accade, ha preso una strada curiosa. Così accade che a un vertice della NATO il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan omaggi gli ospiti con una pistola personalizzata, completa di proiettili e firma. Non un elegante fermacarte. Non una penna. Nemmeno una cravatta. Una pistola. Un tempo si regalavano fiori. Oggi si regalano armi da collezione. Domani, di questo passo, per gli anniversari di matrimonio basterà un drone. Forse è un lapsus freudiano. Oppure è semplicemente lo specchio dei tempi. Quando si trascorrono le giornate parlando di riarmo, deterrenza, missili e fronti di guerra, anche il galateo finisce per arruolarsi. Del resto, il mondo sembra aver smarrito il vocabolario della pace. Le guerre si moltiplicano, le diplomazie arrancano e l’umanità si comporta come quel fumatore incallito che, tossendo, continua ad accendersi un’altra sigaretta. Napoleone sosteneva che la pace duratura fosse poco più di una parentesi tra due conflitti. Difficile dargli torto: di guerre era un esperto sul campo, non un opinionista da salotto televisivo. E noi? Ci stiamo lentamente abituando all’eccezione. La guerra diventa normalità, mentre la pace assume l’aspetto di una nostalgica cartolina d’altri tempi, insieme ai 45 giri, alle cabine telefoniche e ai mazzi di garofani. Qualcuno continua a sperare che l’uomo riesca finalmente a smentire il vecchio homo homini lupus. È una speranza rispettabile. Ma la cronaca quotidiana sembra divertirsi a smentirla con puntualità svizzera. Così, mentre ricordiamo con malinconia quel semplice “Grazie dei fiori”, ci accorgiamo che il vero souvenir dei nostri tempi non è più un bouquet, ma un’arma elegantemente confezionata. E forse la storia, che possiede un raffinato senso dell’umorismo, sta soltanto cercando di dirci una cosa: il progresso corre veloce, ma non sempre nella direzione giusta. Per il resto, come si diceva una volta nelle borgate romane, non resta che affidarci alla Provvidenza. Aò… che Dio ce la mandi buona. Prima che qualcuno pensi di recapitarcela con corriere espresso. * Foto by Canva remixed

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