Amicus Plato, sed magis amica veritas. Mi è caro Platone, ma più cara la verità. Un principio antico che oggi rischia di sembrare un reperto archeologico, come le cabine telefoniche o le promesse elettorali mantenute.
Sul Medio Oriente assistiamo ormai a uno spettacolo che assomiglia meno alla diplomazia e più a un’altalena da luna park. L’accordo c’è. Anzi no. Si firma domani. No, dopodomani. Forse a Islamabad. Forse a Ginevra. Forse in videoconferenza. Forse da nessuna parte. Una fonte conferma, un portavoce smentisce, un mediatore rilancia e un ministro rettifica. Il tutto nel giro di poche ore, come se la geopolitica fosse diventata una partita di ping-pong giocata con i comunicati stampa.
George Orwell sosteneva che, in tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Se aveva ragione, oggi di rivoluzionari se ne vedono pochi. Da una parte Donald Trump annuncia firme imminenti e strette aperte al traffico mondiale; dall’altra Teheran invita alla prudenza e rinvia tutto a data da destinarsi. Nel mezzo si agitano pasdaran, ayatollah, strateghi, analisti e commentatori professionisti, ciascuno con la propria versione dei fatti, spesso incompatibile con quella precedente.
Confessiamolo: ci siamo stancati. Non solo della guerra, delle sue vittime e delle sue devastazioni, ma anche di questa recita permanente in cui la notizia nasce già con la data di scadenza incorporata. Si annunciano svolte storiche con la stessa frequenza con cui si aggiornano le previsioni del tempo, salvo poi scoprire che il sole diplomatico era soltanto una nuvola mediatica.
Nel frattempo i morti restano morti, le città restano distrutte e i popoli continuano a pagare il conto delle ambizioni altrui. Tutto questo per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. O peggio.
Lev Šestov osservava che i padroni dell’umanità hanno sempre costruito sublimi menzogne per il prossimo. A giudicare dalle cronache di questi giorni, il mestiere gode ancora di ottima salute. Meno florida appare invece la pazienza dei cittadini, ormai ridotta all’osso da annunci, smentite, contro-smentite e verità provvisorie.
Forse sarebbe il caso di riscoprire una virtù fuori moda: parlare soltanto quando si ha qualcosa di vero da dire. Sarebbe già un passo avanti. Non verso la pace, che richiede ben altro coraggio, ma almeno verso il rispetto dell’intelligenza di chi ascolta.
E, di questi tempi, sarebbe quasi una rivoluzione.
Chiusura alla Montanelli: i popoli chiedono la pace, i governi promettono la pace, i mediatori annunciano la pace. L’unica cosa che continua a mancare, curiosamente, è proprio la pace.
Giuseppe Arnò