Sigonella, il Tycoon e il selfie mancato

Quando la sovranità non si misura in fotografie, ma nella capacità di dire “no” Epicuro, che aveva il raro pregio di pensare prima di parlare, lasciò ai posteri una massima che sembra scritta apposta per certe cronache moderne: «È una cosa stolta supplicare gli dèi per ottenere ciò che uno è in condizione di procurarsi da sé stesso.» Ora, immaginare Giorgia Meloni in fila per una fotografia con Donald Trump appartiene più alla letteratura fantastica che alla politica internazionale. Se davvero avesse desiderato immortalare l’amicizia con il Tycoon, avrebbe potuto avvicinarsi, sorridere e scattare un selfie. Operazione tecnicamente alla portata di chiunque possieda uno smartphone e una minima coordinazione motoria. Eppure una certa stampa e una porzione dei social network sembrano convinti che le relazioni tra Stati si misurino ormai in pixel, sorrisi e pose da album delle vacanze. Così un incontro mancato diventa un incidente diplomatico, una fotografia assente si trasforma in una crisi internazionale e un gesto ordinario assume i contorni di una tragedia shakespeariana. La realtà, come spesso accade, è molto meno teatrale e molto più interessante. Perché la questione non è se Meloni abbia ottenuto o meno una foto con Trump. La questione è che l’Italia non ha alcun bisogno di chiedere certificati di esistenza politica a Washington, Bruxelles, Pechino o a qualsiasi altra capitale del pianeta. Uno Stato sovrano non elemosina attenzione. Uno Stato sovrano decide. E quando serve, rifiuta. La memoria corre inevitabilmente a Sigonella. Ottobre 1985. Bettino Craxi si trovò davanti a Ronald Reagan in una delle più celebri prove di forza della Repubblica italiana. Gli Stati Uniti erano gli Stati Uniti di sempre: potenti, influenti e convinti di avere ragione. L’Italia era l’Italia di allora: spesso litigiosa, talvolta confusa, ma ancora capace di ricordarsi di essere una nazione indipendente. Per cinque giorni il mondo scoprì una verità sorprendente: anche Roma poteva dire no. E quel no venne ascoltato. Quarant’anni dopo, la storia sembra riproporre una versione meno drammatica ma non meno significativa dello stesso principio. Se davvero il governo italiano ha negato l’utilizzo di Sigonella a velivoli statunitensi che non avevano seguito le procedure previste dagli accordi bilaterali, il punto non è essere antiamericani o filostatunitensi. Il punto è un altro. Le basi sul territorio italiano si trovano in Italia. Sembra una banalità, ma in un’epoca in cui molti confondono l’alleanza con la subordinazione, vale la pena ricordarlo. Essere alleati non significa essere sudditi. L’amicizia tra nazioni funziona come quella tra persone civili: ci si rispetta proprio perché nessuno deve inginocchiarsi davanti all’altro. Naturalmente qualcuno troverà sempre scandaloso che un Paese eserciti la propria sovranità. C’è chi considera l’indipendenza una virtù solo quando viene praticata dagli altri. Quando invece riguarda l’Italia, improvvisamente diventa un problema, un incidente, una provocazione. Ma la sovranità ha una caratteristica curiosa: o esiste oppure non esiste. Non può essere esercitata a giorni alterni. Non può essere valida quando si approvano decisioni gradite e sospesa quando si pronunciano decisioni sgradite. Per questo il vero episodio interessante non è il presunto selfie mancato con Trump. È la riaffermazione di un principio che dovrebbe essere tanto ovvio quanto raro: l’Italia è una Repubblica indipendente e decide in casa propria. Il resto appartiene alle cronache rosa della geopolitica. Chiosa Montanelli avrebbe probabilmente osservato che gli imperi amano essere obbediti, i satelliti amano obbedire e le nazioni serie preferiscono essere rispettate. E il rispetto, come la dignità, ha una particolarità: non si chiede in prestito e non si ottiene con una fotografia. Si conquista ogni volta che si trova il coraggio di pronunciare una parola semplice, antica e sovrana: No. E, infine, le fotografie finiscono negli album. Le decisioni finiscono nei libri di storia. Giuseppe Arnò * Foto: Canva mix

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L’accordo di domani, smentito dopodomani

La diplomazia del forse ha trasformato la guerra in una lotteria informativa. E mentre i potenti giocano con le dichiarazioni, la pazienza dei cittadini arriva al cessate il fuoco prima dei cannoni. Amicus Plato, sed magis amica veritas. Mi è caro Platone, ma più cara la verità. Un principio antico che oggi rischia di sembrare un reperto archeologico, come le cabine telefoniche o le promesse elettorali mantenute. Sul Medio Oriente assistiamo ormai a uno spettacolo che assomiglia meno alla diplomazia e più a un’altalena da luna park. L’accordo c’è. Anzi no. Si firma domani. No, dopodomani. Forse a Islamabad. Forse a Ginevra. Forse in videoconferenza. Forse da nessuna parte. Una fonte conferma, un portavoce smentisce, un mediatore rilancia e un ministro rettifica. Il tutto nel giro di poche ore, come se la geopolitica fosse diventata una partita di ping-pong giocata con i comunicati stampa. George Orwell sosteneva che, in tempi di inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario. Se aveva ragione, oggi di rivoluzionari se ne vedono pochi. Da una parte Donald Trump annuncia firme imminenti e strette aperte al traffico mondiale; dall’altra Teheran invita alla prudenza e rinvia tutto a data da destinarsi. Nel mezzo si agitano pasdaran, ayatollah, strateghi, analisti e commentatori professionisti, ciascuno con la propria versione dei fatti, spesso incompatibile con quella precedente. Confessiamolo: ci siamo stancati. Non solo della guerra, delle sue vittime e delle sue devastazioni, ma anche di questa recita permanente in cui la notizia nasce già con la data di scadenza incorporata. Si annunciano svolte storiche con la stessa frequenza con cui si aggiornano le previsioni del tempo, salvo poi scoprire che il sole diplomatico era soltanto una nuvola mediatica. Nel frattempo i morti restano morti, le città restano distrutte e i popoli continuano a pagare il conto delle ambizioni altrui. Tutto questo per arrivare, forse, allo stesso punto di partenza. O peggio. Lev Šestov osservava che i padroni dell’umanità hanno sempre costruito sublimi menzogne per il prossimo. A giudicare dalle cronache di questi giorni, il mestiere gode ancora di ottima salute. Meno florida appare invece la pazienza dei cittadini, ormai ridotta all’osso da annunci, smentite, contro-smentite e verità provvisorie. Forse sarebbe il caso di riscoprire una virtù fuori moda: parlare soltanto quando si ha qualcosa di vero da dire. Sarebbe già un passo avanti. Non verso la pace, che richiede ben altro coraggio, ma almeno verso il rispetto dell’intelligenza di chi ascolta. E, di questi tempi, sarebbe quasi una rivoluzione. Chiusura alla Montanelli: i popoli chiedono la pace, i governi promettono la pace, i mediatori annunciano la pace. L’unica cosa che continua a mancare, curiosamente, è proprio la pace. Giuseppe Arnò

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Schegge di pensiero

I volenterosi, ma di che cosa? Volenterosi, sì. Ma di che? Di pace, di gloria o di appalti? La domanda non è peregrina e nemmeno cattiva: è semplicemente figlia dell’esperienza. Perché la storia insegna che, quando i cannoni tuonano ancora, c’è sempre qualcuno che comincia già a misurare le tende per il banchetto della ricostruzione. Il presidente francese, il premier britannico e il cancelliere tedesco si presentano come i primi violini dell’orchestra europea. Peccato che la sinfonia sia stata annunciata prima ancora di avere lo spartito. Si parla infatti di forze di pace, di contingenti internazionali, di coalizioni dei volenterosi e di scenari postbellici, mentre la guerra continua a reclamare vite e macerie. Il risultato è una curiosa inversione logica: si organizza il servizio ai tavoli quando il ristorante è ancora in fiamme. Secondo Londra, oltre trenta Paesi sarebbero pronti a partecipare alla futura missione di mantenimento della pace in Ucraina. Una notizia confortante, se non fosse che la pace, per il momento, continua a mancare all’appello. È come discutere sulla disposizione delle sdraio mentre la nave sta ancora cercando di evitare l’iceberg. L’Europa, che già fatica a trovare una voce unica sulle questioni più semplici, scopre improvvisamente una sorprendente unanimità nel discutere ciò che verrà dopo. Sul prima, invece, regna la consueta nebbia continentale. Italia e Polonia partecipano ai tavoli diplomatici, si convocano vertici, si redigono documenti e si distribuiscono dichiarazioni. Tutto molto importante, naturalmente. Resta però un dettaglio: chi sta costruendo la pace? Perché una sensazione si insinua, ostinata, tra le pieghe delle dichiarazioni ufficiali: che tra i pacifisti di professione e gli opportunisti di vocazione la distanza sia talvolta inferiore a quanto si creda. La pace è un ideale nobile; la ricostruzione, invece, è anche un gigantesco affare economico. E quando gli interessi bussano alla porta, il rischio è che la colomba venga accompagnata da un esercito di geometri, consulenti e mediatori finanziari. La scheggia finale San Giovanni Paolo II ricordava che la pace si fonda su verità, giustizia, amore e libertà. Oggi, osservando certi dibattiti, viene il sospetto che qualcuno abbia aggiornato la formula: visibilità, conferenze, contratti e dividendi. La pace, quella vera, continua ad arrivare per ultima. Come sempre. Perché i santi la costruiscono; gli uomini, spesso, ne aspettano soltanto l’inaugurazione. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Due fuochi e una speranza

Dal Papa in Spagna ad Antonelli a Montecarlo: quando le fiamme possono illuminare invece che bruciare C’è un fuoco che divora e un fuoco che illumina. In questi giorni l’attualità ce ne offre due esempi, assai diversi tra loro, ma curiosamente accomunati dalla stessa metafora. Da una parte c’è Papa Leone, impegnato nel suo viaggio apostolico in Spagna tra Madrid, Barcellona e le Canarie. Un’agenda fitta di incontri con i reali, con il premier Sánchez, con le vittime degli abusi e con quanti vivono il dramma delle migrazioni. Temi pesanti come macigni, sui quali il Pontefice continua a battere un tasto che il mondo sembra ascoltare con attenzione intermittente: la pace. Il Papa ha definito ingiusta la guerra e ha invocato il negoziato per i conflitti che insanguinano il pianeta. Fa il suo mestiere, verrebbe da dire, e lo fa con la tenacia di chi continua a lanciare secchi d’acqua su un incendio che altri si ostinano ad alimentare. Resta però la domanda che accompagna ogni appello alla pace: basteranno le parole a fermare i professionisti della guerra? La storia non induce a facili ottimismi. Un conflitto si spegne e un altro si accende. L’umanità sembra aver trasformato l’emergenza in abitudine e la guerra in una sorta di rumore di fondo permanente. Forse Eraclito non aveva tutti i torti quando descriveva il mondo come un “fuoco vivo in eterno”, destinato ad accendersi e spegnersi secondo tempi che sfuggono alla comprensione degli uomini. Dall’altra parte troviamo un altro tipo di incendio: quello mediatico che accompagna ogni giovane talento dello sport moderno. Qui entra in scena Andrea Kimi Antonelli, reduce dall’ennesima prestazione che ha confermato il suo straordinario potenziale. Attorno a lui arde un fuoco diverso: quello dei social network, degli opinionisti istantanei, degli esperti a gettone e dei critici professionisti che oggi celebrano e domani processano. È un incendio meno devastante delle guerre, ma non per questo facile da attraversare. Eppure il giovane pilota bolognese sembra possedere una qualità sempre più rara: la capacità di non farsi consumare dalle fiamme della notorietà. A diciannove anni regge pressioni che farebbero vacillare molti veterani. Tanto da sorprendere persino chi, come Toto Wolff, è abituato a frequentare il talento ad altissima velocità. Forse la vera notizia non è la maturità di Antonelli, ma la nostra crescente sorpresa nel vedere un ragazzo comportarsi da adulto. Segno che il problema potrebbe non essere l’accelerazione delle nuove generazioni, bensì una certa decelerazione delle vecchie. Alla fine, dovendo scegliere tra i due fuochi, la preferenza è inevitabile. Quello che alimenta guerre, divisioni e tragedie merita di essere spento. Quello che accende il talento, la passione e la speranza può continuare a bruciare. Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso osservando che il mondo non smette mai di giocare con il fuoco: la differenza sta nel capire se lo usa per incendiare una casa o per accendere una lampada. Oggi, purtroppo, di incendiari ce ne sono molti; di lampionai, un po’ meno. Ma finché qualcuno continua a provarci, dal Vaticano a un circuito di Formula 1, vale la pena conservare un filo di fiducia. Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Il Campo Largo e le dodici tavole che non ci sono

Tra teorie, convegni e nobili ragionamenti, il centrosinistra continua a cercare la formula dell’unità. Peccato che, per ora, la politica resti più vicina alla filosofia che al governo. Il professor emerito Beppe Vacca, autorevole studioso della storia politica italiana, riflette sulle prospettive del centrosinistra in vista delle prossime elezioni. Le sue analisi sono articolate, colte e certamente degne di attenzione. Tuttavia, come spesso accade nel dibattito sul cosiddetto “Campo Largo”, il problema non è la qualità dei ragionamenti, bensì la loro traduzione nella realtà. Si discute, si analizza, si filosofeggia quasi in modo peripatetico. Ma, fino a prova contraria, si resta nel regno delle teorie. Del resto, mettere d’accordo un esercito di ideologi, riformisti, movimentisti, pacifisti, europeisti, sovranisti di sinistra e vari interpreti dell’eterna diaspora progressista non è impresa da poco. Viene in mente quanto racconta Tito Livio. Negli anni 451 e 450 avanti Cristo, per sottrarre il diritto alle interpretazioni riservate dei pontefici e renderlo accessibile a tutti, i romani fecero incidere le leggi sulle celebri Dodici Tavole, esposte al popolo affinché ciascuno sapesse con chiarezza quali fossero le regole. Ecco, forse il Campo Largo dovrebbe fare qualcosa di simile. Prima di presentarsi agli elettori come alternativa di governo, sarebbe opportuno incidere su moderne “tavole politiche” alcuni punti essenziali e non negoziabili: quale difesa europea si intende sostenere; quale posizione assumere nei confronti della Russia e dell´Ucraina; quale linea seguire sul conflitto israelo-palestinese; quale politica economica proporre; quale ruolo assegnare all’Italia nello scenario internazionale. Non servirebbero dodici tavole di bronzo. Basterebbero poche pagine, purché chiare, condivise e soprattutto rispettate da tutti i contraenti dell’alleanza. Se questo accadesse, il Campo Largo potrebbe effettivamente presentarsi come uno sfidante credibile e competitivo alle prossime elezioni politiche. Se invece continuerà a vivere di sfumature, distinguo e interpretazioni creative, il rischio è che l’aggettivo “largo” finisca per descrivere soltanto la distanza tra le varie anime che lo compongono. Nel frattempo, il professor Vacca continuerà certamente a offrire analisi stimolanti e spunti di riflessione. Ma la politica, come insegnavano gli antichi romani, non si misura dalla qualità dei dibattiti bensì dalla capacità di trasformare le parole in regole comuni. E, al momento, le tavole sono ancora in fonderia. Giuseppe Arnò

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L’ultimo 2 Giugno di Domenico Fornara: una Repubblica che vive oltre l’oceano

La Festa della Repubblica a San Paolo diventa occasione di bilanci e gratitudine. Si chiude un mandato che ha accompagnato la crescita della più grande comunità italiana all’estero, rafforzando il dialogo tra Italia e Brasile. X   Ci sono celebrazioni che vanno oltre il protocollo. Ricorrenze che, pur nel rispetto della forma istituzionale, riescono a raccontare una storia fatta di persone, appartenenza e memoria collettiva. La Festa della Repubblica Italiana celebrata il 2 giugno a San Paolo è stata una di queste. Nell’anno in cui l’Italia ricorda l’ottantesimo anniversario del referendum del 1946, che consegnò al Paese la scelta repubblicana e aprì per la prima volta alle donne le porte del voto nazionale, la ricorrenza ha assunto nella metropoli brasiliana un significato ancora più particolare. È stata infatti l’ultima Festa della Repubblica presieduta dal Console Generale Domenico Fornara, che il prossimo 28 luglio concluderà il proprio mandato e farà ritorno a Roma dopo quattro anni trascorsi alla guida della sede consolare italiana più importante del mondo per numero di cittadini amministrati. Davanti a una platea composta da autorità, rappresentanti delle istituzioni, imprenditori, associazioni e membri della vasta comunità italiana e italo-brasiliana, il Console ha ripercorso il significato della data fondativa della Repubblica e, al tempo stesso, ha offerto una riflessione sul cammino compiuto dal Consolato Generale in questi anni. I numeri illustrati durante la serata raccontano una realtà in continua espansione. Migliaia di pratiche, passaporti, riconoscimenti di cittadinanza e servizi erogati testimoniano un’attività intensa, spesso silenziosa agli occhi del grande pubblico, ma essenziale per mantenere vivo il legame tra l’Italia e i suoi figli sparsi nel mondo. Una crescita tale da rendere la circoscrizione di San Paolo paragonabile, per dimensioni, a una grande città italiana. Ma ridurre questi quattro anni a una sequenza di statistiche sarebbe ingeneroso. L’eredità più significativa del mandato di Domenico Fornara appare forse in un altro dato, meno misurabile ma più duraturo: il rafforzamento del rapporto umano e istituzionale tra Italia e Brasile. In un periodo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali, economiche e normative, il Consolato Generale ha saputo consolidare la propria presenza sul territorio, promuovendo la cultura italiana, sostenendo le relazioni economiche bilaterali e valorizzando il ruolo delle associazioni che da decenni custodiscono l’identità italiana oltreoceano. Tra i ricordi destinati a rimanere nella memoria collettiva vi è certamente la visita del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel 2024, in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’immigrazione italiana in Brasile. Un evento che ha rappresentato non soltanto un momento di prestigio istituzionale, ma il riconoscimento del contributo che generazioni di emigrati italiani hanno offerto alla costruzione del Brasile moderno. Non è stata casuale, dunque, l’emozione che ha accompagnato le parole con cui il Console ha salutato la comunità. Nei suoi ringraziamenti si è percepita la consapevolezza che l’attività diplomatica non si misura soltanto nei risultati amministrativi, ma anche nelle relazioni umane costruite giorno dopo giorno. La serata è proseguita nel segno della convivialità, valore profondamente italiano. Un ricco buffet ispirato alle tradizioni gastronomiche della Penisola ha accompagnato l’incontro tra ospiti provenienti da mondi diversi ma uniti da radici comuni. La musica di White Mary ha aggiunto una nota contemporanea alla celebrazione, dimostrando come l’Italia continui a rinnovarsi senza rinunciare alla propria identità. Alla fine della serata, al di là dei discorsi ufficiali e delle fotografie di rito, è rimasta una sensazione condivisa: quella di una comunità viva, orgogliosa delle proprie origini e capace di guardare al futuro senza dimenticare il passato. È forse questo il significato più autentico del 2 Giugno celebrato a San Paolo. Una Repubblica nata ottant’anni fa nella Penisola, ma che continua a vivere ogni giorno anche qui, dall’altra parte dell’Atlantico, nel lavoro delle istituzioni, nell’impegno delle associazioni e nel cuore di centinaia di migliaia di italiani e discendenti che mantengono saldo il filo della propria storia. E se ogni Console lascia un’impronta nel luogo che serve, quella di Domenico Fornara resterà legata all’idea di una presenza italiana più forte, più moderna e più vicina alla propria comunità. Un’eredità che il suo successore sarà chiamato a raccogliere e sviluppare. Giuseppe Arnò ASIB

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EDITORIALE GIUGNO 2026

Il ritorno dei fantasmi Dai manicomi all’Intelligenza Artificiale, passando per le moschee scolastiche e le toghe sotto esame: il progresso inciampa, torna indietro e scopre che il mondo è ancora nelle mani dell’uomo. Purtroppo. Mentre Mosca continua a minacciare l’Ucraina con nuovi raid e i morti si accumulano ormai con la stessa freddezza con cui si contano i dividendi di Borsa, qualcuno, miracolo statistico, ha ancora un frammento di sale in zucca e propone il ripristino dei manicomi.La notizia ha scandalizzato i professionisti del progresso obbligatorio, quelli che negli ultimi quarant’anni hanno abolito tutto: autorità, limiti, controllo, responsabilità, buon senso. Salvo poi stupirsi se il risultato finale somiglia a un condominio amministrato da Nerone durante un blackout. Eppure il fenomeno è interessante.Molte cose che il Novecento aveva archiviato come “anacronistiche” stanno tornando. I manicomi, le case chiuse, le frontiere, l’educazione severa, la necessità di distinguere tra libertà e anarchia. Persino il concetto che non tutte le idee abbiano diritto alla stessa dignità intellettuale. Nietzsche parlava dell’eterno ritorno. Noi, più modestamente, assistiamo al ritorno dell’evidenza. Perché il problema non è mai stato abolire certe strutture: il problema era sostituirle con qualcosa di migliore. E il nuovo ordine sociale, progettato dal liberalismo effervescente e dalle utopie sociologiche da aperitivo universitario, semplicemente non ha funzionato.L’esperimento è fallito. Come quasi tutti gli esperimenti condotti sull’uomo da chi considera l’uomo materiale da laboratorio. Oggi viviamo in un mondo dove è diventato difficile capire se i pazzi siano aumentati davvero o se abbiano semplicemente ottenuto accesso ai centri decisionali.Che esistano diversi stadi di pericolosità è scientificamente provato. Che alcune sfere del potere siano finite in mani squilibrate è invece dimostrato dall’agenda quotidiana. E allora si torna indietro. Non per nostalgia, ma per sopravvivenza. Nel frattempo, mentre la politica litiga sulle macerie della logica, arriva perfino il nuovo pontefice, Papa Leone XIV, che nell’enciclica Magnifica Humanitas mette in guardia contro il paradigma tecnocratico, denuncia le nuove schiavitù digitali e invita a “disarmare” l’Intelligenza Artificiale.Non perché la macchina sia malvagia, ma perché l’uomo rischia di diventare pigro abbastanza da consegnarle il proprio cervello in comodato d’uso. Ed è qui il punto centrale. L’IA non fa paura perché pensa, ma fa paura perché molti hanno smesso di farlo. Ogni grande invenzione umana porta con sé progresso e rischio. La stampa diffuse cultura e propaganda; la televisione informò e rincitrullì; Internet collegò il mondo e isolò gli individui. L’Intelligenza Artificiale potrà curare malattie, accelerare ricerca, migliorare la vita. Oppure potrà diventare l’arma definitiva nelle mani del primo squilibrato convinto di essere Napoleone con accesso ai codici nucleari. Ed è questo il vero incubo contemporaneo: non la macchina che domina l’uomo, ma l’uomo che abdica a sé stesso. Ci sarà sempre un pazzo in un pazzo venerdì, sempre più pazzo, per citare il film del 2025 diretto da Nisha Ganatra, pronto a premere il bottone sbagliato nel momento sbagliato.La differenza è che un tempo distruggeva il cortile del paese; oggi può cancellare mezzo pianeta dal satellite. E mentre il mondo balla sul Titanic digitale, la cronaca interna riesce persino a superare la fantasia. Forza Italia rilancia la responsabilità civile dei magistrati; la Lega rivendica la battaglia come propria; il 3 giugno si annuncia l’ennesimo showdown da salotto istituzionale. Nel frattempo, un ex dirigente dell’Olp compare nelle liste del Movimento 5 Stelle e qualcuno pensa persino di affidargli l’assessorato alla Pace, in una di quelle ironie che neppure il miglior sceneggiatore oserebbe proporre sobriamente. Poi c’è il caso Venezia, con il video di uno straniero che, direttamente dall’aula di voto, dispenserebbe consigli elettorali ai propri connazionali a favore di un certo partito. Globalizzazione democratica, la chiamano; ci sono le benedizioni elettorali ai candidati musulmani; ci sono le scuole che organizzano visite in moschea in nome della laicità, spiegando che oltre il 30% degli studenti è musulmano. Ora, sia chiaro: conoscere culture diverse è civiltà.Ma spacciare ogni trasformazione sociale come inevitabile progresso è propaganda. E soprattutto è pericoloso quando chi governa non distingue più integrazione da sostituzione culturale, dialogo da resa, tolleranza da paura di dire “no”. In questo panorama da teatro dell’assurdo, resta almeno una consolazione: lo sport. Luna Rossa Prada Pirelli Team vola verso Napoli dopo il trionfo sui neozelandesi negli Ac40 e ricorda agli italiani che competere, ogni tanto, è ancora consentito senza chiedere scusa.E poi c’è lui: Andrea Kimi Antonelli. Quattro vittorie consecutive, talento smisurato, faccia pulita e velocità feroce. Davanti a lui, sul podio, undici titoli mondiali compressi in uno specchietto retrovisore. Dietro, un mondo che discute quote, ideologie, algoritmi, identità fluide e tribunali permanenti della morale. Kimi corre. E basta. Forse è per questo che ci piace.Perché nello sport, almeno per qualche minuto, il cronometro resta più onesto della politica e meno bugiardo dei social. E allora sì, fermiamoci un istante.Come osservava Stefan Zweig, anche la pausa fa parte della musica. Il problema è che l’umanità continua a suonare strumenti potentissimi senza aver imparato la partitura.Abbiamo l’energia atomica, l’Intelligenza Artificiale, la finanza globale, gli arsenali spaziali e la comunicazione istantanea. Abbiamo tutto. Tranne la saggezza proporzionata alla forza che possediamo. E questa, purtroppo, nessun algoritmo potrà mai installarla automaticamente. Giuseppe Arnò * Foto:Canva remixed

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Ferrari vive di passato. Il presente, invece, la umilia

Da Schumacher e Todt ai pellegrinaggi dei tifosi: il miracolo continua a non arrivare     C’era una volta una Ferrari che vinceva. E non si tratta di una leggenda tramandata dai nonni davanti al camino, ma di una realtà che milioni di appassionati ricordano ancora benissimo. Erano i tempi di Michael Schumacher e Jean Todt, gli artefici di una delle più straordinarie epopee sportive della Formula 1. Poi la corsa finì. Da allora sono passati direttori sportivi, ingegneri, strateghi, piloti e salvatori della patria annunciati. Sono cambiati regolamenti, motori, gomme e persino le piste. L’unica cosa rimasta immutata è l’attesa del ritorno alla gloria. Ma la resurrezione è materia per santi. E così i tifosi della Ferrari, sparsi nei cinque continenti, continuano a pregare. Pregano davanti al televisore, durante le qualifiche e, nei casi più gravi, persino durante il pranzo della domenica. Le grazie, però, tardano ad arrivare. Viene il sospetto che San Cristoforo, protettore degli automobilisti, si sia stancato delle stravaganze di Maranello e abbia deciso di togliere il proprio patrocinio. Oppure che qualcuno, per eccesso di prudenza, abbia sistemato sul cruscotto delle monoposto la celebre immaginetta con la scritta: «Non correre, papà». Quale che sia la spiegazione, il risultato cambia poco. La Ferrari continua a far battere i cuori, ma troppo spesso lo fa con gli effetti collaterali di una visita cardiologica. Perché una scuderia che porta sulle spalle il peso della propria storia e l’onore di essere la squadra più famosa del mondo non può vivere soltanto di ricordi. I piloti contano, certo. Ma senza una vettura competitiva anche il talento più cristallino finisce per trasformarsi in una consolazione domenicale. E quando le sconfitte diventano una consuetudine, il prestigio del passato smette di essere una risorsa e si trasforma in un peso. La Ferrari non ha bisogno di una mano di vernice. Ha bisogno di reinventarsi. Da cima a fondo. Nel frattempo i tifosi continueranno a fare ciò che fanno da quasi vent’anni: sperare. È una forma di fede sportiva che resiste alle classifiche, alle statistiche e perfino all’evidenza. Parafrasando Cicerone, viene da chiedersi: «Fino a quando, o Ferrari, abuserai della pazienza dei tuoi tifosi?». Forse la risposta è nascosta proprio nella natura del ferrarista. Una creatura singolare che soffre, protesta, impreca contro strategie e motori, giura di averne abbastanza e poi, puntualmente, la domenica successiva si ripresenta davanti allo schermo. La Ferrari, in fondo, è diventata come certi antichi nobili decaduti: vive in un palazzo pieno di ritratti degli antenati e racconta agli ospiti quanto fosse grande la famiglia. I tifosi ascoltano con rispetto e perfino con affetto. Ma, prima o poi, qualcuno domanda quando arriverà il prossimo erede capace di vincere una corsa invece di una commemorazione. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzetta

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Il grande turismo geopolitico

Jet privati, sorrisi di Stato e fotografie di rito: mentre i potenti fanno il giro del mondo per non decidere nulla, l’umanità applaude alla propria confusione organizzata. E pensare che stavamo quasi imparando a convivere con l’intelligenza artificiale prima che l’intelligenza naturale ricominciasse a dare spettacolo.     C’era un tempo in cui i viaggi servivano a scoprire il mondo. Oggi servono soprattutto a fotografarlo dall’alto, possibilmente dal finestrino di un Boeing governativo, mentre sotto la Terra continua serenamente a pagare il carburante dell’ennesimo vertice “decisivo”. I grandi della politica mondiale volano incessantemente: Washington, Pechino, Mosca, Bruxelles, Doha, Ankara. Una processione planetaria di strette di mano, sorrisi calibrati, cene ufficiali e dichiarazioni “costruttive” che, tradotte in linguaggio umano, significano quasi sempre: non abbiamo concluso nulla, ma ci rivedremo presto. L’ultimo pellegrinaggio diplomatico tra Donald Trump e Xi Jinping ne rappresenta il capolavoro. L’interscambio tra Stati Uniti e Cina è ormai un gomitolo così aggrovigliato che probabilmente nemmeno i protagonisti sanno più da dove iniziare a sciogliere il nodo: Taiwan, terre rare, dazi, Hormuz, Iran, Boeing, semiconduttori, Nvidia e chi più ne ha più ne smarrisca. Eppure l’incontro è stato impeccabile. Compostezza orientale da una parte, pragmatismo spettacolare dall’altra. Tè servito alla temperatura giusta, sorrisi fotografati con precisione chirurgica, cordialità abbondante. Mancava soltanto il risultato, ma non si può pretendere tutto. Di concreto, infatti, non è emerso nulla. Nessun accordo, nessuna svolta, nessuna fumata bianca. Però si è saputo che in autunno Xi Jinping ricambierà la visita negli Stati Uniti. Insomma, il turismo istituzionale continua. Del resto, Xi sembra fedele all’antica pazienza strategica attribuita alla saggezza cinese: “Siediti lungo la riva del fiume e aspetta: prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico.” Che poi, a ben vedere, oggi il problema è capire quale nemico passi per primo e soprattutto se il fiume, nel frattempo, sia ancora navigabile. Dall’altra parte, Trump non appare più soltanto il guascone istintivo di qualche anno fa. Qualcosa deve aver imparato: che la forza bruta produce titoli di giornale, mentre la strategia produce risultati. Così il tycoon testa reazioni, misura umori, piazza segnali, lancia linee rosse e attende. Xi osserva. Trump rilancia. Xi tace. Trump posta. Xi riflette. Risultato finale: 0 a 0, palla al centro e nuovi voli intercontinentali già prenotati. Nel frattempo anche Vladimir Putin prepara il suo viaggio in Cina. A questo punto, se non si conoscessero i protagonisti, si potrebbe davvero pensare che Pechino sia diventata una sorta di Lourdes geopolitica, un santuario laico dove i leader del pianeta si recano nella speranza di un miracolo diplomatico. E di fede, in effetti, ce ne vuole molta. D’altronde Fyodor Dostoevsky lo spiegava bene: non è la fede a nascere dal miracolo, ma il miracolo a nascere dalla fede. Noi europei, però, siamo messi peggio. Le statistiche dicono che crediamo sempre meno a tutto: alla politica, alla religione, al futuro, perfino alle previsioni del tempo. Però discutiamo. Ah, se discutiamo. Tavoli, vertici, summit, pre-vertici, post-vertici, commissioni, sottocommissioni, consultazioni multilaterali e riunioni preparatorie per preparare altre riunioni preparatorie. Il continente che inventò la filosofia oggi rischia di morire di verbosità. Non esiste quasi più un argomento sul quale si riesca a concordare tutti insieme. Guerra, pace, energia, difesa, moneta, AI, migranti, clima: tutto diventa un interminabile condominio litigioso dove ciascuno parla mentre l’edificio prende fuoco. Eppure esiste ancora qualcosa capace di unire le masse europee: l’uscita del nuovo Swatch. A Milano, per accaparrarsi un orologio, si sono viste file chilometriche, resse, urla e persino lancio di sedie. Finalmente un momento di autentica partecipazione popolare. Per una volta nessuno ha discusso di dazi, Taiwan o corridoi energetici: tutti d’accordo sul quadrante. La verità è che il mondo sta lentamente trasformandosi in una gigantesca bolgia dove ciascuno tifa contro qualcuno senza sapere più bene perché. Si applaude alle escalation come fossero partite di calcio, si invocano sanzioni come medicine miracolose e si osserva la geopolitica come una serie televisiva a puntate. E pensare che stavamo quasi raggiungendo una convivenza accettabile con l’intelligenza artificiale. Lei, almeno, quando non sa qualcosa, lo ammette oppure si aggiorna. L’intelligenza umana invece continua a salire sugli aerei, attraversare oceani, organizzare vertici planetari e tornare a casa annunciando “dialoghi promettenti”. Promettenti per chi, resta ancora il mistero più grande. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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Il miracolo spagnolo e la fede dei gonzi

Quando la propaganda diventa economia creativa e i numeri vengono messi in castigliano stretto «Non c’è uomo che, al di fuori della sua specializzazione, non sia propenso alla credulità». Lo scriveva Jorge Luis Borges e, come spesso capita ai grandi, aveva capito il mondo prima che il mondo capisse lui. Perché il cittadino medio, sommerso da titoli, talk show, editoriali indignati e grafici colorati, finisce per credere a tutto. Purché venga raccontato con tono serio, possibilmente da qualcuno in giacca blu e sopracciglia contratte davanti a una lavagna luminosa. Se poi il racconto conferma i propri pregiudizi politici, il gioco è fatto: la propaganda diventa verità rivelata. Una volta si diceva: «La disciplina è un’arma di vittoria». Era la retorica del Ventennio, fatta di slogan muscolari e frasi da incidere sul marmo. Oggi basterebbe aggiornare il motto: la propaganda è un’arma di vittoria.Nulla di nuovo sotto il sole: cambia il secolo, cambia la grafica televisiva, ma resta immutata la vecchia tentazione di piegare i fatti agli slogan. E infatti la guerra moderna non si combatte più con i cannoni ma con i titoli. Da una parte i numeri, dall’altra la narrazione. Da una parte l’analisi, dall’altra il tifo. Lo spiegava bene George Orwell quando definiva la propaganda «un’arma, come i cannoni o le bombe». E aveva ragione: oggi il bombardamento è mediatico, continuo, elegante e persino sorridente. Prendiamo il nuovo dogma continentale: il cosiddetto “miracolo spagnolo”.Un tempo c’era il “miracolo Zapatero”, oggi c’è il “miracolo Sánchez”. Cambia il santo sul santino, ma i fedeli sono sempre gli stessi. Naturalmente non parliamo di santi veri. Pedro Sánchez non moltiplica pani e pesci; moltiplica piuttosto conferenze stampa, narrazioni e articoli estatici di una certa stampa europea che, appena il centrodestra governa altrove, scopre improvvisamente il paradiso socialista dietro i Pirenei. Il racconto è noto: la Spagna vola, l’Italia arranca, Madrid illumina il futuro, Roma inciampa nel passato. Mancano solo le apparizioni mariane a Barcellona e il miracolo sarebbe completo. Peccato che i numeri, quando vengono letti interamente e non a fettine come il prosciutto iberico, raccontino una storia assai meno poetica. È vero: nel 2025 il Pil spagnolo è cresciuto del 2,8%, contro lo 0,5% italiano. Titolo perfetto. Apertura garantita. Editorialisti in estasi.Ma dietro quel numero si nasconde un dettaglio fastidioso, cioè la realtà. La crescita spagnola è soprattutto quantitativa: più popolazione, più immigrazione, più turismo. Non più produttività, non più innovazione, non più efficienza industriale. È una crescita “estensiva”, come direbbe qualche economista sobrio e quindi poco invitato in televisione. Infatti la produttività spagnola viene stimata in calo dello 0,3% nel periodo 2018-2027. E basta osservare il Pil pro capite per vedere il trucco del prestigiatore: dal 2019 al 2025 quello italiano cresce del 2,3%, mentre quello spagnolo cala dell’1,1%. Tradotto in lingua comprensibile: il cittadino medio italiano oggi sta leggermente meglio di prima del Covid; quello spagnolo un po’ peggio.Però il titolo “La Spagna cresce grazie all’immigrazione e al turismo di massa” vende meno di “Il miracolo progressista”. E i miracoli, si sa, richiedono fede, non contabilità. Anche sul lavoro la fanfara suona un po’ stonata. Il 90% dei nuovi posti creati tra 2024 e 2025 in Spagna è stato occupato da immigrati, concentrati soprattutto nei settori a basso valore aggiunto. Turismo, servizi, lavori stagionali. Utilissimi, per carità, ma lontani dall’epopea industriale raccontata nei salotti televisivi. Nel frattempo l’Italia continua ad avere una manifattura che vale circa il 20% del Pil, seconda in Europa. Roba noiosa, evidentemente. Fabbriche, export, distretti produttivi: cose che non fanno sognare gli editorialisti romantici. Eppure la bilancia commerciale italiana nel 2025 registra un surplus superiore ai 35 miliardi di euro, mentre la Spagna naviga in un deficit di circa 57 miliardi.Ma il deficit, se progressista, diventa improvvisamente poetico. Persino sui salari occorrerebbe un po’ di prudenza. Gli stipendi nominali spagnoli hanno superato quelli italiani? Sì. Ma i salari reali crescono appena del 5% dal 1995, contro il 31% medio Ocse. E negli ultimi anni il salario netto è persino diminuito per effetto del fiscal drag: più tasse silenziose, grazie all’inflazione. Però detta così è antipatico. Molto meglio raccontare il “modello Madrid”, possibilmente con una paella sullo sfondo. Poi c’è il capitolo energia, altro terreno fertile per la propaganda prêt-à-porter.La Spagna oggi ha prezzi elettrici inferiori all’Italia grazie alle rinnovabili. Verissimo. Solo che il sistema soffre anche di distorsioni, prezzi negativi e fragilità infrastrutturali che hanno già prodotto blackout e problemi di stabilità della rete. L’Italia invece possiede una delle reti di trasmissione più solide d’Europa grazie agli investimenti di Terna. E le imprese italiane consumano fino al 20% in meno di energia per produrre un euro di Pil rispetto a quelle spagnole. Dettagli. Fastidiosi dettagli.La propaganda, per funzionare, ha bisogno di semplificare. Molto. Possibilmente fino all’infantilismo. Così Madrid diventa il paradiso sociale, Roma il girone dei dannati e ogni dato viene stirato come una tovaglia nelle pensioni di Rimini: basta tirare un po’ agli angoli e tutto sembra perfetto. Il problema non è nemmeno che esista la propaganda. Quella è vecchia quanto il mondo. Il problema è che oggi si spaccia per informazione neutrale. E milioni di persone ci cascano con l’entusiasmo del turista davanti al venditore di Rolex sulla spiaggia. Alla fine, il vero miracolo spagnolo non è economico.È mediatico. Riuscire a convincere mezzo continente che una crescita trainata da turismo, debito e immigrazione sia la nuova frontiera del progresso europeo richiede infatti un talento straordinario. Più che un governo, un’agenzia pubblicitaria. E forse Borges aveva ragione fino in fondo: l’uomo crede facilmente a ciò che non conosce.Specie quando qualcuno glielo racconta con tono grave, grafico colorato e accento internazionale. Del resto, una volta si vendevano tappeti persiani.Oggi si vendono miracoli economici.Con la differenza che almeno i tappeti, ogni tanto, duravano più di una legislatura. di Redazione * Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/ mix by Canva

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