Le pietre dell’insoddisfazione

Quando protestare diventa un mestiere e il cittadino, alla fine, non sa più per chi indignarsi «Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre». Correva il 1967 quando Gian Pieretti e Ricky Gianco consegnavano a Sanremo, attraverso la voce di Pieretti e Antoine, una delle più fortunate fotografie musicali dell’eterno scontento italiano. Pietre arrivò ottava al Festival, ma la sua morale avrebbe meritato una classifica ben più duratura: qualunque cosa tu faccia, qualcuno troverà sempre un buon motivo per tirarti una pietra. Sessant’anni dopo, le pietre sono ancora lì. Sono soltanto diventate più sofisticate: comunicati stampa, conferenze, talk-show, post sui social, titoli indignati e qualche indispensabile «vergogna!» da distribuire con generosità. Il problema non è che si protesti. In democrazia, protestare è non soltanto lecito, ma indispensabile. Il problema nasce quando la protesta diventa la risposta automatica a qualunque cosa accada. Si può essere buoni e ricevere pietre; cattivi e ricevere pietre; fare una cosa giusta e ricevere pietre; farne una sbagliata e riceverne altre ancora. A quel punto non siamo più davanti alla critica: siamo davanti a una professione. L’insoddisfazione, del resto, ha una sua nobile funzione. Come osserva Fabrizio Caramagna, il suo pregio è rompere gli equilibri; il difetto è che spesso non spiega come ricrearli. Ed è precisamente qui che comincia il problema della politica. Prendiamo il bollo automobilistico. Il Consiglio dei ministri ha approvato per il 2027 l’esenzione per un veicolo di proprietà delle persone fisiche, entro determinati limiti di potenza, e per i motocicli secondo le condizioni previste dal provvedimento. Il Governo dichiara inoltre di voler rendere strutturale la misura con la prossima legge di bilancio. Una buona notizia? Non necessariamente. Secondo alcuni, sarebbe soltanto una mossa pre-elettorale; secondo altri, una misura destinata a creare problemi di copertura o di bilancio. Sono obiezioni legittime, naturalmente. Ma sarebbe interessante, insieme alla pietra, vedere comparire anche il progetto alternativo: se non va bene così, come dovrebbe essere fatto? Perché l’opposizione non nasce per dire soltanto «no». Nasce per dire: «No, e vi spiego perché. E soprattutto vi spiego che cosa farei al posto vostro». Altrimenti il cittadino rimane lì, con il portafoglio in una mano e la pietra nell’altra, senza capire bene a chi dovrebbe consegnarla. Anche sui carburanti la discussione segue spesso lo stesso copione. I prezzi restano pesanti — il 12 settembre la benzina self-service aveva raggiunto in media 2,10 euro al litro e il diesel 2,208 — ma il Corriere della Sera, citando dati dell’Osservatorio del ministero e dell’Adusbef, rilevava che l’aumento del diesel rispetto al periodo precedente la guerra era stato del 26%, contro il 30% medio nell’Unione europea. Il dato non rende economico il pieno. Ci mancherebbe. Ma suggerisce almeno che la realtà è un po’ più complicata dello slogan. E qui torniamo alle nostre pietre. Il cittadino non pretende miracoli. Vorrebbe semplicemente che, accanto alla denuncia del problema, comparisse qualche soluzione. Vorrebbe sapere non soltanto quanto tutto faccia schifo, ma anche come dovrebbe essere fatto bene. Perché lamentarsi del maltempo è alla portata di tutti; costruire un tetto è un’altra faccenda. La politica contemporanea sembra invece affezionata alla prima occupazione. E così, lentamente, il cittadino si allontana. Non perché abbia improvvisamente scoperto una superiore filosofia politica, ma perché si è stancato del teatro. Destra, sinistra, centro: cambiano le etichette, cambiano i protagonisti, cambiano le accuse. Ma il copione conserva spesso una sorprendente fedeltà a se stesso. Il cittadino ascolta, si indigna, aspetta, riascolta e alla fine cambia canale. È forse questa la vera vittoria dell’insoddisfazione: non convince più nessuno, nemmeno chi dovrebbe beneficiarne. E mentre la politica nazionale consuma energie nel combattimento quotidiano, il mondo continua tranquillamente a complicarsi. L’Europa discute con gli Stati Uniti, il Canada cerca nuovi spazi di cooperazione con l’Unione europea e Donald Trump minaccia conseguenze commerciali nel caso in cui l’avvicinamento venga considerato ostile. La geopolitica non aspetta che i nostri talk-show abbiano terminato la puntata. Ma anche su questo terreno, inevitabilmente, arrivano le pietre. Qualcuno propone una soluzione: è sbagliata. Qualcuno ne propone un’altra: è peggiore. Qualcuno non propone nulla: è incapace. A questo punto viene quasi da domandarsi se il vero programma politico non sia diventato semplicemente quello di avere sempre qualcosa contro. «Non c’è pace tra gli ulivi», verrebbe da dire, ricordando il film di Giuseppe De Santis. Solo che questa volta non c’è il pastore Francesco, né Antonio a portargli via il gregge e la fidanzata. Ci sono soltanto cittadini che vorrebbero vivere un po’ più tranquilli e una politica che continua a discutere su chi abbia il diritto di lanciare la prossima pietra. E allora torna in mente Totò: «Ogni limite ha una pazienza». Il cittadino, infatti, potrebbe averne raggiunto uno. Non è diventato né di destra né di sinistra. Non è diventato improvvisamente qualunquista. È semplicemente stanco. Stanco delle promesse miracolose, delle indignazioni a comando, delle opposizioni a prescindere e, soprattutto, di una politica che troppo spesso confonde la demolizione dell’avversario con la costruzione del bene comune. Forse è questa la ragione più seria del progressivo distacco dalle urne: non necessariamente l’indifferenza verso la politica, ma la crescente sfiducia nella sua capacità di offrire risposte. E qui c’è un paradosso. Quando tutti tirano pietre, alla fine nessuno costruisce la casa. E forse il cittadino, stanco di riceverle, ha semplicemente deciso di togliersi dal mucchio. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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L’agonia dell’etica

Quando l’interesse personale diventa la bussola, persino Ippocrate potrebbe chiedere indicazioni Il mondo, si dice, non è più quello di una volta. E forse non è soltanto una malinconica constatazione da conversazione tra amici. Basta osservare, con un minimo di attenzione, il modo in cui cambiano i rapporti fra individuo, dovere e responsabilità per accorgersi che qualcosa, lentamente, sembra essersi allentato. Ognuno per sé e Dio per tutti. Con una piccola variante contemporanea: a Dio lasciamo volentieri il compito di occuparsi degli altri, mentre noi ci concentriamo sul nostro benessere. Del resto, anche l’egoismo psicologico offre una spiegazione apparentemente razionale: dietro ogni comportamento umano, persino quello che appare altruistico, potrebbe nascondersi un interesse personale. Una gratificazione, un senso di appagamento, l’autorealizzazione, la soddisfazione di aver fatto ciò che riteniamo giusto. Una teoria rispettabile, naturalmente. Ma, se applicata senza misura, rischia di diventare un comodo lasciapassare: se ogni azione nasce da un interesse, allora tutto diventa interesse e, di conseguenza, quasi nulla merita più di essere chiamato dovere. È proprio qui che la questione si fa interessante. Una recente vicenda giudiziaria ha riportato l’attenzione su questo tema. Nell’ambito di un’inchiesta sono state effettuate perquisizioni in numerosi studi medici di diverse città italiane, in relazione all’ipotesi di certificazioni mediche non veritiere che, secondo quanto prospettato dagli investigatori, avrebbero potuto essere utilizzate per impedire o ostacolare la permanenza di cittadini stranieri nei Centri di permanenza per i rimpatri. Ma fermiamoci qui. Le indagini sono indagini, le ipotesi sono ipotesi e gli accertamenti giudiziari spettano alla magistratura. Una perquisizione non è una sentenza e un’attività investigativa non equivale all’accertamento di una responsabilità. Saranno gli organi competenti, nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, a stabilire che cosa sia realmente accaduto. Salvis juribus, dunque, e senza trasformare una notizia di cronaca in una condanna anticipata. Ma proprio perché il fatto deve rimanere sul terreno che gli compete, possiamo permetterci di guardare oltre il fatto stesso. E domandarci che cosa accadrebbe se, in qualunque professione, il dovere venisse subordinato a una finalità estranea alla funzione che si è scelto di svolgere. È qui che entra in scena l’etica. Ippocrate, più di duemila anni fa, faceva promettere al medico di regolare la propria condotta per il bene del malato e di astenersi dal recare danno e offesa. Non era precisamente un contratto moderno, corredato da clausole, eccezioni e possibilità di interpretazione creativa. Era un impegno morale prima ancora che professionale. Naturalmente nessuno pretende di trasferire nel XXI secolo, alla lettera, un giuramento nato nell’antichità. Ma il principio che lo sostiene conserva una sua disarmante attualità: chi esercita una professione alla quale la società affida una particolare responsabilità non dovrebbe dimenticare la natura di quella responsabilità nel momento in cui prende una decisione. E questo non riguarda soltanto i medici. Riguarda il magistrato, l’avvocato, il giornalista, il funzionario pubblico, l’insegnante e, in generale, chiunque eserciti una funzione nella quale la collettività ripone una quota di fiducia. Il problema nasce quando il dovere professionale rischia di diventare negoziabile e la coscienza viene chiamata a giustificare ciò che la convenienza suggerisce. Non stiamo dicendo che l’essere umano debba essere un santo. Anzi. Sarebbe pretendere troppo. È perfettamente naturale che chi compie una buona azione possa trarne soddisfazione. L’altruismo assolutamente disinteressato è materia sulla quale filosofi e psicologi discutono da secoli. Ma esiste una differenza non proprio trascurabile tra provare soddisfazione nel compiere il proprio dovere e modificare il proprio dovere per ottenere soddisfazione. Nel primo caso l’interesse personale accompagna l’etica. Nel secondo, rischia di sostituirla. Ed è questo il punto. Perché quando una società comincia a considerare ogni comportamento soltanto in funzione dell’utilità individuale, anche il concetto di responsabilità perde progressivamente consistenza. Il dovere diventa opinabile, la regola diventa elastica, il principio viene sottoposto alla convenienza. E alla fine può accadere qualcosa di assai curioso: non è più la coscienza a giudicare le nostre azioni, ma sono le nostre azioni a cercarsi una coscienza su misura. Una sorta di sartoria morale, nella quale ciascuno può ordinare il proprio principio con le misure che preferisce. A quel punto persino Apollo potrebbe avere qualche perplessità. E Ippocrate, affacciandosi dopo più di duemila anni, potrebbe domandare se nel frattempo qualcuno abbia aggiunto al suo giuramento una postilla che lui, evidentemente, aveva dimenticato di firmare. La questione, allora, non è di destra o di sinistra. Non è favorevole o contraria ai rimpatri. Non riguarda italiani o stranieri. E neppure pretende di esprimere giudizi su persone coinvolte in un procedimento ancora da definire e non colpevoli sino a che non sia provato il contrario.  Riguarda qualcosa di molto più generale: che cosa rimane di una professione, di un incarico e persino della convivenza civile quando il proprio interesse diventa il criterio ultimo delle decisioni? L’etica serve, in fondo, proprio a ricordarci che non tutto ciò che possiamo fare è anche ciò che dovremmo fare. E forse la sua crisi non comincia quando qualcuno compie una grande trasgressione. Comincia molto prima, quando lentamente ci abituiamo a considerare normale che ogni principio possa essere adattato alle circostanze, purché la circostanza ci faccia comodo. Siamo davvero arrivati all’agonia dell’etica? Forse no. Ma qualche linea del tracciato merita di essere osservata con attenzione. Jorge Luis Borges, con il suo consueto disincanto condito da una sorprendente fiducia nell’uomo, immaginava persino che l’etica potesse essere una scienza scomparsa dal mondo. Poi aggiungeva, con un piccolo soffio di ottimismo: «Non fa niente, dovremo inventarla un’altra volta». Speriamo che non sia necessario. E soprattutto speriamo che, quando verrà il momento, non si debba ristampare il Giuramento di Ippocrate con una nuova clausola finale: «Secondo convenienza, salve diverse esigenze personali». Giuseppe Arnò * Foto Canva remix

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Ci vedremo a Filippi?

Migranti e Ucraina: l’Europa è arrivata al momento della verità «Ci vedremo a Filippi». La frase attribuita a Giulio Cesare, rivolta allo spettro di Bruto, è diventata nei secoli il modo più efficace per ricordare che la resa dei conti, prima o poi, arriva sempre. Si può rinviarla, ignorarla, persino fingere che non esista. Ma quando la realtà presenta il conto, non accetta dilazioni. E noi, italiani ed europei, siamo ormai a pochi passi da quella Filippi. Il primo banco di prova si chiama immigrazione. Da ogni sponda del Mediterraneo migliaia di persone convergono verso quella che ormai rischia di diventare il refugium peccatorum d’Europa. L’Italia continua a rappresentare la porta d’ingresso di un continente che, per anni, ha preferito discutere di quote, regolamenti e buoni sentimenti piuttosto che di controllo delle frontiere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I confini dell’Unione Europea assomigliano sempre più a un Emmenthal: una serie infinita di buchi attraverso i quali passa di tutto e di più. Le immagini provenienti da Ceuta hanno riportato alla memoria l’incubo del maggio 2021, quando migliaia di migranti attraversarono il confine in appena quarantotto ore. Oggi lo scenario si ripete con impressionante regolarità. E non è un caso isolato. Perfino in Sardegna si moltiplicano gli sbarchi, mentre i bagnanti, esasperati, arrivano perfino a respingere chi tenta di raggiungere la spiaggia. Segno evidente che qualcosa, ormai, è sfuggito di mano. Nel frattempo anche in Europa qualcuno sembra essersi finalmente svegliato dal lungo sonno ideologico. Si moltiplicano le proposte per rafforzare i controlli, accelerare i rimpatri e proteggere le frontiere esterne. Misure che fino a ieri sarebbero state considerate quasi un’eresia. Meglio tardi che mai. Perché l’insofferenza popolare non aspetta i tempi della burocrazia di Bruxelles. Arriva prima. E si manifesta nelle urne. Il referendum islandese, il terremoto politico in Sassonia con l’AfD oltre il 40 per cento e il crollo della CDU raccontano una storia che la politica tradizionale continua ostinatamente a non voler leggere. Da noi, invece, c’è ancora chi trova il tempo per rispolverare l’eterna ossessione della patrimoniale, come se il problema principale degli italiani fosse discutere di nuove tasse mentre il continente affronta una pressione migratoria senza precedenti. La priorità, invece, dovrebbe essere un’altra: la sopravvivenza politica, economica e sociale dell’Europa. E questo impone realismo, non slogan; pragmatismo, non ideologia. Ma c’è un secondo banco di prova, altrettanto decisivo: la guerra in Ucraina. Le indiscrezioni sull’arrivo di Steve Witkoff e Jared Kushner rilanciano un concetto tanto semplice quanto scomodo: senza compromessi non nascerà mai alcuna pace. Né Mosca né Kiev potranno ottenere tutto ciò che desiderano. È una verità che la diplomazia conosce da sempre, anche se la propaganda preferisce ignorarla. È proprio qui che l’Europa dovrebbe finalmente ritrovare una voce sola. Non per sostituirsi agli Stati Uniti, ma per contribuire con autorevolezza a un processo di pace che riguarda anzitutto la sicurezza del nostro continente. Perché Ceuta, Reykjavík e Magdeburgo non sono episodi. Sono campanelli d’allarme. Chi continua a considerarli fatti isolati assomiglia al medico che cura la tosse mentre il tumore continua a crescere. La realtà, però, non legge i comunicati stampa di Bruxelles. E, come spesso accade, c’è anche chi trae vantaggio da questa confusione permanente: mentre l’opinione pubblica si divide e si distrae, altri consolidano posizioni, interessi e potere. Poi, per fortuna, ogni tanto qualcuno scrive una pagina diversa. Non nei palazzi della politica, ma sui circuiti. A Monza, Andrea Kimi Antonelli è partito dall’ultima posizione e ha conquistato una vittoria memorabile. Nello sport il merito riesce ancora, qualche volta, a prevalere sulle convenienze. In politica è molto più difficile. Ma la storia insegna che nessuno può sfuggire all’appuntamento con la realtà. E quando finalmente ci si presenta a Filippi, non sono più le parole a decidere il destino. Parlano i fatti. E quelli, purtroppo, non conoscono indulgenza. Giuseppe Arnò * Foto: Canva remix  

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Chi la dura la vince

Rio de Janeiro, 04.09.2026 Il record di Giorgia Meloni racconta una verità politica: la stabilità, in Italia, è sempre una notizia. E spesso anche il frutto delle debolezze altrui. Non siamo meloniani. Siamo giornalisti. E i giornalisti raccontano i fatti; i giudizi spettano agli opinionisti. Il fatto è che oggi, 4 settembre 2026, Giorgia Meloni è diventata il presidente del Consiglio con il mandato più lungo della storia dell’Italia repubblicana. Millequattrocentotredici giorni consecutivi a Palazzo Chigi: un primato che va ben oltre la curiosità statistica e che assume un significato particolare in un Paese da sempre più avvezzo alle crisi di governo che alla continuità amministrativa. «Questo traguardo riflette la fiducia che il popolo italiano ripone nella sua leadership», ha dichiarato il premier indiano Narendra Modi nel congratularsi con Meloni. Agli auguri si sono uniti, tra gli altri, Sanae Takaichi dal Giappone, il segretario generale della NATO Mark Rutte e il primo ministro belga Bart De Wever. Anche autorevoli testate straniere hanno sottolineato come l’Italia abbia attraversato quasi quattro anni di stabilità politica, una condizione che nel panorama nazionale rappresenta quasi un’eccezione. Il risultato assume ancora più rilievo se si considera il punto di partenza. Prima donna a guidare un governo italiano, prima esponente di un movimento postfascista alla guida di un Paese del G7 e prima leader sovranista a governare uno Stato fondatore dell’Unione Europea. Tre primati che, all’epoca dell’insediamento, alimentavano interrogativi dentro e fuori dai confini nazionali. Naturalmente il merito non è esclusivamente suo. Meloni ha dimostrato costanza, preparazione politica, capacità comunicativa e una notevole determinazione. Ma, come spesso accade, il successo di chi governa è stato favorito anche dagli avversari. L’opposizione si è mostrata troppo spesso divisa, priva di una linea politica realmente alternativa e incapace di trasformare il dissenso in una proposta credibile. Anche gli alleati di governo, pur attraversati da tensioni e differenze di vedute, non hanno mai spinto i contrasti fino al punto di provocare una crisi. In politica, talvolta, la solidità nasce tanto dalla forza di chi guida quanto dalla debolezza di chi dovrebbe contrastarlo. Va inoltre riconosciuto che Meloni ha saputo affidare i ministeri chiave a figure di comprovata esperienza, consolidare il rapporto con il mondo produttivo e ritagliarsi un ruolo di primo piano nei principali dossier internazionali. Sul piano interno, fatta eccezione per la parentesi referendaria, non ha dovuto affrontare emergenze tali da mettere realmente a rischio la tenuta dell’esecutivo. La trasformazione politica è stata forse l’aspetto più sorprendente. Da leader considerata antieuropeista e fortemente sovranista, Meloni ha progressivamente assunto un profilo più istituzionale e dialogante, senza rinunciare del tutto alla propria identità. Una metamorfosi che molti osservatori non avevano previsto e che, evidentemente, si è rivelata funzionale al ruolo. Del resto, Winston Churchill ricordava che «migliorare significa cambiare; essere perfetti significa cambiare spesso». La politica, quando incontra il governo, costringe spesso a misurarsi con la realtà più che con gli slogan. La legislatura, tuttavia, non è ancora conclusa. Sarà il tempo, come sempre, a stabilire se questo record rappresenti soltanto un primato cronologico o l’inizio di una stagione politica destinata a prolungarsi con un eventuale Meloni bis. E soprattutto dirà se la politica italiana avrà finalmente trovato la strada per riconquistare quella fiducia che, da troppo tempo, i cittadini le concedono con crescente parsimonia. Giuseppe Arnò * Foto by Canva remix

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EDITORIALE SETTEMBRE 2026

Difetti di fabbrica, ma con affetto L’uomo nasce imperfetto, ma non è obbligato a restarlo. Tra percezioni, amicizia e amore, l’ironia rimane il modo migliore per prendere sul serio la vita senza prendersi troppo sul serio.   Viviamo in un mondo meraviglioso. La Creazione sfiora la perfezione e Madre Natura continua a fare il suo dovere con ammirevole costanza. Peccato che, ogni tanto, il reparto collaudo degli esseri umani si distragga. C’è chi nasce con un piccolo difetto di fabbrica e chi con la granitica convinzione di non averne alcuno. Questi ultimi sono i casi più complicati. Corrado Alvaro scriveva che l’uomo è il prodotto dei suoi errori. Altri preferiscono ricordare che nell’uomo vi sono più cose da ammirare che da disprezzare. Sarebbe bello poter dare ragione a entrambi. La cronaca, però, insiste a metterci il bastone fra le ruote. Una certezza, tuttavia, esiste: le percezioni umane sono infinite. La percezione è quel curioso meccanismo che ci fa interpretare ciò che vediamo, tocchiamo, ascoltiamo e perfino ciò che sogniamo. Straordinario strumento, se non fosse che troppo spesso lo adoperiamo come gli occhiali appannati: distinguiamo perfettamente le apparenze e perdiamo di vista la sostanza. È il male del nostro tempo. Ci fermiamo alla superficie, all’etichetta, all’involucro. Le cose contano meno dell’impressione che producono. L’abito continua a fare il monaco e il giudizio arriva sempre prima della conoscenza. Per questo l’ironia è una virtù, non un vezzo. Kurt Vonnegut lo aveva capito bene: serve a sopportare l’assurdità del mondo senza diventarne complici. L’ironia non cambia la realtà, ma impedisce almeno di farsene travolgere. Poi arrivano le emozioni. Si accendono in un istante e spesso si consumano con la stessa rapidità. I sentimenti, invece, restano. Si nutrono del tempo, delle esperienze, dei valori. E fra tutti, amicizia e amore rappresentano ancora il meglio che l’uomo sappia offrire quando smette di pensare soltanto a se stesso. Sono beni rari. Non si trovano in saldo e nemmeno si acquistano con un clic. Richiedono presenza, lealtà, pazienza. Virtù antiche che il mercato emotivo continua ostinatamente a non quotare. Quanto ai sogni, pace, libertà e uguaglianza possiamo continuare a coltivarli. Non costano nulla e valgono più di molte promesse. Gli altri, quelli che rovistano nell’inconscio, li lasciamo volentieri a Freud. Noi ci accontenteremmo di un sogno assai più modesto: che l’uomo imparasse finalmente a guardare oltre le apparenze. Scoprirebbe che l’amicizia e l’amore sono gli unici difetti di fabbrica per i quali vale davvero la pena nascere imperfetti. Giuseppe Arnò * Foto by Canva

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L’Islanda non abbocca all’amo di Bruxelles

Sovranità, pesca e risorse: Reykjavík sceglie di restare padrona del proprio destino. E c’è da capire perché.   Ci sono Paesi che bussano alla porta dell’Unione europea con l’entusiasmo di chi vede nell’adesione la soluzione a ogni problema. E poi c’è l’Islanda, che quella porta ha preferito lasciarla socchiusa, continuando a guardare l’Europa da vicino senza entrarvi dentro. Una scelta che, al netto della retorica europeista, appare assai meno irrazionale di quanto qualcuno vorrebbe far credere. Perché, in fondo, la domanda è semplice: cosa avrebbe realmente guadagnato Reykjavík entrando nell’Unione? La risposta, dal punto di vista islandese, è tutt’altro che scontata. Anzi. L’isola nordatlantica già partecipa allo Spazio economico europeo, e fa parte della NATO. In altre parole, beneficia di gran parte dei vantaggi del mercato europeo senza dover cedere quote significative della propria sovranità. Una posizione privilegiata che difficilmente avrebbe tratto ulteriori benefici dall’adesione piena. Il primo nodo è quello della pesca. Per l’Islanda non rappresenta semplicemente un comparto economico: è storia nazionale, identità, indipendenza. Le cosiddette Guerre del Merluzzo, combattute diplomaticamente e perfino con speronamenti navali contro il Regno Unito tra gli anni Cinquanta e Settanta, dimostrano quanto gli islandesi considerino intoccabile il controllo delle proprie acque. Affidare a Bruxelles la regolamentazione di quote, catture, etichettature e commercializzazione avrebbe significato consegnare il cuore dell’economia nazionale a decisioni prese a migliaia di chilometri di distanza. Sarebbe stato, per usare un’espressione cara ai pescatori, prendere il Paese… a pesci in faccia. Lo stesso discorso vale per l’agricoltura. In un territorio estremo, dove coltivare significa sfidare clima e natura, le regole costruite per i grandi produttori continentali rischierebbero di alterare un equilibrio delicato. Non si tratta di protezionismo ideologico, ma della consapevolezza che non tutti i sistemi economici possono essere infilati nello stesso stampo normativo. Poi c’è la questione energetica e mineraria. L’Islanda è un gigante della geotermia e produce gran parte della propria energia sfruttando il calore della Terra. Inoltre, il progressivo scioglimento dei ghiacci artici sta riportando al centro dell’attenzione internazionale il Nord Atlantico e le immense potenzialità minerarie ed energetiche dell’intera regione. Nessuno può dire con certezza quali ricchezze emergeranno domani, ma è proprio per questo che il controllo nazionale delle risorse assume un valore strategico crescente. Ed è qui che si arriva al vero punto della questione. Le recenti tensioni internazionali intorno alla Groenlandia hanno dimostrato come l’Artico sia diventato uno degli scacchieri geopolitici più importanti del XXI secolo. Quando in gioco entrano energia, minerali strategici e nuove rotte commerciali, la sovranità torna improvvisamente di moda. Napoleone osservava che «la sovranità non è un mantello che si indossa e si toglie a piacimento». Gli islandesi sembrano averlo capito benissimo. Restare fuori dall’Unione non significa isolarsi. Significa scegliere quali competenze condividere e quali conservare gelosamente. È una differenza sostanziale. In fondo, Reykjavík continua a commerciare con l’Europa, coopera con l’Europa, circola con l’Europa. Ma decide ancora in casa propria come gestire il mare, l’energia e le risorse naturali. Non è poco. Qualcuno definirà questa scelta egoismo. Gli islandesi preferiscono chiamarla indipendenza. L’Europa continuerà a vendere agli islandesi regolamenti. L’Islanda continuerà a vendere all’Europa merluzzo. E, tutto sommato, ciascuno farà il mestiere che gli riesce meglio. Giuseppe Arnò * Foto: Merluzzo by Ultimate foto Blender CC0 Dominio pubblico  

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Applausi e fischi

«Applausi, mescolati con fischi e sibili, è tutto quello che l’elettore medio è in grado – o disposto – a fare per contribuire alla vita pubblica». Lo scriveva Elmer Davis con quella punta d’ironia che rende le verità meno indigeste. Perché c’è fischio e fischio; applauso e applauso; e poi c’è l’applauso che si traveste da fischio e il fischio che sogna di diventare applauso. Dissentire è più faticoso che assentire. Per dissentire bisognerebbe anche avere un’idea alternativa; per applaudire basta avere due mani. O, nei casi più moderni, una sola, purché libera dallo smartphone. Il fischio, quando è nobile, dovrebbe essere il preludio di una critica costruttiva, non un semplice esercizio di ginnastica per le corde vocali. L’applauso, invece, è il consenso nella sua forma più elegante: un gesto che, nel tempo, è passato dall’emozione spontanea al linguaggio codificato della politica e dello spettacolo. Esiste però un tertium datur: il curioso miscuglio di fischi e applausi. Nei teatri succede spesso. Si applaude il tenore e si fischia il regista; oppure si applaude talmente forte da sembrare un bombardamento e si fischia con tale convinzione da far credere di chiedere il bis. Le platee sono creature misteriose. Questa premessa si rende necessaria per affrontare il caso del giorno. Una mia affezionata lettrice mi invia un messaggio vocale con l’enfasi della celebre «Hanno ammazzato compare Turiddu!»: «La Meloni è stata fischiata a Bari; Mattarella applaudito. Le elezioni…». Ho ascoltato la notizia con rispetto, ma soprattutto con prudenza. Perché il problema, oggi, non è sapere che qualcuno ha fischiato. Il problema è capire perché. Viviamo nell’epoca in cui il fischio viene immediatamente catalogato come certificato notarile di disfatta politica. Ma il fischio è un animale assai meno disciplinato. Fischia l’arbitro, fischia il vento, fischia il treno, fischia il bollitore, fischia il sasso quando rotola abbastanza in fretta. Esiste perfino il Fischiatore pigro, che trasformò il fischio in una melodia. Perché mai dovrebbe essere semplice quello rivolto a un presidente del Consiglio? Del resto, Bari è una città generosa. Accoglie tutti: santi, peccatori, pellegrini e politici. E ai politici riserva il trattamento più democratico che esista: prima li ascolta, poi decide se battere le mani o storcere le labbra. Naturalmente, il tifo politico ha già emesso la sentenza. Per alcuni quei fischi rappresentano il tramonto del governo; per altri erano quattro contestatori amplificati dall’acustica del lungomare. La verità, come spesso accade, probabilmente se ne stava seduta in un angolo, infastidita dal frastuono. A me, invece, è venuto un dubbio quasi irriverente. E se quei fischi non fossero stati una bocciatura, ma una richiesta di replica? In teatro il pubblico insiste così quando vuole il bis. Magari gli spettatori baresi, soddisfatti della performance, reclamavano un secondo tempo. La politica, ormai, ha preso così tanto dal mondo dello spettacolo che non sarebbe neppure un’ipotesi assurda. In fondo, come osservava con disarmante sincerità Zac Efron: «Come possiamo spiegare qualcosa che non sappiamo nemmeno noi?». Ecco perché diffido sempre delle cronache scritte con il cronometro in mano. Un applauso può essere ironico; un fischio può essere affettuoso; il silenzio, invece, è quasi sempre una condanna. Ma quello non fa notizia. Il silenzio non riempie i titoli, non alimenta i talk show e non offre materia ai professionisti dell’indignazione. Per fortuna, in Italia, continuiamo ad avere un patrimonio inesauribile: riusciamo ancora a trasformare qualsiasi rumore in un sondaggio. In questo Paese non si contano più i voti: si misurano i decibel. Giuseppe Arnò * Foto by Canva mix

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Il ballo della pace!

Trump prepara il ballo della pace: tutti in pista alla Casa Bianca La Corte Suprema concede al presidente il permesso di continuare i lavori della sala da ballo. E se, dietro stucchi e lampadari, si nascondesse una soluzione ai guai del mondo? Putin, Xi, Kim e Araghchi sono avvertiti: si prega di non pestare i piedi al vicino. Giuseppe Arnò   A prima vista potrebbe sembrare una notizia da relegare in qualche angolo delle pagine interne: la Corte Suprema degli Stati Uniti, attraverso il suo presidente John Roberts, consente per ora a Donald Trump di proseguire i lavori per la nuova sala da ballo della Casa Bianca, in attesa di una decisione definitiva sulla prosecuzione dell’opera. Niente di epocale, dunque. Una sala da ballo è pur sempre una sala da ballo. Ma con Trump, si sa, anche un lampadario può nascondere una strategia geopolitica. Il buon opinionista, infatti, non si limita a leggere le notizie: prova, quando possibile, a leggere anche ciò che potrebbe esserci dietro. E qui la fantasia, più che la cronaca, può dare una mano. Donald Trump è imprevedibile, certo. Ma non è uno sprovveduto. È un uomo d’affari, abituato a fare i conti, a valutare costi e benefici e, soprattutto, a cercare una via d’uscita quando una situazione comincia a diventare troppo costosa. E i conti, ultimamente, non sembrano proprio sorridere. La guerra con l’Iran resta impantanata in un interminabile balletto di minacce, contro-minacce, proposte e controproposte. I feriti americani aumentano, il malcontento cresce e il prezzo della benzina, come spesso accade quando il mondo decide di complicarsi la vita, presenta il conto anche a chi della guerra non sa che farsene. A questo punto, perché non provare un’altra strada? C’è un vecchio proverbio che dice: se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. E se Trump avesse deciso di portare direttamente la montagna nella sala da ballo? Ecco allora che la nuova, grandiosa struttura della Casa Bianca potrebbe assumere una funzione assai più ambiziosa di quella dichiarata. Non soltanto ricevimenti, gala e valzer presidenziali, ma una gigantesca pista diplomatica sulla quale far incontrare quelli che, fuori dalla sala, continuano a guardarsi in cagnesco. Immaginiamo la scena. Il padrone di casa apre le danze. Da una parte Putin, dall’altra Xi. Kim osserva con la consueta discrezione. Abbas Araghchi aspetta il suo turno. Qualcuno, magari, mette da parte per una sera i missili e si preoccupa finalmente dei passi di danza. Non ci sarebbe nemmeno bisogno di scomodare il vecchio principe di Tomasi di Lampedusa: qui non sarebbe il principe Fabrizio a danzare con Angelica. I tempi sono cambiati, i protagonisti pure. Ma la musica, curiosamente, sembra sempre la stessa. E forse è proprio questo il punto. Perché talvolta, quando la politica non riesce più a parlare, resta soltanto la musica. E magari, tra un valzer e un tango, qualcuno potrebbe persino ricordarsi che la pace è un ballo nel quale, per riuscire a stare in pista, bisogna evitare di pestare i piedi al vicino. Che sia questa la nuova giocata di Trump? O è soltanto la fantasia di un vecchio giornalista che, davanti a una sala da ballo, si ostina a cercare una pista diplomatica? Non lo sappiamo. Ma una cosa è certa: se la pace dovesse davvero cominciare da una sala da ballo, Indro potrebbe finalmente sorridere dall’aldilà. E, conoscendolo, chiederebbe soltanto di alzare un po’ il volume della musica. * Foto by Canva remix

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Amor vincit omnia. Tranne la prassi

Virgilio resiste da oltre duemila anni. Noi, invece, riusciamo a smentirlo ogni mattina: la burocrazia soffoca i sentimenti, la politica li piega alla convenienza e il mondo continua a chiamare realismo quella che spesso è soltanto indifferenza. di Giuseppe Arnò «Omnia vincit amor», scrive Virgilio nelle Bucoliche. In italiano: l’amore vince su tutto. Tre parole che attraversano i secoli senza perdere un grammo della loro forza. Caravaggio ne fece il titolo di uno dei suoi dipinti più celebri; poeti, scrittori e filosofi vi hanno trovato un principio universale. Evidentemente erano tutti meno aggiornati di noi. Oggi l’amore vince su tutto, purché non incontri un regolamento, una circolare, una convenienza politica o una procedura amministrativa. Eppure quella massima continua a riaffiorare nei luoghi più impensati. Al Ghisallo, nel 2006, all’inaugurazione del Museo del Ciclismo voluto da Fiorenzo Magni accanto al Santuario della Madonna patrona dei ciclisti, fu collocata una pietra con l’iscrizione Omnia vincit amor, poi benedetta da papa Benedetto XVI. Un omaggio che dice molto: i motti immortali finiscono scolpiti nella pietra quando gli uomini non riescono più a scolpirli nella vita. Persino Leonardo da Vinci, uomo inquieto, sempre in viaggio tra corti e città, probabilmente privo di un amore stabile nel senso tradizionale, ritornava con frequenza a immergersi nelle sue annotazioni per riflettere sull’amore come forza capace di muovere il mondo. Aveva intuito ciò che la scienza avrebbe poi spiegato con altre parole: senza una forza che tenga insieme gli uomini, tutto si disperde. E noi, invece, ci ostiniamo a tirare il freno a mano. Se l’universo vive di equilibrio e movimento, l’umanità sembra specializzata nel bloccarli entrambi. Sono tre parole, in fondo. Non quelle latine, ma quelle che ciascuno vorrebbe sentirsi dire almeno una volta: “Ti voglio bene.” Claudio Villa, Vittorio De Sica e tanti altri hanno saputo trasformarle in musica. Noi, più modestamente, spesso le trasformiamo in una notifica sul cellulare. Poi arriva la cronaca. Il principe Harry e Meghan, secondo indiscrezioni, potrebbero tornare a vivere a Londra sei anni dopo l’addio ai doveri reali. Se sarà vero, qualcuno dirà che l’amore ha richiamato a casa ciò che il protocollo aveva allontanato. Virgilio, forse, sorriderebbe. Molto meno poetica è un’altra notizia. La Svezia si aggiunge agli Stati europei che riprendono a trasferire in Italia i migranti secondo il regolamento di Dublino. Tutto perfettamente conforme alle norme, ci mancherebbe. Ma è qui che il latino lascia il posto al burocratese: non trionfa l’amore, trionfa la prassi. E la prassi, si sa, non scrive versi. L’Europa ci ricorda di essere una comunità quando si tratta di proclamare valori; torna una somma di interessi nazionali quando si tratta di condividerne il peso. Anche questo, probabilmente, è un modo di voler bene. Molto continentale, molto regolamentato. La massima di Virgilio ha attraversato oltre duemila anni rimanendo fedele a sé stessa. Noi, invece, siamo riusciti a modernizzarla. Oggi sembra suonare così: Amor vincit omnia, salvo diversa disposizione dell’autorità competente. È il destino del bruto mondo: conservare i grandi ideali nelle biblioteche, inciderli sul marmo, citarli nei discorsi ufficiali e dimenticarli appena diventano scomodi. Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. Montanelli, che rimproverava agli italiani di conoscere poco la propria storia, probabilmente annuirebbe. Perché chi dimentica i classici finisce inevitabilmente per dimenticare anche le lezioni che custodiscono. E allora non resta che una consolazione: Virgilio aveva scritto che l’amore vince tutto. Noi, con ammirevole spirito organizzativo, siamo riusciti a dimostrare che una buona prassi amministrativa può fare molto di più. * Foto by Ultimate fhoto Blender remix

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S’i’ fosse foco…

    S’i’ fosse foco… sterilizzerei il mondo Manuale satirico per la bonifica dell’Homo contaminans. Con qualche facezia, un pizzico di Cecco e Montanelli in versione ignifuga.   «S’i’ fosse foco, ardere’ il mondo…» No, tranquilli. Non è un editoriale ecoterrorista, né il manifesto di qualche comitato di piromani con l’agenda green. È Cecco Angiolieri, sette secoli prima dei talk show, dei social e delle conferenze sul clima con buffet a dodici portate. Il suo era uno sfogo letterario. Un artificio del genere comico-realistico, come spiegano i filologi. Un urlo in endecasillabi, non un programma elettorale. Cecco non voleva davvero incendiare il pianeta: voleva prendere a schiaffi, con l’ironia, la stupidità del suo tempo. E qui nasce il sospetto: se fosse vivo oggi, probabilmente chiederebbe i diritti d’autore. Perché il mondo che Dio ci ha consegnato era, piaccia o no, un capolavoro perfettamente funzionante. L’uomo ha deciso di migliorarlo. Come sempre accade quando l’uomo decide di migliorare ciò che funziona, il risultato è stato un disastro. Abbiamo inquinato l’aria, l’acqua, il mare, i fiumi, il sottosuolo e perfino lo spazio, dove ormai galleggiano più rottami che satelliti. Mancava soltanto l’inquinamento del buon senso. Anche quello è arrivato. La contaminazione peggiore, però, non è quella della plastica. È quella delle idee. Si riciclano slogan invece dei rifiuti, si differenziano gli esseri umani invece dell’immondizia e si confonde il progresso con la capacità di produrre nuove emergenze. Così, mentre Madre Natura prova ancora ostinatamente a fare il suo mestiere, noi continuiamo a sabotarla con zelo burocratico. Cecco avrebbe scritto: S’i’ fosse climatologo, vieterei agosto. S’i’ fosse influencer, pianterei alberi invece dei selfie. S’i’ fosse politico, prometterei di mantenere almeno una promessa. Questa sì che sarebbe fantascienza. Il fuoco, nella tradizione cristiana, non è soltanto distruzione. San Francesco lo chiamava «frate focu», «bello, iocundo, robustoso e forte». È luce, calore, energia. È ciò che illumina e purifica. Anche la sofferenza, scriveva Roberto Gervaso, è un fuoco che, quando non ustiona, purifica. Il problema è che oggi il fuoco non purifica più: produce conferenze stampa. Ogni catastrofe genera tre cose certe: una commissione, un hashtag e un esperto televisivo. La soluzione arriverà domani. Sempre domani. Nel frattempo il mondo continua ad ammalarsi della stessa patologia: l’uomo. Non della sua presenza, che sarebbe una benedizione, ma della sua smisurata presunzione. L’unica specie capace di abbattere una foresta per stampare opuscoli intitolati “Salviamo gli alberi”. L’unica che organizza summit sull’inquinamento raggiungendoli con cortei di jet privati. L’unica che pretende di correggere perfino la natura, salvo poi indignarsi quando la natura presenta il conto. A questo punto qualcuno invocherà il fuoco di Cecco. Qualcun altro aspetterà un nuovo Diluvio. Personalmente, mi accontenterei di una gigantesca sterilizzazione. Non delle persone, sia chiaro. Delle follie. Disinfettare la superbia, sanificare l’avidità, mettere in quarantena l’arroganza, vaccinare contro l’idiozia organizzata. Una bonifica dell’intelligenza. Perché il pianeta, in fondo, non ha bisogno di essere salvato. È sopravvissuto a glaciazioni, meteoriti, vulcani e dinosauri. Quello che rischia seriamente l’estinzione è il buon senso. Indro Montanelli diceva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore. Oggi, prudentemente in versione ignifuga, aggiungeremmo che molti corrono anche in soccorso della narrativa dominante, purché sia già approvata dal salotto televisivo, dal social di turno e dal ministero competente. Il pianeta continua a girare. È l’uomo che gira a vuoto. E forse Cecco, se potesse riscrivere il suo sonetto, sostituirebbe un solo verso: «S’i’ fosse foco, non arderei il mondo. Gli farei soltanto una profonda pulizia dell’anima.» Perché, in fondo, più che un nuovo Diluvio universale basterebbe un buon disinfettante per le coscienze. È l’unico inquinamento che nessun depuratore riesce ancora a filtrare. Giuseppe Arnò * Foto archivio Lagazzettaonline

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