Quando l’immigrazione diventa propaganda elettorale, la politica rischia di essere travolta dalla stessa onda che oggi cavalca.
di Giuseppe Arnò
Ceuta torna improvvisamente sulle prime pagine e, come accade puntualmente da anni, l’Europa scopre di avere un problema che conosce perfettamente, ma preferisce affrontare solo quando le immagini fanno il giro del mondo. Passata l’emozione, cala il sipario, gli attori cambiano costume e la rappresentazione ricomincia alla crisi successiva.
È il grande teatro europeo dell’immigrazione: un copione ormai consumato, ma sempre applaudito da chi continua a recitare invece di governare.
La presidente dell’Unione Interparlamentare Italia-Spagna, Federica Onori, auspica un ritorno alla collaborazione tra Roma e Madrid. È un auspicio condivisibile. Peccato che la collaborazione richieda due governi che remino nella stessa direzione e non due equipaggi intenti a dimostrare che la falla sia soltanto nella barca dell’altro.
La crisi di Ceuta, infatti, non nasce a Ceuta. Nasce molto più lontano, dove la pressione migratoria viene spesso utilizzata come arma geopolitica, dove organizzazioni criminali prosperano sul traffico di esseri umani e dove non manca chi soffia sul fuoco della disinformazione per dividere l’Europa e renderla più fragile.
Solo chi preferisce non vedere continua a considerare questi fenomeni semplici coincidenze.
Nel frattempo Schengen mostra tutte le sue rughe. È un magnifico progetto di libera circolazione, ma fu pensato per un continente diverso da quello odierno. Regola la mobilità interna; molto meno le pressioni esterne. Non sorprende quindi che oggi oltre venti Paesi invochino controlli straordinari alle frontiere. La solidarietà europea, tanto celebrata nei convegni, spesso scompare appena entra in gioco l’interesse nazionale.
Italia e Spagna, accomunate dal Mediterraneo e dagli stessi approdi, hanno trasformato una questione comune in un’occasione di reciproco rimpallo politico. Madrid accusa alcuni partner europei, Roma replica contestando la gestione spagnola dell’emergenza. Il risultato è quello che vediamo: molte dichiarazioni, poche strategie condivise.
Nel frattempo ogni governo continua a rivendicare i propri numeri, quelli favorevoli naturalmente. C’è chi evidenzia il calo degli sbarchi irregolari, chi rivendica politiche più inclusive, chi accelera le procedure di cittadinanza, chi preferisce rafforzare i controlli. Sono scelte politiche legittime, purché restino tali e non diventino strumenti di convenienza elettorale.
Perché è proprio qui che il dibattito perde credibilità.
L’accoglienza è un dovere quando prevista dal diritto internazionale e quando tutela realmente persone in fuga da guerre e persecuzioni. Ma un conto è l’accoglienza; altro conto è trasformare il migrante in una tessera del proprio mosaico elettorale.
L’essere umano non è una scheda da infilare nell’urna.
Ogni volta che la politica considera l’immigrazione soprattutto in funzione del consenso, il problema smette di essere umanitario e diventa aritmetico. Si contano gli arrivi, si calcolano i documenti, si immaginano futuri elettori. È una tentazione che attraversa l’intero continente e non appartiene esclusivamente a una parte politica.
La vera ironia della storia, però, potrebbe essere un’altra.
Chi oggi immagina di costruire il proprio consenso distribuendo cittadinanze e coltivando nuovi bacini elettorali dovrebbe ricordare che gli elettori, una volta diventati tali, votano liberamente. Potrebbero persino scegliere gli avversari politici di chi li aveva immaginati come prezioso investimento.
Sarebbe una delle più raffinate vendette della democrazia: il serbatoio elettorale che cambia proprietario.
Sul piano pratico, Ceuta dimostra che pagare i Paesi nordafricani affinché rallentino le partenze può essere soltanto una misura temporanea, non la soluzione definitiva. Servono controlli efficaci alle frontiere esterne, procedure rapide per distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ne possiede i requisiti previsti dalla legge, accordi realmente vincolanti per i rimpatri e centri di valutazione esterni all’Unione, proposta che diversi governi europei sostengono ormai apertamente.
Si può discutere delle modalità. Molto meno dell’esigenza di restituire credibilità al sistema.
Perché una frontiera che nessuno controlla non è una frontiera; è semplicemente una linea disegnata sulle carte geografiche.
E allora permetteteci una sommessa raccomandazione ai professionisti della politica: smettete di utilizzare i migranti come strumenti di propaganda. Non sono slogan, non sono percentuali nei sondaggi, non sono pacchetti di voti. Sono persone. E proprio per questo meritano regole serie, non campagne elettorali permanenti.
Montanelli, se fosse ancora seduto davanti alla sua inseparabile macchina da scrivere, probabilmente sorriderebbe sotto i baffi e annoterebbe con la consueta perfidia: «La politica ha sempre avuto il vizio di contare i voti prima degli uomini. Ma ogni tanto gli uomini si ricordano di essere elettori, e allora sono i voti a cambiare padrone.»
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