EDITORIALE MAGGIO 2026

Il governo che dura, l’opposizione che insiste e il mondo che si distrae

Primo Maggio tra celebrazioni e contraddizioni: primati politici, guerre ignorate e generazioni indecifrabili


Primo Maggio, festa del lavoro: anche di quello che non c’è, di quello sottopagato e di quello in nero. In Italia è il giorno delle celebrazioni ufficiali, dei cortei, dei discorsi pubblici e dei concerti in piazza: una liturgia laica che onora conquiste sacrosante e, con elegante discrezione, evita di soffermarsi su ciò che nel frattempo si è perso per strada. Perché accanto a chi lavora troppo e guadagna poco, c’è chi il lavoro lo cerca senza trovarlo; accanto a chi fatica ogni giorno, c’è chi fatica soprattutto a dichiararlo; e accanto a chi rivendica diritti, c’è sempre qualcuno che considera il lavoro una pratica nociva, da evitare per ragioni di salute.

Dentro questa cornice festiva, faceta quanto si vuole, ma non del tutto immaginaria,  si inserisce una notizia che, a voler essere sinceri, ha quasi del prodigioso: il governo guidato da Giorgia Meloni sta per diventare uno dei più longevi della storia repubblicana. In un Paese dove gli esecutivi duravano meno di un raffreddore stagionale, arrivare a oltre 1.280 giorni suona come una maratona corsa in pantofole.

Superato il quarto governo di Silvio Berlusconi, resta nel mirino il primato del Berlusconi II, quasi fosse una vetta da conquistare con pazienza più che con slancio. E la parola d’ordine è sempre quella: stabilità. Una parola così evocata che, a furia di ripeterla, ha finito per sembrare reale.

Nel frattempo, anche l’opposizione si conquista il suo piccolo record: mai così longeva nel dire “no”. Un monosillabo tenace, reiterato con disciplina quasi militare. Il governo propone, l’opposizione si oppone: un equilibrio perfetto nella sua immobilità. A Cesare quel che è di Cesare, e all’eco quel che è dell’eco.

Fuori da questo teatro ordinato, il mondo continua invece a muoversi con inquietante disinvoltura. Le guerre, dall’Ucraina al Golfo Persico, sono diventate un sottofondo costante, una specie di ronzio globale che non disturba più di tanto le nostre abitudini. Si registrano, ma non si sentono.

Poi interviene Donald Trump, che annuncia ritiri militari come se stesse cambiando programma televisivo. L’Europa osserva, discute, convoca. E, soprattutto, riflette. Così tanto che il rischio non è sbagliare decisione, ma non prenderne alcuna.

Nel frattempo, l’attenzione collettiva si concentra su ciò che è più maneggevole: cronache minori elevate a questioni epocali, polemiche a breve scadenza, casi giudiziari raccontati a puntate. Si moltiplicano le etichette: incapaci di intendere, irregolari non rimpatriabili, identità da catalogo. A guardare il campionario, si direbbe che la normalità sia diventata una specie in via di estinzione.

E le nuove generazioni? Più che un problema, un mistero. Non tanto per ciò che sono, ogni epoca ha avuto i suoi giovani incomprensibili, ma per la loro apparente impermeabilità al mondo esterno. Guerre, crisi, equilibri globali: tutto scivola via, come se la realtà fosse un contenuto tra gli altri.

Forse aveva visto lungo Tiziano Terzani, quando notava che gli slogan hanno preso il posto della poesia e la pubblicità quello del pensiero. Oggi si comunica molto, si capisce meno, e si ricorda quasi nulla.

Resta così questa fotografia, scattata nel giorno dedicato al lavoro: un governo che resiste, un’opposizione che insiste, un mondo che si agita e una società che osserva distrattamente. Tutti impegnati, ciascuno a modo suo.

E se il Primo Maggio serve a celebrare il lavoro, viene da chiedersi quale sia, oggi, il più diffuso: forse quello di ignorare l’essenziale.

Un mestiere che, a giudicare dai risultati, esercitiamo con impeccabile costanza.

 

Giuseppe Arnò

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Foto by Canva mix

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