Dal campo centrale di Wimbledon alle tribune del mondo: la perseveranza resta l’unica rivoluzione che non può essere censurata.
di Giuseppe Arnò
Ci avevano detto che il talento fosse tutto. Poi è arrivato il mercato a venderci il successo in comode rate, la politica a prometterlo a ogni legislatura e i social a confezionarlo in video da trenta secondi. Così abbiamo finito per credere che bastasse apparire. Peccato che la realtà, ostinata come una vecchia maestra, continui a premiare chi resiste.
Lo aveva capito molto prima di noi Calvin Coolidge, quando osservava che nulla al mondo può prendere il posto della perseveranza.
Non il talento: il mondo abbonda di persone straordinariamente dotate che non hanno concluso granché.
Non il genio: quello incompreso è diventato quasi una categoria professionale.
Non l’istruzione: gli archivi della storia sono pieni di laureati rimasti spettatori della propria esistenza.
Solo perseveranza e determinazione continuano a fare la differenza.
Una lezione che il tennis ha appena rimesso sotto gli occhi di tutti.
A Wimbledon, Jannik Sinner è tornato sul trono. Dopo una finale estenuante, combattuta punto su punto, ha saputo rimontare lo svantaggio iniziale contro Alexander Zverev, mantenendo lucidità, forza mentale e qualità tecnica per quasi quattro ore. Il risultato finale racconta una vittoria. Quello che non racconta il tabellone è il numero infinito di allenamenti, sacrifici, sconfitte, dolori muscolari e giornate storte che hanno costruito quel successo.
Il talento lo aveva già. La perseveranza lo ha trasformato in campione.
Ecco perché il vecchio proverbio continua a funzionare meglio di tante moderne teorie motivazionali: chi la dura la vince.
Il problema è che, uscendo dal Centrale di Wimbledon, il mondo sembra giocare un altro sport.
Ci siamo lentamente adattati a un’esistenza nella quale tutto dev’essere immediato: opinioni istantanee, indignazioni a tempo, felicità in abbonamento, informazione consumata più velocemente di un caffè al banco. Il cittadino è stato promosso a consumatore permanente, purché non faccia troppe domande.
Il cosiddetto nuovo ordine mondiale, qualunque volto gli si voglia attribuire, sembra aver capito un principio elementare: un popolo distratto è infinitamente più governabile di un popolo perseverante.
Così ci si accontenta.
Una birra, un panino, la partita della domenica, qualche polemica sui social e il giorno passa. Domani sarà uguale a ieri, ma con uno smartphone più aggiornato.
È una forma di anestesia collettiva che non ha bisogno di catene: basta convincere le persone che nulla possa davvero cambiare.
Eppure la storia racconta esattamente il contrario.
Ogni conquista civile, ogni libertà, ogni progresso autentico è nato dalla testardaggine di qualcuno che si è ostinato quando tutti gli consigliavano di lasciar perdere.
Noi continuiamo a credere che un cambiamento sia possibile. Forse prima europeo, poi, chissà, anche più ampio. Non perché immaginiamo improbabili paradisi terrestri, ma perché rifiutiamo l’idea che il cinismo sia diventato l’unico modo adulto di guardare il mondo.
Forse non cambieremo la storia.
Forse i potenti continueranno a riscrivere le regole mentre noi cercheremo ancora di capire il regolamento.
Forse assisteremo ad altri ordini, contrordini, emergenze permanenti, verità provvisorie e slogan confezionati con la data di scadenza incorporata.
Ma almeno non avremo rinunciato al diritto di pensare, discutere e dissentire.
Robert Schuller ricordava che i tempi duri non durano mai, ma le persone toste sì.
Victor Hugo aggiungeva che perseverare è il segreto di tutti i trionfi.
Due osservazioni che, nell’epoca delle scorciatoie universali, suonano quasi rivoluzionarie.
Perché la perseveranza ha un difetto insopportabile per chi pretende di dirigere il traffico della storia: rende gli uomini liberi.
E gli uomini liberi sono difficili da catalogare, impossibili da addomesticare e, soprattutto, ostinatamente inclini a pensare con la propria testa.
Pennellata finale, con un sorriso alla Montanelli
Alla fine, il mondo continuerà probabilmente a dividersi in due categorie. Da una parte quelli che spiegano perché nulla possa cambiare. Dall’altra quelli che, con ostinazione quasi irritante, continuano a provarci.
I primi sono sempre molto richiesti nei salotti televisivi.
I secondi, qualche volta, finiscono per cambiare la storia.
E, come insegna Sinner, quasi mai al primo set.
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