L’ira funesta… e il mondo che le va dietro

Tra ultimatum, scomuniche, guerre commerciali e scismi religiosi, il pianeta sembra aver sostituito la diplomazia con il megafono. E mentre tutti parlano, il buon senso aspetta ancora il suo turno.

di Giuseppe Arnò

C’era un tempo in cui la politica internazionale si esercitava nei salotti della diplomazia, tra sorrisi misurati e parole pesate con il bilancino. Oggi, invece, sembra essersi trasferita in un’arena dove vince chi urla più forte. Il dialogo è diventato un dettaglio; l’ultimatum, la regola.

Donald Trump, fedele al proprio stile, continua a dispensare giudizi con la rapidità di un operatore di Borsa. Ce l’ha con la NATO, con alcuni alleati europei, con l’Iran, con chi, a suo dire, beneficia della protezione americana senza ricambiare adeguatamente il favore. Da imprenditore, il ragionamento è lineare: se uno paga il conto, pretende almeno che gli altri offrano il caffè.

È una logica discutibile? Certamente. Ma è altrettanto difficile negare che, nella politica internazionale degli ultimi anni, gli interessi abbiano spesso prevalso sugli ideali. Del resto, tra alleanze strategiche e convenienze economiche, perfino le amicizie fra Stati sembrano ormai avere la durata di un contratto a termine.

Le relazioni commerciali si interrompono con la stessa facilità con cui un tempo si cambiava il canale della televisione. Gli avversari diventano interlocutori, gli interlocutori tornano nemici, mentre le dichiarazioni ufficiali durano lo spazio di una conferenza stampa.

Nel frattempo, il Medio Oriente continua a ricordarci che le guerre iniziano sempre con grandi parole e finiscono con lunghi silenzi. In Europa si discute di riarmo, di sicurezza, di deterrenza, come se la pace fosse ormai un lusso da conservare in archivio insieme ai trattati del secolo scorso.

E mentre la geopolitica distribuisce minacce e promesse, anche il mondo religioso conosce le proprie tensioni. Gli scismi, le contestazioni, le divisioni interne dimostrano che perfino le istituzioni nate per unire non sono immuni dalla tentazione della frattura. Cambiano i protagonisti, ma il copione resta sorprendentemente simile: ciascuno convinto di possedere la verità, pochissimi disposti ad ascoltare quella degli altri.

Così il pianeta procede, sospeso tra vertici internazionali, conferenze di pace, guerre commerciali, missili, dazi, comunicati ufficiali e inevitabili smentite. Ogni giorno sembra quello decisivo. Il giorno dopo ne arriva subito un altro, ancora più decisivo.

Noi, spettatori di questo grande teatro globale, continuiamo a leggere titoli sempre più drammatici e dichiarazioni sempre più categoriche. Poi scopriamo che il mondo, nonostante tutto, continua a girare con ostinata indifferenza ai protagonismi dei suoi governanti.

Forse aveva ragione Voltaire quando sosteneva che «il dubbio è scomodo, ma solo gli imbecilli non ne hanno». Oggi il dubbio è diventato quasi un atto rivoluzionario, perché viviamo nell’epoca delle certezze gridate e delle riflessioni sussurrate.

Nel frattempo conviene non perdere il senso dell’ironia. È una delle poche risorse che non conosce inflazione e che nessuna superpotenza è ancora riuscita a tassare.


 

Alla maniera di Indro Montanelli

«Le nazioni litigano come condomini che discutono sul pianerottolo: tutti convinti di avere ragione, nessuno disposto ad abbassare la voce. Poi, quando il palazzo comincia a scricchiolare, scoprono che il problema non era il vicino, ma le fondamenta. E quelle, purtroppo, non si riparano con un comunicato stampa.»

 

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Foto: Ultimate photo Blender mix

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