Quando la giustizia chiude il fascicolo, ma il dibattito resta aperto
C’è un’antica espressione napoletana che riesce a spiegare in quattro parole ciò che trattati di sociologia descrivono in quattrocento pagine: “curnuto e mazziato”. Tradotta con eleganza significa subire un torto e, subito dopo, essere anche colpiti dall’umiliazione che ne consegue. È la fotografia di chi paga due volte: una per il danno ricevuto, l’altra per le conseguenze che quel danno continua a produrre.
I napoletani, però, hanno una qualità rara: riescono perfino a sorridere delle loro disgrazie. Non per superficialità, ma perché l’ironia è spesso l’ultimo rifugio della dignità. È un modo per impedire alla sventura di avere l’ultima parola.
In questa vicenda, tuttavia, il sorriso si ferma presto.
La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per il gioielliere Mario Roggero, che il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, dopo aver subito una rapina, inseguì e uccise due dei rapinatori, ferendone un terzo.
La sentenza è definitiva. E, come ricordavano gli antichi, lex dura sed lex: la legge può essere severa, ma resta legge.
Sul piano giuridico la questione è chiusa. Sul piano umano, invece, continua a dividere l’opinione pubblica.
Roggero ha 72 anni. Ha definito la condanna un ergastolo di fatto, osservando che, quando avrà finito di scontarla, avrà superato gli ottantasei anni. Nel video pubblicato prima di costituirsi ha ringraziato chi gli è stato vicino e ha auspicato una normativa che disciplini in maniera diversa casi come il suo.
Nel frattempo si è aperto un altro capitolo, forse ancora più amaro: le richieste di risarcimento avanzate dai familiari dei rapinatori uccisi e dal complice rimasto ferito.
È qui che molti cittadini avvertono quella sensazione di “doppia pena” che alimenta discussioni, indignazione e interrogativi.
Viene spontaneo ricordare la provocazione di Fabrizio Caramagna, secondo cui da qualche parte esisterebbe un giudice disposto a condannare i costruttori del Titanic a risarcire i proprietari dell’iceberg. È una battuta, naturalmente, ma come tutte le battute efficaci nasce da una percezione diffusa.
Nel frattempo la politica ha fatto ciò che purtroppo sa fare con maggiore tempestività: dividersi.
C’è chi invoca la grazia presidenziale, chi difende integralmente la sentenza, chi trasforma una tragedia personale in una bandiera elettorale. Ancora una volta il dolore diventa terreno di scontro ideologico, con il rischio di dimenticare che, prima delle appartenenze, esistono le persone.
La giustizia deve applicare la legge, non gli umori popolari. Ma una democrazia matura ha anche il dovere di interrogarsi quando una sentenza, pur legittima, lascia una parte consistente dell’opinione pubblica con la sensazione che qualcosa non torni sul piano dell’equità.
Non è una critica ai giudici, bensì una riflessione sul rapporto, spesso tormentato, tra diritto e sentimento di giustizia.
Forse è proprio qui il cuore della vicenda: la legge stabilisce ciò che è lecito; la coscienza continua invece a domandarsi ciò che è giusto.
L’agorà del paese, il bar, i social, le tavole di famiglia continueranno a discutere di politica, di legittima difesa e di magistratura. È inevitabile.
Sarebbe bello, però, che almeno per una volta il dibattito riservasse uno spazio anche alla dimensione umana, quella che non entra nei codici, non compare nei dispositivi delle sentenze e non si misura in anni di reclusione.
Perché una società civile non si giudica soltanto da come applica le leggi, ma anche da come riesce a conservare la propria umanità.
E, se proprio vogliamo chiudere con un pizzico di ironia, prendiamo in prestito un pensiero attribuito a Socrate: «Più conosco gli uomini, più apprezzo il mio cane.» Una frase che oggi, osservando il frastuono delle tifoserie politiche, rischia di sembrare meno cinica di quanto fosse quando venne pronunciata.
Montanelli, probabilmente, avrebbe concluso con una delle sue stoccate: «Le sentenze si rispettano. Ma il diritto di discuterle è uno dei pochi privilegi che distinguono una democrazia da un tribunale.»
Giuseppe Arnò
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Foto: Canva remix