Budapest, Bruxelles e il grande mercato delle illusioni

 

Dalle urne ungheresi ai sogni della sinistra da salotto: cambia il vincitore, non il destino. E mentre il mondo sprofonda nel caos, l’Europa cerca ancora una forza che non sa darsi


In Ungheria si vota, e già questo basta a scatenare, nei salotti del commento europeo, un entusiasmo quasi liturgico. Le urne si aprono, i microfoni si accendono, i think tank caserecci della sinistra italiana, più numerosi dei votanti e spesso meno lucidi, si dispongono in semicerchio per celebrare l’ennesima alba della storia.

Péter Magyar, con l’aplomb di chi sa che in politica la sicurezza vale più della verità, proclama: «Il nostro partito vincerà; resta solo da capire se con la maggioranza semplice o con quella assoluta». La frase è perfetta: solenne, rassicurante, inutilmente categorica. È la frase che ogni popolo desidera sentire alla vigilia di una disillusione.

Poi arrivano le promesse, quelle che hanno il pregio dell’universalità. Rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Unione Europea e nella NATO. Scongelare i fondi di Bruxelles. Combattere la corruzione. Restituire dignità istituzionale al Paese.

In altre parole: la solita lista della spesa elettorale.

La politica mondiale, a ben guardare, non è altro che una straordinaria industria di slogan riciclabili. Cambiano le capitali, restano identiche le formule. Oggi Budapest, ieri Roma, domani Parigi: le promesse si copiano come le ricette della nonna, con l’unica differenza che il risultato raramente è digeribile.

L’Europa, si dice, ci guadagnerebbe qualcosa con un europeista in più e un bastian contrario in meno. Può darsi. Ma appena il necessario per cambiare il colore delle tende, non certo per raddrizzare i muri della casa.

Le porte del Paradiso, del resto, non le aprono né Orbán né Magyar; le chiavi le custodisce San Pietro, e non risulta che abbia mai ceduto quote di maggioranza a Bruxelles.

È questo il punto che sfugge agli entusiasti del giorno dopo: si confonde il ricambio con il cambiamento.

Si manda via un uomo, se ne acclama un altro, e si immagina che la storia, per gratitudine, cambi direzione. Non funziona così. I popoli hanno la memoria corta e le speranze lunghe; è la combinazione perfetta perché ogni illusione trovi sempre un nuovo pubblico.

Oggi si celebra la possibile fine del Fidesz, domani si invocherà il suo ritorno come rimedio ai guasti dei successori. È il pendolo eterno della politica moderna: si odia chi governa fino a rimpiangerlo, e si ama chi arriva fino a detestarlo.

In Italia, naturalmente, il fenomeno assume toni quasi teatrali.

Il politicantismo degli sfaccendati, dei commentatori seriali, dei sacerdoti del talk show e dei divulgatori da social è già in fermento. Si guarda a Budapest come si guarda a una finale di coppa, con l’illusione puerile che una vittoria altrui possa anticipare una rivincita domestica.

Sognano i propri beniamini, i contras nostrani, spesso privi di programma ma ricchi di pose, pronti a salire sul palco per gridare: «Abbiamo fatto la storia!»

La storia, purtroppo, è una signora severa: non si lascia fare così facilmente. E spesso, davanti a certi protagonisti, non concede neppure la geografia.

Ma il vero nodo non è l’Ungheria. Il vero nodo è il mondo.

Mentre a Budapest si contano le schede, altrove si contano i rischi di un conflitto globale. Hormuz, Teheran, Washington, Mosca, Pechino: un groviglio di minacce, smentite, mediazioni e prove muscolari che assomiglia più a un preludio di tempesta che a un ordine internazionale.

L’ordine mondiale, semplicemente, non esiste più.

È evaporato insieme alle vecchie certezze, lasciando dietro di sé una polvere geopolitica che nessuno riesce più a ricomporre. E allora ecco il nuovo mantra: costruire una Europa forte, capace di proiettare un potere globale.

Magnifica espressione. Talmente magnifica da sembrare vera.

Ma una forza non nasce per decreto, né per dichiarazione televisiva. Non la si ottiene cambiando leader come si cambia il presentatore di un programma in calo di ascolti.

I partiti, bisogna avere il coraggio di dirlo, hanno fallito.

Hanno fallito nel pensiero lungo, nella capacità di guida, nella visione strategica. Hanno ridotto la politica a manutenzione ordinaria dell’emergenza, a reazione nervosa al titolo del giorno.

Forse, allora, non resta che affidarci alle eccellenze disponibili: competenze, intelligenze libere, figure capaci di pensare in grande senza appartenere alle liturgie del partito.

Oppure, più radicalmente, a ciò che trascende la politica stessa.

«Senza Cristo non ci sarà una nuova Europa», parafrasando il cardinale Müller.

È una frase che, al netto della dimensione spirituale, possiede una forza civile formidabile: nessuna architettura istituzionale sopravvive se perde la propria anima.

La Bibbia ci racconta che il mondo nacque dal caos.

A guardare il presente, viene il sospetto che non ne sia mai davvero uscito.

E allora la conclusione, più che sarcastica, diventa inevitabile.

Forse Karl Kraus aveva visto giusto: ben venga il caos, perché l’ordine non ha funzionato.

E noi, europei moderni, continuiamo a cambiare i nomi sulle targhe dei ministeri credendo di cambiare il destino dei popoli.

È il nostro vizio più antico: scambiare il rumore per la storia.

Il resto è propaganda.

La resa dei conti, come sempre, arriva dopo le elezioni.

E non vota mai nessuno.

In democrazia si cambia il nome del vincitore; il destino, per crudele consuetudine, resta quasi sempre lo stesso.

Giuseppe Arnò

*

Foto by Canva

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