Armani muore solo una volta

E no, non toglie spazio a Gaza: il lutto non è un monopolio ma una pluralità di voci

Milano si è messa in fila, in silenzio, per Giorgio Armani. Già dalle 7 del mattino centinaia di persone aspettavano di entrare nell’Armani/Teatro di via Bergognone, dove è stata allestita la camera ardente del re della moda. Lanterne di carta, candele, incenso e una bara sobria con rose bianche: così l’Italia ha detto addio a uno dei suoi simboli più grandi.

In fila c’erano politici, stilisti, registi, sportivi, ma soprattutto cittadini comuni. A sancire che Armani, pur nella sua riservatezza, era ormai patrimonio collettivo. Un uomo che non ha vestito soltanto i corpi, ma un’idea intera di italianità.

Eppure, da qualche giorno, accanto ai necrologi per Armani proliferano anche quelli contro i necrologi stessi. “Troppo spazio ai giornali, e Gaza allora?”. Ecco, appunto: Gaza. Un dramma quotidiano e sanguinoso, tragico nella sua ripetitività. Là purtroppo si muore ogni giorno, e ogni giorno se ne scrive. Armani, invece, è morto una volta sola. E, spiace dirlo,  i morti non sono intercambiabili come le caselle di un Sudoku: non è che togliendo un articolo su Armani se ne salva uno a Rafah.

Il mondo è fatto di disgrazie: grandi, piccole, personali o collettive. L’informazione non è un registro condominiale dove si spunta chi ha diritto al cordoglio. Oggi è Armani, ieri Gaza, domani altro ancora. A ciascuno la sua voce, con la dovuta importanza.

E Armani l’importanza ce l’ha eccome: un uomo che ha reso Milano un laboratorio di stile, che ha insegnato a generazioni il valore della misura, che ha costruito un impero globale senza mai diventare una caricatura di se stesso. Non basta un trafiletto: sarebbe come ridurre la Scala a un karaoke.

Lunedì i funerali privati, lutto cittadino, bandiere a mezz’asta. Poi, forse, l’iscrizione al Famedio. Perché Milano non si vergogna di piangere i suoi grandi. E perché Armani, almeno per una volta, ha diritto al monopolio delle prime pagine. Gaza, purtroppo, le avrà ancora domani.

Giuseppe Arnò

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