EDITORIALE MAGGIO 2025

Europa, svegliati o resta spettatrice: tra Trump, draghi cinesi e poker geopolitico Zelensky scopre che il suo futuro dipende da Trump, non da Bruxelles. L’Europa deve svegliarsi: tra il poker geopolitico di Washington e le sirene di Pechino, non c’è più spazio per la retorica. Difesa comune e unione dei risparmi sono l’unica strada per non finire spettatori di un nuovo ordine mondiale scritto da altri. Se l’Europa fosse una persona, in questo momento sarebbe quella che si presenta a una partita di poker mondiale portandosi dietro un manuale degli scacchi. Sul tavolo, Trump rilancia a occhi chiusi, la Cina gioca a Bluff Plus, e Zelensky cerca di non farsi scippare l’ultima fiche: la sopravvivenza. A San Pietro, Zelensky ha avuto il suo personale risveglio amaro: ha capito che i salotti bene dell’Europa non servono più a molto, e che il vero banco della pace si chiama Donald Trump. Non Bruxelles, non l’ONU, non le infinite commissioni con catering. Solo lui, il vecchio sceriffo americano, pronto a riscrivere le regole del gioco come se fosse il regolamento interno del suo golf club. E l’Europa? Ursula von der Leyen ci rassicura: “L’Europa è ancora un progetto di pace”. Splendido! Peccato che, nel frattempo, il mondo abbia cambiato canale e il “progetto” rischi di diventare una rievocazione storica in costume. Perché diciamocelo: l’Occidente come lo conoscevamo è sparito, evaporato tra una crisi bancaria, una pandemia e qualche colpo di dazio lanciato con la grazia di un pianoforte buttato giù da un palazzo. Trump, infatti, gioca su due fronti: quello commerciale — a suon di minacce e dazi — e quello militare — flirtando con l’idea di stracciare l’articolo 5 della NATO come se fosse una multa stradale. In mezzo, l’Europa deve smettere di credere che basti sventolare la bandiera della diplomazia e prepararsi, piuttosto, a correre la maratona sul filo del rasoio. Però, concediamoglielo: l’Unione europea è maestra d’arte nella nobile disciplina del “non sprecare una crisi”. Dal 2008 in poi ha trasformato ogni batosta in una mezza spinta verso un’integrazione federale camuffata da soluzioni tecniche. Oggi la posta è più alta: non basta più reagire. Bisogna giocare d’anticipo. Ecco quindi il piano geniale: un’Unione dei Risparmi, un’Unione della Difesa (SafeEU, per chi ama gli acronimi rassicuranti), e un bel brindisi franco-tedesco al federalismo funzionale. In pratica, si costruiscono due nuove punte federali: una per proteggere i soldi, l’altra per proteggere le frontiere. Una bella evoluzione: da custodi della pace a cassieri e bodyguard del continente. In altre parole, due mosse geniali, da manuale di diplomazia antica: quando non puoi vincere sul tavolo che ti apparecchiano, porti il gioco su un altro tavolo. Intanto, i dazi? Robetta. Fastidi da affrontare con un po’ di tattica e nervi saldi: cambiare rotte, aggiustare catene di fornitura, raddrizzare qualche bilancia commerciale sbilenca. Se ci riesce anche un supermercato durante i saldi, ce la farà pure l’Europa. Il vero match, invece, è tutto sulla capacità di posizionarsi tra USA e Cina come una potenza matura. E magari, per una volta, non solo sopravvivere, ma vincere. Non sarà facile, certo. Ma, come diceva qualcuno, “non bisogna mai sprecare una buona crisi”. Quindi Europa, prepara il mazzo: questa volta non si bluffa. G.& G. ARNÒ

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Scomparso Giancarlo Gentilini. Lo sceriffo ha consegnato la stella

Treviso, 24 aprile 2025 – S’è spenta la stella da scerifo (sceriffo) di Giancarlo Gentilini (Serravalle, borgata di Vittorio Veneto, 3 agosto 1929), scomparso oggi a Treviso dopo che, negli ultimi giorni, era stato ricoverato nell’ospedale Ca’ Foncello. Fu sindaco per la Liga Veneta/Lega Nord della città della Marca per due mandati, dal 1994 al 1998 e dal 1998 al 2003. Venne nominato vice sindaco in altre due tornate (2003-2008 e 2008-2013). Ritentò una terza volta la carica di primo cittadino nel 2013 (anche con la sua lista civica),  riuscendo ad andare al ballottaggio per poi cedere al candidato di centrosinistra, Giovanni Manildo. Nonostante avesse sancito il suo ritiro da ambiti politici in seguito alla débâcle elettorale,  mantenne il suo ruolo di consigliere comunale d’opposizione fino al termine dell’incarico. Si dimostrò polemico ed innovatore, controcorrente dalle tante controversie (anche giudiziarie, per certe sue dichiarazioni ritenute xenofofe, omofobe, contro immigrati, meridionali e donne/femministe), venendo avversato da politici, clero e richiamato da esponenti della Lega. Laureato in Giurisprudenza, si sposò nel 1962 con Teresina Pini di San Vendemiano (Treviso) con la quale ebbe i figli Stefano ed Antonio. Defunta la consorte nell’ottobre 2017, il 26 maggio 2018 convolò a nuove nozze nel municipio di Viano (Reggio Emilia) con Maria Assunta Pace. Alla sua veneranda età. Proprio un vecchio giovane leone di San Marco… Ultimamente apparve nelle reti televisive commerciali venete quale testimonial d’una ditta di apparecchi acustici.   Claudio Beccalossi

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AVON – BIG APPLE CONCERTO

AD AVON, NEGLI STATI UNITI, L’ESECUZIONE DEL BIG APPLE CONCERTO DEL COMPOSITORE TIZIANO BEDETTI, E UN’ALTRA SUA OPERA A BUENOS AIRES       Il 25 aprile, alle ore 19.30 e il 27 aprile, alle ore 15.00, presso il Performing & Fine Arts Center di Avon, città situata nella contea di Hendricks dello Stato dell’Indiana negli USA, verrà eseguito, in prima americana, il Big Apple Concerto per clarinetto e orchestra del compositore italiano Tiziano Bedetti. Gli interpreti saranno la Hendricks Symphony Orchestra, diretta dal Maestro Amy Eggleston, in un organico che prevede circa settanta Professori d’Orchestra. https://www.hendrickssymphony.org/ Il concerto si svolgerà presso Hendricks Live!, il Performing & Fine Arts Center di Avon. Il titolo dei due concerti sarà: Apple to Oranges Concert e vedrà eseguite inoltre la Suite da L’Amore delle Tre Melarance di Sergej Prokofiev e Sotto l’Albero delle Mele di Josef Suk. L’indirizzo dell’auditorium è 200 W Main St, Plainfield, IN 46168, Avon – Indiana (Stati Uniti). È un ulteriore grande riconoscimento internazionale all’autore, Tiziano Bedetti, che entra nel repertorio orchestrale classico. La composizione Big Apple Concerto, commissionata dal mecenate americano Lawrence Dow Lovett e dedicata al clarinettista David Shifrin, è un omaggio musicale alla Grande Mela. La città di New York, con la sua energia vibrante e diversità culturale, ha ispirato molti artisti nel corso degli anni. Il compositore veneto, Tiziano Bedetti, è uno di questi e il suo Big Apple Concerto è un omaggio musicale alla città che non dorme mai. Composto per clarinetto solista e orchestra, il Big Apple Concerto è un’opera che riflette la vitalità e complessità di New York. La musica è un mix di stili e influenze, dalla classica al jazz, dal rock alla musica da film. Il risultato è un’opera unica e affascinante che cattura l’essenza della città. Composto nel 2001, della durata di 25 minuti, il concerto è strutturato in tre movimenti, ognuno dei quali evoca un aspetto diverso di New York: I. Allegro, II. Moderately, with a rock beat, III. Fast. Il Big Apple Concerto si ispira in particolare al mondo musicale newyorkese e all’epoca d’oro del jazz, del mitico clarinettista Benny Goodman e la sua incredibile band, con i funambolici assoli del vibrafonista Leonel Hampton che si scontrano con il rock, il funky (del creatore indiscusso del genere funk, James Brown) e i ritmi della disco music che fanno da sfondo e sound metropolitano. Il Concerto è sopra le righe e fuori dagli schemi, pur mantenendo una forma classica e citazioni, pieno di ritmi pulsanti, vitali e danzanti. L’opera non solo riflette la città di New York, ma anche la sua gente. La musica è un omaggio alla diversità e alla creatività che caratterizzano la città e i suoi abitanti, un riflesso della sua energia, diversità e creatività. La composizione riflette, anche dal punto di vista estetico, quello che si definisce classicismo popolare o classicismo “pop” di cui Bedetti è esponente e vede una ideale continuità ed eredità ripresa da autori quali George Gershwin, Erwin Schulhoff e Leonard Bernstein, innovatori della musica del ‘900. Ricordiamo che Tiziano Bedetti ha collaborato con il grande drammaturgo e librettista italo-americano Mario Fratti, vincitore di 7 Tony Awards, con il quale portò in scena, nel 2014 a Roma l’opera-musical Madam Senator presso il Teatro Stabile Renato Greco, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica. Lo stesso Fratti espresse soddisfazione ed apprezzamenti per la musica di Bedetti definendola eccellente. Tiziano Bedetti verrà eseguito, inoltre, il 15 aprile prossimo, alle ore 19.00, a Buenos Aires in Argentina, presso la Sala del Centro Naval, con un’altra opera, l’Aria “Amor Empio Tiranno” su testo della poetessa seicentesca padovana Isabella Canali Andreini dal soprano di origine polacca Dominika Zamara e dalla pianista Bàrbara Warzyca, in un Recital organizzato dalla Associazione Culturale Argentino Polacca di Buenos Aires. Lo scorso 17 febbraio, presso il Teatro Moderno di Plonsk, a Varsavia in Polonia, la stessa composizione Amor Empio Tiranno è stata eseguita alla presenza del Ministro della Cultura Polacco Joanna Borysiak, nell’ambito del Gran Galà della Cultura, riscontrando un grande successo ed apprezzamento. Il testo affronta tematiche femminili ancora molto attuali oggi. La collaborazione tra il M° Zamara e il M° Bedetti prosegue e sono previste altre prime esecuzioni nei prossimi mesi in Francia, Polonia e Stati Uniti. Bedetti collabora da alcuni anni con Dominika Zamara, alla quale ha dedicato venti lavori tra Liriche, Arie e composizioni Sacre, stimando le sue caratteristiche vocali e la sua predilezione anche per la musica contemporanea. Tiziano Bedetti  Contatti: M° Tiziano Bedetti Via F. Turati, 16 45011 Adria (RO) Italia Tel/Fax: 0039- 0426-23654 Cell: 333-3475295 www.tizianobedetti.com e-mail: [email protected] Fonte: Goffredo Palmerini

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CENERENTOLA DOC D´ORCIA:UN SIGNOR VINO!!!

                  … detto da Donatella Cinelli Colombini a Firenze     Donatella Cinelli Colombini è decisamente figura di primo piano nell’enoturismo italiano oltre che nella produzione dei prestigiosi vini toscani conosciuti in ogni parte del mondo. La prima cantina italiana esclusivamente gestita da sole presenze femminili è: “Casato Prime Donne” ed è un piacere incontrare l’imprenditrice Cinelli Colombini – ‘vignaiola’  se ci permette l’espressione – legata indiscutibilmente all’amatissimo territorio delle Crete Senesi e Val d’Orcia. Delegata “Donne del Vino per la Toscana” la incontriamo  per il convegno dell’ “AIS Toscana, Associazione Italiana Sommelier – Eccellenze di Toscana e le migliori 101 etichette 2025.” Parliamo di ‘ Cenerentola ‘? “Si, di questo vino premiato, “Cenerentola doc d’Orcia “ a base di Sangiovese e Foglia Tonda proprio per questo uvaggio con un vitigno antico toscano estinto da un secolo, riportato adesso alla luce e, con successo, premiato dall’AIS – Associazione Italiana Sommelier. “ Dici Trump dici dazi. Inevitabilmente regna paura e tensione? “Beh…è innegabile anche se il vino è già stato imbarcato per gli Stati Uniti e pertanto il 2025 è salvo. Tuttavia  se abbiamo salvato l’esportazione di questo anno…chissà per gli anni futuri” Esiste il rischio che venga utilizzato vino di qualità minore in questi tempi non felici? “No, non credo,  saranno avvantaggiati i produttori statunitensi.” Carla Cavicchini  

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PREMIO PER LA PACE 2025

   Chiesa San Giacomo alla Lungara Trastevere Roma   Marzo 2025   “Chi canta prega due volte”. Sant’Agostino. Un frase bellissima che racchiude il mondo musicale e non solo, pronunciata  al “Gran Concerto Alessandra D’Amore e Tania Di Giorgio Soprano ‘Ensamble Noi’ durante il “Premio Internazionale per la Pace”. Un bellissimo e sentito momento tenuto nella splendida “Chiesa San Giacomo alla Lungara” nella zona Trastevere di Roma celebrando il momento mistico capace d’abbracciare tutte le religioni del mondo unendo musica e recitazione sotto il coinvolgimento di  “Adeste Fideles” . Tania Di Giorgio in lungo, occhi brillanti e sorriso perenne, non mancava inoltre di coinvolgere il folto pubblico con le tonalità melodiose di “Astro del Ciel”, “Tu scendi dalle stelle”, ‘Para Ninhar’ quale ninna-nanna  brasiliana , ed ancora brani di Ennio Morricone da lei ben conosciuto , l’Ave Maria, celebrando poi Paolo Tosti quale famoso compositore che collaborò con D’Annunzio per l’Avucchella’ proprio con  le frasi  del Vate.  E quindi obbligo parlare de L’Aquila capitale  italiana della Cultura  del  prossimo 2026, in virtù del suo territorio e patrimonio culturale, nonché artistico e naturale. E’ il momento della premiazione  arrivata  alla 4° edizione che si avvale delle splendide voci di Bianca D’Amore Soprano, Tania Di Giorgio Soprano, Tadiana Nurtdinova al violino, Davide Clementi al pianoforte. Estremamente sentita la partecipazione dei “Frati Francescani Minori Conventuali” nella persona di Padre Renzo  Degni  Padre Guardiano della Comunità del San Giacomo mentre ordinatamente  vengono chiamati i numerosi  premiati nel campo dell’arte, cultura, letteratura, medicina, giornalismo, la giornalista internazionale Julia Virsta,  Valentina Viola dottoressa, Barbara Suzzi Presidente CFU, Catia Bugli Vice Presidente CFU, rapporti istituzionali CFU  Sabrina Albanesi, Massimo Bigioni artista, Carla Cavicchini  giornalista, Stefania Montori, Corrado Occhipinti  giornalista, Marcella Foranna mezzosoprano, Antonella Marsella, Valentina Manente, Angela Iacoangeli. Toccanti e significative le parole ascoltate in Via della Lungara per il premio ricevuto sulla “Pace 2025” nel ringraziare la Presidente Tania Di Giorgio, il Convento dei Frati Francescani Conventuali con l’associazione “Menotti Art Academy” e Padre Renzo Degni Guardiano della “Comunità San Giacomo.” Il tema della pace fa da sfondo a tale evento, ma, visto il particolare momento che stiamo vivendo a   livello mondiale, esso diventa un punto fermo verso il quale dedicare tutto il nostro impegno a livello personale e collettivo. Qualcuno ha detto che la pace e la libertà sono valori essenziali, quindi è arrivato il momento di svegliarci dal torpore attivandoci maggiormente contro dissidi, lotte e conflitti. Abbiamo visto, è cronaca, lo sterminio in Medio Oriente mentre ai bambini morti veniva dato l’ultimo bacio straziante dai loro genitori prima d’essere seppelliti. Invocare pace con tutti gli interessi commerciali che vi regnano dietro è forse utopico, ma noi ci crediamo fortemente e quindi che la pace regni con noi e con tutto il mondo intero. Un ringraziamento doveroso a  questo bellissimo incontro che ha permesso d’incontrarci in piena armonia, ed in particolare a Padre Vittorio , capace d’aprire dimensioni di luce…oseremmo dire eterne!” “CFU – Italia odv  Comitato Fibromialgici Uniti – Italia” premiata all’incontro sotto l’  egida della Pace che annualmente premia anche le associazioni,  interveniva più tardi tramite le parole d’una associata, sensibilizzando nel mettere  in atto tutte le risorsa mediche  e psicologiche  nei confronti dei malati della Fibromialgia  caratterizzata da dolore muscolare cronico diffuso associato a rigidità. L’invito è quello del corretto approccio accettando il dolore senza forme di scoraggiamento, praticare valide tecniche di rilassamento, fare giusto movimento, curare l’alimentazione, non trascurando infine il lavoro di gruppo quale stimolo d’aiuto, condividendo addirittura i successi nei  miglioramenti che avvengono. Composto col suo bel volto sereno, veniva data poi la parola a Padre Vittorio Trani ricordando l’impegno cinquantennale e mai smesso verso i detenuti del carcere romano  “Regina Coeli” nelle vesti di Frate Francescano Conventale organizzando per i ‘suoi’ carcerati il concorso “Liberi di scrivere” quale evento letterario  di gran prestigio. Questo incitandoli nello scrivere racconti e poesie, atte alla finalità di conoscenza interiore, con seguito di buona capacità di recupero. Immancabile  di conseguenza spendere ancora due parole per Padre Vittorio che, regolarmente  si sposta  a Lourdes, nel Santuario di Fatima in raccoglimento,  continuando inoltre il viaggio per Saragozza verso Santiago de Compostela. Fieri pertanto di tale  figura conosciutissima, nel suo impegno costante d’accogliere nel suo cuore e nella sua parrocchia, persone credenti e non, di ogni razza e colore. Prossimamente poco prima  delle festività pasquali presso il Santuario dell’Immacolata Concezione nei vicoli di Chiaia a Napoli,  celebrando la Risurrezione di Cristo e conseguente  vittoria della vita sulla morte, saranno consegnate pergamene varie a persone custodi di luci e di speranze. Ovvero sia  molteplici figure  come le varie insegnanti che si prodigano nel Santuario tramite insegnamenti per chi versa  in condizioni disagiate,  ripetizioni su studi scolastici, percorsi volti al recupero contro le  tossico-  dipendenze ed alcool, lezioni  di dottrina, ed altro ancora. Sul palco per le premiazioni saliranno  anche sociologi, giornalisti , esperti d’ambiente, medici, scrittori, letterati, artisti  ed altro ancora, ricordando  la Pasqua, festa cristiana, una delle  ricorrenze più importanti del Cristianesimo.   Carla Cavicchini

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L’ombrello nucleare europeo: protezione o illusione?

Non è il numero delle testate che la vince: in un conflitto nucleare nessuno vince. Se piove, meglio avere un ombrello. Ma se la pioggia è nucleare, serve qualcosa di più resistente. Così sembra pensarla Emmanuel Macron, che ha recentemente proposto di allargare lo scudo atomico francese agli alleati europei. L’idea di un ombrello nucleare europeo, con Francia e forse Regno Unito a fare da scudo atomico al continente, è tornata al centro del dibattito politico. Ma quanto è realistica questa prospettiva? La “Force de Frappe”: l’arsenale francese La dissuasione nucleare è una strategia militare difensiva per la Francia, creata negli anni Sessanta secondo il principio che con il proprio arsenale atomico, la cosiddetta “force de frappe”, Parigi ha la capacità di infliggere danni che il proprio avversario giudicherebbe “inaccettabili”. In piena Guerra Fredda, per volere del generale De Gaulle, l’obiettivo dichiarato della “force de frappe” francese era di evitare una guerra generalizzata. Oggi la Francia è l’unico Paese dell’Unione Europea a possedere armi atomiche, con un arsenale di circa 290 testate nucleari. Numeri ben lontani dai 5.000 ordigni di Stati Uniti e Russia, che insieme detengono il 90% delle testate mondiali. Tuttavia, non è la quantità a determinare l’efficacia di una strategia nucleare: la deterrenza si basa sulla capacità di sferrare un colpo in grado di dissuadere qualsiasi avversario. La proposta di Macron: un’ombrello nucleare per l’Europa? In un periodo di crescenti tensioni nei rapporti transatlantici, Emmanuel Macron ha suggerito di condividere la deterrenza nucleare francese con i partner europei, riducendo la dipendenza dagli Stati Uniti. L’idea nasce dalla preoccupazione per un possibile disimpegno di Washington dalla difesa del continente, come suggerito da recenti mosse politiche americane. Ma la proposta di Macron è densa di incognite: chi deciderebbe quando e come impiegare le armi nucleari? La Francia manterrebbe il pieno controllo sul proprio arsenale, il che renderebbe l’ombrello nucleare più una promessa politica che una garanzia effettiva. Inoltre, l’eventuale estensione della protezione nucleare francese solleva dubbi anche tra gli alleati: l’ombrello sarebbe per tutti o solo per alcuni Paesi selezionati? Un’illusione più che una protezione? Se da un lato la proposta di Macron rafforzerebbe l’autonomia strategica europea, dall’altro solleva interrogativi pratici e politici. L’ombrello nucleare americano, che ha garantito la sicurezza dell’Europa per oltre settant’anni, è basato su un impegno chiaro e collettivo nell’ambito della NATO. Quello francese, invece, resterebbe sotto il controllo esclusivo dell’Eliseo. In un conflitto nucleare, si sa, non ci sono vincitori. E forse l’idea di un ombrello nucleare europeo è più una manovra politica che una reale alternativa strategica. Ma in tempi di incertezza, anche una promessa può fare la differenza. Giuseppe Arnò Foto: https://creativecommons.org/licenses/by/2.0/ Autore (vincent desjardins)

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Sanremo, il carrozzone che non vuole fermarsi

  Finalmente si spengono le luci del Festival di Sanremo, questo spettacolo che ogni anno monopolizza il piccolo schermo e le pagine dei giornali, invadendo la quotidianità dei comuni mortali. Il circo musicale si ripete puntuale, sempre uguale a se stesso, sempre pronto a fagocitare l’attenzione nazionale con una maratona interminabile di ore ed ore di musica, dibattiti, polemiche e spot pubblicitari mascherati da intrattenimento. Mentre le guerre dilaniano il mondo, mentre centinaia di giovani soldati perdono la vita per difendere la loro patria e i loro ideali, noi ci ritroviamo incollati davanti a una sequenza di canzoni e lustrini, come se nulla fosse. Il Festival appare ogni anno più anacronistico, un monumento all’evasione fine a se stessa che stride con la drammaticità dei tempi che viviamo. In un’epoca in cui l’informazione dovrebbe essere priorità, in cui le notizie di attualità meriterebbero più spazio e attenzione, ci ritroviamo invece con i telegiornali ridotti a mere appendici dell’evento sanremese, trattando la kermesse musicale con la stessa importanza delle grandi questioni geopolitiche. Al di là di qualche raro spunto artistico degno di nota, la musica proposta è sempre più omologata, priva di quella scintilla che dovrebbe caratterizzare un grande evento culturale. La macchina del Festival si autoalimenta, generando profitti per gli organizzatori e per la Rai, che ogni anno scommette su questo spettacolo come garanzia di ascolti. Ma a quale prezzo? Ore e ore di trasmissioni ripetitive, di promozioni forzate, di pubblicità manifesta e no, di retorica vuota e applausi a comando. Sanremo non è l’Italia reale, è una fiction seriale, un racconto che non riflette l´oggettività del Paese, ma un’illusione confezionata per vendere sogni preconfezionati. Come già osservava Umberto Eco nella sua “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, certi fenomeni mediatici sono lo specchio di una società che si nutre di rituali ripetitivi e prevedibili. Forse sarebbe il caso di mettere in discussione questo meccanismo, di smettere di celebrare ogni anno lo stesso spettacolo stanco e dirottare l’attenzione su ciò che davvero conta. Ma, si sa, il carrozzone non si ferma facilmente: finché ci sarà pubblico pronto a guardarlo, continuerà a marciare imperterrito. Giuseppe Arnò

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Ritardi, Sale d’Attesa e Sondaggi: Il Nuovo Spettacolo Nazionale

  Capperi, l’eterna poesia dei ritardi ferroviari! Nulla racconta meglio l’identità di un Paese quanto un treno che non arriva e una sala d’attesa che non c’è. Una scenografia degna del miglior cinema d’autore, stile Russia di Dr. Zivago, ma senza la neve romantica e con molta più umidità. Addio alle nostalgiche panche di legno, quelle che scolpivano la schiena e l’anima, sostituite oggi da lussuose sale VIP e bar pieni di caffè fumanti e cornetti al burro. Ah, la modernità! Ma c’è chi, con spirito di certosina malinconia, rimpiange la rustica austerità di un tempo. Nel frattempo, mentre il popolo si distrae con i minuti di ritardo dei treni e la mancanza delle antiche latrine pubbliche, ecco che le vere notizie passano silenziose. Notizie che scottano, tipo quella di un Partito Democratico che perde terreno come neve al sole, mentre Giorgia Meloni e i suoi Fratelli d’Italia avanzano con passo deciso. Ma perché parlare di politica concreta quando possiamo indignarci per una seduta scomoda in stazione? È un trucco vecchio quanto il mondo: panem et circenses. Solo che oggi il pane è un croissant e i circenses sono le indignazioni social sui ritardi dei treni. C’è chi si indigna davvero, con veemenza, perché la vecchia sala d’attesa non c’è più, come se l’assenza di una panca scomoda fosse il vero problema nazionale. Provate a contestare questa narrazione e preparatevi all’esilio sociale: fascista! Reietto! Senza diritto di parola! Un’accusa che ormai si lancia con la leggerezza di un like su Instagram. Nel frattempo, sui social network impazzano analisi raffinatissime su questi drammi da bar dello sport, mentre le questioni fondamentali del Paese restano sullo sfondo. E allora, signori, avanti così! Discutiamo pure del cuscino mancante sulle sedie delle stazioni o sulle nostalgiche vecchie latrine a uso gratuito, mentre il treno del buon senso passa e noi restiamo sul binario morto. Redazione

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“Dal Deserto al Donbass: Putin, Assad e il Risiko delle Potenze Globali”

                      Lukashenko, Assad e il Grande Risiko del Mediterraneo:                            Mosca Tra Scacchi e Backgammon È il caos geopolitico che si trasforma in spettacolo: benvenuti al circo delle potenze globali, dove le mosse di Putin non sono mai banali e ogni crisi diventa l’occasione per ridefinire il concetto di “pragmatismo”. La caduta di Bashar al-Assad, come neve al sole siriano, è solo l’ultima scena di un dramma che unisce il teatro mediorientale con il palcoscenico ucraino. E nel mezzo? Un Vladimir Putin che sorseggia tè sotto un ritratto di Caterina la Grande, pensando a come mantenere la posizione sul Mediterraneo senza perdere di vista il Dnipro. Assad? “Era un caro amico, ma ora devo occuparmi di Lukashenko” Che la Russia abbia accettato la fine del regime di Assad è ormai chiaro. Ma attenzione: Mosca non ha mai avuto un debole per le monogamie politiche. Lo dimostra il fatto che, mentre in Siria il governo si scioglie più velocemente del gelato a Tartous, il Cremlino si preoccupa di consolidare l’impero… o almeno di salvare Lukashenko. “Assad chi? Non so di cosa parliate,” sembra suggerire Putin mentre distribuisce pacche sulle spalle degli ufficiali russi impegnati a Khmeimim. La strategia russa è invidiabilmente elastica: se non puoi tenere il leader, tieni le basi. Damasco è caduta? Nessun problema, Tartous e Khmeimim restano. Perché per Putin, il mare è più affascinante delle montagne di Latakia e il pragmatismo è l’arma segreta. I ribelli con la licenza di (non) colpire La caduta del regime siriano, facilitata da un’avanzata ribelle che ha ignorato strategicamente le basi russe, è come un giallo scritto male. “Strano, ma non troppo”, direbbe Hercule Poirot. Le teorie dietro le quinte suggeriscono che Erdogan abbia fatto da mediatore, garantendo ai russi che Tartous sarebbe rimasta al sicuro, almeno fino al prossimo capitolo di questa saga geopolitica. Nel frattempo, l’imprevedibilità del jihadismo fa impazzire tutti. È il caos post-multilateralismo, dove non sai mai se il tuo nemico di oggi sarà il tuo alleato di domani. E con i talebani in visita a Mosca, il Cremlino sembra pronto a negoziare anche con il Diavolo, purché la base navale resti operativa. Ucraina: una priorità con un costo E mentre la Siria diventa l’ennesimo tassello del grande risiko globale, l’Ucraina resta il vero banco di prova. Qui la Russia non può permettersi passi falsi. La tenuta di Lukashenko diventa più cruciale della sopravvivenza politica di Assad: perché in questo scacchiere complesso, Minsk è la torre che protegge il re. Certo, qualche osservatore ottimista potrebbe pensare che il disimpegno siriano preluda a una distensione sul fronte ucraino. Ma la realtà è che Mosca sta solo riorganizzando le sue pedine, spostando risorse da una battaglia all’altra senza perdere di vista l’obiettivo finale: vincere a tutti i costi, o almeno non perdere troppo platealmente. Un Macron in cerca di redenzione E l’Europa? L’Occidente, sempre in ritardo rispetto alla geopolitica creativa di Putin, cerca di improvvisare. Emmanuel Macron, ad esempio, è passato dal voler inviare truppe europee in Ucraina a diventare il mediatore di pace più fotogenico della storia, sorridente tra Trump e Zelensky. Una mossa che, se non altro, garantisce qualche punto di gradimento interno, sempre utile quando la politica estera fallisce ma si vuole salvare la faccia. Conclusione: il Risiko non è mai stato così divertente E così, la crisi siriana diventa un episodio tragicomico in cui Assad svanisce, Erdogan fa da regista, e Putin gioca a scacchi con un occhio sul Mediterraneo e l’altro sul fronte ucraino. In tutto questo, il mondo assiste, diviso tra ammirazione per il pragmatismo russo e confusione per una partita che sembra non finire mai. Ma dopotutto, chi ha mai detto che il Risiko fosse un gioco per cuori deboli? Redazione Foto Assad: credit  Khamenei.ir

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“Chi l’ha visto? Il mistero di Assad tra fuga, bunker e fantapolitica”

Dove sarà finito Assad? Un giallo degno di una spy-story A Damasco, la città assediata e al centro del dramma siriano, non si trova Bashar al-Assad. Si trova però una buona dose di confusione, una miriade di voci e una serie di sviluppi che sembrano tratti da un romanzo di spionaggio. Le fonti ufficiali del regime assicurano che il “rais” è ancora saldo al timone della Siria (anche se la barca sembra ormai mezza affondata). Tuttavia, secondo la CNN e altre testate internazionali, Assad non si vedrebbe più nemmeno col binocolo nella capitale. Dove sia, esattamente, è oggetto di accese speculazioni: alcuni lo immaginano nascosto nei meandri di un bunker super-segreto, altri suggeriscono che abbia già salutato Damasco e sia volato verso destinazioni più sicure, come Teheran o Mosca. Una capitale sotto assedio Mentre Damasco si trasforma in una metaforica “stanza degli interrogatori” per il destino della Siria, i ribelli avanzano impetuosamente. I quartieri esterni della città cadono uno dopo l’altro, il carcere di Sednaya è stato preso, e i prigionieri di coscienza sembrano finalmente vedere la luce dopo anni di buio. Le forze di Hayat Tahrir al-Sham, che un tempo si occupavano di slogan e video propagandistici, ora dominano un’ampia porzione del territorio. Assad: turista o stratega? Se davvero Assad si è dileguato, non si sa se stia negoziando un esilio sicuro o cercando un compromesso per mantenere almeno una fetta di potere. Bloomberg suggerisce che sia in Iran, pronto a firmare accordi. Altri lo collocano in una villa russa sorvegliata da orsi addestrati. Di sicuro, la sua assenza alimenta lo smarrimento del regime, ormai lasciato con pochi alleati concreti. La diplomazia in azione (forse) Intanto, a Ginevra e Doha si susseguono summit che sembrano più tentativi di salvare le apparenze che reali negoziati. La Russia e l’Iran dichiarano di voler “salvaguardare la stabilità siriana” ma, tradotto, significa: “Siamo un po’ a corto di soluzioni (e di soldi)”. Israele, invece, ha deciso di rafforzare la sua presenza sulle alture del Golan, dimostrando che una Siria caotica è il regalo di Natale che non voleva ricevere. E ora? Il destino di Assad è un thriller che si scrive in diretta. Forse fuggito, forse ancora lì, ma sicuramente sempre più isolato. Il leader, che aveva fatto del controllo totale il suo mantra, ora sembra l’ultimo spettatore di uno spettacolo che gli è sfuggito di mano. Nel frattempo, l’unica certezza è che la Siria continua ad essere la scena di un dramma umano senza fine. E, ovunque si trovi Assad, un pensiero lo avrà sicuramente: “Forse governare non è poi così facile come sembrava.” Redazione

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