Il paradosso dell’ospitalità distratta

Quando l’accoglienza diventa disattenzione e i protettori rischiano di ritrovarsi guidati da ciò che non hanno voluto governare


C’è un’antica virtù, l’ospitalità, che ha reso grande la civiltà europea. E poi c’è la sua caricatura moderna: l’accoglienza senza regole, senza misura e, soprattutto, senza conseguenze, almeno fino a quando le conseguenze non bussano alla porta, spesso senza neppure citofonare.

Il dibattito pubblico, sempre pronto a indignarsi per ciò che è lontano, fatica invece a fare i conti con ciò che cresce sotto casa. Non si tratta di evocare fantasmi né di indulgere in paure collettive, ma di osservare un dato semplice: ogni comunità che entra in un sistema senza condividerne pienamente regole e responsabilità finisce, prima o poi, per modificarlo. Non è un giudizio: è una legge di natura sociale.

Il punto non è “lo straniero” in quanto tale, parola ormai usurata e spesso abusata, ma l’irregolarità eretta a sistema, l’eccezione che diventa prassi, il temporaneo che si fa permanente. È lì che la politica smette di governare e comincia a inseguire. E chi insegue, di solito, arriva sempre secondo.

Nel frattempo, una parte della classe dirigente, quella che ama definirsi “protettiva”, difende questo modello con una convinzione quasi commovente: che ogni fenomeno, purché animato da buone intenzioni, si auto-regoli. È una fiducia che rasenta la fede. E come tutte le fedi, resiste anche all’evidenza.

Ma la realtà, che non legge i comunicati stampa, segue un’altra logica. Chi viene accolto senza condizioni tende naturalmente a organizzarsi, a contare, a pesare. E chi lo ha favorito, convinto di esercitare un controllo morale, scopre con un certo ritardo di aver ceduto un pezzo di controllo reale. È il momento in cui i protettori iniziano a essere, se non proprio governati, quantomeno condizionati dai loro protetti.

La politica, nel frattempo, si è trovata spesso impantanata tra annunci muscolari e vincoli giuridici, in una partita dove ogni mossa viene contestata prima ancora di essere applicata. Il risultato è un curioso equilibrio: decisioni che nascono già zoppe e finiscono per essere archiviate tra ricorsi, cavilli e udienze che trasformano ogni questione in una lunga cena a base di rinvii,  rigorosamente “a tarallucci e vino”.

Qualcosa, tuttavia, sembra muoversi sul piano europeo. L’idea di esternalizzare alcune procedure e di rafforzare i meccanismi di rimpatrio rappresenta, almeno sulla carta, un tentativo di riportare il tema su un terreno più concreto. Non è la soluzione definitiva,  le soluzioni definitive, di solito, esistono solo nei comizi, ma è un segnale che il problema è stato finalmente riconosciuto come tale.

Resta però una domanda, che nessuna normativa potrà mai eludere: una società è davvero aperta quando accoglie tutto, o quando sa distinguere cosa può integrare e cosa invece rischia di disgregarla?

Montanelli, con la sua ironia asciutta, forse avrebbe detto che gli italiani non temono di essere invasi: temono piuttosto di dover decidere cosa fare dopo. E nel dubbio, preferiscono non decidere affatto.

Poi, un giorno, si svegliano, e scoprono che qualcuno ha deciso per loro.

A quel punto, lamentarsi serve a poco. Chiudiamola lì, è meglio.

Giuseppe Arnò

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