Il paradosso del possesso

Perché desideriamo ciò che non possiamo avere di Krishan Chand Sethi Nel silenzio dei corridoi umani giace un paradosso, un sentimento espanso di desiderio per qualcosa che è sempre appena oltre la nostra portata. Siamo ossessionati dall’illusorio, dall’irraggiungibile, dal misterioso, e proprio queste cose riempiono le nostre menti, invitandoci con un fascino ultraterreno. È come se le vite non realizzate abitassero liberamente nella nostra mente, più preziose nella loro assenza di qualsiasi altra cosa che possiamo realmente raggiungere. Ci ricorda incessantemente ciò che non sarà mai, una sorta di chimera che sussurra piaceri ideali, di come le cose potrebbero essere se solo potessimo raggiungerle. Nel frattempo, tutto ciò che possediamo scivola nello sfondo, avvolto nella familiarità umida che genera apatia. Dimentichiamo i tesori che sono i nostri compagni quotidiani: le vittorie per cui abbiamo lavorato, le relazioni che abbiamo coltivato, e quelle piccole cose che portano gioia nelle nostre vite. Se questa è la realtà dell’essere fuori dal proprio cammino, ignorando ciò che si ha già per ciò che si deve ancora ottenere, potrebbe solo farci cadere in un ciclo infinito di desideri. Uno che promette sempre di soddisfare al prossimo traguardo, ma raramente mantiene la promessa. Questo è un ciclo vizioso che alla fine si rivela autodistruttivo nella misura in cui ci spinge indietro. Cercando il prossimo “oggetto,” sminuiamo il presente, privandoci della felicità che deriva dalla gratitudine e dall’apprezzamento, dicendoci che la contentezza è una destinazione futura, un luogo che raggiungeremo solo quando avremo ciò che ci manca. Eppure, più ci avviciniamo a un desiderio che un altro emerge davanti a noi, come un miraggio sull’orizzonte del deserto. È come se il cuore fosse stato addestrato ad inseguire, mai guardare indietro, concentrarsi solo sui vuoti e non sui tesori già acquisiti. Pensiamo per un momento alla bellezza di un’amicizia ben coltivata, alla serenità di un momento di solitudine, e al calore di sapere di essere amati. Tesori inestimabili, eppure troppo spesso non riconosciuti. Dimentichiamo ciò che almeno avevamo sognato; dimentichiamo ciò che aspiravamo a possedere. Un tempo avevano catturato la nostra mente quando erano irraggiungibili; ora, come sussurri in una stanza piena di rumori, svaniscono nel silenzio. È la possibilità che, prestando loro attenzione, perdiamo la pienezza della nostra vita, quella bellezza nascosta dietro la quotidianità. Questo paradosso — la consapevolezza che bramiamo ciò che ci manca trascurando ciò che abbiamo — è antico. I filosofi, poeti e pensatori di un tempo ci hanno avvertito di “volere ciò che abbiamo” piuttosto che “avere ciò che vogliamo”. Ma nel nostro mondo frenetico, orientato all’ottenimento di successi, siamo più propensi a celebrare l’ambizione e a scambiare la contentezza per la compiacenza. E la vera contentezza è tutt’altro che compiacente; piuttosto, è un atto di apprezzamento attivo e intenzionale della vita già piena, già abbastanza. Rompiamo questo ciclo attraverso l’arte della gratitudine consapevole. È una scelta, un atto intenzionale nel notare e valorizzare ciò che ci circonda. Quando ci fermiamo a riconoscere le nostre benedizioni, il nostro cuore trova pace e la nostra mente si stabilizza nell’apprezzamento. Riconosciamo la ricchezza già presente nelle nostre vite. Veramente, i piccoli miracoli: le risate degli amati insieme a noi; la natura splendida; le lezioni degne di essere apprese per la saggezza. Quando impariamo a valorizzare ciò che ci è caro, sbiadisce il fascino inquietante dell’irraggiungibile. Scopriamo che la maggior parte dei tesori nella vita non è qualcosa che possiamo afferrare con le mani, ma è ciò che conserviamo nel nostro cuore e nella nostra mente. Invece di riempire la testa con ciò che non abbiamo, pensiamo ai tesori che già possediamo. Facendo così, potremmo scoprire che la soddisfazione non sta nella corsa infinita verso il “di più,” ma nella profondità con cui apprezziamo tutto ciò che già abbiamo. Alla fine, ciò che non possiamo possedere perseguiterà sempre le nostre menti, ma lo fa come un maestro: un silenzioso promemoria a non cercare illusioni, ma a vivere pienamente con ciò che possediamo qui e ora. La vera ricchezza non è il miraggio del desiderio, ma l’apprezzamento calmo e contemplativo di ciò che è reale, e di ciò che dà alla vita una pienezza autentica. E allora scopriamo che la vita è un dono: traboccante e piena solo se lasciata essere. Autore Dr. Sethi K.C. Daman, India – Auckland, Nuova Zeland *** My New Philosophical Article in English(Original)  “The Paradox of Possession: Why We Yearn for What We Cannot  Hold” In the silence of man’s corridors, a paradox lies, an expanded feeling of wanting something that always is just a little beyond one’s reach. We are obsessed with the illusionary, the unreachable, the mysterious, and these very things fill our heads, beckoning to us with an otherworldly allure. It is as if the unrealized lives are free rent in our heads, more dear in its loss than any holding of the arms we can attain. It reminds us incessantly of what it will never be, a kind of chimera whispering of ideal pleasures, of how things could be if only one might attain it. Meanwhile, all that we have goes down into the backwash, shrouded in the damp familiarity that breeds apathy. Indeed, we forget the treasures that are our daily companions: the victory we have worked for, the relationships we have nurtured, and those simple things that bring joy into our lives. If such is the reality of being out of one’s way in ignoring what one already has in place for what’s still out of his or her reach, it may just land us in some sort of wheel-revolve-of-wishfulness. It is one that always promises to deliver at the next conquest but very seldom does. This is a vicious cycle that is ultimately self-defeating insofar as it drives us backward. In seeking the next “thing,” we debase the present, deprive ourselves of the happiness brought by gratitude and appreciation, and tell ourselves that contentment is a future destination, a place we will only reach when we have what we lack. Yet, the closer we

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Il difensore civico

Il difensore civico è una figura di garanzia a tutela del cittadino, che ha il compito di accogliere i reclami non accolti in prima istanza dall’ufficio reclami del soggetto che eroga un servizio. [In Italia, il difensore civico comunale, è stato soppresso dall’art 2 comma 186 lettera a) della Legge 191/2009, dal Decreto Legge 2 del 2010, convertito in Legge 42 del 2010]. È detto anche ombudsman, termine che deriva da un ufficio di garanzia costituzionale istituito in Svezia nel 1809 e letteralmente significa «uomo che funge da tramite». All’interno della dottrina giuridica l’istituto dell’ombudsman e la sua evoluzione sono ancora fonte di discussione. Se parte di essa ritiene che si possa parlare di difensore civico in senso proprio soltanto a partire dal XIX secolo, prendendo quindi come riferimento il primo ombudsman, quello nato in Svezia, esiste un’altra parte della dottrina che invece fa risalire questa particolare istituzione a tempi remoti. Il difensore civico nella storia La ricerca storica sull’esistenza di figure istituzionalmente preposte, nel passato, a vigilare sul buon andamento dell’attività amministrativa ed a tutelare le persone dagli abusi commessi dai funzionari pubblici, aiuta a comprendere meglio e ad inquadrare correttamente la figura del difensore civico per come emerge dalla normativa europea e statale in vigore. Lo studio della progressiva evoluzione storica dell’istituto evidenzia indubitabilmente che molte prerogative, riconosciute oggi all’ombudsman, sono sorprendentemente affini e talvolta identiche a quelle di figure istituite presso molte città dell’impero romano sin dai primi secoli dell’era cristiana. del resto dai primi tempi della repubblica lo ius intercessionis attribuiti ai tribuni della plebe copriva molte funzioni che ora sono pensate per il difensore civico Secondo altri, le prime figure pubbliche analoghe debbono essere riconosciute invece nel III secolo d.C., con particolare riferimento sia agli έκδικτοι (ecdici) che ai σύνδικοι (syndici), funzionari collocati in uno spazio intermedio tra comunità locale e strutture periferiche dello Stato romano che esercitavano funzioni peculiari in gran parte molto simili a quelle attribuite attualmente all’ombudsman. Questa istituzione romana era nota comunemente con il nome di defensor civitatis ed essa continuò ad essere presente nella cultura del tempo sino allo scomparire di entrambi gli imperi d’occidente ed oriente (in alcuni casi la figura del defensor civitatis rimase ancora all’interno dell’amministrazione, si pensi agli ostrogoti, ma successivamente andò oscurandosi).  Il difensore civico nella Svezia moderna Una figura simile al defensor civitatis romano è riapparsa molti secoli dopo, nel 1809, in Svezia, a seguito dell’emanazione della nuova costituzione successiva ad una rivoluzione contro la monarchia. Questa figura istituzionale, analoga a quella romano-imperiale, prese il nome di ombudsman. La necessità che veniva a configurarsi in quegli anni in Svezia era quella di bilanciare il potere del parlamento e del governo al fine di vedere salvaguardate le competenze dell’uno e dell’altro organo senza interferenze reciproche. In particolare il parlamento voleva affermare la sua indipendenza e centralità e si volevano inoltre tutelare i diritti e le libertà personali dei cittadini dagli abusi eventualmente compiuti dal governo nello svolgimento delle sue mansioni. La nuova figura istituzionale è quindi fin dalla nascita una figura di garanzia, un osservatore imparziale che ha l’onere di vigilare sull’operato del governo e le sue diramazioni, in breve sul funzionamento della pubblica amministrazione. Nella costituzione svedese del 1809, l’ombudsman fu concepito come organo fiduciario del parlamento con il compito di controllare e verificare solamente la legalità formale degli atti emanati dal potere esecutivo; l’esercizio di tale funzione venne suddivisa tra parlamento e ombudsman in modo tale da riservare al primo il controllo dell’attività del governo ed al secondo il controllo sulla pubblica amministrazione, saldamente nelle mani del monarca, al fine di contenere il potere assoluto di costui e di garantire l’indipendenza del parlamento rispetto agli apparati amministrativi. Inoltre l’ombudsman svedese fu dotato dei poteri d’inchiesta e di messa in stato di accusa dei funzionari ritenuti colpevoli; il suo intervento di controllo poteva incidere unicamente sugli organi e non anche sugli atti, perché gli venne attribuito solamente il compito di segnalare i vizi degli atti all’autorità competente ai fini disciplinari e non anche il potere di annullare, modificare o revocare l’atto inficiato; gli fu comunque estranea la funzione di tutela giurisdizionale delle posizioni soggettive di vantaggio dei cittadini.  La diffusione dell’ombudsman Nel corso del XX secolo la figura dell’ombudsman ebbe un notevole successo e si diffuse nel mondo all’interno dei diversi ordinamenti statali, pur prendendo nomi differenti ed avendo qualche caratteristica funzionale differente. Si può dire che quello svedese sia stato il modello base su cui poi altri Stati hanno configurato quelle che l’ONU definisce Istituzioni di tutela dei diritti umani. Per quanto concerne il contesto europeo, anche il Consiglio d’Europa in questi anni si è espresso più volte sull’opportunità di istituire un ombudsman nazionale per gli Stati Europei. Inizialmente non vi fu accordo unanime su quale dovesse essere lo spettro d’azione del difensore civico, anche perché vi erano diversi modi di rapportarsi alla stessa parola ombudsman, la quale nel frattempo si era diffusa anche nel settore delle aziende private.  La situazione attuale: L’istituto in esame è risultato avere caratteristiche abbastanza variabili nei diversi stati. Anche per questo ha assunto diverse denominazioni nei vari stati, basti pensare al francese Mediateur o allo spagnolo Defensor de Pueblo. Ciò è spiegabile osservando che le diversità culturali e sociali all’interno dei diversi Stati influenzano direttamente l’ordinamento giuridico e le sue modifiche. In Italia si parla di ombudsman soprattutto in ambito bancario. La figura del difensore civico è prevista nella pubblica amministrazione già dall’art. 8 della Legge 142/90[1] , dalle Leggi 59 e 127 del 1997, le cosiddette leggi Bassanini, dal D.Lvo 267/2000, dalla Legge 241/1990 e dalla Legge 104/1992, che in questo non hanno avuto ancora una realizzazione compiuta, anche se negli ultimi anni molte province e regioni lo hanno istituito. L’ANDCI (Associazione Nazionale dei Difensori Civici), membro di Civicrazia, è impegnata dal 2003 – anno di fondazione – per una maggiore collaborazione tra i difensori civici e per massimizzare il potere d’intervento dell’Ombudsman. Detto questo è comunque utile sottolineare come il difensore civico sia diffuso

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LOCRIDE VIRTUOSA

PERLE DI CALABRIA La Locride incarna davvero un’oasi di benessere totale, un luogo in cui è possibile riscoprire il senso più profondo dell’ospitalità e della connessione con la storia e la natura. La bellezza del territorio calabrese si fonde con un’atmosfera mistica, che affascina chiunque voglia rigenerare corpo, mente e spirito. Passeggiando lungo le coste della Locride, ci si imbatte in spiagge dorate e in paesaggi mozzafiato che sfiorano l’infinito del mar Jonio. Qui il nutrimento non arriva solo dal mare o dai boschi, ma anche dalle ricche testimonianze archeologiche delle antiche città di Locri Epizefiri e Kaulon, che rivelano un passato intriso di miti, storie e culture millenarie. Eppure, se il fascino di queste rovine nutre l’anima, è la cucina della Locride che rapisce i sensi in un vortice di sapori autentici. Il territorio si distingue come una vera roccaforte della gastronomia calabrese, dove l’amore per la tradizione si esprime attraverso piatti che raccontano storie di antiche ricette, tramandate di generazione in generazione, reinterpretate con un tocco di raffinatezza. Al centro di questa rinascita culinaria, il Barone Francesco Macrì spicca come una figura visionaria, quasi un “demiurgo” che, con passione e dedizione, ha saputo valorizzare i sapori della sua terra, trasformandoli in esperienze sensoriali uniche. Grazie a lui, ogni assaggio diventa un viaggio che mescola il piacere del gusto con l’intensità dei ricordi e delle emozioni che solo il cibo autentico e preparato con cura può evocare. (A destra) il Barone Francesco Macrì L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” è un gioiello immerso nel cuore della Calabria, un luogo dove la bellezza del territorio della Locride si unisce a un’esperienza agrituristica autentica. Fondata nel 1991 e situata nella provincia di Reggio Calabria, questa azienda offre un’opportunità unica di vivere la natura calabrese e le tradizioni locali in un contesto che abbraccia il mare e la montagna, con uliveti, vigneti e agrumeti estesi su milioni di metri quadri. Olii, vini  e confetture di produzione propria Prodotti caseari dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Degustazione di specialità locali L’azienda rappresenta molto più che una semplice attività agricola: è un’oasi di pace per chi desidera un momento di relax, ma anche un luogo di esplorazione culinaria dove ogni pasto diventa un viaggio sensoriale, grazie a ricette che fondono sapori tradizionali e raffinatezza. Allo stesso tempo, la cura per l’ambiente e la cultura locale sono evidenti: la coltivazione biologica e il rispetto della biodiversità fanno parte dei valori fondamentali di questa realtà, insieme all’innovazione agricola che non rinuncia alle radici. La “Barone G.R. Macrì” ha sviluppato anche l’agriturismo, proponendo soggiorni e ristorazione in contesti naturalistici incantevoli, ideali per chi vuole scoprire la Calabria in modo autentico. Le sedi a Locri, Gerace e Portigliola sono punti di riferimento non solo per il turismo, ma anche per la promozione della cultura rurale calabrese, integrando percorsi didattici e sociali legati alle tradizioni locali. Da sin.: l´avv.Patricia Arnò e il dott.Ninni Speranza in visita all´Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Da sin.: il Barone Francesco Macrì e il dott. Antonino Coco La dott.ssa Elena Filippone, coordinatrice del GAL ( Gruppo Azione Locale) delle Terre Locridee Un brindisi alla vita e al successo dell´ Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì” Il dott. Ninni Speranza e l´avv. Giuseppe Arnò Per chi cerca una pausa dallo stress quotidiano e un’esperienza che unisce cultura, gusto e natura, una visita alla “Barone G.R. Macrì” è un’opzione che invita a lasciarsi sorprendere dalla bellezza della Locride e dal patrimonio calabrese. Visitare la Locride significa quindi vivere un’esperienza completa, dove il viaggio si fa scoperta e celebrazione della bellezza, della storia e della tradizione enogastronomica calabrese, per un benessere che accarezza corpo, mente e anima. Giuseppe Arnò     Per saperne di più sull´ L’Azienda Agricola “Barone G.R. Macrì visita i siti: https://www.baronemacri.it/ https://www.baronemacri.it/azienda/ https://www.baronemacri.it/contatti/  

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La ricchezza naturalistica del territorio abruzzese

    di Gabriella Izzi Benedetti *   Noi abruzzesi forse non siamo abbastanza consapevoli di vivere in un territorio ricchissimo dal punto di vista naturale. La nostra terra che passa rapidamente da zone costiere a collinari e poi submontane e quindi montane, montagne alte, le più alte di tutto l’Appennino, e poi ricca di vallate e altipiani, possiede una complessità che la rende geomorfologicamente variegata, il che spiega come, ad esempio, nel settore botanico, essa possegga un numero di specie vegetali che supera le 3250 unità. Tenendo conto che in Italia le specie conosciute sono all’incirca 7700, possiamo comprendere quale varietà contraddistingua il nostro territorio. Inoltre si tratta di specie qualitativamente molto elevate. Fra i tanti gruppi che costituiscono le famiglie floristiche ne proponiamo alcuni: la grande famiglia degli Equiseti, tipici per la forma sottile allungata dei rami, con foglie piccole, quella delle Aspleniacee, felci, alcune delle quali per gli antichi avevano proprietà medicamentose, la famiglia dei Salici, delle Persicanie, nome derivante dalla Persia, con foglie lanceolate-lineari, le Arenarie che prediligono i luoghi sabbiosi, la Saponaria con proprietà detergenti contenute nel rizoma, le Anemone (dal greco, vento) poiché le corolle dai larghi petali denotano la presenza del vento, i Ranuncoli, le Crocifere, le Violacee, le Centauree. Pochi nomi in un mare, una ricchezza incalcolabile. La vegetazione della fascia costiera o di un entroterra poco elevato è quella a noi, nati in zone rivierasche, più nota. E sono piante in grado di adattarsi a periodi stagionali aridi. Il pensiero va alla macchia mediterranea con i suoi lecci, ginestre, cisti piccoli arbusti cespugliosi e sempreverdi, rosmarino, va agli olivi, viti, acacie, oleandri, alloro e arbusti come i ginepri; ai pini marittimi, agli eucalipti, oltre alla grande quantità di alberi da frutto fra cui i corbezzoli o albatri, sempreverdi. Fra i 500 e i 1000 metri di altitudine il paesaggio muta con il predominio di foreste caducifoglie come querce, carpini, ornielli; le caducifoglie proseguono tra i 1000 e i 2000 metri con foreste di faggeti, abeti, famiglie di aceri ecc… integrandosi nel salire con la flora più specifica alpina (il termine alpino è usato in senso ecologico, non geografico) che oltre i 2000 metri domina incondizionatamente o quasi. La zona montana è la più ricca e variegata in quanto vive più che altrove del concorso di fattori molteplici, orografici, climatici, geologici, biologici, antropici. Un insieme di fattori definiti ecologici. A varie quote poi esistono avvallamenti, strapiombi, valloni, dove l’umidità è forte e la vegetazione acquista una composizione tutta particolare. La Maiella in specie è ricca di valloni. Questa diversità determina non solamente un’alternanza di aree dalle differenti dimensioni strutturalmente armonizzanti, ma una cromia policroma che specie durante il periodo della fioritura e quello del foliage si presenta assai suggestiva.  La varietà e ricchezza della vegetazione abruzzese, specie montana, ha determinato da sempre grande attenzione da parte di botanici e studiosi. Riguardo ad essa Giovanni Galetti, un ingegnere bolognese, escursionista,  che ha vissuto in Abruzzo 20 anni, dal 1984 al 2004,  ha realizzato un libro sorprendente per immagini e non solo dal titolo Abruzzo in fiore  (Menabò edizioni, Ortona 2008), nel quale analizza i fattori ecologici che negli ambienti dell’alta montagna influiscono sulla vita vegetale, riconducibili alle severità climatiche, che si estrinsecano con le basse temperature, ai valori elevati della radiazione solare e delle escursioni termiche e l’intensità dei venti. Fattori plurimi determinano quindi la crescita delle varie specie. Uno di essi è l’altitudine: sappiamo che tra il livello del mare e le cime più alte del Gran Sasso la differenza media della temperatura è di circa 19 gradi. Quindi man mano che si sale si riduce il tempo vegetativo delle piante, che deve essere superiore a 0 gradi. Se a livello del mare il periodo vegetativo copre tutto l’arco dell’anno o quasi, in alta montagna poche piante riescono a superare un tempo così lungo; sopravvivono le piante perenni, cioè quelle che crescono molto lentamente e rimangono vitali per più anni.  A quelle quote i processi fisici chimici e biologici che agiscono su sedimenti e materiali rocciosi (che hanno un ruolo nella formazione del suolo) sono rallentati sia per effetto del freddo intenso, sia per l’erosione del suolo che diventa particolarmente vistosa lungo i versanti molto scoscesi. Diverse sono pertanto le strategie di adattamento (forme a cuscinetto, pubescenza, habitus succulento e altre formazioni) che, nel lunghissimo corso dei processi evolutivi, si sono evidenziate nelle specie alpine sotto la spinta della selezione naturale, trovando il loro habitat in questo rigido ambiente. Un esempio tipico è dato dalla Silene acaulis il cui cuscinetto aumenta di 10 cm ogni 20 anni, per cui se incontriamo una pianta del genere con 50 centimetri di diametro vuol dire che ha superato i 100 anni di vita. L’altitudine determina anche la stagionalità delle piante, cioè lo stesso tipo di pianta, per esempio la Doronicum columnae, fiorisce, in base all’altitudine, fra maggio e agosto. La stagionalità si evidenzia negli avvallamenti; modelli interessanti sono quelli situati sopra i 2000 metri in cui la neve si scioglie solo per un paio di mesi in estate. Altro fattore è l’esposizione; è chiaro che il versante Sud delle montagne, più caldo, produce una più ricca vegetazione. Così come l’inclinazione del terreno e l’esposizione ai raggi solari giocano un ruolo determinante. Per esempio nelle zone più riparate prosperano le piante cosiddette termofile, cioè amiche del caldo, e questo accade anche ad alta quota, un esempio è dato dal Sedum rupestre; in ambienti riparati ma freschi predominano le mesofile piante che esigono l’alternarsi regolare di acqua con periodi asciutti. Mentre a temperature molto basse troviamo le piante criofile, che amano il freddo, alcune delle quali prediligono le rocce scoscese e in ombra. Ma si tratta di eccezioni perché in genere le piante vogliono il sole diretto o indiretto come può essere un sottobosco o l’ingresso di una grotta. Altri fattori determinanti sono le precipitazioni atmosferiche; esistono piante che vivono immerse nell’acqua, le idrofile, desiderose di acqua, come i ranuncoli, quelle che vivono in zone umide

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Erasmus+ sul benessere a scuola

La Commissione europea premia 96 progetti Erasmus+ sul benessere a scuola 21/09/2024 19:04 BRUXELLES\ aise\ – La Commissione europea ha annunciato i vincitori del premio europeo per l’insegnamento innovativo 2024. In questa edizione sono stati premiati 96 progetti Erasmus+ in oltre 30 paesi, all’interno e al di fuori dell’UE. I progetti vincenti di quest’anno pongono l’accento su temi chiave quali la salute fisica e mentale, la promozione delle competenze sociali ed emotive, una maggiore capacità di fare scelte sane, l’instaurazione in classe e a scuola di un ambiente favorevole alle relazioni positive, alla collaborazione, all’apprendimento, allo sviluppo personale ecc. Istituito nel 2021, il premio celebra i risultati conseguiti dagli insegnanti e dalle scuole coinvolti nei progetti Erasmus+. In collaborazione con le agenzie nazionali Erasmus+, i progetti selezionati sono suddivisi in quattro categorie specifiche: 17 progetti nella categoria Educazione e cura della prima infanzia, 27 progetti nella categoria Istruzione primaria, 31 progetti nella categoria Istruzione secondaria e 21 progetti nella categoria Istituti di istruzione e formazione professionale. La presentazione dei progetti vincenti sarà disponibile su diverse piattaforme tra cui il sito web del premio europeo per l’insegnamento innovativo, i canali social Erasmus+, il portale dello spazio europeo dell’istruzione e la piattaforma europea per l’istruzione scolastica. Gli insegnanti premiati avranno inoltre l’opportunità di presentare i progetti vincenti e di condividere le migliori pratiche con un pubblico più ampio durante l’evento ibrido “Premio europeo per l’insegnamento innovativo 2024”, che si terrà il 14 e il 15 novembre a Bruxelles e online. (aise) 

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La valorizzazione di vitigni autoctoni nel Lazio

    Da Cincinnato con Enyo e Korì per seguire la grande progressione del Bellone   La scelta cooperativa di valorizzare l’autoctono Laziale si dimostra vincente nei suoi vini ogni anno di più. Quando si parla di valorizzazione di vitigni autoctoni nel Lazio, certamente menzionare la Cooperativa Agricola Cincinnato di Cori (LT) è quasi d’obbligo. Con i suoi quasi 80 anni è tra le realtà più importanti nel suo genere, con un centinaio di soci, 550 ettari tra vigna e ulivi, e la storia delle sue scelte che è da esempio per quella viticoltura italiana che  si prefigge di salvaguardare i valori del territorio. Lo rappresenta già nel nome Cincinnato richiamandosi al console romano del V secolo a.c. Lucio Quinzio Cincinnato, che alla ribalta delle sue gloriose gesta belliche preferì il ritorno alla cura della terra, diventando così un simbolo della valorizzazione del territorio. Un’aderenza culturale che in campo vitivinicolo prende la forma del progetto di valorizzazione dei vitigni autoctoni quali Bellone e Nero Buono, fatta coraggiosamente invece di ricorrere ai vitigni internazionali. Un progetto nato intorno al 2000 e che ogni anno segna una progressione qualitativa, come hanno potuto apprezzare quanti sono intervenuti alla giornata organizzata dal presidente della Cincinnato, Nazzareno Mìlita e da Giovanna Trisorio responsabile marketing e comunicazione dell’azienda, per stampa ed addetti ai lavori.   In degustazione le verticali di Enyo Doc, Bellone in purezza e del suo cugino spumantizzato Korì metodo Classico Brut Millesimato, condotte brillantemente dal giornalista Fabio Turchetti che insieme al Presidente della cooperativa in forma interattiva con la platea, hanno ripercorso le scelte tecniche, produttive e gli stili di vinificazione delle due produzioni, dalla loro genesi fino ad oggi. Le potenzialità del Bellone sono certe,  acidità fisse elevate in primis, fondamentali nella produzione spumantistica già tentata in metodo Martinotti dalla cooperativa verso la fine degli anni ’90. E si parte dallo spumante, per la cui produzione del Metodo Classico Korì Brut, si selezionano circa 40 vigneti tra quelli che per caratteristiche si pensano più adatti, e che poi vengono monitorati giorno per giorno. Lo sforzo dei vignaioli per portare in cantina uve perfette e idonee alla spumantizzazione è maggiore, per questo le uve hanno un valore economico superiore alle altre. Ad aprire la degustazione è Korì Brut M.C. 2015 (sbocc. 06/2019), che omaggia con il nome la cittadina di Cori, inaugurando l’avventura nel metodo classico di Cincinnato, con una produzione quasi di studio per verificare la reazione del vitigno a questo tipo di spumantizzazione. Ne risulta uno spumante abbastanza impostato e solido ma già con buona freschezza note vegetali e sapidità. Un ottimo esperienza di partenza che sarà messa a frutto nelle produzioni successive. Già il Korì Brut M.C. 2016 (sbocc. 11/2022) ottenuto anticipando leggermente la raccolta, risulta più dinamico migliorando in freschezza e con un profilo olfattivo più snello. Lo studio e la conoscenza del vitigno continuano e con il Korì Brut M.C. 2017 (sbocc. 05/2023) si tende anche ad intervenire sul liquer d’expedition, modificandolo e riducendolo al massimo per non coprire e contaminare l’impronta aromatica del bellone, lasciando così più spazio all’evoluzione delle componenti olfattive floreali. Contemporaneamente negli anni si punta tendenzialmente ad anticipare le raccolta per aumentare la spalla acida. Il Korì Brut M.C. 2018 (sbocc. 12/2023) fa un po’ storia a se in quanto annata climaticamente difficile, con piogge ad agosto e conseguente vendemmia faticosa per contrastare muffe e umidità. Però viste le difficoltà si ottiene un buon risultato, dove emergono le note floreali, di buona freschezza e sapidità, forse il più lineare e con meno personalità tra le annate prodotte. Il Korì Brut M.C. 2019 (sbocc. 01/2024) dimostra che la strada intrapresa è quella giusta, ancora con vendemmia anticipata intorno alla metà di agosto, il vitigno si esprime al meglio ed è il protagonista liberando tutta la sua personalità, la componente fruttata è più in evidenza e dimostra tutto lo sforzo fatto lungo il percorso nell’interpretazione del vitigno. L’ultima annata in degustazione è il Korì Brut M.C. 2020 (sbocc. 03/2024) che prosegue sulla scia del precedente lasciando sempre più spazio al varietale. Un’esperienza decisamente riuscita quella del metodo classico, che a partire dal 2016 ha spinto la cooperativa a produrre anche la versione Pas Dosè. Per la vinificazione ferma del Bellone con Enyo, la degustazione è partita dalla 2017 primo anno di produzione. L’intenzione era quella di creare una versione di Bellone di maggiore complessità e struttura, e per farlo si è puntato su uve leggermente surmature, macerazioni sulle bucce e lunghe soste sulle fecce fini, elementi che si pensava potessero aggiungere complessità al vino ma che invece ne nascondevano le migliori prerogative. La 2017 è risultata già buona ma, analogamente a quanto avvenuto per il Metodo Classico, un percorso di attento studio tra un’annata e l’altra ha permesso di migliorarlo nel tempo, operando per semplificare togliendo sempre più elementi, per arrivare a liberare le caratteristiche varietali proprie del Bellone. Nelle ultime due annate la fermentazione malolattica completamente svolta ha contribuito ad aumentare la morbidezza del vino per un maggior equilibrio complessivo del vino. Interessante anche l’annata 2022 in cui sono state fatte due vinificazioni separate, una di uve raccolte anticipatamente e l’altra di uve a completa maturazione per poi assemblarle raggiungendo un profilo organolettico finale che su una base di grande freschezza sviluppa tutta l’evoluzione dei toni fruttati. Due belle verticali che lasciano la piacevole sensazione di crescita della viticoltura laziale, non più improvvisata ma attenta allo sviluppo delle caratteristiche dei propri vitigni e ad esplorarne il potenziale, creando vini che rendono orgogliosi di proporli sulla propria tavola e nella ristorazione senza più complessi di inferiorità per i soliti noti.

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Roma, Itália: A Cidade Eterna que Encontra o Passado e o Presente

Roma, a capital da Itália, é uma cidade que respira história. Conhecida como a “Cidade Eterna”, ela oferece uma rica tapeçaria de cultura, arte e arquitetura, onde o passado glorioso se encontra com o presente vibrante. A Grandeza da Roma Antiga Roma foi o epicentro de um dos maiores impérios da história, o Império Romano. As ruínas espalhadas pela cidade, como o majestoso Coliseu e o impressionante Fórum Romano, são testemunhos vivos dessa era de conquistas e poder. Caminhar por essas relíquias é como fazer uma viagem no tempo, onde cada pedra conta uma história de batalhas, imperadores e glória. Arte e Arquitetura: Um Tesouro Inestimável Roma também é um paraíso para os amantes da arte e da arquitetura. O Vaticano, sede da Igreja Católica, abriga a Capela Sistina, onde Michelangelo criou uma das obras-primas mais reverenciadas do mundo. Além disso, a Basílica de São Pedro, com sua cúpula imponente, e a Fontana di Trevi, um dos monumentos mais icônicos da cidade, refletem a genialidade dos artistas e arquitetos que moldaram a cidade ao longo dos séculos. A Cultura Viva de Roma Mas Roma não é apenas uma cidade-museu. Ela pulsa com uma cultura vibrante que pode ser sentida em suas praças, como a Piazza Navona e a Piazza di Spagna, onde moradores e turistas se reúnem para desfrutar da vida ao ar livre. As trattorias e osterias da cidade oferecem um verdadeiro banquete para os sentidos, com pratos tradicionais como a pasta alla carbonara e o gelato artesanal. O Encontro do Antigo e do Moderno Roma é um exemplo perfeito de como o antigo e o moderno podem coexistir harmoniosamente. Em meio às ruínas e catedrais antigas, você encontrará boutiques de moda, galerias de arte contemporânea e uma vida noturna animada. Essa fusão de eras faz de Roma uma cidade única, onde cada esquina oferece algo novo e fascinante para descobrir. Conclusão Roma é mais do que apenas um destino turístico; é uma experiência que toca a alma. Seja pelas suas histórias antigas, pela sua arte deslumbrante ou pela sua cultura viva, a Cidade Eterna continua a cativar e inspirar todos que têm a sorte de visitá-la. Em Roma, cada momento é uma celebração da vida, e cada visita é uma nova descoberta.

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Roma, a capital da Itália, é uma cidade que respira história. Conhecida como a “Cidade Eterna”, ela oferece uma rica tapeçaria de cultura, arte e arquitetura, onde o passado glorioso se encontra com o presente vibrante. A Grandeza da Roma Antiga Roma foi o epicentro de um dos maiores impérios da história, o Império Romano. As ruínas espalhadas pela cidade, como o majestoso Coliseu e o impressionante Fórum Romano, são testemunhos vivos dessa era de conquistas e poder. Caminhar por essas relíquias é como fazer uma viagem no tempo, onde cada pedra conta uma história de batalhas, imperadores e glória. Arte e Arquitetura: Um Tesouro Inestimável Roma também é um paraíso para os amantes da arte e da arquitetura. O Vaticano, sede da Igreja Católica, abriga a Capela Sistina, onde Michelangelo criou uma das obras-primas mais reverenciadas do mundo. Além disso, a Basílica de São Pedro, com sua cúpula imponente, e a Fontana di Trevi, um dos monumentos mais icônicos da cidade, refletem a genialidade dos artistas e arquitetos que moldaram a cidade ao longo dos séculos. A Cultura Viva de Roma Mas Roma não é apenas uma cidade-museu. Ela pulsa com uma cultura vibrante que pode ser sentida em suas praças, como a Piazza Navona e a Piazza di Spagna, onde moradores e turistas se reúnem para desfrutar da vida ao ar livre. As trattorias e osterias da cidade oferecem um verdadeiro banquete para os sentidos, com pratos tradicionais como a pasta alla carbonara e o gelato artesanal. O Encontro do Antigo e do Moderno Roma é um exemplo perfeito de como o antigo e o moderno podem coexistir harmoniosamente. Em meio às ruínas e catedrais antigas, você encontrará boutiques de moda, galerias de arte contemporânea e uma vida noturna animada. Essa fusão de eras faz de Roma uma cidade única, onde cada esquina oferece algo novo e fascinante para descobrir. Conclusão Roma é mais do que apenas um destino turístico; é uma experiência que toca a alma. Seja pelas suas histórias antigas, pela sua arte deslumbrante ou pela sua cultura viva, a Cidade Eterna continua a cativar e inspirar todos que têm a sorte de visitá-la. Em Roma, cada momento é uma celebração da vida, e cada visita é uma nova descoberta.

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