Italia, manuale di sopravvivenza civile (tra lacrimogeni, cori e panettoni)

Dal Far West che non c’è ai cortei che ci sono, passando per l’ONU, la giustizia distratta e la consolazione del cenone Non siamo nel Far West. Eppure, a tratti, l’Italia fa di tutto per sembrarlo. Non per vocazione pionieristica, ma per una certa inclinazione nazionale al disordine creativo, quello che non costruisce nulla ma fa molto rumore. A Torino, per esempio, migliaia di persone si sono date appuntamento per difendere Askatasuna, centro sociale occupato abusivamente. Il che, in uno Stato di diritto, dovrebbe già chiudere il discorso: l’occupazione è illegale, le leggi si rispettano. Punto. Invece no. In Italia il punto è sempre un punto interrogativo. Così arrivano i pullman da tutta la Penisola, gli antagonisti incappucciati partono in pellegrinaggio laico verso Palazzo Nuovo, sede universitaria e improvvisato santuario della contestazione permanente. Non si sa bene per difendere cosa, ma si sa benissimo contro chi: l’ordine costituito, chiunque lo rappresenti. Governo di destra, di sinistra o di centro? Irrilevante. L’importante è marciare, urlare, possibilmente rompere qualcosa. Se poi a rompersi è la testa di un poliziotto, pazienza: rientra nel folklore. A Bruxelles, almeno, la “ribellione agricola” ha una sua coerenza simbolica: uova, cavoli, letame. Qui si parte direttamente con i passamontagna. Non era un buon segno, infatti. Il primo scontro scoppia quando gli antagonisti tentano di raggiungere Corso Regina Margherita, blindata dalle forze dell’ordine. Cariche, idranti, lacrimogeni. Risposta: petardi, lanci di oggetti, guerriglia urbana. Un classico. Con una novità: il conto finale. Sette milioni di euro di danni e feriti, calcolati dall’Avvocatura dello Stato. A pagare, come sempre, siamo noi. Ma senza diritto di replica. Nel frattempo, sul palco del teatro del palazzo occupato va in scena lo spettacolo parallelo: Francesca Albanese, icona dell’attivismo internazionale, coccolata dal Vaticano e dalla sinistra romana, a cavallo tra ruolo istituzionale e militanza. Proprio lì, nello stesso palazzo dove nel 2019 l’elemosiniere pontificio riattaccò la corrente agli occupanti abusivi.  Intanto, in patria, si cancellano i canti di Natale dalle scuole perché “escludono”. Il canto, però, è facoltativo: chi non vuole, non canta. E poi cantare fa bene. Lo dice il proverbio, che di solito ne sa più dei pedagogisti: canta che ti passa. Sul fronte giudiziario riemerge il caso Stasi, quello di Garlasco. Anni di carcere, forse senza aver ucciso neppure una mosca. Una giustizia disattenta, quando va bene. Distratta, quando va male. A Est, tra Russia e Ucraina, stasi vera. Non quella processuale, ma geopolitica: nulla di nuovo. E allora, visto che il mondo non migliora e l’attesa a digiuno non giova allo spirito, l’Italia si rifugia nella consolazione gastronomica. La spesa per la cena di Natale tocca i 3,5 miliardi. Si fanno più regali, si mangia di più, si tira a campare. Strategia antica, collaudata. E così va il Bel Paese: un po’ guerriglia, un po’ teatro, un po’ tribunale e molto panettone. Un Paese che tutti dicono di invidiarci. Forse è vero. Basta immaginare, con un brivido di gratitudine, come stanno messi gli altri. di Redazione

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La Musica è Finita, Europa: Ora Guida Tu (prima che l’auto finisca nel fosso)

a Gli Usa spengono la luce, salutano educatamente e ci lasciano il conto sul tavolo. È l’ora che l’Europa impari a sterzare da sola, senza aspettare lo zio d’America. La musica è finita, gli amici vanno via… e questa volta non è una cena tra nostalgici degli anni ’60, ma la geopolitica nuda e cruda. Gli Stati Uniti, con la NSS 2025 in mano, hanno deciso che il ruolo del vigile notturno del mondo non fa più per loro. L’ombrello militare? Richiuso. La babysitter strategica? Licenziata. E zio Tom, quello che per decenni ci accompagnava a scuola e ci portava il latte, adesso ci saluta con un cenno del capo: “Ragazzi, è stato bello. Ma ora arrangiatevi.” In effetti, a volerci vedere chiaro, le premesse c’erano tutte. La nuova strategia americana mette l’Europa in fondo al menù, dopo l’America Latina, dopo la frontiera sud, dopo i cartelli messicani, dopo la competizione con la Cina e possibilmente anche dopo la pausa pranzo. L’idea madre è semplice: meno marines in giro, meno missioni umanitar-militari, meno guerre per conto terzi. Washington si ritira nei suoi confini e ci raccomanda un generico “fate i bravi”. L’Europa, non più figlia, ma neppure madre: adolescente tardiva. Col telefono in mano, la casa pagata dagli altri e la pretesa di vivere ancora con la paghetta dello zio. Nel frattempo, oltreoceano si parla di catene di approvvigionamento, reindustrializzazione, competizione tecnologica. Qui invece, quando ci va bene, si litiga su normative ambientaliste da sogno e sui centimetri dei pesci da tirare su dalle acque mediterranee. Quando ci va male, si invoca la “riforma presepiale”. Perché mentre il mondo cambia guardando la strategia globale, in Italia ci si divide sul presepe della Camera:— I Magi sono arrivati troppo presto.— Il bue e l’asinello sono misteriosamente scomparsi.— E il povero Bambinello rischia l’ipotermia secondo Mulè. Una nazione che discute seriamente di chi abbia sequestrato il bue istituzionale, mentre l’America ci avvisa di cavarcela da soli, merita almeno una medaglia all’imperturbabilità. E poi ci si sorprende del ritorno di Gianfranco Fini: colui che sciolse AN, provò a smontare il centrodestra, e oggi pontifica alla festa di FdI che ha preso il posto proprio di AN. È come vedere l’arbitro che espulse due squadre presentarsi alla cena sociale delle stesse squadre che ha fatto retrocedere. Ma del resto, in Italia, la riconciliazione politica è come il vino novello: ogni anno se ne apre una botte. L’unica boccata d’aria arriva dalla cultura: Napoli si prepara alla prima mondiale di Partenope di Morricone, opera delicata e visionaria. Almeno qui, per fortuna, nessuno sposta i Magi o sequestra animali sacri. Ora, mentre l’Europa si interroga se continuare a vivere nel dormiveglia o svegliarsi di soprassalto, il punto è uno solo: gli Usa hanno chiuso il pianoforte, spento l’amplificazione e indicato l’uscita. A noi resta la pista da ballo. E, sorpresa, non c’è più il maestro a darci il tempo. È il momento di prendere il volante dell’auto-Europa. Un’auto già lanciata, senza freni nuovi, con la marmitta che vibra e il cambio che gratta. Ma nostra. E, soprattutto, senza più nessuno davanti a indicarci la strada. E qui, come direbbe Feltrinelli, il finale è inevitabile:Se l’Europa non impara a guidare ora, la prossima notizia non sarà la fine della musica, ma il rumore secco dell’impatto. di Redazione

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Finita la cagnara?

Se Landini canta “Noi tireremo diritto”, gli italiani intonano un bel “Fateci lavorare, per carità”.   Non bastava la Flotilla trasformata in sceneggiata da varietà, adesso ci si mette pure la processione di scioperi a gogò. Persino il Garante, che in genere si limita a sbuffare come un vecchio zio a Natale, ha alzato la mano e detto: “Ragazzi, basta così”. Ma Landini no: implacabile, sembra uscito direttamente dalle note di quella vecchia marcia del 1935, “Noi tireremo diritto”, scritta da E.A. Mario, deciso appunto a tirare diritto, anche se davanti c’è il muro del traffico, della spazzatura non raccolta e delle famiglie che non sanno come incastrare lavoro e figli. In fondo l’Italia è questa: un Paese dove, se si può scegliere tra il dialogo e la cagnara, si vota sempre la cagnara. Poi, però, quando gli italiani mettono la croce sulla scheda a destra, tutti cadono dal pero. Forse,  pensiero ardito,  c’è un collegamento. Intanto la crociata marinaresca è finita come previsto: arresti, rimpatri e titoloni solo sui giornali di casa nostra. In Europa, dove tra un vertice su Ucraina, nucleare e difesa comune si ricordano anche di bere il caffè, della Flotilla non s’è accorto nessuno. Non per censura, ma perché, diciamolo, era roba da bar sport del porto. E allora eccoci agli scioperi. Ma per cosa? Perché Trump dice di voler mettere pace, e c’è chi vuole il contrario? Perché litigare su tutto, anche sull’accordo che ancora non c’è? Forse il vero obiettivo è solo restare sulle prime pagine. Ma, come ammoniva un vecchio adagio, non bisogna mai aggrapparsi a un’idea come a un’ancora: ti trascina giù e ti affoga. Morale: con tutto il rispetto per israeliani e palestinesi, Dio li benedica, qui abbiamo da badare a cose ben più serie. Tipo impedire che l’Italia diventi il Paese dove si lavora solo nelle pause tra uno sciopero e l’altro. E se Landini insiste a “tirare diritto”, allora qualcuno dovrà pur ricordargli che il muro davanti non lo sfonda lui: ci va a sbattere il Paese intero. di Redazione

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Il Paese della felicità? Solo nelle favole

Fra classifiche ingannevoli e utopie sociali, meglio accontentarsi della nostra imperfetta Italia che rischiare la perfezione con contorno di antidepressivi. Una lettrice osserva che sì, va bene gioire per le vittorie sportive, ma sarebbe meglio primeggiare in campi più seri: sanità, equità fiscale, pensioni, e via discorrendo. Giusto. Ma a ben vedere, quello che auspica non è un Paese: è il Paese della felicità. Ora, la felicità è un bene tanto desiderato quanto sfuggente, una condizione umana precaria che muta a seconda di chi la definisce o la misura. Se poi si parla di felicità assoluta, allora siamo già nel regno dell’illusione. Non a caso, proprio nei Paesi che le classifiche ci presentano come i più felici al mondo, ci si suicida molto di più che in Italia o in Grecia. Secondo il World Happiness Report 2018 dell’Onu, Finlandia, Norvegia e Danimarca guidano la classifica della felicità, mentre l’Italia è relegata al 47° posto e la Grecia addirittura al 79°. Ma se passiamo alla graduatoria dei suicidi, il quadro si capovolge: la “felicissima” Finlandia occupa la 32ª posizione, l’Islanda la 40ª, la Svizzera la 61ª, mentre l’Italia si colloca al 142° posto e la Grecia al 157°. In sostanza: nei Paesi del benessere e del welfare generoso si muore di più per mano propria. Come spiegare questa apparente contraddizione? Gli studi nordici parlano di perfezionismo, isolamento sociale, pressione sui giovani, uso massiccio di antidepressivi, armi da fuoco troppo diffuse, e una secolarizzazione che priva molti di quei punti di riferimento spirituali che in altri contesti aiutano ad affrontare le difficoltà della vita. Non è un caso che in Finlandia, il Paese più felice del mondo, il suicidio sia la terza causa di morte tra i giovani fra i 15 e i 24 anni. Ecco allora l’altra faccia della felicità certificata: dietro il sorriso delle classifiche ci sono numeri che inquietano, soprattutto tra i giovani. A questo punto, non resta che una considerazione: non pretendiamo troppo. Un buon governo può e deve migliorare la qualità della vita, ma la perfezione sociale resta un’utopia che rischia di trasformarsi in un paradosso. Meglio accontentarsi della nostra Italia imperfetta, con tutti i suoi difetti, piuttosto che inseguire un’illusoria felicità nordica con contorno di antidepressivi e statistiche sui suicidi. Forse non saremo i primi al mondo nella sanità o nel sistema fiscale e nella lotta alla povertà. Ma se in cambio viviamo un po’ più a lungo, e con meno voglia di farla finita, non è già una forma di felicità? Giuseppe Arnò

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Concerto Omaggio a Pino Daniele

Fabrizio Bosso & Julian Oliver Mazzariello con il concerto “Omaggio a Pino Daniele” per la Rassegna Jazz del Brass Group allo Steri Hall                       Disponibili biglietti singoli #steri25 #rassegnajazz #ojs #brassgroup Info biglietteria www.bluetickets.it         La Rassegna Jazz allo Steri 2025 che porta la firma della storica Fondazione Orchestra Jazz Siciliana – The Brass Group con la direzione artistica di Luca Luzzu, continua con successo. I riflettori dello Steri Concert Hall si accenderanno su un concerto pieno di ritmo e grinta con atmosfere sonore che riprendono la canzone italiana in chiave jazz. La Rassegna che propone 12 concerti unici e carichi di emozioni con alcuni tra i nomi più amati del panorama jazz e pop internazionale. Dal 19 luglio al 21 settembre, il Palazzo Chiaramonte Steri di Palermo sarà il luogo ideale per vivere l’emozione della grande musica sotto le stelle. Il 2 agosto alle ore 21.30 un altro grande concerto con una coppia big che calcherà il palco dello Steri. Fabrizio Bosso & Julian Oliver Mazzariello con il concerto Omaggio a Pino Daniele. Un duo d’eccellenza per un viaggio tra standard, cinema e omaggi intensi a Pino Daniele. Fabrizio Bosso, uno dei trombettisti italiani più apprezzati, si unirà al pianista Julian Oliver Mazzariello per un concerto che renderà omaggio al grande artista napoletano Pino Daniele. La loro musica sarà un omaggio alla tradizione jazz e napoletana, con un tocco di modernità e creatività. Un amarcord in cui i due sono spronati a dare il meglio di loro stessi, infatti i momenti gustosi abbondano. Al di là delle prestazioni dei singoli, sempre livellata su standard qualitativi altissimi, i duetti sono da incorniciare e appendere in salotto. Fabrizio e Julian si conoscono da tanti anni, Mazzariello è stato infatti il primo pianista dell’High Five Quintet, formazione molto cara a Fabrizio per diversi anni. Un filo conduttore della performance è il rifiuto ostinato delle categorie musicali intese come mondi lontani e inconciliabili. Anche qui Fabrizio sa scovare brillantemente punti d’incontro fra generi e stili diversi, affiancato da Mazzariello, anche non nuovo certamente a sperimentazioni trasversali. Attingendo al repertorio musicale universale, dalla tradizione jazzistica al Brasile, fino alla canzone d’autore, Fabrizio e Julian riescono a condurre il pubblico in un viaggio magico, in una miscela di tensioni e distensioni, improvvisazioni magnifiche, lirismo ed energia catturando l’ascoltatore e avvolgendolo nel loro incantevole suono.   Il 5 agosto alle ore 21.30 sarà la volta di un altro grande artista nazionale Joe Barbieri con il concerto Big Band. Il cantautore raffinato che ha conquistato il mondo con poesia, eleganza e contaminazioni tra jazz, world music e canzone d’autore. Joe Barbieri, noto per la sua voce calda e suggestiva, offrirà un concerto che sarà un viaggio attraverso la sua musica, tra poesia e melodia. La sua voce sarà accompagnata da strumenti acustici e atmosfere sonore che creeranno un’atmosfera intima e suggestiva. Joe Barbieri è un’affascinante anomalia. Un outsider che al di fuori del binario dell’industria si è saputo costruire un percorso personale – all’estero come in Italia – e che è riuscito nel raro esercizio di convogliare il genuino apprezzamento di colleghi, critica e pubblico. Barbieri ha all’attivo 7 album di brani originali (“In Parole Povere” 2004, “Maison Maravilha” 2009, “Respiro” 2012, “Cosmonauta Da Appartamento” 2015, “Origami” 2017, “Tratto Da Una Storia Vera” 2021 e l’ulitmo arrivato “Big Bang” 2025), oltre a due album dal vivo (“Maison Maravilha Viva” 2010 e “Tratto Da Una Notte Vera” 2022 – quest’ultimo voluto da Barbieri per celebrare i propri 30 anni di carriera), due dischi-tributo dedicati ai suoi numi tutelari nel jazz – ovvero Chet Baker (“Chet Lives!” 2013) e Billie Holiday (“Dear Billie” 2019) – ed una monografia cesellata intorno alla Canzone Napoletana (“Vulío” 2024). La sua musica è pubblicata in molti Paesi del mondo, e la sua personale cifra stilistica – che lega la canzone d’autore al jazz e alla musica world – lo ha portato nel corso degli anni ad incrociare collaborazioni con colleghi in ciascuno di questi ambiti (da Pino Daniele a Omara Portuondo, da Stacey Kent a Luz Casal, da Jorge Drexler a Jaques Morelenbaum) ed a calcare alcuni tra i palchi più prestigiosi del pianeta. Tra i gli autori italiani maggiormente apprezzati, Joe Barbieri ha spesso prediletto negli anni come interpreti le voci femminili. Il 7 agosto alle ore 21.30 Richard Galliano & Orchestra Jazz Siciliana diretta dal Maestro Domenico Riina con il concerto Viaggio. L’unico jazzista che esista al mondo che incide per la Deutsche Grammophone e su questo lo stesso musicista dichiara “Essere un artista Deutsche Grammophon mi permette di far conoscere la fisarmonica ad un pubblico più ampio, superando gli stereotipi e dimostrando la sua versatilità. Credo che ogni strumento debba avere la libertà di esplorare generi diversi, senza confini“.  ra i grandi nomi che arricchiscono il cartellone risplende proprio quello del fisarmonicista di origini italiane. «Richard Galliano ha cambiato il corso della storia della fisarmonica. Possiamo parlare del prima e del dopo Galliano» così viene considerato da Yasuhiro Kobayashi, fisarmonicista e collaboratore musicale della cantante Bjork. E Galliano stesso dichiara “Era il mio desiderio più caro: dare un giusto spazio a questo strumento, ingiustamente qualificato come il “pianoforte dei poveri”, mentre la mia fisarmonica è sempre stata uno “Steinway con le cinghie”. Deciso a ripristinare l’immagine del mio strumento, ho lasciato il mio villaggio natale e sono “salito a Parigi” come molti altri. Lì ho avuto la possibilità di incontrare artisti che mi hanno subito dato fiducia, tra cui i fisarmonicisti come Joss Baselli e André Astier, i cantanti come Claude Nougaro, Serge Reggiani e Barbara, i jazzisti come Chet Baker, Charlie Haden, Ron Carter e Michel Portal…Poi, all’inizio degli anni Ottanta, c’è stata la collaborazione e la nascita di un’amicizia con Astor Piazzolla, e una stretta collaborazione per diverse creazioni “Familles d’Artistes”, “Le Songe d’une Nuit d’Été”, “Trois Préludes pour accordéon de concert”, “Ballet Tango per quattro fisarmoniche”. Galliano interviene sul concerto ospite del The Brass Group dichiarando “Conosco la Fondazione Orchestra Jazz Siciliana e il Maestro Garsia per avere suonato a Palermo nel 1993 e

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RAI – Programmazione 04.07.25

    A “Casa Italia”, focus sugli italiani nel mondo     In apertura, il giorno dell’Indipendenza americana. Un’occasione per fare un bilancio di questi mesi di presidenza Trump. A seguire, l’approfondimento sarà tutto dedicato ai tanti italiani che vivono e lavorano lontano dall’Italia, in quest’ultima puntata di stagione di venerdì 4 luglio su Rai Italia, RaiPlay e Rai 2 in terza serata. Dopo, tornerà l’appuntamento con il meteo per il fine settimana e la rubrica dedicata alla storia della tv. Finale di puntata in musica. Sono molti gli italiani che vivono e lavorano lontano dall’Italia, rappresentando le bellissime comunità all’estero che esportano i valori, le peculiarità e la lingua italiana, come veri e propri ambasciatori culturali. Ma quali sono le loro storie? I conduttori di “Casa Italia”, Roberta Ammendola e Giampiero Marrazzo, ne parleranno tra gli altri con Sara Sanzi, autore Radio Rai, Giada Badiali, ufficio Comitati Esteri Società Dante Alighieri  ed Iosepho Cavaliere, esperto di migrazione. Dopo, tornerà la pagina dedicata al meteo con Mimmi Gunnarsson. Ancora, ci sarà la rubrica “Successo”, a cura di Umberto Broccoli, sulla grande icona della televisione italiana, Raffaella Carrà. Infine, chiusura di puntata in musica, con le canzoni scelte e arrangiate dal maestro Palatresi.   Questa la programmazione nel mondo Roma 14:45 Londra e Lisbona 13:45 New York 8:45 Rio de Janeiro e Buenos Aires 10:45 Cape Town 15:45 Pechino e Hong Kong 21:45 Tokyo 22:45 Sydney 00:45  

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L’Europa che non vorremmo… ma che ci tocca

Era il 1941, su un’isola di confino, e alcuni visionari decisero di immaginare un’Europa nuova. Il Manifesto di Ventotene, si chiamava. Un sogno di libertà, unità, progresso. Peccato che, a leggerlo oggi, sembra più un mix tra un’utopia socialista e un manuale per annientare la democrazia in nome della rivoluzione. “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista.” Certo, perché tutti sappiamo quanto il socialismo imposto con la forza abbia funzionato splendidamente nel Novecento. E la proprietà privata? “Deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso.” Perché mai lasciare che le persone gestiscano i loro beni quando possiamo avere una burocratica e inefficiente macchina federale a farlo per loro? Poi arriva il meglio: “La prassi democratica fallisce clamorosamente nelle epoche rivoluzionarie.” Tradotto: quando c’è da cambiare tutto, meglio farlo senza perdere tempo con la volontà popolare. La storia ci ha insegnato dove porta questo ragionamento, ma continuiamo pure. Ora, con un’Unione Europea sempre più incerta, dobbiamo decidere se vogliamo un super-stato federale che dica agli Stati membri cosa fare e come farlo, oppure una confederazione di nazioni sovrane che cooperano senza cedere tutto il potere a un centro burocratico fuori controllo. Il sogno federalista, si dice, sarebbe la soluzione. Per chi? Per i tecnocrati che non vogliono rendere conto a nessuno? Per i grandi apparati che centralizzano tutto tranne le responsabilità? E poi c’è la grande battaglia contro il “male assoluto”: il nazionalismo. Perché guai a voler preservare la propria cultura, la propria sovranità, le proprie tradizioni! Meglio un’uniformità insipida imposta dall’alto, con tanto di sanzioni per chi dissente. Nel frattempo, il mondo cambia. Gli Stati Uniti non sono più così affidabili, la Russia invade, la Cina sorride sorniona e l’Europa… beh, discute di revisioni dei trattati e di allargamenti che renderanno ancora più caotico il suo funzionamento. Già oggi è difficile prendere decisioni con 27 membri: immaginiamo con 35 o più! Si parla di “superare l’unanimità” introducendo il sistema maggioritario. Tradotto: pochi decideranno per tutti, e se un Paese si oppone? Problema suo. La voce dei piccoli Stati sarà marginalizzata, e il principio del consenso, che garantiva un equilibrio tra le nazioni, verrà sacrificato sull’altare della rapidità decisionale. Il rischio? Un’Europa ancora più distante dai cittadini, dominata da un’élite che decide in nome di un’unità che esiste solo sulla carta. Il diritto di veto esiste all’ONU e non certo per caso. È stato pensato per evitare che decisioni cruciali vengano imposte con la forza della maggioranza, senza un effettivo equilibrio tra gli Stati. È uno strumento di garanzia per le nazioni più piccole, che altrimenti sarebbero schiacciate dai giganti geopolitici. Superare l’unanimità nell’UE significherebbe trasformare la democrazia in un gioco a somma zero, dove chi ha più peso politico impone la sua volontà agli altri, senza spazio per il dissenso costruttivo. Un’Europa così rischia di perdere il suo stesso senso: non più unione di popoli, ma dominio di pochi. E così, mentre i cittadini faticano a pagare le bollette, affrontano crisi economiche e cercano di difendere il loro diritto a esistere come comunità, l’élite discute di come rafforzare il Parlamento europeo e la Commissione, centralizzare il potere e rendere l’Europa “più capace di agire”. Sì, ma contro chi? Contro i suoi stessi cittadini? Questa non è l’Europa che vogliamo. Ma, come sempre, è quella che ci tocca. Giuseppe Arnò  

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La finestra su Roma

di Bruno Fulco L’ AI per tutto ma non per tutti Anche per quest’anno il peggio della stagione invernale, Roma sembra esserselo messo alle spalle. Occhio però che tutto è possibile con le bizze del clima, capaci di far nevicare anche a Pasqua come avvenuto tanti anni fa. Comunque, le giornate lentamente si allungano e l’aria si fa più dolce lasciando già sognare una nuova primavera.   Chi invece sta lottando per incontrarla di nuovo è il Santo Padre, alle prese con una grave polmonite bilaterale che sta facendo temere il peggio per la sua sorte. Papa Francesco ricoverato dal 14 febbraio al Policlinico “A. Gemelli” di Roma, sta lottando con la patologia che ha colpito organi già indeboliti da diverse problematiche croniche antecedenti, e che per un paziente di 88 anni non sono una cosa di poco conto.   Fortunatamente l’ultimo bollettino medico registra un miglioramento ma ancora insufficiente a sciogliere la prognosi. Di conseguenza verrà rinviata l’udienza giubilare in programma sabato 01/03 e la domenica, per la terza volta, sarà presente un cardinale per leggere lo scritto del Papa all’Angelus. Peccato, oltre che per il Papa anche per i tanti fedeli provenienti da tutto il mondo, che magari hanno capitalizzato tutti i loro risparmi per assistere all’incontro col Santo Padre.   Questa vicenda dell’Angelus scritto ha molto da insegnare in questi “tempi moderni”, e non si tratta strettamente di un discorso di mera fede. Intendiamoci il Papa non può certo declinare i suoi compiti come vicario di Cristo, ma fa molto pensare al senso di responsabilità umana e in un certo senso rappresenta l’esempio di come il valore dell’impegno andrebbe sempre preservato, a prescindere da ogni opportunità e facilitazione tecnologica.   In quest’epoca dove uno dei dogmi principali è “trovare la scorciatoia” si ricorre sempre più ad ausili di ogni tipo pur di limitare sforzi ed impegno personali, come ad esempio scrivere un discorso usando l’AI. Parliamoci chiaro, non c’è nulla di sbagliato nell’utilizzare i benefit che il progresso tecnologico mette a nostra disposizione, ma bisognerebbe domandarci quale debba essere il limite davanti al quale fermarci per non diventare un pericolo.   L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando la nostra vita più velocemente di quanto possiamo immaginare. Un processo che rapidamente, togliendo l’allenamento allo sforzo mentale potrebbe minare le capacità umane indebolendole progressivamente nel susseguirsi delle generazioni. Già oggi tra i banchi di scuola i giovani studenti della generazione alpha, ben lontani dai modi goffi da “bambacioni” delle generazioni precedenti, studiano con ChatGPT svolgendo ricerche e affrontando tematiche scolastiche. In pochi secondi, sono in grado di svolgere i compiti senza nessun tipo di sforzo e coinvolgimento rischiando di compromettere seriamente il loro sviluppo cognitivo. Un pericolo che impone al più presto di regolamentarne l’utilizzo a tutela dei minori.   Ad oggi la maggior parte delle persone pensa all’AI in relazione a video artificiali, che vanno dai semplici meme a sfondo politico in voga in questi giorni, come quelli che coinvolgono Trump e i potenti della terra in relazione al conflitto israeliano – palestinese. Ma a parte i possibili usi impropri di questi a scopo manipolatorio e come amplificatori di fake news, qui stiamo parlando di ben altro. Le implicazioni certo produrranno sviluppi innovativi in un sacco di campi portando benefici alla vita degli uomini. Dal settore sanitario, o automobilistico o dei servizi, fino alla produzione di beni, tanto è vero che le Aziende stanno investendo fortemente su questa nuova tecnologia. Nel 2024 si stima che il mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia ha toccato quota 1,2 miliardi di euro, con una crescita del +58% rispetto al 2023.   Ma la domanda è chi potrà beneficiare di tutto ciò? Non certo tutti i lavoratori che grazie all’AI vedranno rivoluzionate le proprie professioni perdendo il lavoro, dall’industria alle attività impiegatizie, alle attività di data entry finanche alle attività di consulenza finanziaria, sostituibile da algoritmi con sostanziale perdita delle competenze.   Ma allora siamo sicuri che l’AI non sia solo un grosso affare per rafforzare le grandi potenze economiche e favorire le classi benestanti aumentando la diseguaglianza economica a macchia d’olio? Temi importanti su cui discutere, ma bisogna farlo in tempo, bisogna farlo ora prima che il processo sia ancora reversibile o sia possibile gestirlo senza drammi sociali.   Per non scadere anticipatamente nell’universo distopico di Orwell e rimanere attaccati alla realtà più stringente, basta volgere lo sguardo nel giardino di casa nostra ritrovando questioni antiche come il mondo, come la questione della Magistratura Politicizzata. È appena andato in scena lo sciopero dei togati, indetto dall’Associazione nazionale Magistrati contro il governo Meloni per la riforma della giustizia e la separazione delle carriere.   L’intento della Riforma dichiarato dal Governo è quello di porre fine all’intreccio tra politica e magistratura, obiettivo che dovrebbe essere caro a chi ha scelto come professione quella di difendere la legalità e che rappresenta la maggior parte della magistratura, oggi invisa ai posti direttivi a cui si accede per affiliazione politica e non per merito. Eppure, c’è chi protesta motivandola come sincera “preoccupazione per il corretto funzionamento della democrazia”. Qui di sincero sembrerebbe esserci solo l’estrema difesa di proprie posizioni e privilegi di onnipotenza. Ma comunque la gente, che non è stupida, saprà valutare da sola. Intanto in programmazione a Roma in questo periodo a Palazzo Bonaparte la mostra “Munch. Il grido interiore”. Protagonista indiscusso nella storia dell’arte moderna, Munch precursore dell’Espressionismo e uno dei più grandi esponenti simbolisti dell’Ottocento, è considerato l’interprete per antonomasia delle più profonde inquietudini dell’animo umano, sempre attuale adesso come nel 1800.

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Fumate di Forno e Polveroni: La Nuova Arte del Distrarre

Accipicchia, siamo un Paese incredibile. Mentre il mondo brucia – tra crisi economiche, guerre e un panorama sociale sempre più desolante – noi troviamo il tempo e l’energia per montare spettacoli da circo degni dei migliori clown. E no, non stiamo parlando di acrobati o funamboli, ma di ministri, premier e un’opposizione che si diletta a gridare “al lupo, al lupo!” su questioni che, francamente, paiono polverine gettate in faccia all’opinione pubblica. Prendiamo il caso Almasri. Espulso, come la “ragion di Stato” comanda. Nessun Paese al mondo, neanche il più democratico, aspetta che un proprio archeologo o diplomatico finisca nei guai in Libia per organizzare uno scambio alla pari. Ma a quanto pare, la normalità delle relazioni internazionali ora è argomento da talk show, con l’opposizione che si aggrappa a ogni ombra di polemica. Certo, la Premier tace. E forse potrebbe anche “metterci la faccia”, come suggerisce il senatore Monti. Ma davvero vogliamo farne un caso di Stato? È chiaro che il rimpatrio è stato deciso in base a priorità di sicurezza. E se pure ci fosse qualche dettaglio non comunicato, il punto resta lo stesso: in un mondo “bastardo”, come lo è oggi, decisioni rapide e ciniche sono spesso necessarie. Poi c’è il capitolo Santanché. E qui il déjà-vu si fa insopportabile. Non c’è condanna, non c’è sentenza, eppure il linciaggio mediatico è partito come un orologio svizzero. Qualcuno si è forse dimenticato delle storie di Salvini e Renzi, entrambi passati indenni attraverso tempeste mediatiche che avrebbero abbattuto chiunque? Siamo così sicuri che urlare contro un ministro senza prove definitive sia il modo migliore per servire il Paese? Ma attenzione, perché qui viene il vero capolavoro: mentre si fa gran chiasso sulle polveri e sulle ombre, nessuno si occupa di ciò che davvero pesa come un macigno. La crisi economica avanza, le famiglie arrancano, le guerre all’estero continuano a creare sfollati e tensioni geopolitiche. E noi? Noi ci perdiamo nei fumi di un forno qualsiasi, cercando di capire quale sia il problema del giorno, invece di preoccuparci dei problemi reali. Forse, alla fine, è anche giusto così. Chi si prende il lusso di affrontare la realtà, in un’Italia che sembra preferire il gossip alla responsabilità? Meglio lasciarli divertire con i loro giocattoli politici, mentre il circo italiano prosegue il suo spettacolo. Dopotutto, che sarebbe il nostro Paese senza un po’ di fumo negli occhi? Certo, però, sarebbe bello vedere qualcuno sporcarsi le mani con le “cose serie” ogni tanto. Ma forse, anche questo, è chiedere troppo. E allora, si proceda con i giochi. I problemi veri possono aspettare. Giuseppe Arnò

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Lo Sciopero: schegge di pensiero

Lo Sciopero: Manuale di Sopravvivenza tra Diritti, Conseguenze e il Sublime Gusto degli Abusi Ah, lo sciopero. Quel magico momento in cui il cittadino medio si trasforma in un paladino dei diritti, il traffico cittadino si trasforma in un labirinto degno di un videogioco anni ’90 e i datori di lavoro iniziano a masticare nervosamente la penna. Ma cosa si cela dietro questa sacra arte della protesta? Facciamo un po’ di chiarezza, con una buona dose di ironia.   Il diritto allo sciopero: un’eredità sacrosanta… o quasi Il diritto allo sciopero è uno di quei pilastri della democrazia che ci fa battere il cuore come una scena commovente in un film. “Tu, lavoratore, hai diritto a incrociare le braccia e a dire: Basta, qui si cambia musica!”. Insomma, un diritto che, sulla carta, è protetto quanto la ricetta segreta della Coca-Cola. Ma attenzione, non pensiate sia un biglietto per la baldoria. Deve essere motivato, proporzionato e rispettoso delle regole. Non si sciopera perché il collega ha rubato l’ultimo cornetto al bar aziendale. Anche se, diciamolo, ci sono battaglie che vanno combattute a tutti i costi.   Conseguenze: tra caos e poesia urbana Lo sciopero non è solo un evento sindacale. È uno spettacolo. È quel giorno in cui le città sembrano ricreare il set di un film post-apocalittico: autobus fermi, treni cancellati, persone che vagano come pellegrini alla ricerca della metropolitana funzionante.   E che dire delle scuole? “Mamma, oggi niente lezione!” Per molti, il giorno di sciopero è un bonus imprevisto, un mini-festival della libertà. Per altri, un inferno logistico in cui incastrare lavoro, figli e commissioni diventa un esercizio degno di un campione di Tetris.   Gli abusi: quando la protesta si trasforma in farsa Ah, ma qui si arriva al vero spettacolo comico. Come ogni diritto, anche lo sciopero ha i suoi furbacchioni. Gente che lo usa per “fare ponte” (perché dopo il diritto al lavoro viene il diritto alla grigliata del venerdì). O sindacati che proclamano scioperi con la stessa facilità con cui un influencer promuove integratori.   E poi ci sono gli scioperi da un minuto. Sì, avete capito bene: un minuto. È come se un calciatore protestasse contro l’arbitro e, per solidarietà, si togliesse la maglietta per un secondo, prima di rimettersela e continuare a correre. Effetto? Zero. Ma applausi per l’impegno, no?   Il senso dello sciopero, tra serietà e risate Ironia a parte, lo sciopero è uno strumento fondamentale per ricordare che i diritti non piovono dal cielo come coriandoli. Serve a mettere in pausa il sistema per dire: Ehi, qui qualcosa non va. Certo, a volte il confine tra il legittimo e l’assurdo si fa sottile, ma è proprio questo il bello: l’umanità è un mix di serietà e caos.   Quindi, la prossima volta che vi trovate bloccati nel traffico o a piedi per colpa di uno sciopero, non maledite chi protesta. Pensateci come a un piccolo esperimento sociale. Oppure, semplicemente, approfittatene per prendervi un caffè e ridere del caos che solo l’Italia sa trasformare in arte.   Redazione

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